Il Nome della Fossa. Vermi Conquistatori 2 – Diluvio

Vermi Conquistatori 2 – Diluvio di Brian Keene parte da dove si era interrotto il primo volume, con i protagonisti che vagano in un mondo ormai completamente sommerso dall’acqua e martoriato da piogge interrotte. Non esiste un luogo sicuro, le acque sono popolate da creature terrificanti e mortali, quel poco di terre emerse rimaste sono infestate da un fungo che infetta ed assorbe qualsiasi cosa. 
Keene spinge il lettore, pagina dopo pagina, grazie ad una scrittura diretta, frizzante e a frasi brevi, a seguire senza sosta le imprese dei personaggi costantemente coinvolti in una corsa senza speranza attraverso un mondo che non ha più possibilità di salvezza, in una continua fuga dalla follia e dalla paura di morire in modi orribili e dolorosi.
Keene prende ispirazione dai miti Lovecraftiani e li rielabora in chiave apocalittica, omaggiando direttamente il Solitario di Providence il cui universo è aperto a chiunque voglia cimentarvisi. Se creature deformi, orripilanti e letali sono i principali mietitori di vite, sono la follia e la paura dell’ignoto ad aumentare la tensione e a tormentare i pochi sopravvissuti. Gli amanti dell’horror, del weird, di Lovecraft e della letteratura a cui ha dato origine troveranno in Vermi Conquistatori 2 – Diluvio un’insana fonte di divertimento. 
Brian Keene, poco conosciuto in Italia, è stato due volte vincitore del Bram Stoker Award, uno dei premi più importanti della letteratura di genere. Grazie alla casa editrice italiana Indipendent Legions diverse sue opere, insieme a quelle di altri ottimi scrittori ignorati dai “grandi” editori, saranno tradotte e pubblicate anche da noi. Se poi consideriamo che è anche un fan della nostra musica preferita, un articolo sulla nostra webzine se lo merita tutto.
[Lenny Verga]

Il Nome della Fossa: Vito Ricco – Josh Ewan – Storia della Rockstar che Parlava con gli Spiriti (2018)

Vito Ricco è un giovane autore emergente, già vincitore del premio B-Ink per la sceneggiatura del fumetto The Juice. Josh Ewan – Storia della Rockstar che Parlava con gli Spiriti è il suo primo romanzo, pubblicato da Les Flâneurs Edizioni, piccola realtà editoriale italiana che invece di preoccuparsi dei grandi numeri, si preoccupa di più della qualità dei propri prodotti, caratteristica che, tra l’altro, accomuna diverse piccole case editrici nostrane di cui immagino la maggior parte di voi nemmeno sospetti l’esistenza. Cercate, esplorate!
Josh Ewan è la storia di un artista maledetto, ma che maledetto lo è sul serio, perché è perseguitato dai fantasmi. Questi spiriti, però, sono anche il segreto che si nasconde dietro al suo successo. Nel romanzo seguiamo la sua vita a partire da quando, adolescente, prende in mano la chitarra per la prima volta, fino a quando diventerà una delle più grandi rockstar di tutti i tempi. Lungo il suo percorso incontrerà un sacco di personaggi, vivrà le più folli esperienze e dovrà combattere continuamente con gli spiriti che, però, gli lasceranno sempre in cambio qualcosa. Fino a quando arriverà il suo turno di dover pagare un tributo.
Da fan della musica quale sono, la vita di Josh Ewan mi ha coinvolto immediatamente, tanto che l’ho divorato in tre riprese, perché Ricco è riuscito a trasmettermi fin da subito la sua passione per il rock, l’hard rock, il metal, insomma la musica che piace a noi, insieme ad una storia coinvolgente, ad una scrittura scorrevole, alla totale assenza di tempi morti, ai tanti dettagli sull’ambiente musicale e ad un protagonista sviluppato benissimo. 
Josh Ewan è una ghost story pervasa dal fumo di sigaretta, immersa nel sapore forte del whisky e scandita dalle note della chitarra e dalla voce roca di Josh Ewan.  Leggetelo, farete un favore a voi stessi oltre che ad aiutare un bravo autore ed una casa editrice indipendente.
[Lenny Verga]

