Fra clangore di spade e miti arcani. Arcane Tales – Tales from Shàranworld (2021)

Torniamo a parlare degli Arcane Tales sulle pagine di The Murder Inn a due anni di distanza dall’ultima volta. Per chi non li conoscesse, sono una one man band dietro alla quale si cela il polistrumentista veronese Luigi Soranno ed il genere proposto è power metal sinfonico.
Il nuovo album si intitola Tales from Shàranworld e conferma quanto di buono avevo già trovato nel precedente Power of the Sky del 2019, cioè la capacità di andare direttamente al punto in ogni brano, senza risultare dispersivo, pomposo o pieno di inutili lungaggini. Cosa non da poco per un genere che per prolissità solitamente è secondo solo al progressive e poco altro.
Confermare le aspettative non è il solo punto a favore del nuovo lavoro, perché i miglioramenti rispetto al passato sono diversi, a partire da una produzione migliore e da un songwriting più evoluto e vario. Tales from Shàranworld è un viaggio epico, molto più heavy di quanto il power sinfonico non sia di solito, incentrato tanto sulle chitarre e i riff, tanto quanto sugli arrangiamenti, scelta ben ponderata che da vita ad un buon equilibrio fra i due elementi. Inoltre, questa volta Luigi si mette molto più in gioco sulle linee vocali, sperimentando e regalando al lavoro una varietà che prima un po’ mancava.
Un ascolto caldamente consigliato a tutti i fan del genere e complimenti ancora a Luigi per la capacità di concepire e realizzare da solo tutta la sua musica.
[Lenny Verga]

Severoth – Vsesvit (2020)

Sarò una persona suscettibile e i continui lockdown e via dicendo non mi stanno di certo ammorbidendo il carattere, ma vedermi davanti la grafica dei Severoth mi ha fatto girare un po’ le palle. Il motivo? Perché è la copia spudorata di quella dei Funeral Mist di Hekatomb. Persino il posizionamento del logo è identico, quindi mi girano e abbozzo, perché in fin dei conti qua si parla di musica. 
A parte i riferimenti eccellenti che sono presenti sulla pagina di Metal Archives, che viaggiano fra Burzum e Paysage d’Hiver, mi sembra di ritornare sempre sullo stesso discorso fatto per altre band che si cimentano con l’ambient e/o l’atmospheric black metal: se non si ha un po’ di furbizia nel gestire la composizione delle canzoni, si finisce per annoiare o suonare scontati. 
Gli ucraini Severoth, che poi sono una one-man band di, appunto, Severoth, mischiano alcune caratteristiche dei nomi succitati, ma non mi hanno preso. Senti che c’è la voglia di creare uno spazio oltre l’ascolto normale, il tentativo di sfruttare le sette note per imbastire un viaggio nella natura e nell’oscurità, ma il risultato è altalenante. Quando funziona, ci si trova davanti ad una band che non va oltre alla riproposizione di canoni ormai sigillati nella pietra; quando non gira tutto alla perfezione, l’effetto colonna sonora di un brutto film si fa avanti e non riesco a togliermi quella sensazione di pacchianeria sonora. 
Forse perché dall’ambient mi aspetto sempre qualcosa, anche una sorta di soundtrack per un film sia chiaro, ma deve essere un prodotto che funziona e non lasciarmi con la difficoltà nello schiacciare nuovamente play per poterlo riascoltare. E la durata di certo non lo aiuta, anche perché cinque tracce per oltre un’ora di musica, se siete sulla lunghezza d’onda dell’atmospheric black metal e il vostro pane è riuscire a coniugare sia alcuni elementi più black metal con melodia e outbreak quasi leggeri, pongono Vsesvit come un potenziale must da ascoltare; ma se dall’atmospheric black metal volete di più, cercate del disagio e/o sentite il bisogno di qualcosa che tocchi delle corde più oscure, allora potete tranquillamente evitare i Severoth e dirigervi su altri lidi.
[Zeus]

Fascinazioni norvegesi, Lilyum – Circle of Ashes (2021)

