Report Rock The Castle: giornata 24.06

Allora, iniziamo con la location: un castello, ovvero un cortile circondato da delle mura di un castello. Bellissimo. E un’idea geniale, con 2 € ti compri un bicchiere e poi c’è una serie di rubinetti dove prendersi l’acqua aggratis, che tenendo conto che sei in un prato nel mezzo della pianura, in giornate soleggiate, ti salva la vita. E partiamo anche da li, i primi concerti sotto il sole battente diventano difficili da affrontare. Il sole batte seriamente, e nonostante la giornata non sia caldissima ti senti la testa esplodere, quindi bicchierate d’acqua in testa e via e si ritorna al punto di cui sopra. Per fortuna dopo i primi gruppi si è annuvolato, rendendo la situazione climatica, al netto di due gocce di pioggia due, ideale. Ma visto che qua non siamo né colonnelli dell’areonautica né procaci meteorine, lasciamo stare i racconti sul meteo e partiamo con il raccontare lo show. Entriamo nel cortile che i Sadist hanno già iniziato, riusciamo a vedere giusto li ultimi pezzi, la band è su di giri e spinge al massimo, si vede che stanno dando l’anima, giusto forse il suono si svuota un pò nelle parti solistiche e negli inserti di tastiera (suonata sempre dal chitarrista), a mio parere una seconda chitarra magari non sarebbe male. Partono in seconda posizione gli svedesi Grand Magus, chitarra, basso a 8 corde e batteria, attaccare gli ampli e via con il loro mix tra stoner e metallo classico e epico. La prima canzone soffre di brutti problemi all’amplificazione della chitarra, ma qui non si è signorine, due battute col pubblico mentre il tecnico aggiusta i cavi e si riparte a testa bassa. Purtroppo il caldo e il sole non lascia godersi lo spettacolo appieno, e sicuramente i Grand Magus rendono il meglio in situazioni più “intime”, ma comunque il concerto è piacevole, con il pubblico che risponde alla grande ai cori presenti nelle canzoni. Inizia la preparazione e posti tre crocifissi/microfono partono i Death ss, e con loro il cielo si copre rendendo la situazione perfetta. Grande selezione di classici con la nuova line up che funziona alla grande e le ovvie e sempre piacevoli performer che si esibiscono durante alcuni pezzi. Finale con “Heavy demons” cantata da tutti. Cielo sempre coperto e tocca ai Venom versione Cronos, che giocano subito in apertura il classicone dei classici “Black Metal”. Partenza a mille, a testa bassa con attitudine molto “caciarona” che funziona sui pezzi tirati, ma nelle parti cadenzate e negli stacchi a volte dà l’impressione che la band si perda o rallenti, ma d’altronde dai Venom non ci si aspetta pulizia e fedeltà sonora ma attitudine e assalto frontale e quella c’è tutta. Canzoni nuove e grandi classici che infervorano la folla, presentazione della band e via, torna il sole e si cambia palco e atmosfera, con i Blind Guardian. Avevo forti dubbi con la presenza dei bardi germanici in questa Lineup, in mezzo a tutti questi satanassi la loro musica orchestrale e sinfonica temevo che stonasse, ma mi tocca piacevolmente mangiarmi una merda, perchè anche se siamo nel 2022 quelli che si presentano sul palco sono i Blind Guardian versione 1998, chitarre, basso, batteria e giusto un tastierista dal vivo per le parti “orchestrali” nessuna base o sovrastruttura e via, con pezzi al massimo fino a “Nightfall..” e la riproposizione intera di “Somewhere Far Beyond”. La band è in palla, quindi il pubblico partecipa e canta, la band si prende bene e suona ancora meglio e il pubblico canta ancora di più e abbiamo tutti 20 in meno. Sorrisone di Hansi sul coro di “Valhalla” scandito dal pubblico e appare il telone frontale con il logo Mercyful Fate che copre il palco. Infatti viene montata una falsa scalinata in marmo, con in cima un altare e un enorme croce rovesciata luminosa. Quando dopo più di un ora di attesa cala il telone, King Diamond e soci partono a mille, con “The Oath” e poi il pezzo nuovo. I suoni sono grassisimi e potentissimi, forse solo la voce ogni tanto viene impastata, i musicisti suonano compatti come macigni, che ti fermi a pensare che non avevi mai dato peso a quanto fossero tecnici e complessi i pezzi dei Mercyful Fate. Dopo l’inedito, via con i classici con ovviamente gli album ” Melissa ” e “Don’t break the oath” saccheggiati alla grande. Herman e Wead fanno migliaia di assoli e King Diamond con la sua teatralità gestisce lo show a suo piacimento, fino a “Evil” cantata da tutta Villafranca di Verona, o cosi almeno sembra stando li in mezzo. La band esce di scena e rientra dopo un pò, con King Diamond vestito nel suo classico Outfit che annuncia la Suite “Satan Fall”. Si accendono le luci e si va a casa, piedi gonfi orecchie fischianti, voce da molestatore telefonico ma sorriso stampato sulla faccia. [Lord Baffon II]