Il Nome della Fossa. Raising Hell: Backstage Tales from the Lives of Metal Legends (2020)

Ho comprato Raising Hell di Jon Wiederhorn sulla scia della buona impressione che mi aveva fatto, dello stesso autore, Louder Than Hell. Quel libro era leggibile pur essendo grosso una cifra e che, in un primo momento, mi ha fatto rannicchiare per terra in presa a stress post-traumatico dovuto ai ricordi delle mattonate che doveva studiare all’Università. Superato lo scoglio dell’approccio e delle pagine infinite, Louder Than Hell era una narrativa fatta di mille ricordi, una raccolta di storie orali sulla nascita del genere che noi amiamo: l’heavy metal in ogni sua forma. 
Avendo nel frattempo abbandonato il formato cartaceo ed essendomi convertito al Kindle, l’imponente numero di pagine di Raising Hell non mi ha traumatizzato. Cosa di per sé positiva, visto che segna una cosa come 500 e passa pagine. 
E fin qua tutto ok, tanto c’era il lockdown e quindi non mi interessa troppo buttarmi nella lettura. Anche in questo caso, il libro è diviso in capitoli (ognuno dedicato ad uno specifico tema: sbronze, incidenti di percorso, sesso, satanismo etc etc) con brevissima introduzione e poi via alla solita raccolta di ricordi ed aneddoti dei protagonisti del metal internazionale.
La suddivisione fatta da Mr. Wiederhorn è intelligente: radunare le varie tematiche in un solo capitolo ti permette di seguire il senso del discorso, senza saltare di palo in frasca e finire per non capire chi cazzo ha detto cosa. Anche perché gli stessi protagonisti intervengono più volte nel corso del libro e, spesso, anche nel corso dello stesso tema. 
Questi sono tutti i lati positivi che mi son saltati all’occhio, il resto è stato una via crucis incredibile. Non passano poi molte pagine prima che incominci a sbadigliare e chiederti fra quanto finisce il capitolo o, se sei messo male, il libro.
Va dato atto che il lavoro di raccolta e intervista di Jon è enorme e gli aneddoti funzionano, ma dopo il 30° racconto di sbronze micidiali ti rompi anche il cazzo, visto che non è certo dare un’occhiata al “backstage” dello stile di vita sex, drugs & rock’n’roll… ma è unicamente una sequela di racconti che potresti tranquillamente sentire dai tuoi compari di sbronze, solo con meno clamore e, ovviamente, con personaggi meno famosi. Ma, in fin dei conti, chi cazzo se ne frega. Non mi interessa granché risentire per la centesima volta il racconto una sbronza da un amico, figurati te se devo sorbirmi pagine su pagine di questo o quell’aneddoto. 
E no, non è solo il tema alcol ad essere pesante, dopo brevissimo perdi interesse in tutti i temi trattati e non ne vuoi sapere di leggere oltre. 
Vi giuro, ci ho tentato a restare sul pezzo e vorrei raccontarvi di più, ma questo Raising Hell è pensato per chi vuole fare il voyeur delle rockstar e non aggiunge niente a quanto questi hanno fatto come songwriter o musicisti. In poche parole, annoia e basta.
Almeno in Louder Than Hell si respiravano un po’ di ricordi e di aneddoti che hanno portato alla nascita dell’heavy anni ’70, della NWOBHM e poi tutti i generi che son seguiti. A volte era forse un po’ pesante, ma senza dubbio 100 volte molto più interessante di questo nuovo libro di Jon Wiederhorn. 
Peccato, a mio parere l’autore ha cercato di replicare il buon lavoro fatto con il primo libro, ma puntando su qualcosa di molto noioso e, alla lunga, senza senso. 
[Zeus]

Il Nome della Fossa: Mark Lanegan – Sing Backwards and Weep: A Memoir (2020)

