Il Nome della Fossa: Valerio Evangelisti – Metallo Urlante [Einaudi]

Valerio Evangelisti, classe 1952, è un autore bolognese noto ben oltre i confini nazionali, soprattutto per il ciclo di romanzi che vedono come protagonista l’Inquisitore Nicholas Eymerich. Oltre ad essere un grande scrittore, ha anche ottimi gusti musicali.
Nel 1998 ebbe un’idea geniale: scelse quattro band storiche dell’heavy metal e, ascoltando la loro musica, prese l’ispirazione per scrivere quattro romanzi brevi (o racconti lunghi, se preferite). Il risultato è questo libro che già dal titolo, Metallo Urlante, dovrebbe far accendere una lampadina nella mente di ogni metalhead.
Prima di continuare vorrei fare una precisazione: i quattro romanzi non si ispirano ai testi delle canzoni, ma alle sensazioni e alle immagini che l’ascolto della musica provocava nella mente dell’autore.
Il primo si intitola Venom e la fonte d’ispirazione è Black Metal: è diviso in otto capitoli ognuno dei quali ha come titolo quello di una canzone dell’album. Il genere è uno fantascientifico post-apocalittico alternato allo storico medioevale, caratteristica comune a molti romanzi sull’Inquisitore Eymerich.
Il secondo porta il titolo di Pantera, che è anche il nome del protagonista, e si ispira all’album Cowboys from Hell. Il genere è western con incursioni nell’horror. Pantera sarà in seguito il protagonista di due romanzi lunghi interamente dedicati a lui: Black Flag (e anche qui dovrebbe suonarvi un campanello) e Antracite.
Il terzo romanzo si chiama Sepultura ed è ambientato in un carcere di massima sicurezza brasiliano dove i detenuti, invece che nelle celle, vengono rinchiusi tutti insieme in un pozzo ed immersi fino alla vita in una sostanza organica collosa che li tiene a bada e gli impedisce di muoversi.
Il quarto ed ultimo lavoro porta il nome di Metallica ed è stato ispirato dall’ascolto di Kill ‘em All. Anche in questo caso sono i titoli delle canzoni a dare il nome ai capitoli. Il genere è guerresco, con un’ambientazione imprecisata nel futuro prossimo.
Dato il contenuto del volume, non posso che consigliarlo a chiunque ami il metallo e la narrativa di intrattenimento. Non sarà il libro che cambierà la vostra vita ma è un sincero ed appassionato tributo all’heavy metal da parte di un’autore che non è di certo l’ultimo arrivato.
Quindi, cosa non da poco, è anche ben scritto.
[Lenny Verga]

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Il Nome della Fossa: Black Metal Compendium (Tsunami Edizioni)

