La Notte al Drive-In. All or Nothing – Juventus (2021)

Lo so che il calcio e le serie ad esso dedicate sono qualcosa di totalmente estraneo al mondo del metal e neanche il fatto che ci siano, con frequenza alta, gli AC/DC come colonna sonora non rendono All or Nothing: Juventus un prodotto metal. Però io guardo anche queste porcate e quindi ci metto i miei due cent. Inutile, forse, ma le serie dedicate allo sport riescono sempre ad avere quel genere di epica che molte altre programmazioni televisive si sognano. Vuoi i soldi, vuoi qualsiasi elemento, ma vi sfido a non venir risucchiati in un delirio collettivo chiamato campionato di calcio; e questo, attenzione, anche se di calcio non ve ne frega meno di un cazzo.
Un motivo degno di nota della serie All or Nothing è quello di essere una sorta di bacio della morte per la squadra sottoposta al suo occhio lungo ed invadente. Così è successo per Manchester City, Tottenham e poi nelle serie originali dedicate al Fooball Americano (ormai sono 5 serie quelle che hanno come protagoniste le squadre della NFL). Succede anche alla Juventus che, trovando ulteriore denaro contante in una trasmissione francamente fortunata e ben fatta, viene descritta nel suo momento di passaggio fra la gestione pane e salame di Sarri e quella di Andrea Pirlo. Visto che esce a campionato chiuso e con i risultati già archiviati nella memoria, sappiamo benissimo che le parole di rivincita, i ci vediamo il prossimo anno etc sono solo pro forma. Pirlo è stato esonerato, Cristiano Ronaldo ha salutato l’Italia per un’altra imbarcata di denaro e ha messo il suo dorato deretano sugli scranni pieni di dobloni d’oro del Manchester United e, ad oggi, i bianconeri sono in una condizione di forma a dir poco schifosa.
Qual’è quindi il pregio di All or Nothing? Quello di far vedere “da vicino” quello che succede dietro le quinte, gli allenamenti, i problemi e le discussioni che avvengono a porte chiuse, negli spogliatoi e nelle sale riunioni. Per il perverso del calcio, e ce ne sono, questo è oro che cola. Si può assistere alla riunione di spogliatoio, agli sfoghi dei giocatori in caso di sconfitta, alle crisi isteriche dei vari protagonisti della squadra e le esultanze in caso di vittoria. La sensazione è quella del Grande Fratello, del Truman Show, in cui la Juventus F.C. non ha assolutamente idea che ci siano una tonnellata di telecamere ad osservare ogni minuto della sua vita. Il risultato è effettivamente molto buono ed accattivante.
Falso come una moneta da 3 euro, ma accattivante. Perché tutto ha l’aspetto della spontaneità, ma non è altro che show. Taglia e cuci sapientemente fatto. Poi ci sono alcune cose che “scappano”, cosa improbabile per una trasmissione come questa e per il controllo che la dirigenza juventina deve aver fatto sul prodotto finale, e sono proprio queste piccole “evasioni” dalla routine che ti fanno assaporare una sorta di falsissima realtà. Perché le reazioni dei giocatori sono anche sincere, ma tutto è controllato dall’alto e le telecamere, discrete ma presenti nei momenti giusti, riprendono bene quello che succede.
Non fa senso parlare della stagione della squadra torinese, non fa senso riflettere su cosa ha portato Pirlo visto che sono eventi del passato. Però, per chi seguisse il calcio oltre che il metal, questo è un format che funziona in maniera decente e che sta mettendo radici anche nel calcio europeo.
Netflix ci sta provando a contrastare la forza di Amazon Prime in questo settore e lo ha fatto con Sunderland ‘Till I Die, prodotto molto interessante e sulla scia di All or Nothing, ma il brand di quest’ultima docuserie è ormai rodato e stravince soprattutto per i soggetti che vengono “analizzati”, oltre che il budget a disposizione mi sa. Manchester City o Tottenham, per non parlare dell’NFL, hanno bacini d’utenza molto maggiori del Sunderland. Se vogliamo, Sunderland ‘Till I Die tenta di contrastare Take Us Home, docuserie dedicata al Leeds United: entrambe grandi squadre inglesi vagamente decadute (di certo il Sunderland, che nuota nelle acque paludose della League One).
All or Nothing: Juventus non sarà metal e non sarà la miglior cosa vista in assoluto in televisione, ma è un prodotto confezionato ad arte, con tanti (ma tanti) soldi messi dentro per renderlo più vero della verità e quindi, come contrappasso, visibilmente falso. In ogni caso mi ha fatto passare il tempo e, visto che scrivo a dicembre con un lockdown in corso, non è certo un punto a sfavore.
[Zeus]

