La svolta Depeche Mode. Paradise Lost – Host (1999)

Lo avete letto nel precedente articolo dedicato a One Second, non sono uno dei puristi assoluti dei Paradise Lost, di quelli che li voleva solo ai tempi di Gothic. Quel disco del 1997 era una collezione di singoli che, ancora, manteneva un appiglio “metal”: almeno nelle intenzioni e nelle sonorità di base. Il 1999 segna il completo cambio di traiettoria. Sia chiara una cosa, i Paradise Lost non sono gli unici a ripudiare il metal per gettarsi verso il mainstream più commerciale e/o verso sonorità più gothic-rock/synthpop. Il fatto è che dove One Second è buon disco, Host non riesce a tenere bene i piedi nelle due staffe ed ecco che i Paradise Lost perdono identità e diventano una delle tante versioni dei Depeche Mode
Nei primi ascolti, quelli che ti servono per riprendere contatto con un CD che per molti anni hai lasciato in disparte, l’impressione è quella di trovarsi di fronte ad un tuo vecchio amico che, dopo essere stato un metallaro per moltissimi anni (quindi cappellone, chiodo, maglia dei Cannibal Corpse e birra da mezzo libro come estensione del proprio corpo), si presenta al pub vestito con i jeans attillati, il risvoltino, la maglia legata intorno al collo, la voglia di farsi degli sbiancamenti anali e i capelli corti col gel.
La cosa non funziona, c’è qualcosa di profondamente sbagliato in tutto quello che stai vedendo. 
La sensibilità artistica ha portato i Paradise Lost lontano dal circuito metal e, probabilmente, pensavano di sprofondare in un grande circolo di dollari e figa. A posteriori, vista 20 anni dopo (e celebrata con il ritorno al death metal), la cornucopia non dev’essere stata di grandi dimensioni.
E vi dirò una cosa: non punto il dito contro Holmes&Co..
Siamo tutti capaci di sparlare di rigore morale, ma quando ci sono i conti da pagare può succedere di tradire qualche principio (ed ecco la firma con la EMI, dopo anni sotto etichette minori). Non punto il dito, ma posso permettermi di dire che, cercando una nuova strada, hanno perso quella su cui mi muovo io e, di conseguenza, “saluti e buona fortuna”.
Se togliamo le prime due canzoni, So Much Is Lost e Nothing Sacred, che sono piacevoli da sentire, Host ce la mette tutta a tirarti fuori lo skip dalle dita. Ordinary Days cerca di fare il verso a quanto scritto in One Second, ma gli manca qualcosa o è la tastierina sotto che urta un po’ i coglioni. 
Questa condizione di insofferenza, pur non trovando niente di formalmente sbagliato (gli inglesi suonano bene e le composizioni, nel genere, sarebbero perfette per discoteche alternative e/o passaggi in radio), permane anche nella seconda parte del disco. Che vadano più ritmati (dove almeno l’attenzione rimane perché hanno un po’ di tiro) o che rallentino (prendendo dei granchi enormi, come ad esempio le noiose Wreck e Deep), gli spunti di interesse sono pochi e, sempre più spesso, si viene colti dall’irrefrenabile voglia di passare oltre. 
Host segna il mio primo grande momento di disaffezione verso questa band e questo stato durerà fino al disco Paradise Lost del 2005 – LP che, a quanto ricordo, non mi è mai piaciuto particolarmente.  
[Zeus]

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Il debutto dei Lacuna Coil – In a Reverie (1999)

Dopo un EP pubblicato nel 1998 e un contratto con la Century Media Records, esce il primo disco degli italiani Lacuna Coil. Mi ricordo che, in qualche modo, qualche anno dopo mi era arrivò in mano Comalies e, a parte qualche canzone (una o due?), non mi ricordo assolutamente niente di quel disco. Questo perché dall’ambito gothic-rock/metal con doppia voce sono uscito presto e, quando ci sono rimasto dentro, ho continuato a seguire due band: Theater Of Tragedy e The Gathering. Quindi sono o il peggiore dei recensori o il migliore, vedete voi. 
Se è innegabile che i Lacuna Coil abbiano fatto molto per il marchio italiano in territorio metal visto il numero di copie vendute ed esposizione mediatica, pur non ritenendoli io realmente metal, quello che bisogna capire è quanto siano interessanti per il lettore medio di questa webzine. Ognuno, ahimè, parla al pubblico che lo segue e io, che di pubblico ho 3 persone (quando gira bene), parlo per loro. E per me, che mi leggo, e sopporto, a stento. 
Musicalmente, In a Reverie non eccelle, è lo studente da 6/6,5; non ci sono pezzi brutti (solo qualche brano noioso, ad es. Cold), ma neanche qualcosa di così incredibile da farti smettere quello che stai facendo. Quindi stiamo parlando di un debutto che si getta nel filone gothic (grazie Waldemar!) e lo fa assimilando tutto quello che stava andando bene in quel momento e riproponendolo in 9 canzoni. Senza essere esageratamente e ingiustamente cattivi, si può dire che il songwriting è buono, ma non è ancora così personale come il loro miglior disco ad oggi (Comalies) – questo, però, lo si scusa visto che è il debutto. 
Dopo quasi 300 battute posso anche dire quello che tutti stanno pensando: il vero jolly della formazione milanese è Cristina Scabbia. Le sue linee vocali sono puntuali e ammantano di un’aura perfetta le canzoni. Tanto sono “scontate”  le lodi a Cristina, quanto mi dispiace essere l’ennesimo recensore che si accanisce su Andrea Ferro, ma non riesco a trovare l’utilità di un secondo vocalist (anche se probabilmente volevano ricreare la formula Beauty & The Beast) e, spesso, le sue performance mi sembrano un po’ anonime.
Solo in Honeymoon Suite la voce di Ferro si avvicina a Nick Holmes del periodo Icon e l’interscambio funziona, anche se il punto focale rimane sempre la voce della singer italiana. 
Tutto sommato, In a Reverie non è un brutto debutto e fa intravvedere le potenzialità dei Lacuna Coil nel comporre canzoni gothic-rock mainstream e appetibili da una fascia di ascoltatori abbastanza ampia. Rispetto ad altri dischi, però, gli manca ancora un po’ di furbizia e/o di reale decadenza gotica che altre band già dimostravano. 
[Zeus]