Type O Negative – World Coming Down (1999)

Ci sono periodi nella mia vita in cui, per un motivo o per l’altro, vengo assalito da ondate di depressione esistenziale. Momenti in cui sento tutto il peso di questa terra sulle spalle ed è difficile guardare l’esterno con lo sguardo limpido e l’occhio sereno.
Non dico che sono ad un passo dall’appendermi al soffitto, nonostante tutto mi piace ancora questa vita, ma sicuramente è difficile sorridere e ci vuole una forza incredibile per uscire di casa e affrontare un lavoro o le persone in maniera funzionale e proficua. Soprattutto se fate un lavoro come il mio dove, senza se e senza ma, il sorridere e il rapportarsi agli altri è una caratteristica fondamentale.

Questi sono i giorni in cui sento la necessità fisica del metal, una delle poche valvole di sfogo che non mi portino a compiere atti irreperabili. Il metal e una pinta di birra (citazione che mi sento di fare, ma che lascio anonima).
E il metal deve adattarsi a questo mood, a questa sensazione di opprimente down. Deve cavalare questo sentimento e deve parlarmi in quella lingua. Non riesco ad apprezzare un pezzo happy (ad esempio un brano power metal, se mai ascoltassi questo genere), devo torturarmi all’infinito, addentrarmi in sonorità plumbee per arrivare al momento catartico che mi farà inevitabilmente risalire verso la luce. Perchè è così, scrivere e il metal sono due forme catartiche e, quindi, questa recensione è quanto più vicina ad una seduta psicoterapica di quanto voi possiate solo immaginare.

World Coming Down è una ventata di pessimismo e rassegnazione. Quindi perfetto per affrontare tale compito ingrato. Deve descrivere l’oscurità e lo fa bene, tanto che le sonorità iper-leccate di October Rust spariscono e ne esce un sound più organico e naturale. Dove nei precedenti dischi c’era della sbruffoneria (My Girlfriend’s Girlfriend), in questi solchi è il filtro acuto dell’ironia a smussare un po’ il colpo inflitto da una tristezza e rassegnazione palpabile. L’intelligenza compositiva di Pete Steele è innegabile, tanto che brani che potrebbero incartarsi e finire in innaturali lagne monotone, ne escono comunque bene e con soluzioni melodiche perfette. La melodia è un elemento fondamentale nel sound dei ToN, molto più dei riff o della pesantezza. Perchè è su quella vena che si muovono agili dei brani che, di media, superano i 6 minuti di durata.
Non capitemi male, sotto tutto il lavoro di tastiere, synth etc di Silver (che si occupa anche della drum-machine), c’è comunque un comparto musicale serrato e debitore della lezione sabbathiana. Le chitarre sono immerse in un fuzz perenne, zanzarose ma ficcanti, mentre le lenti progressioni musicali della sezione ritmica creano quel mood doom-gothic che i ToN sono capaci di maneggiare ad occhi chiusi.
Non considerando la classica traccia iniziale farlocca (Skip It) e i tre brevi intermezzi strumentali (che indicano altrettante modalità di morte e saluti a this mortal coil), il CD conta 74 minuti di musica. Capite voi che tenere alta l’attenzione su un minutaggio consistente è operazione rischiosa e non riesce sempre. La questione, principalmente, è il progressivo diradarsi delle idee, specialmente intorno alla metà scaletta o verso la seconda parte. In quei punti c’è sempre la possibilità di trovarsi il filler o la traccia loffia che ti fa rodere il culo perchè eri di fronte ad un disco che poteva essere una vera rivelazione. World Coming Down non è sicuramente così, visto che la title-track è messa a metà scaletta e poi c’è il crescendo (compresa Pyretta Blaze, traccia che mi intriga molto per la linea vocale e melodica) fino ad approdare al medley Beatles-iano Day Tripper
Dentro tutto questo c’è Pete Steele che viene a capo dei suoi demoni, che poi diventano i tuoi demoni e, quando il conto arriva a 74 minuti e lui ha vinto, allora hai vinto anche te. Per osmosi, oserei dire.
Perché è in queste tracce, in cui Pete combatte con la morte, che tu risali piano piano verso quella forma di socialità che ti permette di andare avanti e, per un po’ di tempo, non ti fa sentire quel peso sulle spalle e quella nube scura all’angolo dell’occhio.
[Zeus]

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Niente di nuovo sotto la croce rovescia: Voidstalker / Pleaguepreacher (Split – 2019)

