Pain – Nothing Remains The Same (2002)

Non potrei definirmi un fan hardcore dei Pain neanche a volerlo, spesso dei vari dischi del buon Peter Tägtgren non conosco tutte le canzoni e ultimamente mi son anche perso l’ultimo singolo (Party in My Head), che però ho recuperato giusto un paio di giorni fa. Ma, come sempre c’è un ma, i Pain sono stati capaci di fare lo show dell’anno a Brunico, un concerto con un’acustica pazzesca. Forse uno fra i migliori mai sentiti in assoluto come suono potente e chiaro, ma sono quasi certo di ripetermi e averlo già detto in altre recensioni. Nel 2002, la creatura “secondaria” di Peter non erano diventati una realtà consolidata, erano un progetto alternativo per staccare dal death metal dei suoi Hypocrisy, che proprio in quell’anno avevano fatto uscire Catch 22 – non uno dei miei LP preferiti degli svedesi. Forse ne aveva bisogno di staccare Peter, doveva tirarsi via dal classico modo di comporre degli Hypocrisy e prendersi tempo per gettare uno sguardo dove il metal più truzzo si incontra con l’industrial. Estremo? Neanche per idea, visto che il brano di Nothing Remains The Same che più “picchia” sembra una mezza scopiazzatura di quanto stavano facendo i Rammstein in quegli anni (sentitevi i chitarroni quadrati di The Game), anche se nel 2002 i teteski erano sull’onda di album che mai più riusciranno a comporre.
Lasciate da parte le asperità che ancora si respiravano nei primi due LP, Nothing Remains The Same è acchiappone e scritto, suonato e registrato proprio per piacere ed essere un disco da mettere su quando hai “metallari della domenica pomeriggio” come ospiti a cena. Questa affermazione non toglie niente della qualità del disco e neanche del fatto che Shut Your Mouth sia catchy all’inverosimile e Just Hate Me è la ballatona che molti gruppi si sognerebbero di scrivere. Peccato che l’hanno scritta i Pain e quindi quanti di voi l’hanno sentita? Anni fa Nothing Remains The Same mi piaceva molto, riascoltato oggi che fa caldo e forse non mi interessa poi più così tanto la commistione metal – industrial – techno, o forse mi ha solo stufato un po’, il disco del 2002 non riesco a guardarlo nella stessa maniera. Un buon trequarti di tracklist è ottima, Pull Me Under svetta nella second metà del CD, ma ci sono brani che non mi pigliano più così tanto. Forse sono l’unico su questa terra, ma, oggi (luglio 2022), Eleanor Rigby rifatta dann Pain non mi piglia più molto e così anche la doppietta Save Me – The Game. Il resto funziona, ma se devo ricordarmi di Nothing Remains The Same a vent’anni di distanza mi viene in mente sempre e comunque Shout Your Mouth, e in seconda battuta Just Hate Me – Pull Me Under quando va bene, mentre il resto faccio fatica a ricordarlo. Non è un giudizio negativo sul disco, comunque di qualità, ma qualcosa vorrà pur dire?
[Zeus]

Misery Index – Complete Control (2022)