Black Metal Compendium” è un’opera monumentale realizzata da due autori italiani, Lorenzo Ottolenghi e Simone Vavalà. Divisa in tre volumi ripercorre, attraverso l’ascolto di trecento album e al racconto degli avvenimenti più salienti, la storia e l’evoluzione del black metal a livello mondiale, dagli albori fino agli anni immediatamente precedenti la pubblicazione, avvenuta tra il 2017 e il 2018.
A me questa introduzione già basterebbe a farmi alzare il culo e correre a procurarmi questi libri.
Il primo volume è dedicato alla Scandinavia e alle Terre Del Nord ed è sicuramente il più importante dei tre a livello storico. I due autori ci  introducono alla nascita di questo genere partendo, ancora prima che dalla musica in sé, dall’apertura di un famigerato negozio di dischi da parte di un oscuro individuo ad Oslo nel 1991.
Ovviamente si sta parlando di Euronymus, fondatore dei Mayhem. La maggior parte di questo tomo è dedicato alla scena norvegese e a tutte le band che l’hanno caratterizzata, ai dischi che ne hanno definito le basi e stabilito i canoni, fino a quelli che ne hanno ampliato i confini. Chi è appassionato di black metal molto probabilmente conoscerà quasi tutti i nomi e gli album presentati in questa sezione.
Si passa poi alle scene di Finlandia e Svezia dove si trovano band e lavori a loro modo fondamentali nella diffusione del metallo nero. Infine si compie una piccola virata verso il black metal sinfonico che, nel bene e nel male, è anch’esso caratterizzante, e le prime derive sperimentali.
Il secondo volume è dedicato al resto dell’Europa. Si parte con i paesi della parte meridionale del continente per poi passare ad una sezione interamente incentrata sull’Italia. Si risale verso la Francia, il Regno Unito e si scende infine verso la Germania e l’Europa dell’Est. Leggendo questo secondo volume devo ammettere di essermi imbattuto in un certo numero di nomi mai sentiti prima e non posso che ringraziare gli autori per aver ampliato di molto la mia conoscenza in merito al black metal.
Il terzo volume ha il compito di completare il giro del Mondo, un’ardua impresa. Qui mi sono trovato di fronte a territori davvero per me inesplorati.
Si parte dagli Stati Uniti, dove tutto sommato qualche nome noto mi è saltato all’occhio, per dirigersi poi verso il Canada e l’America del Sud. Gli autori ci portano in seguito dalla parte opposta del globo terrestre, facendoci esplorare l’Estremo Oriente, il Medio Oriente e l’Australia. Anche qui c’è tanto contenuto interessante per poter aumentare a dismisura la propria cultura in materia.
Il mio giudizio su quest’opera è estremamente positivo. E’ vero che già da prima esistevano libri sul black metal, ma questi due autori sono andati ben oltre portando i lettori ad esplorare zone e derive poco conosciute e fornendo una visione veramente completa di questo genere come probabilmente nessun altro era riuscito a fare prima. Ovviamente ci sarà chi si lamenterà della mancanza di questo o quell’altro disco e, sinceramente, anche io mi sono stupito per un paio di assenti, ma non mi sento assolutamente di sottolineare questo come un difetto.
Dietro a “Black Metal Compendium” c’è un lavoro immenso e lunghissimo, che ha comportato scelte difficili ma ben ponderate e ci sono tanta passione, conoscenza e competenza.
Se posso permettermi un consiglio: non abbuffatevi nella lettura di questi volumi, ma intervallatela all’ascolto di qualche brano tratto dagli album contenuti. Sarà illuminante e probabilmente coglierete particolari e sfumature a cui prima non avevate mai fatto caso.
[Lenny Verga]

Amorphis – An Evening With Friends At Huvila (Nuclear Blast – 2017)

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Nomen Omen, direbbero i recensori con le palle, parlando degli Amorphis. Bisogna dar ragione a questi recensori sapienti e chiedersi: quante pelli hanno cambiato i finlandesi Amorphis dal 1991 ad oggi? Quanti, e quali, sound hanno attraversato, sperimentato e rimaneggiato questi sei musicisti?
Qualche giorno fa stavo parlando della band con un amico, TheCrazyJester, e stavamo cercando di dire quale disco degli Amorphis sarebbe da proporre da un novizio per fargli capire chi sono questi finnici. Se porti Tales… o Elegy (scelte facili e dischi amatissimi da entrambi), ecco che ti perdi le evoluzioni successive del sound. Se porti Tuonela/Am Universum vedi una sfaccettatura rock della band, ma non riesci ad apprezzare il profondo cambio di direzione che ha portato Tomi Joutsen con il suo ingresso nella band da Eclipse in avanti.
Per questioni di cuore ecco che io metto sul piatto Skyforger, disco della seconda giovinezza della band che reputo eccellente; TheCrazyJester, invece, butta sul piatto Under The Red Cloud e, a pensarci bene, non è una scelta così sbagliata. L’ultimo disco in studio non ha la qualità eccelsa di Tales from the thousand lakes o Elegy o le ritmiche rock quasi seventies di Tuonela, ma ha un po’ di tutto dentro: melodia, death metal, ritmiche orientaleggianti, folk, Kalevala e tutto l’armamentario della band dal 2006 in avanti.
Mi scazza sempre dargli ragione, ma far partire un novizio degli Amorphis con Under The Red Cloud è una scelta che ha le sue buone ragioni.
Tutto questo cosa c’entra con An Evening with Friends at Huvila, il live album uscito sei mesi fa per la Nuclear Blast? Il fatto è che questo live è una sorta di best of della band, ma in chiave semi-acustica (qualche briciolo di elettricità c’è e si sente), ma è l’ennesima esibizione di poliedricità della band finnica. I brani, tratti da quasi tutti i dischi della band (da Tales…, per motivi d’arrangiamento presumo, non è stata inserita nessuna canzone), sono reinterpretati in chiave folk-jazz con tanto di flauti e sassofoni a punteggiare canzoni che, nate elettriche, sono state riconvertite all’acustico senza perdere di splendore. Un sospiro ti sale quando senti partire My Kantele Alone (le due canzoni più “datate” nella set list), ma anche ai nuovi brani presi dalla discografia con Joutsen giova il trattamento folk-jazz intimo.
Ascoltare gli Amorphis interpretare queste canzoni in questa versione è come incontrare un pugile fuori dal ring e parlare di pittura (esempio del minchia, lo so). Dove prima c’erano i guantoni e la tensione, adesso c’è un’atmosfera rilassata. Un cambio interessante.
Se può essere un motivo in più per approcciare questo disco, sappiate che in Her Alone c’è anche la partecipazione come guest di Anneke Van Giersbergen e non credo serva dire altro.

