From Padua to Hell: i Porcupine Tree di Stupid Dream (1999)

Come sapete benissimo, io non sono un grande fan del progressive. Non lo reggo, a meno che non incominciamo a parlare dei Rush – l’unico gruppo che avrei voluto vedere dal vivo, nonostante le lunghissime suite.
Se ve lo stavate chiedendo (!), ecco il motivo per cui non sarò certo io a recensire il nuovo dei Dream Theater et similia. Nonostante questa mia ritrosia, nel 2009 sono partito in macchina con un amico d’Università (nonché musicista, attualmente impegnato nei preparativi del prossimo LP) e un amico in comune per vedere i Porcupine Tree dal vivo. Il concerto è stato godibile, ovverosia mi è piaciuto, mentre il viaggio è stato fra il travagliato e l’eroico a causa di due fattori concomitanti: a) veniva giù acqua a palate dal cielo e salivano bestemmie a badilate dalla macchina; b) il suddetto amico musicista era completamente disfatto dall’influenza e dalla febbre e quindi, per tutto il tragitto, è riuscito a ripetere in maniera molto Rat Man-iana la seguente parola: Padua.
Quindi non posso certo ricordare questo termine con emoticon o altre cose ggiovani, visto che dopo la decima ripetizione, la voglia di prendere macchina, amico e compagnia cantante e dirigerci verso un muro era alto.
Ovviamente non l’ho fatto, ma il binomio “Porcupine Tree – Padua” è saldo nella mia mente come poche cose a questo mondo.
All’epoca, Steve Wilson&Co. stavano viaggiano sull’onda di un riconoscimento generale dato da mille collaborazioni (più o meno nell’ambito metal) e da una serie di dischi (fra tutti In Absentia), che li aveva trasportati in alto nelle classifiche e nei gradimenti della chiunque. Ovviamente non potevamo sapere che il disco del 2009 sarebbe stato l’ultimo e che poi, pian piano, Steve Wilson avrebbe decretato morte e distruzione della sua creatura e tanti saluti al secchio.
Quello che invece sapevamo è che Stupid Dream del 1999 era un LP di passaggio. Nel senso vero del termine: questo disco era un punto di collegamento, coadiuvato dal successivo Lighbulb Sun (del 2000), fra l’iniziale periodo psichedelico/strumentale, più accessibile e “quasi pop” e quello successivo, dove i Porcupine Tree avrebbero appesantito sì il sound ma avrebbero messo in cantiere una virata prog che non ha mai incontrato al 100% i miei gusti.
Stupid Dream, invece, suona più fresco e accessibile. Meno snob, attitudine di cui Steven Wilson si è ammantato senza troppa difficoltà diventando  pedante, e più godibile. Ecco che questo termine ritorna. Non penso di riuscire a dare un giudizio migliore su questa band, bravissimi di sicuro, ma non riuscirò mai ad appassionarmene in maniera totale.
Questione di chiusura mentale (come direbbe il mio buon socio dell’Università) o di gusti musicali differenti, i Porcupine Tree sono una band che può essere il trampolino per i neofiti del prog, come un gruppo da tenere in serbo per i momenti in cui i vari King Crimson, Gentle Giant etc. sono decisamente troppo complessi e cerebrali.
Vedete un po’ voi a che punto siete, ma intanto sentitevi Even Less che, parere mio, è realmente bella.

Ah, logico: PADUA.

[Zeus]

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Dopo il mito. Mayhem – Wolf’s Lair Abyss (1997)

