Trentenni con la bandana. Suicidal Tendencies – The Art of Rebellion (1992)

Non posso pensare ai Suicidal Tendencies senza ricordare il loro concerto a Brescia, in occasione dei festival organizzati da Radio Onda d’Urto. A parte il pubblico folkloristico, non ho mai visto così tanti rasta e hippy ad un concerto metal, e una selezione gastronomica interessante – onore e gloria all’arrosticino -, le band invitate dagli organizzatori erano tutt’altro che scontate. Va bene, ci sono andati i Testament in occasione del tour a supporto di Dark Roots of the Earth, e forse era anche il momento migliore per vederli (a parte il suono osceno che ti permetteva di sentire o una o l’altra chitarra), ma i Suicidal Tendencies non me li sarei aspettati. E invece il concerto che hanno fatto ha spettinato metà delle persone presenti, compreso il sottoscritto anche se rasato, e non c’è stata tregua dall’inizio alla fine del concerto. Una botta di vita, con un mosh-pit incredibile e un wall-of-death che ha fatto tremare più di una otturazione nella bocca degli sventurati che si sono trovati in mezzo a quel carnaio. La polvere, il suono pieno e violento, Cyco Miko in piena forma e soprattutto una sezione ritmica in stato di grazia, hanno reso quel concerto degno di essere ricordato per diversi anni. E infatti mi son comprato la maglietta dei Suicidal Tendencies, giusto per ribadire il concetto. Ero arrivato a The Art of Rebellion in un secondo momento e grazie agli Infectious Grooves, il cui disco del 1994 mi ha aperto gli occhi su come il funk-metal potesse essere altro rispetto al solo abbeveratoio Red Hot Chili Peppers. Sentiti gli Infectious Grooves, goduto come un riccio della potenza funk mista la metal e il basso slappato di Trujillo, mi son preso bene e son andato a prendermi The Art of Rebellion, uscito un paio d’anni prima (precisamente nel 1992). E quello che mi son trovato di fronte non era proprio quello che mi ero prospettato nel mio piccolo cervello bacato. Sapevo che non potevano essere funk-metal come gli Infectious Grooves, ma un disco così sperimentale, così molto altro rispetto al solo thrash (ne trovate dentro, sia chiaro), non ero pronto a sentirlo. E ancora oggi è una ventata di freschezza, visto che svaria, cambia ritmi e sembra essere più irrequieto dello stesso Cyco sul palco. Non si ferma al solo thrash metal venato di hardcore punk, si mette d’impegno anche a buttarci dentro l’alternative, il pop, il funk, cose acusticheggianti e parti che non c’entrano un beneamato cazzo. Ma ha tutto un senso, visto che la band è in stato di grazia e mescola tutti gli elementi in un disco che viaggia a mille, anche se è abbastanza intelligente da saper rallentare qua e là (I’ll Hate You Better, che sembra una cover/presa per il culo di una band alternative dell’epoca). Vi innamorate di Can’t Stop perché di facile approccio, ma poi capite che dentro The Art of Rebellion c’è di più e allora perché non godersi le velocità di We Call This Mutha Revenge o le invettive di Gotta Kill Captain Stupid? E a proposito di cose che non capite perché siano dentro, I Wasn’t Meant to Feel This / Asleep at the Wheel ha la propria foto sotto la scritta straniante, ma mi piace e dovete prestarci un po’ di attenzione prima di bollarla altrimenti.
The Art of Rebellion usciva 30 anni fa e voi vi sentite vecchi, visto che state giustamente pensando che quelli nati nel 1990 sono ancora degli adolescenti mentre hanno già famiglia e figli. Quello che non è cambiato, però, è l’approccio del disco e adesso che me lo sto riascoltando mi sento più giovane di una bella manciata di anni, non sento l’incombenza della fine del mese, delle bollette da pagare, degli acquisti per mettere a posto la casa e via dicendo. Forse non lo ascolterò come un tempo, ma è un LP che so di avere e quando mi serve un tocco di follia, di controllata follia, allora posso metterlo su e per poco meno di un’ora respiro gli anni ’90. Aria di gioventù.
[Zeus]

Il mio ultimo disco dei QOTSA – Song for the Deaf (2002)

