METALITALIA FESTIVAL GIORNO 1 (01/06/2019)

Sono diversi anni che non manco al MetalItalia Festival che si ripresenta puntualmente nella bella location del Live di Trezzo Sull’Adda. Questo festival è diventato un piccolo (ma forse non più così piccolo) orgoglio nazionale perché riesce, nei suoi due giorni, a portare sul palco band di fama mondiale e, allo stesso tempo, dare un meritato spazio ai gruppi di casa nostra.

Quest’anno ho presenziato solamente alla prima giornata, vediamo un po’ come è andata.
Mi scuso prima di tutto di non essere arrivato in tempo per le prime due band, i Genus Ordinis Dei e i Modern Age Slavery che, da quel che ho sentito in giro, si sono fatte entrambe valere con ottime prestazioni. Sono circa le quattro del pomeriggio quando entriamo al Live, giusto in tempo per non perdersi l’inizio della band successiva.

Stormlord: gruppo che non ho mai seguito con particolare attenzione anche perché, da esperienze precedenti, mi è spesso sembrato un po’ spompato e con poco mordente. Questa volta però mi sono dovuto ricredere. Una volta sistemata l’equalizzazione della tastiera, la band appare compatta e convinta, non si perde in fronzoli e chiacchiere, macinando pezzo dopo pezzo, rendendo giustizia ai brani vecchi che mi avevano fatto storcere il naso in passato, e sfoderandone un paio di nuovi dall’imminente nuovo album “Far”. Il gruppo guidato dal buon Cristiano Borchi, dopo anni di assenza, ritrova la grinta e si porta a casa meritatissimi applausi.

1019_photo

Graveworm: la band altoatesina si presenta in formazione ridotta (almeno da come ero abituato a vederla) a quattro elementi e questo ha comportato, data la proposta musicale, un massiccio uso di basi registrate. Nonostante ciò, Stefano Fiori e soci sul palco spaccano e coinvolgono il pubblico, portando avanti uno show senza cali di tensione, chiudendolo con la doppietta “Hateful Design” e la cover di “Fear of the Dark” giusto per tirarsi dietro tutto il pubblico presente. Del resto la band è in giro ormai da un po’ di tempo, ha molta esperienza live e si vede, si sente. Bravi!

Darkane: questo manipolo di svedesi è uno dei motivi principali per cui sono andato al festival, non tanto perché ripropongono per intero quel capolavoro dell’esordio che porta il titolo di “Rusted Angel” (non sono un fan di questo genere di operazioni, a dire il vero), ma più che altro perché non ho mai avuto la possibilità di vederli dal vivo. Purtroppo sono rimasto un pochino deluso: nonostante siano dei musicisti veramente capaci, si vede che non sono tanto abituati a stare sul palco, risultando un po’ goffi e poco interattivi. Del resto la loro attività, per vari motivi, non è mai stata costante. Lo show, tutto sommato, scorre bene ed il pubblico apprezza, rimane però l’insoddisfazione di aver voluto avere qualcosa di più.

The Crown: altra band che non ho mai seguito e di cui conosco solo qualche canzone. Devo dire che non sono niente male dal vivo, la proposta musicale è bella pesante e la band sa tenere il palco. Impressione personale, sarà perché non conosco i pezzi, mi sembrano un po’ ripetitivi. Bella botta di vita comunque, soprattutto se mentre li guardi ti stai scofanando un bel piatto di salamelle con fagioli. Burp!


Fleshgod Apocalypse: spaccano il culo a tutti! Potrei anche fermarmi qui. La band italiana si sta facendo valere in tutto il mondo e il successo che sta riscuotendo è notevole, oltre che meritato. Per chi scrive, siamo di fronte al meglio che il nostro paese ha da offrire nella musica metal. Cazzuti, pesanti, estremi, precisi, perfetti, gli aggettivi si sprecano. L’unico difetto, ma non è colpa della band in questo caso, è la difficoltà nel missare una musica di questo tipo; durante l’esibizione ci sono alcuni problemi con le parti di pianoforte che vanno e vengono. Anche con i recenti avvicendamenti in formazione, la band sembra non risentirne per niente e regala uno show maestoso, proponendo pezzi che spaziano dall’album d’esordio fino al recente “Veleno” pubblicato qualche giorno fa. Standing ovation e tutti a casa!


