Cinquantenni coi baffi. Deep Purple – Machine Head (1972)

Sputo fuori immediatamente la cosa, almeno potete andare a farvi una birra se quello che dico vi scazza o continuare a leggere se proprio non riuscite ad andare a cagare bene. Della sacra triade dell’hard rock britannico, i Deep Purple sono la band che ascolto meno. E, se dovessi dire quale “mi piace meno”, Gillan e soci sono i favoriti nel pool. Non ci posso fare niente.
Adesso, per chi si è sentito toccato nel vivo, ci sono altre mille webzine dove leggere recensioni, per gli altri possiamo andare avanti.
Con l’affermazione che i Deep Purple siano il gruppo inglese hard rock che mi piace meno del trio fondamentale per la cultura musicale di ogni singolo essere umano vivente non sto dicendo che mi fanno cagare e neanche che la loro influenza o importanza sia tutto meno che fondamentale. Il mio è un semplice giudizio di gusto e quanto suonano i Purple è un po’ lontano dalle mie coordinate musicali che, sempre e comunque, trovano sollievo nei riff di Iommi e dei suoi Black Sabbath. Questione di gusti e di campanilismo. E anche la lotta fra Led Zeppelin e Deep Purple viene vinta da Page&Plant.
Da qui il mio essere sempre restio nel trattare l’argomento Purple, perché al di fuori di certe canzoni e di certi dischi epocali senza se o ma, l’ascolto è, per me, tutt’altro che naturale. E sì che dal vivo sono una band di signori, come ho avuto modo di constatare personalmente in una serata travagliata in quel di Trento (una cosa tipo millemila anni fa, accompagnato all’epoca da quella vecchia carcassa di TheCrazyJester). In un contesto difficilissimo, con l’impianto che saltava ogni 3×2, i Purple hanno continuato il concerto con una professionalità stupefacente e con un’ironia non da poco, vedasi come si è presentato Ian Gillan sul palco… il suo corredo era ai limiti dell’imbarazzo, ma tanto lui è Gillan e quindi può farlo.
Vi giuro, dopo quel concerto i punti che Gillan&Co. hanno acquistato sono stati realmente tanti.
Se qualcuno, che è riuscito a durare fin qua prima di finire la carta igienica, si sta chiedendo che ne è della recensione di Machine Head, vorrei far notare che questo LP ha una cosa come 50 anni sulle spalle e non conoscerlo è cosa da DASPO. Anche solo perché contiene Smoke on the Water, sì questa canzone è contenuta su Machine Head e visto che quel riff è talmente conosciuto/abusato da essere “quasi irritante” è cosa buona e giusta almeno sapere da dove proviene. Poi forse, se non siete appena scesi dalle grotte di Marte, vi verrà anche la tentazione di sapere perché tutti, a buon ragione, si esaltano sentendo Highway Star e già sarete sulla buon strada e da qui è tutta salita, perché Machine Head è un disco che ti frega in molti modi. Non è un LP di semplice hard rock (ma quale lo era dei Deep Purple? Forse i primi, ma anche qua…), né un ascolto facile visto che il tempo che i vari musicisti passano a far assoli e jam session è decisamente elevato. Tanto che non è proprio buttato nel vento il concetto che Ian Gillan, su Machine Head, sia colui che, fra tutti, ha meno spazio e meno visibilità. Certo, su Smoke on the Water ci mette del suo e tenta dare grinta ad un testo “banalotto”, ma sembra non proprio ispiratissimo e quella visibilità che guadagna se la mangia Il Riff e quindi tanti saluti, mentre nel resto è un profluvio di jam e parti strumentali (sentitevi Lazy, che con la sua enorme impronta blues lascia pochissimo spazio alle parti vocali del singer britannico). Anche Blackmore, a parte quel riff che è il momento dove si sente in maniera evidente il suo tocco hard rock, lavora molto sottotraccia e si concede a beneficio della canzone, supportando il lavoro enorme della parte ritmica (Glover-Paice-Lord) e prendendosi il palcoscenico quando partono le jam session. La già citata Highway Star è esemplificativa del tutto, visto che Blackmore esce allo scoperto solo al quarto minuto della canzone e non passa di certo inosservato.
Non credo che ci sia molto da dire oltre su Machine Head, questo è un LP che, almeno una volta nella vita bisogna ascoltare, poi potete decidere se tenerlo in toto o estrapolarne delle canzoni – come ho fatto io, ad onor del vero-, ma è innegabile il suo valore e la sua impronta storica. Forse forse non sarà il miglior disco dei Deep Purple, ma è lassù in cima e con 50 primavere sulle spalle non smette di ispirare migliaia di ragazzi/e nei negozi di chitarre di tutto il mondo.
[Zeus]