Faccio parte di quella stregua di vecchi tromboni che, senza neanche arrossire, affermano che l’ultimo disco dei Queens of the Stone Age che hanno mai ascoltato è stato Songs for the Deaf. Ebbene sì, il successivo Lullabies to Paralyze non me lo ricordo e via dicendo con gli altri, proprio per niente. Non riescono a restarmi in testa e il singolo visto su Youtube non aiuta di certo il mio interesseo. Potenza delle preview, visto che in un tempo passato avrei acquistato un disco di Homme e soci senza neanche pensarci troppo. Vogliamo mettere l’esordio o Rated R con quanto uscito post-2002? Non scherziamo. Ecco perché ho salutato il treno Queens of the Stone Age e mi son diretto verso altri lidi, preferendo ascoltarmi il tentativo degli Unida del 1999 rispetto a tutto quanto Homme avrebbe mai prodotto successivamente. Su SFTD c’era il perfetto allineamento dei pianeti, facendo sì che Dave Grohl si prendesse una pausa dai Foo Fighters e si decidesse a tornare a tirar saracche dietro la batteria e Mark Lanegan fosse disponibile, visto che la vita sulla strada e in preda agli spasmi dell’eroina non era proprio divertente e redditizia (e poi Homme gli era anche grato, visto che nel tempo che fu Lanegan l’aveva ospitato negli Screaming Trees). E poi il duo Olivieri – Homme è sempre un piacere da sentire, visto che, in un modo strano, riescono a stemperare a vicenda l’ego enorme che si portano appresso. L’equilibrio permette ad Olivieri di far filtrare il suo animo cazzaro, cocainomane e punk e ad Homme di tirar fuori il songwriting definitivo per i QOTSA. Perché, cari miei, da qua in avanti le idee son diventate sempre più sottili. Forse sbaglio io, sia chiaro, ma il mio parere vale quanto quello del primo stronzo che si dichiara conoscitore assoluto della musica.
Detto questo, Songs for the Deaf è il culmine artistico della band, forse mai come nel 2002 realmente sul pezzo. I QOTSA costruiscono canzoni che arrivano tanto dritte al punto e facilmente ricordabili, quanto ancora con quella sensazione di genuinità. Si sente l’odore delle jam (Desert) sessions, delle notti sbronze al chiaro di luna, la droga e la creatività. Homme ruba senza problemi nelle Desert Sessions, ma lo fa con arguzia e competenza, scegliendo bene e scegliendo il meglio, sia in termini di riff, sia per quanto riguarda la formazione.
Songs for the Deaf è stato un “regalo” inaspettato, visto che all’epoca scaricare un brano tramite Gnutella, o chissà quale porcheria di peer-to-peer si usava all’epoca, era paragonabile ad una maratona sfiancante. E metà delle volte aveva una qualità sonora che ti faceva venire il mal di mare, se non era un virus o un video porno. Quindi di corsa dal mio negoziante di fiducia, che mi aspettava col machete in mano visto che ormai l’Euro era arrivato a portare povertà assoluta nelle mie tasche, e poi via ad imparare a memoria quanto c’era su quel CD tutto rosso.
Per moltissimi anni questo è stato il mio disco preferito della band, cercato più di Rated R e voluto più del disco omonimo, ma nel giro di 20 anni anche Songs for the Deaf è diventato “solo” il disco da cui prendo canzoni per le compilation di Spotify. Triste, lo so, perchè meriterebbe di più di essere cannibalizzarto per i party alcolici; ma poi, scusate, se non è corretto utilizzare un disco strafatto come quello dei Queens of the Stone Age nei party ad alto contenuto alcolico, allora per cosa?
Potere di un disco come Songs for the Deaf. Zeppo di canzoni rock assolute, praticamente tutte ottime anche quando sembrano dei filler, e talmente ben fatto che in vent’anni non è invecchiato di un minuto.
[Zeus]

Operazione nostalgia. The Halo Effect – Days of the Lost (2022)

Tutti ci stiamo ancora chiedendo perché gli In Flames si siano tramutati, a partire dal 2000, in una band inascoltabile e non hanno proseguito sulla strada che le potenzialità espresse fino al 1999 sembravano aver messo ben in chiaro. Con il senno di poi e la capacità innata di TheMurderInn nel leggere il passato, il punto focale è stato il progressivo indebolimento del ruolo di Jesper Strömblad e la maggiore importanza che hanno preso il duo Gelotte – Fridén nella scrittura dei brani. Visto che i vecchi In Flames hanno un posto speciale nel mio cuore tengo conto che il buon Jesper ha combattuto (e combatte) con i propri demoni da epoche storiche, ma anche che da quando ha lasciato gli In Flames post-A Sense of Purpose non ha tirato più fuori un progetto degno di nota. Risultato? Mi sembra abbastanza semplice pensare che ritornare in pista col serbatoio carico di riff e idee per Days of the Lost non deve essere stato semplice. E non lo è stato.
Days of the Lost è il disco che sarebbe dovuto uscire post-Colony, lo dico chiaramente, con tanto di Mikael Stanne al posto dello svociato Fridén, ma ha un problema di base: è uscito con 22 anni di ritardo e quindi mi chiedo come suona nella realtà e non nella malinconia dei miei sogni infranti? Il disco è divertente, certo, non posso non sorridere quando sento le armonizzazioni di chitarra o anche il growling corposo del singer dei Dark Tranquillity. Sono cose che sono dentro il mio DNA. Ci sono le spezie giuste in Days of the Lost e le annusi in quasi tutte le canzoni già uscite nell’EP, ma anche nel riffing iniziale di A Truth Worth Lying For (per quanto poi tremi un po’ nel corso dei suoi 4 minuti abbondanti) e quindi quel riffing di chiara matrice In Flames, quella melodia che emerge prepotente e vivace. Ci sono persino le clean vocals di Stanne, anche se ormai non fanno più scalpore ma hanno un sapore ben diverso da quella lagna che si sente in prodotti melodeath di altre band svedesi o americane.
Il problema di Days of the Lost sta nell’essere arrivato troppo tardi, quando ormai non c’è niente da dire nel settore melodic death metal, niente da resuscitare di un cadavere che ormai puzza (sì, gli In Flames) e di una band che, senza le falsità tipiche delle recensioni alla volemose bene, centra metà/trequarti di scaletta e poi lascia scorrere il resto senza incidere poi troppo, con un songwriting manieristico e col pilota automatico. Sincero di certo, ma rimane un LP che dentro ha brani che nella prima metà del 1990 non avresti mai interpretato come degni di una scaletta forte. Lo so, sono nel 2022, ma è un prodotto nostalgia, fatto fra amici, e quindi con l’intento di celebrare un tempo che non c’è e quindi anche io posso immaginare questo disco in un momento in cui non è uscito.
Forse nel prossimo LP, che sicuramente arriverà, si libereranno delle scorie del passato e ritroveranno un po’ di freschezza – ma lo dubito, pur sperandolo. Lo so, sono un inguaribile romantico e ci conto sempre nel sentire un disco che mi riporti alla mente un certo tipo di sonorità. Ma non avverrà. Ed è per questo che i The Halo Effect e Days of the Lost sono un prodotto che funziona a tratti, che mi accompagna ma non mi prende alla gola. Sono un prodotto nostalgia, il sequel di un film di successo con gli attori al posto giusto ma senza averne il tempismo. Non potrà mai funzionare come prodotto autonomo, perché tutti partiamo già bruciati da quanto è successo. Prendetelo per quello che è: un LP che vi darà la sferzata giusta per 20 minuti per poi farvi ritornare ad ascoltare quello che, di solito, gira sui vostri Spotify/Hi-Fi.
[Zeus]