A me, questo EP, piace.
C’è chi è rimasto fossilizzato su De Mysteriis Dom Sathanas e chi invece, fra una cosa e l’altra, ha capito che dopo quel capitolo magistrale di black metal norvegese c’erano altri territori da esplorare. Nella prima categoria ci cadono dentro molti fan, alcuni indomiti cultori di un singolo disco (non c’è niente di sbagliato, sia chiaro); nella seconda ci sono i Mayhem di Blasphemer che, preso il coraggio a quattro mani, prende il posto di un certo Euronymous e tira fuori un disco che i Mayhem, all’epoca, non sapevano di poter registrare. Perché tutto va bene, ma tirar fuori un EP così nuovo, evoluto e foriero di anticipazioni di quello che sarebbe venuto, non era nelle corde dei tre superstiti delle prime ore.
Tre, non due, perché per l’occasione viene riesumato dalla tomba anche il buon Maniac (primo, vero, singer della compagine norvegese ai tempi di Deathcrush – EP su cui suonava anche Manheim, rimpiazzato poi da Hellhammer). Il singer è la ciliegina sulla torta e, vi dirò, oltre al riffing e al songwriting di Blasphemer, il deus ex machina di Wolf’s Lair Abyss è proprio la voce del singer norvegese. Sentitevelo su Deathcrush e poi godetevi le sue interpretazioni da qui in avanti: secondo me non c’è storia, si è evoluto e ha incominciato a fornire anche una giustificazione musicale al suo nickname.
Le vocals che escono da Wolf’s Lair Abyss sono incredibili e, visto che siamo in tema, posso già dire che le replicherà, mutando forse un po’ l’approccio, anche su Grand Declaration of War. Lo so, sembro avercela con Attila Csihar, ma non è vero. Solo che il mio “ideale” di scream black ha certe caratteristiche (variabili a seconda della tipologia di musica sottostante) e Attila non è mai nei miei top. Succede, fatevene una ragione.
Se poi unite una prestazione maiuscola di Hellhammer e una serie di canzoni, fra cui l’eccellente Symbols Of Bloodswords, che spaccano, voi capite bene che il ritorno sulle scene dei veterani norvegesi può considerarsi un successo. Soprattutto perché, come è stato detto meglio da altri prima di me, in Wolf’s Lair Abyss i Mayhem non tentano di essere nel 1994 e non vogliono forzare Blasphemer ad essere Euronymous (situazione che avevano passato anche gli Iron Maiden periodo Blaze Bayley) e, mi permetto di aggiungere, per fortuna l’hanno lasciato libero di scrivere e suonare come si sentiva.
[Zeus]

John Garcia And The Band Of Gold – s/t (2019)

Questo concetto lo avrò modo di ribadire anche nella recensione che uscirà degli Unida: l’andamento discografico di John Garcia è un’altalena fra progetti interessanti (Unida, Kyuss, Slo Burn…) e quelli meno intriganti (Hermano…). Se sui secondi non mi sono mai soffermato più di tanto, sui primi ho speso, e spenderò, parole importanti. Il fatto è che Garcia, sempre attivissimo, è incostante e quando non ha la visione d’insieme tende a buttarsi in progetti vagamente loffi o di mestiere – dove cerca, ma non sempre riesce, di salvare capra e cavoli con la sua voce. 
Il problema è che, in certe situazioni e con il passare delle primavere su questo porco mondo, anche la voce di Mr. Garcia incomincia a risentire del tempo che passa e quindi, quando anche la base musicale non va al massimo, tutto si sgonfia come un soufflè.
Con questa sua nuova uscita solista, accompagnato dalla fantomatica Band Of Gold – la “band del dopolavoro” (cit. Skan), un po’ come Phil Anselmo con gli Illegals -, ritorna a galla e ci fornisce una prova più che dignitosa.
E, vi dirò, la prima cosa che ho pensato sentendo Space Vato è stato “se anche solo la metà del disco ha questa botta, allora siamo a posto“.
Dopo numerosi ascolti posso tranquillamente dire che non ce l’ha, perché la title-track strumentale ha un tiro spazial-desertico che le altre tracce faticano a tenere, ma fortunatamente tutte si assestano su un livello più che dignitoso se non, in alcuni casi, addirittura buono. 
Dignitoso perché la Band Of Gold riesce a tenere bene la straripante presenza di Garcia, fornendo un groove a mani basse (Jim’s Whiskers) o variando copione e sparando i Led Zeppelin del 1980 nella ionosfera (Softer Side).
Lo stato di salute della band si sente proprio dalle prime canzoni del disco, quelle che andranno a settare il registro di questo LP: sentitevi in successione Chicken Delight, Kentucky II My Everything e capite cosa intendo. 
Dentro il CD ci sono le note giuste, quelle che ci piacciono, e si ha il sentore della strada che scorre sotto le ruote, che è una dei primi feeling che voglio ricevere da un disco con dentro Garcia. Se vogliamo è solo nella seconda metà che c’è un po’ di manierismo in più, anche se questa sensazione dura per un pugno di canzoni e non inficia la qualità generale. 
Sul finale, oltre alla “zeppeliniana” Softer Side si potrebbe menzionare Cheyletiella, che ha un vago retrogusto del John Garcia anni ’90 (quindi qualche sentore di Kyuss e Slo Burn) e va a formare una doppietta conclusiva di buon livello. 
Io sono convinto che Garcia sia riuscito a trovare, nella Band of Gold, lo sparring partner giusto. La band sostiene il singer in maniera adeguata (le primavere si fanno sentire anche per lui e quindi manca di alcuni spunti) e riesce a tirar fuori del groove desertico misto ad atmosfere spaziali che convince.
Cosa chiedere di più al buon John? Per me niente, anche perché John Garcia and the Band of Gold è un LP onesto e godibile. Che a quasi 50 anni sia riuscito a capire fin dove spingersi e quanto osare?
[Zeus]