Circle Of Ashes è l’ottavo album dei blackster piemontesi Lilyum, scioltisi poco più di tre anni fa e riunitisi di recente. Con questo nuovo lavoro la band torna ad esplorare gli albori della scena black metal, portandoci indietro nel tempo, più esattamente nella prima metà degli anni ’90. Con queste premesse, avrete già un’idea su cosa andremo ad ascoltare e qualsiasi aspetto di Circle Of Ashes potrà essere visto sia come punto a favore che come punto a sfavore, in base a quanto l’ascoltatore sia o meno legato a quegli anni e a quelle sonorità.  Quello che esce dalle casse dello stereo è un black molto raw, sia nella costruzione che nella produzione, con brani dalle strutture minimali, incentrati su pochi riff, trasudanti malignità e oscurità, grezzi come carta vetrata. Un tributo alla scena norvegese, glaciale e marziale nel suo avanzare, veloce ma non tiratissimo. Alcuni inserti di tastiera e sporadici arpeggi atti a creare atmosfera completano il quadro. 
Per concludere, Circle Of Ashes è un album che va dritto al cuore dei fan del black metal della prima ora, omaggiando e non inventando niente di nuovo, ma conservando un’onestà di fondo che si farà apprezzare anche dai più intransigenti. Chi non è un appassionato di questo genere, non cambierà di certo idea, ma dubito che sia questo lo scopo della band.
[Lenny Verga]

Arch Enemy – Wages of Sin (2001)

Eliminato dall’equazione Johan Liiva, Michael Amott decide di puntare tutto sul fattore milf e porta in scuderia la tedesca Angela Gossow. Il che, in un mondo di pari opportunità e chance, non è niente di particolarmente grave. A me, sinceramente, che ci sia un Liiva o la Gossow dietro il microfono, cambia poco o quasi nulla. 
Il fatto è che la Gossow ha due problemi fondamentali: si usura le corde vocali senza mezzi termini e, visto che le sventure vanno a braccetto, suona praticamente sempre uguale risultando monotona e, alla lunga, una rottura di cazzo. 
Lo stesso discorso, in nuce, potrei farlo anche per gli Arch Enemy. Una band che non ho mai capito e che, immagino, non riuscirò mai a comprendere pienamente. Tutti musicisti con i contro-cazzi, visto che il CV che si portano dietro è da all-star (fra Carcass, Witchery e molto altro c’è di che esserne salivare come rottweiler), ma il mix musicale che esce dalle penne dei fratelli Amott è spesso noioso e io ho il problema gravissimo che non mi ricordo mai un pezzo uno.
C’è da dargli merito al rosso crinito chitarrista, furbetto lo è diventato: quando la milf Gossow ha lasciato per dedicarsi al solo management, Michael ha ringiovanito il target degli smanacciatori e si è portato Alissa White-Gluz a ringalluzzire il popolo metallaro con pose e canzoncine che poco hanno da tramandare ai posteri.
Non male per uno che, ai tempi di Wages of Sin, e non avendo ancora la Century Media a spingergli i dischi ma la più piccola casa discografica giapponese Toy’s Factory, era ancora convinto che un sano swedish death metal, dall’attitudine melodica e con inserti heavy metal, poteva sfondare nel panorama metal mondiale; soprattutto se aiutato da una componente fondamentale: l’attitudine da occhiolino (cit. Leo Ortolani), la quale sparge sulle canzoni quella sensazione da “guarda che passaggio veloce che ti porto, eh? eh? Non ti piace questo assolo? Non mi dire che le melodie tutte svedesi di quest’altro brano non ti fanno lacrimare, vero?“. 
E lo senti quel cazzo di gomito che ti perfora il fianco. Lo senti e, un po’, mi da anche fastidio. 
Io sono entrato in contatto con gli Arch Enemy al tempo di Anthems of Rebellion del 2003, quindi un paio d’anni dopo l’uscita del qui presente CD, e già all’epoca mi son trovato spiazzato di fronte ad uno stile che avrebbe dovuto esaltarmi, ma che non l’ha fatto e non ha fatto altro che farmi incazzare come una iena ogni volta che uscivano i dischi della coppia Amott – Gossow.
Ma era già una fase strana del metal, il post-2000 ha incasinato molto il filone melodico svedese, portandolo a produrre creature degeneri che, nella grande teoria delle case discografiche, avrebbero dovuto prendere il posto dei grandi ormai fermi, decaduti o in crisi d’identità. I Soilwork erano uno dei nomi spendibili e così anche gli Arch Enemy, che sono quelli che, dalla crisi dello swedish death metal anni ’90, più ci ha approfittato diventando un nome abbastanza grosso in termini di festival e contratti. E Wages of Sin non è sempre da buttare nel mare magnum dei dischi death metal melodici, visto che ci sono dentro cose anche passaggi molto interessanti (Shadow & Dust, ma non solo), ma è l’esperienza generale di ascolto del disco, anche a vent’anni di distanza, che ancora non mi piglia. 
[Zeus]