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Armagedda – Svindeldjup Ättestup (2020)

Volevo recensirlo prima, Svindeldjup Ättestup degli Armagedda. Era nella lista delle cose da fare già da mesi, ma poi mi son preso il tempo di scrivere altre recensioni e ho rimandato, quando l’anno scorso l’ho riascoltato per “finalmente recensirlo”, ho visto che era uscito nel 2020 e quindi tanto ero già in ritardo e quindi sticazzi e l’ho rimandato ancora fino a… oggi. Imbarazzante, ok, ma il fatto è che Svindeldjup Ättestup non mi ha colpito realmente e non mi ha preso bene né prima né ora. Va bene la cover, bella e in linea con il suonato, e va bene che la registrazione è ad opera del tizio degli Mgla, ma il contenuto è quello che conta e dentro questo LP della band svedese, il primo dopo 15 anni di silenzio, non riesco a trovare così tanti highlights da giustificarne un ascolto immediato e una recensione con le lacrime agli occhi. Son passati troppi anni da Ond Spiritism: Djæfvvlens Skalder Anno Serpenti MMIV? Poca concentrazione o troppi stimoli musicali esterni? Voglia di rivalsa, di ribadire un proprio ruolo nella scena black metal svedese? Non so bene, visto che il duo Petterson – Graav (aiutato, alla batteria, da The Fall, mastermind dei Over The Void…, nonché membro attivo di Medico Peste, Mgla, Owls Woods Graves etc) si intestardisce nel procedere in maniera abbastanza compatta, giocando tutto il disco su ritmi che vanno dal lento al mid-tempo, aggiungendo alcune ottime linee melodiche e un buon spirito satanico nella voce, ma mancando di inserire spunti efficaci nei 48 minuti abbondanti di musica. Nel profondo, il quarto disco degli Armagedda è buio pesto, black metal di stampo classico, ma troppe tracce di perdono in sé stesse, tanto che dopo aver trovato un buon riff di chitarra (e ce ne sono, così come linee vocali o idee melodiche) i due chitarristi lo ripetono alla noia, sfinendomi con minutaggi troppo elevati per la qualità contenuta nel brano. Avessero tagliato qua e là alcune canzoni, ridotto l’effetto ridondante di certi riff portati avanti senza nerbo per tutta la canzone ed eliminato definitivamente l’inutile intro Det sjuttonde året, starei a parlare di un disco molto più interessante. La realtà, ahimè, è che Svindeldjup Ättestup è un disco mediocre, che ha il suo punto massimo nella seconda parte dell’LP ma è troppo poco per poterlo definire meglio di quello che è.
[Zeus]

Tommy Talamanca – Atopia (Nadir Music 2022)