La recensione di oggi vede coinvolte due band austriache riunite per l’occasione in uno split album dove la parola d’ordine è: black metal. Andando con ordine, ad aprire le ostilità sono i Plaguepreacher che propongono l’omonimo demo composto da cinque brani. La via scelta dal gruppo è quella di guardare al black metal norvegese e di imbastardirlo con un po’ di black n’ roll e di blackgaze. Se sulla carta l’idea potrebbe far storcere il naso a molti, devo dire che, pure non facendo gridare al miracolo, la band tira fuori una commistione equilibrata e che si fa ascoltare volentieri.
Il riffing non presenta niente di particolarmente originale ma è convincente e coinvolgente e se è proprio con la componente black n’ roll/blackgaze che ci accoglie l’opener We Die Alone, non si lasciano aspettare, all’interno della stessa track, sferzate glaciali in puro stile old school, in un alternarsi di mid tempo e blast beat che determina la formula compositiva della band (fortunatamente, non sempre nello stesso ordine).
Volutamente grezzo nel sound, l’album ha comunque una bella produzione: gli strumenti si sentono tutti, le chitarre sono ben definite, nonostante il suono “sporco”, così come le vocals. Non c’è molto altro da aggiungere, ci troviamo di fronte a cinque brani senza fronzoli, minimali, senza pretese di innovazione ma che vanno bene così, perché questo è il chiaro intento della band. Provate ad ascoltarli, potrebbero piacervi e divertirvi.

Ai Plaguepreacher seguono i Voidstalker con l’Ep Nihilistik. Gli altrettanto austriaci ci accolgono con una lunga serie di conati di vomito come biglietto da visita nella opener Religous Scum. E chi siamo noi per dargli contro? Sempre cinque i brani presentati, sempre black metal, ma questa volta più puro, senza contaminazioni da altri generi. I Voidstalker ci riportano al metallo nero grezzo e veloce dei tempi che furono, con una produzione decente ed una buona esecuzione, senza picchi di memorabilità e di inventiva, ad essere onesto, ma che si lascia ascoltare ed intrattiene. Make Black Metal A Treath Again è il loro motto e sebbene forse sia una causa persa, si apprezzano l’intento e anche l’ironia… già, perché secondo me, e spero di non sbagliarmi, i Voidstalker fanno anche un po’ i cazzoni e si divertono pure… altrimenti come interpretare la pisciata di nattefrostiana memoria posta in chiusura di Fade Out Of Life o gli applausi e il “Thank you, good night” alla fine dell’ultima track War Always Wins (e già il titolo…)?
A voi ascoltatori il compito di dare la vostra interpretazione.
Come per la band precedente, consiglio l’ascolto (trovate lo split su bandcamp) perché, anche se non portano nulla di nuovo al genere, i Voidstalker ci presentano un lavoro onesto e fatto con passione.
[Lenny Verga]

Se volete ascoltare i dischi, cliccate su QUESTO LINK.

Dopo trent’anni, spacca ancora. Black Sabbath – Headless Cross (1989)

Nella seconda metà degli anni ’80, i Black Sabbath erano realmente poca cosa. Non in termini assoluti, ma proprio in relazione al periodo e ad annate quantomeno movimentate sotto vari punti di vista, non ultimo quello dell’incapacità di trovare una line-up stabile, tanto che per molti anni i Sabbath erano l’equivalente della cassa del McDonalds/Burger King…, non trovavi mai la stessa persona dentro.
A parte il baffuto Iommi, che si era già rotto il cazzo in occasione di Seventh Star, ma all’epoca aveva ben poco potere contrattuale, tutti cambiavano e andavano/venivano senza fermarsi troppo ad odorare casa Sabbath. Almeno finché Iommi non ha trovato il bistrattato Tony Martin, l’ha adottato e fatto cantare su 5 dischi in studio. Un record per i Sabbath post-Ozzy.
Infatti in Tony Martin non ci crede molto neache la baffuta mano di Dio, e quindi lo scarica e lo riprende con una noncuranza da far paura.
In uno dei periodi up, i Sabbath entrano in studio con Cozy Powell alla batteria e sfidando l’hair metal, il grunge in fase nascente e tutto l’estremismo che stava arrivando dai vari cantoni del mondo conosciuto, incidono Headless Cross
Un disco che ritorna a parlare del diavolo, ma che suona come Hollywood negli anni ’80. Chitarre fiammanti, batteria che sembra registrata in una galleria e tutta una spolverata di glamour e lucido da scarpe che, del sound Sabbath, è un po’ l’antitesi. Ma c’è il proverbiale “ma…”, come potete ben immaginare.
A parte Iommi che piglia per il culo Tony Martin per la qualità dei testi (troppo demonio dentro!), il disco è forse il migliore uscito da Born Again e, in prospettiva, lo sarà anche post-TYR. Su The Eternal Idol c’erano dei buoni momenti, ma era un disco incostante, seppur oscuro, che ballava fra cose ottime e canzoni “più ordinarie”, mentre su Headless Cross ci sono buone canzoni che formano un disco compatto e, paradossalmente, molto più easy listening di qualsiasi disco precedente o successivo della band inglese (anche se Black Moon sembra provenire proprio dalle session di The Eternal Idol).
Pur bistrattato dal dispotico Iommi, Tony Martin tira fuori una buona prestazione e le sue tonalità, che in certi momenti richiamano quelle di R.J.Dio pur non avendo l’espressività e il carisma naturale, mescolano tutto alla grande. 
Headless Cross è il disco che più richiama il periodo in cui è stato registrato. Per molti anni i Sabbath sono stati pionieri di un sound innovativo (anche in Born Again riescono a suonare più disturbanti e aggressivi di molte band metal dell’epoca) o impropriamente tirati dentro la NWOBHM, cosa che comunque ha “salvato” la carriera di una band orfana del suo singer più carismatico, nel 1989 Iommi&Co. cavalcano il sound in voga e mischiano tutto quello che c’è in trend all’epoca. 
I riff sono grossi, intensi (Headless Cross) e non mancano anche intro più melodiche ed emozionanti (When Death Calls o Nightwing – che poi sfociano in un robusti, e magniloquenti, hard rock), mentre forse a livello di intensità il binomio Kill in The Spirit World – Call of The Wild sono le meno appetibili, ma hanno tratti interessanti. 
Pur essendo un buon album, Headless Cross è il preludio al secondo periodo più complicato della carriera sabbathiana e cioè quella degli inizi degli anni ’90. Il grunge li avrà fatti ritornare sulla mappa della musica da ascoltare (per la seconda volta dal 1977 erano accostabili a “dinosauri”/musicisti ormai fuori dai giochi) e fatti conoscere a migliaia di giovanissimi metallari, ma ha portato con sé mille cambi di line-up, indecisioni, album non sempre al top e la voglia di riunirsi con Ozzy Osbourne. Nel 1989 non erano ancora finiti, ma non tirava certo una bellissima aria per uno dei migliori gruppi in assoluto. 
[Zeus]

