Mayhem – De Mysteriis Dom Sathanas (1994)

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Se dovessi pensare ad un momento “Mayhem”, che non coincide esattamente con la prima volta che ho sentito De Mysteriis Dom Sathanas (puttana miseria i nordici e i loro cazzo di titoli in latino), potrei tornare a quelle sere in cui, preso dalla noia della città in cui sarei andato a vivere, scappavo verso il più “esotico” Trentino per trovare distrazione e qualcosa di nuovo rispetto alla classica tappa al pub dove ci si alcolizzava di brutto.
Per venire a patti sulla possibilità di bere qualcosa ed evitare delle temibili serate analcoliche, il patto era semplicissimo e scritto su pietra: una volta pigliavo io la macchina e quindi il socio poteva sfasciarsi di alcol, il weekend successivo ero io al posto del passeggero e mi potevo concedere le tanto meritate birre del fine settimana. Come potete capire, al tempo i piani erano particolarmente importanti.
Quando si andava in giro con la sua auto, nel tentativo di rompere il cazzo alla gente, trovare bar infimi dove fermarsi e importunare le ragazze di turno, il genere per eccellenza (anzi, l’unico genere consentito) era il black metal di stampo norvegese. Non c’era modo di scardinare questa fede per la fiamma nera, al massimo c’era qualche deviazione sulla scena francese, ma in generale gli artisti erano Burzum, Gorgoroth, Satyricon, Darkthrone, Emperor o, per l’appunto, i Mayhem.
Attenzione: non tutto dei Mayhem, ma solo i primi dischi (non penso di aver mai sentito Chimera sull’autoradio).
Come potete immaginare, De Mysteriis Dom Sathanas girava spesso. Ma io, che sono un po’ choosy gli ho sempre preferito un disco dal vivo dell’anno prima: Live In Leipzig. Per me (disclaimer per cagacazzi: sì, sto mettendo un parere personalissimo in una recensione personale, quindi non cacate il cazzo dicendo banalità, grazie) in quel live, nell’interpretazione incredibile di Dead, c’è tutto il black metal dei Mayhem; dentro Live In Leipzig c’è tutto il gelo, la morte e molta dell’essenza del black metal norvegese.
Non si gira intorno a cazzate esoteriche o fantasy, dentro i suoi solchi c’è Satana e tu lo senti che sarebbe scoppiato qualcosa nel giro di poco tempo (e così fu, lo sapete benissimo). Il fatto è che D.M.D.S. è un disco fantastico, ma a me Attila Csihar non è mai piaciuto particolarmente come cantante, gli ho sempre preferito Dead o, addirittura, la psicopatia dichiarata di Maniac nei successivi dischi (Wolf’s Lair Abyss e Grand Declaration of War). Non si può negare il valore storico fondamentale di questo disco, non ci provo neanche. Quello che però sottolineo è l’enorme differenza nell’interpretazione fra Dead e Attila: c’è una diversa capacità di scagliarti in faccia violenza, odio e sofferenza. A mio parere, Dead ti soverchia con la sensazione di morte, Attila, per quanto sia capace di mille vocalizzi e/o momenti di psicopatia pura, non riesce a trasmettermi la stessa cosa.
Fortunatamente ci sarà gente che penserà che mi sono rincoglionito; dico fortunatamente perché è così che va avanti la musica e, ne sono certo, per moltissimi ascoltatori questa versione di De Mysteriis Dom Sathanas è quella definitiva (oltre perché, su questo CD, ci suona anche Varg Vikernes e ha quasi il feeling di super-gruppo black metal).
Vi rendete conto? Una band con dentro Euronymous, Vikernes, Hellhammer e Attila/Dead. Praticamente la cornucopia per tutti quelli che adorano il sound norwegian black metal.
Ma lo sanno tutti, anche i muri: questa formazione leggendaria non poteva durare neanche un minuto di più di quello che è durata. Troppi galli in un pollaio e quindi troppe personalità estreme/dominanti da gestire. Non poteva reggere questa situazione, doveva esplodere in qualche atto scellerato (come è successo, ovvio).
Per poter diventare una band di culto, i Mayhem hanno contribuito a creare un genere musicale e, quel genere, non è nient’altro che il norwegian black metal e tutti gli stilemi che conosciamo/conoscete. Per poter diventare una band leggendaria, i norvegesi si sono dovuti nutrire di ben due morti (Euronymous e Dead) e una incarcerazione (Vikernes). La leggenda dei Mayhem è una marcia di sangue, morte, decadenza e black metal.
Da quel momento in avanti, i Mayhem hanno si sono avvolti le spalle con la loro stessa leggenda, continuando ad alimentare il loro stesso mito mentre producevano LP più sperimentali e lontani dai dogmi citati da Euronymous.
Ironicamente è proprio il mito Mayhem a permettere ai Mayhem veri di continuare a vivere con i loro LP e non il contrario.

