Tiamat – Judas Christ (2002)

Scatta il 2000 e i Tiamat si lanciano senza pensieri verso un burrone creativo senza fine. Già con Skeleton Skeletron avevo odorato qualche cosa e nella recensione son stato anche piuttosto secco e “brutale”, finendo poi per rimangiarmi un po’ del mio fiele e ascoltarmi Brighter Than a Thousand Sun non so quante volte. Però è indubbio che la qualità di quanto prodotto dai Tiamat sia scesa senza possibilità alcuna di smentita e Judas Christ è semplicemente la cartina tornasole di una band che ha cambiato definitivamente pelle. Gothic Rock e tendenze darkwave/synthwave o chissà cosa? Sì, ma è proprio il risultato finale che non sempre gira al meglio. Questo mi rende difficile riascoltare questo LP ripetizione. Le canzoni mi restano raramente in testa e, seppur prodotte e suonate in maniera competente, ho sempre la sensazione che ci sia qualcosa che manca.
Ovvio, i Tiamat nel 2002 sono in piena sbornia gothic rock che, nella seconda metà degli anni ’90, funzionava senza problemi e veniva abbracciata da una squadriglia di band dal background più che mai disparato. Lo dico fin da subito, quello era un modo di suonare che aveva un senso e, in molti casi, è stato anche il modo per arrivare ad un pubblico più grande rispetto a quello del metal estremo in cui solitamente viaggiavano. Però quel gothic rock si è sgonfiato nel giro di due/tre anni, perdendo attrattiva e/o andando a saturare il mercato in maniera così consistente da farti sboccare mentre ascoltavi l’ennesimo gruppo che tentava in tutti i modi di rimanerci dentro, prorogando all’infinito una sclerotizzazione ormai avanzata. Trovandosi su un terreno difficile, scivoloso se vogliamo, molte band hanno capito che era tempo di salutare il grande pubblico, mai o solo parzialmente realmente raggiunto, e di ritornare a “casa” ripudiando quel tentativo di arrivare a guadagnare soldi e passaggi su MTV per tornare a suonare metal. I Tiamat non si fanno problemi ad accentuare ancora di più l’elemento gotico nel loro modo di suonare, aggiungendo anche tratti “wave” e diventando una band da pomicioni, da gothic lolitas e da un certo riflusso gastrico dopo un numero contenutissimo di ascolti.
Detto questo, a vent’anni di distanza posso dire che Judas Christ non è brutto in senso stretto, perché i Tiamat, pur sbragando e non essendo più quello che erano, hanno ancora delle cartucce da sparare e nel 2002 le fanno esplodere. Ed è un peccato che all’epoca i Edlund e soci non tanto costanti e consistenti sotto l’aspetto del songwriting, quanto fatto con le lyrics (So Much for Suicide, ma molte altre meritano altrettanto).
Pur non sempre e non al 100%, ancora oggi un 50/60% del disco funziona, specialmente la doppietta iniziale e quella finale (Too Far Gone avrebbe meritato un posto un po’ più in alto) o Love Is as Good as Soma (forse leggermente lunga, ma baciata da ottime lyrics che passano inosservate sotto un substrato musicale “leggero”: I wanna crush all bones in you/Cause I’ve got nothing better to you); mentre altre canzoni o sono un po’ troppo zuccherose (Vote for Love) o discrete ma senza quid (I Am in Love With Myself, Angel Holograms) o semplicemente brutte e basta (Spine).
Judas Christ è da riascoltare? Sì, anche se lo dico a denti stretti e con un po’ di vergogna, visto che all’inizio di questa recensione pensavo di doverlo stroncare di brutto. Invece non è così, perché pur facendomi rimpiangere i Tiamat che furono, Judas Christ è un disco che funziona più volte di quante mi sarei aspettato e, pur portandosi appresso diversi difetti e una puzza di inizio 2000, riesce ad essere molto meglio di quanto verrà nel corso dei 10 anni successivi.
[Zeus]


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Moonspell – Darkness and Hope (2001)