Vent’anni fa gli Arch Enemy, dopo una breve pausa, ritornavano sulle scene con una novità: una ragazza che cantava in growl. Non posso dire con certezza che Angela Gossow fu la prima, probabilmente no, ma sicuramente fu la prima che fece parlare di sé in tutto il mondo. Mi ricordo la valanga di commenti maschilisti e goliardici da cervelli sottosviluppati nei confronti della front woman, quando io ci vedevo semplicemente una cantante capace.
Il problema degli Arch Enemy, infatti, secondo me risiede nel fatto che Wage Of Sin rimane l’ultimo album veramente degno di nota della band svedese e questo non è certo attribuibile al fatto di avere una donna in formazione, ma alla scarsa ispirazione nel songwriting che li caratterizza ancora oggi. Qui la responsabilità è principalmente di Mr. Amott. Ed è un peccato, dato che i membri del gruppo non sono certo gli ultimi arrivati.
Si può discutere all’infinito su quanto quella scelta sia stata studiata e abbia giovato all’immagine della band, ma a me interessa solo la musica e Wage Of Sin rimane un bell’album ancora oggi, un amaro ricordo di quello che gli Arch Enemy sarebbero potuti diventare.
[Lenny Verga]

Mānbryne – Heilsweg: O udręce ciała i tułaczce duszy (2021)

I polacchi Mānbryne sono degli sconosciuti. O forse no. Potrei dire che un quarto della band è sconosciuta, dicasi tal Renz (spero non un omaggio al politico italiano, che farà tanto black metal visto il sordido amore per il brutto, ma bisogna porsi dei limiti); il resto sono musicisti ben inseriti nella scena estrema polacca: Blaze Of Perdition, Odraza, Massemord. Gente siffatta. E, girandoci intorno per bene, Heilsweg (il resto, per comodità, ve lo leggete nel titolo) è frutto della mente del singer S. e proprio del summenzionato Renz. Il risultato è un disco che non mi sarei aspettato: Heilweg sa di Satana, di morte, di fede corrotta e di Polonia oscura e sconsacrata. Heilsweg mescola, senza esserne azzoppata, l’attitudine tupa-tupa del classico black metal polacco e un riffing vario, sia quando punta sul tremolo picking ed aggressività sia quando mette sul piatto una quantità di melodie non riscontrabili ovunque nei dischi black metal. Se poi ci aggiungiamo una bella dose di teatralità latente, capite anche voi che i Mānbryne hanno cercato di creare qualcosa di personale, seppur non disdegnando un’occhiata fugace all’attuale scena europa che vede, nei conterranei Mgla, un riferimento non spudorato e, quindi, godibile senza l’effetto “rottura di cazzo” per l’ennesimo disco fotocopia.
40 minuti abbondanti di musica e cinque brani sono una lunghezza giusta, cosa che evita filler inutili e, soprattutto, quell’abitudine perniciosa di dover per forza allungare il brodo della canzone oltre il giusto limite. Intendiamoci, ogni brano presente su questo LP supera i 7 minuti di durata e quindi ha il tempo necessario per creare l’effetto drammatico su cui si fonda Heilsweg. La bontà dei riff non mi fa rimpiangere la durata e un songwriting di buon livello mi fa schiacciare play alla fine di Na trupa trup (Corpse Upon Corpse, con quel suo riffing iniziale veloce e cattivo) e farmi ripartire con la traccia iniziale, nonché dichiarazione d’intenti, Pustka, którą znam (The Emptiness I Know, che dispiega tutto il range musicale della band: dal riffing cangiante he vira fra black e parti pulite, dalle vocals espressive e teatrali e il comparto ritmico e melodico).
Un ottimo disco che, se mai mi venisse voglia di farla, finirebbe in un’ipotetica classifica dei migliori dischi in questo 2021.
[Zeus]