Meglio di poi, ma sempre prescindibili: Burn The Priest – s/t (1999)

Si può dire senza la paura di essere scambiati per ottuse teste di cazzo che i Lamb Of God sono una band senza troppo senso? Forse negli USA un senso ce l’hanno, un po’ come i Five Finger Death Punch, ma in generale il senso compiuto non c’è. Gruppi come mille altri che, grazie ad un trend e senza inventare assolutamente niente, riescono a riempire palazzetti. Parlo dei Lamb Of God perché, come tutti sapete, sono la seconda incarnazione di questi Burn The Priest. Dopo aver visto che con questo nome, in America, non fai strada neanche a volerlo, allora hanno cambiato e incominciato a fiutare l’aria che tirava in quel momento. Certo, l’abbandono di Abe Spear potrebbe aver influenzato la decisione, dato che Willie Adler, il suo sostituto alla chitarra, è ora il maggiore compositore dei Lamb Of God, chi lo sa?
Sta di fatto che la mossa scientifica di voler vendersi meglio è sotto gli occhi di tutti. E se non c’è niente di male nel voler guadagnare, in fin dei conti è anche il loro lavoro, ma ripudiare il vecchio sound è stata una mossa calcolata e, a mio avviso, neanche delle migliori. 
Perché questi Burn The Priest, almeno, dimostravano di avere ancora delle radici nella musica estrema: qualcosa di grind, sicuramente il death e il resto è mutuato dall’hardcore e dal groove metal (Resurrection #9).
Ci sono i passaggi veloci, le rasoiate (l’iniziale Bloodletting, ad esempio) e poi i brani più lenti e cadenzati (molti dei quali, dopo un po’, sono di una noia rara… su Buckeye ho controllato almeno 7 volte a che punto fosse ed è una traccia di 4 minuti!).
Le menzioni d’onore sono due: la prima è per Chris Adler, il cui lavoro dietro la batteria è di buona fattura, e poi c’è Randy Blythe. Il singer americano non mi ha mai entusiasmato, mi annoia spesso e volentieri, ma nei Burn The Priest almeno variava su più stili vocali estremi e quindi eccolo alle prese con un high-pitch scream quasi grind e con il classico growling death. 
Quello che fa sorridere, e che è una delle noie assolute di questo disco, è la ripetitività della scaletta: al pezzo veloce segue sempre il pezzo lento. L’effetto è quello nefasto di quando ti stai eccitando come un cane davanti ad un video porno e, inavvertitamente, schiacci il tasto sbagliato del telecomando andando su Porta a Porta (per chi guarda ancora i porno su DVD). Se non ti si smoscia in mezzo secondo è solo perché ti sei fatto saltare le cervella e sei entrato in rigor mortis alla velocità del suono. 
Questo è l’effetto che ha Burn The Priest: un disco che ti blandisce con pezzi veloci e cattivi e poi ti spinge alla narcolessia con quelli lenti e cadenzati. I pezzi veloci però non sono certo eccellenti, sono solo un po’ meglio di quelli lenti, tutto qua. Questo è dovuto al fatto che, probabilmente, all’epoca i cinque di Richmond non sembravano capaci di maneggiare decentemente i vari registri: veloce – lento e, quando li mischiavano, ecco che tiravano fuori brani né carne né pesce. 
Immaginate voi questo andazzo per 50 minuti e capite perché questa band non è mai entrata nei miei ascolti e non lo rientrerà mai. E neanche i Lamb Of God che, nonostante alcuni cambi strutturali (fra cui la voce di Blythe ed un più marcato utilizzo di tutte le dinamiche -core e groove), non saranno mai quel gruppo che mi fa saltare dalla sedia e per cui aspetto con ansia le uscite – anche quando tenderanno a non convincermi perché sotto lo standard a cui ci aveva abituato la band
[Zeus]

