Darkthrone – Astral Fortress (2022)

Parto da un concetto che non riscuote molto successo su molte webzine: la cover-art del nuovo Darkthrone è divertente. Stupida, ok, ma divertente. Esprime un concetto, quello che dimostra l’autoironia da parte della band, concetto che però nel 2022 ha ormai raggiunto un livello talmente alto da essere quasi insopportabile. Perchè ridersi addosso, e ridere di chi ti crede qualcosa, è operazione sana. Esagerare con questa attività, mi fa salire il sospetto di trovarmi di fronte ad un clown o, ancora peggio, che la band in questione mi sta sinceramente pigliando per il culo. Visti i risultati degli ultimi 20 anni di dischi, il concetto sopra esposto mi sembra abbastanza chiaro: i Darkthrone stanno a tutti i costi provando a mettere a dura prova la mia pazienza e con Astral Fortress ci sono arrivati vicino a farmi sbottare. Non sarà brutto come alcuni LP del periodo cazzaro (sapete tutti qual’è), ma da qua a sentirci dentro una qualità minima che possa tener fronte alle cose prodotte 20 anni fa il passo è lungo. E non sto parlando di dischi epocali come Transilvanian Hunger, A Blaze in the Northern Sky o Panzerfaust. No, sto parlando già di cose come Ravishing Grimness o Plaguewielder, forse due degli ultimi dischi a potersi fregiare del logo Darkthrone senza arrossire.
Ecco perchè il mio rapporto con Fenriz e Nocturno Culto è contrastato e contrastante. Non posso che provare assoluto rispetto per quanto hanno fatto, ma anche la sensazione di rabbia che mi sale sentendo certi dischi è ugualmente ragionevole. L’idea generale di distanziarsi da quello che erano e dimostrarsi fieri di cosa sono non mi spaventa, però non riesco a concepire l’idea di un disco che non è brutto (!) ma che, in maniera alquanto paradossale, ha dentro poche idee e tirate insieme alla buona.
Perchè le idee in una canzone come The Sea Beneath the Seas of the Sea sono francamente un po’ poche, visto che poi le riutilizzano senza ritegno, e allungarle fino ad arrivare a superare i 10 minuti è materia controversa.
Il singolo, per esempio, è un classico esempio di brano dei Darkthrone che vorrei portare all’inceneritore, mi irrita. Idee col contagoccee quasi otto minuti di tempo per esprimerle, la classica combo che mi fa venire il mal di denti. Va bene, mi son messo l’animo in pace e so che i Darkthrone sono una band che viaggia in retromarcia negli anni ’80, però incollare pezzi di riff e idee qua e la senza un piano ben preciso non è neanche anni ’80, per me è semplicemente ridicolo. O, se non voglio usare questo termine così “pesante”, butto dentro dannoso. E il giudizio è tranciante perchè so che il duo Fenriz – Nocturno Culto potrebbe produrre di più e di meglio, lo so perchè nei primi 10 anni di vita hanno scritto cose da ricordare, però il dubbio mi sale e mi chiedo: avranno perso questa capacità? Le idee si son ridotte così tanto da non aver più modo di tirar fuori una canzone che prosegua dalla A alla Z senza dover portare sul petto la targhetta da giovane marmotta con scritto: sì, sto recuperando gli anni ’80 o sì, sono vintage. Però ti strizzo l’occhiolino dicendoti anche: guarda quanto casalingo è il mixing. Senti che produzione demo, meglio ancora underground (!), non ti piace? Non senti quanto è Darkthrone?
Tutto questo è una perversione che porta la band a specchiarsi e darsi le pacche sulle spalle, ignorando semplicemente le canzoni abbozzate, poco rifinite o tenute insieme solo perchè portano la scritta Darkthrone sopra. Una stampella non da poco quando la situazione si fa tenebrosa.
Astral Fortress mi fa incazzare perchè dentro ci sono diversi riff che funzionano bene. Li sento anche io che non sono certo un genio, e le buone idee potevano essere sfruttate realmente in modo decente. Ci erano riusciti, in modo almeno lodevole, con Old Star, perchè non fermare le rotative di Astral Fortress un momento, tirar il fiato e capire cosa funziona e cosa no? Ne avevano il tempo, nessuno gli chiede qualcosa visto che non devono andare in tour e, tirata via questa spada di Damocle, molto dello stress compositivo cade. Invece no, il magnifico duo si ostina a porre un’inutile strumentale come Kolbotn, West of the Vast Forests prima dell’appena appena meno dimenticabile Eon 2. E chiudono il disco così, in declino.
Io non li capisco i Darkthrone. Cioè, riformulo, li rispetto profondamente e so che Astral Fortress non è brutto (pur dimenticandmelo nel giro di qualche ora), ma non li capisco. Poi vedete voi.
[Zeus]