La notte a Drive-In. The Last Dance (2020)

Ci sono un paio di fattori che mi hanno portato a vedere The Last Dance, documentario di Netflix sull’ultima stagione dei Chicago Bulls con Michael Jordan come protagonista assoluto. Il primo è stato l’intervista rilasciata da Scottie Pippen poco tempo fa. Per chi non lo sapesse, Pippen era il Robin, dove Jordan era Batman, un attore co-protagonista di una delle formazioni più emozionanti degli anni ’90. Pippen era atletico, alto due armadi IKEA insieme e capace di attaccare e difendere con uguale bravura. Nell’intervista, rilasciata a non so quale giornale e non so quando, Pippen se ne esce con tonnellate di merda nei confronti di Jordan, descrivendolo come una sorta di dittatore, bullo e verbalmente violento. Non proprio l’immagine quasi impeccabile di “Air” Jordan con cui siamo stati “allattati” nel corso del 1990. Perché potete dire quello che volete, ma nei famosissimi anni ’90 Michael Jordan era forse lo sportivo più conosciuto in assoluto. Certo, c’era Schumacher, certo Senna e anche il calcio. Probabilmente anche qualcosa di NHL o NFL… ma Michael Jordan era una spanna più alta. Grazie anche, ma non solo (!), al lavoro di marketing della NIKE, ditta capace di scommettere su un Jordan praticamente sconosciuto, ma preso molto alto nel Draft del 1984 (terzo in assoluto), e su cui ha costruito un mito e una linea d’abbigliamento che ancora oggi spopola ovunque. E sì che, come si viene a sapere nel corso del documentario, Jordan ammette che avrebbe voluto legarsi all’ADIDAS e non alla NIKE. Sliding Doors, credo. Non penso che l’ADIDAS pianga poi molto in termini di soldi, ma avere come marchio AIR Jordan non è proprio da poco.
In secondo luogo, i documentari americani sullo sport sono spesso e volentieri delle epiche incredibili. Non avendo una Storia decente, storia con la s maiuscola, gli americani si sono ritrovati a fondare un proprio immaginario e una propria epica nello sport. E ci riescono in maniera spesso e volentieri perfetta. The Last Dance corre avanti e indietro nel tempo, spaziando su tutta la carriera di Jordan, dagli esordi presso la University of North Carolina at Chapel Hill fino ai primi passi nei Bulls di fine anni 80. Questi non erano certo i Bulls che tutti conoscevano e venivano spesso e volentieri bastonati da altre formazioni, una fra tutte i Pistons, formazione che ha introdotto la Jordan Rules ed è riuscita ad arginare MJ in maniera più che soddisfacente.
Come si è passati da una formazione buona, con un Jordan comunque in stato di grazia, ad una squadra compatta, vincente e determinata a lasciare un segno indelebile? Il merito va anche a Phil Jackson, nuovo allenatore dei Bulls e portato in formazione proprio prima dell’arrivo del 1990. Con lui la vita dei Bulls cambia. Pippen è ormai membro del team (dal 1987) e in un futuro prossimo arriverà anche Dennis Rodman, uno che la testa a posto non ce l’ha ma che in termini di fisicità e difesa non è secondo a nessuno. Ovvio, nei Bulls ci sono molti protagonisti, molti comprimari di una formazione incentrata tutta su Jordan e… il resto è quasi uno sfondo. C’è Toni Kukoč e ci sono molti altri giocatori che faranno la storia di questa squadra, ma niente, sono solo rumore di fondo in confronto all’esuberanza atletica, realizzativa e via dicendo di MJ e in misura minore di Pippen.