Linkin Park – Hybrid Theory EP (1999)

Se bisogna trovare un termometro della crisi del metal sulla finire del 1999, basta guardare all’ascesa di gruppi come i Linkin Park e tutto il “fenomeno” nu metal. Ovvio, i precursori del genere, quelli che hanno mischiato estetiche hip hop/rap al metal erano già emersi, ad esempio i Korn, ma il processo di diluizione della ferocia del metal per rincorrere un trend come quello del nu metal e del passaggio in radio ha trovato combustibile proprio a partire dalla fine degli anni ’90. I grandi vecchi sono in crisi, spesso alle prese con una crisi di coscienza data dall’arrivo dei quarant’anni, di guadagni enormi o solo a causa dei colpi forniti dall’ormai defunto movimento grunge o dalle droghe, quindi le nuove leve hanno incominciato a farsi largo occupando settori ancora scoperti della contaminazione e/o delle possibilità radiofoniche. Il metal smette di essere pericoloso e incomincia a lasciare spazio ad un’apprezzamento più generale, ad essere usufruito fuori dal ghetto di giubbotti in pelle, catene e cristi invertiti. 
Il pubblico generalista, quello che ascolta i Linkin Park, è anche quello che spazia sull’AOR, sul rap o su altre proposte alternative che il mercato sta riversando, come un cazzo di ubriaco che sbocca, sugli ascoltatori. 
Quindi ecco i pattern elettronici, le ritmiche rap di Shinoda e le vocals “torturate” di Chester Bennington e un impianto musicale che definirlo metal è realmente fare un salto enorme. Per me, questo, non è metal, non è niente di assimilabile al metal e, sinceramente, anche poco avvicinabile al rock. Non rientreranno mai nei miei ascolti e continuo a preferire una canzone come Lethe dei Dark Tranquillity rispetto ad una In The End (non presente su questo EP, ma sul CD che uscirà un anno dopo). Lethe ha tutta un’altra portata emotiva. Lo so, sticazzi, ma c’è da sottolineare la cosa per far capire a chi arriva adesso al metallo che cosa significa venire investiti da un’ansia esistenziale mentre si ascolta una canzone. 
Non so cosa dire, questo genere di EP non è proprio il mio pane e secondo me non avrebbe mai dovuto essere associato al metal in nessun caso. Ma l’industria americana, pur di vendere, ti farebbe passare per oro anche la merda più puzzolente. 
Quindi ecco un po’ di merda catalogata come rock. Vi farà piacere sapere che grazie al supporto ricevuto e a quelle melodie zuccherose e i passaggi “iper-emotivi”, questa band ha avuto la possibilità di registrare anche un seguito e poi di continuare. 
Complimenti, veramente. Prendetevi le vostre responsabilità e non fate come alle elezioni che poi tutti dicono “io non l’ho votato” e il tizio al governo ha la maggioranza dei voti. 
Non fate gli stronzi e prendetevi delle responsabilità. 
[Zeus]

Thyrfing – Valdr Galga (1999)