L’ouroboros Volbeat: Rewind, Replay, Rebound (2019)

Antonio Cassano non ha bisogno di grandi presentazioni.
Nominate il giocatore barese ad un pubblico eterogeneo, quindi non solo dedito al calcio, e non riceverete indietro solo occhiate bovine.
Quindi è un “fenomeno” che trascende il settoriale (calcio) e abbraccia un pubblico più ampio che, del calcio, non ne fa un atto fideistico.
Incostante per natura, Cassano non ha sempre mostrato sul campo la genialità (indiscussa) che si portava come bagaglio tecnico e ha fatto parlare di sé più per i suoi atteggiamenti extra-sportivi che per quello che ha fatto vedere sul rettangolo verde.
L’epica del suo calcio trova un punto di partenza nel Bari, dove fa due anni di gavetta, ma è già alla sua seconda partita in Serie A, contro l’Inter, a mostrare che tutto quello che ha da proporre sarà una mistura di genio e follia. Minuto 88 del cronometro: stop, dribbling e gol che sigilla la partita sul 2 -1 per il Bari.
Fomento del pubblico. 
Due anni, poche partite con il Bari, ma l’impatto che ha sui tifosi è incredibile. Acquista un credito talmente alto, che molte squadre di prima fascia lo vogliono, ma solo la Roma riesce a prenderlo. Antonio passa cinque anni nella Capitale ed è un rapporto di amore ed odio: con la Roma, la sua popolarità cresce in maniera esponenziale (ormai è nel calcio “che conta”), ma il suo malvagio fratello Mr. Hyde esce spesso e volentieri con le ormai classiche “cassanate”.
Questi atteggiamenti vengono tollerati, anche per più tempo di quanto fosse pensabile, finché la proprietà ne ha le palle piene e, di fronte al rifiuto di rinnovo del contratto, lo spedisce, con un pacco di sola andata verso Madrid, sponda Real. 
Quello che doveva essere un salto verso l’alto, il raggiungimento dell’Olimpo calcistico, è invece un momento estremamente negativo nella sua carriera. Conosciuto più per i suoi atteggiamenti irrispettosi e per una forma fisica al limite del ridicolo, i due anni passati a Madrid sono un fallimento sotto tutti i punti di vista. E, vorrei precisare, neanche l’arrivo in panchina del suo vecchio mentore Fabio Capello riesce a rivitalizzare la luna storta di Fantantonio. 
Non passa poi molto tempo prima che la dirigenza madrilena si stufi di avere una palla al piede e coglie l’occasione per liberarsi, almeno in prestito, di Cassano. Il passaggio alla Sampdoria non strappa poi troppe lacrime al pubblico di Madrid. 
Quello che forse lo stesso Cassano non sapeva, è che la Sampdoria è uno dei capitoli migliori della sua carriera. In un ambiente come quello ligure, riesce a tirar fuori prestazioni convincenti, condite da gol e assist. 
Ma Mr. Hyde non riesce a starsene buono e, quando tutto stava procedendo decentemente, se ne esce distruggendo l’idillio e facendo sì che Antonio venga messo fuori rosa per comportamenti oltraggiosi. 
In un clima compromesso, Cassano viene spedito a svernare in zona Milano: prima sponda Milan e poi Inter. In entrambi i casi, i risultati ottenuti sul campo sono nettamente inferiori a quello che il suo talento potrebbe offrire. L’esperienza in rossonero è difficile e complicata ancora di più dai grossi problemi di salute che lo tengono fuori dal calcio giocato per diverso tempo; mentre in nerazzurro testimonia che, pur mostrando lampi di classe, ormai il suo calo di popolarità e impatto sul calcio di Serie A sta incominciando a scendere. O, come potrebbe supporsi, il talento cristallino, non curato a dovere, non è più sufficiente per reggere l’impegno con una big del calcio. 
In estate viene scaricato dall’Inter e mandato a giocare a Parma. Superati i 30 anni non è un giocatore finito, ma a quell’età il meglio spesso è stato già raggiunto (sono pochi i casi contrari). In Provincia, però, Fantantonio sembra riprendersi un po’ e le prestazioni sportive sono soddisfacenti e, in un anno e mezzo, mette a segno 18 gol e numerosi assist. Non pochi per uno che, punta centrale, non è di certo. 
La provincia, però, ha altri problemi e quelli del Parma sono i cambi di proprietà e gli stipendi che non arrivano. Dopo mesi di mancati pagamenti e poca serietà, Cassano rescinde il contratto con i crociati e ritorna alla Sampdoria, per quello che sembrava essere un “back to the future”. Finalmente Antonio ritorna dove aveva fatto vedere uno del miglior calcio post-Roma. 
Carriera rivitalizzata? No. Assolutamente no. Come tutte le “minestre riscaldate”, la seconda vita sampdoriana non è certo rose e fiori. Dopo pochissimo tempo anche la Sampdoria non lo ritiene più indispensabile e lo mette ai margini del progetto tecnico. La fine della carriera è dietro l’angolo, solo che nessuno lo vuole dire apertamente. 
I successivi tentativi, con Verona e Virtus Entella, per quanto simpatici e strombazzati sulla stampa come “comeback”, sono dei abortiti prima ancora di iniziare ad essere qualcosa di interessante. Prima ancora di iniziare il campionato, Cassano annuncia il suo ritiro definitivo dalla scena calcistica. 
Ad inizio agosto è uscito il nuovo disco dei Volbeat, Rewind, Replay, Rebound, e io so con certezza a che punto della carriera sono.
[Zeus]