Ovviamente non puoi fare un documentario sui Bulls degli anni 90 e trattare Jordan come un accessorio; non è realisticamente possibile, visto il suo impatto notevole sul gioco, ma The Last Dance è anche una sorta di enorme sviolinata nei confronti di Air Jordan e questo non è da nascondere. Sì, ci sono le interviste in cui lo descrivono come un tiranno, verbalmente violento e competitivo al limite dell’estremo, ma è sempre una sorta di “male minore” rispetto a tutto il suo armamentario sportivo. Anche il problema delle scommesse, che non hanno mai riguardato il basket, lo fanno sembrare meno limpido di quanto si poteva immaginare, ma in fin dei conti i soldi erano suoi e l’idea che i fan si erano fatti di Jordan e il Micheal Jordan reale erano due cose abbastanza diverse.
Il documentario tratta anche dei suoi ritiri: il primo datato 1993, seguente alla morte del padre, con cui si getta, con risultati non proprio esaltanti, al baseball professionistico; e il secondo datato 1998, proprio in concomitanza con questo documentario (The Last Dance è il titolo degli appunti di Phil Jackson dedicati all’annata, visto che al coach era già stato detto che non avrebbe più allenato i Bulls e che la squadra sarebbe stata in gran parte smantellata). I ritiri di Jordan sono la versione minore dei tour d’addio di Ozzy Osbourne, solo che Jordan dopo il secondo, e le due annate con i Washington Wizards, ha appeso le scarpe al chiodo.
In generale, The Last Dance è un prodotto confezionato ad arte. Scorre benissimo anche per chi, come me, non si guarda una partita di basket da mille anni e, in fin dei conti, non è mai stato un vero fan dello sport. I ritratti che ne escono sono celebrativi (di Jordan), auto-celebrativi (di Jordan stesso, nelle interviste che rilascia le parole non escono mai a caso) o di una stagione incredibile di NBA. La durata di circa un’ora per ciascuno episodio non mi ha fatto addormentare di brutto e i cambi di tempo hanno evitato un po’ di noia da seguiamo le opere di Air Jordan, ma cercano di tracciare una sorta di paragone/specchio fra quanto avviene nella seconda metà del 1990 e quanto è avvenuto prima. Le similitudini di certi avvenimenti, tipo i ritiri, sono praticamente identiche.
Pippen, nella sua intervista piena di furore e veleno, ha dichiarato che The Last Dance è stato strutturato in modo da esaltare e “deificare” Micheal Jordan anche adesso, cosicché le nuove generazioni non credano che LeBron James sia il più grande in assoluto. Verità o mera acredine è indifferente, visto che in termini di risultati sportivi e di appeal sulle masse, Michael “Air” Jordan è e rimane uno dei migliori giocatori di basket che abbiano calcato il parquet. E lo dice uno che, in realtà, ha sempre avuto un occhio di riguardo per Hakeem Olajuwon, centro degli Houston Rockets, nonché uno dei migliori giocatori di basket degli anni ’90.
[Zeus]

La notte al Drive-In. Metallica: Through the Never (2013)

