Shining – Within Deep Dark Chambers (2000)

Conoscendone l’evoluzione e avendo visto dove sono arrivati all’alba del 2020, il primo disco degli Shining suona ingenuo, spettrale, monotono e disturbante nello stesso tempo. A vent’anni dalla sua uscita si può certamente dire che, all’epoca, Kvarforth non fosse quel granché di compositore, visto che utilizza la stessa formula per tutti e sei i brani. Ci sono variazioni, rallentamenti e attacchi melodici, ma il format standard dei brani degli Shining annata 2000 è quello.
Considerati capostipiti del DSBM e quindi precursori di quella straniante formula black metal misto al doom, gli esordienti Shining sono influenzati pesantemente dalla second wave del black metal. 
Le vocals di Kvarforth hanno un range ancora molto ridotto: o puntano sul growling o virano su high pitched screaming vocals che a me ricordano, molto, un primo Burzum sotto codeina. Se vogliamo sono proprio queste a determinare il mood del disco: non potendo contare su migliaia di variazioni e giocando, gioco-forza, in un terreno ristretto dai canoni dei genere (cosa che poi sfonderanno per avvicinarsi ad un black metal dal taglio più sperimentale, se non con qualche tinta più rock), sono le vocals a dover dirigere l’orchestra, a settare il mood e prenderti lo stomaco.
Questo lo fanno, ma solo in parte. Pur non facendoti alzare dal letto cantando Pollon o spingendoti a far Yoga e il saluto al sole, Within Deep Dark Chambers non trasmette in toto miseria, disperazione e suicidio. Il concetto base dietro il DSBM è la perdita di ogni speranza, della futilità di ogni azione e vita e Niklas ci tenta con tutte le sue forze, armeggiando in maniera abbastanza ingenua canzoni da 7/8 minuti che, pur facendo un passo nella direzione giusta, non riescono ad esprimere il concetto in maniera chiara. 
Questa disperazione e vuoto interiore verrà raggiunto nel prossimo futuro, lo sappiamo con il senno del poi, ma nel 2000 non avreste messo tutti i vostri soldi su questo cavallo. E lo avreste fatto non perché non ci sia della qualità dentro Within Deep Dark Chambers, ci sono prime uscite molto peggiori, ma perché un conto è avere le idee, un conto riuscire ad esprimerle in maniera compiuta.
Disco fondamentale, come ogni precursore di genere che si rispetti, ma non imprescindibile.
[Zeus]

Si respira di nuovo il suono dell'Hammond: Spiritual Beggars – Ad Astra (2000)

Vediamo di mettere subito giù le cose importanti e leviamocele dalle palle: ci sono le tette in copertina? C’è l’hammond? Ti fa venire voglia di salire in macchina e sgasare? 
Se la risposta a queste tre domande è sì, allora state parlando di Ad Astra degli Spiritual Beggars. E se ci aggiungete che questo è il progetto non noioso come la morte di Michael Amott, capite che finalmente posso parlare bene del musicista svedese post-Carcass
Ad Astra è un gran disco di hard rock declinato in versione seventies, un po’ stoner, ma nella versione easy, quella da strada più che quella da pippone mentale con bong in mano. Ci sono le chitarre che graffiano, un buon Spice dietro il microfono e c’è l’organo Hammond suonato da Per Wiberg (poi negli Opeth) e, per me, quando si arriva a nominare l’Hammond si vince facile. Sarà che sono partito con la sacra trimurti dell’hard rock britannico (anche se i Deep Purple hanno preso il terzo posto nella classifica o secondo a pari merito con i Led Zeppelin), ma l’associazione hard rock e il suono acidissimo dell’Hammond risveglia la voglia del pantalone a zampa, della contestazione contro il Vietnam e una serie di condizioni sociali poco consone alla narrazione tramite questo articolo. 
Pur non essendo proprio cortissimo, dura un’oretta, Ad Astra non ha cali di tensione, se non quando i quattro decidono di scendere verso digressioni musicali in cui Amott gioca con Wiberg sul finale di Until The Morning e annusi nell’aria qualcosa di simile ad una jam (o quei classici finali dilatati da disco dei seventies). Fortunatamente poi riprendono la marcia con Escaping the Fools e quindi capisci che è stato tutto programmato e non c’era spazio per derive troppo “stoner”, ma piuttosto di matrice oldies
Se dovessi mettere una citazione da un film per descrivere questo LP, l’unica cosa che potrei dire sarebbe Groovy e subito la mente va ad Austin Powers. Capite che, pur centrando un beneamato cazzo, gli Spiritual Beggars ci starebbero benissimo in quel contesto? Perché Ad Astra è groovy, poderoso, quadrato e di tutti questi aggettivi sono fiero e mi ci trovo bene, così come mi trovo bene a vent’anni di distanza a sentire questo LP e scordarmi per un momento tutte le cose che ho da fare, la fame che mi attanaglia lo stomaco e i cambiamenti in atto nella mia vita di questo periodo. 
Non sono ritornato di botto più giovane, ma di sicuro non ho avvertito il retrogusto delle caramelle Rossana mentre stavo ascoltando questo disco. Penso sia il miglior metro di giudizio per capire se un LP è invecchiato bene o meno; e questo, cari miei, non è invecchiato per niente. 
[Zeus]