Il ritorno di Lord Ahriman: Dark Funeral – Where Shadows Forever Reign (2016)

Vi giuro, la delusione provata nel sentire i Dark Funeral dal vivo al Kaltenbach Open Air è stata enorme. Talmente grande che, per un po’ di tempo, mi sono rifiutato di sentire quanto prodotto dagli svedesi. Ok, non c’era niente di nuovo da sentire visto che nel 2015 la band si era appena riunita dopo uno split di diversi anni, ma questo è un discorso secondario. I Dark Funeral mi avevano fondamentalmente disgustato. 
Non ho sentito uscire Satana dagli amplificatori e questo mi ha spinto fra le braccia di un terribile panino con la cotoletta impanata. Scegliere mangiare tossico invece che adorare il Grande Capro dovrebbe essere una spia sulla mia disaffezione verso Lord Ahriman&Co. 
Solo negli ultimi tempi, e grazie all’opera di recupero dei ventennali (Vobiscum Satanas), sono ritornato a sentire con maggiore continuità anche gli svedesi e ho ripreso in mano anche un disco come Where Shadows Forever Reign del 2016.
Avevo bisogno di un po’ di tempo per riprendere ad immergermi nelle sonorità dei Dark Funeral e capire che l’entrata di Heljarmadr nella band aveva portato le lancette indietro nel tempo. Perché è innegabile che questo LP del 2016 sia una sorta di ritorno ad un The Secrets Of The Black Arts e primo periodo del gruppo svedese.
A partire dalla cover art (di nuovo il blu e di nuovo il paesaggio fra il desolato e l’oscuro) fino a raggiungere a quel mix di velocità ferine (As One We Shall Conquer o Beast Above Man) e di melodie blasfeme sottocutanee, l’ultimo disco in studio urla il suo essere una congiunzione con il passato remoto della band
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Nei sette anni che sono passati da Angelus Exuro pro Eternus a questo LP, Ahriman non si è fatto prendere dalla smania di di trend strani, non si è invaghito di componenti sinfoniche o di trend ambient/EBM o altro; questo rigore, per quanto mi riguarda, è un vero toccasana.
Potevano succedere cose peggiori, ma sembra che l’immobilità forzata di Lord Ahriman e il suo guardare indietro sia stata l’unica cosa sensata da fare in un periodo di rivoluzioni interne. Che poi il mainman sia egocentrico (vedasi Temple Of Ahriman posizionata in centro al disco – no, non è un caso), questo è un fatto assolutamente secondario.
Perché questo è un disco che è stato concepito come dichiarazioni d’intenti del Lord Ahriman: i Dark Funeral sono io, la band si muove in questa direzione e, soprattutto, si è voluto levare di dosso l’ombra pesante di Emperor Magus Caligula
Una sorta di pep-talk rivolto a sé stesso, se vogliamo fare dell’ironia. Perché fra mille cambi di line-up (peccato per l’abbandono del batterista Dominator, responsabile della scrittura di ben tre canzoni e di un’ottima prestazione dietro le pelli) e un fulcro sonoro da ritrovare, un po’ di incoraggiamento ci sta. 
E il risultato di questo training è buono, perché gli svedesi partono con Unchain My Soul (canzone fra le più accessibili fra quelle presenti sull’LP) e non sbagliano un colpo fino alla conclusione; dove è forse la più doom-ish As I Ascend ad essere l’episodio meno ispirato del lotto, ma niente da farti scattare col dito puntato come la scimmia di Family Guy. 
Il finale lasciato alla title track mi fa ben sperare e, finalmente, dopo anni di disaffezione posso ritornare a godermi qualche disco dei Dark Funeral senza doverli valutare, ingiustamente, sotto la lente distorta di una serata probabilmente molto, ma molto, sfortunata. 
[Zeus]

