il tè delle cinque: The Crown

La serie infinita di lockdown austriaci, ha dato tempo e modo al sottoscritto e alla dolce metà di far incetta delle serie più disparate. Criticate quanto volete, ma aver accesso ai cataloghi di Amazon Prime e Netflix in quest’epoca di congelamento forzato è cosa bella e utile. Almeno ci siamo concessi un paio d’ore di svago mentre il mondo esterno impazziva, la gente non teneva le distanze di sicurezza neanche a volerlo e si aspettava, con sempre più ribrezzo e fastidio, il nuovo annuncio dell’inasprimento delle misure restrittive per contenere il problema Covid. 
Scorri di qua e di là, alla fine abbiamo puntato tutto sul rosso e ci siamo messi a guardare The Crown. A bocce ferme, questa serie non mi sarebbe dovuta piacere, aveva tutte le caratteristiche per essere un polpettone indigeribile in cui avvengono quattro cagate in croce, un po’ di trucco e vestiti d’epoca e esclamazioni come corbezzoliacciderbolina e oh my god senza soluzione di continuità. Tutti fattori, questi, che minano la possibilità di essere una serie guardabile senza avere di fianco una bella bottiglia di Brioschi. 
Il fatto che The Crown ripercorra, in 4 stagioni ma la quinta è già in lavorazione, la vita dell’ultimo highlander esistente al mondo (la Regina Elisabetta II) è altro punto dolente per la narrazione. Va bene, nel corso degli eoni del suo regno son successe diverse cose e Cthulhu sa che l’Inghilterra ha messo il suo naso in diverse cose, anche se dalla Seconda Guerra Mondiale in poi il suo ruolo nello scacchiere mondiale è passato da superpotenza con mille colonie e una flotta incredibile a vogliamo la Brexit ma non possiamo pagare il conto del ristorante. Uno scivolone notevole nelle gerarchie e nella credibilità delle persone. 

La serie parte proprio con il passaggio di consegne fra King George VI e sua figlia primogenita, appunto la futura Regina Elisabetta II. Da qua si muove tutta la trama delle stagioni firmate Netflix, trama che ci porterà a vedere la fine del dominio politico di Churchill post-Seconda Guerra Mondiale e l’ascesa e caduta di Margaret Tatcher, la guerra delle Falkland (peraltro lasciata sullo sfondo, visto che è uno show storico e non un Band of Brothers), la diplomazia politica, gli intrighi di governo e, per una grossa parte, tutta la serie di relazioni, amori, sotterfugi etc che circondano la Casa Reale. 
Per chi si fosse collegato solo ora, ovviamente nelle quarta stagione fa capolino anche Diana, quindi si incominciano a vedere eventi avvenuti quando molti di noi erano già nati e quindi contemporanei. 
Dicevo all’inizio, il rischio di queste serie storiche è quello di far un mischione in cui non succede un cazzo e tutti si annoiano, brutalizzando i personaggi, rendendo piatte molte trame per far si che il malloppo sia digeribile anche a chi guarda la serie mentre lava i piatti e inventando di sana pianta eventi e situazioni per rendere eccitante quello che eccitante non è. 
The Crown procede con un approccio meno da baraccone, mettendo in piedi una buona trama con personaggi più o meno tridimensionali (alcuni secondari sono, per l’appunto, secondari e abbastanza di cartone) e un credibile sviluppo delle persone sia in termini di ragionamenti che di età. Questo punto, fortunatamente, è stato reso possibile dal cambio di cast ogni due stagioni, così da rendere visibile l’invecchiamento dei protagonisti e non finire per avere, come in Vikings, una Lagertha con la faccia da trentenne e i capelli e l’andamento di una cinquantenne giusto per tenere sempre la stessa attrice – ma lo stesso discorso vale per altri protagonisti maschili e per altre serie interminabili. 
Se proprio devo fare un vero applauso, lo faccio a chi ha fatto il casting. Cristo, non credo di aver mai visto un cast di attori così ben assortito e così rispondente alla realtà delle persone rappresentate. Qua si vedono i soldi, che permettono di scegliere fra attori decenti e non cani ansimanti che si dedicano alla recitazione per pagarsi la cocaina

Il problema base di The Crown non è l’essere una serie con alcune parti inventate di sana pianta, qualche errore storico e via dicendo, ma è il pubblico che la guarda. Una serie, per definizione, è qualcosa di romanzato e adattato alla godibilità sullo schermo, se no si chiamerebbe documentario e anche questo, se prodotto in un certo modo, risponde più al concetto di intrattenimento che a quello di divulgazione di fattiThe Crown è una serie, quindi non dovrebbe essere presa come l’Enciclopedia Zanichelli o un libro di storia per basarsi su fatti, ma è intrattenimento puro e deve essere preso per quello che è. La gente, ovviamente, non si è accorta delle differenze e ha incominciato a basarsi su quanto riportato nella serie come libro di storia. Signore e signori, non lo è. I fatti sono similari, questo bisogna dargliene atto, e spesso ci sono anche momenti di rispondenza piena, ma è comunque un prodotto per la televisione. 
Posso approvare il leggero, velato, disprezzo per la Corona e per il suo modo di fare da rompicazzo patentati, ma The Crown non è pensato come le tavole della legge. 
A parte questo particolare, che non è altro che un chiaro segnale di incompatibilità fra Netflix e pubblico, The Crown è una serie bella, ottimamente recitata e, cosa stupefacente, succede più di quanto si potrebbe immaginare ad un primo sguardo. 
Tanto i lockdown non finiranno domani, potete tranquillamente guardarla fra una zona rossa e l’altra. 
[Zeus]