Motörhead – We Are Motörhead (2000)

Parlare meno bene dei Motörhead è l’equivalente di fare un reato grave, tipo vilipendio della bandiera o che ne so io. Il problema, non me ne vogliate, è che nel 2000 Lemmy&Co. stanno ancora cercando di gestire la formazione a tre. O forse è solo una questione di idee. Dopo anni e anni di dischi e tour, We Are Motörhead non è quel gran capolavoro che ci si sarebbe aspettati da una formazione come quella inglese.
Oggi, A.D. 2020, lo metto sul piano di Snake Bite Love, disco di carattere, riconoscibile, ma senza essere una grande prova. 
Ci stanno dischi come questi. Lo dico tenendo conto delle uscite che ci hanno fornito le band che registrano dai seventies o inizio eighties. Non è pensabile che ci siano solo dischi top, soprattutto se fai uscire LP con cadenza biennale.
Ad un certo punto della venerabile carriera, Lemmy&Co. si sono trovati a registrare canzoni a cui mancava, di fatto, una componente fondamentale: il classico piglio da cazzoduro. Ti prendono, ok, e una canzone come See Me Burning non ti lascia tranquillo, ma in generale il corso di inizio millennio non riusciva a tirarti fuori la voglia di spaccare tutto, di bere un Jack&Coca e metterti in canotta a grattarti le palle. Mi correggo, visto che poi sembra che stia stroncando l’operato di Lemmy: le canzoni di fine anni ’90 e inizio 2000 lo facevano, ma solo in parte; nel retro del cervello c’è quella subdola sensazione che il Jack Daniels sia di marca, ma il resto sia una Cola del discount.
Senza fare un track-by-track, diciamo che dopo un intro accelerato (ritmo che ritroviamo poi su Stagefreight e pochi altri pezzi), ti piazzano un po’ di canzoni sottotono: Slow Dance stoppa il ritmo, Stay Out of Jail è ordinaria e la cover di God Save The Queen è quasi moscia. 
One More Fucking Time è la ballad che poi troveremo in quasi tutti i dischi successivi. Piace, ma dura 7 minuti che sono senza dubbio troppi; una sforbiciata avrebbe permesso un risultato migliore. 
We Are Motörhead soffre sotto molti punti di vista, senza però essere un disco brutto. Non riesce ad avere l’effetto in-your-face e non riesce a togliersi di dosso l’idea che non stanno pigiando sull’acceleratore come potrebbero. E lo dico sapendo che proprio due anni prima hanno fatto uscire un live con i controcoglioni. Qua c’è il confronto impari e che però va fatto, visto che l’energia è quello che cerchiamo spasmodicamente nei CD dei Motörhead. 
Ovviamente è una mossa estremamente bastarda, visto che la corazzata di Lemmy sul palco aveva pochi eguali. Ma rimane il dato di fatto di una band che, ad inizio 2000, non riesce a trasmettere per intero tutto il potenziale di watt che ha nella strumentazione. 
We Are Motörhead non sarà mai nella classifica finale dei primi 5 dischi della band. Dispiace dirlo, ma è la verità. Quanto mi piacerebbe sapere l’opinione dei fanatici di Lemmy: non sono suscettibili come i fan degli Iron Maiden, ma hanno una propria religione e gira intorno al basso Rickenbacker del compianto Ian Kilmister. 
[Zeus]