Recensire questo lavoro è un po’ difficile ma allo stesso tempo stimolante.
Le cose da dire possono risultare banali e scontate ma chi scrive ci tiene a dirle. Tommy Talamanca non è sicuramente l’ultimo arrivato; è un ottimo chitarrista e adoro il suo stile nei Sadist. È un musicista completo, è un tecnico del suono, un produttore, dirige i Nadir Studios di Genova e vanta collaborazioni con molti artisti quindi ha molta esperienza in campo musicale. Il suo stile chitarristico è completo e mai banale, mescola differenti generi e differenti tecniche e le amalgama alla perfezione creando quel sound originale che è il suo marchio di fabbrica e che personalmente ho conosciuto prevalentemente con i Sadist.
Per quanto riguarda questo Atopia sono spiazzato e attratto allo stesso tempo. Probabilmente il buon Tommy voleva ottenere questo effetto con tale album in quanto i suoi lavori non sono per tutti e come scrissi già in sede di recensione di altri lavori con il suo gruppo principale, o piace o non piace, difficilmente c’è una via di mezzo. Per questo lavoro devo invece mettermi in discussione in quanto in fase di ascolto, ho provato momenti di soddisfazione e di assorbimento totale all’ascolto ed altri privi di coinvolgimento. Procedo quindi con analisi oggettiva e soggettiva di questo Atopia.
Dal punto di vista oggettivo, ci troviamo davanti ad un lavoro in cui il Metal è poco presente; lo si può trovare nella seconda traccia Darkling Glades e si può percepire che nel bagaglio chitarristico di Tommy Talamanca il metal c’è, ma in questo lavoro non è la componente fondamentale. Non si può rimanere indifferenti ad una song come The Crack che rimanda al Progressive anni ’70; come non entusiasmarsi all’ascolto di Anapestic Dimeter che riporta ai Cynic; eccellente il lavoro svolto in The Floating Space e assolutamente non male le cover completamente rivisitate dei suoi Sadist, Holy e Fog.
Gloria Rossi ha una buona voce che si amalgama alla perfezione al sound dell’album, soprattutto quanto la utilizza nei pezzi privi di testo. Il lavoro quindi tecnicamente non va criticato. Dal punto di vista soggettivo e puramente personale, come accennato poco fa, mi trovo a momenti assorbito e a momenti non coinvolto. Soggettivamente i pezzi appena elencati mi catturano e mi entusiasmano a pieno, facendomi assaporare pienamente il Tommy Talamanca originale, non scontato, imprevedibile e geniale. Non mi entusiasmano e non mi coinvolgono invece i pezzi cantati in cui la voce femminile rende song quali Get In, Get Through oppure The Flow delle canzoni sboccatamente pop e che sfociano quasi nel banale. Riformulo. Nulla da dire sulla performance vocale perché tra i miei ascolti ci sono anche band con voci femminili e Gloria Rossi fa un ottimo lavoro che come ho già detto si fonde alla perfezione con il sound, ma in questo particolare progetto non mi trasmette coinvolgimento. Probabilmente queste tracks possono piacere e rimanere in testa a chi preferisce le easy songs ma sinceramente, e personalmente, non mi colpiscono. Per concludere: un lavoro che dal punto di vista tecnico reputo super ma che per la parte vistosamente pop, seppure ben eseguita, reputo non coinvolgente.
[Girli]

Intorno al fuoco del campeggio. Alice in Chains – Sap (1992)

Sap degli Alice in Chais, che compie trent’anni proprio in questa giornata, non è mai stato uno dei miei ascolti quotidiani. Il motivo è semplice da spiegare: qualche mese dopo è uscito Dirt, uno dei dischi che ha contribuito a forgiare il mio gusto musicale e visto l’enorme numero di ascolti che ho dato al “fratello maggiore” è stato difficile dare spazio a questo EP che ho, senza troppe lacrime, accantonato e messo sotto la voce “più tardi lo riprendo” (cosa, peraltro, mai più fatta in maniera convinta).
Lo so, questo è un atteggiamento del minchia visto che qualche anno dopo mi son preso bene per Jar of Flies, ma quando ho recuperato quest’ultimo EP il grunge era ormai un ricordo fatto di cordite e cervella umane. Quindi quello che restava era “il resto” e una sorta di solitudine d’ascolto e questo ha portato ad una maggiore ricettività anche per dischi che, sbagliando, spesso ho considerato minori.
Nel 1992 recuperare un disco o un EP era operazione improba, visto che non c’era nessuna possibilità di pre-ascolti su YouTube o Spotify o anche solo i soldi da spendere. Quindi è stato meglio concentrarsi su altri LP (Nevermind) e lasciare nel buco nero roba come Sap.
Adesso che lo recupero mi accorgo che la qualità contenuta in Sap è oggettivamente medio-alta, ma non è riuscita ad esaltarmi come quando ritrovi 10 Euro dimenticati nelle tasche dei bermuda estivi. Le vaghissime divagazioni roots di Right Turn, che anticipano in un certo senso la direzione del Mark Lanegan solista, sono di buona qualità, ma il resto non riesce a far breccia. Brother non è proprio male, anzi è bella, ma Got Me Wrong non mi prende. Non fucilatemi per questo, succede.
Di certo piacerà a moltissimi, quindi recuperatelo e festeggiate i trent’anni di Sap, non è certo tempo buttato nel cesso.
[Zeus]

Che la terra ti sia lieve, Mark Lanegan (1964 – 2022)

© Zeus / TheMurderInn (2012)