De Mysteriis Dom Sathanas era la colonna sonora delle fughe dalla noia, con quel riscaldamento che funzionava a strappi e tossiva qualche particella tiepida, un freddo bastardo che ghiacciava le campagne trentine e che ti faceva riascoltare canzoni come Freezing Moon o Funeral Fog sperando (o pregando) in un bar accogliente, una birra fredda e delle ragazze calde.
[Zeus]



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Svartsyn – Promo January 1999 (Demo)

Sono arrivato ai Svartsyn partendo dai Triumphator, lo ammetto senza problemi. Questo perché trequarti dei membri della suddetta band (i Triumphator) erano reduci/transfughi/prossimi ad entrare o chi più ne ha più ne metta dei Svartsyn, quindi ecco il tentativo di capire la musica della band del mastermind Ornias. Per onestà intellettuale dovrei iniziare con The True Legend, visto che è il primo LP del 1998… ma sto facendo un recupero del 1999 quindi parto con il Promo January 1999. Come da tradizione è uscito su cassetta e contiene due pezzi: I Am Cleopatra’s Killer e Dungeons
Entrambi i brani usciranno anche sul disco … His Majesty del 2000. Come suonano? Hanno quel classico feeling svedese, seppur la produzione sia più cacofonica e tutti i musicisti sembrano essere registrati in una cantina. Il drumming è feroce, in costante blast-beat, mentre le chitarre hanno il tipico andamento circolare a motosega e sono quasi programmatiche nel ripetere lo stesso giro un paio di volte prima di cambiarlo o variare il tempo (elemento che, comunque, fornisce dinamismo alle canzoni). 
Da sottolineare, per entrambi i brani, la capacità di distillare una glaciale epicità mantenendo un atteggiamento brutale, veloce e senza compromessi.
[Zeus]
 

Triumphator – The Ultimate Sacrifice (1999)

Dopo aver dato alla luce il primo EP dei Funeral Mist, Arioch entra a far parte anche dei Triumphator che, fino a quel momento, avevano fatto uscire solo un demo nel 1996 (The Triumph Of Satan) e che vedevano in Martin Axenrot l’elemento “di spicco”. Di quella formazione rimane solo il bassista Tena, mentre Arioch si occupa di vocals e chitarre e viene assoldato Fredrik Andersson dei Marduk alla batteria. Questo LP contiene solo due tracce, Redeemer of Chaos e Heralds of Pestilence, che poi verranno riprese anche nel disco di debutto. 
Rispetto ai più conosciuti Funeral Mist, i Triumphator hanno un approccio più diretto al black metal. Il tocco di Arioch si sente, a partire ovviamente dalle vocals, ma anche gli inserimenti di estratti di dialoghi, le melodie sottocutanee o il riffing di Heralds of Pestilence suonano molto Funeral Mist. La produzione è sporca, ma rientra nello swedish black metal e quindi gli strumenti si sentono abbastanza bene, pur avendo un feeling raw che li distingue dalla produzione più pompata e chiara dell’LP uscito qualche mese dopo. 
[Zeus]

Mütiilation – Remains of a Ruined, Dead, Cursed Soul (1999)

