Dopo il mito. Mayhem – Wolf’s Lair Abyss (1997)

A me, questo EP, piace.
C’è chi è rimasto fossilizzato su De Mysteriis Dom Sathanas e chi invece, fra una cosa e l’altra, ha capito che dopo quel capitolo magistrale di black metal norvegese c’erano altri territori da esplorare. Nella prima categoria ci cadono dentro molti fan, alcuni indomiti cultori di un singolo disco (non c’è niente di sbagliato, sia chiaro); nella seconda ci sono i Mayhem di Blasphemer che, preso il coraggio a quattro mani, prende il posto di un certo Euronymous e tira fuori un disco che i Mayhem, all’epoca, non sapevano di poter registrare. Perché tutto va bene, ma tirar fuori un EP così nuovo, evoluto e foriero di anticipazioni di quello che sarebbe venuto, non era nelle corde dei tre superstiti delle prime ore.
Tre, non due, perché per l’occasione viene riesumato dalla tomba anche il buon Maniac (primo, vero, singer della compagine norvegese ai tempi di Deathcrush – EP su cui suonava anche Manheim, rimpiazzato poi da Hellhammer). Il singer è la ciliegina sulla torta e, vi dirò, oltre al riffing e al songwriting di Blasphemer, il deus ex machina di Wolf’s Lair Abyss è proprio la voce del singer norvegese. Sentitevelo su Deathcrush e poi godetevi le sue interpretazioni da qui in avanti: secondo me non c’è storia, si è evoluto e ha incominciato a fornire anche una giustificazione musicale al suo nickname.
Le vocals che escono da Wolf’s Lair Abyss sono incredibili e, visto che siamo in tema, posso già dire che le replicherà, mutando forse un po’ l’approccio, anche su Grand Declaration of War. Lo so, sembro avercela con Attila Csihar, ma non è vero. Solo che il mio “ideale” di scream black ha certe caratteristiche (variabili a seconda della tipologia di musica sottostante) e Attila non è mai nei miei top. Succede, fatevene una ragione.
Se poi unite una prestazione maiuscola di Hellhammer e una serie di canzoni, fra cui l’eccellente Symbols Of Bloodswords, che spaccano, voi capite bene che il ritorno sulle scene dei veterani norvegesi può considerarsi un successo. Soprattutto perché, come è stato detto meglio da altri prima di me, in Wolf’s Lair Abyss i Mayhem non tentano di essere nel 1994 e non vogliono forzare Blasphemer ad essere Euronymous (situazione che avevano passato anche gli Iron Maiden periodo Blaze Bayley) e, mi permetto di aggiungere, per fortuna l’hanno lasciato libero di scrivere e suonare come si sentiva.
[Zeus]

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Meglio di poi, ma sempre prescindibili: Burn The Priest – s/t (1999)