Sono passati ben 8 anni da quando Metallica – Throuth the Never è uscito e, per tutto questo tempo, sono riuscito a tenermene a distanza. Fra scuse, impegni, un classico rimaniamo amici e poi un ancora più stagionato: non posso vederlo, ho il ragù sul fuoco mi sono sempre rifiutato di trovarne una copia e vedere lo sfacelo creativo in cui erano/sono caduti i Metallica. Quello che non avevo considerato, ovviamente, è che la fine 2019 ci ha fatto annusare un po’ di puzza di marcio, ma è stato il 2020 a regalarci un po’ di tempo per riflettere su noi stessi con l’aiuto, non richiesto, di una pandemia che non accenna a finire. Questo tempo “per noi” mi ha portato a fiondarmi su questo video. Perché? Perché Amazon Prime lo forniva gratis, perché il tempo è quello che è, perché nei locali si poteva entrare solo fino le 22 e dopo ti sparavano e, soprattutto, perché la gente non ha ancora capito un cazzo e, andando in vacanza, si sta riportando in Patria la rogna, come se in questi mesi passati non avessero reso abbastanza chiaro il processo di contagio del Covid.
Quindi eccomi sul divano, ecco qualche merda fotonica da sgranocchiare mentre il televisore e l’home theater illuminano la stanza e anticipano quello che dovrebbe essere il primo film dei Metallica.
Bene, queste erano le puttanate, adesso veniamo a noi. Il fatto è che non ci crede nessuno che i Metallica, nel post-2000, siano ancora capaci di tirar fuori qualcosa di realmente visionario, visto che la Metallica Inc. non può permettersi colpi di testa, dato che c’è già la All Within My Hands, fondazione a scopo di bene, che butta fuori già abbastanza soldi dal ricavato della band. Quindi le cose erano e sono queste: i Metallica ragionano da industria e l’industria dice di mascherare un DVD live con qualcosa di diverso, ma che nella sostanza non è altro che la stessa cosa che vi aspettate e temete: un live con dentro tanta merda in più (la trama).
Un tempo mi ero anche preso bene con l’acquisto dei DVD live, un po’ perché ho la memoria che cede, un po’ perché è sempre piacevole vedere la testimonianza dal vivo di una band, soprattutto quando ero a Bolzano che, come sapete, è una Provincia dove non succede niente ed è distante da tutto. Con il passare degli anni, il concetto di DVD dal vivo ha incominciato a spaccarmi il cazzo, non chiedetemi perché, ma credo sia connesso la fatto che la mia soglia d’attenzione è scesa in maniera brutale e non ho la minima voglia di vedermi un concerto dal vivo sul divano, perché le sensazioni non sono quelle che voglio. Quindi ecco che il mio spendere soldi in DVD è passato da X a zero in pochi mesi.
Però Through the Never l’ho visto tutto e mi son pentito amaramente del tempo che ho passato davanti al televisore. Un po’ perché detesto cose inutili e quindi la trama non dovrebbe esserci (avete presente il film Baywatch con The Rock? Ecco, un classico esempio di film senza trama che va bene così), un po’ perché vedere i Metallica far finta è ormai diventato un qualcosa che mi tormenta. E vi dico subito, il fatto che stona non è che recitano, perché è quello che dovrebbero fare in un film, ma è che fanno finta di essere ancora la band che non sono. Giocano sui ricordi, giocano sulle canzoni e sulle mimiche, ma non sono loro. O io sono diverso e, ormai, ho messo sullo stomaco uno strato di teflon alto tre dita che non mi fa scendere a compromessi.
Però c’è il fattore emotivo che mi frega, e lo sanno bene i quattro mascalzoni. Lo sanno perché è su questo fattore che macinano soldi facendo uscire dischi che, in termini di sano thrash, non hanno poi più molto da dire. Hetfield & Co. sono abbastanza scafati da fare un DVD con una setlist vecchio stile, ma senza dimenticarsi due cosette più nuove per i novizi (da Load o ReLoad), così da far presa sul tuo cuore di vecchio metallaro e su quello di chi, i Four Horsemen, li ha conosciuti mentre si conciavano come gangster e/o papponi. E ce la fanno, perché i pezzi da Ride The Lightning mi fanno ancora venire la pelle d’oca, anche se il tizio seduto alla batteria non riesco a digerirlo e il teatrino che imbastiscono per tutto il corso del film è qualcosa di già visto (ad esempio nel tour di Load) ed è ormai interpretato da agiati cinquantenni con un ottimo conto in banca e davvero nessuna fame.
Per 8 lunghissimi anni ero riuscito ad evitare di vedermi Metallica – Through the Never e niente, il Covid è riuscito nell’intento di spingermi fra le braccia di questo stupidissimo film. Stupido per le premesse, per la trama, per tutto il circo e i mangia-fiamme che fanno da contorno a quello che in realtà è: un live album, nonché la fotografia disarmante di una band che, a partire da ReLoad, non ha fatto altro che buttarsi verso progetti sempre più scadenti e, quando anche questi hanno raggiunto profondità imbarazzanti (Lulu, proprio te), allora eccoli ritornare a macinare il verbo del fantomatico thrash, approdo sicuro ma onesto come una moneta da 3 Euro.
A volte mi trovo a dubitare e “comprendere” le nuove generazioni che dicono che non capiscono i Metallica. Ovvio, quello che hanno sentito negli ultimi 20 anni e che stanno attualmente vivendo è solo, ed esclusivamente, una parodia di quello che erano. Però non posso farci niente, i ‘tallica un posto nel mio cuore ce l’avranno sempre, anche se, mortacci loro, è realmente dura continuare a raccogliere le balle da terra ogni volta che mettono qualcosa sul mercato.
[Zeus]

Metallica – Some Kind of Monster (2004)

