Report Kaltenbach Open Air 2022 – giorno 1

Quest’anno sono riuscito ad andare al Kaltenbach Open Air solo il primo giorno, il prossimo aumento di numero del Mayhem-Duo non ci ha permesso di prevedere la classica maratona di tre giorni di metal. Pazienza, sarà per un’altra volta.
Quello che è certo, è il livello sempre più che buono della manifestazione austriaca. Non posso sollevare nessun rimprovero vero e proprio, se non il dispiacere nel constatare che gli organizzatori non abbiano più utilizzato i bagni “ecologici” (con gli scarti di lavorazioine del legno etc a coprire tutto il merdaio) per puntare sui più “truci” bagni chimici. Già alla fine del serata erano in condizioni da survival, ma sempre riforniti di carta igienica, quindi un colpo al cerchio e uno alla botte.
Per questa edizione dei 15 anni, il Mayhem-Duo ha aggiunto alla comitiva anche un mio collega di lavoro che è saltato a bordo con entusiasmo notevolissimo.
Non riesco a vedere Scion of Darkness, Lowbau e Morost – scusateci – e gli Erebos li sentiamo solo in lontananza.
Il nostro Kaltenbach Open Air parte con i Groza. I tedeschi, pur facendo un discreto show e prendendo a piene mani dalla loro ultima fatica in studio, non riescono realmente a spazzare via la mia idea che sono solo dei buoni emulatori. Un po’ di Uada, un po’ di Mgla e poca creatività. Tipica efficienza tedesca, ma peccano sotto questo aspetto.
Con gli ucraini 1914 si respira altra aria. Gli ultimi due dischi in studio, Blind Leading the Blind e Where Fear and Weapons Meet, mi sono piaciuti e dal vivo riescono a portare in scena molto di quanto proposto in studio. Ovviamente le parti orchestrali soffrono, ma vengono compensate da un buon suono di chitarra, una generale compattezza nella scaletta e un buon piglio. A mio parere i 1914 sono una realtà che ha ancora molto potenziale da esprimere.
I Benighted combattono contro l’ottima performance dei 1914 e il tempo bastardo. Un improvviso acquazzone, condito da vento freddo che porta la temperatura da 35 a 20 in poco tempo, mette a dura prova il pubblico che però risponde bene al brutal dei francesi. Non sono uno dei loro fan accaniti, ma fra tutte le band del primo pomeriggio, sono stati quelli col suono più grosso e cattivo.
I Diabolical sono bravi, hanno i pezzi e lo screaming di Carl Stjärnlöv è ottimo. Le atmosfere, complice anche l’arrivo delle prime ombre serali, sono ottime, i suoni puliti e tutto funziona alla grande. Togliessero dal loro concept le clean vocals ne guadagnerebbero assai, ma forse è un problema solo mio. Appena le sento storgo il naso, ma a quanto mi è sembrato di vedere il pubblico ha reagito diversamente.
Quando gli ultimi feedback dei Diabolical si spengono, parte il rush finale anticipato dai Taake e dalla notizia che gli Ellende non si esibiranno per malattia.
Cosa volete ancora sentire su Hoest che non sia già stato scritto? Il musicista norvegese è un animale da palco, forse uno dei pochi che ancora riesce a trasmettere una sensazione di follia e iconoclastia. Genuino o teatrale fa poca differenza, vista la foga con cui Hoest attacca le assi del palco e la convinzione con cui scartavetra la propria gola. Rispetto alle band prima, i suoni sono leggermente impastati, ma hanno potenza, le chitarre sono glaciali il giusto, ma tutti hanno occhi solo per Hoest e il suo incedere sul palco; lui lo sa che ha il carisma per tenere in pugno il pubblico e, giustamente, se ne frega e fa il suo show. La scaletta pesca sia nel periodo trve black metal, Over Bjoergvin graater himmerik quest’anno compie 20 anni, sia nella produzione recente. Solo se sei completamenrte sfatto di alcol non riesci ad accorgerti della differenza qualitativa dei due periodi, per quanto i brani tratti dalla svolta black’n’roll hanno il loro fascino e fanno presa sicura sul pubblico più o meno giovane. Unico neo? Il solo di banjo su Myr mi ha fatto rabbrividire. Show intenso, che fa felici tutti e si chiude con Nordbundet e tanti saluti a Satana.
I Septicflesh approcciano il palco con la convinzione di un gruppo con 30 anni di esperienza alle spalle. E, contrariamente ai Taake che non pubblicano un nuovo CD da anni, hanno appena fatto uscire il nuovo LP e il motore gira a mille. Gli ateniesi sono carichi, in palla e piazzano una selezione di pezzi dall’ultimo Modern Primitive (i singoli Hierofant e Neuromancer e la, per me, più debole A Desert Throne), ma non mancano anche estratti da dischi come Codex Omega (da cui pescano molto), The Great Mass (le immancabili The Vampire from Nazareth e Pyramid God) e Communion (anche qua non poteva mancare Anubis). Seth Siro è un performer d’esperienza e ha il pubblico in pugno, mentre la band non fa mancare l’apporto in termini di energia, riff e lavoro dietro il drum-kit. Un concerto eccellente, anche se il pubblico era forse meno numeroso che per i Taake.
Chiudo con una considerazione: va bene stordirsi di alcol o altro, ma basta con la mania di tirare roba sul palco, prendetevi a bottigliate fra di voi e stop.
[Zeus]