Rotting Christ – Genesis (2002)

Ad oggi penso di aver iniziato e cancellato questo articolo almeno quattro volte, non poco per un disco dei Rotting Christ. Va bene che all’inizio del 2000 i fratelli Tolis, anche se in realtá chi la fa padrone é il solo Sakis che relega il fratello ad un ruolo decisamente secondario, stanno mutando pelle ma é Genesis é comunque un disco che riserva alcune ottime canzoni e una creativitá irrequieta. Irrequieta sí, ma nel contempo giá capace di fossilizzare alcuni stilemi che da lí a poco diventeranno un trademark dei Rotting Christ. Il precedente Khronos non mi ha mai fatto impazzire, troppo incerto ancora su quale direzione prendere, mentre questo Genesis é di certo piú focalizzato ma anch’esso ha dentro qualche brano di troppo e un paio di lungaggini che Sakis poteva tranquillamente risparmiarsi (ad es. il finale di Nightmare) o Release Me, che ancora oggi non riesco a capire bene. Quest’ultima é talmente schizoide che non so se apprezzarla per rompere gli schemi o ripudiarla in maniera totale.
Genesis é, in poche parole, tutto cosí. Ha dentro il caro vecchio black metal, i riff sono acidi, ben fatti e al centro di tutto, e anche le aperture gothic ormai parte del DNA della band greca, ma é proprio dal 2002 che Sakis decide di gettare via ogni remora e inserisce chorus gregoriani, spoken words, parti sinfoniche – che poi saranno altro elemento chiave della seconda parte della carriera dei Rotting Christ – e addirittura una batteria tribale (Ad Noctis). Tutti elementi che, post-Theogonia, diventeranno fondamentali nell’economia della band a scapito di molte cose che, fino ad allora, avevano caratterizzato il modo di comporre di Sakis Tolis. Il disco solista del mainman greco trova le proprie radici proprio fra la fine degli anni ’90 e l’inizio del 2000, dove il riff era ancora centrale, le melodie erano gothic e dal vago retrogusto “ellenico” e la tribalitá/la ritmica era l’eccezione piuttosto che la regola.
La cosa paradossale, e lo dico a distanza di molti anni, é che alcune canzoni di Genesis ritroveranno una seconda gioventù con l’uscita del live Lucifer Over Athens, in cui verranno riprese Quintessence e The Call of the Aethyrs. Brani che giá su disco erano forse i migliori, ma che, dal vivo, spaccano senza pietá.
Quello che, ancora oggi, mi piace di Genesis é che riporta il black metal e Satana al centro del villaggio: una In Domine Sathana tenta, allora come oggi, di evocare il Satanasso e, prima o poi, i greci ci riusciranno nell’intento di portarlo su questo pianeta.
Piú passano gli anni, piú Genesis mi sembra meno decifrabile. Talento, diversi buoni pezzi e quale giro a vuoto descrivono bene quanto presente in questo disco, ma troppo spesso sembra che il disco sia troppo schizofrenico, pur possendendo una sua coerenza interna.
[Zeus]

Il nuovo LP dei Panzerfaust. The Suns of Perdition – Chapter III: The Astral Drain (2022)