Bongzilla – Apogee (2001)

A forza di cercare qualsiasi cosa uscita in ambito estremo, mi dimentico di buttare nel lettore qualcosa che mi ha accompagnato da moltissimi anni senza mai chiedere qualcosa in cambio: lo sludge/stoner. Me lo dimentico perché il tempo è poco e le “scadenze” son molte, quindi quando ho 10 minuti liberi mi cerco qualcosa di vecchio/nuovo da sentire e provo a mettere insieme due idee funzionanti. Non ne ho moltissime, sia chiaro, dopo tutti questi anni a scrivere recensioni, ormai le parole incominciano a mancarmi, ma quando ritorno allo sludge, allora capisco che questa afasia è solo una fase passeggera destinata a chiudersi in brevissimo tempo. 
Lo sludge, lo stoner e tutte le varianti possibili, hanno questo potere: resettano il caos esterno e mi lasciano con un bel sorriso (strafatto) sul volto. Per me è questo lo zenit dell’essere metallari. Non riesco a vederne altro scopo, se non quello di mettere da parte odio, Satana e affini per mettere sul piatto della bilancia sostanze stupefacenti, alcol e un generico senso di disgusto verso la società. 
Bongzilla sono questo: puro relax in musica. Erano anni che uscivano con EP, Split e solo nel 1999 decidono di registrare il primo full-length StashApogee. Apogee è, per me, un disco strano per quanto molto interessante. Prima di tutto mischia in parti diseguali pezzi da studio e live, cosa che fa soltanto bene ai Bongzilla, consentendo di trasportare su LP quella malsana furia che li prende quando decidono di esibirsi dal vivo; in secondo luogo è tanto irruento, caustico e capace di mettere insieme stoner, sludge e doom in parti uguali, quanto non sempre perfettamente ispirato nelle sue singole parti. Ancora adesso rischio qualche episodio di “mancanza di concentrazione” nei momenti più scolastici, quelli che trovi in praticamente tutti i dischi sludge/stoner, ma, a conti fatti, in prevalenza sento solo buone/cattive vibrazioni nei brani che viaggiano sulle ali della Marijuana. 
Fra tutte le band di genere, i Bongzilla non saranno mai fra i più famosi o quelli che vengono citati in maniera costante come gli Eyehategod et similia, ma Cristo se la mistura fra sludge e canne è quella che ti fa amare questo genere. 
[Zeus]

Black Label Society – Alcohol Fueled Brewtality (2001)

La prima parte della carriera di Zakk Wylde è costellata di buoni dischi, anche se ci sono alcuni cedimenti vari nel corso degli anni. I precedenti Sonic Brew e Stronger than Death avevano messo le basi per il sound della Black Label Society, ma dove il primo era convincente ma troppo prolisso, il secondo aveva già in nuce quella incostanza di fondo che poi sarà il trademark della produzione della BLS nel corso degli anni. 
Dove però il buon Zakk da il meglio riuscendo a scatenare tutti i suoi istinti, e supportato da una band in gran spolvero (l’appena prelevato dai Crowbar Craig Nunenbacher, Nick Catanese pre-scandalo e Steve Gibb), è il live. E questo Alcohol Fueled Brewtality è l’esempio lampante del buono di Zakk. I suoni sono ancora cattivi, brutti e sporchi come ci si aspetterebbe dalla BLS, cosa che poi perderanno col tempo fino a diventare puliti e tranquilli nel post-Order of the Black. Ci sono gli assoli, sia quelli belli che funzionano nel contesto del brano, sia le spaccature di cazzo oscene che piacciono solo ai masturbatori dello strumento (A.N.D.R.O.T.A.Z. è, per me, insopportabile). Nel complesso però Alcohol Fueled Brewtality funziona perché è sincero e ti presenta la faccia sporca della band, quelle pulsioni che Zakk non può portare nel sound di Ozzy e che, in un futuro non proprio lontano, lo porteranno ad essere accantonato dal Madman proprio per essere troppo Black Label Society con la sua band. 
Sentitevi, per esempio, No More Tears. Sull’omonimo di Ozzy è un’epica tipicamente fine anni ’80 – inizio anni ’90, mentre già ripresa dalla BLS diventa metallica ed aggressiva e, in versione live è semplicemente uno schiacciasassi. Per me è questo il punto forte del primo Zakk Wylde, quello che era arrivato fino al 2006 senza cannare mai veramente un disco (Shot To Hell mi ha deluso parecchio): Wylde era capace di mescolare il proprio sound blues e i riferimenti rock in un contesto metallico, pur senza perdere di vista melodia e la capacità di farti saltare dalla sedia con canzoni bomba. Io mi ricordo moltissime delle canzoni della BLS di quel periodo, le ho stampate nella mente perché sono state la colonna sonora di molti eventi della mia vita on the road ed è sempre un piacere risentirle; e su questo live alcune riescono addirittura a liberarsi da un po’ di dubbi che si portavano dietro su LP. Ecco perché mi interrogo su quanto impatto possano avere i dischi recenti, visto che è difficile che mi ricorda qualcosa (Order of the Black me lo ricordo e, così, anche alcuni singoli di Grimmest Hits, molto probabilmente per i video divertenti). 
Su Alcohol Fueled Brewtality Zakk Wylde fa quello che deve fare: suona e fa fischiare la chitarra, senza tenere conto del personaggio che poi, pian piano, si andrà a costruire e che diventerà quasi una prigione da cui sta cercando, pian piano, di scappare. 

