Mea culpa, mea grandissima culpa. Godhead Machinery – Monotheistic Enslavement (2021)

Mi ero ripromesso di scrivere dei Godhead Machinery già in dicembre, ma poi le scadenze e i cenoni assassini mi hanno bloccato sul più bello, un po’ come quando vuoi proseguire nell’operazione distruggi il fegato al pub e vedi il tuo portafoglio annaspare alla ricerca di soldi che, ormai, non possiedi. E quindi, festa finita e tutti a casa a maledire il Creato.
Mi ero scritto che dovevo parlare di Monotheistic Enslavement perché è un gran disco ed è cosa buona e giusta dargli la visibilità che si merita. Black metal melodico, sulla scia di gente come Dissection e Naglfar, ma con quella capacità di suonare personale che fa del terzo disco degli svedesi Godhead Machinery un vero disco bomba. Segnatevelo, se non lo conoscete, perché qua dentro c’è tanta qualità, sia quando il quartetto di Norrköping (sì, la città natale dei Marduk) decide di sfruttare appieno il bagaglio black metal melodico, sia quando rallenta su tempi medi (Helion), inserisce ottimi assoli (!) ben integrati nel contesto sonoro della canzone o sfrutta una tavolozza di soluzioni musicali già sondate (i rimandi sono quelli sopra descritti, non ci si scappa) ma suonate con personalità, piglio da veterani e cazzo duro.
Ammetto di essere venuto a conoscenza del quartetto solo recentemente, quando Spotify mi ha consigliato Aligned to the Grid, secondo LP dei Godhead Machinery, ed è stato da quel momento che ho incominciato un’operazione di recupero: prima andando a sentire Ouroboros, esordio del 2017 qualitativamente alto, e poi lo stesso Aligned to the Grid del 2019, disco che non può far altro che farvi emozionare per la musica che tutti noi amiamo e che la gente ignorante detesta come la peste, e infine il qui presente LP.
Lo ripeto ancora, perché so che avete momenti di calo dell’attenzione, Monotheistic Enslavement è addirittura un passo avanti rispetto a quanto scritto due anni fa: la completezza sonora è aumentata, le melodie delle chitarre sono avvincenti lontane di molto dalla stucchevolezza che si sente in certi prodotti contemporanei e il songwriting è maturo, complesso e capace di inserire, in maniera organica e intelligente, anche delle piccole chicche come l’intro acusticheggiante e i cori di Orbis Non Sufficit o o le atmosfere sconsacrate di Dethroned.
Non c’è una caduta di tono, un pezzo filler o scritto con la mano sinistra, tutto Monotheistic Enslavement è di caratura superiore. Sarebbe stato uno dei dischi dello scorso anno, se fossi stato così diligente da recensirlo nel 2021 e non addormentarmi con la pancia farcita di maiale, manzo e tutto il resto. Recupero adesso e ve lo dico: i Godhead Machinery e Monotheistic Enslavement vi faranno del bene e non vi pentirete un secondo di aver messo su questo LP e avergli dedicato 36 minuti abbondanti del vostro tempo.
[Zeus]


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