Report Rock The Castle: giornata 24.06

Allora, iniziamo con la location: un castello, ovvero un cortile circondato da delle mura di un castello. Bellissimo. E un’idea geniale, con 2 € ti compri un bicchiere e poi c’è una serie di rubinetti dove prendersi l’acqua aggratis, che tenendo conto che sei in un prato nel mezzo della pianura, in giornate soleggiate, ti salva la vita. E partiamo anche da li, i primi concerti sotto il sole battente diventano difficili da affrontare. Il sole batte seriamente, e nonostante la giornata non sia caldissima ti senti la testa esplodere, quindi bicchierate d’acqua in testa e via e si ritorna al punto di cui sopra. Per fortuna dopo i primi gruppi si è annuvolato, rendendo la situazione climatica, al netto di due gocce di pioggia due, ideale. Ma visto che qua non siamo né colonnelli dell’areonautica né procaci meteorine, lasciamo stare i racconti sul meteo e partiamo con il raccontare lo show. Entriamo nel cortile che i Sadist hanno già iniziato, riusciamo a vedere giusto li ultimi pezzi, la band è su di giri e spinge al massimo, si vede che stanno dando l’anima, giusto forse il suono si svuota un pò nelle parti solistiche e negli inserti di tastiera (suonata sempre dal chitarrista), a mio parere una seconda chitarra magari non sarebbe male. Partono in seconda posizione gli svedesi Grand Magus, chitarra, basso a 8 corde e batteria, attaccare gli ampli e via con il loro mix tra stoner e metallo classico e epico. La prima canzone soffre di brutti problemi all’amplificazione della chitarra, ma qui non si è signorine, due battute col pubblico mentre il tecnico aggiusta i cavi e si riparte a testa bassa. Purtroppo il caldo e il sole non lascia godersi lo spettacolo appieno, e sicuramente i Grand Magus rendono il meglio in situazioni più “intime”, ma comunque il concerto è piacevole, con il pubblico che risponde alla grande ai cori presenti nelle canzoni. Inizia la preparazione e posti tre crocifissi/microfono partono i Death ss, e con loro il cielo si copre rendendo la situazione perfetta. Grande selezione di classici con la nuova line up che funziona alla grande e le ovvie e sempre piacevoli performer che si esibiscono durante alcuni pezzi. Finale con “Heavy demons” cantata da tutti. Cielo sempre coperto e tocca ai Venom versione Cronos, che giocano subito in apertura il classicone dei classici “Black Metal”. Partenza a mille, a testa bassa con attitudine molto “caciarona” che funziona sui pezzi tirati, ma nelle parti cadenzate e negli stacchi a volte dà l’impressione che la band si perda o rallenti, ma d’altronde dai Venom non ci si aspetta pulizia e fedeltà sonora ma attitudine e assalto frontale e quella c’è tutta. Canzoni nuove e grandi classici che infervorano la folla, presentazione della band e via, torna il sole e si cambia palco e atmosfera, con i Blind Guardian. Avevo forti dubbi con la presenza dei bardi germanici in questa Lineup, in mezzo a tutti questi satanassi la loro musica orchestrale e sinfonica temevo che stonasse, ma mi tocca piacevolmente mangiarmi una merda, perchè anche se siamo nel 2022 quelli che si presentano sul palco sono i Blind Guardian versione 1998, chitarre, basso, batteria e giusto un tastierista dal vivo per le parti “orchestrali” nessuna base o sovrastruttura e via, con pezzi al massimo fino a “Nightfall..” e la riproposizione intera di “Somewhere Far Beyond”. La band è in palla, quindi il pubblico partecipa e canta, la band si prende bene e suona ancora meglio e il pubblico canta ancora di più e abbiamo tutti 20 in meno. Sorrisone di Hansi sul coro di “Valhalla” scandito dal pubblico e appare il telone frontale con il logo Mercyful Fate che copre il palco. Infatti viene montata una falsa scalinata in marmo, con in cima un altare e un enorme croce rovesciata luminosa. Quando dopo più di un ora di attesa cala il telone, King Diamond e soci partono a mille, con “The Oath” e poi il pezzo nuovo. I suoni sono grassisimi e potentissimi, forse solo la voce ogni tanto viene impastata, i musicisti suonano compatti come macigni, che ti fermi a pensare che non avevi mai dato peso a quanto fossero tecnici e complessi i pezzi dei Mercyful Fate. Dopo l’inedito, via con i classici con ovviamente gli album ” Melissa ” e “Don’t break the oath” saccheggiati alla grande. Herman e Wead fanno migliaia di assoli e King Diamond con la sua teatralità gestisce lo show a suo piacimento, fino a “Evil” cantata da tutta Villafranca di Verona, o cosi almeno sembra stando li in mezzo. La band esce di scena e rientra dopo un pò, con King Diamond vestito nel suo classico Outfit che annuncia la Suite “Satan Fall”. Si accendono le luci e si va a casa, piedi gonfi orecchie fischianti, voce da molestatore telefonico ma sorriso stampato sulla faccia. [Lord Baffon II]

Report concerto: Marduk – Doodswens – Skaphos – Moorah (Graz 2022)