Il periodo del lockdown mi ha dato modo di leggere una quantità incredibile di libri, anche se non tutti riguardanti il rock/metal visto che trovarne di qualità per il Kindle non è proprio facilissimo.
Uno dei libri che ho aspettato per diverso tempo è quello di Mark Lanegan: Sing Backwards and Weep
Ho approcciato il libro con una certa arroganza, lo ammetto, venendone punito senza pietà.
Di Mark Lanegan conosco bene il suo percorso musicale, dagli esordi con i misconosciuti Screaming Trees (band che pochi cagano di striscio) alla sua carriera solista ed il passaggio nei Queens of the Stone Age, e non mi sono nuove neanche le sue travagliate peripezie personali; con queste premesse mi son trovato a pensare che questo libro non era altro che a) una auto-celebrazione, b) un resoconto di cose che sapevo già, ma raccontate in prima persona. 
Errore grossolano, il mio.
Ripeto, sono fan di Mark Lanegan da moltissimi anni, da prima che molti della mia città ne scoprissero le sue capacità canore e finissero per renderlo feticcio del movimento alternativo da bar, ma quello che mi son trovato di fronte leggendo Sings Backwards and Weep mi ha lasciato a bocca aperta.
A partire da una prosa avvincente e senza peli sulla lingua che ti tiene attaccata alle pagine, quello che stupisce in maniera positiva è la capapcità di Mark Lanegan di raccontarsi dall’adolescenza fino alla disintossicazione con un candore e un’onesta a dir poco brutale
Il risultato? Lanegan, nella sua stessa biografia, ne esce malissimo.
Di pagina in pagina, si viene a scoprire che Mark non era nient’altro che una testa calda pronto a far a botte con chiunque fosse nei dintorni, aveva un carattere a dir poco di merda, era un drogato senza speranza ed era capace di indulgere in ogni atteggiamento discutibile. 
In pratica racconta l’essenza del rock’n’roll, e il tutto senza il belletto che ci mettono sopra le biografie autorizzate dove sembra che i musicisti si drogano e poi sono persone belle, pulite e senza problemi. 
No, in Sing Backwards and Weep questo non avviene. La miseria raccontata in questo libro pareggia quella contenuta nei Diari dell’Eroina di Nikki Sixx e, se vogliamo, anche in Life di Keith Richards.
Come Nikki Sixx, Lanegan racconta la sua dipendenza crescente senza nascondere nessun particolare ributtante e l’ironia e il sarcasmo, comunque presenti, sono spesso soffocati da un’aura pesante, che però non mina la leggibilità e “scorrevolezza” del libro.
Non ci sono trilli e/o grandi rivelazioni in nessun momento del libro, se non alla fine, e con il passare delle pagine si scivola sempre più nell’inferno personale dell’ex Screaming Trees, fino ad arrivare al punto più basso in cui Mark Lanegan diventa un barbone, capace di sfruttare le proprie compagne per procurarsi la droga, con una band in rotta (gli Screaming Trees post-Sweet Oblivion non riescono a gestire le aspettative della casa discografica), senza reale interesse per la musica e, infine, a pieno titolo un tossicodipendente terminale. 
Pur essendo un fattore centrale, l’eroina/la tossicodipenza non sono il cardine del libro. Certo, hanno un posto di rilievo visto i trascorsi di Lanegan, ma il singer americano non trascura l’aspetto importante della sua vita: l’essere un musicista e, prima di tutto, un amante della musica. Questi elementi sono ben descritti, anche se la sua condizione fisica e mentale dell’epoca non lo rendono qualcuno con cui è facile lavorare e/o andare in tour (chiedere agli Oasis o ai Ministry). Quindi ecco che buona parte del libro è riservata anche agli aneddoti della scena di Seattle, gli esordi con gli Screaming Trees e i rapporti con i fratelli Conner (Gary Lee Conner viene descritto come patetico e infantile), la sua nascente carriera solista e il rapporto con gli altri musicisti della scena.
Anche questo punto, ovviamente, può far salivare i nostalgici del grunge; ma ricordatevi le premesse che ho fatto: Lanegan, in questo libro, si racconta candidamente e, all’epoca, era una persona di merda. Quindi viene sì menzionata l’amicizia con Kurt Cobain, ma sono più i rimpianti che altro quello che ne esce; parla di Dylan Carson degli Earth, ma mai in termini musicali e infine non può mancare il rapporto di amicizia sincera con il suo compagno di eroina e cocaina: Layne Staley. Tutti questi personaggi ed eventi fanno luce su quello che Seattle e dintorni era alla fine degli anni ’80 e, ovviamente, dopo l’esplosione di Nevermind.
Sing Backwards and Weep è probabilmente uno dei libri più metal che abbia mai letto, senza essere in alcun modo metal. Trattando di tutto con candore e sotto forma di penitenza scritta, Lanegan non cerca in nessun modo di costringerti giustificarlo. Non vuole apparire meglio di quello che è (impressione che ho avuto dopo aver letto il libro di Rex Brown) e non fa altro che raccontarsi e raccontare il tutto senza filtri. 
Dopo la lettura, Lanegan ne esce fuori sì come un personaggio “schifoso”, ma che alla fine riesce a redimersi, trovare una propria sobrietà e un percorso di vita/musicale. 
Se volete una lettura avvincente e siete stufi di leggervi l’ennesima biografia di cartapesta e/o l’ennesima disamina di quanto erano fighi i Metallica con Cliff, allora Sing Backwards and Weep è il libro che fa per voi. 
[Zeus]