Per i fan di Tolkien. Rivendell – The Ancient Glory (2000)

Al tempo dell’Università, era una rito conclamato aspettare ogni uscita cinematografica del Signore degli Anelli e andarselo a vedere con tutta la combriccola. Rispetto ad alcuni di loro, che non avevano mai conosciuto il verbo di Tolkien, io ero abbastanza progredito visto che mi ero già letto Il Signore degli Anelli e lo Hobbit, cosa che mi permetteva di guardare sia la fedeltà nella realizzazione che bearmi dello spettacolo. 
I due libri sopra citati, ad onor del vero, sono gli ultimi due libri di genere che sono riuscito a finire, ho tentato anche con Silmarillion… ma non sono mai riuscito ad andare avanti più di tanto, probabilmente perché ormai era passato il tempo del fantasy e non sono più riuscito a ricrearmi, nella mente, quella sensazione di “incredulità” leggendo di elfi, hobbit etc. 
Nell’immaginario metallico, il filone tolkeninano è stato depredato come poche cose a questo mondo: dai testi dei Led Zeppelin ai nickname dei blackster, dai nomi di band alle tematiche trattate da vari gruppi. 
Per quanto mi abbia affascinato, non sono mai stato un grandissimo fan delle band che, di Tolkien, si fanno portavoce e ricreano in musica estratti dagli avvenimenti presenti su questo o quell’altro libro. Gli austriaci Rivendell fanno parte di questi “scolari calligrafici”. 
Già dal nome della band, si capisce che aria tira, anche se la qualità finale è buona. Falagar, mainman e unico compositore della one-man band Rivendell, fa uscire tre dischi nell’arco di cinque anni e poi sparisce dai radar. L’esordio è questo The Ancient Glory e, per darvi una coordinata musicale, potrei citarvi un mix fra Summoning e Falkenbach – quindi un black metal dallo stampo epico, con mix di clean vocals e screaming, e un insieme di inserti folk a stemperare la veemenza black metal (peraltro molto blanda). 
Apprezzo lo sforzo finale, ed essendo i Rivendell debitori dei Falkenbach (uno dei gruppi che vale la pena sentire per qualità e capacità di creare ottime composizioni) mi dovrei trovare a mio agio in questi territori, ma niente, i 40 minuti di durata del disco sono eterni e dopo pochissimi ascolti mi annoiano a morte. 
Falagar è bravo, compone bene, è epico il giusto senza essere patetico o paccchiano, fa risaltare l’aspetto fantasy nel tuo cervello, ma non riesco a sentire The Ancient Glory senza voler chiudere gli occhi e farmi una dormita. Come ti dicono sempre le tipe quando cercano un modo “gentile” di scaricarti: non è colpa tua, Falagar, è unicamente colpa mia. 