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Cultist – Manic Despair (2022)

Cultist sono una death metal band canadese formatasi nel 2015 ma, causa diverse vicissitudini, arrivata solo quest’anno a pubblicare il proprio debutto, tra l’altro registrato nel 2020. Capitanati dalla cantante e bassista Vanessa Grossberndt ci propongono un sound fedele a quello di fine anni ’80, primi anni ’90, con una produzione nitida ma non laccata e pompata. Chitarre ribassate e riff serrati sono il biglietto da visita di Manic Despair, composto da musicisti probabilmente cresciuti a pane, Morbid AngelObituary e tutto ciò che è seguito.

L’album è composto da otto brani ben eseguiti ma che soffrono anche di alti e bassi. La title track posta in apertura apre alla grande, incazzata e con le linee di basso ben in evidenza, tratto caratteristico di tutto il lavoro. La seguente Synesthesia parte bene, per poi perdersi in un lungo finale che divaga troppo. Segue poi la strumentale Vicissitudes dalle idee non sempre interessanti e forse piazzata nel posto sbagliato all’interno della scaletta.

Fortunatamente dalla quarta traccia l’album si risolleva a più riprese, tra momenti doomeggianti (Regression), altri ultra incazzati (Missing a Soul), portando a casa un risultato complessivo soddisfacente. I Cultist sono una band promettente, che ha bisogno di affinare il songwriting e tagliare le prolissità, per il resto l’energia e l’aggressività non gli mancano di certo.

[Lenny Verga]

Debutti poco famosi. Amorphis – The Karelian Isthmus compie trent’anni (1992)

The Karelian Isthmus compie trent’anni e, straordinariamente, è troppo poco citato nella discografia degli Amoprhis. Troppo old school death per chi ha incominciato ad ascoltare i finnici con Eclipse, ma anche troppo grezzo per chi apprezza gli Amorphis a partire dal successivo Tales from the Thousand Lakes. Se poi pensiamo alle mille sfumature che accompagnano Esa e soci fra il 1994 e il 2003, allora capite anche voi che un disco compatto, senza nessun vero hook melodico, senza il tema del Kalevala e senza clean vocals o tastiere, non può che essere visto con eccessiva (ma mal riposta) diffidenza o con l’etichetta (sbagliata anch’essa) di “semplice” album d’esordio.
Ovvio, The Karelian Isthmus è stato l’esordio, e quest’anno il disco ne compie addirittura 30 di anni, ma è uno spaccato di una band che cercava la sua strada, fiondandosi senza ritegno nella scena doom-death inglese, in alcune cose più americane (mi verrebbe da citare i Death) e, comunque, tentava un primo approccio alla materia folkloristica, pur senza avere un faro nella notte come è stato, ed è tutt’ora, il Kalevala e la sua mitologia.
The Karelian Isthmus ha alcune cose del folklore nordico, ma è inteso in senso generale: quindi, insieme all’inevitabile rimando al Kalevala, ci sono anche spunti di mitologia celtica e al mito di Artù. A posteriori lo si potrebbe tacciare di poco “focus”, ma nell’economia del disco, la parte folk è sinceramente meno importante rispetto al suo immediato successore o ad Elegy, giusto per citare due LP del periodo death.
Anche perchè, fa sempre bene ricordarlo, questa è la band che giusto un anno prima aveva fatto uscire Disment of Soul e Misery Path, quindi due singoli di stampo totalmente old-school death metal.
Ancora oggi, riascoltandolo con orecchie più mature, The Karelian Isthmus mantiene inalterato il suo fascino primordiale: quel misto fra gioventù, inesperienza, voglia di dimostrare di essere una band che sa muoversi autonoma e gli inevitabili riferimenti alla scena estrema del periodo. Nei solchi si sentono i Paradise Lost, i My Dying Bride o i Bolt Thrower, ma più di tutto si vede una band che cerca di capirci qualcosa del proprio modo di suonare.
Prima di lasciare il posto a Pasi Koskinen e poi al buon Tomi Joutsen, era il growl marcio di Tomi Koivusaari a rendere gli Amorphis quelli che conosciamo, è dal suo growl primitivo, forse grezzo e “poco tecnico”, ma efficace e capace di trasmettere il senso pieno della parola death metal. All’epoca di Elegy, Tomi K. fece un passo indietro volendosi concentrare sulla chitarra ritmica, ma, per me, brani come Black Winter Day rendono al meglio con il suo grezzo growl. Questione personale ed affettiva, ma è così.
The Karelian Isthmus non contiene singoli, non ha il pezzo che vorreste sentire nelle radio (e sia ringraziato Baphomet), ma ha dentro molti più riff interessanti (The Exile of the Son of Uisiliu, forse una delle canzoni che più anticipa il successivo Tales From The Thousand Lakes) nei suoi 40 minuti abbondanti di musica che alcuni dei dischi successivi a The Beginning of Time. Dischi fatti bene, prodotti alla grande, ma che mancano di una spontaneità e di una capacità di incidere che il periodo pre-2000 riusciva a fare senza sforzarsi poi più di tanto.
La carriera degli Amorphis non può essere ridotta a quanto fatto con Tomi Joutsen (per i più giovani) o a dischi epocali come Tales.. o Elegy. Nel 1992 i finlandesi erano forsi una band molto diversa da quanto poi molti impareranno ad amare, ma è dentro i solchi di un disco come The Karelian Isthmus che si trovano delle gemme grezze. Vale la pena riprenderlo ed ascoltarlo con attenzione, vi stupirà.
[Zeus]