Dopo un periodo gramo di festival, per me, la primavera ha portato a Graz, e nelle vicinanze di dove lavoro, un paio di concerti interessanti (vedasi quello dei Mayhem, di cui ho già parlato). Sono in estremo ritardo per il report di quello dei Marduk, tenutosi martedì, ma fra lavoro e impegni son stato abbastanza incasinato. Vedo di recuperare oggi che sono a casa e attendo il pranzo. L’occasione del concerto dei Marduk è ghiotta, visto che son diversi anni che non li vedo dal vivi ed è difficilissimo che il quartetto svedese deluda. E infatti non è successo. Ma parto con ordine. Dopo lunghe ricerche ho scoperto che un collega ascolta anche lui metal e quindi ci siamo accordati per vederci Marduk e compagnia all’Explosiv di Graz (15 min a piedi dal lavoro). Dopo il kebab d’ordinanza ed esserci persi la band d’apertura (i Moorah, scusate ma questi hanno suonato mentre stavo cercando di venire a capo di un Dürüm pieno zeppo di kebab e di brodaglia varia), ci concentriamo per seguire gli Skaphos. I francesi mi erano sconosciuti e il loro black/death metal arriva dritto alle orecchie. Alcuni riferimenti ai Behemoth non sono fuori luogo, mentre il concept marinaresco e lovecraftiano sono di tutto rispetto. Ammetto che l’aspetto marinaresco lo deduco dalle cose sul palco e il feeling tratto dalle storie del solitario di Providence l’ho capito dalle grafiche, visto che l’Explosiv ha un riverbero incredibile e impastava un po’ il tutto. Promossi e da sentire su disco, anche se il chitarrista solista mi ha fatto storcere il naso visto che o aveva una scelta di suoni osceni o usava una chitarra Midi e il risultato era così così. Breve pausa, cambio palco e partono i Doodswens, anch’essi sconosciuti per me. Ma mentre gli Skaphos mi hanno preso quasi subito, gli olandesi mi hanno lasciato freddino. Qualche buon momento, un paio di buoni riff ma il loro black metal era troppo canonico e senza spunti. Il bassista e cantante ha provato a fare un po’ di teatro con tanto di invocazioni “sataniche” e pose alla Solve et Coagula, ma dopo la prima volta ha un po’ rotto i coglioni e spaccato il flusso del concerto. Rimandati al disco, se lo ascolterò. Nuovo cambio palco e attesa più lunga e finalmente di arriva alla portata principale: i Marduk. Dall’ultima volta che li ho visti, metà della formazione è nuova: Simon Shilling, alla batteria, è una macchina da guerra e il bassista è nientemeno che la mente dietro gli Ondskapt (nei Marduk fa il suo lavoro senza lode o infamia). Detto questo, il concerto di martedì era tutto dedicato alla celebrazione del trentennale dei blackster svedesi e quindi anche la scaletta ha subito una po’ di variazioni rispetto ai tour precedenti. Cosa significa in termini concreti? Fuori il periodo da Rom 5:12 a Serpent Sermon e dentro pochi estratti da Frontschwein e Viktoria, ma soprattutto il primo periodo della loro storia: Dark Endless, Those of the Unlight, Opus Nochturne. Interessante il fatto che del periodo Legion siano state prese relativamente poche canzini: una da Panzer Division Marduk, un paio da World Funeral e una da Heaven Shall Burn… Cosa aspettarsi dai Marduk nel 2022? Esattamente quello che potevate attendervi prima: bestemmie, velocità assoluta, furore, cristi incaprettati e una cacofonia controllata e decisamente violenta. Morgan non da pace al tunnel carpale, Shilling è una mitragliatrice e Mortuus è diventato leggermente più loquace col tempo, ma la sua irritazione per la mancanza di risposte estatiche da parte del pubblico era abbastanza visibile. Ha fatto bene questa cosa? Di certo ha reso la band più cattiva che mai e il risultato che ne è uscito ha sfasciato la mascella al pubblico. Ho visto i Marduk n-volte ormai e non mi hanno mai deluso, ma sarà che sono un vecchio romantico e mi piace il sapore di calci in faccia e bestemmie che solo il quartetto svedese sa dare. [Zeus]

Report concerto: Lehm, Mortiis e Mayhem @ Jugendzentrum Explosiv (Graz, 2022)

Dopo anni e anni passati a bestemmiare come non mai perché i concerti erano a circa 2-3 ore di distanza da dove abitavo, con tanto di sbattimento per il lavoro e ritorno a notte inoltrata, finalmente sono arrivato in una città che offre concerti ed eventi a portata di mano.
Graz è una città viva, che offre concerti ed è anche appetibile per le band “di passaggio”, quei concerti fatti per tirar su due euro in attesa di arrivare nelle capitali o nella prossima data del tour. Ecco perché il concerto Mortiis – Mayhem mi è sembrato appetibile.
Considerata la vicinanza al lavoro, l’altrettanta vicinanza a casa e gli orari da vecchio hanno fatto pendere la decisione sul concerto e, duole ammetterlo, portato un salutare riposo alle mie gambe distrutte da 9 ore in piedi al lavoro.
Comprati i biglietti, un po’ di merch e fatto due chiacchiere con il collega che mi ha a accompagnato all’evento, entriamo in sala giusto in tempo per vedere i roadie mettere a punto il palco per Mortiis. Mi son sempre chiesto come il musicista norvegese possa rendere affascinante, dal vivo, una proposta che, per me, trova la dimensione ideale nel CD e nella solitudine della propria camera. La risposta è semplice semplice: basta puntare sul proprio repertorio d’annata, aggiungere un po’ di cose del medio e ultimo periodo (per quanto la sua voce si sia praticamente sempre persa nel mixing del locale) ed ospitare un batterista sul palco a dar man forte con le percussioni. Questo è il vero tocco vincente, perché ha permesso al suono digitale di Mortiis di acquisire una presenza fisica, una componente d’impatto che, senza, non poteva vantare. C’è poco altro da dire, in realtà: la resa è stata buona, un po’ impastato il suono ma ho sentito di peggio e i classici di inizio 1990 cagano in testa a quanto scritto dopo il 1998; questo è un dato di fatto, oltre alla considerazione che Mortiis rimane, e probabilmente rimarrà, musica da camera.
Cambio palco ed ecco che arrivano i Mayhem. Anche per loro si ripresenta un po’ il problema del suono, impastato, ma col passare dei minuti i fonici riescono a metterlo un po’ a punto e, oltre alla batteria di Hellhammer, si sono sentite anche le chitarre di Teloch e Ghul. Attila ha cantato, ondeggiato, ruggito, cantilenato e fatto tutto il suo show, peccato che metà delle cose che ha cantato non sono quasi riuscito a sentirle, tanto erano sommerse dal drumming forsennato di Hellhammer. Ecco, lui ha spaccato, ma non è una novità.
Anche per i Mayhem vale il concetto espresso per Mortiis: i pezzi vecchi cagano in testa a quelli nuovi e, in questo tour del 2022, i Mayhem buttano nella setlist una gran quantità di cose uscite post-2010. Però quando partono i brani di De Mysteriis Dom Sathanas la differenza la si sente e così anche quando suonano Symbols of Bloodsword o le cose provenienti da Deathcrush. Le “nuove generazioni” hanno apprezzato molto i brani da Daemon e via dicendo, il vecchio brontolone che scrive ha avuto un piccolo balzo al cuore sentendo Freezing Moon. Che ci volete fare.
Alle 22.45 è tutto finito. Giusto in tempo per prendersi un kebab sulla strada di casa, aspettare il bus che non arrivava più e finalmente mettersi a dormire e dare sollievo alla schiena martoriata. Che vita metal.
[Zeus]


