Sakis Tolis – Among the Fires of Hell (2022)

Voglio essere totalmente sincero e fanculo all’obbiettività della recensione. I primi due singoli del disco solista di Sakis Tolis mi avevano messo una discreta depressione, due pezzi che non erano altro che B-side mai uscite degli ultimi due dischi dei Rotting Christ e Ad Astra che, ancora oggi, è fra le tre la “migliore” e diciamo già tutto. L’attesa del debutto da “solista”, le virgolette ci stanno perché tanto che differenza fa un disco solista di Sakis ed uno dei Rotting Christ dove lo stesso Sakis scrive comunque tutto?, mi ha lasciato particolarmente perplesso e dubbioso su quanto aspettarmi.
Lo so da un bel po’ di tempo che Sakis non ha più la grandissima ispirazione di un tempo e sempre più spesso pesca nella propria discografia per riempire buchi e riff mancanti, ma questo non ha mai stoppato il mio amore verso i Rotting Christ, pur riconoscendogli una difficoltà crescente nel proporre qualcosa di eccitante da 5/6 anni a questa parte – infatti Rituals era ancora un disco molto interessante.
In edizione solista, questa operazione CtrlC+CtrlV è ancora più accentuata, lasciando pochissime chance di trovare riff nuovi, idee nuove e/o un LP da definire bello o duraturo. La tanto declamata virata verso “il periodo gothic” dei Rotting Christ è operazione che trae in inganno, visto che quanto esce fuori da Among the Fires of Hell è solo disco piatto, con dentro sì richiami più che logici ai Rotting Christ (We the Fallen Angels piglia il riff di The Sons of Hell B-side di The Heretics, idem dicasi per The Dawn of the New Age e la lista non finisce qua), ma mancano tutte della capacità di a) tirarsi via la sensazione di essere uno scarto della band principale e b) emergere dalla media di un LP in fin dei conti poco interessante.
Guardate l’ironia di Nocturnal Hecate, cover dei greci Daemonia Nymphe. Il pezzo è interpretato con la stessa ritualistica cadenza di Χ ξ ς’ (666) presente su Κατά τον δαίμονα εαυτού del 2013. Il fatto imbarazzante è che allora è la stessa 666 ad essere un mezzo plagio dei Daemonia Nymphe, senza nessuna nota di merito. La questione è sinceramente intricata.
Il problema è che tutto il disco ti lascia questa sensazione di già sentito, forse con l’esclusione di Live with Passion (Die with Honour), canzone che comunque procede uguale a sé stessa per tutti i 5 minuti prima di avere un piccolo highlight nel semplice solo melodico.
Al che mi chiedo, ma c’era realmente bisogno di Among the Fires of Hell? Intendiamoci, il mainman greco è ancora capace di farti scapocciare qua e là con quel mezzo riff rubacchiato/riciclato/suonato con la mano sinistra e il rispetto che si porta appresso è ancora immutato, ma non era meglio concentrarsi un po’ di più sull’evitare che il prossimo parto dei Rotting Christ sia una versione annacquata di The Heretics? O, in alternativa, non sarebbe stato meglio comporre come band, così da dividere l’onere (e l’onore) di ideare riff, melodie e tutto il resto?
Lo scambio di idee avrebbe forse, e dico forse, aiutato ad evitare quella pericolosa sensazione di stagnazione da cui, ormai, Sakis Tolis non riesce ad emergere.
Mi dispiace dirlo, perché è sempre un tormento doversi rendere artefici di una recensione in cui si stronca un disco di un artista che apprezzi molto, ma Among the Fires of Hell è francamente un disco debolissimo, per molti aspetti quasi inutile nel voler apparire diverso da quello che è: una mera antologia di brani di seconda/terza schiera dei Rotting Christ. Molti lo definirebbero inutile, per me è solo inconcludente, un’occasione persa, visto che dopo due ascolti ho capito il tenore del disco e non mi è venuta moltissima voglia di schiacciare play a ripetizione.
Comunque tanto rispetto per Sakis per averlo messo a disposizione gratis sulle piattaforme online. Non è da tutti e certi gesti li voglio premiare e sottolineare.
[Zeus]



Pubblicità

Ravenfield – Pain (2022)