Arch Enemy: questa è una band che, se mi mettessi a pensarci sopra, mi farebbe perdere il sonno. Non perché li amo alla follia, ma perché, dopo tutti questi anni che li conosco, non mi capacito ancora di come sia possibile che un gruppo formato da musicisti di un tale livello non sia in grado di tirare fuori qualcosa di memorabile. Da quel barlume di luce che fu “Wage of Sin”, album in cui debuttò Angela Gossow dietro al microfono, la band, artisticamente parlando, è sempre rimasta statica. Anche senza tirare in ballo il passato di Michael Ammot nei Carcass, senza pensare che all’altra chitarra si trova Jeff Loomis dei Nevermore… no, no a questo non posso passarci sopra! Jeff, che cazzo fai! Ti rendi conto che il momento più esaltante dell’intero show è stato quando ti hanno lasciato da solo sul palco e mi hai fatto salire il cuore in gola suonando quanto di più vicino a quello che facevi con la tua vecchia band? Ma, ahimè, è storia passata. Quella che ci troviamo di fronte è una band di fuoriclasse, veri professionisti che suonano benissimo, ma le canzoni, almeno a me, entrano da un orecchio ed escono dall’altro. E tutti ad applaudire la fagiana blu, Alyssa White-Glutz. Che sarà anche un’eccellente frontwoman, ma non si può ridurre una band soltanto a quello. The end.
[Lenny Verga]

Annunci

Slowtorch + Vu Garde (minitour austriaco – marzo 2019) – Part 2

[ITALIAN and GERMAN version]

[GERMAN VERSION]

Der zweite Teil eines Tourtagebuchs könnte kaum besser beginnen als mit Bob Segers unsterblichen Lyrics zu Turn The Page:

On a long and lonesome highway, east of Omaha Graz
You can listen to the engines moanin’ out his one old song
Think about the woman or the girl you knew the night before
But your thoughts will soon be wanderin’, the way they always do
When you’re ridin’ sixteen hours and there’s nothin’ much to do
And you don’t feel much like ridin’, you wish the trip was through
Here I am, on the road again, here I am, up on the stage
Here I go, playin’ star again, there I go, turn the page

Genau so fühlt man sich nach einer adrenalingetränkten, durchfeierten Nacht…man sitzt im Bus, Kilometer um Kilometer, Stunde um Stunde, die Musik ist gerade mal ein Hintergrundgeräusch – leise genug, um den von gestern noch brummenden Schädel nicht noch weiter zu lädieren. Und genau so beginnt unsere Fahrt in Richtung Klagenfurt nach einem ordentlichen Frühstück. Klagenfurt ist die Heimatstadt von VU GARDE,
und wir freuen uns schon riesig darauf, gewissermaßen bei unseren Freunden zuhause zu spielen. Jeder hat sein Lieblingslokal/-pub mit seinen Lieblingsmenschen und seiner Lieblingsmusik – und die Mammut Bar ist für VU GARDE eben das: Wenngleich es von außen klein wirkt, ist das Lokal durchaus geräumig und wartet sowohl vom Sound, als auch von den  Besuchern her mit einigen angenehmen Überraschungen auf – die Stimmung ist richtig gemütlich. Der Soundcheck läuft super, wir essen und machen’s uns bequem.


Diesmal haben wir keine Support Band, aber VU GARDE fackeln nicht lange: Sobald sich die Mammut Bar einigermaßen gefüllt hat, legen sie los, als gäbe es kein Morgen. Das Set klingt super, Svens Stoner-Doom-Riffs mit unverkennbaren Southern-Einflüssen und Stephans wuchtige Drums unterlegen Melas Stimme auch heute wieder souverän.

Out there in the spotlight, you’re a million miles away
Every ounce of energy, you try and give away
As the sweat pours out your body, like the music that you play


Nach einer kurzen Umbaupause sind SLOWTORCH an der Reihe. Der Sound wirkt zwar etwas anders als gestern (das ist wohl auf die Größe der Mammut Bar und das Publikum zurückzuführen), der Bass etwas verzerrter, aber die Wucht der Band ist wie immer deutlich spürbar. Gerade mal einen Song weit kommen die Jungs, bevor die Gurthalterung an Skans Bass bricht…aber von solchen Kleinigkeiten lässt sich die Band nicht lange aufhalten – mit ordentlich viel Klebeband und ein paar markigen  Kraftausdrücken wird die Sache repariert, und es geht weiter. Die Setlist mehr oder weniger jene von gestern Abend, also Material aus bisherigen Alben und ein paar neue Songs aus der kommenden EP im Live-Test. Mela wirft sich wieder ins Publikum, die Band gibt alles und das Publikum tanzt (hin und wieder hauen SLOWTORCH tatsächlich auch den einen oder anderen „tanzbaren“ Song raus!). Zum Ende der Minitour bedankt sich die Band herzlichst bei Zuschauern und Fans, vor allem aber bei VU GARDE und der MAMMUT BAR, dann geht’s ans Feiern – man merkt, dass die beiden Bands auf derselben Wellenlänge sind: Noch bis lange nachdem sich
die Bar geleert hat wird getrunken und gelacht…a family on the road.