Mettiamo subito in chiaro una cosa: per ascoltarsi questo disco dei Mütiilation devi essere dentro la scena black metal, se no ti si rivolterà lo stomaco. E, precisiamo, non tutta la scena black, ma quella senza compromessi, raw e suicidal-depressive. Questo è il contesto in cui si muovono i francesi Mütiilation e questo è il punto di partenza per cosa ci si aspetta da questo secondo LP della band. 
Neanche io sono un accanito ascoltatore della scena francese, la “Les Légiones Noires” non è stata mai il mio pane quotidiano, ma andando in giro con persone che ascoltavano o black metal norvegese o black metal francese, qualche volta è saltato fuori anche il nome dei Mütiilation e del loro leader: Meynah’ch. 
Quindi colgo l’occasione di recensire questo disco del 1999 e capire meglio il sound che i francesi avevano all’epoca. L’importanza storica della band, almeno in ambito black, è innegabile, ma c’è tutto un discorso in termini di suono che deve essere fatto. Le innegabili referenze derivate dal gruppo Les Légiones Noires sono base fondante, ma così anche un sound che richiama, in maniera lata, quanto fatto agli inizi della carriera dai Burzum. Quindi ecco riffing freddissimo e circolare e, con esso, anche una batteria minimale. Lo screaming di Meynah’ch è, forse, il punto più alto del disco – si sente che il leader francese sta male e quando canta sputa le tonsille e sangue, creando un’atmosfera disagiata e malata. 
Il sound è raw, cacofonico e registrato malissimo: le chitarre sono zanzarose e sì minimali, ma spesso sembrano suonate proprio a caso e se la cosa “non si nota” mentre il pezzo sta macinando odio&disgusto, sono i momenti di cambio, di partenza o i finali che ti lasciano perplesso. La batteria è una drum-machine immersa nel fuzz costante della chitarra e, anche se programmata, ha tutte le caratteristiche di un bidone di sapone percosso in uno scantinato – quindi fate voi due conti (nella prima traccia, Suffer The Gestalt, c’è Krissagrazabeth dietro il drum-kit). Il basso, come da lezione norwegian black metal, non esiste. 
Emergono melodie, anch’esse accennate e giocate tutte su rallentamenti (Travels To Sadness, Hate & Depression) e vuoti, ma la parte del leone è sempre giocata sull’inconfondibile assalto raw black metal. La traccia che più si discosta da quanto proposto nel resto di Remains of a Ruined, Dead, Cursed Soul è The Fear That Freeze che, alle mie orecchie, mischia DSBM con quanto partorirebbero i Mayhem in un mix fra De Mysteriis Dom Sathanas e qualcosa del periodo di Maniac.
Rimandi “norvegesi” possiamo farli anche su Holocaust In Mourning Dawn, in cui Meynah’ch cambia registro vocale (anche se sembra soffiare nel microfono da quanto incasinato è tutto) e il sound si getta a capofitto in un low-fi e una raw-ness cacofonica e con qualche apertura disturbante. 
Come per tutti i dischi in cui si sposta il sassolino dell’estremo un po’ più in là, non saprei se consigliarvelo o meno. Vedete voi se recuperare questo testamento del sound black metal francese o lasciare stare e tenervi altri tipi di estremismo sonoro. 
[Zeus]

Unanimated – Ancient God Of Evil (1995)