I Moonspell del periodo acchiappone non li ho mai retti più di tanto ed è per questo che, a partire da The Butterfly Effect ho lasciato che i portoghesi proseguissero il loro cammino da soli e senza il sostegno economico del sottoscritto. Fra le band storiche, trovo un parallelismo inquietante fra Moonspell e Paradise Lost, principalmente nel mio interesse nei loro confronti per buona parte del 2000. Il fatto è che gli inglesi, in un modo o nell’altro, hanno fatto pace con sé stessi e sono ritornati a far quello che sanno fare; mentre i Moonspell ci hanno messo più tempo a capire che “basta suonare metal” e non serve andare a fare i fighetti vestiti di latex per poter essere presi seriamente.
Ed è in questo contesto che nel 2007 fanno uscire Under Satanae con ri-registrazioni dei demo del periodo black metal.
Però non siamo ancora a quel punto, non c’è ancora la volontà, sincera o meno, di riprendere in mano il metal e farlo trasparire in maniera evidente dalla loro musica.
Darkness and Hope è un disco che non ha niente a che spartire con il loro pedigree, con la loro storia, anche se in realtà ne riassume tutti i concetti che avevano incominciato a far capolino da dischi come Irreligious. Il gothic era già una componente forte del loro sound, cosa che non hanno mai smentito e non ne hanno mai fatto neanche una croce da portare, però era un gothic intelligente, ben sviluppato in un contesto profondamente metal ed è per questo che Irreligious era un gran disco. Sin/Pecado era una naturale evoluzione che poi avrebbe partorito il già citato The Butterfly Effect e tutto quello che poi, da lì in avanti, seguirà per il nostro dolore. Sin/Pecado era sincero, gothic ma sincero, con alcuni testi di merda, ma sinceri; Darkness and Hope è la volontà indomita di un gruppo di far breccia in un pubblico più grande vergognandosi anche delle proprie radici.
Nel 2001 Fernando Ribeiro & Co. lasciano il mantello del metal a casa, se non in brevissimi episodi dove appaiono ancora un accenno di doppia o brevissimi momenti in growl (Firewalking o Nocturna), ma il resto è una commistione fra un rock generico e un gothic metal trendy, quello che fa piacere alle tizie in corsetto e a quelli che vogliono provare a rimorchiare le suddette. Con Darkness and Hope i portoghesi lasciano a casa Waldemar e vanno a registrare in Finlandia, patria di riferimento per il gothic pippaiolo (quello, per esempio, dei To/Die/For), fenomeno che durerà il tempo di una scorra in ascensore prima di dissolversi nell’aria. Però nel 2001 era trendy e la gente guardava a questo fenomeno, dove moderne sonorità rock si mischiavano a pruriti eighties come Sister of Mercy, Field of Nephilim etc, dove i testi parlano praticamente sempre di sesso o della voglia di fare sesso o dell’opportunità di fare lo stesso e i brani, se non sempre, spesso, sono solidi come il cartongesso.
Visto che i Type O Negative erano ancora un modello vivente e i The 69 Eyes che ne ricalcavano i passi in maniera molto leggera (i Deathstar non erano ancora usciti sul mercato, per fortuna), i Moonspell devono aver pensato che, forse forse, quel tipo di impostazione poteva essere vincente e così ecco che Ribeiro fa il vocione grosso, profondo e sexy per tutto il tempo, pur non essendo realmente un cantante da mille e una notte. Il resto spazia fra una cover temibile di Mr Crowley del buon Ozzy solista e una generale innocuità mascherata da atmosfere oscure, vampiri e tutto quello che circonda l’immaginario pizzi, merletti e sciccherie ottocentesche.
Hope and Darkness è uno di quei dischi che non riesco ad ascoltare e che, se nominati, molto probabilmente mi renderà perplesso perché non mi ricordo chi l’ha registrato. Ho ritirato fuori questo disco dopo anni che non lo sentivo e l’unica cosa che posso dire con onestà intellettuale è che son contento di rimetterlo nel cassetto da dove è venuto… e lasciarcelo per altri anni.
[Zeus]

To/Die/For – Epilogue (2001)