[Zeus]

All right now! Ozzy Osbourne – Ordinary Man (2020)

Ho un debole per quanto prodotto da Ozzy. Non riesco mai a giudicarlo con la necessaria oggettività, visto che quest’uomo e l’onnipotente Dio della chitarra Tony Iommi mi hanno aperto il mondo del metal. 
Ozzy è il parente buono e pazzo come un cavallo a cui vuoi bene, sempre, anche quando è ridotto ad una merda e non capisci bene cosa sta facendo della sua vita. 
Ozzy si porta sulla groppa un “handicap” che stroncherebbe un Minotauro, signori miei. Otto dischi con i Black Sabbath e poi una carriera solista incominciata con Blizzard Of Ozz e poi via via fino ad arrivare all’incontro con Zakk Wylde e la doppietta No Rest For The WickedNo More Tears che hanno riportato ossigeno ad un Ozzy spompato dalle tonnellate di droghe e alcool assunte. Dopo questo LP, incomincia la sua discesa verso produzioni sempre meno convincenti, a partire da Ozzmosis fino ad arrivare a Scream (il primo senza Wylde come compositore da studio) e questo Ordinary Man
Quest’ultimo esce a 10 anni di distanza da Scream e, soprattutto, dopo un disco di successo e un tour da tutto esaurito con i Black Sabbath
Cosa ci hanno insegnato questi due ultimi eventi? Che Ozzy vive alla grande il connubio con Tony Iommi e viene rivitalizzato dal suonare di fianco al baffuto chitarrista inglese; il fatto di non dover cantare su registri improponibili, ci restituisce un Madman ancora in grado di stupire e ammaliare le folle. 
Ordinary Man è un disco sfacciatamente commerciale, praticamente fatto in modo da entrare nella programmazione radiofonica e non ha neanche la sfacciataggine di vergognarsi di questo. Ci sono mille melodie collose, collaborazioni che non c’entrano un cazzo con la storia di Ozzy e con il disco in generale (It’s A Raid o Take What You Want con Post Malone) e il vero metal, quello che ti faceva emozionare sui primi dischi con Randy o No More Tears, è una scusa per restare nel circuito dell’heavy metal e non una vera forma d’espressione musicale compiuta. 
Lo sappiamo tutti che Ozzy, quando viaggia da solo, tende a lanciarsi in mille canzoni strappamutande (title track), powerballad (All My Life) ed è da almeno 40 anni che ripete sempre lo stesso tema, ma questo non mi stupisce più di tanto e mi disturba ancora meno; gli AC/DC è una vita che vanno avanti con le stesse lyrics. 
Il problema è che le canzoni di Ozzy, da almeno vent’anni a questa parte, non te le ricordi. Ti rimangono in testa per 10 minuti e poi scivolano via come una birra gelata in estate. Sentitevi Straight to Hell, chorus che ti si incolla in testa, ma poi il riff o il ritmo te lo scordi appena passi alla canzone successiva. E così per tutti i brani su Ordinary Man, ve lo giuro. Sto risentendo ‘sto disco da giorni e ancora non mi viene in mente cosa c’è prima o cosa dopo. 
Aver mollato Wylde come chitarrista compositore ha tolto ad Ozzy quella sensazione di essere lui una succursale della Black Label Society e non quest’ultima un’evoluzione del Zakk solista; ma togliere un chitarrista come Wylde, per quanto non sempre sul pezzo sui dischi della BLS, ha privato il Madman di un songwriting realmente memorabile. 
Ordinary Man è pensato per il pubblico moderno e non per restare nel tempo. Ci sono canzoni da consumarsi come un Big Mac preso al take away e la pletora di ospiti di lusso utili per svecchiare un Ozzy malmesso da acciacchi ed età anagrafica (stiamo parlando di un 70enne).
Nel 2020 il Madman ci offre un sacco di canzoni tamarre, melodiche e radiofoniche, praticamente tutto quello che ti aspetti dall’Ozzy del post-1995… ma non ci canzoni veramente buone e questo è il triste sunto alla fine di questo sproloquio commosso e rispettoso verso una carriera e un lascito immortale. 
[Zeus]

Ulver – Perdition City (2000)