IL Nome della Fossa: J. Corazza e G. Venditti – Aleister Crowley: I Racconti della Bestia (Edizioni Arcoiris)

Aleister Crowley: I Racconti della Bestia è il secondo volume di una collana chiamata La Biblioteca di Lovecraft pubblicata da Edizioni Arcoiris e curata da Jacopo Corazza e Gianluca Venditti. Lo scopo di questa iniziativa editoriale, che sta crescendo sempre di più un poco alla volta, è di riportare alla luce opere letterarie poco conosciute, dimenticate e, spesso, mai pubblicate in italiano.
Il volume qui recensito contiene dieci racconti, di cui otto appaiono per la prima volta in Italia grazie alla traduzione di Luca Baldoni, scritti da Aleister Crowley in diversi periodi della sua vita. Occultista, esoterista e anche scrittore, Crowley ha influenzato non poco la nostra musica preferita. Basti pensare a Mr. Crowley di Ozzy Osbourne, che immagino chiunque conosca, ma anche al Bruce Dickinson solista o a diversi album dei Behemoth, solo per citare i più famosi.
In questo volume Crowley appare sotto un aspetto un po’ diverso, quello del narratore di intrattenimento. Questi racconti di narrativa che trattano comunque quegli argomenti a lui cari, sono apparsi su riviste e spesso firmati con uno pseudonimo. Al di là dei gusti personali, una lettura consigliata per chi volesse approfondire altri aspetti legati al personaggio di Crowley.
Tra l’altro il volume è curatissimo in ogni dettaglio, un piccolo gioiello che trasmette già a prima vista la passione di chi l’ha prima pensato e poi creato. Con un’introduzione di Steve Sylvester dei Death SS.
[Lenny Verga]

Il Nome della Fossa: La storia dei Death SS (1987-2020) di Steve Sylvester (con Gianni della Cioppa e Stefano Ricetti)

Eccoci qua, la storia continua…
Ci eravamo fermati con il libro precedente al 1987, con un Steve Sylvester che dopo aver deposto le armi per vari fattori si era trasferito da Pesaro a Firenze, e proprio da qui parte questo libro.
Troviamo il nostro protagonista meno impegnato nelle cose occulte (meno, non disimpegnato) ma più concentrato nel portare al successo il suo gruppo i Death SS, ormai divenuti di sua proprietà.
E quindi il trovare line-up stabili e affidabili, sforzi per avere produzioni e promozioni all’altezza, a volte con risultati sperati e a volte no, tour e controtour, videoclip e concerti, da sempre il punto di forza dei Death SS. Un libro magari non pieno di aneddoti “morbosi” come il primo, ma comunque di aneddoti e storie ce ne sono a bizzeffe, ma con in più un ottimo spaccato della vita di una band italiana che prima di diventare “culto” ha dato l’anima (quasi letteralmente). Come dicevo, meno racconti di sesso estremo nei cimiteri, e più vita da tour, con ottimi racconti del protagonista e del suoi gregari che vanno a descrivere i dettagli della produzione dei dischi e dell’allestimento dei tour, anche cose che non avremmo voluto sapere (le ostie della data di Bassano, io li ero in prima fila, potevate tenervi il segreto, la mannaggia…).
Un libro che si legge velocemente, dovuto alla scrittura scorrevole e all’immenso carisma del protagonista.
[Skan]