C’è stato veramente un momento, ad inizio 2000, in cui i To/Die/For li leggevi un po’ ovunque e, non so come, c’erano anche band che si ispiravano a questi finnici. Penso di averne ascoltato due album, giusto per curiosità e perché, in un contesto dove le band gothic-metal erano fronteggiate da poderose valchirie, l’aver trovato una band in versione maschile era qualcosa di nuovo. Che poi ti aspetti questo genere di malinconia e depressione dai finnici, è cosa conclamata, dato che o si muovono in territori vicini alla celebrazione di ogni malinconia possibile o mescolano un po’ tutto e ne vengono fuori gli H.I.M. E dentro i To/Die/For, in certi momenti, l’eco dei Sentenced lo si sente forte e chiaro, solo che invece che comporre qualcosa che è un inno a suicidarsi, è coperto da tastiere e quell’attitudine da depressione ottocentesca che mi fa cascare un po’ le balle (non vorrei attirarmi bestemmie, ma con il dovuto rispetto e cum grano salis, possiamo dire che dentro Epilogue si vedono alcune intuizioni che poi anche gli Amorphis più gothicheggianti e acchiapponi arriveranno a sfruttare, seppur alla loro maniera).
Su questo punto, cari miei, siamo nel pieno delle pari opportunità: sia le band con frontwoman, sia quelle come i To/Die/For sono inutili e potrebbero restare tranquillamente a far altro.
Lo so, forse è un parere di nicchia e non va proprio per la maggiore, ma capite anche voi che non è che possa piacermi tutto sempre e, no, non è che una chitarra un po’ più pesante (In Solitude) possa farmi cambiare idea da un momento all’altro. Una rondine non fa primavera.
E visto che sono in terra ausburgica, neanche uno strale di sole, visto che siamo passati dall’inverno all’estate passando per una sorta di comico autunno fuori luogo.
Sette dischi fino ad oggi e ancora adesso, dopo vent’anni che questo disco è uscito (e quasi 15 che l’ho sentito), non mi sento ancora pronto ad affrontare tali LP e li lascerei recensire a qualcuno di più competente, affezionato o con quel guilty pleasure chiamato gothic-metal. Per me son distanti, ma io son una mezza capra.
Se lo volete tirare fuori dalla cripta, sono affari vostri!
Ovviamente non sono totalmente rincoglionito e capisco che nel disco i To/Die/For ci hanno messo anche alcuni buoni spunti e quando indugiano sulla patina Sentenced è comunque un bel sentire, ma per me Epilogue è uno di quei CD invecchiati male. Erano attualissimi al tempo, capaci di tenere il ritmo di un trend che comunque nel 2001 era in fase di stasi o calante, di certo non in terra finnica, ma che riascoltati nel 2021 dimostrano tutta la patina, le rughe e la ricrescita grigia all’attaccatura dei capelli cotonati.
[Zeus]

Lacrimas Profundere – Burning: A Wish (2001)

Non ho mai ascoltato una sola nota dei Lacrimas Profundere fino ad oggi. Ma visto che sto cercando di impegnarmi il più possibile per recuperare quanto uscito negli scorsi decenni, mi sembrava giusto anche dare una chance Burning: A Wish. Il gothic metal, nel 2000, era in una sorta di limbo: l’onda lunga dell’epopea inglese era sempre più debole e così anche i precursori del genere beauty & the beast, mentre il nuovo trend che sarebbe arrivato con le band finniche e il nuovo gothic commerciale da pizzi, merletti e triccheballacchere era in via di definizione e sul punto di esplodere nelle radio e nella rete. Anche le band black meta che si erano invaghite del fenomeno gothic, ad esempio Rotting Christ et similia, stavano ritornando alla base. 
E mentre il mondo musicale muta, i Lacrimas Profundere sembrano essere totalmente incuranti di quello che succede nel mondo e fanno uscire un disco che puzza di 1990. Lo senti chiaramente quell’odore di merletti, canfora, romanzi in stile ‘800, angoscia e disperazione esistenziale. E sotto il profilo musicale ci sono alcuni rimandi anche al beauty and the beast, per quanto ridotti al minimo visto che Christopher Schmid non indulge moltissimo nel growl, pur presente, e anche i duetti con la guest femminile sono meno del previsto. 
Il concept è interessante ed è un’amara riflessione sulla morte di una persona amata. Va bene che questo è un tema che ritrovi in trequarti dei dischi gothic e i Lacrimas Profundere non erano, sono e saranno il primo gruppo che tratta di questa tematica, ma è l’abilità musicale del sestetto teutonico a far la differenza. Ci sono amplissime porzioni di melodia e atmosfere oscure, ma non sono gettate dentro alle canzoni tanto al chilo giusto per far sbavare le gothicone; i fratelli Schmid sono abili maniscalchi del genere e mentre riascolto per l’ennesima volta questo LP incomincio a sentirci sempre più rimandi ad Anathema e, perché no, ai Theatre of Tragedy
I circa 45 minuti di Burning: A Wish sono quello che mi aspetto da un disco gothic metal maturo e ragionato. Non sfonda le palle con inutili piagnistei o con la volontà di dover essere per forza decadente, finendo per incorporare la tanta melodia in un contesto comunque metal. Adesso, nel 2021, mi verrebbe voglia di paragonarli con alcune cose fatte anche dai Woods of Ypres, ma questi ultimi faranno uscire il primo LP un paio d’anni dopo questo Burning… e quindi è solo un riferimento a posteriori.
Se poi ascoltando Re-Silence vi vengono in mente le ultime cose degli Amorphis, non è proprio un pensiero peregrino credetemi. 
Una scoperta piacevole questa dei Lacrimas Profundere, forse perché sono un vecchio nostalgico e quando mi si sventola sotto il naso quell’aura anni ’90 mi si stringe il cuore, ma Burning: A Wish è effettivamente un buon disco. Da riscoprire, se non lo conoscete, e da riascoltare per celebrarne i vent’anni di vita se siete già fan dei tristi teutonici. 
[Zeus]