Si può dire senza la paura di essere scambiati per ottuse teste di cazzo che i Lamb Of God sono una band senza troppo senso? Forse negli USA un senso ce l’hanno, un po’ come i Five Finger Death Punch, ma in generale il senso compiuto non c’è. Gruppi come mille altri che, grazie ad un trend e senza inventare assolutamente niente, riescono a riempire palazzetti. Parlo dei Lamb Of God perché, come tutti sapete, sono la seconda incarnazione di questi Burn The Priest. Dopo aver visto che con questo nome, in America, non fai strada neanche a volerlo, allora hanno cambiato e incominciato a fiutare l’aria che tirava in quel momento. Certo, l’abbandono di Abe Spear potrebbe aver influenzato la decisione, dato che Willie Adler, il suo sostituto alla chitarra, è ora il maggiore compositore dei Lamb Of God, chi lo sa?
Sta di fatto che la mossa scientifica di voler vendersi meglio è sotto gli occhi di tutti. E se non c’è niente di male nel voler guadagnare, in fin dei conti è anche il loro lavoro, ma ripudiare il vecchio sound è stata una mossa calcolata e, a mio avviso, neanche delle migliori. 
Perché questi Burn The Priest, almeno, dimostravano di avere ancora delle radici nella musica estrema: qualcosa di grind, sicuramente il death e il resto è mutuato dall’hardcore e dal groove metal (Resurrection #9).
Ci sono i passaggi veloci, le rasoiate (l’iniziale Bloodletting, ad esempio) e poi i brani più lenti e cadenzati (molti dei quali, dopo un po’, sono di una noia rara… su Buckeye ho controllato almeno 7 volte a che punto fosse ed è una traccia di 4 minuti!).
Le menzioni d’onore sono due: la prima è per Chris Adler, il cui lavoro dietro la batteria è di buona fattura, e poi c’è Randy Blythe. Il singer americano non mi ha mai entusiasmato, mi annoia spesso e volentieri, ma nei Burn The Priest almeno variava su più stili vocali estremi e quindi eccolo alle prese con un high-pitch scream quasi grind e con il classico growling death. 
Quello che fa sorridere, e che è una delle noie assolute di questo disco, è la ripetitività della scaletta: al pezzo veloce segue sempre il pezzo lento. L’effetto è quello nefasto di quando ti stai eccitando come un cane davanti ad un video porno e, inavvertitamente, schiacci il tasto sbagliato del telecomando andando su Porta a Porta (per chi guarda ancora i porno su DVD). Se non ti si smoscia in mezzo secondo è solo perché ti sei fatto saltare le cervella e sei entrato in rigor mortis alla velocità del suono. 
Questo è l’effetto che ha Burn The Priest: un disco che ti blandisce con pezzi veloci e cattivi e poi ti spinge alla narcolessia con quelli lenti e cadenzati. I pezzi veloci però non sono certo eccellenti, sono solo un po’ meglio di quelli lenti, tutto qua. Questo è dovuto al fatto che, probabilmente, all’epoca i cinque di Richmond non sembravano capaci di maneggiare decentemente i vari registri: veloce – lento e, quando li mischiavano, ecco che tiravano fuori brani né carne né pesce. 
Immaginate voi questo andazzo per 50 minuti e capite perché questa band non è mai entrata nei miei ascolti e non lo rientrerà mai. E neanche i Lamb Of God che, nonostante alcuni cambi strutturali (fra cui la voce di Blythe ed un più marcato utilizzo di tutte le dinamiche -core e groove), non saranno mai quel gruppo che mi fa saltare dalla sedia e per cui aspetto con ansia le uscite – anche quando tenderanno a non convincermi perché sotto lo standard a cui ci aveva abituato la band
[Zeus]

Thyrfing – Valdr Galga (1999)

Viking Metal.
Al suono di questa accoppiata di parole, al giorno d’oggi, sembrano esserci solo due tipi di reazione: un misto di disprezzo ed ironia oppure la trasformazione immediata in Berserker da parte di chi le sente pronunciare. 
Probabilmente è uno dei generi che maggiormente spacca in due l’opinione dei metalheads, o si ama o si odia. Personalmente, dalla fine degli anni ’90 e per i successivi dieci anni sono letteralmente impazzito per questo genere, salvo poi iniziare a perdere l’interesse un po’ alla volta. L’enorme quantità di gruppi che ancora oggi porta avanti il viking metal, con risultati spesso modesti (per essere gentili) ha contribuito a inflazionare, commercializzare e anche sputtanare un genere che secondo me aveva il suo perché senza dover per forza scomodare nomi fondamentali come Bathory ed Enslaved (i primi che mi vengono in mente).
Pellicce, asce e scudi sul palco non fanno la differenza e i Thyrfing questo lo sanno bene, visto che da ben 25 anni portano avanti la loro proposta che è rimasta piuttosto fedele a se stessa, evitando così alla band di sprofondare nel dimenticatoio e di riuscire a mantenersi al di sopra dell’underground, sopravvivendo anche ad importanti cambi di formazione.
Valdr Galga è il secondo album ufficiale del quintetto svedese ed uno dei più famosi della loro discografia. Questo lavoro, ascoltato oggi, dimostra come si poteva essere viking e avere allo stesso tempo una serietà di fondo che permetteva di godere di considerazione da parte dell’ascoltatore più esigente. 
Devo ammettere che l’album non mi ha mai fatto gridare al miracolo e non rimane mai a lungo nella mia playlist, ma i pezzi interessanti non mancano di certo e non si può negare che ci sia la ricerca di un minimo di complessità nella composizione dei brani, di voglia di fare qualcosa di diverso (ricordiamo che i cinque all’epoca erano ancora degli sbarbatelli). Basta ascoltare il primo pezzo dopo l’intro, Storms of Asgard o Askans Rike per rendersene conto. I pezzi, in generale, si lasciano ascoltare più che volentieri, sono ritmati, epici, aggressivi e si lanciano anche nei territori del black e del folk. Il difetto più grande, dal mio punto di vista, è l’eccessivo uso di tastiere, un peccato davvero dal momento che in formazione sono presenti due chitarristi che con il riffing se la cavano niente male. Personalmente trovo in questo CD qualche somiglianza nel sound con i coetanei Dimmu Borgir delle origini, quelli di Stormblast e Enthrone Darkness Triumphant. Datemi pure del pazzo ma provate ad ascoltare la title track, Arising o Mimer’s Well
Se non conoscete i Thyrfing, vi consiglio di provare ad ascoltare qualche pezzo, spulciando qualcosa da tutti i loro album, potreste trovare musica di vostro gradimento anche se non siete troppo fan del genere.