Amon Amarth – Versus the World (2002)

Partiamo dalle cose base, la copertina di Versus the World faceva, e fa, cagare. Non come quella di The Crusher, che svettava fra le copertine fatte male o con la pacchianeria che poi avrebbero messo in mostra con The Great Heaten Army, ma è decisamente inguardabile. Forse solo per me, ma è brutta.
Detto questo, bisogna anche tenere conto che gli Amon Amarth del 2002 rispecchiavano abbastanza bene la pacchianeria della cover: da lontano sembrano interessanti, più ti avvicini e li analizzi, più capisci che anche Versus The World non è altro che l’ennesima prova di Hegg e soci che sposta il proprio baricentro verso una mediocrità senza fine. Ancora oggi, e di anni ne son passati ormai 20, il quarto LP in studio vive e viene ricordato perché contiene Death in Fire e Where Silent Gods Stand Guard, canzoni che dal vivo vengono eseguite senza se e senza ma. E, credetemi, anche a ragione perchè vi sfido a ricordarvi For the Stabwounds in Our Backs, che occupa niente meno che la seconda posizione in scaletta. Io, per esempio, non mi ricordavo neanche che era dentro questo LP o che l’avessero mai scritta. Però Death in Fire sì, questa me la ricordavo. Non è un classico e neanche un brano che ti cambierà la giornata, ma è il classico pezzo che ai concerti ti fa scapocciare e ti fa abbracciare il tuo compagno di bevute. Qualcuno penserà anche di essere un mezzo vichingo solo perchè ascolta gli Amon Amath, ma questi son problemi più profondi e questa webzine non si occupa di casi umani.
Se tolgo dall’equazione il growl/scream di Hegg, registrato in primo piano da Peter Tägtgren, il resto della band sembra difettare di impatto. Le chitarre sono molto sottili, percorse sì da una flebile distorsione ma incapaci di uscire vincitrici dal confronto impari con il corpulento singer e dalle bacchette cinesi suonate dal Fredrik Andersson dietro il drum-kit. La batteria è in primo piano, fornisce groove e fa muro sonoro, ma ha un suono terribile con il doppio pedale che non riesce a prenderti a sberle neanche a volerlo e una scelta di suoni che è francamente ridicola.
Contenti loro, contenti tutti, ma ascolto Versus the World e mi chiedo come faccia la gente ad esaltarsi con un mixing così sterile e poco incisivo. Domande che non penso troveranno mai risposta.
Però gli svedesi non si fanno così tanti problemi come il sottoscritto, visto che nel giro di due anni pubblicheranno Fate of the Norns e sanciranno senza mezzi termini la condizione di paziente morente in cui si trovano tutt’oggi (oddio, Berserker era ancora peggio di The Great Heaten Army ad essere onesti).
Versus the World è un disco mediocre che (ri)ascolto senza particolare emozione. Me lo ricordavo senza mordente e me lo ritrovo davanti esattamente come me lo immaginavo. Una prima metà di disco che contiene alcuni brani che funzionano, prima del fatidico giro di boa intorno alla quinta traccia; da qua in avanti sono principalmente lacrime, fra canzoni dimenticabili e altre che ci tentano con tutto il cuore di diventare delle nuove hit o di creare il ritornello da cantare sotto la doccia (Bloodshed), ma finiscono a gambe all’aria e con il sottoscritto a cercare disperatamente il tasto dello skip.
Nonostante sia inevitabile leggere questa recensione come una stroncatura, non mi nascondo visto che lo è, ci sono comunque alcuni elementi abbastanza positivi che lo fanno galleggiare a metà classifica nella discografia degli Amon Amarth. Basato tutto su quelle due/tre canzoni che ancora oggi rimangono quelle migliori e più azzeccate della band svedese nell’anno domini 2002, Versus TheWorld crolla senza colpo ferire nei restanti 6/7 brani. Uno spettacolo difficile da guardare, soprattutto pensando che nello stesso anno è uscito un signor disco di melodic death metal che, pur fermando le lancette dell’evoluzione dei Dark Tranquillity, ha comunque abbastanza pezzi enormi da poter mangiare in testa a questo pezzo di plastica.
[Zeus]