Un paio di settimane fa mi son trovato una serata libera, la dolce metà del Mayhem-Duo era fuori con amiche e io, sfinito da giornate intense al lavoro, mi son beato di una sera suddivisa equamente fra cena e divano. Avendo a disposizione solo Netflix e Amazon Prime, mi son messo alla ricerca di qualcosa che valesse la pena di vedere, con quella perizia e certosina intensità che contraddistingue la scelta del film perfetto in una serata libera.
Il risultato è inevitabilmente lo stesso, con minuti preziosissimi persi a scegliere qualcosa e poi vedersi costretti a ripiegare fra a) qualcosa di già visto, e b) qualche porcheria ignobile che ti farà maledire la serata libera.
Io ho scelto la terza opzione e mi son visto Metallica – Some Kind Of Monster.
Ne avevo già visti sprazzi e so di cosa tratta, quindi proprio una novità non è, ma affrontarlo nella interezza è tutta un’altra cosa.
A guardarlo adesso, A.D. 2021, fa un certo effetto. Perché non è un documentario vecchio, è solo invecchiato male, sinceramente così sono le cose da quando internet ha deciso a che velocità si dovrà muovere il nostro tempo. All’epoca Napster aveva appena scoperchiato il vaso di Pandora, dividendo in maniera netta la popolazione fra chi supportava la possibilità di scambiarsi musica e recuperarla a prezzi che non fossero da sanguinamento, e tutta quella serie di fan che di recuperare merda a qualità ignobile non ci stanno e con loro, ovviamente, i Metallica (primi, ma non unici).
Il fatto è che l’arrivo del 2000 ha cambiato i paradigmi di come si muove il mondo, stravolgendone le dinamiche ma rendendolo, e questo è innegabile, anche un posto dove i contatti si possono tenere anche a centinaia di chilometri di distanza, dove la musica riesci ad ascoltarla e valutarla prima di spenderci decine di Euro e dove le rockstar incominciano a sentire l’erosione della propria ricchezza come fenomeno a cascata di un generale panico impossessatosi delle case discografiche. Che questo panico fosse mentale o effettivo, è una discussione che va avanti ormai da due decenni, insieme alle considerazioni che, senza la piattaforma online, moltissime band morirebbero di stenti, mentre internet e le sue possibilità li consentono mezza chance di farsi vedere.
I Metallica, nel post-2000, sono una band in piena crisi di nervi. La svolta hard rock del duo LoadReLoad è stata accolta a metà fra sberleffi e qualche sparuto messaggero dei democristiani che diceva che, post-Black Album, la band doveva necessariamente evolversi verso qualcosa d’altro. Vero, visto che di thrash nelle vene, nel 2000, i Metallica ne hanno poco. Ovviamente non fa senso puntare il dito contro Lars Ulrich e il suo amore per il brit-pop o Hammett vestito come un pappone, perché i Metallica erano (e sono) un’industria milionaria che funziona in ogni caso. Bisogna solo capirne come ed è proprio questo il problema nel 2004 ed anche lo spunto su cui si fonda Some Kind Of Monster, la lucidissima rappresentazione di rockstar alle prese con problemi del cazzo, piagnucolare generico e, soprattutto, l’incapacità di diventare grandi senza perdere sé stessi in giro.
Some Kind Of Monster è impietoso sotto tutti gli aspetti e non va a beneficio di nessuno dei presenti, squarciando il velo di Maya e mostrandoti come anche i tuoi idoli musicali fossero persone con pregi e difetti. Anche sotto questo aspetto, il docu-fim dei Metallica anticipa la tendenza a mettere sul piatto tutti i panni sporchi e le pochezze della gente, tanto che non ci si stupisce del perché esistano siti come Blabbermouth (che hanno dentro un buon 70% di battibecchi fra rockstar) e il motivo per cui la sezione news dei siti, quella con gli articoletti del minchia, sia stra-vista. La gente indulge nell’assaporare quella tristezza di fondo su cui si fondano trequarti delle notizie.
Sparito il “mistero, rimangono i musicisti che, in quanto persone, sono nel 90% detestabili e/o sopportabili a stento.
E i Metallica persone lo sono e, da quanto dimostrano nel film, sono anche una discreta combriccola di bambini capricciosi.
Non c’era bisogno di avere un film per avere la conferma che Lars Ulrich è insopportabile, ma vederlo dividersi fra vittimismo e leader dispotico e geloso è quanto mai deprimente. I Metallica sono un rapporto di forza fra Ulrich e Hetfield, un gioco al massacro che ha triturato e sputato fuori Jason Newsted e il suo sventurato ruolo di subentro al posto di Cliff Burton e in cui il quarto Horsemen è praticamente inutile in qualsiasi momento decisivo. Vederlo rimproverato come un bambino per un solo o quasi deriso perché cerca di imporre un punto di vista compositivo è francamente deprimente. E, ironia della sorta, quella patina di zen che Hammett cerca di spargersi addosso lo rende solo più patetico.
Intorno a questo dramma da Grande Fratello girano una serie di personaggi che cercano di respirare l’aria della rockstar (lo psicologo, alla fine nient’altro che uno che si è montato la testa credendosi quasi nei Metallica), Bob Rock, anch’egli inutile e complice di un sound osceno, e personaggi borderline come i rappresentanti della casa discografica, così dentro nel loro ruolo da assecondare la gallina dalle uova d’oro anche quando il risultato prodotto, St. Anger, è fra i più brutti dischi usciti dalla penna dei Metallica (sappiamo che produrranno Lulu e questo lo fa salire di mezza tacca).
A completare il delirio d’onnipotenza, la rappresentazione di una crisi collettiva, c’è anche la scelta del nuovo bassista. Il casting è una pratica comune a tutte le band, si cerca il migliore e/o il più compatibile, ma nel caso dei Metallica diventa una nuova espressione di arroganza e degrado. Il problema non è che danno 1 milione di dollari sull’unghia, se lo possono permettere, ma è la sensazione generale di un’azienda che assume il nuovo dipendente che fa sparire la poesia dell’aver assunto un professionista rispettabile, nonché un ottimo musicista, come Rob Trujillo.
Non c’è più romanticismo in nessuna delle mosse fatte dai Metallica, e in linea generale nella musica, perché girano troppe informazioni e sparisce quella distanza fra noi e “loro”, perché la musica non viene più ascoltata ma viene assimilata come un Big Mac e poi si aspetta l’inevitabile fase della bulimia chimica che ti farà ingurgitare tutta la merda possibile e manca la voglia di concedere una chance a qualsiasi cosa che non sia il già conosciuto.
I Metallica non potevano essere altro da quello che hanno dimostrato su video, erano un’azienda sull’orlo della crisi di nervi e una band senza direzione alcuna e, come azienda, si sono mossi per gestire la questione. Spostare rosso e verde sulle colonne dei libri contabili, diminuendo la poesia e mostrando una faccia della band che, nessuno, voleva realmente vedere.
Onestamente, Hetfield e Ulrich hanno avuto molto coraggio a gridare ai quattro venti che anche loro si stanno sul cazzo (vedasi i rapporti tutt’altro che allegri nei Maiden e/o nei Pantera): hanno cavalcato un’epoca e anticipato quanto verrà di lì a poco, e lo fanno anche a costo di perdere sé stessi.
Alla fine dei conti, la colonna dei più è sempre più positiva e la band può girarsi dall’altra parte facendo finta che la puzza che sente non è altro che una rinomata acqua di colonia.
[Zeus]