 

Il Nome della Fossa: E oggi si parla di… Death Metal

La lezione di oggi tratterà dell’argomento Death Metal, il temibile metallo della morte, dalle sue origini nella seconda metà anni ’80 al suo stato attuale; del momento di grazia dei primi 90 alla sua successiva crisi, dei suoi protagonisti e di chi ne è stato influenzato.

Lo faremo grazie hai due presenti Tomi:

 CHOOSING DEATH  – Albert Mudrian – Edizioni Tsunami

PROFONDO ESTREMO – Jason Netherton –Edizioni Tsunami

Parleremo delle origini, della ricerca di portare all’estremo la velocità e la brutalità del thrash, dell’influenza fondamentale dei Napalm Death e della scena inglese, del fondamentale lavoro di scouting di etichette come la Earache o la Roadrunner, degli studi di registrazione che hanno forgiato un suono poi divenuto standard come i Sunlight o i Morrisound, degli scambi di ‘zine e cassette tra giovani di tutto il mondo alla ricerca della musica più estrema possibile, della nascita di gruppi eccellenti come Death, Morbid Angel, Entombed e Carcass, dei tour mondiali, della ricerca della batteria più veloce possibile, dell’esplosione dei primi ’90, dell’approdare di band death metal su major e del successivo implodere della scena con la nascita di sempre più band simili e l’appiattirsi delle idee, della situazione attuale con band iper-tecniche ma forse con meno cuore e personalità e con vecchie band che non ce la fanno a smettere di fare dischi.

Mudrian, questo racconto, lo fa con uno stile più giornalistico, seguendo un filo logico più lineare, mettendo come fulcro i Napalm Death e da li sviluppando la storia mentre Netherton (bassista dei Misery Index, per chi non lo sapesse) lo fa in maniera più colloquiale, riportando impressioni e ricordi dei vari protagonisti, raggruppando i  vari argomenti (inizi, registrazioni, tour ecc ecc..) in capitoli.

Tutti i due libri scorrono fluenti, rendendo bene l’idea di cos’era l’epoca d’oro del Death Metal, e soprattutto facendoti voglia di ascoltare (riascoltare) qualche buon disco.

Ah, poi se dopo aver studiato i libri in oggetto volete approfondire l’argomento, uscite di casa ed andate ad un concerto, perché di Death Metal puoi leggere quanto vuoi, ma se lo vuoi veramente capire, lo devi sudare.

[Skan]

Nick Kent – APATHY FOR THE DEVIL (Arcana Universal)

Ohhh, un libro ben scritto!
E come poteva non essere visto che è l’autobiografia di un giornalista musicale, e di uno bravo nonché collaboratore
di numerose riviste, in tempi cui le riveste musicali facevano il bello e il cattivo tempo e, soprattutto, in tempi in cui la musica non era qualcosa in sottofondo mentre passeggi in un centro commerciale, ma la colonna sonora onnipresente dei cambiamenti della società. Questo libro parla del decennio degli anni 70, dove un giovane Kent viene a contatto con il rock, che lo possiede cosi tanto da fargli abbandonare gli studi e diventare giornalista musicale. In questo decennio vissuto a pien contatto con i protagonisti della musica, Kent conoscerà la droga e ne diverrà totalmente dipendente.
Il bello di questo libro è l’estremo distacco dai “miti” rock: Kent descrive le persone come sono, riporta lo squallore di alcune situazioni senza filtri nonché il fallimento dell’era Hippie. Oltre a questo, Kent non si tira indietro nel descrivere la violenza brutta e senza senso dell’ascesa del punk, il falso pacifismo di alcuni e la squallida dipendenza delle droghe di altri e dell’opportunismo dei manager…
Il resto ve lo dovete leggere voi, tanto questo libro scorre come l’acqua.