L’ho già detto che ho un occhio di riguardo per i Misery IndexTraitors è, ancora oggi, uno di quei dischi che non riescono a stufarmi. Forse non lo ascolto più così tanto come un tempo, ma nella lista degli Lp che consiglierei lo metto senza problemi. Il migliore dei Misery Index? Forse no, ma al cuor non si comanda. Favoritismi direte? No, ma di certo una o due cose gliele concedo per partito preso, se non vi sta bene leggete oltre. Complete Control segna il settimo disco in poco più di  vent’anni di attività e visto che oggi è una giornata di sole e si scrive bene anche in giardino, perchè non mettere insieme capra e cavoli? Il precedente Rituals of Power era un disco buono, quadrato quanto basta e con un occhio verso il passato per riappropriarsi di un futuro che non era in discussione, ma poteva cadere in qualche perfido circolo infernale di tentativi irrealizzati e di prove sbagliate. Quello che i Misery Index devono fare, invece, è essere quanto più sé stessi possibile, seppur aggiornandosi ad un presente fatto di death metal, groove, composizioni quadrate e la solita capacità di creare buoni chorus. Il grind è attitudine, lasciato peraltro esprimersi con più arroganza solo in tracce come Now Defied! o Infiltrators. La formula 2022 funziona perché non piscia fuori dal vaso, le due voci hanno il loro perchè e i soli alleggeriscono una registrazione che più compressa e possente è difficilmente ipotizzabile. Però, e ci sta anche un però, sembra che la scaletta sia stata composta in maniera abbastanza furba: la prima metà setta il parametro con cui valutare il disco e la seconda non riesco sempre a considerarla allo stesso livello. Non ci sono pezzi brutti, solo che nella prima metà le cartucce sono brutali e la botta trasmessa è notevole. Però è una critica da poco, visto che rispetto al precedente Lp, di pezzi decisamente deboli non ne sento e ho lo stesso piacere ad ascoltare Administer of Dagger così come Conspiracy of None. E poi, credetemi, spesso e volentieri quello su cui vi soffermerete è il lavoro di Adam Jarvis alla batteria, se non ha un conto in sospeso lui col drum-kit, non so. E poi con sto caldo e la gente che sembra guidare a cazzo di cane, un disco come Complete Control è quasi rinfrescante, mi permette di prendere la vita con più filosofia e non uscire totalmente scemo a vedere cosa due raggi di sole fanno sulla gente. Voi fate come vi pare, ma io torno a sentirmi per l’ennesima volta The Eaters and the Eaten e mi godo il caldo della terrazza bevendo abbondantemente come dicono i saggi dei telegionarnali. [Zeus]

Dark Tranquillity – Damage Done (2002)

Scrivere una recensione di Damage Done significa aprire il cassetto dei ricordi e buttare un occhio a quanto ho compiuto in questi secondi 20 anni di vita. Mi sono anche accorto che coincide con l’acquisto dei bagnoschiuma AXE, cosa che non compravo da epoche in cui Striscia la Notizia era ancora un programma guardabile, anche se borderline. Quindi respiriamo aria di passato e così che deve essere, perchè Damage Done è un LP che mi verrà sempre da associare ad eventi cruciali del passato, alcuni positivi, alcuni negativi. Damage Done mi riporta veloce all’Università e alle eterne discussioni su musica, calcio, vita e su come riuscire a sfangare un esame particolarmente tosto con quella vecchia sagoma di TheCrazyJester, protagonista di altri racconti e di altri viaggi al limite del surreale. Però una cosa era costante, nonostante una macchina che sputava i polmoni ad ogni passo alpino e la benzina che non era poi tanto più conveniente di oggi: c’era la musica. C’era Monochromatic Stains o The Treason Wall o qualsiasi altra canzone che possa venirvi in mente. E la domanda era: perchè molti criticano Damage Done quando, a sentirlo, è realmente un gran disco? Quesiti che mi pongo ancora oggi, a 20 anni di distanza, ma capisco che Damage Done segnala la fine del periodo propositivo dei Dark Tranquillity e inaugura la fase statica, ridondante e meno ispirata della loro carriera. Forse con un piccolo guizzo di orgoglio proprio negli ultimi tempi. Damage Done è stata la triste colonna sonora della fine di alcune storie ma poi, come sempre, il fato trova il modo di ripagarti ed è così che mi trovo in Austria con una ragazza stupenda. E sono felice. Ma Hours Passed In Exile è comunque ancora oggi una canzone difficile da digerire, forse più per il testo che in termini strettamente musicali o di ricordi. E così via, fidatevi. A vent’anni di distanza riascolto ancora Damage Done e lo trovo sempre e comunque un grandissimo disco. Forse una delle ultime, memorabili interpretazioni vocali di Stanne, sempre responsabile di un growl carico d’emozione. Ancora adesso ci sa fare alla grande, ma quella capacità di coinvolgerti con il growl la trovo appieno solo fino al 2002. Lo so e vi credo quando mi dite che la qualità che trovi nei dischi fino al 1999 o la sperimentazione assoluta di Haven, nel 2002 è diluita o sparita per far posto ad un sogwriting maturo, Dark Tranquillity al midollo, ma siamo ben lontani dai dischi in cui la scintilla della creatività è fioca e debole. Damage Done è un disco che punta sulla pienezza del sound, su un relativo equilibrio fra elettrica ed elettronica (The Enemy), su riff che ricordo senza problemi e stessa cosa dicasi per le melodie. Damage Done non sarà mai il mio disco preferito dei Dark Tranquillity ma è senza dubbio l’ultimo, grande, disco della band svedese. [Zeus]