Ormai nel caos, Moonspell – The Butterfly Effect (1999)

Mentre sto percorrendo le strade di questo strano 1999, mi viene in mente che a parte certi ottimi dischi, la produzione di porcheria è aumentata a dismisura. Un po’ come il momento di passaggio fra la pellicola Kodak e la foto digitale: con il rullino non ti saresti mai sognato di fare 74 foto delle gambe al mare, visto che sviluppare le foto costava un rene e mezzo; adesso riceviamo la qualunque tramite Instagram (che uso, anche se non mi fotografo le zampe. Grazie al Capro, direte voi, e lo ripeto anche io).

Mentre The Butterfly Effect gira sullo stereo, per ricordarmi bene cos’era quel disco dei Moonspell all’indomani di Sin / Pecado, mi viene in mente che il 1999 è anche l’anno in cui l’ascoltatore italico ha subito l’onta di sentire 50 Special dei Lunapop. Ve lo ricordate quel singolo, vero? Presenza fissa a Festivalbar (credo, non mi ricordo se c’era ancora Festivalbar o era già stato rimpiazzato dalla versione “italiana” di Top Of The Pops), in ogni trasmissione televisiva e in radio, i Lunapop erano lanciatissimi verso un successo italiano che, poi, è puntalmente arrivato, certificando lo stato mentale decisamente brutto di questo Paese alla deriva. Anche 50 Special ha compiuto 20 anni e siamo riusciti, pian piano, a togliercela dalle balle. Che è un vantaggio.
E bisogna considerare che anche questo The Butterfly Effect non ha passato proprio dei momenti felicissimi. Composto praticamente tutto da Pedro Paixão (tastierista), The Butterfly Effect ti lascia stordito per quanto è tranciante nella sua svolta industrial/gothic. E sì, che guardato con la lente d’ingrandimento, questo LP è tutt’altro che leggerino, visto che Ribeiro tira fuori spunti notevoli e le ritmiche sono decisamente pesanti (quando ci si mettono d’impegno). Il problema è che non ci sono canzoni ricordabili. 
Forse per questo motivo mi è saltata in mente 50 Special?
Non credo, visto che quella canzone te la tiravano dietro tanto al chilo.
Penso sia una questione di tempismo. I portoghesi, nel 1999, stavano attraversando un momento di cambiamento (poi culminato con la più classica delle inversioni ad U) e percorrono la strada che tentano anche act nel centro Europa (i Samael) o nel Nord Europa (i The Kovenant). Quello era il trend che andava e Ribeiro&Co. si son fatti prendere la mano e fra alcuni brani che assomigliano a quanto fatto dal Reverendo Marilyn Manson dall’altra parte dell’Oceano e altri che boccheggiano dietro ad una formale pesantezza riempita da una bolla di sapone compositiva, ci consegnano The Butterfly Effect.
Un supplì di nulla con la pesantezza del fritto.
Non voglio supporre che la mancanza di Waldemar Sorychta dietro il mixer sia stata una mazzata nel songwriting dei portoghesi, ma sicuramente senza di lui il disco è uscito fiacco e poco interessante.
Ma tanto a noi, in Italia, che ci frega di questi traumi e scossoni della scena black/gothic del Mediterraneo, noi avevamo 50 Special dei Lunapop e stavamo bene, guardavamo il futuro fieri e incuranti dello sfacelo che si sarebbe abbattuto su tutti noi.
[Zeus]