E comunque, Limp Bizkit suck dicks! 
[Zeus]

Amon Amarth – The Crusher (2001)

Soprassedendo sul fatto che la copertina di The Crusher è oscena, una sorta di prodotto di scarto dalla lavorazione della peggiore cover art dei Manowar, c’è da prendere coraggio e incominciare a guardare in faccia una realtà inquietante: gli Amon Amarth ci tentano quanto vogliono, ma di ritornare ai fasti del debutto proprio non ci riescono. Già sul precedente The Avenger si erano visti i sintomi di un male che sta tormentando il songwriting di Hegg e soci da una cosa come 15 anni. Non male, direi.
Se vogliamo, su The Crusher i tempi aumentano di velocità, rimanendo sempre confinati in uno swedish death metal melodico e d’acchiappo, e anche la foga sembra essersi rinnovata. Nel futuro prossimo, velocità “elevate” come in Releasing Surtur’s Fire non le sentirete praticamente più e così anche un solo veloce e ficcante. Tutto dovrà essere giocato su mid-tempo e via con la replica inesorabile di uno stile ormai consolidato, se non tentando insistentemente di peggiorarne alcuni tratti. Faccio una serissima fatica a ricordarmi i brani presenti su questo disco e non è un fattore positivo, almeno il resto della discografia degli svedesi ha il pregio, se vogliamo vederne l’aspetto estremamente positivo, di produrre canzoni che ti ricordi in mezzo minuto e puoi cantare durante un festival – momento in cui il quintetto riesce a produrre maggiore coinvolgimento e divertimento. 
Quello che troviamo in The Crusher è solo pallido tentativo di far “paura” e di accelerare, cercando di tirare un colpo al cerchio di un death metal melodico più ispirato (Bastards of a Liying Breed o The Sound of Height Hooves) e un altro alla botte delle canzoni monotone, il riff di Master of War è stato, e sarà, riproposto in tutte le salse, o da terza elementare come As Long As The Raven Flies
Brutto da dirsi, ma i dischi degli Amon Amarth sono, e resteranno per moltissimi anni, solo una scusa per potersi presentare con materiale nuovo sul palco. 
[Zeus]

Il grande cambio. R.E.M. – Reveal (2001)