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Mettetevi l’anima in pace, gli Unanimated, ad oggi, non hanno sbagliato un disco. Ok, direte voi, ne hanno fatti tre (più un EP uscito nel 2018), ma questo non cambia che la qualità degli LP della band svedese sia sempre stata alta. Di In the Forest of the Dreaming Dead abbiamo già parlato, quindi ecco a voi il successore uscito nel 1995.
Ancient God of Evil prosegue il discorso iniziato nel primo LP, ma calibra meglio il rapporto melodico creando un disco che unisce ai reflussi tipici dei Dissection degli apporti melodici importanti dati dalle tastiere di Jocke Westman (già presente sul primo disco). La formazione è quasi uguale, anche se Cabeza (ex Dismember) si prende cura delle partiture di basso e si ritaglia un grosso ruolo anche nella stesura dei testi.
Ironicamente questo è l’ultimo LP a firma Unanimated per tutti gli anni ’90 e buona parte dei 2000. Il terzo disco, uscito nel 2009, ha un suono “diverso ma tipicamente Unanimated”. Questo è un tratto affascinante di Jannson&Co: la musica muta nel tempo seguendo una maturazione progressiva con il passare del tempo, anche cambiando forma e capacità d’aggressione, ma rimanendo sempre riconducibile al songwriting degli svedesi.
Date le basi, più melodia e tastiere con un ruolo maggiore nel sound, possiamo senza dubbio affermare che Ancient God of Evil è più accessibile del precedente, tanto che il rapporto sonoro fra il blackned-death melodico dei Dissection e il sound più melodico del nuovo corso degli Unamimated è sbilanciato verso il secondo e in linea con quanto la Svezia, sponda Gothenburg, stava producendo in quel periodo (dicasi, il melodic death metal di At The Gates/Dark Tranquillity o In Flames). Visto che gli Unanimated non hanno mai avuto quella sensibilità spiccatamente black metal, questo sound innovativo, tanto aggressivo quanto melodico e capace di inserti acustici, deve essere stato molto interessante per una band che, di suo, già riusciva ad produrre un songwriting agile e non sordo ad aperture melodiche. Con questo non sto dicendo che gli Unanimated abbiano svaccato il proprio trademark, ma hanno recepito e rielaborato un’ondata fresca e, in quegli anni, ancora “di frontiera” come il melodic-death metal.
Non puntando tutto su quest’ultima forma musicale, però, consente agli svedesi di mantenere un appiglio forte e saldo nel death metal e le vocals, rispetto a quanto stavano sperimentando i Dark Tranquillity o In Flames, rimangono su tonalità black, cosa che dona a Ancient God OF Evil un feeling molto particolare e interessante.
Nel 1995 gli Unanimated continuano a modulare il loro ideale sonoro facendolo combaciare con la propria sensibilità artistica e, così facendo, ci forniscono una piccola perla come questo disco.
Non saprei che altro dirvi su Ancient God Of Evil, vi giuro, a parte che lo consiglierei un giorno sì e l’altro anche. Un disco forse troppo avanti per il 1995, tanto che i fan della band ne rimangono spiazzati e gli Unanimated si si sciolgono dopo poco.
[Zeus]

Il black metal secondo Høst: Taake – Nattestid ser porten vid (1999)

Il periodo centrale dell’attività dei Taake, quello coinciso con una propensione per il black’n’roll, mi piace, ma non ha la stessa potenza emozionale di questo primo, freddissimo, LP del 1999: Nattestid ser porten vid (la traduzione, a quanto leggo, è Night Sees the Wide Gate). In questo disco si sente qualcosa di particolare, un feeling scandinavo, percorso da costanti brezze gelide che ti ghiacciano arti e cuore. Almeno questa è la sensazione che provocano in me. In Nattestid ser porten vid si sente il black metal norvegese, quello giocato sul tremolo picking ma anche su improvvise aperture melodiche che richiamano l’immortale lezione dei Bathory. 
La costante nebbia fornita dal fuzz di chitarra, che sembra essere onnipresente, non è così densa da essere paragonabile alle distorsioni imperanti nei dischi dei conterranei Darkthrone, mentre il fatto di sentire in maniera distinta le linee melodiche del basso (Nattestid ser porten vid IV) possono far pensare a certe soluzioni adottate dai Gorgoroth, anche loro alle prese con una rivoluzione interna del sound. Questo per dire quanto Hoest sia sensibile a due concetti quando interpreta la musica dei Taake: tradizione e personalizzazione del sound, tanto che la band norvegese si ritaglia ben presto un posto speciale nelle armate black del metallo. 
La freddezza del riffing si staglia sopra al drumming veloce, spesso lanciato in un blast-beat costante, ma è la voce del singer norvegese che ti prende. Perché se da qua in avanti alcune soluzioni melodiche sono state riproposte più volte e la formula ha lasciato spazio alla contaminazione più o meno salutare con altri generi musicali, è lo screaming ferale di Hoest ad essere un punto forte delle composizioni dei Taake: un vocal fry costante, abbastanza alto, ma modulato in maniera perfetta così da ricomprendere ululati belluini e tonalità più basse, mantenendosi comunque all’interno del classico stile black metal. In inglese la sensazione che ne deriva, che ti trasmette Hoest, è descrivibile come haunting. Non saprei descriverla meglio. 
Mettersi a fare il track-by-track di questo disco non ha grande senso, quindi vi lascio dicendo che, forse, il riassunto migliore della musica offerta dai Taake lo fornisce la band stessa e, più precisamente, negli oltre 9 minuti dell’ultima canzone: Nattestid ser porten vid VII. Drumming presente, ma sporcato pesantemente dal fuzz della chitarra, basso in evidenza e capace di tirar fuori linee melodiche intense e poi lo screaming di Hoest a farla da padrone. 
Se dovessi mettermi a fare delle schifosissime classifiche, vi potrei dire che Nattestid ser porten vid è forse il miglior disco dei Taake, anche se il secondo Over Bjoergvin graater himmerik non gli è secondo, ma questo lo vedremo fra tre anni, quando anche il secondo LP dei norvegesi raggiungerà i vent’anni di vita.
[Zeus]