I Ravenfield arrivano dalla Germania e Pain è il loro secondo full-lenght. La proposta musicale farà felici in primis coloro che apprezzano sonorità che vanno dal dark rock al gothic metal. Attraverso un songwriting diretto il quartetto si muove tra coordinate finlandesi, prendendo quanto c’è di buono in band come i Charon e i The 69 Eyes, passando poi per l’Inghilterra per cogliere ispirazione dai Paradise Lost del periodo pre One Second. 
La band ha dalla sua dei bravi musicisti e un cantante con un bel timbro e si muove tra atmosfere malinconiche, romantiche e decadenti senza dimenticare di metterci anche una bella carica, grazie a chitarre dal suono roccioso, riff incisivi e una sezione ritmica quadrata. 
Cantando di dolore, tristezza, rabbia (viste le influenze, ci siamo capiti), I Ravenfield attaccano con una tripletta, Fate to Hate – Obsession – Killer, convincente ed accattivante, per poi concedersi anche momenti più lenti ed introspettivi in un continuo alternarsi di emozioni. 
Pain è costituito da dieci pezzi in totale, una durata giusta vista anche la non eccessiva varietà della proposta, che scorrono via bene, è quel genere di musica perfetto per un viaggio in macchina in solitaria, coinvolgente e non impegnativo. 
[Lenny Verga]

Trentenni dimenticati, Tool – Opiate (1992)

Colgo l’occasione dell’uscita di Opiate2 per scrivere qualcosa sull’EP Opiate che, guarda caso, compie 30 anni proprio in marzo 2022. Che coincidenza, eh? Cose da mettere la tremarella a Paolo Fox e Adam Kadmon, o come si scrive.
Quanti conoscono questo EP? E parlo del metallaro “normale”, non del completista. Penso non troppi, visto che la vera popolarità dei Tool inizia ben più tardi, forse con Undertow, ma dubito sia così, visto che il vero salto di qualità in termine di visibilità viene fatto con Ænima e Lateralus. Anche per me Opiate è il fratello minore, quello che ascolto meno del resto perché mi trovo meglio col successivo Undertow, disco che contiene alcune tracce che ancora oggi mi emozionano abbastanza da tenere questo LP come piccolo gioiello tutto per me.
Il 1992 era però un’epoca diversa, piena com’era di quell’aria di alternative, di Lollapalooza, di concerti con la crema della musica alternativa composta dal grunge, dal funk-metal dei Red Hot Chili Peppers, i Jane’s Addiction, i Melvins e tutta quella schiera di gruppi che prima o poi avrebbero fatto il botto in classifica o che l’avevano già fatto. Nel 1992 il metal classico era ancora in stato di profondo shock dato dal Black Album dei Metallica e solo le frange estreme si distinguevano per aggressività, voglia di scardinare il sistema e violenza. Il resto? Sopravviveva andando a pescare nel grande bacino dell’alternative, dell’indie – genere che, all’epoca, non si era ancora sputtanato come adesso.
Nel 1992 i Tool erano una bestia molto diversa: i brani da 10 minuti non erano ancora in repertorio, anche se questo durerà ben poco e ben presto le canzoni aumenteranno di durata, cosa che fa di Opiate un LP che lavora sulla breve distanza, al massimo 5 minuti, sfruttando appieno la botta e l’energia dell’alternative metal. Nel 1992 non sono una band completamente diversa, i Tool sono riconoscibili in ogni singola traccia (Sweat o Hush o la title-track), ma la direzione musicale è ben lontana dalla cervellotica complessità che poi caratterizzerà il trentennio successivo.
Le scariche metalliche di Part of Me o delle tracce live registrate appositamente per questo EP finiranno per essere soppiantate dal gusto progressivo che continuerà ad aumentare fino a raggiungere complessità non (più) digeribili da tutti.
Questo è il motivo base per cui Opiate è un unicum nella discografia dei Tool, ha il tiro metallico che mai più emergerà così prepotente e così anche quell’attitudine da fuck you che, nella pur bella e raffinata Opiate2, è stata tolta per far spazio ai Tool progressivi.
[Zeus]