Riflessioni sul senso dell’esistenza: Howling in the Fog – Reflections (2022)

Ci sono artisti che non si fermano mai e Gabriele Paolo Marra, in arte Der Antikrist Seelen Mord, mente dietro al progetto Howling in the Fog è uno di questi. Esattamente due anni fa avevamo recensito qui sulle pagine di The Murder Inn il precedente lavoro Perpetual Journey ed oggi è il momento del nuovo Reflections uscito a maggio di quest’anno. Il non porsi dei limiti è diventato sempre più la caratteristica principale del musicista trentino e questo nuovo album ne è la dimostrazione ancora di più dei precedenti lavori. Dopo averlo ascoltato diverse volte mi sono reso conto di come Reflections sembri essere una summa di tutto ciò che gli Howling in the Fog hanno fatto fin dall’inizio, andando a compiere un percorso che ne include tutte le sfaccettature e le caratteristiche, portandole ancora oltre all’interno di un album che possiamo definire completo in tutte le sue parti.

Il progressive, l’ambient, il post black e il black stesso trovano il loro equilibrio fin dall’opener, la quasi title track Reflection, tra arpeggi, inserti di tastiera,  l’alternarsi del cantato pulito con lo screaming tipicamente black e l’immancabile componente extreme metal oriented sempre caratterizzante. Ma in queste diciassette tracce troviamo molto di più, come i ritmi quasi tribali di Premonition, gli intermezzi strumentali, gli ispirati assoli di chitarra come in Rewind ad esempio, le continue progressioni armoniche e melodiche in cui la tecnica è sempre al servizio della musica e mai il contrario. La conclusiva Souls invece fa da accompagnamento ad uno dei più memorabili monologhi della storia del cinema, tratto da Will Hunting: Genio Ribelle, film del ’97 diretto da Gus Van Sant (se non lo conoscete, dovete rimediare immediatamente).

Come i precedenti lavori, Reflections richiede un certo impegno nell’ascolto per essere apprezzato in tutti i suoi aspetti, è un lavoro articolato, lungo (sfiora i settanta minuti di durata), quasi imponente mi verrebbe da dire, e soddisferà chi, come il suo autore, non si pone limiti.

[Lenny Verga]

Il Nome Della Fossa. AA.VV. – Satanica (Acheron Books, 2022)

Torniamo a parlare di libri, ancora una volta con una pubblicazione di Acheron Books, casa editrice indipendente specializzata in narrativa fantastica italiana. Qualche mese fa avevo recensito il romanzo Unborn, di Christian Sartirana, che è anche il curatore e autore dell’introduzione del libro che vi presentiamo oggi. Satanica è una raccolta di racconti accomunati da un tema che spesso e volentieri rientra nella nostra musica preferita: il diavolo.

Tredici autori italiani tra i più apprezzati nella narrativa di genere, chi proveniente dal fantasy, chi dal thriller, chi dall’horror e dal weird, si sono prestati a creare la propria personale versione del male assoluto, primordiale e il risultato è stato di mio gradimento. Uno dei punti di forza di questa raccolta, oltre alla bravura degli autori, è il diverso modo di affrontare l’argomento, rendendo ogni racconto unico e diverso dagli altri per ambientazione e idee alla base. Alcuni racconti sono riconducibili all’horror più classico, che sia letterario o cinematografico, mentre altri prendono ispirazione dal folklore regionale, pescando da miti e leggende che ci portano dal Trentino Alto Adige al Piemonte, fino alla Puglia. 