[Skan]

Il Nome della Fossa: Jerry Bloom – RITCHIE BLACKMORE, la biografia non autorizzata (Tsunami edizioni)

Un giovane che a scuola non eccelle in niente, decide di applicarsi allo studio della chitarra ed eccellere in quello.
Ci riesce e diventa Ritchie Blackmore. Il Man in Black suona un po’ con chiunque ed ovunque, finché non decide di formare la sua band: i Deep Purple. A seconda degli umori, poi, la lascia, ne cambia i componenti, ne forma un’altra, smembra anche la seconda e cambia componenti come cambia mogli e compagne; tutto va dove lo porta l’ego, fino ad atterrare in una band di musica medievale con la moglie e con la suocera come manager.
Il nostro protagonista può tutto questo perché, come detto prima, è Ritchie Blackmore.
Il libro è dettagliato, ben scritto, con racconti delle varie tournée, dei vari aneddoti sulla nascita di dischi che rimarranno incastrati nella storia, ma il protagonista è molto metodico e soprattutto non è molto simpatico, quindi non aspettatevi libri come le biografie di Ozzy o Lemmy; perché sì, anche qui ci sono camere di albergo distrutte, ma non perché il protagonista è un simpatico cazzone, ma perché voleva fare una bastardata ad un collega.
Insomma non è certo un simpaticone, una persona con cui vorresti berti una birra in compagnia, ma rimane Ritchie Blackmore.

[Skan]

Soul On Fire – The Life And Music Of Peter Steele (di Jeff Wagner)

Scrivere un libro sulla vita di un grande della musica, morto prematuramente come Peter Steele, è una gran brutta gatta da pelare. Ci sono vari approcci che si possono usare e tutti hanno qualche controindicazione.
Jeff Wagner, l’autore di questo Soul On Fire, utilizza un mix particolare di interviste ad amici, famigliari e conoscenti, di articoli apparsi sui magazine e memorie personali.
L’approccio non è neanche sbagliato, non potendo attingere dalla fonte e perciò fregiarsi della veste di “biografia ufficiale” o “autobiografia”, questo libro viaggi nel limbo e attinge a tutto quello su cui l’autore riesce a mettere le mani. Il problema, però, è che Jeff Wagner è anche un grande fan di Peter Steele. E questo suo essere fan si legge in ogni singola riga.
Per trequarti del libro, l’ex leader di Carnivore/Type O Negative è descritto come un mezzo santo: buono, generoso, ironico, di gran cuore, rispettoso della natura etc etc. Non sembra avere un lato oscuro che sia uno. Grande, grosso e sensibile. Jeff Wagner cerca di bilanciare questo fatto inserendo i suoi problemi con la droga, i problemi di depressione e quelli con le donne e la celebrità… ma ogni volta che mette un lato negativo, sembra si sforzi in tutti i modi di ritornare a dire “guardate che è buono, che è generoso, che è ottimo!”.
Questo atteggiamento, dopo un po’, stanca. Si capisce il carattere di Peter Steele dopo le prime pagine. Si ha un’idea del tipo di persona con cui si avrà a che fare e non c’è bisogno di rimarcarlo ogni due pagine (o meno!!!).
Altro fattore negativo è una certa difficoltà nell’esposizione. Non accade sempre, ma in certi punti sembra che il Sig. Wagner tenda ad arrotolarsi su sé stesso e non uscirne più. Questo accade, spesso, in coincidenza con le lusinghe di cui sopra. Avesse limato quell’aspetto e aggiunto qualche altro dato su dischi, produzione, concerti… (che sono aspetti interessanti e, per quanto riguarda la produzione, anche interessanti) sarebbe stato tutto molto più scorrevole e piacevole da leggere.
Non mancano certo curiosità o piccole rivelazioni, ma non ci sono grandi “dietro le quinte” o cose che, adesso nell’epoca di web/wikipedia/encyclopedia metallum etc, non si possano trovare.