Report concerti – Calusco Rocks

Al mondo c’è sempre bisogno di qualcuno che prenda l’iniziativa, soprattutto a seguito di lunghi periodi di stallo, divieti, incertezze in cui ci si abitua a rinunciare, ad aspettare fino poi a perdere anche la voglia di fare e di reagire. Dopo due anni di continui impedimenti, cancellazioni e rinvii di qualsiasi tipo di evento musicale, qualcuno a Calusco d’Adda (BG) ha preso l’iniziativa ed ha organizzato una serata, un piccolo evento, a numero chiuso con posti limitati, ma è comunque un inizio. 
Un gruppo di appassionati ha cercato la location, ha montato un palco di tutto rispetto con attrezzatura professionale, ha allestito bar e cucina, proponendo tra l’altro prodotti locali, ha ingaggiato due band per la serata.  Ha anche prodotto dei portachiavi in metallo come souvenir. 
Per l’occasione hanno aperto la serata gli Un Gruppo, giovane band che propone la propria musica originale e che ho trovato molto divertente. Poi è stato il turno dei Sick Brain, cover band molto conosciuta dal repertorio immenso che ci ha intrattenuto per due ore abbondanti.
Per una volta non siamo qui a fare recensioni o reportage sulla musica, che comunque è stata ottima, ma a raccontare di quanto è stato bello poter vivere di nuovo un concerto, per quanto (relativamente) piccolo e vedere la gente divertirsi, sia sopra che sotto il palco, che dietro il bancone.
Al Calusco Rocks c’erano persone di tutte le età, tutte fan della musica rock nelle sue più varie sfaccettature, dai classici degli anni ’70 fino al metal estremo di oggi. C’erano anche tanti giovanissimi e bambini. Un evento che, nel rispetto di poche e semplici regole, ha dimostrato la voglia di ripartire, la voglia di fare, che se ne ha le palle piene di stare fermi a guardare e ad aspettare che succeda qualcosa. Un primo passo è stato fatto, adesso non bisogna fermarsi.
[Lenny Verga]

Ispirato dalla droga. Down – Down II: A Bustle in the Hedgerow (2002)

Cosa stavate facendo nel 2002, ve lo ricordate ancora? Io ero all’Università a godermi la vita senza problemi dello studente e cercando di metabolizzare alcuni fatti importanti della vita: che cazzo ci faccio all’università? Mi piace quello che studio? Cosa farò “da grande”? Quando finiscono le lezioni e si può andare al bar?
Questo perché i pensieri, all’epoca, erano complessi, ma la vita semplice. Adesso anche la vita è complessa, quindi rimpiango il periodo in cui almeno una delle cose scivolava via senza troppi intoppi. In termini strettamente musicali, e son certo di non essere stato il solo, mi stavo chiedendo che cazzo stava succedendo ai Pantera (allora ne ero proprio invasato, cosa che ne fa una delle band che amo): le notizie, e le interviste, post-2001 e Reinventing the Steel non erano proprio da lasciarmi con il sorriso stampato sulla faccia. In quel periodo quello che si sapeva era che Phil Anselmo aveva una grande passione (l’eroina e, in generale, ogni sostanza psicotropa) e poi un corollario di cose che facevano contenti anche i fan (la musica); mentre il duo Abbott era silenzioso e sperava, ancora e in maniera abbastanza naive, che il drogatone di New Orleans si decidesse a ritornare sulla nave-madre. Phil, però, aveva il cucchiaio e l’ago in poppa e non si preoccupava di certo di questo piccolo particolare. Appena se ne resero conto, anche i fratelli Abbott si misero in proprio con alterne fortune musicali (i Damageplan sono, senza mezzi termini, una mezza cagata) e un’enorme sfortuna nella vita che ci priverà di Dimebag nel 2004.
Visto il silenzio dei Pantera e lo stallo messicano di Dimebag, Anselmo era libero come l’aria di proseguire su un percorso fatto di musica e totale sballo, ma contrariamente a quello che si potrebbe immaginare vedendo i progetti black metal da quattro soldi, il singer (ex) Pantera era realmente ispirato a bomba in quel periodo. Dei Superjoint Ritual parlerò nei prossimi mesi, mentre dei Down ne parlo oggi. Questo perché a partire dal 1999, più o meno in maniera silenziosa, Phil chiama a raccolta tutti i membri della band (dispersi nei vari gruppi di provenienza), comprensivo questa volta anche di Rex Brown, e incomincia a registrare il successore del fortunato NOLA.
Down II: A Bustle in the Hedgerow è l’equivalente di un’enorme sbronza assassina, in cui tutti i sogni fondono in un’enorme miscuglio fatto di blues, sludge, southern rock, Black Sabbath, Led Zeppelin e influenze cajun e del Delta del Mississippi. Ancora oggi è uno fra i miei dischi preferiti, pur non raggiungendo NOLA come piazzamento finale in un’ideale e mutevole lista dei dischi che mi porterei sulla fantomatica isola deserta. Il fatto è che NOLA l’ho voluto fortemente, cercato in maniera spasmodica e contiene una delle canzoni, per me, epocali: Stone the Crow (lo so, scelta banale, ma è qualcosa che va oltre il piacere di ascoltare una canzone… ma non serve che spiego questa cosa a voi che vivete e respirate metal). Down II viene dopo, per numero di ascolti e per importanza.
Forse anche per qualità generale, visto che è un LP “ostico” dal punto di vista della coesione, tanto che è difficile trovare un filo conduttore in un disco che procede con il passo dell’ubriaco in una serie di schegge musicali che virano sul blues (Learn from This Mistake, Lies, I Don’t Know What They Say But…), sludge, colonne sonore del Mardi Gras (Doobinterlude, Flambeaux’s Jamming with St. Aug) e chi più ne ha, più ne metta. Ancora oggi, a vent’anni di distanza, mi sento di dire che non tutti i brani sono superlativi, una The Man That Follow Hell o Stained Glass Cross soffrono il confronto con Lysergik Funeral Procession o Ghosts Along The Mississippi, ma non posso negare che Down II sia comunque un LP che cresce con il tempo e con il procedere della tracklist.
Phil Anselmo è praticamente on fire e firma tutte le canzoni come compositore (o come co-compositore), sfoggiando un songwriting che, da lì in avanti, avremo difficoltà a rivedere (Landing on the Mountains of Meggido è a firma sua e stupisce vederne la “complessità” rispetto a quanto poi mostrato negli anni successivi). Nel 2002, però, tutti i musicisti dei Down sono su altissimi livelli, alcolici, di droga e di songwriting, lasciando un segno indelebile sull’ultimo vero grande disco dei Down. Loro ne scriveranno ancora di dischi, ad oggi l’ultimo vagito è del 2014 ma non sono proprio una delle formazioni più attive nel campo musicale, ma quanto partorito nei primi due LP è, e rimarrà, una vetta inarrivabile. Sarebbe ingiusto da parte mia negare che dal 2007 in avanti gli album siano brutti, cosa che non sono, solo che ad ognuno di essi mancherà sempre una componente importante che posso ritrovare nell’innocente irruenza di Nola o nell’irrequieta genialità alcolica di Down II.
28 giorni di musica, droghe, alcol e vita in comune in una casa dispersa nelle paludi della Louisiana hanno prodotto uno dei dischi che, nella sua pesante stravaganza psichedelica e drogata, meglio descrive il suono dello sludge di New Orleans ad inizio del 2000.
[Zeus]