[Lenny Verga]

Judas Iscariot – Heaven in Flames (1999)

Dopo essermi leccato le sopracciglia nel recensire, male, Distant in Solitary Night dei Judas Iscariot (sia per questioni ideologiche, sia per motivi meramente musicali), mi tocca riprendere in mano la band americana e ascoltarmi il secondo disco uscito nel 1999 – a.k.a: Heaven in Flames.
Rispetto all’altro LP, questo HiF è molto più convincente dal punto di vista musicale e, in qualche modo, non sembra registrato alla cazzo di cane (soprattutto si sente che, in questo disco, c’è un batterista vero a fornire ritmo ed inventiva ed è un tale Cryptic Winter che, scopro ora, aver suonato anche nei Dying Fetus e nei più politicamente orientati Weltmacht). Aver un batterista degno di questo nome è sempre un fattore positivo per una band, almeno non si registrano cagate fuori tempo o si sperimentano sonorità rivoltanti all’udito. Akhenaten cambia registro vocale e rende il suo scream più rauco, cosa che ne fa un fattore anche interessante, soprattutto se consideriamo la base musicale sottostante.
Le tastiere hanno un ruolo fondamentale nel disegnare le melodie, spesso con passaggi molto semplici e d’ambiente. Non ci sono complessità tali da tenere a memoria per la raffinatezza, Akhenaten va giù di accordi e via finché non finisce il brano. Anche perché, cari miei, pur trovando sostegno nell’operato delle tastiere, Heaven in Flames è punta molto sulle chitarre che, nel mix, sono decisamente in evidenza.
I rimandi sonori sono più o meno sempre gli stessi, solo che in questo disco sembrano esserci delle idee maggiori, la versione ben riuscita di Distant in Solitary Night, se vogliamo. Non saranno dei capolavori in terra, ma almeno Gaze upon Heaven in Flames o From Hateful Visions si lasciano ascoltare: la prima “ruvida” e minacciosa, mentre la seconda ha un riffing più ritmato che, con un po’ di inventiva, potrebbe rientrare nel campo del black’n’roll.
Ripeto, non c’è sicuramente niente con cui spellarsi le mani, ma rispetto al nulla cosmico del precedente, c’è materiale su cui lavorare e, la traccia strumentale conclusiva, è contenuta sotto i 4 minuti (tremo ancora al pensiero della precedente prova di forza e d’orgoglio nel sentire tutta quella dell’altro LP).
Già con Spill the Blood of the Lamb e, ovvio, con la succitata traccia strumentale (idee fregate ad un Burzum a caso), il leader dei Judas Iscariot va un po’ a caccia di fagiani e tira fuori delle canzoni che non dicono niente, ma ho sentito di peggio in questi anni.
Rimango dell’idea di condannare il personaggio Akhenaten, una macchietta che ovviamente non merita nessuna promozione, ma Heaven in Flames è un disco che, ascoltato a tracce singole e non nel suo complesso, può anche piacere.
[Zeus]

Saluti dallo spazio profondo: Samael – Passage (1996)