Viking Metal.
Al suono di questa accoppiata di parole, al giorno d’oggi, sembrano esserci solo due tipi di reazione: un misto di disprezzo ed ironia oppure la trasformazione immediata in Berserker da parte di chi le sente pronunciare. 
Probabilmente è uno dei generi che maggiormente spacca in due l’opinione dei metalheads, o si ama o si odia. Personalmente, dalla fine degli anni ’90 e per i successivi dieci anni sono letteralmente impazzito per questo genere, salvo poi iniziare a perdere l’interesse un po’ alla volta. L’enorme quantità di gruppi che ancora oggi porta avanti il viking metal, con risultati spesso modesti (per essere gentili) ha contribuito a inflazionare, commercializzare e anche sputtanare un genere che secondo me aveva il suo perché senza dover per forza scomodare nomi fondamentali come Bathory ed Enslaved (i primi che mi vengono in mente).
Pellicce, asce e scudi sul palco non fanno la differenza e i Thyrfing questo lo sanno bene, visto che da ben 25 anni portano avanti la loro proposta che è rimasta piuttosto fedele a se stessa, evitando così alla band di sprofondare nel dimenticatoio e di riuscire a mantenersi al di sopra dell’underground, sopravvivendo anche ad importanti cambi di formazione.
Valdr Galga è il secondo album ufficiale del quintetto svedese ed uno dei più famosi della loro discografia. Questo lavoro, ascoltato oggi, dimostra come si poteva essere viking e avere allo stesso tempo una serietà di fondo che permetteva di godere di considerazione da parte dell’ascoltatore più esigente. 
Devo ammettere che l’album non mi ha mai fatto gridare al miracolo e non rimane mai a lungo nella mia playlist, ma i pezzi interessanti non mancano di certo e non si può negare che ci sia la ricerca di un minimo di complessità nella composizione dei brani, di voglia di fare qualcosa di diverso (ricordiamo che i cinque all’epoca erano ancora degli sbarbatelli). Basta ascoltare il primo pezzo dopo l’intro, Storms of Asgard o Askans Rike per rendersene conto. I pezzi, in generale, si lasciano ascoltare più che volentieri, sono ritmati, epici, aggressivi e si lanciano anche nei territori del black e del folk. Il difetto più grande, dal mio punto di vista, è l’eccessivo uso di tastiere, un peccato davvero dal momento che in formazione sono presenti due chitarristi che con il riffing se la cavano niente male. Personalmente trovo in questo CD qualche somiglianza nel sound con i coetanei Dimmu Borgir delle origini, quelli di Stormblast e Enthrone Darkness Triumphant. Datemi pure del pazzo ma provate ad ascoltare la title track, Arising o Mimer’s Well
Se non conoscete i Thyrfing, vi consiglio di provare ad ascoltare qualche pezzo, spulciando qualcosa da tutti i loro album, potreste trovare musica di vostro gradimento anche se non siete troppo fan del genere.

[Lenny Verga]

Judas Iscariot – Heaven in Flames (1999)