Imperial Age – New World (2022)

Gli Imperial Age sono una band di origine russa che attualmente risiede in Turchia e che, a quanto si legge dalla bio, negli ultimi anni non se l’è passata molto bene, essendo passata attraverso vicissitudini non proprio felici. Ma nel loro caso la musica ha comunque vinto, almeno per quanto riguarda la release del nuovo album. New World è il terzo full-lenght, che esce a quattro anni di distanza dal precedente The Legacy of Atlantis e addirittura a dieci dal debutto Turn The Sun Off!.

Gli Imperial Age suonano un metal epico e sinfonico che si colloca a metà tra i primi Nightwish e i Therion. Già qui immagino il pubblico che si divide tra chi non apprezza il genere e chi invece lo adora, senza troppe vie di mezzo. Io personalmente ho sempre adorato i Therion, nonostante i numerosi passi falsi nelle produzioni più recenti (devo ancora sentire Leviathan II), mentre per i Nightwish provo sentimenti contrastanti, apprezzandoli a fasi alterne.

La particolarità della band è la presenza di ben tre cantanti, due donne e un uomo, a cui si affiancano batteria, basso e chitarra, più le varie orchestrazioni. New World è un album molto melodico ma mai banale, che per struttura mi ha ricordato i Therion: una solida base metal sopra la quale si stendono strati di orchestrazioni, linee vocali e cori. A seconda dei momenti si passa dall’epico al drammatico, spesso raggiungendo un mood da colonna sonora e le melodie rimangono impresse già al primo ascolto. Certo non hanno la stessa oscurità che gli svedesi riuscivano ad imprimere nella loro musica in tempi migliori, ma probabilmente non è nemmeno nell’intento degli Imperial Age

New World mi è piaciuto (perché a me il metal melodico, quando è fatto bene, piace, non ho problemi ad ammetterlo a differenza di un sacco di gente là fuori) proprio dove Leviathan non era riuscito: è un album con una direzione precisa, con pezzi convincenti ed energici, senza cali dall’inizio alla fine e, anche se la parte metal fa per lo più da sfondo, quando emerge si fa notare, che sia per le accelerazioni, che per le linee melodiche della chitarra e pure  per gli assoli. Nel complesso pecca un po’ in varietà e qualche parte un po’ più heavy ce l’avrei messa, ma speriamo nella prossima volta.

[Lenny Verga]

Lamb of God – Omens (2022)