La notte al Drive-In. Cradle of Fear (1999)

Recentemente su The Murder Inn è apparsa la recensione per il ventesimo anniversario dell’EP From The Cradle To Enslave dei Cradle Of Filth.
Il buon Zeus non ci ha certo risparmiato nel farci ricordare quale ciofeca fosse, tant’è che per ringraziarlo gli rammentai che il progetto legato a quell’uscita non si limitava al solo CD, ma comprendeva un video musicale che portò successivamente alla realizzazione di un film.
E qui la situazione si fece drammatica. Visto che ormai il cadavere era tornato a galla, qualcuno doveva occuparsene per forza. Ed eccomi qui [grazie mille per il sacrificio Lenny, n.d.Zeus].

Ma andiamo con ordine. In contemporanea all’EP, Dani Filth e soci fecero uscire il classico videoclip. A dirigerlo troviamo un regista horror underground, ma talmente underground che non so in quanti lo abbiano mai sentito nominare: Alex Chandon. Il video è un concentrato di creature deformi, sangue, effetti splatter e un certo numero di tette che supera la media, dal momento che non stiamo guardando il canale di Playboy.
E qui mi tocca dare ragione a Zeus: non solo la canzone, ma pure il video fa abbastanza pena.

Viste le premesse, come sarà mai quest’opera dal simpaticissimo titolo di “Cradle Of Fear”? (L’avete capita? Cradle Of Filth/Cradle Of Fear? Ahaha!).

Il film è diviso in quattro episodi collegati tra loro. In tre di questi i protagonisti, responsabili di brutali omicidi, subiscono la stessa fine delle loro vittime. In uno una stragnocca si fa trombare brutalmente da Dani Filth, rimanendo incinta. A fare da collante alle quattro storie troviamo un detective che indaga su queste misteriose morti; il personaggio interpretato da Dani Filth, un vampiro goth-metal che occasionalmente si nutre di budella di gatto, che ci mette sempre lo zampino; un tizio rinchiuso nella cella imbottita di un manicomio criminale che lancia maledizioni.

Se sulla carta il tutto può sembrare anche interessante, è la realizzazione del prodotto che lascia a desiderare sotto troppi aspetti. Va bene essere indipendenti, underground, a basso budget e tutto il resto, ma i difetti vanno oltre le possibilità economiche e di mezzi a disposizione. Innanzi tutto il film è eccessivamente lungo, perché dura due ore. Ci sono diversi momenti inutili che portano lo spettatore ad annoiarsi. Una delle sequenze iniziali, in cui Mr. Filth e la stragnocca si scambiano sguardi languidi dai lati opposti di una discoteca è talmente lunga e stupida da sembrare una di quelle prese per il culo che si vedono nei cartoni dei Griffin.
Solo che qui non fa ridere.

La recitazione è in molti casi su livelli amatoriali e le interazioni tra gli attori sono spesso imbarazzanti, tanto che le scene all’interno della stazione della polizia sembrano uscite da Mr. Bean. E Dani Filth non è nemmeno tra i peggiori. La regia poi non aiuta, con le sue sovrapposizioni di immagini e le sequenze ripetute, spesso strutturate in modo incoerente con quanto sta accadendo. Lasciamo perdere i dialoghi, pieni di “fuck”, “fucking” e poco altro.

Se devo trovare qualcosa di positivo in questo film, gli effetti splatter, le maschere, i make up e le protesi, realizzati in modo artigianale e molto old style, si distinguono dignitosamente per qualità da tutto il resto. Qui si vede che c’è stato una gran lavoro ed una gran cura nella realizzazione. Lo stesso purtroppo non si può dire degli effetti sonori, in molti casi più adatti ad un cartone animato che ad un film.

Quindi in questo film si salvano gli effetti speciali, ma solo per chi apprezza il genere; la colonna sonora dei Cradle of Filth (tratta dall’EP in questione e dal successivo album Midian), ma solo per i fan della band; l’attrice Emily Bouffante, ma solo per gli estimatori delle gnocche goth; le tette dell’attrice Emily Bouffante, ma solo per gli estimatori delle tette.

Se siete fan accaniti del buon Dani e del suo carrozzone, un’occhiata potreste anche dargliela ma a tutti gli altri non consiglio la visione di questo film. Se rientrate in una delle ultime due categorie sopra elencate, potete premere il pulsante stop dopo venti minuti.

[Lenny Verga]