Pyramid – Mind Maze (2019)

La prima volta che ho sentito questo disco ero in pieno svacco post-prandiale: appena finito di mangiare al mio tavolo, con la luce artificiale dei neon del cazzo ad abbronzarmi e la voglia di evadere con il cervello; visto che il corpo non poteva certo fare mille cose, causa millemila gradi e un sole che tirava martellate senza pietà.
Mentre giravo su YouTube, mi sono imbattuto nei Pyramid e li ho buttati su subito. Ovviamente mi ero scordato che la band che conoscevo erano gli americani Black Pyramid, ma me ne faccio una ragione e mi ascolto il debutto di questa band teutonica, intitolata Mind Maze. Il primo ascolto mi lascia indifferente, il solito heavy-psych che sembra essere il comun denominatore di trequarti dei gruppi che stanno uscendo negli ultimi anni. Ad aggiungere sale sulle ferite, il disco è totalmente strumentale: 40 minuti di musica che mischia i primi Black Sabbath e tutta la progenie psichedelica/dilatata. Quindi una martellata sulle ginocchia, anche se ci son dentro i Black Sabbath. C’è poco da fare, alla prima impressione ‘sti gruppi heavy-psych suonano tutti uguali.
Altro giorno, stessa situazione. Noia mortale, ritorno su YouTube e le ricerche recenti mi ributtano davanti i Pyramid. Li riascolto, suonano sempre lo stesso heavy-psych, stessi 40 minuti di strumentale, ma incominciano a garbarmi. E così via, finché non capisco che questo misto Black Sabbath – compagnia psichedelica mi diverte, non tanto da cercarlo come ascolto quotidiano e solitario, ma proprio come musica d’accompagnamento per il mio relax mentale.
Questo é forse il massimo del complimento che posso fare a questi figli di Goethe. Sanno suonare e producono un LP piacevole, molto easy, trippy se vogliamo, e che legherò sempre al relax dopo pranzo.
A parere mio, un grande risultato. Poi possiamo discutere che questa congrega heavy-psych, dopo un po’, possa anche mostrare la corda con gli stessi riff/groove/rimandi/parti psichedeliche-dilatate… etc, ma se assunti a dosi ridotte, funzionano per il loro scopo: tirarti via dall’oscurità quotidiana.
[Zeus]