il tè delle cinque: The Crown

La serie infinita di lockdown austriaci, ha dato tempo e modo al sottoscritto e alla dolce metà di far incetta delle serie più disparate. Criticate quanto volete, ma aver accesso ai cataloghi di Amazon Prime e Netflix in quest’epoca di congelamento forzato è cosa bella e utile. Almeno ci siamo concessi un paio d’ore di svago mentre il mondo esterno impazziva, la gente non teneva le distanze di sicurezza neanche a volerlo e si aspettava, con sempre più ribrezzo e fastidio, il nuovo annuncio dell’inasprimento delle misure restrittive per contenere il problema Covid. 
Scorri di qua e di là, alla fine abbiamo puntato tutto sul rosso e ci siamo messi a guardare The Crown. A bocce ferme, questa serie non mi sarebbe dovuta piacere, aveva tutte le caratteristiche per essere un polpettone indigeribile in cui avvengono quattro cagate in croce, un po’ di trucco e vestiti d’epoca e esclamazioni come corbezzoliacciderbolina e oh my god senza soluzione di continuità. Tutti fattori, questi, che minano la possibilità di essere una serie guardabile senza avere di fianco una bella bottiglia di Brioschi. 
Il fatto che The Crown ripercorra, in 4 stagioni ma la quinta è già in lavorazione, la vita dell’ultimo highlander esistente al mondo (la Regina Elisabetta II) è altro punto dolente per la narrazione. Va bene, nel corso degli eoni del suo regno son successe diverse cose e Cthulhu sa che l’Inghilterra ha messo il suo naso in diverse cose, anche se dalla Seconda Guerra Mondiale in poi il suo ruolo nello scacchiere mondiale è passato da superpotenza con mille colonie e una flotta incredibile a vogliamo la Brexit ma non possiamo pagare il conto del ristorante. Uno scivolone notevole nelle gerarchie e nella credibilità delle persone. 