Per qualche strano motivo, i Samael non sono mai stati un gruppo con cui ho avuto un feeling immediato. Questione di sonorità? Di approccio alla materia del black metal (da cui si discosteranno ben presto per approfondire un discorso molto personale fatto di black metal sì, ma commistionato con elementi elettronici marcati ed un beat di stampo industrial)? Non saprei dirlo, ma quando mi concentravo sui gruppi storici del black, gli svizzeri, attivi dal 1988, non rientravano mai nelle band che citavo in maniera entusiasta… o che citavo punto.
Il tempo, però, è stato galantuomo e mi ha permesso di ritornare sui miei passi e approcciare certi dischi, uno su tutti Passage. Nel 1996 i Samael sono una realtà ormai affermata e Ceremonies Of The Opposites ha messo in chiaro la caratura di Xy e Vorph nel panorama estremo europeo. Quello (Ceremonies…) era il primo album che testimoniava la volontà di una progressione verso un futuro che Passage avrebbe dimostrato in maniera chiara: via la materia satanica, dentro un mix di considerazioni occulte, mistiche e spaziali. 
Questo cambio di rotta (perdonatemi il gioco di parole visto la cover art) è supportato da un sound bombastico, pulito e ben bilanciato – merito di Waldemar Sorychta, collaboratore di lunga data della band svizzera – e dall’approccio industrial che fornisce propulsione alle composizioni. Già la partenza con Rain e Shining Kingdom mette in chiaro le cose: i “vecchi” Samael stanno cambiando pelle e dal freddo delle profondità siderali ci mandano messaggi che non possiamo certo evitare di sentire (ed ecco che posso riconnettermi con l’uso di tastiere e della batteria programmata, cose che donano un feeling meno “terreno/terrestre” al songwriting).
Che poi io ci sia rimasto sotto con una canzone come Moonskin, brano che non mi stufa mai, è un fattore strano visto che, come canzone, ha un andamento lento e un feeling estremamente melodico e decadente, con un growl espressivo e puntuale di Vorph. 
Rendiamoci conto che l’impronta dei Samael sulla seconda metà degli anni 90 è forte, tanto che possiamo associare al termine black/industrial anche il loro nome e Xy verrà chiamato, l’anno successivo, a tessere le partiture di tastiere per A Dead Poem, il primo album della “stagione gotica” dei Rotting Christ.
[Zeus]



Deviate Damaen – Retro Marsch Kiss (2015)

Quando, dopo diverso tempo di personale inattività, vedo arrivare a casa questo pacchettino indirizzato alla gloriosa e amata The Murder Inn, quasi mi commuovo… per molti motivi: perché ormai in pochi inviano cd “fisici” prediligendo il meno costoso invio digitale, un po’ perché nell’anno dei 40, tutto questo mi riporta indietro nel tempo, agli anni gloriosi in cui si viveva per la webzine (perché, in fondo, non si lavorava) e tutto ruotava attorno ad essa [io ci vivo ancora… ma forse cresco più lentamente o sono più lento di comprendonio, n.d.Kyuss].
Ho aperto il pacchetto in religioso silenzio godendomi il momento ma temendo la delusione che avrebbe potuto essere proprio lì, dietro l’angolo e che, puntuale come le tasse, s’è presentata.
Copertina che a chilometri di distanza puzza di “home made” attingendo qua e là da ben più celebri lavori, cosa che poi scoprirò avvenire anche per la musica, pur restando indefinita ed insipida.
Anche nel disco infatti si succedono citazioni che vanno dagli intro di filth-iana memoria alle atmosfere elettroniche degli innominabili Death SS, passando attraverso melodie ammiccanti/ poppeggianti ed alternandosi in un vortice in cui l’unica certezza è che non è chiaro dove si voglia andare a parare.
La drum machine che fa capolino in alcune pezzi (Antimissionar) è ad alti livelli di inascoltabilità, finta come la banconota da 3€ , ma la cosa che lascia più sconcertati è…

Ma quanti intro possono esserci in un disco???
E quando si comincia veramente a suonare??