Questo libro verrà comprato, in ogni caso, dai fan dei TON, dei Carnivore o solo di Pete Steele. Non ci sono dubbi su questo aspetto visto che, a conti fatti, è l’unico volume dedicato interamente a Pete Steele e i Type O Negative/Carnivore.
Ma non è un Signor Libro e, anche questo, è da dire.

[Zeus]

Paul Di’Anno – La Bestia (Chinaski Edizioni)

Per comprendere questo libro bisogna avere a mente due personaggi:
1) – l’alcolista/tossico di mezz’età che quando avevi 19/20 anni si avvicinava a fine serata, si appoggiava al bancone del bar e ti raccontava le sue avventure, distorgendo la realtà a suo piacimento. La sua ultima sbronza veniva raccontata come se fosse un avventura di Sandokan, usando un linguaggio ipervolgare che al momento rapiva la tua attenzione (per quei pochi minuti), ma appena uscito dalla porta del pub, del racconto, ti rimaneva in mente solo l’odore di zerbino bagnato dell’alito.
2)- l’operario middle class inglese, grosso, pelato, con 2/3 famiglie allo sbando sulle spalle, che finito il turno va direttamente al pub a bersi numerose pinte di Ale, giocare a freccette e a organizzare la trasferta per vedere la sua squadra. Che poi la sua squadra vinca, in effetti, non ha molta importanza, basta che poi ci si possa scontrare con la tifoseria avversaria.
Paul Di’Anno, fondamentalmente, è il personaggio nr. 2 che racconta la sua vita nello stile del personaggio nr.1.
E la sua vita cos’è? Anche questa la dividiamo in due:
– I due primi immortali dischi dei Maiden e relativi tour;
– Numerosi gruppi e gruppetti minori, concerti e concertini, tanta cocaina, tanto alcool, tante risse e tante cazzate (armi, sesso, violenza sulle donne, violenza sui compagni di tour, ecc.. ecc.).

Il mio parere sul libro? Ho letto biografie scritte molto meglio (1) con vite più interessanti (2).

[Skan]

Zakk Wylde con Eric Hendrikx – Bringing Metal To The Children

Per descrivere il libro di Zakk Wylde c’è un solo termine da utilizzare: cazzaro. Cazzaro perché racconta storie divertenti, leggere e che assomigliano alla chiacchierata ignorante che fai con i tuoi amici al bar.
Wylde non si prende sul serio nel libro, fa finta di essere una grande rockstar ma, e lo si nota in ogni pagina, il profilo che ne esce è quello di uno che si diverte.
Mr. Wylde sa il fatto suo, conosce lo strumento (chitarra) e ha la determinazione di chi vuole arrivare e non lo fa passare inosservato. Non nasconde neanche che il suo colpo di culo è arrivato con il provino per Ozzy Osbourne e la successiva entrata nella sua band come chitarrista.
Il punto di partenza perfetto della favola dello sconosciuto che diventa famoso.
Bringing Metal To The Children è il collage folle delle avventure on the road con la Ozzy Osbourne band e con la propria creatura: la Black Label Society. Fra battaglie con gli escrementi, pisciate, party, scherzi e minchiate varie, il libro scorre veloce e leggero, non impegnando più di due (?) neuroni… e sono molto generoso.
I consigli che Zakk fornisce sono quelli che ti senti ripetere da tutti gli imbonitori televisivi e non cambieranno di certo il tuo approccio, se sei un musicista, verso il mondo della musica. Non muteranno neanche il tuo parere sul music biz in generale.
Tutti i personaggi citati nel libro sono trattati con lo stesso spirito sarcastico con cui Mr. Wylde tratta sé stesso (anche se lui, con fare ironico e guascone, sottolinea il suo essere padre-padrone della band). Alcuni vengono massacrati in maniera incontrollata, come il suo bassista John J.D. DeServio, che viene preso per il culo sempre e comunque.