I Paradise Lost si son dimenticati come comporre le canzoni: Believe in Nothing (2001)

Se vogliamo trovare uno dei punti più bassi della discografia dei Paradise Lost, possiamo cercarlo nel periodo compreso fra il 1999 e il 2001: Host e Believe in Nothing sono, e probabilmente rimarranno, due degli episodi meno riusciti dei nativi di Halifax. Con Host, Holmes&Co. avevano dato segni di un cedimento notevole, incapaci di replicare il difficile equilibrio fra gothic, metal e substrato catchy che aveva reso One Second un disco composto interamente di potenziali singoli. Replicare quel disco, così diverso rispetto alla discografia precedente e quella che poi ritornerà la loro via maestra, era praticamente impossibile per molte ragioni: la Music for Nation non è la EMI e i risultati che vogliono i capoccia delle major son ben differenti rispetto a quelli di altre etichette e, in secondo luogo, gli stessi Paradise Lost avevano già mostrato di essere in crisi con Host. Con queste premesse, Believe in Nothing non poteva uscire meglio e, per me, non è altro che un disco inutile e francamente fastidioso. 
La seconda componente è talmente evidente, anche a vent’anni di distanza dalla sua uscita, che ti rende difficile l’approccio sereno a questo LP.
I Paradise Lost non ci mettono un briciolo di interesse nel registrare questo CD e questa svogliatezza di fondo si sente chiaramente. Va bene, ritornano le chitarre e questo è un segnale positivo, ma i riff sono scontati e le melodie, che dovrebbero essere il cardine di una carriera fulgente nel grande bacino mainstream della EMI, non te le ricordi. Aggiungeteci che Nick Holmes, non proprio un cantante dotatissimo in termini di clean, ha quell’attitudine da timbrare il cartellino e fuori dai coglioni, e vedete che non c’è niente ben poco da salvare su Believe in Nothing. Posso concepire che uno non sia proprio un genio nel clean, ma almeno metterci la voglia quello è un requisito fondamentale. Confrontate il suo cantato su One Second e poi via via fino ad arrivare su Believe in Nothing e capite dove si stava divertendo e dove è un lavoro, per di più noioso.
Il biennio fra la fine del 1990 e l’inizio del nuovo secolo porta una similitudine fra i Paradise Lost e gli Amorphis, i quali avevano rilasciato il notevole Tuonela e finiranno per registrare anche Far From The Sun. La differenza però è notevole nei risultati. Gli Amorphis registrano Tuonela e Am Universum, per poi andare in crisi sotto la major, mentre gli inglesi scivolano verso un baratro compositivo notevole. Entrambi si riprenderanno, questo lo sappiamo già, anche se le modalità sono diverse: gli Amorphis, per poter uscire dallo stallo di Far From The Sun, devono modificare la line-up e distanziarsi da Pasi, ormai stufo dell’avventura nella band; i Paradise Lost risolvono tutto in famiglia, si raggruppano e incominciano ad assaggiare il lato metallico del loro sound, tornando indietro a delle radici sonore e ad una rielaborazione del proprio sound. 
La realtà è che non mi ricordavo niente di questo LP e ho dovuto rimetterlo su molte più volte del previsto per poterne parlare. Già con Host avevo perso le speranze sulla band, con Believe in Nothing avevo ormai piantato i chiodi nella bara. Fortunatamente si sono ripresi e sono ritornati a produrre musica di un certo livello, Sarebbe stato un peccato perdere una band di questa portata solo per delle illusorie velleità di mainstream“popolarità.
Vi posso assicurare che all’epoca di Believe in Nothing non credevo nel loro futuro e, infatti, li ho lasciati perdere per un po’ di tempo. 
[Zeus]