Mannhai – Evil Under The Sun (2002)

Se non avete mai sentito parlare dei Mannhai non fatevene un cruccio, non si può sapere tutto e poi la band finnica non è stata proprio la più attiva in assoluto negli ultimi 15 anni. L’ultimo vagito in studio è datato 2006 con Hellroad Cavaran che vedeva ben due ex-Amorphis al suo interno (Pasi Koskinen è ancora ex, mentre Olli-Pekka “Oppu” Laine è ritornato all’ovile in occasione di Queen of Time).
Nel 2002, ovvero sia ad un anno dall’esordio The Sons of Yesterday’s Black Grouse e pochi anni dopo la fondazione, era il solo Oppu ad essere nella band e i Mannhai erano una delle tantissime band uscite dalla Finladia. Evil Under The Sun del 2002 è stoner classico, quello palla lunga e pedalare con dentro sparute cose vagamente psichedeliche, ma in nuce è un prodotto “da auto” (Spiritraiser o l’iniziale Laugh like Insane) e non come soundtrack mentre ti spari un cannone da chilo. Ci sono i riff pesanti e circolari, con tanto fuzz e un basso bello pesante, quindi in pratica l’ABC di quanto ci si aspetta da una formazione di genere.
Bella la voce di Jani ”Joanitor” Muurinen, proveniente dagli Xysma, che pur mantenendosi sulle coordinate tipiche ha comunque un timbro caldo e spesso è il punto forte di tutto il disco, visto che il riffing è quantomeno basilare, così come è decisamente piatta la batteria.
Evil Under The Sun non rivoluziona niente in termini musicali e quando non cita i Kyuss o una delle mille band in cui milita John Garcia (la title-track è praticamente composta con in testa il singer americano), i riferimenti si possono rintracciare anche negli Orange Goblin e via dicendo.
I Mannhai erano/sono di certo uno spasso per i musicisti presenti e sono uno di quei gruppi che popolano il ventre molle dello stoner più canonico. Evil Under The Sun, da parte sua, non era fondamentale nel 2002 e non ha acquistato punti con il tempo, incapace com’era di reale indipendenza sonora e con una tracklist con diversi pezzi deboli di troppo. Nonostante gli “evidenti difetti” e l’essere smaccatamente derivativo, ho riascoltato Evil Under The Sun senza patemi d’animo ma me lo sono dimenticato altrettanto velocemente.
[Zeus]


L’ultimo esempio di black metal? Taake – Over Bjoergvin graater himmerik (2002)