Il Nome della Fossa: La Via del Male [di Robert Galbraith – 2015]

Dopo lungo tempo, su The Murder Inn torniamo a parlare di libri, anche perché un buon libro non ha mai ucciso nessuno. Niente biografie di band o musicisti questa volta, ma un romanzo. La Via del Male di Robert Galbraith è il terzo libro della serie dedicata alle indagini di Cormoran Strike, ex militare inglese che, dopo aver perso una gamba in servizio ed essersi congedato dall’esercito, si reinventa investigatore privato. 
Per chi non lo sapesse, Robert Galbraith è uno pseudonimo dietro al quale si cela la scrittrice J. K. Rowling. Sì, proprio lei, l’autrice di Harry Potter. Non contenta di essere divenuta un pilastro della letteratura per ragazzi (anche se, a ben vedere, il giovane mago con la cicatrice a saetta ha mietuto molte più vittime tra gli adulti), la Rowling entra di prepotenza nel mondo del thriller investigativo e psicologico e lo fa in grande stile. 
Questa serie di romanzi sono caratterizzati da delitti cruenti accompagnati argomenti non certo leggeri come i disturbi da stress post traumatico, la violenza domestica e su minori e tanti altri argomenti attuali, uniti ad un aplomb tipicamente British nella narrazione. Un mix vincente e ricco di personalità.
Cosa ha a che fare tutto ciò con una webzine che parla di musica metal? Presto detto: La Via del Male, oltre ad essere un thriller eccellente, è anche un sentito tributo alla musica dei Blue Öyster Cult. L’autrice attinge a piene mani dall’intera discografia della band utilizzando titoli di canzoni (facile, direte) e versi estrapolati dai testi (questo invece non è per niente facile) come introduzione ad ogni capitolo per crearne l’atmosfera, per dare un contributo agli avvenimenti che si andranno a narrare, e per chi è fan della band questo è un must. 
Il tributo inizia già dal titolo, che in originale è Career of Evil come la prima traccia di uno dei capolavori indiscussi della band, Secret Treatise. Una canzone del debut album e una del successivo Tyranny and Mutation avranno anche un ruolo all’interno della trama, ma non vado oltre.
Siccome so che tra i metalheads ci sono un sacco di lettori forti, e non solo di biografie di band o di saggi sui generi musicali, se siete appassionati di thriller, provate a leggere questo. Se non vi va di iniziare dai titoli precedenti non è un problema, dal momento che ogni romanzo è autonomo e auto conclusivo. Un’ottima occasione per rilassarsi con la lettura e rispolverare musica di alto livello.
[Lenny Verga]

Il Nome della Fossa: Valerio Evangelisti – Metallo Urlante [Einaudi]