Report concerti – Calusco Rocks

Al mondo c’è sempre bisogno di qualcuno che prenda l’iniziativa, soprattutto a seguito di lunghi periodi di stallo, divieti, incertezze in cui ci si abitua a rinunciare, ad aspettare fino poi a perdere anche la voglia di fare e di reagire. Dopo due anni di continui impedimenti, cancellazioni e rinvii di qualsiasi tipo di evento musicale, qualcuno a Calusco d’Adda (BG) ha preso l’iniziativa ed ha organizzato una serata, un piccolo evento, a numero chiuso con posti limitati, ma è comunque un inizio. 
Un gruppo di appassionati ha cercato la location, ha montato un palco di tutto rispetto con attrezzatura professionale, ha allestito bar e cucina, proponendo tra l’altro prodotti locali, ha ingaggiato due band per la serata.  Ha anche prodotto dei portachiavi in metallo come souvenir. 
Per l’occasione hanno aperto la serata gli Un Gruppo, giovane band che propone la propria musica originale e che ho trovato molto divertente. Poi è stato il turno dei Sick Brain, cover band molto conosciuta dal repertorio immenso che ci ha intrattenuto per due ore abbondanti.
Per una volta non siamo qui a fare recensioni o reportage sulla musica, che comunque è stata ottima, ma a raccontare di quanto è stato bello poter vivere di nuovo un concerto, per quanto (relativamente) piccolo e vedere la gente divertirsi, sia sopra che sotto il palco, che dietro il bancone.
Al Calusco Rocks c’erano persone di tutte le età, tutte fan della musica rock nelle sue più varie sfaccettature, dai classici degli anni ’70 fino al metal estremo di oggi. C’erano anche tanti giovanissimi e bambini. Un evento che, nel rispetto di poche e semplici regole, ha dimostrato la voglia di ripartire, la voglia di fare, che se ne ha le palle piene di stare fermi a guardare e ad aspettare che succeda qualcosa. Un primo passo è stato fatto, adesso non bisogna fermarsi.
[Lenny Verga]

Kaltenbach Open Air – Giorno 3

Ultimo giorno di festival e, dopo una giornata intensa come quella di venerdì, le prime ore del giorno sono dedicate alla colazione, ad un pranzo decente e un po’ sano di relax (comprensivo di tonica camminata per tirar fuori dai pori tutta la birra/Jaegermeister del giorno prima).
Per un puro caso finiamo a mangiare nello stesso posto che ci aveva accolto, nel 2015, con l’unico pasto caldo e non fritto. Una bella soddisfazione, ma l’accesso al backstage ci ha permesso di mangiare qualcosa di diverso dal classico menù del festival, quindi quest’anno non mi posso certo lamentare del troppo fritto. 
Sfortunatamente, anche stavolta ci perdiamo un paio di band iniziali. 
Non arriviamo in tempo, ma le sentiamo risuonare nella valle (seppur coperte dalla potenza sonora di non so quanti impianti stereo dei campeggiatori appostati lungo la strada per il festival).
Visto che il programma odierno è decisamente ricco, decidiamo di farci un giro per il settore merch e guardare cosa ci offrono gli stand. Per questo motivo Abruth Demise Running Death li sento unicamente come sottofondo e non posso certo giudicarli. 
Il nostro festival inizia alle 16.30 con l’arrivo sul palco dei Gutalax. Io li adoro, sono dei cazzoni e le canzoni suonano quasi tutte uguali, ma hanno personalità e divertimento, quindi mi piacciono assai. E poi si portano dietro un corollario di gente stupenda che, fra circle pit, mosh pit e wall of death, inscenano anche una seduta con “il vogatore” e, vi giuro, era stupendo vederli per terra a fare esercizio fisico. 
I 40 minuti a loro disposizione finiscono in un lampo e il pit si svuota, anche perché incomincia una fastidiosa pioggia che, da quel momento in avanti, tormenterà il festival.
Cosa volete dire degli Haemorrhage che non sia stato già detto? Gli spagnoli tirano fuori una prestazione maiuscola e fanno valere i quasi trent’anni di attività sulle scene. Fossi una persona in gamba, tirerei fuori la recensione di Anatomical Inferno del 1998 (ha festeggiato vent’anni di vita l’anno scorso), ma non l’ho fatto, quindi spero che ci sia una mano amichevole ad aiutarmi! 
Il cielo non smette di pisciarci in testa acqua e vento freddo, quindi ci ritiriamo sotto il tendone e aspettiamo il momento giusto per vederci i Sinister. Il momento “giusto” non arrivo, visto che il tempo ha deciso di rendere questo fine festival più eroico, quindi decidiamo di seguire lo show da sotto il tendone e non prendersi litri di acqua sulla testa. Non è una scelta TRVE, ma di trovarmi bagnato in mezzo al freddo della foresta austriaca non era proprio una delle tre cose di cui sentivo la necessità. 
Nonostante la nostra posizione disagiata, il sound che ci arriva fra i denti è una legnata incredibile. Il sound è eccellente, e non stiamo certo parlando degli headliner (chissà quando impareranno, qua in Italia, a non stroncare le gambe alle band di supporto con sound di merda). I cinquanta minuti a disposizione degli olandesi volano, mentre questi sparano un set death metal compatto e aggressivo al punto giusto. 
E con questa band siamo a tre nomi “grossi” di seguito… e tre centri confermati. 
Dopo esserci mangiati qualcosa e bevuti l’ultima birra, cogliamo al volo l’occasione di una tregua dalla pioggia e andiamo sotto il palco per goderci lo show degli Aura Noir. Il concerto è molto buono, ma forse non raggiunge i livelli di violenza dei precedenti act. Io mi prendo bene, perché i pezzi ci sono e Blasphemer ha un carisma magnetico e il suo riffing è perfetto, senza sbavature, ma comunque carico e violento.
Solo rientrato in Italia ho capito che quello a cui ho assistito potrebbe essere stato un vero e proprio evento: l’ultimo show in assoluto degli Aura Noir. Vedremo cosa ci riserverà il futuro.
Da menzionare il fatto che, i norvegesi, hanno dato dimostrazione di professionalità e aggressività decisamente maggiore del triste show dei God Dethroned nel 2015. Gli olandesi avrebbero mollato il colpo di lì a poco, cosa che ha influito sullo show rendendolo irritante e poco coinvolgente
La tregua però dura poco e, finito lo show degli Aura Noir, ho giusto il tempo di guardare se c’è del merch prima di ritornare veloce sotto il tendone e assistere ad una nuova ondata di pioggia. Proviamo ad uscirne per vedere i Pestilence ma niente, continua a scenderne a litri quindi rimaniamo sotto il tendone e ascoltiamo Patrick Mameli & Co. Incrociamo le dita e speriamo in un secondo break dal brutto tempo, ma così non è e quando è il turno degli Enslaved, la pioggia non accenna a smettere, anzi… Data la situazione, decidiamo con il cuore pesante di ritornarcene in Hotel e ritardare il nostro ticket per il Valhalla. Ci dispiace parecchio andarmene dal concerto, ma la pioggia non accenna a diminuire e quando raggiungiamo la macchina per ritornarcene in Hotel, viene giù un vero e proprio diluvio che non ci fa rimpiangere troppo la decisione presa.
La band di Grutle e Ivar Bjørnson è comunque spesso in tour, quindi prima o poi mi ricapiterà di vederli; quello che dispiace è essermi perso gli Enslaved, di notte e in mezzo alla foresta di Spital Am Semmering. 