Il disco mi lascia così, con queste due domande esistenziali impresse nel cervello che penso non avranno mai risposta.
Richiudo la custodia, ripongo il CD e ringrazio in realtà i Deviate Damaen per la dedizione alla causa (sorvolando sul fatto che il disco è uscito da 4 anni e che forse le beneamate Poste Italiane se l’erano semplicemente perso) e per avermi resuscitato da quel mondo di 40enni in cui c’è poco spazio per le passioni. A loro un consiglio, cercate di capire che cosa volete dalla vostra musica e per favore, procuratevi un batterista o almeno qualcuno che sappia programmare la drum machine, perché qualche spunto interessante ci sarebbe pure ma è davvero ben nascosto.

[Neni]

Voto: 4/10

TRACKLIST
– atto primo –
“Retro-Aestetika Defibrill-Aktion Bunker”
1 – BACIO DI RITORNO
2 – DESCENDI, FRIGUS!
3 – L’ANTIMISSIONAR
“Italico Centone Deviatiko” (IV momenti)
4 – Centone “Ad Guerram”
– LYTURGIKA’ss III
“Quattro Globuli Bianchi Di Poetico Orgoglio Armati”
5 – OMBRE SENZA TOMBE (globulo primo) 
6 – NARCISSUS RACE (Bunker Remix)
– Centone “Ad Speculum”
7 – SEPOLCRETO E NOBILTA’, SOLFEGGIAR D’IDENTITA’!
– QUELL’ETERNA ECO DI GLORIA CHE NOI SAREMO (globulo secundo)
8 – COSI’ PARLO’ COSTANTINO XI (globulo tertio) 
– atto secondo –
9 – BASTA NON BASTA (V movimenti: Con le budella dei buoni ci si strozzano i cattivi, Basta non somiglianza, Discordia in marcia, Orgiasticum metallum nostrum, Olio alle grondaie)
10 – LA PREGHIERA DI DANTE (globulo quarto) 
11 – GOTHIKO, NON HAI CAPITO UN CAZZO SE…
– Centone “Ad Coronam”
12 – IL VALZER DEL RETROGRADO
13 – ELEKTR’N’CULO PASQUINATA
– Centone “Ad Patriam et Eius Finium Sacertatem”
14 – LA FINE CHE NON C’E’
15 – SCHIUMA SU STO SCROTO, PROGRESSISTA! (live)
16 – RINTOCCHI D’OCCASO

FORMAZIONE:
G/Ab SVENYM VOLGAR HONORIUM ROMAN USTORH vox, founder&leader
ARK concrete keyboards, lead computer, bitarra, theremin
ABnormal lead guitar
GIAMO G. LAERTE giovine cantore di grecoromana beltade
D. VAN DEAROMANTIK bass
JJ BLACKSTAR (alias Jonathan Add Garofoli) – bass, guitar & live drums

CONTATTI
http://www.deviatedamaen.net
http://www.myspace.com/deviatedamaen
https://www.facebook.com/Deviate-Damaen-132860236787663

Watain – The Essence of Black Purity (1999)

Se vogliamo trovare le radici dei primi Watain, le possiamo ricercare qua, in questo singolo del 1999. Due sole canzoni (The Essence of Black Purity e On Horns Impaled) e la storia dei Watain parte con il botto. 
Poi possiamo dividerci e cercare di capire se hanno questo potenziale “innovativo” o continuano una tradizione ormai assodata, ma una cosa è certa: chi, nel 1999, iniziava ad ascoltare black metal, nei Watain probabilmente trovava qualcosa di accessibile e capibile. Se non hai mai sentito parlare di Dissection, per esempio, e ti trovi davanti al mix fra black metal e melodia di The Essence Of Black Purity allora per te è la porta d’ingresso nel mondo della musica estrema. 
Posso capire come mai gli ascoltatori, quelli più giovani di me, vanno fuori di testa con questa band. Per me sono vagamente derivativi e non mi hanno mai preso tantissimo, anche se ammetto di ascoltarmi The Wild Hunt quando ho voglia di qualcosa di tranquillo. 
Smetto dicendo: i Watain nascono in questi solchi. Con 15/20 anni in meno sul groppone, probabilmente sarebbero uno dei miei gruppi preferiti… ma non ora. 
[Zeus]

L’album rock degli Amorphis – Tuonela (1999)