Valerio Evangelisti, classe 1952, è un autore bolognese noto ben oltre i confini nazionali, soprattutto per il ciclo di romanzi che vedono come protagonista l’Inquisitore Nicholas Eymerich. Oltre ad essere un grande scrittore, ha anche ottimi gusti musicali.
Nel 1998 ebbe un’idea geniale: scelse quattro band storiche dell’heavy metal e, ascoltando la loro musica, prese l’ispirazione per scrivere quattro romanzi brevi (o racconti lunghi, se preferite). Il risultato è questo libro che già dal titolo, Metallo Urlante, dovrebbe far accendere una lampadina nella mente di ogni metalhead.
Prima di continuare vorrei fare una precisazione: i quattro romanzi non si ispirano ai testi delle canzoni, ma alle sensazioni e alle immagini che l’ascolto della musica provocava nella mente dell’autore.
Il primo si intitola Venom e la fonte d’ispirazione è Black Metal: è diviso in otto capitoli ognuno dei quali ha come titolo quello di una canzone dell’album. Il genere è uno fantascientifico post-apocalittico alternato allo storico medioevale, caratteristica comune a molti romanzi sull’Inquisitore Eymerich.
Il secondo porta il titolo di Pantera, che è anche il nome del protagonista, e si ispira all’album Cowboys from Hell. Il genere è western con incursioni nell’horror. Pantera sarà in seguito il protagonista di due romanzi lunghi interamente dedicati a lui: Black Flag (e anche qui dovrebbe suonarvi un campanello) e Antracite.
Il terzo romanzo si chiama Sepultura ed è ambientato in un carcere di massima sicurezza brasiliano dove i detenuti, invece che nelle celle, vengono rinchiusi tutti insieme in un pozzo ed immersi fino alla vita in una sostanza organica collosa che li tiene a bada e gli impedisce di muoversi.
Il quarto ed ultimo lavoro porta il nome di Metallica ed è stato ispirato dall’ascolto di Kill ‘em All. Anche in questo caso sono i titoli delle canzoni a dare il nome ai capitoli. Il genere è guerresco, con un’ambientazione imprecisata nel futuro prossimo.
Dato il contenuto del volume, non posso che consigliarlo a chiunque ami il metallo e la narrativa di intrattenimento. Non sarà il libro che cambierà la vostra vita ma è un sincero ed appassionato tributo all’heavy metal da parte di un’autore che non è di certo l’ultimo arrivato.
Quindi, cosa non da poco, è anche ben scritto.
[Lenny Verga]

Il Nome della Fossa: Black Metal Compendium (Tsunami Edizioni)

Black Metal Compendium” è un’opera monumentale realizzata da due autori italiani, Lorenzo Ottolenghi e Simone Vavalà. Divisa in tre volumi ripercorre, attraverso l’ascolto di trecento album e al racconto degli avvenimenti più salienti, la storia e l’evoluzione del black metal a livello mondiale, dagli albori fino agli anni immediatamente precedenti la pubblicazione, avvenuta tra il 2017 e il 2018.
A me questa introduzione già basterebbe a farmi alzare il culo e correre a procurarmi questi libri.
Il primo volume è dedicato alla Scandinavia e alle Terre Del Nord ed è sicuramente il più importante dei tre a livello storico. I due autori ci  introducono alla nascita di questo genere partendo, ancora prima che dalla musica in sé, dall’apertura di un famigerato negozio di dischi da parte di un oscuro individuo ad Oslo nel 1991.
Ovviamente si sta parlando di Euronymus, fondatore dei Mayhem. La maggior parte di questo tomo è dedicato alla scena norvegese e a tutte le band che l’hanno caratterizzata, ai dischi che ne hanno definito le basi e stabilito i canoni, fino a quelli che ne hanno ampliato i confini. Chi è appassionato di black metal molto probabilmente conoscerà quasi tutti i nomi e gli album presentati in questa sezione.
Si passa poi alle scene di Finlandia e Svezia dove si trovano band e lavori a loro modo fondamentali nella diffusione del metallo nero. Infine si compie una piccola virata verso il black metal sinfonico che, nel bene e nel male, è anch’esso caratterizzante, e le prime derive sperimentali.
Il secondo volume è dedicato al resto dell’Europa. Si parte con i paesi della parte meridionale del continente per poi passare ad una sezione interamente incentrata sull’Italia. Si risale verso la Francia, il Regno Unito e si scende infine verso la Germania e l’Europa dell’Est. Leggendo questo secondo volume devo ammettere di essermi imbattuto in un certo numero di nomi mai sentiti prima e non posso che ringraziare gli autori per aver ampliato di molto la mia conoscenza in merito al black metal.
Il terzo volume ha il compito di completare il giro del Mondo, un’ardua impresa. Qui mi sono trovato di fronte a territori davvero per me inesplorati.
Si parte dagli Stati Uniti, dove tutto sommato qualche nome noto mi è saltato all’occhio, per dirigersi poi verso il Canada e l’America del Sud. Gli autori ci portano in seguito dalla parte opposta del globo terrestre, facendoci esplorare l’Estremo Oriente, il Medio Oriente e l’Australia. Anche qui c’è tanto contenuto interessante per poter aumentare a dismisura la propria cultura in materia.
Il mio giudizio su quest’opera è estremamente positivo. E’ vero che già da prima esistevano libri sul black metal, ma questi due autori sono andati ben oltre portando i lettori ad esplorare zone e derive poco conosciute e fornendo una visione veramente completa di questo genere come probabilmente nessun altro era riuscito a fare prima. Ovviamente ci sarà chi si lamenterà della mancanza di questo o quell’altro disco e, sinceramente, anche io mi sono stupito per un paio di assenti, ma non mi sento assolutamente di sottolineare questo come un difetto.
Dietro a “Black Metal Compendium” c’è un lavoro immenso e lunghissimo, che ha comportato scelte difficili ma ben ponderate e ci sono tanta passione, conoscenza e competenza.
Se posso permettermi un consiglio: non abbuffatevi nella lettura di questi volumi, ma intervallatela all’ascolto di qualche brano tratto dagli album contenuti. Sarà illuminante e probabilmente coglierete particolari e sfumature a cui prima non avevate mai fatto caso.
[Lenny Verga]