Nevermore – Dreaming Neon Black (1999)

Ho incominciato ad apprezzare i Nevermore molto tardi.
Quando parlo di musica, in generale, cerco sempre di spiegare alle persone che c’è un momento giusto per sentire un determinato tipo di musica o una band. Non c’è ritardo, c’è solo il momento corretto, quello in cui eri “destinato” (perdonatemi il concetto ad minchiam) a sentire quella canzone.
Per me, è stato così con i Nevermore. Li ho visti tanti anni fa dal vivo, era un Gods of Metal (stavano girando a supporto del disco This Godless Endeavor del 2005) e non mi hanno preso molto, sarà che al tempo ero impegnato a fare delle interviste imbarazzanti con i Sodom (me ne vergogno ancora) ed ero arrivato già ad un livello di brasatura che faceva schifo. Tant’è che mentre i Nevermore suonavano sul palco, io, colpevolmente, non sono riuscito ad apprezzarli.
Il vecchio batterista degli Slowtorch e anche l’attuale bassista, nonché co-autore qua a TMI Skan, sono dei fan di Warrel Dane&Co. e insieme all’insana volontà di “convertire” gli altri membri dei ‘torch con sonorità “poco frequentate” (es. il power metal), si dilungavano a tessere le lodi di una band come i Nevermore.
Dai una volta, dai una seconda, alla fine anche io ascoltato anzi, realmente sentito, Dreaming Neon Black del 1999.
Solo dopo l’ennesima conversazione sullo stile vocale di Warrel Dane (RIP) o lo stile chitarristico di Loomis (adesso nei noiosissimi Arch Enemy) mi sono messo di buona lena e ho incominciato a frequentare l’universo sonoro dei quattro di Seattle. Ci ho messo anni a capire che questo Dreaming Neon Black è un capolavoro e che The Lotus Eaters mi avrebbe tormentato più di quanto avessi mai pensato.
Ma non è solo questa canzone ad essere eccezionale, perché di questo si tratta a mio avviso (non sarà la migliore, non sarà la canzone definitiva dei Nevermore, ma puttanamiseria che impatto emozionale che ha), ma è tutto il disco ad avere una marcia in più, ad aprire uno spiraglio nero nelle composizioni power-thrash metal degli americani. In D.N.B. si legge il marchio di fabbrica di Loomis&Co., ma ci sono delle aperture teatrali, spazi in cui Warrel Dane riesce ad esprimere un mix di emozioni complesse, sentite (dato che il concept-album è una trasposizione delle esperienze reali del singer) e quindi si mischiano registri vocali più tipicamente metal a rallentamenti simil-ballad in cui la band tocca emozioni complesse e stratificate.
Se non l’avete mai sentito, errore che ho fatto io per molti anni e ancora me ne pento, fatelo. Sono passati vent’anni (il disco è uscito proprio il 06 gennaio 1999) e ancora adesso riesce a strapparti l’anima, a trasmettere quella disperazione, quell’intensità/angst/rabbia che ti scagliava addosso dieci anni fa o al momento della sua uscita.
[Zeus]