The 69 Eyes – Blessed Be (2000)

Ai tempi in cui andavo all’università, quanto mi piace ricordarli, un giorno entrai nell’aula studio della mia facoltà, mi sedetti ad un tavolo e presi il lettore CD portatile dallo zaino. Tra gli album che mi ero portato scelsi l’omonimo debutto degli WASP perché ascoltare Animal (Fuck Like A Beast) era un ottimo modo di concentrarsi per lo studio. 
Di fianco a me si era seduta una ragazza facilmente identificabile come metallara. Vide il mio CD, espresse approvazione e iniziammo a chiacchierare. Prima di congedarci mi chiese se potevo prestarle il CD e che, in cambio, lei me ne avrebbe prestato uno dei suoi il giorno seguente. Io che solitamente non presto i miei tesssori nemmeno a pagamento, cedetti alla proposta un po’ perché la tipa era carina e già mi facevo viaggi mentali, un po’ perché ero curioso di sapere cosa mi avrebbe portato.
E indovinate un po’? Mi portò Blessed Be dei The 69 Eyes. Non avendoli mai ascoltati, ringraziai e, tornato a casa, rimediai subito. Per concludere la storia, con la tipa non combinai mai niente ma si rivelò una piacevole compagnia e mi riportò il CD dei WASP in perfette condizioni. Questo le fece guadagnare un sacco di punti.
Cosa posso dire però del CD dei The 69 Eyes? Non mi va di criticarlo troppo perché legato ad un ricordo piacevole ma devo ammettere che ancora oggi, riascoltato per l’occasione, mi chiedo dove stessero andando e che scopo avessero questi finlandesi (a parte rimorchiare, ovviamente) con la loro musica. Il  gothic metal proposto, che di metal ha poco, è molto semplice, melodico, orecchiabile, molto adatto come sottofondo alle attività che preferite, ma non si può definire memorabile. Jyrki e compagni scimmiottano un po’ tutto ciò che è dark e tenebroso, dai Cure ai Type O Negative, ma sembrano più atteggiarsi che altro. 

Qualche pezzo si distingue per gusto melodico e drammatico, come le hit Gothic Girl e Brandon Lee e un paio di altre che forse qualcuno ascolta ancora oggi, ma se il resto me lo sono completamente dimenticato ci sarà un motivo. Conosco poco della discografia della band ma, smentitemi pure se sto sbagliando, non mi sembra che si siano allontanati molto da questo. Ci hanno comunque costruito una carriera.

[Lenny Verga]

Romanticismo, amore e metal. In poche parole: HIM – Razorblade Romance (2000)