Dopo essermi leccato le sopracciglia nel recensire, male, Distant in Solitary Night dei Judas Iscariot (sia per questioni ideologiche, sia per motivi meramente musicali), mi tocca riprendere in mano la band americana e ascoltarmi il secondo disco uscito nel 1999 – a.k.a: Heaven in Flames.
Rispetto all’altro LP, questo HiF è molto più convincente dal punto di vista musicale e, in qualche modo, non sembra registrato alla cazzo di cane (soprattutto si sente che, in questo disco, c’è un batterista vero a fornire ritmo ed inventiva ed è un tale Cryptic Winter che, scopro ora, aver suonato anche nei Dying Fetus e nei più politicamente orientati Weltmacht). Aver un batterista degno di questo nome è sempre un fattore positivo per una band, almeno non si registrano cagate fuori tempo o si sperimentano sonorità rivoltanti all’udito. Akhenaten cambia registro vocale e rende il suo scream più rauco, cosa che ne fa un fattore anche interessante, soprattutto se consideriamo la base musicale sottostante.
Le tastiere hanno un ruolo fondamentale nel disegnare le melodie, spesso con passaggi molto semplici e d’ambiente. Non ci sono complessità tali da tenere a memoria per la raffinatezza, Akhenaten va giù di accordi e via finché non finisce il brano. Anche perché, cari miei, pur trovando sostegno nell’operato delle tastiere, Heaven in Flames è punta molto sulle chitarre che, nel mix, sono decisamente in evidenza.
I rimandi sonori sono più o meno sempre gli stessi, solo che in questo disco sembrano esserci delle idee maggiori, la versione ben riuscita di Distant in Solitary Night, se vogliamo. Non saranno dei capolavori in terra, ma almeno Gaze upon Heaven in Flames o From Hateful Visions si lasciano ascoltare: la prima “ruvida” e minacciosa, mentre la seconda ha un riffing più ritmato che, con un po’ di inventiva, potrebbe rientrare nel campo del black’n’roll.
Ripeto, non c’è sicuramente niente con cui spellarsi le mani, ma rispetto al nulla cosmico del precedente, c’è materiale su cui lavorare e, la traccia strumentale conclusiva, è contenuta sotto i 4 minuti (tremo ancora al pensiero della precedente prova di forza e d’orgoglio nel sentire tutta quella dell’altro LP).
Già con Spill the Blood of the Lamb e, ovvio, con la succitata traccia strumentale (idee fregate ad un Burzum a caso), il leader dei Judas Iscariot va un po’ a caccia di fagiani e tira fuori delle canzoni che non dicono niente, ma ho sentito di peggio in questi anni.
Rimango dell’idea di condannare il personaggio Akhenaten, una macchietta che ovviamente non merita nessuna promozione, ma Heaven in Flames è un disco che, ascoltato a tracce singole e non nel suo complesso, può anche piacere.
[Zeus]

Saluti dallo spazio profondo: Samael – Passage (1996)

Per qualche strano motivo, i Samael non sono mai stati un gruppo con cui ho avuto un feeling immediato. Questione di sonorità? Di approccio alla materia del black metal (da cui si discosteranno ben presto per approfondire un discorso molto personale fatto di black metal sì, ma commistionato con elementi elettronici marcati ed un beat di stampo industrial)? Non saprei dirlo, ma quando mi concentravo sui gruppi storici del black, gli svizzeri, attivi dal 1988, non rientravano mai nelle band che citavo in maniera entusiasta… o che citavo punto.
Il tempo, però, è stato galantuomo e mi ha permesso di ritornare sui miei passi e approcciare certi dischi, uno su tutti Passage. Nel 1996 i Samael sono una realtà ormai affermata e Ceremonies Of The Opposites ha messo in chiaro la caratura di Xy e Vorph nel panorama estremo europeo. Quello (Ceremonies…) era il primo album che testimoniava la volontà di una progressione verso un futuro che Passage avrebbe dimostrato in maniera chiara: via la materia satanica, dentro un mix di considerazioni occulte, mistiche e spaziali. 
Questo cambio di rotta (perdonatemi il gioco di parole visto la cover art) è supportato da un sound bombastico, pulito e ben bilanciato – merito di Waldemar Sorychta, collaboratore di lunga data della band svizzera – e dall’approccio industrial che fornisce propulsione alle composizioni. Già la partenza con Rain e Shining Kingdom mette in chiaro le cose: i “vecchi” Samael stanno cambiando pelle e dal freddo delle profondità siderali ci mandano messaggi che non possiamo certo evitare di sentire (ed ecco che posso riconnettermi con l’uso di tastiere e della batteria programmata, cose che donano un feeling meno “terreno/terrestre” al songwriting).
Che poi io ci sia rimasto sotto con una canzone come Moonskin, brano che non mi stufa mai, è un fattore strano visto che, come canzone, ha un andamento lento e un feeling estremamente melodico e decadente, con un growl espressivo e puntuale di Vorph. 
Rendiamoci conto che l’impronta dei Samael sulla seconda metà degli anni 90 è forte, tanto che possiamo associare al termine black/industrial anche il loro nome e Xy verrà chiamato, l’anno successivo, a tessere le partiture di tastiere per A Dead Poem, il primo album della “stagione gotica” dei Rotting Christ.
[Zeus]



Deviate Damaen – Retro Marsch Kiss (2015)