C’é stato un momento in cui ho pensato che The Walking Dead potesse essere una serie da conservare e tramandare ai posteri. Era la prima stagione, forse aggiungo anche la seconda, e mi son trovato a pensare che, finalmente, un prodotto di punta dei canali commerciali potesse arrivare a toccare le vette di un buon film. Nelle prime stagioni c’era un po’ di tutto: dramma, horror, tensione, approfondimento della psicologia dei personaggi, azione e tutto quanto quello che volevo da una serie tematica zombie. Il giusto mix, senza troppe vette ma non c’erano neanche i tonfi profondi che certi film sembrano portarsi addosso tipo lebbra. Il problema é stato poi il proseguire della serie, che mi ha portato ad overdosi di latte alle palle e quindi al mio abbandono senza il minimo rimpianto. Troppi approfondimenti psicologici, troppe pieppe mentali, troppa stasi prima di arrivare a quellunico momento di grazia che, per esigenze di pubblico e share televisivo, doveva essere suddiviso in almeno 3 puntate. Una farsa senza fine. A partire da non so quale stagioine, ho deciso di smettere di guardare The Walking Dead e mi son diretto su altre cose, cercando invano quella tensione “emotiva” che ti fa vedere una serie televisiva senza patemi d’animo. Il problema dei canadesi Panzerfaust del terzo capitolo della serie The Suns of Perdition é di aver abusato degli intermezzi. Il disco, in sé, non é male, pur avendo qualche “difficoltá” nella prima parte, ma sono i 4 intermezzi su 9 brani a spaccarti le gambe, i coglioni e anche il clima generale del disco. Quattro intermezzi che, pur intonati nel mood del disco, spengono ogni volta quel tentativo di arrivare un climax di violenza ed emozione che mi aspetto da un disco. Un po’ come quando alle superiori facevi i 100m piani alla massima intensità e ogni 20 metri qualcuno ti disturbava e non riuscivi piú a mettere il turbo nelle gambe. Ed é un peccato, credetemi, perché The Suns of Perdition – Chapter III: The Astral Drain é effettivamente un buon disco, anche se per me ai canadesi manca un po’ di carattere autonomo. Nel primo disco della serie, il riferimento polacco non era nascosto, ma in questo terzo capitolo abbiamo un’overdose di Mgla/Kriegsmachine: per ulteriori approfondimenti potete sempre sentirvi il singolo The Far Bank of the River Styx che non é altro che Exercises in Futility rifatto in salsa canadese, e senza Darkside alla batteria (anche se il buon Alexander Kartashov non é assolutamente un mero picchiatore passato di lá per caso). A parte questa similitudine piú che evidente, le tre canzoni finali del disco sono di assoluto valore e la proposta dei Panzerfaust assume un carattere apocalittico che mi piace, pescando senza problemi nel black metal moderno, spaziando fra accessi di violenza ed escrescenze piú melodiche e aggiungendo qualche spezia fornita da post-black metal e via dicendo. Sono solo suggestioni, ma fanno sí che il terzo capitolo del CD sia di buona fattura. Peró ci sono abbastanza elementi che mi fanno pensare che The Suns of Perdition – Chapter III: The Astral Drain non sia all’altezza di War, Horrid War o di Render unto Eden. Avessero tranciato via almeno tre dei quattro intermezzi, il mio giudizio sarebbe stato giá diverso. Se avessero anche puntato su una doppietta iniziale piú ficcante, staremmo parlando di uno di quegli LP che finiscono nella classifica dei migliori dischi dell’anno giá molti mesi prima di stilare le classifiche.
[Zeus]

Amon Amarth – The Great Heathen Army (2022)

Da buon ex-studente conosco, e riconosco, l’importanza basilare dei bastoncini di pesce – non specifico nessuna marca, perché osare il prodotto di marca era una cosa un po’ troppo nobile. Lo stesso principio l’ho applicato qualche anno dopo, quando con un lavoro stabile e un commercialista che bussava cassa ogni 3 mesi, il conto in banca piangeva e il rapporto entrate – uscite non era proprio sulla linea verde.
Il bastoncino di pesce, pur essendo un prodotto che di pesce di qualità non ne vede da epoche ancestrali, deve rispecchiare due standard immediatamente riconoscibili dal globo terraqueo: devono piacere a tutti e quindi non osare con sapori strani e, molto importante, devono essere cotti fino ad essere croccanti, il cosidetto crispy di derivazione anglosassone.
Se sul primo possiamo trovare delle fazioni, chi vuole la panatura fina, chi quella grossa, chi quella da fish&chips ecc. ecc., sul secondo elemento, la croccantezza, non si discutere. Mangiare bastoncini di pesce troppo morbidi è una punizione troppo grande anche per chi compra prodotti fatti con gli scarti dell’intestino del peggior pesce delle fogne di Calcutta.
Gli Amon Amarth del 2022 sono i bastoncini di pesce, ma poco cotti. Il problema è che il declino, inevitabile, ha origini così lontane che è quasi imbarazzante continuare a ribadire il fatto che Hegg e soci ormai sono un prodotto che, quando va bene, sono da punto d’entrata per chi il metal non lo sente, quando va male fanno uscire Berserker, che proprio un bel disco non lo era. The Great Heathen Army è il figlio che tutti si aspettavano dagli svedesi: prevededibile, con le stesse melodie e immancabili riff, lo stesso approccio Vikings alla tematica vichinga e nordica in generale e il solo punto di forza lo trovano nella voce di Hegg. Il resto, signori miei, è il bastoncino di pesce mollo. Perché le chitarre sono prive di quella decente croccantezza che voglio da un LP di melodic death metal e la batteria di Wallgren è basilare fino ad essere dimenticabile, però in Heidrun il duo Hegg – Wallgren fa divertire, ma forse è l’apporto della capra a rubare la scena. Messo al muro e con la possibilità di scegliere un pezzo di The Great Heathen Army per salvarmi la vita dallo scorticamento, sceglierei Saxon and Vikings con Biff Byford dei Saxon a duettare con il singer svedese. Un brano tutto sommato normale, non fraintendetemi, ma si posiziona almeno una spanna sopra tutto il resto del disco, che è la classica solfa che sentiamo sui dischi degli Amon Amarth da una ventina d’anni circa. Rischio zero, nuove generazioni acchiappate alla grande perché il binomio “death metal melodico” (ormai è quasi metal classico quello che suonano i cinque nerboruti svedesi) e vichinghi fa presa proprio perché “fomenta” le masse di giovani e una costanza impagabile da prodotto IKEA svedese. Lo show dal vivo lo fanno e son divertenti, ma chi parte dagli Amon Amarth finirà inevitabilmente per dire che ha incominciato proprio da uno di questi LP per poi finire ad ascoltare cose serie.
Ci vuole una porta d’ingresso al metal, gli Amon Amarth fanno il loro sporco lavoro, ma è una band col pilota automatico da troppi anni per essere presa sul serio.
Ah, non mi sembra neanche il caso di affermare che la copertina di The Great Heathen Army è imbarazzante. Lo vedete anche voi che è fumetto puro.
[Zeus]