Nota da vecchio: Vi posso assicurare che rientrare in Hotel e non dover dormire nella melma e nel freddo delle foreste austriache è un lusso di cui non ci pentiamo neanche un po’.

Cosa posso dire? Il Kaltenbach Open Air non è un festival enorme (grazie!), ma è uno di quei posti dove ti senti a casa.
I suoni sono ottimi, non c’è troppa gente, il pit è vivibile e le band sono di spessore pur senza dover assolutamente prendere nomi enormi per compiacere il pubblico. Qua si parla di passione per il metal e di buon gusto, con line-up/giornate ben bilanciate e un’organizzazione ottima, senza ritardi nei cambi palco e di una gentilezza incredibile (grazie ancora Thomas). 

[Zeus]

Kaltenbach Open Air – Giorno 2

Il giorno due è sempre quello dove o sei carico a bomba, o ti stai leccando le ferite da una serata lunga, intensa (musicalmente e non) e potenzialmente difficile. Fortunatamente non è così, la sveglia è d’obbligo e dopo una colazione enorme, il MayheM-Duo ritorna sul luogo del misfatto.

Arriviamo abbastanza presto al concerto, ma non tanto da prendere in contropiede i die-hard del campeggio che, coerenti con loro stessi, continuano ad ascoltare musica fuori dal “pit” e grigliano qualsiasi cosa passi davanti alla tenda.
Ci perdiamo Grizsmo e in buona parte anche i Suburban Terrorist, ma ci mettiamo in prima fila per i Vargsriket. Il power-trio austriaco, però, non è che convinca molto. Batterista ottimo, ma è la musica che non mi dice molto. Nel black metal voglio sentire Satana, odio, disgusto o lande fredde e maledette. Gli austriaci non mi trasportano in quella dimensione. Aspettiamo il CD e vediamo.
Segue uno strano accostamento, visto che dopo il black metal arrivano le bastonate grind degli Spasm (in tour con i Gutalax, che suoneranno il giorno successivo) e poi gli Ancst.
Quando tocca ai Man Must Die decidiamo di andare bere qualcosa e scambiare un po’ di chiacchiere con la gente/guardare il merch. Un paio di birre e sono pronto per sentirmi i Wiegedood. I belgi ci sanno fare e, pur non intrigandomi al massimo, hanno finalmente quel sound capace di trascinarti a forza dentro una foresta oscura e piena di incubi. Questo è il black metal, forse vagamente darkthroniano (?) e con qualche passaggio ripetitivo che potrebbe far pensare ai Mgla, ma niente di totalmente esplicito.
Cambio di palco, ma non di nazionalità. Anche gli Evil Invaders sono belgi, ma non si posizionano sullo spettro black, piuttosto su quello di uno speed metal tutto giocato su metal – guerra – alcool come tematiche principali. Bella trimurti, ma io sono in piena eccitazione da Mgla, il gruppo che assolutamente voglio ri-vedere e quindi eccomi in prima fila a godermi il concerto dei polacchi. Come spesso mi succede, durante il loro set finisco su Urano, stacco  il “cervello” e rimango presente solo col cuore. Lo show è indubbiamente ottimo, i suoni sono buoni (anche se li sentivo sbilanciati visto che ero abbastanza vicino e lato chitarra) e i brani, dal vivo e con l’oscurità della sera austriaca, rendono moltissimo. Non saprei dire se hanno fatto uno dei brani da Age Of Excuse, perdonatemi, ma ero realmente preso dal “viaggio”.
Come fai a riprenderti dopo uno show di questo tipo? Senti gli Asphyx e va tutto bene. Gli olandesi sanno come suonare death metal e hanno una discografia consistente da cui attingere. L’ultimo disco in studio è Incoming Death, album che già stavano promuovendo quando li ho visti al Colony Open Air nel 2017 (dove, però, avevano una strana posizione da gruppo d’apertura che, per una band della loro caratura, è senz’altro un po’ strano). Come aftershow ci sono i tedeschi Firtan, ma li ho già visti un mese prima all’Hammerfest ad Anterivo (Bolzano) e non mi avevano preso neanche un po’, quindi saluti e baci ci vediamo per l’ultima giornata.

[Zeus]

Kaltenbach Open Air 2019 – Giorno 1

Peregrinare per l’Austria, costa degli Euro.
Viaggiare fra Vienna, Graz e Spital Am Semmering, costa degli Euro.
Ritornare al Kaltenach Open Air? Non ha prezzo.

Anzi sì, ma penso sia quello delle birre, del gulasch/wuerstel/ braten e di tutto quello che ho mangiato nei tre giorni di questo eccellente festival austriaco. Non uso parole a caso, eccellente è un termine corretto perché il KOA è ben organizzato, piacevole e vivibile, con pochissimi rompicazzo e tutto un Paese a supportare quest’orda metallica.
Forse per voi che leggete, quest’ultima affermazione è scontata. Forse per voi è una cosa a dir poco logica. Per me, che vengo dall’Alto Adige, non posso dire lo stesso. Non è logico che un paese intero si presti a rendere gradevole la permamenza, per tre giorni, di centinaia di persone.
Qua, quando alzi il volume sopra il livello fisarmonica, si viene denunciati, presi di mira o ostracizzati perchè non si rispecchia un non so quale “stile di vita” sobrio e morigerato.
Tre giorni a Spital Am Semmering e capite che è tutta una questione di business, di intelligenza e capacità d’adattamento della gente. Non sono tutti metallari in Austria, no di certo, ma hanno capito che trattare bene la gente, farla sentire benvenuta e, comunque, gudagnarci soldi (tanti!) è un insieme di fattori che non si escludono a vicenda.
Ma veniamo a noi e la festival.