Ho già parlato dell’importanza i Nattestid ser porten vid e non mi rimangio una singola parola scritta in quella recensione, correggerei solo il fatto che i Taake, e Høst in particolare, è sì attento a rimanere nella tradizione black metal delle origini, ma è capace di rimaneggiarla tanto da farla un prodotto proprio e non un mero collage di esperienze altrui. Corretto il correggibile, giungo a questo secondo ventennale dei Taake e precisamente Over Bjoergvin graater himmerik del 2002. La fine del black metal storico è stata sancita verso la fine del 1990, donandoci gli ultimi dischi di black metal “sensato” proprio nell’ultimo anno di vita del secolo scorso. Il 2000 ha portato modifiche e la sensazione che, il metallo nero, ha smesso di essere quella forza propulsiva, iconoclasta, che era un tempo per assumere altre forme, forse non sbagliate, ma di rielaborazione di un dogma già segnato. Non creazione, ma rielaborazione. Una sorta di “guardare indietro con ostinazione” per tentare di andare avanti, di mantenere una rotta, ma i dischi black metal delle origini, quelli della second wave se vogliamo restringere il campo, avevano altra attitudine e come potete capire questo è una differenza notevole.
Detto questo, dove si colloca Over Bjoergvin graater himmerik allora? Essendo un LP del 2000 e tenendo del ragionamento di cui sopra, dovrei prenderlo e ficcarlo a forza nella rielaborazione del già fatto. Cosa, ad onor del vero, corretta in parte, ma… ecco che arriva il ma e con questo posso dire senza problemi che il secondo disco dei Taake non è possibile farlo rientrare in questo stretto recinto. All’epoca Høst non era ancora arrivato a trovare nel black’n’roll una forza propulsiva della propria musica (Hordaland doedskvad del 2005), quindi Over Bjoergvin graater himmerik è possibile definirlo l’ultimo LP che parla la lingua del black metal degli esordi.
Quello che è certo, è che Over Bjoergvin graater himmerik non era, e non è adesso, un disco di facile ascolto: è un LP vagamente schizofrenico e l’irrequietezza nel riffing che lo rendono cervellotico da ascoltare, ma questo ascolto più attento viene ripagato da una profondità d’ascolto che mi piace. Ammetto, pur cospargendomi la testa di cenere, che in alcuni momenti il modo di comporre di Hoest mi fa saltare un po’ i nervi, visto che sembra si sia semplicemente stufato del (buon) riff che aveva fra le mani per attaccargli, in maniera posticcia, una seconda parte, una linea di chitarra che guarda ad altro genere (punk, rock etc etc ovviamente rielaborato), una linea melodica diversa o chissà che cosa.
Tralasciando questo effetto che ha su di me, Over Bjoergvin graater himmerik è un disco che ha innegabilmente un suo sound, ha una sua dignità autonoma nel contesto black metal e che, con il tempo, acquista paradossalmente una coerenza tutta sua. Sentitevi I, che detta un po’ il ritmo del secondo LP della band norvegese, e poi una traccia come inizia V, che è altrettanto esemplificativa del concetto; quest’ultima è innegabilmente Taake, con quei riff ghiacciati ma con quella sottile linea melodica, ma poi si tramuta in qualcosa di tutto suo intorno alla metà del brano, per infine ripartire con un finale “più black metal”. In pratica son quasi tre canzoni collegate, sì con una certa perversa logica, ma pur sempre compresse in una singola traccia.
Se poi il tripudio di riff e/o pattern di batteria ad opera di Mutt, già con i Trelldom, non vi basta e volete ancora più elementi su cui indulgere, eccovi serviti il pianoforte in VI (o nella conclusiva, e peraltro bella, traccia strumentale VII) o lo scacciapensieri su III. All’epoca il primo era già sdoganato, ma lo scacciapensieri non era nel registro del black del 2002; ok noi non lo sapevamo ancora ma poi farà di peggio e ci proporrà il banjo, ma anche questo è il futuro.
Vi giuro, è difficilissimo riprendere in mano Over Bjoergvin graater himmerik e dargli un quadro attuale, visto che già all’epoca era un disco complesso da ascoltare, con tantissima carne al fuoco e altrettante tante idee. Quello che è certo è che mi son trovato di fronte, a vent’anni di distanza, ad uno degli ultimi LP in cui si respirava l’aria dei primi anni ’90. Un black metal tutto suo, propulsivo, freddo, caotico e capace di spingersi avanti, pur mantenendosi dentro un quadro generale del norwegian black metal.
[Zeus]

La fine di ogni impero. Ghost – Impera (2022)