Dopo non so quanti dischi, ho capito qual’è il mio reale problema con i Lamb of God. Non che prima non ne fossi conscio, ma ci è voluta l’uscita di Omens per farmi fare l’ennesimo esame di coscienza e capire cosa non funziona. Per il sottoscritto, che è cresciuto a pane e Pantera, quanto proposto da Blythe e soci non è altro che derivativo e, francamente, poco emozionante. La botta groove è sì passabile, ma niente di nuovo, niente che possa scardinare la mia giornata e farla passare da un cumulo di merda ad altro. Non mi caricano di testosterone come una 5 Minutes Alone o una New Level e, di certo, non mi fanno sprofondare nella depressione alcolica come un pezzo qualunque di The Great Southern Trendkill. Questo è il vero problema di Omens e, in generale, dei Lamb of God, ringhiano e mostrano il petto villoso, ma se li metti a confronto con la profonda attitudine redneck di Phil Anselmo dei tempi d’oro e il groove schiacciasassi di Dimebag, allora sembrano solo un giovanotto qualunque col pelo posticcio. E sì che Omens, la canzone, mi prende anche bene pur se ci sento dentro sempre troppi rimandi fra i succitati Pantera e un leggero feeling Superjoint Ritual, e la botta scende di qualche punto percentuale. La tracklist è abbastanza forte, pur partendo a mio parere malino con Nevermore e riprendendosi con il passare delle canzoni fino ad arrivare al calo fisiologico e forse inevitabile delle canzoni finali. Omens è un condensato di canzoni che vanno bene per i live, con il ritornello ben messo e ripetibile anche senza conoscere subito la canzone, e per il mix deathcore/NWOAHM pesa ma ha appettibilità elevata. Blythe ringhia pur avendo un growl abbastanza “inoffensivo” e un clean evitabilissimo, mentre il resto della band si concentra su pezzi compatti, funzionali e senza grandi rischi. Sto ascoltando questo LP da una ventina di giorni e ancora oggi posso dire che ricordo due canzoni, title-track e Ditch, mentre il resto si confonde dietro groove talmente esasperati da risultare “forzati” e una generale intercambialità fra una canzone e l’altra. Omens non è brutto e 41 minuti passato abbastanza veloci (rallentano solo sullo start e sul finale), ma questo Lp rimarrà parte dei miei ascolti per poco tempo ancora.
[Zeus]

Juan S. Garcés – Personal Warfare (2022)

Oggi The Murder Inn vi porta di nuovo in giro per il mondo e questa volta è il turno dell’Ecuador. Quale musica ci porterà mai ad arrivare così lontano? La risposta è un progressive che attinge sia dal rock che dal metal. Juan S. Garcés è un musicista e produttore originario di Quito e Personal Warfare è il suo debutto. A differenza di molti altri musicisti prog odierni, Juan decide di non fare tutto da solo ma di avvalersi di una vera e propria band. Tenendo per se le chitarre e le tastiere, oltre che il ruolo di produttore, ha chiamato alle armi Conner Green e Raymond Hearne, rispettivamente bassista e batterista dei britannici Haken, e il singer Meyrick De La Fuente, voce degli Exist Immortal, altra band della Terra di Albione.

Finite le presentazioni, passiamo alla musica. Juan è un bravo compositore e musicista, lo si sente in tutte e sette le tracce che compongono Personal Warfare. I suoi compagni non sono da meno, il loro lavoro è impeccabile. Il main man punta molto sull’aspetto melodico, inserendo arpeggi e momenti intimi in molte occasioni, ma riesce anche a spingere sull’acceleratore e sul distorsore quando arriva il momento: l’opener My Bid e la quinta traccia Blame the Mirror sono un paio di esempi. 

Buona parte dei pezzi si assesta su una durata medio bassa per il genere, portando a casa il risultato in modo compatto ma senza rinunciare alla vena prog. Ma anche quando la band si butta sulle strutture elaborate riesce a convincere. Gli oltre sette minuti di The Devil and the Sea e gli undici della title track mettono in mostra i virtuosismi ma anche la capacità di non perdersi per strada. 

Nonostante il progressive non sia proprio il mio genere di competenza, Juan  S.Garcés, cresciuto divorando album di band come Marillon e Threshold, per non nominare sempre e solo i soliti Dream Theater, mi ha colpito favorevolmente con un album di ottima fattura anche dal punto di vista della produzione. Non ho idea di come sia la scena metal ecuadoriana, ma qui abbiamo un progetto degno di attenzione che può competere a livello internazionale.

[Lenny Verga]

Premortal Breath – Of Angels and Wolves (2022)

I tedeschi Premortal Breath arrivano alla terza pubblicazione ufficiale e lo fanno di nuovo con un EP, come la precedente, intitolata Monsters, che risale al 2018. Tuttavvia, definire Of Angels and Wolves un semplice EP potrebbe essere materia di discussione, dal momento che è composto da sette brani e oltrepassa i trenta minuti di durata. In pratica dura più di Reign In Blood degli Slayer, che nessuno definirebbe mai un EP. Ma passiamo oltre.