All’inizio del nuovo millennio non si poteva scappare dal Love Metal. Gli HIM erano una band citata ripetutamente, più spesso dal pubblico femminile vista la supposta avvenenza del singer Ville Valo (o per le tematiche. Ma chi cazzo le ascolta le tematiche? O forse sono io che ascolto gruppi stupra-cristi e va bene tutto?), ma suppongo che, visti i dati di vendita, non siano state solo le donne a comprare questo disco e promuovere gli HIM nel mondo. Detto della popolarità del nuovo millennio, va anche accennato che loro sono i promotori dell’Heartagram e il futuro prossimo valuterà se aprire un secondo Processo di Norimberga contro questo crimine. Non sta certo a me discutere su quello che è venuto fuori in quel periodo storico. 
Non c’è da nascondersi dietro un filo d’erba e criticare a cazzo di cane, la loro popolarità dell’epoca era dovuta proprio a quel mix di generi che abbracciava senza distinzioni gli anni ’80 fino alla metà dei ninties: quindi ecco che nel nuovo millennio si riaffaccia orgoglioso il gothic, spruzzate di glam, di rock da classifica e poi c’è la grossa componente pop condita, però, da un singer con la voce baritona e un’attitudine tanto dannata quanto sexy e capace di bagnare più donne dei Monsoni.
Se vogliamo citare qualche band a caso, anche se giocano in campionati diversi, la lista potrebbe prendere gruppi come i 69 Eyes, i Type O Negative o i Sentenced (se vogliamo tirar dentro anche i finnici, sicuramente vicini agli HIM per certe tematiche); ma aggiungo anche le band degli eighties (Depeche Mode, Roxette e tutta questa gente qua). 
Dove i riferimenti musicali sono abbastanza semplici da individuare, pur se declinati in una versione molto più pop e laccata (data da una produzione limpida e bombastica) rispetto alle prime prove del gothic europeo della metà dei ninties; la parte del leone, come detto sopra, la fanno le lyrics. Amore, odio, morte, perdita, tormento e tutto quello che poi preso e centrifugato nei romanzi come Twilight et similia, viene condensato in undici tracce a prova di bomba.
Voi capite che queste lyrics possono far breccia nel cuor di generazioni nate con lo sdoganamento del black metal sinfonico e acchiappone ed il gothic metal promosso anche dalle ormai emergenti female-fronted band. Ville Valo concepisce un mix corretto di parti, che non ti fanno guadagnare punti-bestemmia da sfruttare in caso di confronto con Dio, ma eccome se fanno presa. 
Il fatto è che Razorblade Romance è un disco pop, con sfumature “dure” che si diluiscono velocemente con il passare delle canzoni (non è una bestemmia dire che già dopo il primo minuto di canzone siamo già in territori da classifica? Se le radio fossero posti migliori, sarebbero dentro senza problemi… ma questo valeva anche per quel condensato di singoli chiamato One Second). 
Non credo che ci sia da stupirsi su questo andamento, cari miei. L’hair metal e il glam metal non erano morti poi da troppo tempo e, pur avendo alcune parti più metalliche, nella seconda ondata il DNA pop era ben radicato e ben esplicato da gente come i Bon Jovi. E se nel grande piatto dei soldi della musica ci mangia gente così, perché non dovrebbero provarci anche gli HIM? 
Circa ogni dieci anni il mondo della musica si prende male e guarda indietro, facendo riemergere sonorità finite sul fondo del mare e ormai talmente schifate dalla gente che, essere accostati a certi suoni, era simile ad essere chiamati figli di un cane. Esagero, ma la gente ha memoria corta ed essere chiamati glam/hair metal era un insulto, poi sono venuti fuori gli Steel Panthers.
Vent’anni dopo, riascoltandolo con le orecchie pulite da tutte le diatribe fra trve metal, false metal, defenders of the faith e, ovviamente, black metal figa-repellente, si può dire che Razorblade Romance è un album pop-rock che, per una congiuntura astrale sbagliata (essere associato al metal e soffrendone la categoria), non è stato recepito da un pubblico più ampio di quello che ha raggiunto. 
Non la mia tazza di tè, ma posso capire perché ha fatto strage di cuori.
[Zeus]

Fortunatamente si sono sciolti: Absent Silence – Dawn Of A New Mourning (1999)