Giovedì 22.08.
Sto invecchiando, quindi prendo l’amena decisione di prenotare una stanza in Hotel. Scelta oculata per evitare di dormire in discesa o al freddo.
Pur non prendendo punti Valhalla, il mio collo e la schiena hanno applaudito a questa decisione. L’altra metà del MayheM-Duo del weekend era contenta di non dormire in tenda come a Wacken e quindi tutti felici e contenti.
Mi scuso in anticipo, ma a causa di ritardi sulle strade, nel check-in etc etc, ci perdiamo le prime tre band e arriviamo sulle note finali dei Theotoxin.
Il primo gruppo che ci vediamo sono i Vendetta FM. Gli spagnoli puntano tutto su un trito groove metal che, dopo pochi brani, incomincia ad annoiare. Molto più precisi e sul pezzo gli Unfathomable Ruination. Tecnici, pesanti e votati al brutal death metal, gli inglesi che sono adeguati al contesto KOA. Non siamo in molti a vederli, ma questi non demordono e tirano fuori una buona performance.
Alle 18.40 sale sul palco il primo gruppo grosso o, almeno, conosciuto: i finlandesi Azaghal. Freddi e senza troppi cazzi e mazzi, i finnici suonano senza infamia e senza lode. Forse a causa del sole, ma quella sensazione di gelo del black metal non mi arriva al 100%. Da rivedere in un contesto atmosferico più adatto.
Cosa diversa si può dire dei Dornenreich. Il pubblico sembra moltiplicarsi con il passare dei minuti e gli austriaci, complice anche lo show casalingo, tirano fuori una performance realmente buona. Su disco sono un po’ pesanti, ma dal vivo il quartetto riesce a sfornare energia a palate, senza disdegnare dei momenti lirici dati dal violino.
Ci allontaniamo dalle prime file per recuperare un po’ di cibarie veloci e per una birra prima di riprendere il nostro posto per un duo di assoluto valore: Vomitory e Carpathian Forest.
I primi, nel confronto, stravincono a mani bassi. Il death degli svedesi è una bastonata nei coglioni, mentre un caterpillar ti passa sulla faccia. Lo show è ottimo e giocato su concretezza e un sound massiccio.
I Vomitory festeggiano quest’anno il ventennale di Redemption (che dovrei riprendere per TMI, vediamo quando riesco) e lo show che sparano è di quelli da farti uscire dal pit con la faccia contenta.
Io voglio questo da un concerto metal: quella sensazione di tranquillità e serenità che molti esseri umani cercano, invano, in due settimane di costosi trattamenti SPA.
Finito il set, senza debilitanti effetti del Tinnitus, ci beviamo un’altra birra e poi si ritorna in prima linea con i Carpathian Forest. Nattefrost è invecchiato precocemente e non c’è neanche “la cicciona nuda” (cit.) che si dimena, quindi un pezzo dello spettacolo va a farsi fottere. Il sound è quello che ti aspetti: un black’n’roll grezzo e ignorante come una pigna. Nattefrost sventola il suo crocefisso in giro e lancia bandierine norvegesi come neanche in crociera e, intanto, canta in maniera apatica i suoi testi.
Niente di particolare, è black metal… solo che in certe canzoni mi ha dato l’impressione di essere sul punto di perdersi l’attacco. Le eventuali spiegazioni sono molte: stanchezza, ubriachezza o pessimo sound sul palco (dubito quest’ultima).
La gente intorno a me, però, non ha percipito la cosa e ha continuato a lanciare ululati e invocare i Carpathian Forest per tutto lo show. Quindi, forse, mi son perso io e non ho capito un cazzo – cosa che succede spesso. 
In poche parole, lo show c’era, i Carpathian Forest hanno fatto quello che dovevano fare (portarti grezzo black metal misto rock sul palco, insieme ad una generale sensazione di sguaiatezza trasandata) e hanno tirato dritto per oltre un’ora. Alcuni dubbi mi rimangono, ma li tengo per me.
Finito lo show decidiamo di andarcene a dormire, le band post-headliner non ci interessavano troppo, quindi Hotel e via behind the wall of sleep.

[Zeus]

METALITALIA FESTIVAL GIORNO 1 (01/06/2019)

Sono diversi anni che non manco al MetalItalia Festival che si ripresenta puntualmente nella bella location del Live di Trezzo Sull’Adda. Questo festival è diventato un piccolo (ma forse non più così piccolo) orgoglio nazionale perché riesce, nei suoi due giorni, a portare sul palco band di fama mondiale e, allo stesso tempo, dare un meritato spazio ai gruppi di casa nostra.

Quest’anno ho presenziato solamente alla prima giornata, vediamo un po’ come è andata.
Mi scuso prima di tutto di non essere arrivato in tempo per le prime due band, i Genus Ordinis Dei e i Modern Age Slavery che, da quel che ho sentito in giro, si sono fatte entrambe valere con ottime prestazioni. Sono circa le quattro del pomeriggio quando entriamo al Live, giusto in tempo per non perdersi l’inizio della band successiva.

Stormlord: gruppo che non ho mai seguito con particolare attenzione anche perché, da esperienze precedenti, mi è spesso sembrato un po’ spompato e con poco mordente. Questa volta però mi sono dovuto ricredere. Una volta sistemata l’equalizzazione della tastiera, la band appare compatta e convinta, non si perde in fronzoli e chiacchiere, macinando pezzo dopo pezzo, rendendo giustizia ai brani vecchi che mi avevano fatto storcere il naso in passato, e sfoderandone un paio di nuovi dall’imminente nuovo album “Far”. Il gruppo guidato dal buon Cristiano Borchi, dopo anni di assenza, ritrova la grinta e si porta a casa meritatissimi applausi.