Ash of Ashes – Traces (2022)

“Lo scaldo componeva versi utilizzando complicati meccanismi metrici in cui dimostrava la propria erudizione e si serviva del numeroso materiale leggendario attinto dalla mitologia norrena. Inoltre, gli scaldi erano spesso consiglieri di corte e guerrieri” (fonte: wikipedia). Questa premessa trova la sua utilità in quanto gli Ash of Ashes si definiscono epic skaldic metal. Pensate al compianto Quorthon e ai Bathory più viking ed epici, se avete amato e amate ancora quelle sonorità e quel modo di scrivere canzoni, gli Ash of Ashes faranno al caso vostro. 

La band proviene dalla Germania, proprio come i Falkenbach, e sono la creatura del musicista e cantante Skaldir, a cui si accompagna il co-vocalist ed autore dei testi Morten. Dopo il debutto del 2018 Down the Winter Waters, arriva adesso il nuovo Traces. All’interno dell’album si trovano nove tracce di metal epico ed evocativo, caratterizzato da incursioni nel black, dall’alternarsi di voce pulita e growl/scream, da parti acustiche, strumentali ed atmosferiche, da melodie ricercate. C’è tutto quello che può piacere di questo genere e, per di più, fatto dannatamente bene. Gli Ash of Ashes gestiscono alla perfezione tutti questi elementi, mantenendo una tensione emotiva costante, sapendo quando è il momento di colpire duro e quando sfruttare i mid tempo per creare il giusto pathos. 

Non serve fare una descrizione traccia per traccia, tutti i pezzi sono di alto livello e Traces è un album che va vissuto nella sua interezza. Segnalo solamente la presenza di Lars Jensen dei norvegesi Myrkgrav in Into Eternity, altri due ospiti, Rúnahild Kvitbjarkan e Christpher Rakkestad (autore anche del bellissimo artwork) sempre alla voce, nella conclusiva To Those Long Forgotten, e Thomas Clifford nel traditional riadattato Vem Kan Segla Förutan Vind.

Se amate questo genere, Traces è un album che dovete ascoltare assolutamente.

[Lenny Verga]

Celtic Hills – Huldufólk (2022)

Provate ad avviare questo album, a chiudere gli occhi e ad ascoltare senza saperne niente. L’opener The Secret of the Grail vi porterà indietro nel tempo, quando un certo tipo di power metal proveniente dalla Germania spopolava grazie a band come Helloween, Blind Guardian, Rage, Gamma Ray e a tutte quelle che sono arrivate in seguito.

I Celtic Hills invece provengono dal Friuli, sono attivi dal 2010 e Huldufólk è il loro terzo album. Velocità, melodia, assoli di chitarra, ritornelli da cantare in coro ed una sezione ritmica pulsante sono la linfa vitale del songwriting della band, che presenta inoltre una caratteristica che ammiro tantissimo: sono un power trio, ovvero una formazione a tre, che vede Jonathan Vanderbilt alla voce e alla chitarra, Jacopo Novello al basso e Simone Cescutti alla batteria. Mi ha sempre stupito la capacità di certe band di riuscire con una formazione minimale a sprigionare una tale potenza, soprattutto dal vivo, perché è su un palco che il power trio deve dimostrare di avere le palle. Si pensi al periodo a tre di Rage e Motörhead, ad esempio, ma anche a band che da giovani hanno dimostrato grandi capacità, come gli olandesi Vanderbuyst o i nostrani e mai abbastanza compianti Thunderstorm. Ma sto divagando.

Huldufólk nel suo insieme si presenta come un album abbastanza vario, in un genere dove la varietà non è certo un elemento distintivo, che va dal power più classico (Living Out the Egg vi si stamperà subito nella memoria, classico pezzo che il pubblico canterebbe sotto al palco) fino ad oltrepassarne i confini sperimentando con il metal estremo, come in Gate of Hollow Earth e The Hammer of Thor, due pezzi veramente coinvolgenti, alle influenze folk di Villacher Kirktag, alla drammaticità di After the Earthquake che racconta del terremoto che sconvolse il Friuli nel 1976. Varietà a cui contribuisce anche la bella e versatile voce di Vanderbilt.