Ad aprire la raccolta è Danilo Arona, scrittore dal curriculum praticamente infinito, un veterano se possiamo dirlo, una garanzia di qualità fin dalle prime pagine. Seguono Luigi Musolino, esperto di folklore a autore pubblicato anche all’estero; Marco Crescizz (di lui parleremo presto su queste pagine) e Simone Corà, autori horror pulp, firmano un racconto a quattro mani; Germano Hell Greco autore attivissimo in varie realtà; Samuel Marolla, altro autore pubblicato all’estero e sceneggiatore per Sergio Bonelli Editore; Andrea Cavaletto, anche lui sceneggiatore bonelliano e cinematografico; Giulia Massini, una delle migliori esponenti del weird italiano; Nicola Lombardi, scrittore noir e autore di numerosi romanzi e raccolte; Sara Simoni, autrice fantasy che sta spopolando nel nostro paese; Edoardo rosati, giornalista medico-scientifico e autore di medical thriller; Pietro Gandolfi, autore di numerosi titoli tra narrativa e fumetti; conclude Pietro Santini, autore emergente che promette molto bene.

Satanica è un’ottima raccolta che colpisce duro, che necessita di stomaco forte e mentalità aperta. Se site dotati di queste qualità, avrete ore di divertimento. Solita domanda per concludere: ci sono riferimenti alla nostra musica preferita in questo libro? Certo che ci sono!

[Lenny Verga]

20 anni dopo: Orange Goblin – Coup De Grace (2002)

Gli Orange Goblin hanno un posto speciale nelle classiche playlist da viaggio: sono una di quelle band che devi avere perché puzzano di sudore, alcol, benzina e pneumatici cotti. Sono una band che tira dritto, che ha le ascelle pelose, i vestiti macchiati e rutta quando ha finito di mangiare. Praticamente sono uno di noi, solo che hanno dalla loro Ben Ward che vale circa uno e mezzo di noi comuni mortali, dato che lui é stato creato in 16:9 e noi in formato da televisione catodica. Coup De Grace l’avevo approcciato perché, nel 2002, ero orfano dei Kyuss e l’idea di avere Garcia su un disco stoner grosso e stradaiolo mi solleticava il palato. All’epoca il disco, dopo diversi ascolti, l’avevo lasciato nella cesta degli LP che ascoltavo poco. Qualche traccia qua e lá, qualche ascolto rubato e poi via verso altri lidi. L’occasione del ventennale del quarto disco della band inglese mi ha dato modo di riprendere in mano Coup De Grace e guardarlo con altri occhi e sentirlo con orecchie piú mature e, forse, meno legate ad un certo modo di intendere lo stoner e il metal. In altri termini, ho perso lo sguardo fanciullesco, ma non l’attitudine. Gli Orange Goblin, nel 2002, avevano ormai perso il proprio istinto stoner da fattone e, post-The Big Black, si erano comodamente instradati su un sentiero fatto di metal rozzo, stoner da bikers e una vaga sensazione di Motörhead dietro l’angolo. Attitudine, questa, che é rimasta fino ad oggi e che, per me, funziona bene con Ward&Co. Non chiedetemi perché, ma gli Orange Goblin sono questo gruppo, e lo dico pur piacendomi molto Frequencies from Planet Ten. Coup De Grace é un disco con ottimi riff e linee di basso esplosive, credetemi il lavoro di Martyn Millard non é mai stato troppo pubblicizzato ed é un peccato visto che il suo incedere sostiene tutto il caterpillar chiamato Orange Goblin. Forse non ha il pezzo killer, quello che poi riuscirá a catalizzare l’attenzione del successivo Thieven From The House Of God, ma ha una tracklist compatta, senza cedimenti e che per 50 minuti abbondanti mi ha preso a badilate nei denti senza chiedere scusa. Forse forse le uniche canzoni che non mi prendono appieno sono i 4 minuti dello strumentale Graviton e la cover dei Misfits (We Bite), che non aggiungono molto al disco. Molti si ricorderanno di Made of Rats o di Your World Will Hate This, ma io metto l’accento anche sulla seconda metá del disco: il riff che sostiene Red Web é puro cemento, ma ha il taglio melodico giusto (lo spirito di questi riff verrá preso a guida su The Machine Has Failed degli altoatesini Slowtorch), Born With Big Hands é un blues fuzzettone con accento stoner, mentre Jesus Beater vede di nuovo John Garcia prestare la propria ugola e, signori e signore, il duo O’Malley – Hoare tritura un bella serie di riff bestiali nella loro apparente semplicitá.
Se anche per voi Coup De Grace é sempre stato il disco che avete lasciato per ultimo nell’ascolto, perché dentro non aveva Scorpionica o non era psichedelico o non aveva il tiro palla lunga e pedalare degli ultimi LP, eccovi l’occasione per rimediare e capire che, nel 2002, gli Orange Goblin avevano una scorta di riff e di buone idee da far paura. Sarebbe un peccato lasciarle in disparte solo per sentirsi Made of Rats e saltare oltre.
[Zeus]