I Premortal Breath propongono un ibrido di metal moderno che attinge a piene mani dal thrash e, da questo punto di vista, se la cavano molto bene. Sentite come partono la opener Circle e la seguente title track, o anche la penultima Fuck My Brain, grazie a riff robusti e veloci. Niente di nuovo, ma comunque ben fatto e convincente. La sezione ritmica ha un bel groove ed il vocalist spazia dal clean al growl conferendo dinamismo ai pezzi. 

A convincermi meno sono gli elementi presi dal metal americano moderno, in particolare i ritornelli che si aprono sempre al melodico. Capisco voler strizzare l’occhio al pubblico più vasto possibile, ma si poteva forse alternare, scegliendo meno spesso questa soluzione. Non c’è dubbio che comunque la band si impegni a non banalizzare e i ritornelli rimangono impressi dopo aver terminato l’ascolto, e questa è una buona cosa.

Of Angel and Wolves è un lavoro che si lascia ascoltare molto volentieri e la band se la cava bene con gli strumenti in mano. Penso che aggiustando un po’ il tiro e aggiungendo un po’ più di varietà nelle soluzioni, abbia la possibilità di proporci qualcosa di notevole. Ospite nella terza traccia, But I’m Not Afraid (bello il video, lo metto qui sotto), Stu Block, cantante (ex? non lo so) degli Iced Earth, mentre la voce femminile nella title track è opera di Valeska Kober. Adesso aspettiamo un full lenght. 

[Lenny Verga]

Thou Art Lord – Daemoniorum (2022)

Devo ammettere che, nel 2022, non mi aspettavo più qualcosa dei Thou Art Lord. Va bene, fra Orgia Demonicum e The Regal Pulse of Lucifer erano passati 8 anni, ma dal 2013 in poi sono successe una discreta quantità di cose. I Rotting Christ hanno preso la strada di composizioni sempre un filino meno interessanti del disco precedente; Sakis, non soddisfatto di fare tutto da solo nella band principale, si è messo in proprio registrando un disco a suo nome e che, strano ma vero, pur non essendo un capolavoro e non facendo stragi di cuori e di inventiva, si lascia ascoltare; e poi ci sono gli Yoth Iria che vogliono anch’essi una fetta del sound greco che fu…
E tutti, più o meno, hanno in comune uno o più personaggi e lo sapete bene anche voi, ad una certa età, i il troppo lavoro si fa sentire. I Thou Art Lord sono sempre stati più basilari, diretti e ignoranti delle altre band, ma Orgia Demonicum è un LP che ti prende praticamente subito ed è uno di quei dischi che non mi stanco facilmente di ascoltare.
Ecco perchè l’uscita dell’EP Demoniorum, seppur anticipata da qualche fuggevole dichiarazione, mi ha fatto salire un certo entusiasmo. E poi c’è poco da fare, quando partiamo (musicalmente) per la Grecia, un po’ di sana partigianeria sale. L’EP dura 9 minuti, tre tracce in cui si sente lontano un chilometro che Sakis è responsabile delle chitarre (seppur con il vecchio pseudononimo di Necromayhem) e si respira, almeno in Hades un’oncia di Rotting Christ pre-Theogonia o anche dei Varathron più moderni ma, come potete ben immaginare, meno “emozionanti” degli originali. Quello che stupisce, invece, è che in The Black Halo e Fire, Chaos and Doom (titolo che puzza di Sakis, non vogliatemene) la chitarra torna ad essere padrona delle dita del buon fratello Tolis, il quale si lancia in riff realmente veloci e taglienti (sentite come suona da recensione “vera” questo taglienti) e che mi fa capire che, evidentemente, Sakis ha deciso consciamente di lasciare la chitarra a casa nei Rotting Christ e si tiene i riff per sè o per i Thou Art Lord.
Da parte sua The Magus ci mette un buon
Demoniorum non è quel pezzo da collezione per cui butteresti a mare tutto per procurartelo, seppur non posso negare che lo ascolto da settimane e continua a piacermi. Non mi fa mai saltare dalla sedia e, spesso, mi dimentico bene come sono i riff e le canzoni, ma sono canzoni che entrano in testa senza aggiungere niente a quanto già fatto dalla band greca.
Quello che mi chiedo è la seguente cosa: ma Sakis non potrebbe tenersi due/tre riff per i Rotting Christ? Così, tanto per cambiare.
[Zeus]

Aspettando che si scaldino i Pasteis. Gaerea – Mirage (2022)