Veniamo adesso alla parte più critica. La mia opinione è che i Celtic Hills abbiano fatto un uso eccessivo delle tastiere. Non dico che siano troppo presenti o soverchianti ma che, semplicemente, in alcuni momenti non mi sembravano necessarie. In alcuni brani fanno il loro dovere, supportando riff e creando melodie, in altri tendono un po’ a smorzare la “botta”, come  ad esempio nella parte iniziale di Green Forest. Secondo me la band dovrebbe diminuire ulteriormente il loro utilizzo per dare più risalto ai riff di chitarra.

I Celtic Hills sono una band dalla spiccata personalità e Huldufólk è un buon album di power metal che farà felici i fan del genere e delle sonorità più classiche. E sono curioso di vederli dal vivo.

[Lenny Verga]

Bruce Springsteen – The Rising (2002)

Quanto ho adorato The Rising di Bruce Springsteen, l’ho ascoltato mille volte pur non essendo il migliore in assoluto della sua lunga e venerabile carriera musicale, peró é arrivato nel momento giusto della mia formazione musicale e l’ho incontrato di nuovo in un altro momento difficile della mia vita. The Rising é intriso di ricordi, risate, sofferenze, birre al chiaro di luna e lunghe passeggiate nel parco aspettando una giornata di sole (Waitin’ on a Sunny Day). Primo disco con la E Street Band dopo il periodo belloccio e riccone, The Rising é incostante, non sempre al top della forma e con qualche canzone che non aggiunge molto alla lunga storia del Boss, ma é un LP ricco, vivace, con pezzi che posso sentire sempre senza che mi stufino e con alcune piccole cose che non potró dimenticare (Paradise, Nothing Man e la tripletta della 9a-10a-11sima canzone).
The Rising lo associo al giro in Germania con TheCrazyJester o ad altre trasferte sempre con quella vecchia sagoma, a riflessioni e giri in solitario per cittá europee, a chilometri in macchina e, ovviamente, al concerto di Padova, dove il Boss ha messo dentro qualcosa anche di questo disco, dopo avermi aperto il cuore a metá suonando da solo The Ghost of Tom Joad. Cosa potevo volere di meglio? Niente, infatti è questo il punto. The Rising non offriva nulla di nuovo alla storia del Boss, ma ne saldava le fondamenta rilanciandolo insiene alla E Street Band. Siamo nel 2002, l’11 settembre è ancora sulla bocca di tutti e così anche il sentimento di non essere più al sicuro nelle tue piazze, nelle tue case. Io ero alle prese con l’Università, chiedendomi se quello che stavo facendo era corretto, se avesse un futuro.. La storia mi ha dato la risposta e, credetemi, è stata diversa da quella aspettata. Infatto sono a 600Km da casa e ho una vita diversa. Merito di The Rising? Non scherziamo. No, ma di certo questo Lp ha contribuito a portare il mio umore su terreni più gioviali e mi ha dato la colonna sonora di molte estati. Non fosse altro per questo, sarebbe uno ddi dieci dischi da portare sull’isola deserta. Se poi volete fare quelli che siscutono sulla qualità tout-court, allora non c’è chance e The Rising finirà sempre dietro i primi lavori del Boss. [Zeus]

Il Nome della Fossa – Joe Hill: La Scatola a Forma di Cuore (Sperling & Kupfer 2007)

Non lasciatevi ingannare dal titolo, La Scatola a Forma di Cuore di Joe Hill non è un romance, ma una storia horror con i contro attributi. Il titolo originale dell’opera è Heart-shaped Box, che sicuramente vi farà pensare ad un certo pezzo dei Nirvana, quindi nessuna storpiatura in fase di adattamento in italiano, cosa per niente scontata nel nostro paese. Pubblicato nel 2007, è il primo romanzo del talentuoso autore di romanzi, racconti e fumetti Joe Hill e vede come protagonista Judas Coyne, chitarrista di una band death metal, collezionista di oggetti macabri e maledetti. 