Possiamo discutere per ore, ma ormai le nuove uscite dei Ghost sono attese alla stregua dei gruppi con molta più storia alle spalle. Nel giro di 13 anni, Tobias Forge, capo e dittatore dei Ghost, ha portato la band dall’essere un gruppo culto della Rise Above fino a riempire gli stadi ed essere promosso dalla “sconosciuta” Loma Vista Recording (creatura dell’ex CEO della Warner Bros, quindi non proprio l’ultimo degli stronzi). Non mi son mai risparmiato in critiche ai Ghost, anche se con il tempo le invettive sono diventate meno brutali e il motivo è, forse, il fatto che la band svedese ha finalmente fatto il passo che tutti si aspettavano facesse e io con loro: basta venature doom-rock, basta con quel sentore anni ’70 che aveva un filo di paraculo, e dentro a tutto gas negli anni ’80.
Il passaggio di decennio era già stato fatto, dapprima lentamente su Meliora, poi con più audacia su Prequelle e sugli EP che son usciti nel frattempo. Impera, uscito quest’anno e anticipato da un paio di singoli, è un tuffo nell’AOR eighties, nelle melodie, nelle chitarrone pulitissime e grosse da stadio, ma pur sempre con uno sguardo sbilenco verso i Blue Oyster Cult e altre realtà meno “mainstream”. Anche il tema cambia leggermente, virando dal classico satanismo da salotto buono ad una riflessione contemporanea sul finire degli imperi, sulla caducità in generale, inserendoci un soffuso sentimento steampunk (la cover art riprende la foto di Crowley e la adatta al concept Ghost) e un non meglio identificato sguardo verso un futuro della band.
Impera è lo stacco netto dal passato e un primo passo verso un qualcosa che li porterà alla piena visibilità mainstream, all’ascolto casuale anche per il non-metallaro e l’essere recepiti come gruppo per tutti. Ma è così? Impera è privo di difetti e così limpido nelle melodie da aver aperto una strada?
Sto ascoltando questo disco in maniera quasi ossessiva e, play dopo play, la risposta è sempre la stessa: no, Impera è un disco che ha dentro tanti difetti quanti pregi. E non fatevi fregare dalle recensioni che lo esaltano in maniera sperticata, non è così.
Impera, e Tobias Forge anche se mi fa sempre strano parlare di band solista, parte bene con sei tracce che forse riescono a scardinare qualsiasi dubbio sulla ricevibilità generale della musica dei Ghost. Dei tre strumentali il solo Imperium mi piace, mentre sono le zaffate anni ’80, le melodie stra-orecchiabili, le sei corde che ti portano a fare air-guitar e la batteria che pompa di canzoni come Kaisarion o Spillways a farla da padrone. Call Me Little Sunshine e Hunter’s Moon restano a mio parere due singoli perfetti, depistanti forse ma con la prima talmente cheesy da farmi salire la glicemia, però Call Me Little Sunshine ha dentro ottime linee d’organo e dei chorus perfetti e ripetuti quanto basta da farteli cantare mentre caghi; confrontateli con il terzo (Twenties) e vedrete che ho ragione, visto che quest’ultimo è debole e vagamente fastidioso dopo breve tempo.
Il fantomatico lato A si chiude bene con una Watcher in the Sky capace di mischiare una base musicale più complessa con chorus sempliciotti, ripetuti a man bassa per tutto il corso della canzone, ed è forse l’ultimo pezzo realmente potente di Impera. Da questo punto in avanti mi sembra che l’equilibrio sia un po’ traballante. I due strumentali non sono niente di che, mentre Twenties è, come detto, irritante. Delle tre canzoni restanti ci sono molte cose salvabili e altre che vanno bene unicamente per un lato B, ma mancano di quel po’ di paraculaggine che ha fatto il lato A una bomba. Forse solo la conclusiva powerballad Respite on The Spitalfields riesce a contenere in egual misura tocchi dark (il basso in evidenza, linee vocali, le ritmiche di batteria e chitarra…) ed efficaci chorus tipici anni ’80, ma io reggo queste solo in misura contenuta quindi trovarmene due entro poche tracce mi prende un po’ male.
Impera è il punto d’arrivo e di partenza dell’evoluzione dei Ghost del 2020. Il mutamento di pelle è ormai avvenuto, lasciando che lo spirito da arena degli eighties sia il fulcro e l’ariete di sfondamento del proprio sound. Tobias Forge ha fatto diventare grande la sua creatura, sta a voi capire se tutti questi brillantini sono di vostro gradimento. L’aver accentuato la tamarraggine ha portato benefici, in Impera ci sono sempre più chorus da cantare con i compagni d’avventura, sempre più brani che ti ricordi, più canzoni che passeranno in rete/radio, ma è anche un rito di passaggio che fa scivolare i Ghost fuori dal radar degli hard-rocker/metallari per consegnarli al pubblico generalista… e sappiamo tutti quanti danni ha fatto/fa questo salto di carreggiata.
[Zeus]