Partiamo dalla considerazione base: chi cazzo li ha mai sentiti gli Absent Silence? Sono talmente sconosciuti, sti finnici, che dopo un paio di demo e un disco (questo Dawn Of A New Mourning – titolo scontato tipo offerte Divani&Divani) si sono sciolti. O, con maggiore probabilità, sono spariti in una foresta e prova te a cercarli nella terra dei mille laghi.
Da quanto ho piazzato questo disco su YouTube mi chiedo a cosa assomigliano, ma il nome (che è sulla punta della lingua), mi sfugge e mi sta mandando fuori di testa. Forse perché il baritono di E. Luotonen è qualcosa di vagamente imbarazzante e mi distrae. O perché questo melodic gothic metal non va proprio da nessuna parte, conclusione a cui devono essere arrivati anche questi figli del Kalevala, decidendo di sciogliersi piuttosto che tirar avanti sta porcheria. E sì che, almeno in Scarlet Thorns o Above, lo scream non ti fa ghiacciare il sangue nelle vene.
Le canzoni non sono niente di che: innocue quando va male o dimenticabili nel giro di mezzo secondo quando va di lusso. Sarà per questo che non mi ricordo come suona Heavens To Discover e non son neanche passati 10 minuti dalla sua fine?
Mi ricordo vagamente le melodie, standard, le inutili tastiere Bontempi e, di certo, l’imbarazzante title track – dove sicuramente avevano finito tutte le due idee e tirato fuori un cazzo di nulla a mezzo servizio.
Vorrei ripetere, cari miei, che tutte le canzoni sono la copia di quel gruppo di cui sopra – cazzo, proprio non mi viene! (secondo Bruno Slowtorch, potrebbero assomigliare ai teteski Dreadful Shadows).
Smetto di pensarci, perché mi sta venendo il nervoso… quindi chiudo dicendo che si sono sciolti dopo l’esordio con No Colours nel 1999.
Se l’hanno capito loro di farla finita, e ci suonavano dentro, non vedo perché consigliarveli io vent’anni dopo il giusto decesso.
[Zeus]

Type O Negative – World Coming Down (1999)

Ci sono periodi nella mia vita in cui, per un motivo o per l’altro, vengo assalito da ondate di depressione esistenziale. Momenti in cui sento tutto il peso di questa terra sulle spalle ed è difficile guardare l’esterno con lo sguardo limpido e l’occhio sereno.
Non dico che sono ad un passo dall’appendermi al soffitto, nonostante tutto mi piace ancora questa vita, ma sicuramente è difficile sorridere e ci vuole una forza incredibile per uscire di casa e affrontare un lavoro o le persone in maniera funzionale e proficua. Soprattutto se fate un lavoro come il mio dove, senza se e senza ma, il sorridere e il rapportarsi agli altri è una caratteristica fondamentale.

Questi sono i giorni in cui sento la necessità fisica del metal, una delle poche valvole di sfogo che non mi portino a compiere atti irreperabili. Il metal e una pinta di birra (citazione che mi sento di fare, ma che lascio anonima).
E il metal deve adattarsi a questo mood, a questa sensazione di opprimente down. Deve cavalare questo sentimento e deve parlarmi in quella lingua. Non riesco ad apprezzare un pezzo happy (ad esempio un brano power metal, se mai ascoltassi questo genere), devo torturarmi all’infinito, addentrarmi in sonorità plumbee per arrivare al momento catartico che mi farà inevitabilmente risalire verso la luce. Perchè è così, scrivere e il metal sono due forme catartiche e, quindi, questa recensione è quanto più vicina ad una seduta psicoterapica di quanto voi possiate solo immaginare.