Duir – T.S.N.R.I. – Impermanenza (2022)

Oggi The Murder Inn vi accompagna nuovamente nei meandri dell’underground italiano e delle autoproduzioni. Dopo i Fyrnir, recensiti poco tempo fa, arriva il turno dei veronesi Duir. La band, dopo aver pubblicato un demo nel 2014, Tribe, ed un EP nel 2018, Obsidio, arriva all’importante traguardo del primo full lenght con questo T.S.N.R.I. – Impermanenza, autoprodotto e in circolazione da qualche mese.

I Duir propongono un black metal atmosferico con elementi folk ma se pensate  qualcosa di leggero e easy, vi sbagliate di grosso. Il black metal dei Duir trasuda veleno e rabbia in ogni sua parte, fin dall’opener/intro Parerga, a cui fanno seguito quattro tracce di lunga durata. Quello che si può notare fin dalla prima canzone, Essere Dio, è la ricerca del riffing particolare e delle melodie ben definite, elementi caratterizzanti che rimangono impressi fin da subito. Chitarre e sezione ritmica giocano sui mid tempo e sulle accelerazioni a cui fanno da contraltare le parti che vanno a definire il lato folk del sound, con melodie stranianti e ipnotiche. Ma i Duir non si limitano a questo: arpeggi, assoli, parti recitate e strumentali completano il quadro. 

Come si può intuire dai titoli delle canzoni (Essere Dio, Cenere di Sogni, Sentieri non Tracciati, Solitudine) i Duir cantano in italiano e direi che la scelta è azzeccatissima, anche perché nel 2022 l’idea che qualsiasi lingua che non sia inglese indisponga gli ascoltatori è ormai cosa che dovrebbe essere superata. Qualche appunto che posso fare alla band, roba davvero da poco se paragonata ai pregi di questo album, riguardano le parti recitate che potevano essere fatte meglio e, ma questo solo in alcuni casi, il bilanciamento a livello sonoro delle parti folk che risultano a volte sovrastanti. Ma parliamo comunque di un’autoproduzione ed il risultato a livello generale è pregevole (sentite come sono ben distinte le parti di basso, ad esempio). 

T.S.N.R.I. – Impermanenza (per chi se lo stesse chiedendo, l’acronimo sta per Tutto Scorre Niente Rimane Immobile) ha girato nel mio stereo diverse volte in questi giorni senza mai stancarmi e i Duir sono stati una scoperta interessante che va ad arricchire il sottobosco black italiano che ha veramente molto da offrire a chi ha voglia di cercare. Una menzione all’artwork realizzato da Manuel Scapinello, davvero bello.