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Graveworm: la band altoatesina si presenta in formazione ridotta (almeno da come ero abituato a vederla) a quattro elementi e questo ha comportato, data la proposta musicale, un massiccio uso di basi registrate. Nonostante ciò, Stefano Fiori e soci sul palco spaccano e coinvolgono il pubblico, portando avanti uno show senza cali di tensione, chiudendolo con la doppietta “Hateful Design” e la cover di “Fear of the Dark” giusto per tirarsi dietro tutto il pubblico presente. Del resto la band è in giro ormai da un po’ di tempo, ha molta esperienza live e si vede, si sente. Bravi!

Darkane: questo manipolo di svedesi è uno dei motivi principali per cui sono andato al festival, non tanto perché ripropongono per intero quel capolavoro dell’esordio che porta il titolo di “Rusted Angel” (non sono un fan di questo genere di operazioni, a dire il vero), ma più che altro perché non ho mai avuto la possibilità di vederli dal vivo. Purtroppo sono rimasto un pochino deluso: nonostante siano dei musicisti veramente capaci, si vede che non sono tanto abituati a stare sul palco, risultando un po’ goffi e poco interattivi. Del resto la loro attività, per vari motivi, non è mai stata costante. Lo show, tutto sommato, scorre bene ed il pubblico apprezza, rimane però l’insoddisfazione di aver voluto avere qualcosa di più.

The Crown: altra band che non ho mai seguito e di cui conosco solo qualche canzone. Devo dire che non sono niente male dal vivo, la proposta musicale è bella pesante e la band sa tenere il palco. Impressione personale, sarà perché non conosco i pezzi, mi sembrano un po’ ripetitivi. Bella botta di vita comunque, soprattutto se mentre li guardi ti stai scofanando un bel piatto di salamelle con fagioli. Burp!


Fleshgod Apocalypse: spaccano il culo a tutti! Potrei anche fermarmi qui. La band italiana si sta facendo valere in tutto il mondo e il successo che sta riscuotendo è notevole, oltre che meritato. Per chi scrive, siamo di fronte al meglio che il nostro paese ha da offrire nella musica metal. Cazzuti, pesanti, estremi, precisi, perfetti, gli aggettivi si sprecano. L’unico difetto, ma non è colpa della band in questo caso, è la difficoltà nel missare una musica di questo tipo; durante l’esibizione ci sono alcuni problemi con le parti di pianoforte che vanno e vengono. Anche con i recenti avvicendamenti in formazione, la band sembra non risentirne per niente e regala uno show maestoso, proponendo pezzi che spaziano dall’album d’esordio fino al recente “Veleno” pubblicato qualche giorno fa. Standing ovation e tutti a casa!


Arch Enemy: questa è una band che, se mi mettessi a pensarci sopra, mi farebbe perdere il sonno. Non perché li amo alla follia, ma perché, dopo tutti questi anni che li conosco, non mi capacito ancora di come sia possibile che un gruppo formato da musicisti di un tale livello non sia in grado di tirare fuori qualcosa di memorabile. Da quel barlume di luce che fu “Wage of Sin”, album in cui debuttò Angela Gossow dietro al microfono, la band, artisticamente parlando, è sempre rimasta statica. Anche senza tirare in ballo il passato di Michael Ammot nei Carcass, senza pensare che all’altra chitarra si trova Jeff Loomis dei Nevermore… no, no a questo non posso passarci sopra! Jeff, che cazzo fai! Ti rendi conto che il momento più esaltante dell’intero show è stato quando ti hanno lasciato da solo sul palco e mi hai fatto salire il cuore in gola suonando quanto di più vicino a quello che facevi con la tua vecchia band? Ma, ahimè, è storia passata. Quella che ci troviamo di fronte è una band di fuoriclasse, veri professionisti che suonano benissimo, ma le canzoni, almeno a me, entrano da un orecchio ed escono dall’altro. E tutti ad applaudire la fagiana blu, Alyssa White-Glutz. Che sarà anche un’eccellente frontwoman, ma non si può ridurre una band soltanto a quello. The end.
[Lenny Verga]

Slowtorch + Vu Garde (minitour austriaco – marzo 2019) – Part 2

[ITALIAN and GERMAN version]

[GERMAN VERSION]

Der zweite Teil eines Tourtagebuchs könnte kaum besser beginnen als mit Bob Segers unsterblichen Lyrics zu Turn The Page:

On a long and lonesome highway, east of Omaha Graz
You can listen to the engines moanin’ out his one old song
Think about the woman or the girl you knew the night before
But your thoughts will soon be wanderin’, the way they always do
When you’re ridin’ sixteen hours and there’s nothin’ much to do
And you don’t feel much like ridin’, you wish the trip was through
Here I am, on the road again, here I am, up on the stage
Here I go, playin’ star again, there I go, turn the page

Genau so fühlt man sich nach einer adrenalingetränkten, durchfeierten Nacht…man sitzt im Bus, Kilometer um Kilometer, Stunde um Stunde, die Musik ist gerade mal ein Hintergrundgeräusch – leise genug, um den von gestern noch brummenden Schädel nicht noch weiter zu lädieren. Und genau so beginnt unsere Fahrt in Richtung Klagenfurt nach einem ordentlichen Frühstück. Klagenfurt ist die Heimatstadt von VU GARDE,
und wir freuen uns schon riesig darauf, gewissermaßen bei unseren Freunden zuhause zu spielen. Jeder hat sein Lieblingslokal/-pub mit seinen Lieblingsmenschen und seiner Lieblingsmusik – und die Mammut Bar ist für VU GARDE eben das: Wenngleich es von außen klein wirkt, ist das Lokal durchaus geräumig und wartet sowohl vom Sound, als auch von den  Besuchern her mit einigen angenehmen Überraschungen auf – die Stimmung ist richtig gemütlich. Der Soundcheck läuft super, wir essen und machen’s uns bequem.


Diesmal haben wir keine Support Band, aber VU GARDE fackeln nicht lange: Sobald sich die Mammut Bar einigermaßen gefüllt hat, legen sie los, als gäbe es kein Morgen. Das Set klingt super, Svens Stoner-Doom-Riffs mit unverkennbaren Southern-Einflüssen und Stephans wuchtige Drums unterlegen Melas Stimme auch heute wieder souverän.