Intervista a Sara Simoni

Sara Simoni è un’autrice che sta riscuotendo un bel successo grazie ai suoi romanzi fantasy. Il suo nuovo libro, intitolato La Mesmerista è uscito da poche settimane e ci trasporta in un’ambientazione inedita: un’Italia ucronica degli anni ’20, con un pizzico di fantasy ed una trama degna delle migliori spy stories. Per l’occasione noi di The Murder Inn l’abbiamo intervistata e le abbiamo anche strappato qualche informazione sui suoi gusti musicali.

TMI: Il tuo nuovo romanzo, intitolato La Mesmerista, è uscito da poco. Vuoi raccontarci di cosa parla?

Sara: Siamo in un 1920 alternativo dove l’impero austroungarico è uscito vittorioso dalla Grande Guerra grazie a un corpo speciale dell’esercito, i mesmeristi. Lena, originaria del Trentino, ma di famiglia irredentista, dalla fine del conflitto vive come profuga a Livorno, arrangiandosi come può grazie alle proprie abilità di ladra e di mesmerista. Quando il colpo della vita si rivela una trappola, la sua unica possibilità di evitare la pena di morte è aiutare un ispettore senza scrupoli, pronto a tutto pur di eliminare la minaccia dei mesmeristi dal regno d’Italia, perfino a usare i loro stessi poteri. Lena dovrà fingersi nobile per insinuarsi nella vita di Bastiano Adimari, uno degli uomini più ricchi della città, e trovare la potente arma che nasconde. Ma Bas non è come Lena immaginava, e il gioco dell’inganno rischia di intrappolare anche lei…

TMI: Come mai hai scelto questo periodo storico e questa ambientazione?

Sara: Sono sempre stata affascinata dagli anni ’20, un’età di cambiamenti e innovazioni, ma al tempo stesso di incertezza, di inquietudine. Con la Mesmerista ho deciso di assecondare questa fascinazione, e insieme ho voluto valorizzare un luogo che amo e conosco bene, la città di Livorno. Penso che le ambientazioni italiane, finora poco sfruttate, abbiano tantissimo da dare al fantasy e ai lettori disposti a lasciarsi sorprendere. Descrivere e ricostruire la Livorno di quegli anni è stato estremamente interessante, a un certo punto ho dovuto costringermi a porre fine alla documentazione per iniziare a scrivere, altrimenti sarei andata avanti all’infinito!

TMI: Cosa vuoi trasmettere attraverso la protagonista, Lena, e la sua storia?

Sara: Lena è un personaggio sradicato, una ragazza che ha perso tutti i legami per lei importanti e ora fatica a crearne di nuovi (e soprattutto di sinceri). Non si fida e non vuole la fiducia di nessuno, ma non ha fatto i conti con Bas. Sono tanti i temi che scorrono in sottotraccia alla narrazione, mi piace pensare che questa storia si possa leggere su più livelli: ci si può semplicemente appassionare all’avventura, al sistema magico e alla storia d’amore, godendosi la narrazione come un’evasione. Chi invece chiede di più ai propri libri può scoprire come l’argomento portante, la fiducia, si innesti ai vari elementi della trama e agli altri sotto-temi. Il tutto avviene senza retorica, ma solo con il desiderio di trasmettere un possibile punto di vista: credo che questo sia un grande potere delle storie.

TMI: Immagino che le prime recensioni, i primi pareri siano già arrivati. Sei soddisfatta?