[Lenny Vega]

Dunkelnacht – Sombre Nuit (2022)

A volte sti artisti non li capisco. Certo rimanersene con le mani in mano non è da tutti, per fortuna, e questo è senz’altro un pregio. Però questo Sombre Nuit faccio un po’ fatica a comprenderlo. Nuovo EP dei Dunkelnacht, band francese che, mi sembra di capire, attualmente abbia base in Canada, contiene quattro tracce (tre canzoni e una breve strumentale acustica) riregistrate estratte dal debut album Atheist Dezekration… del 2010. Sì, del 2010, che non è esattamente l’altro ieri ma neanche così lontano. Se fosse stato un come back dopo un lungo periodo di silenzio lo avrei capito, ma la band è sempre stata piuttosto attiva, anche live, dato che l’ultimo full lenght risale al 2019 e nel 2021 hanno pubblicato un singolo. Com’è questo Sombre Nuit? Sicuramente è un valido esempio di black/death metal, suonato bene e bello pesto, che farà contenti i fan di band come Belphegor e Vader, perché OligarchislamismeLes Ailes Clouées du Sionisme e Étau Chrétien sono una tripletta niente male, veloce, violenta e in your face. Indubbiamente questa nuova veste ha dato maggior giustizia a brani che ai tempi non hanno goduto della stessa produzione di qualità, ma mi auguro per i Dunkelnacht che questo sia un antipasto in attesa di portate ben più interessanti nell’immediato futuro.

Perchè ascoltare il nuovo EP dei The Halo Effect. E perchè no.

Nostalgia canaglia. Ci tenta in tutti i modi di farti salire il groppo alla gola, anche quando ti si presentano davanti cose assolutamente fuori tempo ma che, vuoi mettere?, un tempo ti avrebbero fatto lacrimare come un coccodrillo. I The Halo Effect sono un po’ il progetto nostalgia che tutti aspettavamo, il colpo di matto dei quarantenni che invece che buttarsi alla ricerca dell’ultima Mini o del jeans col risvoltino, si sono presi bene con la ristorazione/distilleria e la musica. E poi io, che sono una persona orribile e affermo senza diventare rosso che da Clayman (compreso) in poi gli In Flames hanno preso il viale del tramonto, non posso che parteggiare per una band composta per il 90% di transfughi dalla disciplina dittariale di natura USA di Anders Friden. Il 10% lo mette Mikael Stanne, che fa sempre simpatia. Shakera tutto e mi trovo davanti i The Halo Effect, fautori di un death melodico che sa, a fasi alterne, di Dark Tranquillity (Shadowsmind è inpressionante nel suo riff iniziale, sembra scritta dal gruppo di Stanne nel post 2010), degli In Flames (Days of the Lost è databile in parte fra il 1997 e il 2000, ma solo con un singer decente), una mistura fra le due band (Feel What You Believe, sembrano i Dark Tranquillity di Damage Done sotto steroide In Flames) e poi c’è The Needless End, che da il titolo all’EP. Quest’ultima, ad oggi, è l’unica canzone del Cd che non mi ricorda immediatamente uno o l’altro gruppo (correzione postuma: dopo 20 ascolti mi sembra di sentirci comunque molto Dark Tranquillity). Quello che mi piace di questo Ep è la sua capacità innata di avere una serie di melodie bubblegum, sia nelle vocals sia nelle parti strumentali, mai eccessivamente complesse o cervellotiche, e un paio di buoni riff armonizzati in piena tradizione In Flames. Il binomio funziona, aiutato anche dalla buona prestazione di Stanne, e i 15 minuti abbondanti scivolano via senza far storie. Altro discorso sta nella profondità dell’Ep The Needless End. Dopo quanti ascolti questi “In Tranquillity o Dark Flames” stuferanno? Perchè, a malincuore visto i personaggi coinvolti (fra cui uno Strömblad finalmente dentro un progetto decente dopo i deludenti Cyrha), i brani sono bellini e carucci ma cavalcano l’onda di un drago senza fiato qual’è il melodeath nel 2022. L’apice è già avvenuto, i dischi fondamentali sono già usciti e la storia già scritta quindi i The Halo Effect sono proprio nostalgia pura o divertimento senza pretese. Piacciono perchè le canzoni sono ben suonate, ti smuovono il cuore perchè i riff e le ritmiche sono quelle che mi continuano ad emozionare a oltre 20 anni di distanza ma tanto è. Godeteveli finchè durano, prendeteli come una reunion di classe ma non affezionatevi troppo. In realtà hanno la data di scadenza, non lo sanno loro e no lo so io qual’è, ma è là, che sbircia dietro l’ennesima armonizzazione e dietro quel feeling da Svezia che non c’è più [Zeus]