Kaltenbach Open Air – Giorno 3

Ultimo giorno di festival e, dopo una giornata intensa come quella di venerdì, le prime ore del giorno sono dedicate alla colazione, ad un pranzo decente e un po’ sano di relax (comprensivo di tonica camminata per tirar fuori dai pori tutta la birra/Jaegermeister del giorno prima).
Per un puro caso finiamo a mangiare nello stesso posto che ci aveva accolto, nel 2015, con l’unico pasto caldo e non fritto. Una bella soddisfazione, ma l’accesso al backstage ci ha permesso di mangiare qualcosa di diverso dal classico menù del festival, quindi quest’anno non mi posso certo lamentare del troppo fritto. 
Sfortunatamente, anche stavolta ci perdiamo un paio di band iniziali. 
Non arriviamo in tempo, ma le sentiamo risuonare nella valle (seppur coperte dalla potenza sonora di non so quanti impianti stereo dei campeggiatori appostati lungo la strada per il festival).
Visto che il programma odierno è decisamente ricco, decidiamo di farci un giro per il settore merch e guardare cosa ci offrono gli stand. Per questo motivo Abruth Demise Running Death li sento unicamente come sottofondo e non posso certo giudicarli. 
Il nostro festival inizia alle 16.30 con l’arrivo sul palco dei Gutalax. Io li adoro, sono dei cazzoni e le canzoni suonano quasi tutte uguali, ma hanno personalità e divertimento, quindi mi piacciono assai. E poi si portano dietro un corollario di gente stupenda che, fra circle pit, mosh pit e wall of death, inscenano anche una seduta con “il vogatore” e, vi giuro, era stupendo vederli per terra a fare esercizio fisico. 
I 40 minuti a loro disposizione finiscono in un lampo e il pit si svuota, anche perché incomincia una fastidiosa pioggia che, da quel momento in avanti, tormenterà il festival.
Cosa volete dire degli Haemorrhage che non sia stato già detto? Gli spagnoli tirano fuori una prestazione maiuscola e fanno valere i quasi trent’anni di attività sulle scene. Fossi una persona in gamba, tirerei fuori la recensione di Anatomical Inferno del 1998 (ha festeggiato vent’anni di vita l’anno scorso), ma non l’ho fatto, quindi spero che ci sia una mano amichevole ad aiutarmi! 
Il cielo non smette di pisciarci in testa acqua e vento freddo, quindi ci ritiriamo sotto il tendone e aspettiamo il momento giusto per vederci i Sinister. Il momento “giusto” non arrivo, visto che il tempo ha deciso di rendere questo fine festival più eroico, quindi decidiamo di seguire lo show da sotto il tendone e non prendersi litri di acqua sulla testa. Non è una scelta TRVE, ma di trovarmi bagnato in mezzo al freddo della foresta austriaca non era proprio una delle tre cose di cui sentivo la necessità. 
Nonostante la nostra posizione disagiata, il sound che ci arriva fra i denti è una legnata incredibile. Il sound è eccellente, e non stiamo certo parlando degli headliner (chissà quando impareranno, qua in Italia, a non stroncare le gambe alle band di supporto con sound di merda). I cinquanta minuti a disposizione degli olandesi volano, mentre questi sparano un set death metal compatto e aggressivo al punto giusto. 
E con questa band siamo a tre nomi “grossi” di seguito… e tre centri confermati. 
Dopo esserci mangiati qualcosa e bevuti l’ultima birra, cogliamo al volo l’occasione di una tregua dalla pioggia e andiamo sotto il palco per goderci lo show degli Aura Noir. Il concerto è molto buono, ma forse non raggiunge i livelli di violenza dei precedenti act. Io mi prendo bene, perché i pezzi ci sono e Blasphemer ha un carisma magnetico e il suo riffing è perfetto, senza sbavature, ma comunque carico e violento.
Solo rientrato in Italia ho capito che quello a cui ho assistito potrebbe essere stato un vero e proprio evento: l’ultimo show in assoluto degli Aura Noir. Vedremo cosa ci riserverà il futuro.
Da menzionare il fatto che, i norvegesi, hanno dato dimostrazione di professionalità e aggressività decisamente maggiore del triste show dei God Dethroned nel 2015. Gli olandesi avrebbero mollato il colpo di lì a poco, cosa che ha influito sullo show rendendolo irritante e poco coinvolgente
La tregua però dura poco e, finito lo show degli Aura Noir, ho giusto il tempo di guardare se c’è del merch prima di ritornare veloce sotto il tendone e assistere ad una nuova ondata di pioggia. Proviamo ad uscirne per vedere i Pestilence ma niente, continua a scenderne a litri quindi rimaniamo sotto il tendone e ascoltiamo Patrick Mameli & Co. Incrociamo le dita e speriamo in un secondo break dal brutto tempo, ma così non è e quando è il turno degli Enslaved, la pioggia non accenna a smettere, anzi… Data la situazione, decidiamo con il cuore pesante di ritornarcene in Hotel e ritardare il nostro ticket per il Valhalla. Ci dispiace parecchio andarmene dal concerto, ma la pioggia non accenna a diminuire e quando raggiungiamo la macchina per ritornarcene in Hotel, viene giù un vero e proprio diluvio che non ci fa rimpiangere troppo la decisione presa.
La band di Grutle e Ivar Bjørnson è comunque spesso in tour, quindi prima o poi mi ricapiterà di vederli; quello che dispiace è essermi perso gli Enslaved, di notte e in mezzo alla foresta di Spital Am Semmering. 

Nota da vecchio: Vi posso assicurare che rientrare in Hotel e non dover dormire nella melma e nel freddo delle foreste austriache è un lusso di cui non ci pentiamo neanche un po’.

Cosa posso dire? Il Kaltenbach Open Air non è un festival enorme (grazie!), ma è uno di quei posti dove ti senti a casa.
I suoni sono ottimi, non c’è troppa gente, il pit è vivibile e le band sono di spessore pur senza dover assolutamente prendere nomi enormi per compiacere il pubblico. Qua si parla di passione per il metal e di buon gusto, con line-up/giornate ben bilanciate e un’organizzazione ottima, senza ritardi nei cambi palco e di una gentilezza incredibile (grazie ancora Thomas). 

[Zeus]

L’album di cover… Helloween – Metal Jukebox (1999)

Vi è mai capitato di attraversare un momento, nella vostra vita di metalhead, in cui eravate disposti a comprare qualsiasi cosa pubblicasse una delle vostre band preferite, perché il “totale supporto” era molto importante per voi?

Gli Helloween sono stati uno di quei gruppi che, da ragazzino, mi hanno introdotto nel mondo del metal e li ho seguiti con passione per un sacco di tempo. Ecco quindi che un giorno di vent’anni fa entro baldanzoso in un negozio di dischi e compro l’ultima release delle Zucche di Amburgo. Ai tempi, internet non era così diffuso e completo di informazioni come oggi e le riviste uscivano a cadenza mensile, quindi capitava di comprare un album senza saperne praticamente niente a riguardo, senza averne letto una recensione o anche solo una descrizione del contenuto. Ovviamente sapevo che stavo acquistando un album di cover, ma non quali avrei trovato. Mi bastò ascoltarlo una volta per rendermi conto di aver buttato via i soldi e che il “totale supporto”, in alcuni casi, può rivelarsi una leggera minchiata. Lo ascoltai ancora un paio di volte in seguito e poi addio.