Quando, dopo diverso tempo di personale inattività, vedo arrivare a casa questo pacchettino indirizzato alla gloriosa e amata The Murder Inn, quasi mi commuovo… per molti motivi: perché ormai in pochi inviano cd “fisici” prediligendo il meno costoso invio digitale, un po’ perché nell’anno dei 40, tutto questo mi riporta indietro nel tempo, agli anni gloriosi in cui si viveva per la webzine (perché, in fondo, non si lavorava) e tutto ruotava attorno ad essa [io ci vivo ancora… ma forse cresco più lentamente o sono più lento di comprendonio, n.d.Kyuss].
Ho aperto il pacchetto in religioso silenzio godendomi il momento ma temendo la delusione che avrebbe potuto essere proprio lì, dietro l’angolo e che, puntuale come le tasse, s’è presentata.
Copertina che a chilometri di distanza puzza di “home made” attingendo qua e là da ben più celebri lavori, cosa che poi scoprirò avvenire anche per la musica, pur restando indefinita ed insipida.
Anche nel disco infatti si succedono citazioni che vanno dagli intro di filth-iana memoria alle atmosfere elettroniche degli innominabili Death SS, passando attraverso melodie ammiccanti/ poppeggianti ed alternandosi in un vortice in cui l’unica certezza è che non è chiaro dove si voglia andare a parare.
La drum machine che fa capolino in alcune pezzi (Antimissionar) è ad alti livelli di inascoltabilità, finta come la banconota da 3€ , ma la cosa che lascia più sconcertati è…

Ma quanti intro possono esserci in un disco???
E quando si comincia veramente a suonare??

Il disco mi lascia così, con queste due domande esistenziali impresse nel cervello che penso non avranno mai risposta.
Richiudo la custodia, ripongo il CD e ringrazio in realtà i Deviate Damaen per la dedizione alla causa (sorvolando sul fatto che il disco è uscito da 4 anni e che forse le beneamate Poste Italiane se l’erano semplicemente perso) e per avermi resuscitato da quel mondo di 40enni in cui c’è poco spazio per le passioni. A loro un consiglio, cercate di capire che cosa volete dalla vostra musica e per favore, procuratevi un batterista o almeno qualcuno che sappia programmare la drum machine, perché qualche spunto interessante ci sarebbe pure ma è davvero ben nascosto.

[Neni]

Voto: 4/10

TRACKLIST
– atto primo –
“Retro-Aestetika Defibrill-Aktion Bunker”
1 – BACIO DI RITORNO
2 – DESCENDI, FRIGUS!
3 – L’ANTIMISSIONAR
“Italico Centone Deviatiko” (IV momenti)
4 – Centone “Ad Guerram”
– LYTURGIKA’ss III
“Quattro Globuli Bianchi Di Poetico Orgoglio Armati”
5 – OMBRE SENZA TOMBE (globulo primo) 
6 – NARCISSUS RACE (Bunker Remix)
– Centone “Ad Speculum”
7 – SEPOLCRETO E NOBILTA’, SOLFEGGIAR D’IDENTITA’!
– QUELL’ETERNA ECO DI GLORIA CHE NOI SAREMO (globulo secundo)
8 – COSI’ PARLO’ COSTANTINO XI (globulo tertio) 
– atto secondo –
9 – BASTA NON BASTA (V movimenti: Con le budella dei buoni ci si strozzano i cattivi, Basta non somiglianza, Discordia in marcia, Orgiasticum metallum nostrum, Olio alle grondaie)
10 – LA PREGHIERA DI DANTE (globulo quarto) 
11 – GOTHIKO, NON HAI CAPITO UN CAZZO SE…
– Centone “Ad Coronam”
12 – IL VALZER DEL RETROGRADO
13 – ELEKTR’N’CULO PASQUINATA
– Centone “Ad Patriam et Eius Finium Sacertatem”
14 – LA FINE CHE NON C’E’
15 – SCHIUMA SU STO SCROTO, PROGRESSISTA! (live)
16 – RINTOCCHI D’OCCASO