Ulver.
Parola che in norvegese significa “lupi”. Lupi che ululano per richiamare i compagni, che ululano alla luna piena, che corrono in branco nella foresta per cacciare o solitari, nella neve, nella notte, ringhianti e con gli occhi gialli. Le immagini che possono venire in mente sono tante, stereotipate o meno che siano, si sovrappongono una all’altra. La parola “lupo” spesso si usa anche come metafora per indicare l’uomo senza scrupoli (poveri lupi!).
C’è chi dice che gli Ulver hanno smesso di ululare, di essere lupi, ormai da diversi lustri. Sono partiti da album considerati fondamentali per il black metal per poi virare da tutt’altra parte. Leggenda vuole che agli inizi abbiano registrato nel bosco in presa diretta per creare il proprio sound particolare, caratterizzato da atmosfere glaciali e selvagge, pervase dalla foschia. 
Una teoria altrettanto valida può essere che questi lupi non siano stati addomesticati, ma che si siano trasformati. Non bisogna certo aspettare l’uscita di Perdition City per accorgersi di questo cambiamento, poiché già il precedente EP Metamorphosis, con il suo inequivocabile titolo, spiegava tutto. 
Il lupo è arrivato in città e si mimetizza tra la gente ignara. La musica elettronica, l’ambient, gli inserti di sassofono e altri rimandi al jazz sono la sua nuova forma di espressione per raccontarci un altro tipo di ambiente ostile, ma altrettanto affascinante ed attraente da esplorare. La città sferzata dalla pioggia, invasa dalle luci artificiali, invasa dal crimine e dalla prostituzione, dalla disperazione. Ma ce lo racconta con melodie avvolgenti, cambi d’umore inaspettati, rabbia e dolcezza che si alternano, e una vena malinconica e decadente permea l’intero lavoro.
Un’esperienza che vale la pena vivere ancor oggi dopo vent’anni, in solitudine, con luci soffuse e preferibilmente in cuffia, come suggeriva la band ai tempi della pubblicazione, per non perdersi particolari e sfumature. E chi se ne frega se “non è metal”.

[Lenny Verga]

Spidkilz – Threads Are Breaking (2020)

Threads Are Breaking è il secondo album dei thrasher torinesi Spidkilz, uscito a ben sette anni di distanza dal precedente Balance of Terror. Chi conosce già il gruppo, saprà che l’etichetta thrash va un po’ stretta al quintetto, dal momento che il sound attinge anche dal classic metal e dal power. 
La band ci presenta un concept album sulla mitologia greca, argomento non più nuovissimo nel panorama metal sia internazionale che nostrano, e sviluppato in maniera interessante già da band come Fleshgod Apocalypse, se vogliamo scomodare nomi grossi, o dai trentini Keres, se vogliamo cercare tra gli astri nascenti della scena italica.
Ho riascoltato l’album più volte prima di riuscire a dare un parere definitivo, perché sebbene ci troviamo di fronte ad una band sicuramente creativa, ci sono alcuni aspetti che alla fine non mi hanno convinto pienamente.
Prendiamo la prima traccia “Gea”. Gli Spidkilz partono da riff azzeccati ed idee interessanti per poi diluire troppo il tutto allungando inutilmente il brano. Il riff c’è, il ritornello pure, ma i sette minuti abbondanti di durata tolgono efficacia all’assalto sonoro che risulta ripetitivo. Questa è un po’ la sensazione che ho avuto con la maggior parte delle tracce, come nella seguente “Midas”, anche se un po’ più varia nelle soluzioni, in “Ares”, in “Kronos” e nella conclusiva titletrack. 
La singer Elisa Over, dotata di una voce ed una personalità che la distinguono, risulta questa volta essere un po’ troppo monocorde nella scelta delle linee vocali. Anche gli assoli di chitarra non mi sono sembrati particolarmente ispirati ed essendo presenti in numero cospicuo, contribuiscono alla sensazione di eccessiva lunghezza.
Si salva da questo appunto la più lenta ma epica “Narkissos”. Siamo sempre sulla lunga durata, ma il divenire della canzone, ispirata in ogni suo aspetto, e i picchi emotivi raggiunti dalla cantante mi hanno davvero emozionato e coinvolto. Un discorso simile potrebbe valere per la penultima “Dionysos”, anche se secondo me non raggiunge gli stessi livelli.
Scrivere canzoni thrash ad alto minutaggio non è semplice e si può apprezzare l’intento, la scelta artistica, ma se si vuole continuare su questa strada bisogna affinare un po’ il songwriting, perché o si compone una “Children Of A Worthless God”, primo titolo che mi è venuto in mente, o si rischia di non riuscire a mantenere alta l’attenzione dell’ascoltatore. 
Due parole sulla produzione: sicuramente si poteva fare di meglio. Non siamo certo al livello di un demo, ma qualcosa di più si dovrebbe comunque poter ottenere senza difficoltà. 
In conclusione questo Threads Are Breaking merita sicuramente la sufficienza, perché il potenziale c’è, le idee pure, serve solo più attenzione ai dettagli e al non voler strafare.
[Lenny Verga]