Sara: Molto, vedere la mia storia attraverso lo sguardo dei lettori è un’esperienza bellissima e davvero istruttiva. È come se ogni lettore lasciasse sulle pagine qualcosa di sé e arricchisse il romanzo di nuove sfumature.

TMI: Sei spesso presente a fiere ed eventi, anche con lo stand della tua casa editrice, Acheron Books. Ce n’è già qualcuno in programma, dove promuoverai La Mesmerista

Sara: Sarò a Stranimondi, a Lucca Comics e alla Games Week. Non escludo la partecipazione ad altre fiere, ma al momento queste sono quelle a cui prevedo di prendere parte, sempre nella trincea targata Acheron Books insieme ai miei colleghi.

TMI: Ti piace il contatto diretto con il pubblico? 

Sara: Sono una persona estremamente introversa, quindi le fiere per me hanno sempre un costo non indifferente in termini di energie; d’altra parte sono anche uno dei momenti più belli della vita di uno scrittore. All’ultimo Salone del Libro di Torino ho incontrato tantissimi miei lettori e lettrici e parlare con loro senza uno schermo di mezzo, poter vedere lo scintillio nei loro occhi… non ha prezzo. È un ricordo che conserverò per sempre.

TMI: La nostra rivista tratta principalmente di musica dura, quindi l’inevitabile domanda è: che musica ascolti? Se non ti piacciono l’heavy metal l’hard rock non ci offendiamo.

Sara: Ho gusti piuttosto eclettici in fatto di musica, al punto che nella stessa playlist sono capace di inserire brani metal, folk, pop, rock, musica classica, italiana e colonne sonore dei cartoni animati, facendo inorridire praticamente chiunque per un motivo o per l’altro. Non mi sono mai identificata con un unico stile, la mia tendenza è sempre quella di stare sui confini, nelle intersezioni.

TMI: Anche la musica è una tua fonte di ispirazione?

Sara: Molto spesso sì. Creo anche delle playlist per ogni romanzo, a volte associo una determinata canzone a un personaggio o a scene particolari.

TMI: Ascolti musica quando scrivi?

Sara: A volte, e quando lo faccio divento molto ossessiva, sono capace di ascoltare la stessa canzone a ripetizione per una giornata intera. Ascolto musica soprattutto in scalettatura o al massimo in prima stesura, per calarmi meglio in determinate atmosfere, ma cerco di non farlo in fase di revisione o rilettura: ci sono brani che renderebbero epica perfino una passeggiata per andare alle Poste, mentre quando correggo preferisco avere un’esperienza più vicina a quella dei lettori.

TMI: Hai mai suonato uno strumento?

Sara: Ho suonato la chitarra elettrica per alcuni anni; ho anche fatto parte di un gruppo rock tutto al femminile. Suonavamo soprattutto per noi stesse e non ci esibivamo quasi mai, ma è stata un’esperienza che mi ha dato tanto.

TMI: Visto che è la prima volta che appari sulla nostra webzine, vuoi dirci qualcosa sugli altri libri che hai scritto?

Sara: La Mesmerista è il mio quarto romanzo fantasy pubblicato con la casa editrice Acheron Books. La scrittura fa parte della mia vita da tantissimo, ho avuto le prime esperienze di pubblicazione quando ero ancora minorenne e tra racconti, corsi e concorsi, attorno ai venticinque anni ho capito che volevo impegnarmi nella narrativa fantastica, un genere che mi aveva dato tanto e con un potenziale che spesso in Italia non viene colto appieno (anche se ultimamente per fortuna le cose stanno cambiando). Per prima è arrivata la saga di Ys, ispirata a una leggenda celtica, mentre nel 2021 è uscito Dolomites, un romanzo storico autoconclusivo tratto da una leggenda del Trentino. Ogni libro mi ha insegnato tanto, grazie al lavoro con gli straordinari professionisti di Acheron e all’incontro con il pubblico, e il mio impegno è quello di mettercela tutta per portare sugli scaffali storie sempre migliori!

Ringraziamo Sara Simoni per la disponibilità e la gentilezza… e per averci rivelato il suo passato da chitarrista rock! La rivedremo presto sulle nostre pagine con una recensione del suo nuovo romanzo.

[Lenny Verga]