Sarastus – The Deceased Dwell in Darkness (2019)

In un’epoca come questa, dove la capacità media di ascolto di un disco è diventata pari al singolo che sforna il vostro/nostro canale musicale preferito, dicasi Spotify, Amazon Music, Apple… chi più ne ha, più ne metta, il formato EP non è poi così balzano e lontano dalla realtà. Va bene che nel black metal, o nel metal in generale, questo tipo di uscite sulla breve distanza sono ancora nella norma, ma riuscire a condensare della musica originale in 20 minuti o poco più necessita di un notevole lavoro di scrematura.
A guardare bene, l’utilizzo dell’EP può essere diviso in tre posizioni contrastati: il primo è riservato a quelle band che ci buttano dentro un po’ di merda e la spacciano come cioccolata; il secondo è per i gruppi che lo utilizzano al posto del caro, vecchio singolo ante-Spotify e, visto che gli anni passano, insieme ad un’anteprima del prossimo LP lo gonfiano con un po’ di cover e qualche scarto vario ed eventuale; il terzo è per quelle band che lo vedono come opportunità.
I finnici Sarastus, a mio parere, hanno capito che un EP è un’opportunità e non una semplice perdita di tempo e di dignità, ecco perché The Deceased Dwell in Darkness mi piace. 18 minuti abbondanti di black metal onesto e misantropico, il cui solo momento di “pausa” è riservato ai pochi minuti di intermezzo strumentale che scavallano fra l’outro di The Dwindling Spiral (forse la canzone con il riff più melodico del lotto) e la successiva intro di Moribund Spirit, mentre per il resto si fa portavoce del verbo del metallo nero della terra dei mille laghi. The Deceased Dwell in Darkness ha diversi tocchi melodici, cosa che ci si può aspettare da certa scuola finnica, ma per evitare eventuali “ammorbidimenti” ci pensa lo screaming di Revenant (anche con i connazionali Sarkrista) a sputare veleno, riuscendo ad inserire un tocco di vera malattia e tormento nelle quattro canzoni della band di Oulu. Non male il lavoro alla chitarra di Vardøger, che si occupa anche di basso e batteria, il quale non si fa pregare nell’inserire più riff e melodie nelle proprie canzoni; certo, non sempre quello che suona è oro puro, ma quando azzecca il riff allora il pezzo spacca veramente.
I quattro pezzi The Deceased Dwell in Darkness non sono capolavori assoluti, ma hanno tutti un senso compiuto e, quello che più mi piace, sono cattivi e distillano odio senza soluzione di continuità.
Un buon EP in attesa del terzo disco.
[Zeus]

Intervista ai Black Oath

Un nuovo singolo uscito a fine gennaio annuncia il come back discografico dei Black Oath, band nostrana di assoluto valore e spessore. Il quinto full lenght uscirà ad aprile e le premesse sono già ottime. Per ingannare l’attesa, The Murder Inn ha intervistato la band. 

TMI: I Black Oath tornano con un nuovo full lenght a quattro anni di distanza dal precedente Behold the Abyss (una bomba di disco, lasciatemelo dire), ma nel frattempo non siete certo rimasti con le mani in mano, avete pubblicato un live, una raccolta di rarità ed un EP. Siete soddisfatti dei risultati raggiunti?

BO: Non possiamo lamentarci, abbiamo un discreto seguito e possiamo confidare nel supporto di fans che ci permettono di continuare ad incidere e suonare live in più stati europei.

TMI: Immagino che il 2021 sia stato l’anno dedicato alla composizione del nuovo materiale. Quanto tempo avete impiegato?

BO: A differenza delle altre volte, dove avevamo un ritmo più costante in sala prove, questa volta abbiamo composto e registrato in contemporanea. Avevamo lo studio prenotato e i pezzi non ancora finiti. Quindi il tutto è venuto fuori in modo molto spontaneo. I testi per esempio sono stati scritti la sera prima di dover incidere le voci. Così come molti degli arrangiamenti e assoli, quasi improvvisati in studio. 

TMI: Questi due anni di stop forzato per la musica dal vivo e la situazione che stiamo vivendo hanno influito sul songwriting?

BO: Assolutamente no. Componiamo quando sentiamo che il momento sia quello giusto. Pandemia o meno.

TMI: Come avete vissuto questo periodo? In molti hanno sofferto di un blocco creativo, invece voi siete riusciti a comporre e registrare. È stata più dura del solito?

BO: In tutta onestà, per quel che ci riguarda non abbiamo minimamente sofferto, siamo abbastanza solitari nelle nostre vite private quindi, non abbiamo fatto altro che trasformare questo periodo “negativo” in qualcosa di costruttivo. A differenza di molti che sono letteralmente andati fuori di testa sui vari social noi ci siamo concentrati sulla nuova musica.