La risposta ad un’inserzione gli permette di aggiudicarsi un articolo che sembra provocare fenomeni paranormali nelle case di chi lo possiede: un abito scuro da uomo confezionato in una scatola a forma di cuore. Curioso e anche un po’ scettico, non si farà problemi ad aprirla. Da quel momento Judas sarà vittima di una persecuzione che porterà morte e disperazione nella sua vita e porterà a galla ricordi di un passato fatto di eccessi e che sperava essersi lasciato alle spalle.

La Scatola a Forma di Cuore è una storia di fantasmi, sia come entità che interiori, e ve lo consiglio caldamente. Joe Hill, vincitore di due Bram Stoker Award, vi conquisterà con questo romanzo ben scritto, ben costruito e con un protagonista che non dimenticherete, che si legge velocemente perché non riuscirete a staccarvene fino all’ultima pagina. Se vi piacciono l’horror e la tensione, se cercate un romanzo d’intrattenimento per passare qualche ora di svago durante le vacanze, non perdetevelo. E poi, quanti romanzi conoscete che hanno come protagonista un musicista metal? Con questo, dopo Venezia Metal, siamo almeno a quota due.

[Lenny Verga]

Illucia – A New Reign (2022)

Un vulcano in eruzione, una strana creatura che emerge dalla terra spaccata, fumo, fiamme, nuvole e fulmini, un logo con tanto di spada che lo attraversa ed un serpente che lo avvolge. Una classica copertina degli anni ’80 nel loro pieno splendore. Invece no, siamo nella lontana India, più precisamente a Bangalore, e gli Illucia sono una giovane band. Formatasi nel 2014, ha pubblicato un EP intitolato 111 nel 2019 e A New Reign è la loro nuova release.

Come si evince, il trio indiano vede nel metal degli anni ’80 il proprio habitat naturale, in particolare quello più tradizionale, classico, ancorato alle origini, ai primi album di Judas Priest, Manowar, Accept, Saxon, Iron Maiden, insomma ci siamo capiti: metallo duro e puro, senza compromessi. 

Questo A New Reign è composto da nove pezzi di metallo classico che più classico non si può e che hanno più o meno tutti gli stessi pregi e gli stessi difetti. La band ha buone idee soprattutto per quanto riguarda la composizione di riff, ma ad ogni momento convincente che troviamo se ne affianca uno sin troppo basilare e manieristico, complice anche una batteria che sembra limitarsi a fare sempre il minimo indispensabile. È incredibile come ogni volta ad un bel riff, ad un bel solo si accompagnino ritmiche piatte e con poco mordente. A volte succede anche il contrario. Gli Illucia dimostrano anche di voler dare una certa varietà e dinamicità al proprio lavoro, riuscendo nell’intento, alternando pezzi veloci e quadrati come Fateful Night, Hellucination, Clap of Thunder, Wall of Desire ad altri più epici e drammatici come Slaves of the Land e la conclusiva The Ritual… A New Reign.

Altra nota dolente è la produzione che, intendiamoci, non è pessima, ma sembra anch’essa venire dagli anni ’80: grezza, con le chitarre spesso sovrastanti, un basso che si fatica a sentire, la voce non sempre equalizzata al meglio. Ma immagino che abbiano fatto il massimo con i mezzi che avevano a disposizione.

Gli Illucia hanno dalla loro grinta, voglia di fare e di suonare, hanno fame di metallo e la vitalità di giovani ribelli, hanno l’attitudine e si intravede anche una certa inventiva. I margini di miglioramento ci sono, basta affinare il songwriting, lasciarsi andare un po’ di più sulle ritmiche e, mantenendo ciò che di buono hanno già dimostrato di avere, potranno portare a casa un risultato molto più convincente.

[Lenny Verga]

Contemplare la natura: Galaverna – Wagdans (2022)

I Galaverna sono una band veronese composta da sette elementi e dedita a quello che viene definito folk-prog-psych nordico, un genere che ha una sua scena ed un suo pubblico soprattutto nel nord Europa. Sono pochi gli strumenti elettrici presenti, perché principalmente sono acustici, archi, flauti e percussioni combinati per creare un sound che prende spunto da generi che indubbiamente influenzano anche il nostro caro vecchio metallo. 