Rotting Christ – Sleep Of The Angels (1999)

In piena epoca di gothic-metal, anche i Rotting Christ devono fronteggiare la catastrofe caratterizzata da merletti-visioniottocentesche-poe-epoppute ragazzerinchiuseinbustiditretagliepiùpiccoli. La differenza fra i greci e altri esponenti del sound extreme metal del periodo è come gli amici del Peloponneso hanno affrontato l’influenza e come, soprattutto, l’hanno superata. 
Prodotto da Xy dei Samael (e con l’onnipresente Waldemar Sorychta come guest in due lead di chitarra), il sound dei Rotting Christ non diventa mellow e neanche si sposta tanto da incorporare voci femminili o andamenti quasi EBM come altre band (vedasi i primi accenni espressi dai Moonspell in Sin/Pecado o gli stessi Paradise Lost). Sleep of the Angels suona bene, una versione melodica e mutata del loro black metal, ma sempre Rotting Christ al 100% e questo è merito del timbro vocale di Sakis (finalmente a suo agio anche su tonalità diverse dallo scream) e dal riffing facilmente riconoscibile. 
Sleep of The Angels è un buon disco, ma la presenza di episodi meno convincenti come Imaginary Zone The World Made End ne diminuisce un po’ l’impatto positivo fornito dalla doppietta d’apertura: Cold Colours (i synth si Xy donano al pezzo un feeling gelido e quasi spaziale, prima di lasciare spazio al riffing di Sakis) e After Dark I Feel.
Da sottolineare che, già da questo LP, prende corpo l’abitudine di Sakis di autocitarsi e quindi ecco che alcuni riff ti ricorderanno qualcosa di già sentito dei dischi passati dei Rotting Christ o, addirittura, citano passaggi melodici/vocali all’interno dello stesso CD (ad esempio Victoriatus, Delusions, mentre Sleep Of The Angels ha una linea vocale già sentita). 
Per me, queste autocitazioni non sono un problema, tanto che oltre a copiare riff, linee vocali o passaggi melodici dagli stessi Rotting Christ, Sakis pescherà anche dal bacino Thou Art Lord (e viceversa quando ci sarà da comporre per questa band). Quello che conta, ovvio, è il risultato finale della canzone, ma qua sappiamo che i Rotting Christ sono una garanzia e difficilmente sbagliano il colpo. 
Con Sleep Of The Angels la band rielabora le influenze gotiche del periodo e le piega al proprio sound, evitando di snaturarsi irrimediabilmente – i più saggi direbbero: cambiano rimanendo sé stessi.
Se dovessi spingermi a confrontare Sleep Of The Angels con il precedente disco in studio, direi che il primo è meno convincente, meno sul punto, nell’interezza dell’LP. A Dead Poem è più costante e ha molti brani che risaltano, mentre su questo disco del 1999 la doppietta iniziale è di classe, con You My Flesh, Thine Is The Kingdome o la title-track che si assestano su livelli buoni o molto convicenti, ma altri episodi stanno un gradino sotto. 
[Zeus]

Rotting Christ – Der perfekte Traum (1999)

Non riesco a capire bene quando è uscito questo EP, quindi lo posiziono prima dell’uscita di Sleep Of The Angels. Der perfekte Traum offre uno spaccato di quello che sono i Rotting Christ nell’anno domini 1999. L’influenza gotica che si sta spargendo su tutto il continente ha contagiato anche loro, pur in maniera minore rispetto ad altre band estreme che, con l’arrivo delle nuove sonorità, hanno cambiato drasticamente modo di suonare. Non che Der perfekte Traum sia qualcosa di inerente al tipico brano targato Sakis, visto che sembra una strana scopata fra i Rotting Christ e le timbriche teteske dei Rammstein (anche se, vista la pronuncia del mainman della band greca, sembra di sentire un turco che coverizza i Rammstein, ma questi sono particolari che ci fanno amare i Rotting Christ). Perché, ritornello a parte, il resto prosegue sulla via più melodica che i fratelli Tolis avevano iniziato con A Dead Poem
Moonlight, bonus track della versione americana, è un pezzo che Sakis sa fare ad occhi chiusi e quindi non aggiunge molto a quanto prodotto dalla band. 
Il resto dell’EP è composto da registrazioni live durante il tour del 1996.
[Zeus]