La serie parte proprio con il passaggio di consegne fra King George VI e sua figlia primogenita, appunto la futura Regina Elisabetta II. Da qua si muove tutta la trama delle stagioni firmate Netflix, trama che ci porterà a vedere la fine del dominio politico di Churchill post-Seconda Guerra Mondiale e l’ascesa e caduta di Margaret Tatcher, la guerra delle Falkland (peraltro lasciata sullo sfondo, visto che è uno show storico e non un Band of Brothers), la diplomazia politica, gli intrighi di governo e, per una grossa parte, tutta la serie di relazioni, amori, sotterfugi etc che circondano la Casa Reale. 
Per chi si fosse collegato solo ora, ovviamente nelle quarta stagione fa capolino anche Diana, quindi si incominciano a vedere eventi avvenuti quando molti di noi erano già nati e quindi contemporanei. 
Dicevo all’inizio, il rischio di queste serie storiche è quello di far un mischione in cui non succede un cazzo e tutti si annoiano, brutalizzando i personaggi, rendendo piatte molte trame per far si che il malloppo sia digeribile anche a chi guarda la serie mentre lava i piatti e inventando di sana pianta eventi e situazioni per rendere eccitante quello che eccitante non è. 
The Crown procede con un approccio meno da baraccone, mettendo in piedi una buona trama con personaggi più o meno tridimensionali (alcuni secondari sono, per l’appunto, secondari e abbastanza di cartone) e un credibile sviluppo delle persone sia in termini di ragionamenti che di età. Questo punto, fortunatamente, è stato reso possibile dal cambio di cast ogni due stagioni, così da rendere visibile l’invecchiamento dei protagonisti e non finire per avere, come in Vikings, una Lagertha con la faccia da trentenne e i capelli e l’andamento di una cinquantenne giusto per tenere sempre la stessa attrice – ma lo stesso discorso vale per altri protagonisti maschili e per altre serie interminabili. 
Se proprio devo fare un vero applauso, lo faccio a chi ha fatto il casting. Cristo, non credo di aver mai visto un cast di attori così ben assortito e così rispondente alla realtà delle persone rappresentate. Qua si vedono i soldi, che permettono di scegliere fra attori decenti e non cani ansimanti che si dedicano alla recitazione per pagarsi la cocaina

Il problema base di The Crown non è l’essere una serie con alcune parti inventate di sana pianta, qualche errore storico e via dicendo, ma è il pubblico che la guarda. Una serie, per definizione, è qualcosa di romanzato e adattato alla godibilità sullo schermo, se no si chiamerebbe documentario e anche questo, se prodotto in un certo modo, risponde più al concetto di intrattenimento che a quello di divulgazione di fattiThe Crown è una serie, quindi non dovrebbe essere presa come l’Enciclopedia Zanichelli o un libro di storia per basarsi su fatti, ma è intrattenimento puro e deve essere preso per quello che è. La gente, ovviamente, non si è accorta delle differenze e ha incominciato a basarsi su quanto riportato nella serie come libro di storia. Signore e signori, non lo è. I fatti sono similari, questo bisogna dargliene atto, e spesso ci sono anche momenti di rispondenza piena, ma è comunque un prodotto per la televisione. 
Posso approvare il leggero, velato, disprezzo per la Corona e per il suo modo di fare da rompicazzo patentati, ma The Crown non è pensato come le tavole della legge. 
A parte questo particolare, che non è altro che un chiaro segnale di incompatibilità fra Netflix e pubblico, The Crown è una serie bella, ottimamente recitata e, cosa stupefacente, succede più di quanto si potrebbe immaginare ad un primo sguardo. 
Tanto i lockdown non finiranno domani, potete tranquillamente guardarla fra una zona rossa e l’altra. 
[Zeus]

La notte al Drive-In. Cradle of Fear (1999)

