Alziamo una pinta di Guinness, Dropkick Murphys – Sing Loud, Sing Proud! (2001)

I Dropkick Murphys sono la musica del buon umore, sono divertimento e cori da cantare abbracciati con gli amici, sono alcolismo molesto e fraterno. Ed è proprio nel 2001 che incomincia a delinearsi la via che oggi hanno cementato: non più uno street punk dalle influenze celtiche, ma più canzoni dall’atmosfera celtica e irlandese con quella brezza punk a renderle fresche e memorizzabili in 2 minuti netti. Ok, negli ultimi dischi ci hanno piazzato dentro un po’ troppa malinconia e qualche zuccherosità che proprio non scende senza cariarti i denti, ma in Sing Loud, Sing Proud! sento già che si stanno evolvendo in qualcosa d’altro. 
Perché, come ho detto nella recensione di Do or Die, ci sono due tipi di dischi dei Dropkick: quelli da cantare e quelli più battaglieri: Sing Loud, Sing Proud! è sulla via di mezzo. Svicola bene quando parte all’attacco celtic-folk con canzoni da pub e osteria, ma si difende ancora con un buon movimento di gambe per la parte punk. E, sfortunatamente, anche questo è uno di quegli LP degli americani che sento poco, vuoi per una cosa, vuoi per l’altra non mi viene in mente di ascoltarlo regolarmente o a cadenza annuale. Se butto su un CD, scelgo qualcosa da Blackout o alcuni successivi, perché sono disimpegnati e semplici; ma, detta tutta, credo sia una questione più affettiva che altro. Ecco perché posseggo Blackout e non un altro disco, perché quello mi ricorda viaggi e ubriacature moleste, Sing Loud, Sing Proud!, pur contenendo alcune grandi canzoni, non ha attaccato addosso quello strato di melassa chiamato “ricordi“. 
Brutta cosa questi ultimi, ti fottono quando meno te lo aspetti. 
Con il terzo disco, la band di Boston cresce e modifica il proprio suono, pur lasciandolo ruspante e sincero. Non ho voglia di fare un track-by-track o di citare una canzone o l’altra, quindi se volete farvi un tuffo nei ricordi o recuperare l’altra faccia dei Dropkick Murphys, allora questo disco è quello che fa per voi. 
[Zeus]

Erano un bel ricordo, Green Day – Warning (2000)

Sfido chiunque della mia età a non aver mai avuto fra le mani un disco come Dookie; nel 1994 girava tipo la peste o il COVID, e così anche il successivo Nimrod del 1997. L’album di mezzo, Insomniac, non me lo ricordavo neanche, giusto per dire. Quel disco, Dookie, conteneva una serie di canzoni coverizzate dalla chiunque ai concerti e Basket Case, When I Come Around erano usate spesso nelle compilation delle feste (ma in realtà appariva spesso anche Good Riddance). Dookie era il disco della gioventù e senza apparire scontato, anche il miglior prodotto uscito dalla penna di Billy Joe, uno che post-Dookie deve essersi visto svuotare la creatività con una velocità incredibile e aumentare il conto in banca. Questo lo dico perché, evitando di parlare dell’album di mezzo che non conosco, già Nimrod era altalenante e non sempre all’altezza della situazione. Però aveva un fattore positivo dalla sua, era decisamente meglio di Warning, un LP che contiene sì e no 3 pezzi decenti (title trackMinority di sicuro, la terza dovete cercarla bene) e poi una serie di brani flatulenti e pedanti, tanto da risultare noiosi senza possibilità di rivalutazione visto che festeggiano vent’anni. La tendenza a contaminare il punk melodico con una serie di altri generi non è nuova, vedasi le mirabili evoluzioni dei Social Distortion incominciate nel 1990, ma è la vacuità del songwriting dei Green Day nel 2000 che fa paura. Billy Joe voleva fare il grande, espandendo il sound originale e provando a giocarsela contro il nuovo trend proveniente dalla Britannia, ma quello che ne uscì era robetta senza sugo e che non ti saresti ricordato neanche a volerlo. In altri termini, con un solo disco i Green Day mettono una bella pietra sopra quella che chiamiamo creatività. 
Non li ho persi di vista neanche dopo questo flop, principalmente perché mi è rimasta la curiosità di vedere come si stava scavando la fossa una delle band che giravano alla grande durante il periodo delle superiori. Che tu lo voglia o no, qualche ricordo è connesso anche alla loro musica.
Erano un bel giocattolo i Green Day, ma si son rotti troppo presto continuando comunque a portare avanti lo show senza il minimo senso del pudore. E lo dico senza rimproveri, sia chiaro. Bisogna pur mangiare e/o pagarsi gli sfizi. 
Dopo Nimrod, e in misura minore questo Warning, i Green Day hanno perso anche i miei ascolti più o meno distratti, ma sono certo che hanno acquistato una serie di fan nelle generazioni successive che, vuoi per l’età o altro, non erano così legate a dei ricordi specifici e da dischi che, pur lontani dal mio genere, erano in qualche modo generazionali e non solo delle compilation di canzonette. 
[Zeus]