Folk, progressive, psichedelia, c’è tutto questo e molto di più nel nuovo album intitolato Wagdans (La danza del fauno), secondo lavoro dopo l’esordio Dodsdans (La danza della morte) risalente al 2015. I Galaverna costruiscono sei brani di lunga durata, molto elaborati e stratificati, in cui la vena prog è evidente. Ci sono lunghe parti strumentali che ne accentuano il lato psichedelico e il mood da rock progressivo anni ’70, quello più sperimentale e influenzato dal folk.

Il concept di Wagdans è legato alla natura, al suo risveglio, alla rinascita dopo l’inverno, argomento che lega benissimo con la musica proposta tanto che viene naturale immaginarsi verdi foreste e ruscelli che scorrono, gli animali che popolano i boschi. Quella dei Galaverna è musica per contemplare la natura nel suo splendore, per viaggiare con la mente e allo stesso tempo sarebbe di grande intrattenimento ad un bel festival celtico.

Le sonorità presenti in Wagdans non sono quelle cui siamo più abituati a trovare su queste pagine, ma sono molto interessanti da sviscerare e assimilare, visto che ad ogni ascolto si scoprono nuovi particolari. Mi rendo conto che probabilmente non è un genere adatto a tutti e che richiede un certo impegno all’inizio, ma personalmente l’ho trovato molto piacevole.

[Lenny Verga]

Manowar – Highlights from the Revenge of Odysseus (2022)

Bentornati! Vi avevo già accennato che, più o meno nel periodo delle medie, avevo un amico con una collezione di dischi di rumori di scena teatrali. Era il figlio più piccolo di un’infornata numerosa di fratelli molto più grandi di lui e tutti con l’hobby del teatro; è per questo avevano una collezione di dischi con delle tracce di rumori di scena: che ne so, lo sparo, la cannonata, risate di sottofondo e robe così, tracce che servivano al fonico per rendere più viva la rappresentazione dello spettacolo. Ecco, unisci a questo il fatto che le ragazze nella nostra scuola erano poche, non ci cagavano e che noi eravamo parecchio stupidi, e il risultato erano pomeriggi a mixare quei rumori di scena con sovraincisioni di frasi stupide e fare delle cassettine, che poi riascoltavamo e ridevamo come scemi, robe del tipo: Rumore epico – rumore fiume-risata maligna-rumore cascata-rumore sciacquone-applauso con sopra noi che si insultavamo. Quell’esperienza mi fece capire che io nella vita non è che avrei mai combinato granchè, ma una volta presa coscienza di questo mi son messo l’animo in pace e andava bene cosi, ma quelle cassettine servivano per far ridere due dodicenni dall’intelletto limitato. Non avremmo mai preteso di farci un disco, soprattutto se fossimo stati adulti, quasi anziani e con una carriera alle spalle di un certo peso. Cioè Manowar cari, siete ad un passo dalla pensione, e mi fate stà boiata? Rumori di fondo con gente che ci parla sopra in greco? Sakis, ma porca miseria, va beh che te lo chiedono i tuoi idoli di quando eri giovane e con i capelli, ma un pò di dignità…. Poi gli altri saranno anche attori greci di un certo livello, hanno bellissime voci impostate, ma poi alla fine rimangono rumori di fondo teatrali con sopra voci in greco. Ci sono poi anche due pezzi suonati. Uno è una ballad melodica con voce femminile che duetta con Adams, che mia moglie dall’altra stanza mi ha chiesto se stavo guardando un Musical in tivù ed in effetti è una canzone che vorresti vedere in un Musical e non sentire su un disco dei Manowar (io odio i Musical). L’altro pezzo è un classico pezzo dei Manowar “tu-pa, tu-pa” della loro seconda parte della carriera, due note e parte ripassata con gli oh-oohoo-oh in sottofondo prima del ritornello finale, roba loro, ok, ma magari sforzarsi un pò di più non farebbe male a nessuno.
Cari Manowar, perchè? Riprendetevi Ross the Boss, fate un tour nostalgia come tutti gli altri anzianotti del giro, giusto per far cantare i vecchi fans come me e poi ritornate a casa, la storia l’avete già scritta; non cercate di fare gli splendidi, non vi riesce, e rischiate di rovinare tutto, fatevi consigliare dai vostri nipoti magari.
Niente da fare.
[Lord Baffon II]