TMI: Il vostro nuovo album, Emeth, Truth and Death uscirà ad aprile, di cosa parlerà? Potete farci qualche anticipazione? 

BO: Come al solito le tematiche affrontano l’esoterismo da un punto di vista personale. Non mancheranno riferimenti a Crowley, la cabala (come già preannuncia il titolo) e dediche ad un argomento a noi caro sin dall’inizio della nostra carriera… la morte.

TMI: Il nuovo singolo Serpent of Balaam è uscito da un paio di settimane, che responsi state ricevendo? 

BO: Abbiamo ricevuto commenti molto positivi e messaggi incoraggianti tramite i nostri canali ufficiali. Ovviamente qualche pagliaccio è saltato fuori dal circo con insulti gratuiti ma la cosa non ci disturba più di tanto. Significa che abbiamo lasciato un segno e l’invidia di certe persone ne è la prova.

TMI: Personalmente l’ho apprezzato molto. Mi è piaciuta e mi ha sorpreso la voce in screaming nella parte conclusiva. Come mai questa idea? 

BO: Non è la prima volta che usiamo lo screaming. Già nel brano Samhain lo avevamo utilizzato, e questo perché il pezzo lo richiedeva. La linea che ci separa dal Black Metal è davvero sottile. Ti basti sapere che alcuni dei riff dei nostri precedenti lavori, e addirittura un brano intero, li puoi trovare nei brani della nostra precedente band: Gosforth.

TMI: Quante altre sorprese ci riserverà il nuovo album? Ho visto che ci saranno degli ospiti.

BO: Il disco sarà un perfetto mix di quanto fatto durante tutta la nostra carriera. Suonerà più legato al primo periodo del gruppo ma con gli arrangiamenti degli ultimi lavori. L’ultimo brano sarà una vera e propria sorpresa per chi ci segue visceralmente. 

TMI: Come sono nate queste collaborazioni?

BO: Sono tutti amici! Abbiamo condiviso molti palchi con loro e ci sentiamo spesso durante la vita di tutti i giorni.

TMI: Quali sono i programmi dei Black Oath per il prossimo futuro? Avete in programma delle date?

BO: Ad ora abbiamo due concerti in programma, Easter Disaster Fest in Italia e Courts of Chaos in Francia. Dove speriamo sia la volta buona dato che è stato rimandato per due volte.

TMI: Io vi ho scoperti con l’album Ov Qliphoth and Darkness e da allora non siete mai usciti dalla mia playlist. Quali pezzi del passato non possono mai mancare in una vostra set list?

BO: Ti ringraziamo. Sicuramente Death as Liberation, The Black Oath dal primo album, e se la giocano Witchnight Curse e Drakon da OQAD. Anche Wicked Queen è diventato ormai un classico.

TMI: Fin dall’esordio avete avuto un’impronta ben riconoscibile, in parte dovuta alla voce e alle linee vocali inconfondibili, ma anche il sound ha fatto la sua parte, evolvendosi senza dimenticare le sue origini. Distinguersi nel doom non è certo facile. Come è nato il vostro modo di scrivere canzoni?

BO: Non saprei come darti risposta in tutta onestà. Abbiamo un background molto più estremo del classico doom, come dicevo prima siamo molto legati al Black Metal… Il tutto viene fuori durante le composizioni. Non abbiamo mai deciso di essere una vera e propria DOOM BAND. 

TMI: Dalla vostra pagina ho visto che, dopo molti anni, ritorneranno i Gosforth e non vedo l’ora di sentire il nuovo materiale. Cosa vi ha fatto decidere che fosse arrivato il momento giusto? 

BO: In questi anni mi han chiesto di fare da guest alcune bands estreme tipo Graveyard (Spa.) Sacrilegious Rite (Ger.), diciamo che la voglia di suonare aggressivo non è mai svanita, ed il ritorno in studio per questi progetti non ha fatto altro che invogliarmi ancora di più. Ora il momento è quello giusto. La fase compositiva del nuovo Gosforth è già a buon punto con 2/3 della line up originale.

TMI: Per concludere, c’è qualcosa che volete dire ai vostri fan?

BO: Grazie per il supporto. So che è una frase abusata, ma mai come nel nostro caso potremmo essere più grati di tale devozione. 

Ringraziamo i Black Oath per il tempo che ci hanno concesso. Non ci resta che aspettare l’uscita di Emeth, Truth and Death e continuare a supportare questa band eccezionale, ma anche tutta la nostra scena.
[Lenny Verga]