Recentemente su The Murder Inn è apparsa la recensione per il ventesimo anniversario dell’EP From The Cradle To Enslave dei Cradle Of Filth.
Il buon Zeus non ci ha certo risparmiato nel farci ricordare quale ciofeca fosse, tant’è che per ringraziarlo gli rammentai che il progetto legato a quell’uscita non si limitava al solo CD, ma comprendeva un video musicale che portò successivamente alla realizzazione di un film.
E qui la situazione si fece drammatica. Visto che ormai il cadavere era tornato a galla, qualcuno doveva occuparsene per forza. Ed eccomi qui [grazie mille per il sacrificio Lenny, n.d.Zeus].

Ma andiamo con ordine. In contemporanea all’EP, Dani Filth e soci fecero uscire il classico videoclip. A dirigerlo troviamo un regista horror underground, ma talmente underground che non so in quanti lo abbiano mai sentito nominare: Alex Chandon. Il video è un concentrato di creature deformi, sangue, effetti splatter e un certo numero di tette che supera la media, dal momento che non stiamo guardando il canale di Playboy.
E qui mi tocca dare ragione a Zeus: non solo la canzone, ma pure il video fa abbastanza pena.

Viste le premesse, come sarà mai quest’opera dal simpaticissimo titolo di “Cradle Of Fear”? (L’avete capita? Cradle Of Filth/Cradle Of Fear? Ahaha!).

Il film è diviso in quattro episodi collegati tra loro. In tre di questi i protagonisti, responsabili di brutali omicidi, subiscono la stessa fine delle loro vittime. In uno una stragnocca si fa trombare brutalmente da Dani Filth, rimanendo incinta. A fare da collante alle quattro storie troviamo un detective che indaga su queste misteriose morti; il personaggio interpretato da Dani Filth, un vampiro goth-metal che occasionalmente si nutre di budella di gatto, che ci mette sempre lo zampino; un tizio rinchiuso nella cella imbottita di un manicomio criminale che lancia maledizioni.

Se sulla carta il tutto può sembrare anche interessante, è la realizzazione del prodotto che lascia a desiderare sotto troppi aspetti. Va bene essere indipendenti, underground, a basso budget e tutto il resto, ma i difetti vanno oltre le possibilità economiche e di mezzi a disposizione. Innanzi tutto il film è eccessivamente lungo, perché dura due ore. Ci sono diversi momenti inutili che portano lo spettatore ad annoiarsi. Una delle sequenze iniziali, in cui Mr. Filth e la stragnocca si scambiano sguardi languidi dai lati opposti di una discoteca è talmente lunga e stupida da sembrare una di quelle prese per il culo che si vedono nei cartoni dei Griffin.
Solo che qui non fa ridere.

La recitazione è in molti casi su livelli amatoriali e le interazioni tra gli attori sono spesso imbarazzanti, tanto che le scene all’interno della stazione della polizia sembrano uscite da Mr. Bean. E Dani Filth non è nemmeno tra i peggiori. La regia poi non aiuta, con le sue sovrapposizioni di immagini e le sequenze ripetute, spesso strutturate in modo incoerente con quanto sta accadendo. Lasciamo perdere i dialoghi, pieni di “fuck”, “fucking” e poco altro.

Se devo trovare qualcosa di positivo in questo film, gli effetti splatter, le maschere, i make up e le protesi, realizzati in modo artigianale e molto old style, si distinguono dignitosamente per qualità da tutto il resto. Qui si vede che c’è stato una gran lavoro ed una gran cura nella realizzazione. Lo stesso purtroppo non si può dire degli effetti sonori, in molti casi più adatti ad un cartone animato che ad un film.

Quindi in questo film si salvano gli effetti speciali, ma solo per chi apprezza il genere; la colonna sonora dei Cradle of Filth (tratta dall’EP in questione e dal successivo album Midian), ma solo per i fan della band; l’attrice Emily Bouffante, ma solo per gli estimatori delle gnocche goth; le tette dell’attrice Emily Bouffante, ma solo per gli estimatori delle tette.

Se siete fan accaniti del buon Dani e del suo carrozzone, un’occhiata potreste anche dargliela ma a tutti gli altri non consiglio la visione di questo film. Se rientrate in una delle ultime due categorie sopra elencate, potete premere il pulsante stop dopo venti minuti.

[Lenny Verga]