Ieri sera mi son messo a letto, felice di finire una giornata pesante al lavoro e ancora più felice di mettere otto ore di sonno fra me e il prossimo sorgere del sole. Tutto bene, almeno fino a che l’altra metà del MayheM-Duo non mi comunica: “oh, ma lo sai che Mark Lanegan è morto?”. Ovviamente non me l’ha detto così, per ovvie ragioni linguistiche, ma il senso, tradotto, era questo.
Ancora oggi sono senza parole e, probabilmente, questo è un tentativo di mettere insieme due pensieri su un artisti che ha rappresentato molto per tantissimi anni della mia vita. La prima volta che l’ho sentito era il 1995? Una cosa di questo tipo, non posso certo dire di averlo trovato subito con gli Screaming Trees nei lontani Eighties, per questioni anagrafiche mi era difficile visto che anche se avessi voluto all’epoca non capivo realmente un cazzo di musica quindi come avrei potuto fare mio il malessere e la redenzione di Lanegan?
Solo dopo, quando l’adolescenza si è presentata alla porta e ha portato con sé tutto il possibile, compresa una sorta di “malinconia esistenziale e depressione ambulante” (non quella vera, brutta e pericolosa, ma quel Weltschmerz che fa vedere tutto un po’ più nero del solito), che ho apprezzato il singer americano. Era quello il momento in cui ho sentito che la sua voce, i suoi testi erano quello che cercavo, più di molte altre canzoni, più di molti altri generi, escluso il metal, il protometal, il grunge o l’hard rock, ovvio, questi erano il porto sicuro dove nascondermi e ringhiare verso il mondo.
Mark Lanegan, per moltissimi dischi, ha rappresentato il momento in cui il mondo tirava il freno a mano e potevo respirare un po’, perché lui cantava di sofferenza, problemi, amore e una sorta di fine salvifica che prima o poi riuscirà a tirarci fuori da una situazione temibile. Non sempre, ma succede. Mark Lanegan mi faceva respirare, ecco. La sua voce, il timbro roco, fumoso, bruciato da mille sigarette e da altrettante tonnellate di droghe, era un toccasana per il sottoscritto.
Non lo conoscevano in molti all’epoca, nominare Lanegan in una conversazione ti faceva sentire imbecille, ancora di più che nominare gli Screaming Trees. Non era realmente cagato neanche dopo la collaborazione con i Queens of The Stone Age, giusto giusto un filo di più della completa disattenzione della gente. Perché potete venire a dire quello che volete, ma almeno fino al 2005 ai suoi concerti vedevi 50 persone forse e ve lo posso testimoniare perché post-Bubblegum, il primo disco come “band” e il primo passo verso una svolta che non ho mai capito realmente (a parte Blues Funeral), al concerto non ho visto l’esosa rissa di pubblico della domenica, quello che ti ricorda quanto Lanegan significhi per lui davanti a tartine vegan, aperitivo equosolidale e vestiti da 300 Euro rigorosamente fatti a mano da Impala addestrati allo scopo. Ed ero ad un festival (c’era anche Nick Oliveri e i suoi Mondo Generator, altro che, all’epoca, veniva cagato di striscio o meno), quindi la scusa non c’era.
In seguito hanno incominciato a seguirlo tutti, complice le collaborazioni fatte per tirar su soldi e pagarsi la droga e i debiti, facendo diventare Mark Lanegan il personaggio pubblico che adesso tutti rimpiangono di non aver visto, di aver conosciuto o chissà cosa. Lo so, a sua improvvisa morte li avrà colpiti e non pretendo di capire la profondità “della perdita”, ma per me Lanegan è Carnival, Shooting Gallery o One Way Street suonate quando la notte è buia e piena di pensieri.
Adesso il mondo è più vuoto e anche se, prima o poi, per molta gente la sua figura verrà rimpiazzata, come arista, come oggetto mediatico e forse anche come ricordo, per me è un buco che difficilmente verrà suturato. Non lo ascoltavo più molto, perché gli ultimi dischi mi facevano appena appena cagare (la svolta elettronica proprio non l’ho mai digerita appieno), ma sapere che era previsto un LP o un libro di Lanegan mi ha sempre tenuto sull’attenti, curioso e, se non altro, mi dava la scusa di tirar fuori un suo vecchio disco e chiudermi nel mio bozzolo.
Adesso il mondo è molto più povero, privato com’è di molti artisti e/o di persone che mi/ci hanno riscaldato l’anima o fatto compagnia raccontandoci storie, incubi e quant’altro. Forse questa notizia, che il 22.02.2022 Mark Lanegan è morto a 57 anni, mi fa presente la mia mortalità. Un terribile memento mori.
Mi son sempre chiesto come sia potuto sopravvivere fino ad oggi. Oggi mi chiedo come sia potuto morire così, e capisco ancora una volta che l’ironia della vita non ha mai fine.

P.S: Questa foto l’ho scattata nel 2012 a Milano, ormai la gente arrivava in massa ai suoi concerti, ma in uno scoppio di gratitudine gli ho chiesto di firmarmi Blues Funeral e l’ho ringraziato per aver cantato, inconsapevolmente, anche le difficoltà della mia vita.