Report Kaltenbach Open Air 2022 – giorno 1

Quest’anno sono riuscito ad andare al Kaltenbach Open Air solo il primo giorno, il prossimo aumento di numero del Mayhem-Duo non ci ha permesso di prevedere la classica maratona di tre giorni di metal. Pazienza, sarà per un’altra volta.
Quello che è certo, è il livello sempre più che buono della manifestazione austriaca. Non posso sollevare nessun rimprovero vero e proprio, se non il dispiacere nel constatare che gli organizzatori non abbiano più utilizzato i bagni “ecologici” (con gli scarti di lavorazioine del legno etc a coprire tutto il merdaio) per puntare sui più “truci” bagni chimici. Già alla fine del serata erano in condizioni da survival, ma sempre riforniti di carta igienica, quindi un colpo al cerchio e uno alla botte.
Per questa edizione dei 15 anni, il Mayhem-Duo ha aggiunto alla comitiva anche un mio collega di lavoro che è saltato a bordo con entusiasmo notevolissimo.
Non riesco a vedere Scion of Darkness, Lowbau e Morost – scusateci – e gli Erebos li sentiamo solo in lontananza.
Il nostro Kaltenbach Open Air parte con i Groza. I tedeschi, pur facendo un discreto show e prendendo a piene mani dalla loro ultima fatica in studio, non riescono realmente a spazzare via la mia idea che sono solo dei buoni emulatori. Un po’ di Uada, un po’ di Mgla e poca creatività. Tipica efficienza tedesca, ma peccano sotto questo aspetto.
Con gli ucraini 1914 si respira altra aria. Gli ultimi due dischi in studio, Blind Leading the Blind e Where Fear and Weapons Meet, mi sono piaciuti e dal vivo riescono a portare in scena molto di quanto proposto in studio. Ovviamente le parti orchestrali soffrono, ma vengono compensate da un buon suono di chitarra, una generale compattezza nella scaletta e un buon piglio. A mio parere i 1914 sono una realtà che ha ancora molto potenziale da esprimere.
I Benighted combattono contro l’ottima performance dei 1914 e il tempo bastardo. Un improvviso acquazzone, condito da vento freddo che porta la temperatura da 35 a 20 in poco tempo, mette a dura prova il pubblico che però risponde bene al brutal dei francesi. Non sono uno dei loro fan accaniti, ma fra tutte le band del primo pomeriggio, sono stati quelli col suono più grosso e cattivo.
I Diabolical sono bravi, hanno i pezzi e lo screaming di Carl Stjärnlöv è ottimo. Le atmosfere, complice anche l’arrivo delle prime ombre serali, sono ottime, i suoni puliti e tutto funziona alla grande. Togliessero dal loro concept le clean vocals ne guadagnerebbero assai, ma forse è un problema solo mio. Appena le sento storgo il naso, ma a quanto mi è sembrato di vedere il pubblico ha reagito diversamente.
Quando gli ultimi feedback dei Diabolical si spengono, parte il rush finale anticipato dai Taake e dalla notizia che gli Ellende non si esibiranno per malattia.
Cosa volete ancora sentire su Hoest che non sia già stato scritto? Il musicista norvegese è un animale da palco, forse uno dei pochi che ancora riesce a trasmettere una sensazione di follia e iconoclastia. Genuino o teatrale fa poca differenza, vista la foga con cui Hoest attacca le assi del palco e la convinzione con cui scartavetra la propria gola. Rispetto alle band prima, i suoni sono leggermente impastati, ma hanno potenza, le chitarre sono glaciali il giusto, ma tutti hanno occhi solo per Hoest e il suo incedere sul palco; lui lo sa che ha il carisma per tenere in pugno il pubblico e, giustamente, se ne frega e fa il suo show. La scaletta pesca sia nel periodo trve black metal, Over Bjoergvin graater himmerik quest’anno compie 20 anni, sia nella produzione recente. Solo se sei completamenrte sfatto di alcol non riesci ad accorgerti della differenza qualitativa dei due periodi, per quanto i brani tratti dalla svolta black’n’roll hanno il loro fascino e fanno presa sicura sul pubblico più o meno giovane. Unico neo? Il solo di banjo su Myr mi ha fatto rabbrividire. Show intenso, che fa felici tutti e si chiude con Nordbundet e tanti saluti a Satana.
I Septicflesh approcciano il palco con la convinzione di un gruppo con 30 anni di esperienza alle spalle. E, contrariamente ai Taake che non pubblicano un nuovo CD da anni, hanno appena fatto uscire il nuovo LP e il motore gira a mille. Gli ateniesi sono carichi, in palla e piazzano una selezione di pezzi dall’ultimo Modern Primitive (i singoli Hierofant e Neuromancer e la, per me, più debole A Desert Throne), ma non mancano anche estratti da dischi come Codex Omega (da cui pescano molto), The Great Mass (le immancabili The Vampire from Nazareth e Pyramid God) e Communion (anche qua non poteva mancare Anubis). Seth Siro è un performer d’esperienza e ha il pubblico in pugno, mentre la band non fa mancare l’apporto in termini di energia, riff e lavoro dietro il drum-kit. Un concerto eccellente, anche se il pubblico era forse meno numeroso che per i Taake.
Chiudo con una considerazione: va bene stordirsi di alcol o altro, ma basta con la mania di tirare roba sul palco, prendetevi a bottigliate fra di voi e stop.
[Zeus]

Seether – Disclaimer (2002)