Amorphis – An Evening With Friends At Huvila (Nuclear Blast – 2017)

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Nomen Omen, direbbero i recensori con le palle, parlando degli Amorphis. Bisogna dar ragione a questi recensori sapienti e chiedersi: quante pelli hanno cambiato i finlandesi Amorphis dal 1991 ad oggi? Quanti, e quali, sound hanno attraversato, sperimentato e rimaneggiato questi sei musicisti?
Qualche giorno fa stavo parlando della band con un amico, TheCrazyJester, e stavamo cercando di dire quale disco degli Amorphis sarebbe da proporre da un novizio per fargli capire chi sono questi finnici. Se porti Tales… o Elegy (scelte facili e dischi amatissimi da entrambi), ecco che ti perdi le evoluzioni successive del sound. Se porti Tuonela/Am Universum vedi una sfaccettatura rock della band, ma non riesci ad apprezzare il profondo cambio di direzione che ha portato Tomi Joutsen con il suo ingresso nella band da Eclipse in avanti.
Per questioni di cuore ecco che io metto sul piatto Skyforger, disco della seconda giovinezza della band che reputo eccellente; TheCrazyJester, invece, butta sul piatto Under The Red Cloud e, a pensarci bene, non è una scelta così sbagliata. L’ultimo disco in studio non ha la qualità eccelsa di Tales from the thousand lakes o Elegy o le ritmiche rock quasi seventies di Tuonela, ma ha un po’ di tutto dentro: melodia, death metal, ritmiche orientaleggianti, folk, Kalevala e tutto l’armamentario della band dal 2006 in avanti.
Mi scazza sempre dargli ragione, ma far partire un novizio degli Amorphis con Under The Red Cloud è una scelta che ha le sue buone ragioni.
Tutto questo cosa c’entra con An Evening with Friends at Huvila, il live album uscito sei mesi fa per la Nuclear Blast? Il fatto è che questo live è una sorta di best of della band, ma in chiave semi-acustica (qualche briciolo di elettricità c’è e si sente), ma è l’ennesima esibizione di poliedricità della band finnica. I brani, tratti da quasi tutti i dischi della band (da Tales…, per motivi d’arrangiamento presumo, non è stata inserita nessuna canzone), sono reinterpretati in chiave folk-jazz con tanto di flauti e sassofoni a punteggiare canzoni che, nate elettriche, sono state riconvertite all’acustico senza perdere di splendore. Un sospiro ti sale quando senti partire My Kantele Alone (le due canzoni più “datate” nella set list), ma anche ai nuovi brani presi dalla discografia con Joutsen giova il trattamento folk-jazz intimo.
Ascoltare gli Amorphis interpretare queste canzoni in questa versione è come incontrare un pugile fuori dal ring e parlare di pittura (esempio del minchia, lo so). Dove prima c’erano i guantoni e la tensione, adesso c’è un’atmosfera rilassata. Un cambio interessante.
Se può essere un motivo in più per approcciare questo disco, sappiate che in Her Alone c’è anche la partecipazione come guest di Anneke Van Giersbergen e non credo serva dire altro.