Grazie Mark, che la terra ti sia lieve.
[Zeus]




Cannibal Corpse – Gore Obsessed (2002)

Lo dico chiaramente, così evito di partire con il piede sbagliato e di essere criticato a morte perché non capisco un cazzo di musica. La qual cosa è vera, sia chiaro, quindi le mie opinioni non dovrebbero neanche crearvi troppi grattacapi, prendetele per quello che sono: deliri di un tizio che scrive per TheMurderInn e viene pagato profumatamente per indottrinarvi nel modo sbagliato.
Dicevo? Ah sì, Gore Obsessed dei Cannibal Corpse è un ottimo disco, solo che ha un paio di pecche che lo mettono in una posizione strana nella discografia della band americana. Il primo problema, e non è neanche colpa sua, è che esce post-Bloodthirst e son cazzi vista la qualità di quel disco. Un disco che aveva dalla sua molte qualità, soprattutto l’essere riuscito a mettere insieme una tracklist compatta, cazzuta e senza filler o brutture. Pochissimi dischi della discografia dei Cannibal Corpse riescono a far questo. Gore Obsessed non parte male, forse un po’ lento con Savage Butchery (negli ultimi vent’anni comunque è migliorata alle mie orecchie) e Hatched to the Head (meno interessante) ma poi prosegue in crescendo. Nel 2002 i Cannibal Corpse non modificano di tanto l’attitudine del 1999, se nonché l’aggiornamento al passaggio di secolo ha portato con sé alcuni riff forse meno immediati o più “normali” e un pugno di canzoni meno impattanti (la citata Hatched to the Head e When Death Replaces Life, che scrivo di getto, con quest’ultima “solo carina”). Il disco però poi fa la voce grossa: Pit of Zombies, Sanded Faceless o Compelled to Lacerate spaccano, la ripetitività psicotica di Dormant Bodies Bursting è efficace nel rimanerti in testa e non ci sono vere cadute di tono anche quando i tempi rallentano come su Hung and Bled.
In secondo luogo, e anche qua il discorso è relativo e quindi prendetelo cum grano salis, è il fattore produzione: preferite un suono più corposo o un più secco? A seconda della risposta, vedete anche voi se avete un problema con quanto state ascoltando. Grazie a, o per colpa di, Neil Kernon, Gore Obsessed ha con un sound abbastanza secco e preciso, che si scosta in maniera sensibile da quanto fatto da Richardson sul precedente LP.
A me non dispiace, visto che poi la stessa accoppiata Cannibal Corpse – Kernon la ritroverò anche su The Wretched Spawn, disco che mi piace e che ho ascoltato più volte di questo del 2002, ma è questione di gusti: e su alcuni particolari si fondano le memorie e il numero di ascolti.
Ammetto serenamente che nel 2000 ho ascoltato questo LP meno di quanto avrebbe meritato, ma era schiacciato fra Bloodthirst e The Wretched Spawn e solo con il passare del tempo sono riuscito a dargli quella posizione che si merita nella discografia del post-Vile. Per una questione di ascolti, di tempo passato e di alcuni valori affettivi, Gore Obsessed rimane ancora oggi il fratello minore dei due dischi sopracitati, ma è riuscito finalmente ad emergere per quello che era, ed è tutt’ora: un disco che avanza senza pietà per 38 minuti abbondanti e, pur zoppicando qua e là, ha una compattezza e una qualità media superiore a Gallery of Suicide – forse uno degli LP più incostanti della discografia dei Cannibal Corpse con Corpsegrinder al microfono.
[Zeus]

Septem – Pseudonica (Nadir Music – 2022)