Di nuovo sulla breccia gelata, fratelli. Immortal – Damned in Black (2000)

Ci sono due elementi di continuità e sicurezza negli Immortal post-1999: le copertine degli album continuano ad essere brutte, ma quel brutto che ti piace tenere in casa perché fa stile e fa Immortal;  e, in secondo luogo, il sound che ormai ha cambiato direzione seguendo il volere di Abbath, ormai diventato compositore principale. 
C’è anche da dire che per Damned in Black è difficile fare una recensione obiettiva, anche dopo vent’anni di vita e il motivo sta tutto nell’essere il successore di At the Heart of Winter. Se questo disco aveva vita facile nei ricordi, essendo uscito dopo il fallimento di Blizzard Beast del 1997, questo LP se la vede con un peso massimo e svettare nella memoria è operazione difficile. Il motivo, fra l’altro, è dato da un’ironia di fondo che caratterizza questa sesta prova in studio.
Damned in Black ha una tracklist compatta, onesta e senza filler; black metal norvegese con le classiche influenze thrashose e ben calibrato fra parti veloci e taglienti e momenti cadenzati. E, credetemi, in questo disco si sente bene il gelo di Blashyrkh (In Our Mystic Vision Blest) .
Quindi ci troviamo di fronte ad un LP di livello medio-alto, registrato con i controcoglioni agli Abyss Studio (seppur permangano le note di sporcizia nella chitarra, che sembra la meno curata del lotto), ma ci sono elementi che testimoniano che la band è nuovamente infettata, anche se in maniera superficiale, dai germi che permeavano il disco del 1997. Dopo anni di ascolti più o meno distratti (e aver fatto mente locale che questo è il disco degli Immortal che ascolto di meno), ho capito che il suo difetto, se così si può chiamare, è non l’aver dentro neanche un brano realmente figo. Quello che ti piglia bene subito, una Tyrant o One by One del successivo disco, e che ti fa ricordare il disco anche doverti sforzare di ricordare tutte le canzoni.
Vi faccio un esempio, giusto perché oggi mi sento di dire cose scontate come i prezzi della nota ditta di divani: la title track è un brano ottimo, ha tiro e un gelo che ti fa star bene, ma non lo citerete mai nei primi cinque posti.  Capite cosa intendo?
E l’ironia sta tutta qua, Damned in Black non viene costruito su qualche pezzo eccellente e poi un po’ di brani sottotono (come succede in altri LP della band) e questo è il suo principale pregio e difetto. 
Riascoltato ora, capisci che gli Immortal erano tutto fuorché bolliti, anche se dopo At the Heart of Winter il mio giudizio era stato un po’ meno solidale con Abbath&Co. 
Nel 2000 i norvegesi avevano ancora cose da dire e in quantità notevole, tanto da evitare feroci sputtanamenti del proprio sound o atteggiamenti da “meme-vivente” del buon Abbath. Riscoprire questo disco è stata una cosa interessante, forse una delle migliori rivalutazioni che ho effettuato fino ad oggi. Al tempo non ero sicuro di cosa pensare di Damned in Black, adesso posso dire al mio alter-ego degli inizi di millennio di essere meno pignolo e ascoltare ‘sto disco senza rompere il cazzo con minchiate inutili. 
[Zeus]