Fyrnir – Awakening (2022)

Lo ammetto tranquillamente, con me i Fyrnir hanno vita facile. Il metal estremo, che sia black, death o un mix dei due, ispirato a quello che a seconda delle latitudini e delle preferenze viene chiamato pagan, viking, folk o celtic, mi è sempre piaciuto. In particolare, però, l’elemento d’ispirazione deve essere un accenno, un suggerimento nelle linee melodiche, preferendo uno stacco acustico piuttosto che l’eccessivo uso di strumenti folkloristici, che devono essere dosati col contagocce. 

Band come Primordial, Enslaved, Borknagar, Månegarm, Falkenbach fanno parte del mio quotidiano da tanti anni e quando spunta qualche band che propone quel modo di fare musica, l’interesse nasce spontaneo. Ovviamente capita, anche abbastanza spesso, di trovare semplici emulatori e musicisti poco preparati, ma non è queso il caso.

I Fyrnir provengono dalla Campania e Awakening è il loro primo album. Formatisi nel 2016, pubblicano il primo demo nel 2018 e scelgono la strada, difficile ma ammirevole, dell’autoproduzione per questo esordio.

L’atmosferica intro Hljođ è presagio di ciò che seguirà: Fortunale è un pezzo imponente, cantato nella nostra lingua madre, che mette in campo un sacco di umori, manifesto perfetto di ciò che la band vuole proporre. 

L’album prosegue per tutti i suoi nove pezzi e quarantasei minuti di durata giocando con tempeste furiose, epicità, mid tempo e melodie, coinvolgendo l’ascoltatore senza nessuna difficoltà. Awakening è un lavoro convincente con davvero pochi punti deboli: avrebbe sicuramente giovato di una produzione migliore e, dal punto di vista compositivo, la gestione dei tempi lunghi è da migliorare, perché ho trovato la conclusiva traccia Lycantropia, con i suoi dieci minuti di durata, un po’ dispersiva nonostante le buone idee che mette in campo. Difetti minimi insomma, e sono sicuro che i Fyrnir faranno tesoro di questa esperienza per migliorare ulteriormente. 

[Lenny Verga]

Fjøsnisse – Fjord og Fjeld (2022)

Riconfermasi dopo l´ottimo esordio di Vord non era semplice per i norvegesi Fjøsnisse, progetto solista di Anders Vada e fautori, ad oggi, di quattro dischi nell´arco di tre anni. Una bulimia compositiva ormai sempre piú in voga fra i musicisti, i quali devono fare i conti con le poche royalties provenienti dal nuovo mercato musicale e quindi “costretti” a buttare fuori sempre piú dischi. Se da un lato é bello trovare sempre nuove cose dei gruppi che apprezzi, dall´altro il rischio di una diminuzione della creativitá aleggia come uno spettro inquietante: i Fjøsnisse, come esperti guidatori di Drakkar, tengono peró la barra a dritta e veleggiano sicuri.
La domanda che mi son posto subito é stata: ma Fjord… é meglio di Vord? Vord era forse leggermente piú riff-centrico, con quelle parti di chitarra che mi si son stampate nel cervello dopo pochissimo (ad es. Tusser og troll), anche perché sono di facile approccio e ben congeniate con quella mistura black-thrash che funziona da quando mondo é mondo, ma Fjord og fjeld ha dalla sua una maggiore complessitá. Estremizzando in parte il repertorio piú ritualistico, pagano e atmosferico, Vada rischia in parte ma rischia comunque, dato che la parte centrale nei suoi momenti piú melodici potrebbe far storcere il naso ai sostenitori del black metal piú intransigente e aggressivo.
Fjord… non cade dal cielo, le basi del sound presente sul quarto LP sono tutte riscontrabili nei solchi di Vord, credetemi. Sono forse i riferimenti musicali che vengono ampliati, rimane un approccio fedele alla vecchia scuola norvegese, alla second wave, ma Vada prende ora molto piú seriamente anche la lezione fornita dai Gaahls Wyrd e dei God Seed (Bergmannen, ma non solo), pur tenendo ferme le atmosfere degne dei primissimi Dimmu Borgir (pre-Enthrone…) o dei Satyricon, tanto che non é illogico incominciare a vedere questo LP come una sorta di omaggio alla scena norvegese che fu o di tentativo di rinfrescare al 2022 quel modo di suonare black metal. Pur essendo compatto e corto il giusto, mi piace vedere Fjord og Fjeld suddiviso in due tronconi: nel primo vengono ricomprese le tracce piú dirette ma che mantengono i piedi fissi nella componente folk nordica della visione dei Fjøsnisse, mentre nel secondo rientra la parte centrale in cui il black metal acquista un respiro piú drammatico, dalle atmosfere malinconiche, fredde e con un certo grado di ritualismo pagano, con uso esteso delle backing vocals femminili (su Mektige tinder, Den dunkle sti e Vettespill) che, ironicamente, non “ammorbidiscono” il black metal ma ne ampliano le chiavi di lettura.
Fjord og field é uno di quei dischi che prendono subito, dinamico quanto basta e profondo nel riff da tenere anche sulla lunga distanza (adesso che lo recensisco, penso di aver ascoltato almeno 15 volte questo disco e ancora non me ne viene il disgusto). Diverso da Vord, ma di quella diversitá che sa ammaliare.
[Zeus]