Il 1999 porta alcune novità nel mondo della musica pesante: guardate per esempio cosa è successo agli Amorphis (e cosa succederà poi anche ai Dark Tranquillity). La band finnica non è mai stata un campione assoluto di linearità nel suo processo musicale (sentitevi i tre dischi dal 1992 al 1996 e capite di cosa sto parlando: la progressione sonora, la crescita nel songwriting e l’ampliarsi dello spettro delle influenze è incredibile), ma con Tuonela Esa Holopainen&Co. cambiano non solo le regole del proprio sound, ma proprio l’intero tavolo da gioco.
Fino ad Elegy (compreso), gli Amorphis si potevano legare strettamente al termine death metal e a tutta la scena “evoluta” che circonda quel determinato genere sonoro. In Tuonela, il metal viene al secondo posto. Il primo riferimento sonoro che possiamo cercare è quello del rock, spesso dalle derive malinconiche, e l’anima più anni ’70 di Holopainen/Koivusaari esce in maniera profonda e pregnante.
Il metal, in senso stretto, si manifesta solo nella traccia Greed. Questa è, e rimarrà, l’unica canzone in growl interpretata su disco dall’ex singer Pasi Koskinen, nonché l’unica canzone legata in maniera stretta al death metal fino al ritorno delle sonorità più dure del 2006 (quindi un lasso di tempo di 7 anni).
Già da tempo la band aveva ampliato il bagaglio musicale utilizzando anche strumentazioni esterne al metal come sitar elettrici, fisarmoniche o il sintetizzatore analogico Moog, ma è in Tuonela che questo percorso sonoro comprensivo di flauti, il sitar o lo stesso sassofono diventa caratterizzante e ne arricchisce l’atmosfera (non per niente la title-track è una delle tracce più malinconiche e brumose del disco).
Il passaggio ad una forma classica rock (verse-chorus-verse) e l’aver lasciato da parte la riproposizione delle tematiche del Kalevala in senso stretto, consente a Pasi Koskinen una più ampia libertà sia come stesura dei testi, sia come possibilità vocali (quindi il già citato utilizzo massiccio del clean).
Su Tuonela si verifica lo spostamento di Tomi Koivusaari alle sole chitarre, cosa che ha lasciato Pasi come unico singer della band. L’aver concentrato tutto sulle spalle di Pasi ci permette di “scoprire” le qualità del singer finnico, soprattutto nell’ambito growl.
Sottolineo questo aspetto perché, a mio parere, il solo punto negativo sta proprio nelle vocals di Pasi Koskinen. Ma questo non è neanche un giudizio tranciante e vi spiego perché: se da un lato il suo clean è importante per fornire quella sensazione di “spettralità/malinconia” alla canzone (anche se in Divinity tira fuori la voce), dall’altro lato è proprio il suo essere atonale il suo principale difetto. Le canzoni sono bellissime, ma quel timbro monocorde, senza sussulti, che tanto bene dialogava con il growl di Tomi, adesso è troppo fragile per sostenere tutto e non incide mai in maniera significativa. Ecco che su Greed Pasi esplode un growl profondo e cavernoso (e lo stesso fa dal vivo), ma poi manifesta un range vocale troppo piatto per essere definito un gran cantante. Tanto che, signori miei, appena la musica diventa meno eccelsa (Far From The Sun), la svogliatezza di Pasi mista alle ritmiche poco efficaci fa inabissare il primo disco degli Amorphis per una major.
Detto questo, non possiamo che applaudire al risultato finale di Tuonela. Uno dei miei dischi preferiti della band e che riserva sempre grandi dosi di malinconia e “sapori autunnali” ogni volta che lo si ascolta. A riprova di questo, sentitevi il trittico finale: un crescendo di malinconico distaccamento dall vita (Tuonela è il regno dei morti nella tradizione finnica) e, comunque, non c’è distacco più bello di questo, vista la forma perfetta che gli viene cucita addosso.
Tuonela è il primo step verso una mutazione nella forma degli Amorphis, una forma che non durerà molto ma che farà a tempo a fornire due dischi importanti (il qui presente disco del 1999 e il successivo Am Universum) per poi finire per schiantarsi contro il muro delle aspettative e delle responsabilità di Far From The Sun.
Ma questo, cari miei, è materiale per il post-duemila.
[Zeus]