World Coming Down è una ventata di pessimismo e rassegnazione. Quindi perfetto per affrontare tale compito ingrato. Deve descrivere l’oscurità e lo fa bene, tanto che le sonorità iper-leccate di October Rust spariscono e ne esce un sound più organico e naturale. Dove nei precedenti dischi c’era della sbruffoneria (My Girlfriend’s Girlfriend), in questi solchi è il filtro acuto dell’ironia a smussare un po’ il colpo inflitto da una tristezza e rassegnazione palpabile. L’intelligenza compositiva di Pete Steele è innegabile, tanto che brani che potrebbero incartarsi e finire in innaturali lagne monotone, ne escono comunque bene e con soluzioni melodiche perfette. La melodia è un elemento fondamentale nel sound dei ToN, molto più dei riff o della pesantezza. Perchè è su quella vena che si muovono agili dei brani che, di media, superano i 6 minuti di durata.
Non capitemi male, sotto tutto il lavoro di tastiere, synth etc di Silver (che si occupa anche della drum-machine), c’è comunque un comparto musicale serrato e debitore della lezione sabbathiana. Le chitarre sono immerse in un fuzz perenne, zanzarose ma ficcanti, mentre le lenti progressioni musicali della sezione ritmica creano quel mood doom-gothic che i ToN sono capaci di maneggiare ad occhi chiusi.
Non considerando la classica traccia iniziale farlocca (Skip It) e i tre brevi intermezzi strumentali (che indicano altrettante modalità di morte e saluti a this mortal coil), il CD conta 74 minuti di musica. Capite voi che tenere alta l’attenzione su un minutaggio consistente è operazione rischiosa e non riesce sempre. La questione, principalmente, è il progressivo diradarsi delle idee, specialmente intorno alla metà scaletta o verso la seconda parte. In quei punti c’è sempre la possibilità di trovarsi il filler o la traccia loffia che ti fa rodere il culo perchè eri di fronte ad un disco che poteva essere una vera rivelazione. World Coming Down non è sicuramente così, visto che la title-track è messa a metà scaletta e poi c’è il crescendo (compresa Pyretta Blaze, traccia che mi intriga molto per la linea vocale e melodica) fino ad approdare al medley Beatles-iano Day Tripper
Dentro tutto questo c’è Pete Steele che viene a capo dei suoi demoni, che poi diventano i tuoi demoni e, quando il conto arriva a 74 minuti e lui ha vinto, allora hai vinto anche te. Per osmosi, oserei dire.
Perché è in queste tracce, in cui Pete combatte con la morte, che tu risali piano piano verso quella forma di socialità che ti permette di andare avanti e, per un po’ di tempo, non ti fa sentire quel peso sulle spalle e quella nube scura all’angolo dell’occhio.
[Zeus]

E alla fine venne anche il disco inutile dei Samael: Eternal (1999)

Nel 1999, in pieno periodo gothic metal in Europa, i Samael se ne escono con un disco fondamentalmente inutile: Eternal.
Iniziamo così, giusto perché il mood dell’articolo è questo, una recriminazione su come gli autori di Passage (un disco tutto sommato bello e che fa da “passaggio” fra il periodo più black e quello successivo) si siano adagiati su qualcosa di così standard e poco appetibile. Le canzoni, quando tirano, sembrano essere degli scarti dei Pain (alcune cose di Togheter, pur senza quel substrato di “cazzoneria” che ha la band di Peter Tägtgren) e in altri momenti hanno le fattezze dei Rammstein ma molto più sterili e privi di mordente. 
Non ci sono riff brutti, ma la continua ricerca del groove dato dal mid-tempo e dalla marzialità spacca le gambe ai brani e annoia dopo un po’, così come l’ostinarsi ad una voce ieratica per far sì che tutto il brano sia intriso di una grandeur che non ha, se non in pochissima parte. 
La formula fortunata ideata nel precedente Passage non regge e mostra i suoi limiti proprio in questo Eternal. Su questo LP manca il Demonio, quella vena caustica che era presente nei precedenti episodi in casa svizzera. Se prima, anche con l’approccio più industrial, si sentiva ancora quella vena da “nello spazio nessuno può sentirti gridare“, in Eternal questa sensazione viene a mancare, pur essendoci formalmente tutti gli elementi. 
Questo fattore, per me, è il paradosso maggiore. 
Dopo una prova sostanzialmente scarica per tutta la durata del disco, i Samael cercano di scuotersi dal torpore e tentano il “colpo di coda”  in Supra Karma, pur non riuscendoci al 100%, nella più energetica Infra Galaxia. Questi sono pochi esempi di quello che avrebbero potuto, e dovuto, fare Xy e Vorph per creare qualcosa di soddisfacente. Il problema è  che non l’hanno fatto, tarpando le ali al disco e queste poche canzoni di livello superiore al resto non riescono a sollevare le sorti di un disco poco appetibile e zoppo.
Per concludere in bellezza metto anche il carico di bastoni (quanto mi mancano le partite a briscola chiamata prima delle lezioni dell’Università): non riesco a distinguere bene una canzone dall’altra. Forse è un problema solo mio, della mia forma mentis, e pur sforzandomi non riesco a comprendere appieno cosa vogliono raggiungere i Samael in questo LP.
[Zeus]