Non conoscevo realmente i Seether prima di incontrare l’altra metà del Mayhem-Duo, lo ammetto serenamente. Il motivo è semplice, ero un fan del grunge, come trequarti della popolazione mondiale negli anni ’90, e tutto quello che è venuto dopo mi è sempre sembrato privo di un reale spessore. Questione di gusti, che ci volete fare. C’era il grunge di Seattle e dintorni e poi c’erano tutti gli emulatori e quelli che sono saliti sul carro del vincitore. I Seether erano rimasti fuori dal mio radar, spesso perché erano dipinti, e non a torto, come fanatici dei Nirvana e, se da un lato può anche far piacere ad una vecchia carcassa come me, l’utilizzo intensivo di pattern, idee o altro della band di Cobain mi ha sempre lasciato l’amaro in bocca. E non posso negare che Shaun Morgan sia uno degli interpreti migliori del sound dei Nirvana, sia per quanto riguarda il lato musicale (spesso le canzoni sono talmente Nirvana da farti alzare il sopraciglio) sia per le vocals, che si spostano senza problemi su tonalità che richiamano sia Kurt Cobain sia Eddie Vedder. Miracoli della voce.
Disclaimer è il debutto dei Seether e non è un reale debutto, visto che molte canzoni erano già uscite sotto il nome di Saron Gas, moniker cambiato quando hanno capito che, forse, per fare due soldi nel grunge/rock mainstream, associarsi in maniera strana al gas sarin forse non è il modo migliore di iniziare. Il disco, in sé, non è male e a vent’anni di distanza lo si ascolta senza nessun problema, anzi suona ancora fresco. Il fatto che abbraccia qualche genere in più del solo grunge è un punto positivo, anche se non sto parlando di salti mortali di innovazine, ma semplicemente dal saper integrare in una formula azzeccata elementi provenienti da quanto il mercato musicale di inizio 2000 stava spingendo sul mercato; ecco quindi hard rock, alternative e addirittura ci sono cose ritmiche che potrebbero suonare quasi nu-metal (Pig o F**k It, ma prendete la cosa cum grano salis). Però Disclaimer è il disco di Fine Again, probabilmente l’unica canzone che ti ricordi senza problemi del disco se togliamo dall’equazione il successo “postumo” di Broken grazie al duetto con Amy Lee degli Evanescence e Driven Under. Gasoline, altro singolo scelto per lanciare Disclaimer, perdonatemi ma non me lo ricordo pur essendo una prima traccia elettrica e con un leggero flair Nirvana-meet-Pearl Jam; Gasoline la ascolto sempre volentieri, ma poi mi dimentico che è presente su questo disco.
Pur essendo un buon disco, Disclaimer incomincia a non reggere il confronto con la prima parte intorno alla metà del disco. Certo, c’è l’energia, le canzoni sono comunque orecchiabili e incazzate il giusto e il finale è lasciato dalla già citata e conosciutissima Broken, ma l’impatto delle canzoni sopra citate è di altro spessore. 45 minuti e dodici canzoni non sono una montagna da scalare, ma a guardare adesso la tracklist, forse forse un paio di canzoni potevano essere tagliate (Fade Away, ad es.) e lasciare il disco più compatto e incazzato. Succede, soprattutto per band esordienti, quindi non è un dramma esistenziale, ma vent’anni dopo l’uscita del disco è proprio la seconda parte del CD ad essere quella che, più di tutte, risente del tempo passato e delle mode di inizio 2000.
Difficile che non abbiate mai sentito Disclaimer, ma se non ve lo ricordate bene, perché non metterlo nel vostro spotify proprio in questi giorni?
[Zeus]


La crociera sul Nilo mancata: Nile – In Their Darkened Shrines (2002)

In Their Darkened Shrines è stato il mio primo album dei Nile. Prima non li conoscevo proprio, non li avevo mai sentiti, ed è stata una scoperta di quelle di cui ci si ricordano tutti i dettagli. Mi ricordo anche dove l’ho comprato, al Pentagramma di Verona, uno di quei posti che solo chi ha passato una certa età ricorda, uno di quei punti di riferimento per i metallari che ormai hanno chiuso i battenti.

La prima volta che lo ascoltai, la mattina dopo a casa di un’amica, rimasi sconcertato dall’intricatissimo lavoro delle chitarre, dalle strutture così articolate che al primo impatto pensai che quasi non si capiva un cazzo, ma allo stesso tempo non riuscivo a smettere di ascoltare. Dovevo assolutamente entrare in sintonia con la band e capirla. Bastarono poche tracce per rendermi conto della figata allucinate che avevo acquistato, un modo per me nuovo di vedere il death metal, tra melodie mediorientali e strutture non lineari.

Sono passati vent’anni (il 20 di agosto per la precisione) dalla sua pubblicazione e i Nile sono una band che continuo ad apprezzare, sia musicalmente che per il loro sviscerare la storia e i miti egiziani, argomenti che tra l’altro mi sono sempre piaciuti e di cui da più giovane ho letto un sacco di libri. Tra l’altro, un viaggio in Egitto e una bella crociera sul Nilo sono sempre stati tra i miei sogni irrealizzati, più volte sono stato quasi sul punto di andare ma per un motivo o per l’altro ho dovuto rinunciare.

In Their Darkened Shrines ha sicuramente un valore affettivo perché mi ricorda anche un determinato periodo, quello dell’università, e quindi non saprei dire obiettivamente dove si piazzi, a livello qualitativo, nella discografia della band. Per me è un gran disco ancora oggi, forse non molto facile da approcciare, meno della maggior parte dei suoi successori. Sarebbe una bella colonna sonora per la suddetta crociera? Per me sì, ma non so quanti altri passeggeri approverebbero.

[Lenny Verga]