Terzo lavoro in studio per gli spezzini Septem, band esistente dal 2003 e con all’attivo un promo e due album (Septem uscito nel 2013 e Living Storm nel 2016). Edito da Nadir Music, questo lavoro non può lasciare indifferenti per il lavoro tecnico compositivo che ci sta dietro e per le influenze che si possono trovare al suo interno. Naturalmente con influenze non si intendono scopiazzature in quanto la band le dosa sapientemente e le arricchisce di originalità. Personalmente percepisco molto forte la componente power metal ma non mancano assolutamente le influenze Iron Maiden, i richiami ai Nevermore, le venature di matrice prog-metal e una spruzzatina di Childeren Of Bodom. La voce di Daniele Armanini, che al sottoscritto ricorda molto la voce di Kai Hansen, non è potentissima ma è ottima e versatile e si sposa alla perfezione con il sound della band, supportata a volte dalla voce gutturale di Luca Riggio, come in Devil In Disguise. Tutto sommato l’album scorre velocemente ed è perfettamente assimilabile e godibile in ogni suo aspetto. Degno di nota il lavoro di produzione svolto dalle esperte mani di Tommy Talamanca (Sadist) ai Nadir Studios di Genova, che con la sua esperienza ha trovato il giusto sound per un lavoro di questo tipo.
Facendo una breve analisi track by track, si parte con The Other Side dal giro di chitarra che ricorda la stupenda Wasted Years di maideniana memoria per poi proseguire nello sviluppo del brano dal ritornello facilmente assimilabile. La successiva Blood and Soul è diretta e di impatto ed è il tipico pezzo da headbanging; un’introduzione di basso ci conduce a ‘Man on the Bridge’, tipica heavy track con molteplici cambi di tempo e con un ottimo lavoro di doppia cassa.
Un atmosferico arpeggio di chitarra fa da intro a quella che secondo me è il pezzo più completo, ovvero
Sa Femmina Accabadora. Qui siamo in presenza di una song di otto minuti che non annoia per nulla grazie alla sua varietà, completata da assoli di chitarra strepitosi. Si arriva alla title-track e dal vivo il pogo è assicurato con una parte centrale degna di nota. The Lust Within è il classico pezzo da ascoltare con corna alzate e che personalmente mi fa sperare di avere prima o poi l’occasione di godermi questa grande band. Si arriva quindi alla già citata Devil In Disguise in cui la voce gutturale di Luca Riggio entra in scena e si scontra con la struttura melodica del brano.
Se piacciono le ballad e il sottoscritto non le disdegna, non può lasciare indifferenti Call Of Love, una song che può sembrare fuori posto in un lavoro di questo tipo ma che secondo me fa un po’ prendere una pausa per poi condurre al delirio finale della conclusiva The North Star con il suo riffing stoppato che si amalgama con le melodie e la completezza di questo pezzo conclusivo.
Per concludere, Pseudonica è un lavoro interessante che probabilmente ha bisogno di essere ascoltato un po’ di volte per essere assimilato completamente ma che sicuramente merita di essere acquistato.
[Girli]

Tiamat – Judas Christ (2002)

Scatta il 2000 e i Tiamat si lanciano senza pensieri verso un burrone creativo senza fine. Già con Skeleton Skeletron avevo odorato qualche cosa e nella recensione son stato anche piuttosto secco e “brutale”, finendo poi per rimangiarmi un po’ del mio fiele e ascoltarmi Brighter Than a Thousand Sun non so quante volte. Però è indubbio che la qualità di quanto prodotto dai Tiamat sia scesa senza possibilità alcuna di smentita e Judas Christ è semplicemente la cartina tornasole di una band che ha cambiato definitivamente pelle. Gothic Rock e tendenze darkwave/synthwave o chissà cosa? Sì, ma è proprio il risultato finale che non sempre gira al meglio. Questo mi rende difficile riascoltare questo LP ripetizione. Le canzoni mi restano raramente in testa e, seppur prodotte e suonate in maniera competente, ho sempre la sensazione che ci sia qualcosa che manca.
Ovvio, i Tiamat nel 2002 sono in piena sbornia gothic rock che, nella seconda metà degli anni ’90, funzionava senza problemi e veniva abbracciata da una squadriglia di band dal background più che mai disparato. Lo dico fin da subito, quello era un modo di suonare che aveva un senso e, in molti casi, è stato anche il modo per arrivare ad un pubblico più grande rispetto a quello del metal estremo in cui solitamente viaggiavano. Però quel gothic rock si è sgonfiato nel giro di due/tre anni, perdendo attrattiva e/o andando a saturare il mercato in maniera così consistente da farti sboccare mentre ascoltavi l’ennesimo gruppo che tentava in tutti i modi di rimanerci dentro, prorogando all’infinito una sclerotizzazione ormai avanzata. Trovandosi su un terreno difficile, scivoloso se vogliamo, molte band hanno capito che era tempo di salutare il grande pubblico, mai o solo parzialmente realmente raggiunto, e di ritornare a “casa” ripudiando quel tentativo di arrivare a guadagnare soldi e passaggi su MTV per tornare a suonare metal. I Tiamat non si fanno problemi ad accentuare ancora di più l’elemento gotico nel loro modo di suonare, aggiungendo anche tratti “wave” e diventando una band da pomicioni, da gothic lolitas e da un certo riflusso gastrico dopo un numero contenutissimo di ascolti.
Detto questo, a vent’anni di distanza posso dire che Judas Christ non è brutto in senso stretto, perché i Tiamat, pur sbragando e non essendo più quello che erano, hanno ancora delle cartucce da sparare e nel 2002 le fanno esplodere. Ed è un peccato che all’epoca i Edlund e soci non tanto costanti e consistenti sotto l’aspetto del songwriting, quanto fatto con le lyrics (So Much for Suicide, ma molte altre meritano altrettanto).
Pur non sempre e non al 100%, ancora oggi un 50/60% del disco funziona, specialmente la doppietta iniziale e quella finale (Too Far Gone avrebbe meritato un posto un po’ più in alto) o Love Is as Good as Soma (forse leggermente lunga, ma baciata da ottime lyrics che passano inosservate sotto un substrato musicale “leggero”: I wanna crush all bones in you/Cause I’ve got nothing better to you); mentre altre canzoni o sono un po’ troppo zuccherose (Vote for Love) o discrete ma senza quid (I Am in Love With Myself, Angel Holograms) o semplicemente brutte e basta (Spine).
Judas Christ è da riascoltare? Sì, anche se lo dico a denti stretti e con un po’ di vergogna, visto che all’inizio di questa recensione pensavo di doverlo stroncare di brutto. Invece non è così, perché pur facendomi rimpiangere i Tiamat che furono, Judas Christ è un disco che funziona più volte di quante mi sarei aspettato e, pur portandosi appresso diversi difetti e una puzza di inizio 2000, riesce ad essere molto meglio di quanto verrà nel corso dei 10 anni successivi.
[Zeus]