FORMAZIONE:
G/Ab SVENYM VOLGAR HONORIUM ROMAN USTORH vox, founder&leader
ARK concrete keyboards, lead computer, bitarra, theremin
ABnormal lead guitar
GIAMO G. LAERTE giovine cantore di grecoromana beltade
D. VAN DEAROMANTIK bass
JJ BLACKSTAR (alias Jonathan Add Garofoli) – bass, guitar & live drums

CONTATTI
http://www.deviatedamaen.net
http://www.myspace.com/deviatedamaen
https://www.facebook.com/Deviate-Damaen-132860236787663

Ritchie Blackmore’s Rainbow – Rainbow (1975 / 1999)

Colgo l’occasione per parlare di questo disco dei Rainbow, visto che nell’aprile del 1999 la Polydor ha fatto uscire una versione rimasterizzata del primo disco della formazione di Ritchie Blackmore. I primi anni della formazione, che vedeva due “teste calde” come Blackmore e Dio insieme, sono eccellenti. Poi arriva il 1978, Dio se ne va nei Black Sabbath e Blackmore incomincia il suo peregrinare testardo verso un sound più radiofonico possibile – cosa che lui ha ammesso senza nessun pudore. Io, quel sound e quella seconda incarnazione della band (quella dal 1979 al 1995 – anche se è ritornata attiva in versione live, probabilmente con lo scopo di pagare il nero-lucido per i capelli del chitarrista e gli hobby cavallereschi della moglie), non l’ho mai apprezzato… ma questo Rainbow, dell’allora Ritchie Blackmore’s Rainbow, l’ho amato subito.
Perché se arrivi a sentirlo con in testa i Deep Purple lo shock è grosso, il sound della nuova creatura di Blackmore è diverso, ma il trademark è solo uno: l’abilità del chitarrista nel creare riff memorabili in un batter d’occhio. 
Piace perché i brani ti rimangono in mente, ma senza il tentativo cervellotico di trovare quello “radio-friendly”.
Le otto canzoni, più lo strumentale Still I’m Sad (cover dei The Yardbirds), sono grandi. Punto. Talmente grandi che, per riuscire a definirle in studio, Blackmore non vuole solo Ronnie James Dio, ma tutti gli Elf a suonarci sopra. Secondo la mente del dittatoriale chitarrista, sono loro la chiave per rendere al meglio quel mix di hard rock, fantasy, atmosfera medievale, strumentali bluesy etc che forma il sound dei Rainbow nel 1975.
E per loro, dispiace dirlo, è principalmente Ronnie James Dio (che ha una voce eccellente ed espressiva, ma come songwriter è fottutamente noioso con la sua fissa per il fantasy – dovevo dirlo prima o poi…), anche se sono gli Elf ha reggere il peso della canzone sulle loro spalle musicali e consentono al “dinamico duo” Blackmore-Dio di tirar fuori il 100%.
Dinamico duo che non vedrà in questo disco la sublimazione perfetta del sound Rainbow, ma nel successivo Rising – disco su cui gli Elf non mettono mano, visto che Blackmore li licenzia senza neanche versare una lacrima. 

Ho un rapporto affettivo molto alto con questo LP. Probabilmente è l’effetto “imprinting”, ma è qua dentro che io ho trovato la definizione di un certo tipo di sound “fantasy” e, questo, mi ha portato a usarlo come confronto quando ho dovuto approcciare la materia del power metal. So che non c’entra un cazzo, ma proprio un cazzo di niente (né come sound, né come ideologia di fondo), ma se devo trovare un disco che, in 36 minuti, mi trascini in un paesaggio magico e fantastico, allora è proprio Ritchie Blackmore’s Rainbow la mia scelta principale. Il metro di paragone con cui valuterò molti dei dischi successivi. Sbagliando, sia chiaro, ma sticazzi. 

E no, porca di quella troia, non faccio un track-by-track di un LP uscito nel 1975. Se non lo conoscete, allora tanto vale che ve lo ascoltiate tutto, se lo conoscete, che senso ha, se non annoiarmi a morte? E io di sicuro non ho voglia di sbattermi a scrivere su ogni singola traccia. Andate su altri blog che vi raccontano ogni singola scorra e fatevi le pippe su quelli. 
Tanto son bravissimi.
Fanculo. 

[Zeus]