Witchburner dei Witchery è l’esempio del cazzeggio (1999)

I primi due anni di vita dei Witchery sono energetici: dopo aver buttato fuori il primo disco, Restless & Dead, la band svedese fa uscire nell’arco del 1999 due CD: l’EP Witchburner e l’LP Dead, Hot & Ready. Del secondo parleremo più avanti, mentre il primo è un EP cazzeggione con quattro cover e tre pezzi originali per un totale di 25 minuti di musica. 
La tripletta iniziale è talmente onta (= unta) ed ignorante che, mentre le ascoltate, il vostro Q.I. scende di almeno mezzo punto ogni 30 secondi. Le versioni thrash-black degli Accept (Fast As A Shark), dei W.A.S.P (I Wanna Be Somebody) e dei Judas Priest (Riding on the Wind) sono elettricità e puro svago. Lo sentite quando una band si sta divertendo e in Witchburner gli svedesi stanno facendo il gruppo garage e la buttano sul ridere. Non posso pensare che siano rimasti impassibili come mummie mentre scartavetravano canzoni epocali e le risputavano imbruttite e zozze. 
Neon Nights, che è anche una delle più veloci dei Black Sabbath fino al 1980, passa nel tritatutto dei Witchery e, pur senza troppi stravolgimenti, ne esce una buona cover da gruppo da pub (la capacità di suonare non è proprio quella di cinque cazzoni che hanno preso in mano le chitarre da 2 mesi). Se dovessi scegliere fra le quattro è la cover dei W.A.S.P. quella che mi fa divertire di più e quindi la mia preferita [perdonatemi Sabbath se potete], ma stiamo parlando di piccolezze e, forse, dell’effetto karaoke che questo brano provoca. 
I brani originali sono tre arrembanti canzoni thrash-black che puntano tutto su velocità e schiettezza, come una vodka senza ghiaccio. Se vogliamo citarne una, giusto per dovere di cronaca, io menzionerei The Executioner che è una fucilata ed è forse la traccia che più si distacca da quanto proposto nel primo CD. 
Witchburner continua a farci vedere una band in palla e con ancora delle buone idee da gettare nel piatto, voglia di suonare senza prendersi troppo sul serio e far divertire chi ascolta. Non hanno pretese di ridefinire il sound e neanche di inventarsi una hit schiacciasassi, quindi possono suonare pensando solo a quello. 
E, signori miei, grazie al cazzo se è poco.
[Zeus]

Il ritorno degli In Flames: I, The Mask (2019)