Raven Throne – Viartannie (2020)

Ho scoperto i Raven Throne praticamente per caso, probabilmente leggendo un articolo sui Rotting Christ e sul fatto che Sakis si è portato questa band bielorussa in tour. E io, signore e signori, un credito al buon Sakis Tolis glielo do, anche fosse una minaccia con tanto di testa di cavallo da parte dell’agenzia di booking/casa discografica di portarsi questa band in giro. Secondo Metal Archives, i Raven Throne sono sotto Non Serviam Records, ma l’ultimo disco è uscito in maniera indipendente quindi probabilmente l’etichetta olandese o è rimasta silente o Metal Archives non è stato aggiornato di recente. Fatto sta che Viartannie è uscito due anni fa e solo oggi appare su queste pagine grazie alla potenza di Spotify e del fatto che non mi son ancora rincoglionito di brutto a giochicchiare con Soundtrap e tutte le possibilità di fare sfaceli musicali senza averne il minimo talento.
I Raven Throne, invece, di talento ne hanno. Sette canzoni di moderno atmospheric black metal, in cui la connotazione atmospheric è abbastanza spinta e votata ad un approccio elettronico e cibernetico che tanto contrasta con la cover art abbastanza “naturalistica”. In ogni caso, il risultato finale è un disco che ha molti spunti da offrire, pur giocando un po’ sul sicuro quando puntano più sul black metal che sulle atmosfere sinistre e lugubri. Ci sono diversi buoni riff, siano essi freddi e ronzanti o puliti e melodici , ma le strutture delle canzoni hanno una certa ridondanza, giocando su pochissimi riff, spesso basilari, ma la parte del leone la fanno le tastiere e le orchestrazioni (Niabačnyja nici zimy). La voce di War Head è convincente, uno scream sporcato da operazioni postume da studio per renderlo ancora più gravido di minaccia, mentre il reparto ritmico fa il suo lavoro senza strafare: quindi linee di basso ben udibili e funzionali e un drum-kit che gioca su tensione e rilascio d’energia con scorribande in doppia.
I Raven Thorne si tengono stretti e solo sulla cupa Miortvaja spadčyna superano i canonici 5/6 minuti, mentre sulla title-track (Viartańnie) riescono forse a creare uno dei momenti da headbanging totale, con un riff semplicissimo ma talmente efficace che ti vien da tornare indietro e riascoltarlo da capo e guai se qualcuno te lo porta via parlandoci sopra inutilmente… la punizione son sonore randellate.
I Raven Throne di Viartannie non inventeranno niente, ci mancherebbe altro, si è già sentito tutto, ma la qualità dentro questi 39 minuti è abbastanza alta da farti venir voglia di tenerli in considerazione per il loro prossimo tour – se mai questo concetto (tour) sarà ancora vero nel futuro prossimo.
[Zeus]