Out there in the spotlight, you’re a million miles away
Every ounce of energy, you try and give away
As the sweat pours out your body, like the music that you play


Nach einer kurzen Umbaupause sind SLOWTORCH an der Reihe. Der Sound wirkt zwar etwas anders als gestern (das ist wohl auf die Größe der Mammut Bar und das Publikum zurückzuführen), der Bass etwas verzerrter, aber die Wucht der Band ist wie immer deutlich spürbar. Gerade mal einen Song weit kommen die Jungs, bevor die Gurthalterung an Skans Bass bricht…aber von solchen Kleinigkeiten lässt sich die Band nicht lange aufhalten – mit ordentlich viel Klebeband und ein paar markigen  Kraftausdrücken wird die Sache repariert, und es geht weiter. Die Setlist mehr oder weniger jene von gestern Abend, also Material aus bisherigen Alben und ein paar neue Songs aus der kommenden EP im Live-Test. Mela wirft sich wieder ins Publikum, die Band gibt alles und das Publikum tanzt (hin und wieder hauen SLOWTORCH tatsächlich auch den einen oder anderen „tanzbaren“ Song raus!). Zum Ende der Minitour bedankt sich die Band herzlichst bei Zuschauern und Fans, vor allem aber bei VU GARDE und der MAMMUT BAR, dann geht’s ans Feiern – man merkt, dass die beiden Bands auf derselben Wellenlänge sind: Noch bis lange nachdem sich
die Bar geleert hat wird getrunken und gelacht…a family on the road.

Later in the evenin’, as you lie awake in bed
With the echoes of the amplifiers, ringin’ in your head
You smoke the day’s last cigarette, rememberin’ what she said
What she said

Oh, here I am, on the road again, here I am, up on that stage

[Zeus – translated by Bruno Slowtorch]


[ITALIAN VERSION]

Come potrebbe iniziare la seconda parte di un report sul minitour degli Slowtorch + VU GARDE se non citando le immortali parole di Bob Seger in Turn The Page?

On a long and lonesome highway, east of Omaha Graz
You can listen to the engines moanin’ out his one old song
Think about the woman or the girl you knew the night before
But your thoughts will soon be wanderin’, the way they always do
When you’re ridin’ sixteen hours and there’s nothin’ much to do
And you don’t feel much like ridin’, you wish the trip was through
Here I am, on the road again, here I am, up on the stage
Here I go, playin’ star again, there I go, turn the page

Perché questo è il sentimento che ti prende quando, dopo una notte di party e concerti a mille all’ora, ti rimetti sui sedili del furgone e macini chilometri e ore come niente fosse e la musica è un sottofondo delicato, adatto a non urtarti i nervi di una testa ancora appesantita dall’hangover della sera precedente.
Così saliamo noi sul furgone, dopo aver fatto colazione e aver rimesso in piedi tutto l’armamentario della band. Di nuovo sulla strada e si va in direzione Klagenfurt. Per chi non se lo ricordasse, Klagenfurt è la roccaforte dei nostri amici VU GARDE, quindi si gioca a casa loro e siamo entusiasti di suonare in un locale che i nostri compagni di viaggio chiamano CASA.
Tutti abbiamo un bar/pub/locale a cui siamo affezionati, dove andiamo perché c’è bella musica, bella gente e tutto funziona.
Abbiamo scoperto, una volta arrivati al Mammut Bar, che questo è uno di quei posti per i VU GARDE.
Il Mammut Bar, da fuori, sembra piccolo, ma dentro rivela molto più spazio del previsto e ci riserva delle sorprese sia per quanto riguarda il sound sia per la gente – tutti molto calorosi e gentili nei nostri confronti.
Il soundcheck va alla grande, mangiamo qualcosa e poi aspettiamo il nostro turno.

Questa volta non ci sono band di supporto, quindi appena il locale è abbastanza pieno, salgono sul palco i tre moschettieri e ci danno dentro come i matti. Il sound esce bene e il set dei Vu Garde, collaudato da diverse prove sul palco, è una garanzia. La chitarra di Sven è in fiamme, continua a macinare riff su riff e il sound mischia stoner-doom e qualcosa di southern senza soluzione di continuità, mentre la batteria di Stephan tuoneggia e la voce di Mela imbastisce la tela su cui tutti noi scivoliamo sereni.

Out there in the spotlight, you’re a million miles away
Every ounce of energy, you try and give away
As the sweat pours out your body, like the music that you play

Cambio palco veloce ed ecco che ritornano a suonare gli Slowtorch. Rispetto a ieri, il sound è leggermente diverso, meno avvolgente (ma questo è anche dovuto alle dimensioni del locale e dalla quantità di gente accalcata davanti al palco), con un basso più distorto, ma la potenza esce dalle casse e investe tutti quelli che sono presenti.
Poche note e la mano pesante di Skan disfa il supporto della cinghia del basso. Visto che non ci sono strumentazioni di riserva, si va sulla versione DIY e quindi nastro argentato e il basso tenuto su a forza di bestemmie al Creatore e potenza della musica. Il set è simile a quello della sera prima, quindi non ci sono novità da presentare: sempre estratti dai dischi precedenti e qualche chicca nuova, giusto per testare i brani del nuovo EP dal vivo. Mela torna in mezzo al pubblico e la band suona con l’anima, molti incominciano a ballare (certi brani dei ‘Torch si prestano ad essere “ballati”… se così possiamo dire). Il concerto finisce in crescendo, con la band che continua a macinare note su note, finchè non è ora di chiudere il sipario e salutare tutti i fan e, soprattutto, ringraziare di cuore i VU GARDE e il MAMMUT BAR.

 

Per festeggiare la fine del concerto, si incomincia il grande festeggiamento e qua si vede perché Slowtorch e Vu Garde vanno bene insieme. Si beve, si ride e si ascolta musica in un locale ormai quasi vuoto e che risuona ancora delle note delle due band e delle risate di persone che, ormai, formano una famiglia on-the-road.

Later in the evenin’, as you lie awake in bed
With the echoes of the amplifiers, ringin’ in your head
You smoke the day’s last cigarette, rememberin’ what she said
What she said
Oh, here I am, on the road again, here I am, up on that stage

[Zeus]