Mi piace, su queste pagine, inserire anche band che, con il metal, non hanno nulla da spartire. Lo faccio perché, nel corso degli anni, insieme alla musica che amiamo, anche altre realtà si sono evolute e/o hanno avuto un’influenza enorme sul metal. Un esempio? Guardate il grunge, che poi rivoluzione non era, e capite che razza di scherzo ha fatto al metal anni ’80 con il suo pessimismo e fastidio.
I R.E.M. sono un’altra realtà che, in quegli anni, era realmente fortissima. Non si poteva scappare dalle loro canzoni, dalle loro melodie praticamente perfette e dalla voce di Stipe. Questo però non significa che i R.E.M., a cavallo del nuovo millennio, funzionassero alla grande. Dopo le prime sperimentazioni su New Adventures in Hi-Fi  del 1996, la band viene mollata dal batterista e, infarcendo tutto di elettronica, produce il deludente Up nel 1998 e poi il più solare Reveal nel 2001. Il problema è che i R.E.M. stessi non si sentivano fortissimi e la perdita di Bill Berry deve essergli costata un bel po’ di grattacapi compositivi, visto che su Up sbragano di brutto con alcuni singoli irritanti e, sinceramente, è uno di quei dischi che mai ascolterò senza esserne costretto. Il successivo, e qui presente, Reveal è un ritorno a sonorità più conosciute per Stipe&Co. Ci sono elementi elettronici, certo, ed anche molte tastiere, ma è comunque un LP che prova a riportare la barra su sonorità pop ed indie, calandosi nella logica di un recupero di alcuni spunti dei Beach Boys e aggiornando al nuovo millennio la formula che loro stessi avevano inciso a fuoco negli anni 90. Ad inizio 2001, Imitations of Life la sentivi ovunque e, anche se carina, dopo un po’ era pesante, forse era un po’ meglio All the Way to Reno che, pur avendo le classiche melodie R.E.M. non era così scontata e bubblegum come la prima. 
Se vogliamo, il periodo centrale della carriera della band americana è vede una serie di dischi che non riescono ad arrivare al punto e si perdono in troppi tentativi di avanzare, scartare dal percorso o chissà quale volontà malefica li permea.
E Reveal è figlio di quel periodo, quindi ci trovo dentro i soliti singoli che voglio sentire e che non riuscirò a dimenticare, ma anche una serie di brani che vanno dal buono al mi dimenticherò dopo poco che son finiti. 
I R.E.M. si riprenderanno, calibrando meglio le novità e il classico trademark che gli è proprio, ma nel 2001 erano una band che non sapeva benissimo cosa diventare, ma voleva ritornare ad essere una versione 2.0 di quello che era. 
[Zeus]

Ultra Silvam – The Spearwound Salvation (2019)

Quanto mi piacciono i dischi come questo degli Ultra SilvamThe Spearwound Salvation del 2019 è, attualmente, il primo e ultimo disco di questa formazione svedese e me lo sto ascoltando da un po’ e continua a piacermi. Vorrà dire qualcosa? Penso di sì, ci sono LP che dopo mezzo ascolto mi sembrano un gatto attaccato alle palle, quindi il risultato ottenuto dal power-trio black metal di Malmö è più che buono. 
Di cosa stiamo parlando? Di un black metal veloce, che pesca senza remore nel thrash e nel punk per attitudine e riff e che, a dirla tutta, va a incasellarli in quella rinnovata (vecchia) corrente black metal in cui si picchia duro, ignorante e con vaghi rimandi Motorhead-iani sotto speed nel sound. Non c’è niente di nuovo in The Spearwound Salvation, tutto è già stato scritto e sentito, ma la foga con cui i tre suonano, i riff che producono senza sosta e l’attitudine pane, salame e Satana che si portano appresso è rinfrescante dopo tanti LP in cui, incomprensibilmente, le band cercano di suonare diverso da quello che è un sound naturale (black metal) e/o complicandosi la vita senza nessuno scopo ben preciso
Non ci sono variazioni enormi fra una canzone e l’altra, ma cristo se tutte suonano indipendenti e capaci di farti scapocciare in qualche modo. Gli Ultra Silvam suonano sporchi, ma senza essere confusionari, lasciando un bello strato di elettricità alle chitarre e facendo risaltare il giusto la batteria, ma senza dover per forza farla suonare innaturale. I brani sfruttano una formula, spostando (se c’è) il rallentamento a casaccio nel corso della durata, ma è essenzialmente un espediente, visto che tanto durano fra il minuto abbondante fino ad arrivare alla conclusiva The First Wound, che con i suoi 6 minuti è la più lunga del lotto e l’unica che propone l’unico rallentamento evidente e repentino prima di riprendere la corsa. 
Un disco che mostra di nuovo la faccia brutta e scanzonata del black metal dopo troppi anni di seriosità e minchiate altezzose. 
[Zeus]