Volete una lettura da spiaggia, montagna o quando vi state arrostendo il culo sul cemento della città? Bringing Metal To The Children è la vostra lettura. Leggero, spiritoso e non impegna più di mezzo neurone nelle parti più difficili.
Da avere se il metal vi scorre nelle vene.
Se siete alla ricerca delle vere autobiografie sui personaggi che popolano il genere che più amiamo, beh, questo libro di Zakk Wylde non fa per voi. Troppo cazzaro e pieno di aneddoti, meno di altre cose che i completisti amano nelle biografie metal.

Il Nome della Fossa: Tony Iommi con J.T. Lammers – Iron Man (Arcana – 2011)

Ci sono ottimi musicisti. Ce ne sono anche di grandiosi, lo ammetto. Ma quanti riescono ad essere genitori di un intero movimento musicale? Pochi e selezionati. Frank Anthony (Tony) Iommi è uno di questi pochi e selezionati casi nel panorama musicale. Musicista, leader e compositore principale di una delle band più influenti degli ultimi 45 anni, i mai troppo riveriti e menzionati Black Sabbath, Tony Iommi è riuscito a creare un genere musicale grazie al suono cupo, ribassato e slow della sua chitarra. Il genere che ha creato è l’heavy rock, i Sabbath non si sono mai definiti metal o heavy metal, ma tutto il mondo ha visto nel riff di Black Sabbath – la canzone- il vagito del metal e di tutto quell’immaginario legato al genere che noi amiamo tanto.
Iron Man è la biografia scritta da Tony Iommi con J.T.Lammers e ci racconta la storia dell’uomo e del musicista. Ci racconta dei primi passi Tony nella Birmingham dell’epoca, del suo lavoro in fabbrica e l’incidente che gli costò l’amputazione delle falangi della mano destra e poi le sue esperienze musicali pre-Sabbath.
L’incidente è il punto di svolta della biografia. Prima sono i ricordi di un giovane ragazzo, turbolento e appassionato della musica, poi è la genesi del musicista che noi conosciamo. Le esperienze con le band blues, jazz e rock (Mithology su tutti).
Quello che viene fuori è il ritratto di una persona con un obiettivo. Tony Iommi vuole creare qualcosa e tutta la sua esperienza di musicista è rivolta a quello scopo: creare un sound che si adatti a quello che ha in mente.
Il libro, ben scritto e impregnato di ironia mai fastidiosa, fa vedere sia la parte buona di Tony che quella più travagliata. Gli abusi di sostanze stupefacenti non erano una prerogativa del solo Ozzy, come l’attaccamento alla bottiglia non era un demone di Bill Ward; anche Iommi abusava in maniera pesante di cocaina e non disdegnava un bicchiere – o due- e qualche occasionale rissa. La sostanziale differenza risperto a Ward o Ozzy è l’obiettivo, la missione, di Iommi: portare avanti i Black Sabbath. Anche quando la situazione si fa difficile, come nei periodi bui dei mid-eighties.
Il libro racconta i cambi di line-up, il rapporto travagliato con Ronnie James Dio e la successiva amicizia professionale e umana con il Folletto e non disdegna qualche frecciata sarcastica contro Tony Martin. Il cantante più utilizzato dai Sabbath dopo Ozzy non ne esce sempre bene dai ricordi del Riffmaker. The Cat, questo il soprannome di Martin, ha un trattamento double-face che ne mette in luce pregi e difetti, fornendoci uno spaccato di vita Sabbathiana che non viene mai trattata troppo dall’ampia bibliografia relativa alla band.
Questo forse è il pregio migliore di questo libro, raccontare i Black Sabbath dopo l’uscita di Ozzy. Tutti i libri si fermano sui primi, fondamentali, anni di attività. Pochi, se non pochissimi, indagano sul periodo successivo: sui cambi di line-up, i problemi nel far uscire i dischi, i concerti e il rapporto saldo con Geezer Butler, il partner più duraturo dell’inossidabile Iron Man.

In definitiva: Tony Iommi – Iron Man è un libro da consigliare?
Assolutamente sì. Un libro da custodire gelosamente e, forse, da integrare con I Am Ozzy – l’autobiografia di Ozzy Osbourne.

[Zeus]