The Truth Is Out There. Hypocrisy – Worship (2021)

Devo ammettere una cosa: pur conoscendo giocatori, squadre, mercato e tutto il quid del calcio, il gioco in sé mi annoia a morte. Però c’è un fattore che mi tiene ancora stretto nelle fauci della “bestia” ed è la possibilità di vedere Pep Guardiola, forse uno dei migliori allenatori degli ultimi anni insieme a Klopp e, se riesce a tenere botta per diversi anni, anche il tipo dei Bayern Monaco, vincere una Champions League con una squadra che non sia il Barcellona. Lo so, ha vinto tantissimo e la sua filosofia liquida di calcio è un esempio che moltissimi allenatori nostrani, e non solo, copiano senza pudore. Però è innegabile che, pur avendo rivoluzionato il calcio riportando in auge concetti olandesi, il Manchester City di Guardiola si ferma sempre davanti alla prova del fuoco. Ok la coppa nazionale e anche il campionato, quando non viene bastonato in lungo e in largo dal Liverpool del succitato Klopp, ma è la Champions Leauge il banco di prova duro e puro, la competizione che fa sì che una squadra della Transnistria arrivi terza nel giro dietro a Inter e Real Madrid e una come il Milan finisca a giocare il solo campionato di Serie A, confezionando un’imbarazzante score di quattro sconfitte, un pareggio e una vittoria.
In termini di impatto sul mondo della musica, Peter Tägtgren non sarà forse un Guardiola, ma ci stiamo avvicinando. I suoi Abyss Studio hanno dettato un certo modo di suonare da diversi decenni (vi ricordate quanto bene, e molto male, hanno fatto le sue registrazioni e i suoi mix alle band che ha prodotto? Non penso certo di dovevi rispolverare anche questo fattore) e il buon Peter ha messo lo zampino nel panorama musicale non con una, ma due band di spessore: i Pain, che sono il passatempo preferito del mastermind, e i qui presenti Hypocrisy. Se poi ci aggiungete anche i Lindemann, in collaborazione con Till Lindemann, allora potete capire che dietro alle sue uscite si cela un tizio creativamente irrequieto.
Dopo averli tenuti 8 anni in una buona soluzione di acqua e aceto così da farli insaporire per un buona giardiniera, nell’ultimo periodo Tägtgren deve aver deciso che era ora e tempo di rinfrescare e servire la sua pietanza principale: gli Hypocrisy, per l’appunto. Ho sempre reputato questi una band strana, interessante sotto diversi punti di vista, ma decisamente strana e c’è, a mio avviso, un timidissimo paragone con i polacchi Behemoth. Mi spiego, prima di essere accusato d’eresia, entrambe le band sono particolarmente incostanti e, ad oggi, non sono ancora riusciti a trovare quel quid o quella quadra del proprio sound che li porterà ad un livello realmente superiore a quanto sono. Entrambe sono riconoscibili, entrambe sono riuscite a ritagliarsi un posto di riguardo nel pantheon delle band più citate nelle conversazioni metallare, pur rischiando sempre di trovarsi in una situazione di precarietà compositiva che ha portato i Behemoth a far uscire il loro vero capolavoro (ancora insuperato) in The Satanist, per poi ritornare a creare i classici dischi dove ti ricordi tre pezzi e il resto saluti e gira la ruota; mentre gli Hipocrisy dopo alcuni anni di buona forma, diciamo fino all’arrivo del 2000, hanno poi alternato cose brutte (Virus) a cose fatte meglio, ma senza mai realmente farti esclamare “cristo se spaccano“.
Se pensate che sta partendo la stroncatura vi sbagliate, perché Worship rientra nella categoria dei dischi che funzionano. Non vi dico certo che lo metterò sul caminetto per celebrarlo ogni giorno con saturnali e orge mistiche, ma non è neanche un pezzo di letame. Questo perché il buon Peter ha, forse, capito che la ricetta per una buona canzone non sta (sempre) nel ficcarci dentro mille tastiere e che finir di scrivere un LP con la mano sinistra dopo aver registrato un paio di oneste, o addirittura buone, canzoni non è neanche un procedere lungimirante.
Worship è un LP moderno, intendo degli Hypocrisy moderni, e quindi si porta appresso tutti gli elementi che lo rendono tale, ma viene alleggerito di qualche fattore da orchite senza però perdere faccia e credibilità. Anzi, probabilmente aumentando un po’ il credito nei confronti dei fan che, dopo tanto patire, hanno finalmente un disco che è compatto, con dentro addirittura cose abbastanza brutali (la title-track inizia bene e ha tiro) e spazia su tutto il classico repertorio di colpi Hypocrisy, quindi mid-tempo più o meno melodici (Chemical Whore o We’re the Walking Dead) e “ballad” (Children of the Gray, ad esempio, funziona). Solo nella seconda metà del disco mi sembra di sentire un po’ di fiacca, ma niente di grave visto che Peter&Co. si riprendono veloci e tirano fuori un, buona, ballad (Bugs in the Net) e la conclusiva Gods of the Underground, canzone che all’inizio non mi aveva preso ma che poi si rivela una delle cose che vuoi riascoltare del disco.
Son serviti 8 anni di silenzio e svaghi per poter arrivare a Worship, un disco che funziona e che non ti vien voglia di scartare con l’etichetta “solito disco degli Hypocrisy, solo brutto“. Finalmente, bravo Peter.
[Zeus]


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