Spiritraiser – Ciklos (2022)

Oggi The Murder Inn vi accompagna alla scoperta della misteriosa scena alternative finlandese. Perché dico misteriosa? Adesso alzi la mano chi la bazzica regolarmente. Altro mistero è che cosa ci faccia un album di musica alternative in mano proprio a me. Di solito quando esco dalla mia zona di interesse cerco almeno di ascoltare una traccia o due, magari in sottofondo mentre sto facendo altro, per vedere se almeno un po’ riesce a catturare la mia attenzione e, sorpresa sorpresona, gli Spiritraiser ci sono riusciti. 
Ho messo questo Ciklos come sottofondo mentre ero immerso nel nuovo libro dell’illustratore polacco Mateusz Urbanowicz, Notti di Tokyo, e mi sono trovato spesso ad interrompere la contemplazione delle sue magnifiche tavole per ascoltare con maggiore attenzione ciò che il quartetto finlandese mi stava proponendo. 
Inizio col dire che Ciklos è il secondo album della band, uscito a quattro anni di distanza dal debutto Inspiral, e che il genere proposto viene definito alternative rock/post progressive e direi che da quello che ho potuto sentire rientra perfettamente nella descrizione.
L’opener Artificial Light inizia come un pezzo introspettivo per poi esplodere violentemente a metà percorso in un qualcosa che mi ha ricordato alcune soluzioni del Devin Townsend del periodo Project. La successiva Invisible Enemy, scelta come singolo e per la quale è stato realizzato anche un video, rappresenta il lato più alternative e “commerciale” (non in senso negativo, anzi passassero musica così sui media!), con un retrogusto di Pearl Jam e un ritornello che ti si stampa nella memoria immediatamente. Con Glory si viaggia verso lidi più psichedelici e prog, mentre con Stream si fa il bis con il brano del singolo con un risultato, secondo me, anche migliore.
Il problema di Ciklos è, secondo la mia opinione, che da qui in poi inizi ad assestarsi un po’ troppo sul lato più soft, perdendo di mordente (Sirens è fin troppo melensa), nonostante gli spunti interessanti non manchino in nessuno dei pezzi (le parti più hard di Fearism spaccano ma non vengono supportate dal resto del brano). Gli Spiritraiser per fortuna riescono a riprendersi alla grande sul finale con The Wrong Giants e  il trip assurdo di Mountain.
Se vi piace il rock alternativo e psichedelico questa band potrebbe fare al caso vostro e c’è da sottolineare che i quattro finlandesi sono dei musicisti con i controcazzi e il singer ha una gran voce. I mezzi per fare grandi cose ce li hanno e gli auguro davvero di uscire dall’underground e farsi conoscere ovunque.
[Lenny Verga]