AC/DC – The Razors Edge (1990)

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Nella sterminata carriera degli australiani ci sono dischi che vengono snobbati di sana pianta (sapete quali sono), alcuni idolatrati (anche qua, suvvia) e poi ci sono quelli come The Razors Edge. Questa tipologia di LP subisce una strana congiuntura astrale che, per quanto ti sforzi in maniera oscena, non ti permetterà mai di ricordare granché oltre quell’unica canzone bomba che conosci a memoria.
Per me è Thunderstruck. Questa canzone riassume, e completa, il disco. Non riesco mai a ricordarmi niente oltre questo brano. Non saprei dirvi perché ma tutto il disco scompare dietro l’ingombrante apertura. Thunderstruck è il Varenne del disco, ma è anche la sua zoppia peggiore, perché tutto il disco subirà questo effetto di essere “la canzone che viene dopo la prima”.
E sì che, con un Wright in meno dietro le pelli e un Slade a sostituirlo, The Razors Edge non è un brutto disco. Non è al livello di Ballbreaker, questo è certo, ma ha la sua dignità assoluta con brani come Moneytalk o la stessa Fire Your Guns, canzoni che sono AC/DC al 100% e non servono neanche i 5 secondi di Saraband-i-ana memoria. Lo senti dal suono di chitarra, dalle ritmiche e, vabbeh, diciamolo prima che mi scappi in altri termini: dal tono fastidioso e irritante di Brian Johnson, uno dei cantanti che vorrei doppiati da qualcuno.
Ma sono problemi miei.
Il fatto è che gli AC/DC, nel 1990, si trovano stretti in un mercato che sta subendo una modifica sostanziale della sua pelle: arrivano i grungettoni, il thrash incomincia a faticare, c’è la ribalta del death metal e i Judas Priest originali fanno uscire l’ultimo album immenso prima di cambiare singer e entrare in crisi di mezza età.  Il mondo della musica cambia e loro rimangono sempre gli stessi. Il che, parlando di una band come quella dei fratelli Young, non è certo un punto negativo. Lo sapete benissimo anche voi. Il problema vero sta tutto nell’insieme di idee, o mancanza di vera nuova ispirazione, che percorre The Razors Edge. Le canzoni le abbiamo nominate, ma poi c’è altro? Scrostando la patacca di riconoscimenti, premi, dischi d’oro e di platino, c’è ancora qualcosa di veramente nuovo ed energetico da dire?
Con The Razors Edge frenano e giocano sicuri, scaricando l’adrenalina unicamente nella traccia d’apertura… e poi via a passo di marcia. Forse è questo il motivo per cui gli preferisco, senza se e senza ma, un Ballbreaker. Perché il disco del 1995 ha idee, energia e attitudine che nel 1990 mancano o, senza essere troppo drammatici che non va bene, non sono completamente sfruttate.
La risposta al 1990 degli australiani è stata la più naturale in assoluto: quando tutto cambia, quando il mondo della musica e il mercato discografico risentono di un terremoto (peggio di quando arrivi a mangiarti un piattazzo enorme di crauti), l’importante è mantenere la calma e l’identità, la coscienza di sé stessi. Non bisogna sventolare, adagiarsi e cambiare. Bisogna rimanere AC/DC e questo punto, cari miei, loro l’hanno rispettato.
Malcom e Angus Young hanno tirato fuori un disco AC/DC e, per evitare di rincorrere le farfalle e le luci di un mondo nuovo, hanno fermato, per un po’ di anni, il tempo che passava. Il risultato? Semplice, The Razors Edge, che vi piaccia o no.

[Zeus]