Armored Saint – Revelation (2000)

Gli Armored Saint sono una di quelle band su cui tutti concordano. Concordano nel dire che sono una grande band, che sono sempre stati sottovalutati, che vengono snobbati dal grande pubblico, che non hanno mai raccolto il successo meritato, ecc. Non si può che essere d’accordo. 
Per questo è difficile fare considerazioni su un loro disco uscito vent’anni fa, che ricordo essere stato presente nelle classifiche degli album preferiti degli addetti ai lavori su tutte le riviste che ancora uscivano all’epoca, ma che non ho mai visto, effettivamente, nella collezione di dischi di nessuna persona che conosco. Io incluso, non mi nascondo.
Revelation è un gran bel disco sotto tutti i punti di vista e ancora oggi splende della sua potenza, della bravura dei musicisti, delle loro prestazioni straordinarie, dei loro riff, dei loro soli, delle melodie e dei ritmi, delle loro idee. Ma nonostante tutto gli Armored Saint continueranno ad essere una band ignorata dalla massa. E non se lo merita. 
Quindi, in questo momento che stiamo passando, chiusi in casa chi più chi meno forzatamente, mollate i soliti due-tre dischi che ascoltate sempre fino alla nausea e cercate il tempo di riscoprire questo piccolo gioiello che merita tutto il vostro tempo e la vostra attenzione.

Mi mancavano le tastiere. Old Man's Child – Revelation 666: The Curse of Damnation (2000)

Per chi non lo sapesse, gli Old Man’s Child erano il gruppo di Galder – ormai diventato IL meme su come guardare in maniera laida la propria chitarra. Non li ho mai seguiti troppo, devo ammetterlo, e oggi mi ritrovo a recensire questo Revelation 666: The Curse of Damnation. A parte compiere vent’anni ed essere il trampolino di lancio di Galder verso la galassia degli Euro della Nuclear Blast, le puttane e i vestiti costosi con i Dimmu Borgir, cosa possiamo dire di questo LP? 
Ben poco, a parte che nella band troviamo Tjodlav alla batteria (anch’egli nei Dimmu Borgir) e che è un disco tronfio e francamente pesante. Galder ci sa sicuramente fare, ma non riesco a capirne il senso generale, ma visto il tiro che hanno le canzoni di questo Revelation 666… possiamo certo capire perché il duo Shagrath – Silenoz l’abbia incoraggiato ad unirsi alla corazzata Borgir. 
Le tastiere dominano tutto e anche dopo vent’anni stomacano, troppo ingombranti e ammazzano tutto lo spirito black metal che Galder probabilmente voleva ficcare dentro ‘sto disco. Si sente qualche blast-beat e anche qualche riff che ti fa dire, oh, Grande Capro, c’è del metal (rispettivamente parti delle canzoni In Black Endless Void, Unholy Vivid Innocence o Obscure Divine Manifestation) ma poi Galder si fa prendere dalla smania di pigiare i suoi ditoni norvegesi sui tasti bianchi e neri ed ecco che viene fuori il pastrocchio. Su Passage to Pandemonium si sentono un po’ i Dimmu Borgir annata mega-sinfonica, e ironicamente i brani con più tiro e più “Borgir-oriented” sono proprio quelli dove c’è Tjodlav alla batteria. Penso sia un caso, non può essere altrimenti. 
Soprassedendo alla copertina oscena, che non la salva neanche la rivalutazione postuma, gli Old Man’s Child nel 2000 non hanno granché di senso e non potevano che finire inglobati nei Dimmu Borgir. Un sound così simile e una direzione precisa, verso il burrone, che non potrà che piacere a chi, dei norvegesi, apprezza il periodo che va dal 1999 in avanti. 
Questo di Revelation 666: The Curse of Damnation è l’esempio lampante della perdita definitiva di violenza e attitudine stupracristi da parte del black metal avvenuto con la commercializzazione. 
[Zeus]