Che cazzo di cover ci sono dentro a questa raccolta? Qualcuno se lo ricorda senza andare a guardare? Ma soprattutto, in quanti lo avete comprato? E in quanti lo ascoltano ancora oggi?

Ripensandoci, al volo ricordo solo due pezzi: una dignitosa versione di “Space Oddity” di David Bowie e una esuberante cover della divertentissima “Hocus Pocus” degli olandesi Focus. Ed il resto? La band si limita svolgere il compitino su alcuni pezzi come “He’s a Woman – She’s a Man” degli Scorpions, “Locomotive Breath” dei Jethro Tull e “White Room” dei Cream; a “metallizzare” inutilmente “Lay All Your Love on Me” degli Abba e “All my Loving” dei Beatles; a rendere scialba “From Out of Nowhere” dei Faith No More e tutte le altre rimanenti track che completano la raccolta e che non ho voglia di elencare.

Quello che resta alla fine è un forte dubbio sulla scelta delle canzoni da coverizzare e la sensazione di una lieve presa per il culo. Certo, è solo una mia opinione, ma questo è uno di quei CD che col tempo ci si dimentica di avere nella propria collezione, che quando ci si posa sopra l’occhio ci si ferma un attimo pensando “Cazzo è sta roba? Ah sì, il CD di cover degli Helloween”.
[Lenny Verga]

Kaltenbach Open Air – Giorno 2

Il giorno due è sempre quello dove o sei carico a bomba, o ti stai leccando le ferite da una serata lunga, intensa (musicalmente e non) e potenzialmente difficile. Fortunatamente non è così, la sveglia è d’obbligo e dopo una colazione enorme, il MayheM-Duo ritorna sul luogo del misfatto.

Arriviamo abbastanza presto al concerto, ma non tanto da prendere in contropiede i die-hard del campeggio che, coerenti con loro stessi, continuano ad ascoltare musica fuori dal “pit” e grigliano qualsiasi cosa passi davanti alla tenda.
Ci perdiamo Grizsmo e in buona parte anche i Suburban Terrorist, ma ci mettiamo in prima fila per i Vargsriket. Il power-trio austriaco, però, non è che convinca molto. Batterista ottimo, ma è la musica che non mi dice molto. Nel black metal voglio sentire Satana, odio, disgusto o lande fredde e maledette. Gli austriaci non mi trasportano in quella dimensione. Aspettiamo il CD e vediamo.
Segue uno strano accostamento, visto che dopo il black metal arrivano le bastonate grind degli Spasm (in tour con i Gutalax, che suoneranno il giorno successivo) e poi gli Ancst.
Quando tocca ai Man Must Die decidiamo di andare bere qualcosa e scambiare un po’ di chiacchiere con la gente/guardare il merch. Un paio di birre e sono pronto per sentirmi i Wiegedood. I belgi ci sanno fare e, pur non intrigandomi al massimo, hanno finalmente quel sound capace di trascinarti a forza dentro una foresta oscura e piena di incubi. Questo è il black metal, forse vagamente darkthroniano (?) e con qualche passaggio ripetitivo che potrebbe far pensare ai Mgla, ma niente di totalmente esplicito.
Cambio di palco, ma non di nazionalità. Anche gli Evil Invaders sono belgi, ma non si posizionano sullo spettro black, piuttosto su quello di uno speed metal tutto giocato su metal – guerra – alcool come tematiche principali. Bella trimurti, ma io sono in piena eccitazione da Mgla, il gruppo che assolutamente voglio ri-vedere e quindi eccomi in prima fila a godermi il concerto dei polacchi. Come spesso mi succede, durante il loro set finisco su Urano, stacco  il “cervello” e rimango presente solo col cuore. Lo show è indubbiamente ottimo, i suoni sono buoni (anche se li sentivo sbilanciati visto che ero abbastanza vicino e lato chitarra) e i brani, dal vivo e con l’oscurità della sera austriaca, rendono moltissimo. Non saprei dire se hanno fatto uno dei brani da Age Of Excuse, perdonatemi, ma ero realmente preso dal “viaggio”.
Come fai a riprenderti dopo uno show di questo tipo? Senti gli Asphyx e va tutto bene. Gli olandesi sanno come suonare death metal e hanno una discografia consistente da cui attingere. L’ultimo disco in studio è Incoming Death, album che già stavano promuovendo quando li ho visti al Colony Open Air nel 2017 (dove, però, avevano una strana posizione da gruppo d’apertura che, per una band della loro caratura, è senz’altro un po’ strano). Come aftershow ci sono i tedeschi Firtan, ma li ho già visti un mese prima all’Hammerfest ad Anterivo (Bolzano) e non mi avevano preso neanche un po’, quindi saluti e baci ci vediamo per l’ultima giornata.

[Zeus]