Fino a tre anni fa, le Pasteis non le avevo mai sentite nominare, figuriamoci solo assaggiarle. Non essendo stato in Portogallo e non essendo l’Alto Adige la terra più ricettiva in assoluto in termini di novità culinarie, questo tipico dolce portoghese era fuori dal mio radar d’azione. Poi ho visto, insieme all’altra metà del duo, un documentario su Netflix (Somebody Feed Phil) ed ecco saltare fuori questo dolce. Ovvio, la puntata era ambientata a Lisbona, quindi la cosa non era proprio campata per aria. Da qua a cercare la versione per comuni mortali da Lidl, in Austria si trovano le settimane dedicate al cibo del mondo, il passo è stato breve. Se poi tengo anche in considerazione che sono un paio di settimane che mi sto sentendo Mirage dei portoghesi Gaerea, tutto torna e il mondo ritrova quel minimo di equilibrio che gli è proprio. Non sono degli sconosciuti i Gaerea, i dischi sono stati recensiti e con un crescendo di interesse peraltro e con altrettanti dubbi sulla loro possibile caduta con l’arrivo del terzo disco.
Sono stato Nostradamus o ho preso fischi per fiaschi?
Oggi posso dire che, finalmente, i Gaerea hanno tirato fuori un LP che ha una personalità definita, un suono compresso, pieno e che fa male per come aggredisce le orecchie, senza lasciare spazio a troppi vuoti. Non sto parlando di aggressività allo stato brado, ma una capacità di trascinarti, con il passare dei minuti in un turbinio di emozioni sempre più buie, più negative e da cui, se non state attenti, è difficile scappare. Persino i momenti rarefatti, come l’inizio di Memoir e l’intermezzo di Mirage che poi fa da detonatore per un finale violentissimo, che sa ancora un po’ di Mgla, ma che è tutto Gaerea, sono funzionali a trasporti nel mood giusto per sentire il disco. Ottime le melodie, alcune capaci di restare nell’aria come lo spettro di un lutto e suggestive il giusto (sentitevi la combinazione fra il lavoro di chitarra sopra al furibondo tappetto di doppia cassa e blast breat di Laude) e le linee vocali sono altrettanto efficaci, mai troppo da primadonna, ma hanno quella disperazione tutta da depressive black metal che mi ha preso alla gola.
Mi soffermo un secondo su Laude, visto che, senza se e senza ma, è il vero capolavoro di Mirage. In questa canzone i Gaerea hanno messo tutto quello che avevano, senza risparmiarsi e si sente che c’è stato un lavoro intenso dietro questo brano. Tempistiche perfette, accelerazioni, rallentamenti, voce maledetta, melodie e tutto il pacchetto è semplicemente da applausi. Se c’erano dei dubbi sulla capacità dei portoghesi di crescere dopo Unsettling Whispers, è con Laude che potete vedere la fine, e non dubito che sarà l’inizio, di un percorso di crescita esponenziale.
Quello che mi piace di Mirage è che non cede un minuto, cosa sempre da sottolineare visto che dentro il disco non ho trovato il benchè minimo accenno di filler, tanto che dopo il riffing selvaggio di Salve, troviamo una Deluge che gioca molto su elementi in mid-tempo e repetine accelerazioni. Non mi metto a fare il track-by-track perchè lo detesto, ma certe volte è necessario mettere giù un paio di nomi, giusto per tenere la rotta e far capire quello che il disco cerca di esprimere.
La Season of Mist ci ha visto giusto a confermare la band portoghese dopo Limbo, ha capito che dietro i copricapo e l’anonimato ormai abitudine del “nuovo black metal”, si nasconde una realtà viva e vegeta e non un mero tentativo di ricopiare in salsa mediterranea i concetti espressi dalla scena polacca. I Gaerea camminano con le proprie gambe e gli oltre 50 minuti di Mirage lo confermano, diventando uno dei dischi che non mi stupirei di ripensare, a dicembre, come uno degli highlight di quest’anno. Uno di quei CD che vorresti ascoltare quando il mondo va in merda e il tuo animo è oscuro.
Perchè il quintetto portoghese sfrutterà in buona parte dei mid-tempo, non si tira indietro nel cercare le melodie giuste e le parti rarefatte da inframezzare ad attacchi violentissimi, ma la negatività che pervade questo terzo disco in studio e pura pece nera.
In altri termini, un perfetto disco invernale.
[Zeus]