Darkwoods My Betrothed – Angel of Carnage Unleashed (2021)

Se vi dico Darkwoods My Betrothed voi cosa mi rispondete? E se scrivo Tuomas Holopaines? Incominciano a tremarvi le gambe o saltate sul lettone con la coppa di gelato alla fragola, le gambette che si muovo frenetiche nell’aria e lo sguardo con i cuoricini?
Parto con ordine, visto che con i finnici Darkwoods My Betrothed stiamo parlando di una band attiva dal 1994 (il demo Dark Aureoles Gathering è datato proprio in quel periodo storico) e con una prima release già nel 1995: Heirs of the Northstar. Non sono neanche degli ultimi arrivati, anche se dopo il 1998 la loro attività è decaduta e si sono registrati solo due split e silenzio fino all’anno scorso. Per quanto riguarda il secondo, invece, dovete sapere che è invischiato nei Darkwood My Betrothed come guest fino al 1998 e adesso come membro ufficiale da molto prima di essere mente, creatore, padre e padrone della multinazionale chiamata Nightwish.
Però non dovete fare l’errore di credere che i Darkwoods My Betrothed, grazie al duetto Ctrl+C – Ctrl+V, suonino una cosa come la band principale di Holopainen, tutt’altro. I finnici suonano black metal, con diversi tratti sinfonici e alcune derive quasi pagan, ma non sordo a badilate estremamente violente e feroci. Le tastiere di Tuomas sono molte volte nelle retrovie e quindi rimane solo un furioso concentrato di blast-beat veloci e riffing freddi e cattivi (Massacre), ma quando si prendono lo spazio necessario per risaltare non è raro che il risultato finale sia effettivamente di buon gusto, anche se ricorda un po’ troppo certe cose dei Dimmu Borgir del periodo acchiappone. Vorrei tanto sparare a zero su Holopainen e mettermi le stellette da generale trve satanic black metal, ma le orchestrazioni ci stanno sia quando sono solo sottofondo (In Evil, Sickness and in Grief ha un tocco molto Dimmu Borgir), sia quando escono allo scoperto. Certo, si può accusare la band di usarle a volte in maniera un po’ stucchevole, ma niente che band come i norvegesi, i Cradle of Filth o anche i Carach Angren non abbiano già fatto.
Pur girando bene, su Angel of Carnage Unleashed ho anche qualche appunto: le canzoni sono un filino troppo lunghe e spesso sono arrivato al punto di chiedere un po’ di respiro dopo i 7/8 minuti del brano, di cui almeno 1/2 di troppo. Poi una considerazione personale, Emperor Nattasett, che si divide fra singer e chitarra ritmica, non sempre riesce a prendermi. Quando tutto fila dritto, il suo scream è efficace, velenoso e cattivo, con alcuni accenti che arrivano a ricordarmi, qua e là, quelli di Attila Csihar dei Mayhem o Shagrath, ma non è il miglior clean singer in assoluto e spesso quando si avventura sulle tonalità pagan/viking mi cadono un po’ le palle (Murktide and Midnight Sun non è brutta, ma non mi piglia sempre bene).
Ammetto candidamente che sono giorni che vorrei tirar badilate di letame su In Thrall to Ironskull’s Heart, ma ad essere onesti non ce la faccio con la convinzione che avevo ai primi ascolti. Questo perché la canzone, im Großen und Ganzen, non è brutta. Certo parte con il tachimetro delle mie palle che girano veloci visto che sembra una ballad acustica per cuori dolci, ma poi cresce fino a diventare una sorta di gang-bang fra Manowar e black metal, con le clean vocals un filino meglio che su altre tracce, pur continuando a sembrarmi cantate con la bocca piena, ma poi partono con un riff tanto semplice e scontato quanto da headbanging e subito mi parte anche un vago senso di vero fomento.
Se siete appassionati del symphonic black metal, non posso che consigliarvi Angel of Carnage Unleashed, disco che riporta i Darkwoods My Betrothed sotto i riflettori dopo anni di assenza. Ovvio, la presenza di Tuomas Holopainen facilita un po’ la visibilità, pur non prendendosi la ribalta, ma è una band che cammina con le proprie gambe e, senza nascondersi, ha scritto un disco valido e piacevole da ascoltare. Non sarà perfetto e di certo non è groundbreaking o chissà quale aggettivo potreste attaccargli, ma ha buone parti black metal e anche un comparto symphonic ben fatto. In questi anni è già qualcosa.
[Zeus]