Sarò un romantico, ma ogni volta che arriva la notizia di un nuovo disco degli In Flames io, che un briciolo di credito lo fornisco sempre, mi incuriosisco e non vedo l’ora di ascoltarmelo. Nonostante che Fridén e Gelotte siano due cuori duri e da quasi vent’anni mi stiano dando, spesso e volentieri, delle enormi sofferenze. Perché qui a TMI ci stiamo leccando ancora le ferite dopo aver sentito Battles, un disco che è riuscito nell’ardua impresa di far rivalutare in maniera quasi sufficiente dischi come Sirens Charm o Sounds Of a Playground Fading. Sono sofferenze che subiamo perché questa band svedese è riuscita, nell’arco dei primi 4/5 anni di vita, a dare la luce a dischi che mi/ci hanno dato emozioni profonde.
Veder gli In Flames cercare di rincorrere le mode del momento, facendo il verso a chi, con anni di ritardo, già stava facendo la copia sbiadita del loro sound, è qualcosa che lascia perplessi. Perplessi perché, da che mondo è mondo, non è mai il modello che copia lo studente. Questo assunto non vale per il malvagio duo Fridén-Gelotte e quindi, all’alba di questo 2019, c’è un ribaltamento dei modelli.
Adesso sono gli In Flames a doversi reinventare, a cambiare il proprio sound per far breccia in un mercato enorme come quello degli USA. Un mercato discografico che è ricchissimo e, viste le sue dimensioni, percorso da mille mode che non permettono sbagli – in caso contrario si finirebbe di nuovo nella serie B degli ascolti. No, il mercato USA, così volatile e senza memoria, ha bisogno di essere coccolato sempre e, come una bella donna, ha bisogno di continui flirt.
Per raggiungere questo scopo, il malefico duo, accompagnato dal compaesano Niclas Engelin (che nel songwriting conta come il due di picche quando si gioca a scacchi), cercano nelle categorie di PornHub e trovano INTERRACIAL e quindi ecco che per I, The Mask si viene a creare un mischione musicale che vede sezione ritmica e sound americani e il resto Ikea-style.
Il tutto sotto il controllo dittatoriale dell’Commander-In-Hipster Fridén.
Nei mesi precedenti l’uscita, il disco è stato anticipato da dichiarazioni farlocche di ritorno a sonorità più heavy che, signori, non sono nelle corde degli In Flames da Come Clarity. Quindi è tutto un gioco alla Mourinho e un’attitudine da accerchiati. Ma sono stati loro a volersi spostare verso territori alternative/metal-core, quindi perché continuare a ribadire che “continueranno sulla loro strada”?
Perché I, the Mask è il prodotto di una band che brama il mercato USA, il Billboard e le top ten americane (capite perchè hanno scelto Howard Benson? Uno che nel suo CV ha anche Against dei Sepultura, non proprio da leccarsi i baffi) ma, soprattutto, deve assecondare il desiderio di Fridén-Gelotte di diventare grandi, e tanto. Per questo motivo le sonorità heavy non riescono neanche ad arrivare ad un revival dei (pur bruttini) suoni di Reroute to Remain o di Soundtrack To Your Escape. Gli In Flames 2019 guardano al massimo fino a Sounds Of a Playground Fading e quindi a neanche 8 anni fa e ad una creatività al minimo storico.
Il vero colpo di genio è la grande mascherata, il travestimento mediatico, per poter continuare a copiare band in voga dal 2010 in poi senza doverne pagar pegno in fatto di “derisione sociale”.
Come si fa a raggiungere questo scopo? Semplice, si prendono dei riff bombastici ma innocui, perché non devono urtare nessuno – e, soprattutto, non il target adorato, quindi gli adolescenti – , e li si mozza mettendoci dentro melodie vuote o passaggi risibili (i cori). Se poi si azzecca anche il mix con un riff abbastanza decente, il leit-motiv è quello di darci subito il colpo di zappa disfandolo con ritornelli spompi e senza nessuna anima (Follow Me). Perché, fra tutti i peccati capitali in cui si crogiolano i due timonieri svedesi, quello peggiore è la perseveranza nel cercare il ritornello ad effetto, quello “emozionale”.
Non è una cosa che si sono inventati con A Sense Of Purpose, sia chiaro; questo è un processo evolutivo che proviene dal passato e, precisamente, dal periodo Clayman. Da quel disco (annata 2000) si inizia a vedere la volontà pura di trovare IL ritornello catchy e farlo proprio. Non criticabile in sé, ma criticabile perché, nel corso del tempo, ha svilito il senso del riff per elevare quello di una melodia appiccicosa ma senza nerbo.
Non ha quasi neanche più senso parlare del growl/scream di Fridén, perché la questione non è più se è sfiatato o meno (la prima), la questione è che non riesce ad azzeccare un ritornello memorabile (metto In This Life, ma solo perché sta passando ora nel lettore).
Queste soluzioni sono già state fatte, e meglio, da band americane che, dalla scena svedese, ha preso tutto lo scibile per poi sputtanarlo. Gli attuali In Flames, quindi, si mettono sullo stesso terreno di gioco di chi, questa pratica, la sta maneggiando da anni. Ti batte con l’esperienza e con il fatto che sono giovani davvero e non dei quasi cinquantenni.

Non fatevi fregare dalle dichiarazioni di Fridén, da tutto il clamore del “ritorno ad un sound più heavy“, dalla copertina con il Jester e il nome la accompagna. Questo non è il disco che volete, questo è l’esibizione dell’ego del duo Fridén-Gelotte, della volontà assoluta di diventare un gruppo di punta in un mercato come quello USA, a costo di sputtanare senza via di ritorno il monicker In Flames
Non credete a niente di quello che vi dicono, ci rimarrete male.
Quello che avrete in questi 50 minuti è la solita sofferenza, il cuore pesante e la difficoltà di capire in cosa si sta trasformando questa band.
[Zeus]