Later in the evenin’, as you lie awake in bed
With the echoes of the amplifiers, ringin’ in your head
You smoke the day’s last cigarette, rememberin’ what she said
What she said

Oh, here I am, on the road again, here I am, up on that stage

[Zeus – translated by Bruno Slowtorch]


[ITALIAN VERSION]

Come potrebbe iniziare la seconda parte di un report sul minitour degli Slowtorch + VU GARDE se non citando le immortali parole di Bob Seger in Turn The Page?

On a long and lonesome highway, east of Omaha Graz
You can listen to the engines moanin’ out his one old song
Think about the woman or the girl you knew the night before
But your thoughts will soon be wanderin’, the way they always do
When you’re ridin’ sixteen hours and there’s nothin’ much to do
And you don’t feel much like ridin’, you wish the trip was through
Here I am, on the road again, here I am, up on the stage
Here I go, playin’ star again, there I go, turn the page

Perché questo è il sentimento che ti prende quando, dopo una notte di party e concerti a mille all’ora, ti rimetti sui sedili del furgone e macini chilometri e ore come niente fosse e la musica è un sottofondo delicato, adatto a non urtarti i nervi di una testa ancora appesantita dall’hangover della sera precedente.
Così saliamo noi sul furgone, dopo aver fatto colazione e aver rimesso in piedi tutto l’armamentario della band. Di nuovo sulla strada e si va in direzione Klagenfurt. Per chi non se lo ricordasse, Klagenfurt è la roccaforte dei nostri amici VU GARDE, quindi si gioca a casa loro e siamo entusiasti di suonare in un locale che i nostri compagni di viaggio chiamano CASA.
Tutti abbiamo un bar/pub/locale a cui siamo affezionati, dove andiamo perché c’è bella musica, bella gente e tutto funziona.
Abbiamo scoperto, una volta arrivati al Mammut Bar, che questo è uno di quei posti per i VU GARDE.
Il Mammut Bar, da fuori, sembra piccolo, ma dentro rivela molto più spazio del previsto e ci riserva delle sorprese sia per quanto riguarda il sound sia per la gente – tutti molto calorosi e gentili nei nostri confronti.
Il soundcheck va alla grande, mangiamo qualcosa e poi aspettiamo il nostro turno.

Questa volta non ci sono band di supporto, quindi appena il locale è abbastanza pieno, salgono sul palco i tre moschettieri e ci danno dentro come i matti. Il sound esce bene e il set dei Vu Garde, collaudato da diverse prove sul palco, è una garanzia. La chitarra di Sven è in fiamme, continua a macinare riff su riff e il sound mischia stoner-doom e qualcosa di southern senza soluzione di continuità, mentre la batteria di Stephan tuoneggia e la voce di Mela imbastisce la tela su cui tutti noi scivoliamo sereni.

Out there in the spotlight, you’re a million miles away
Every ounce of energy, you try and give away
As the sweat pours out your body, like the music that you play

Cambio palco veloce ed ecco che ritornano a suonare gli Slowtorch. Rispetto a ieri, il sound è leggermente diverso, meno avvolgente (ma questo è anche dovuto alle dimensioni del locale e dalla quantità di gente accalcata davanti al palco), con un basso più distorto, ma la potenza esce dalle casse e investe tutti quelli che sono presenti.
Poche note e la mano pesante di Skan disfa il supporto della cinghia del basso. Visto che non ci sono strumentazioni di riserva, si va sulla versione DIY e quindi nastro argentato e il basso tenuto su a forza di bestemmie al Creatore e potenza della musica. Il set è simile a quello della sera prima, quindi non ci sono novità da presentare: sempre estratti dai dischi precedenti e qualche chicca nuova, giusto per testare i brani del nuovo EP dal vivo. Mela torna in mezzo al pubblico e la band suona con l’anima, molti incominciano a ballare (certi brani dei ‘Torch si prestano ad essere “ballati”… se così possiamo dire). Il concerto finisce in crescendo, con la band che continua a macinare note su note, finchè non è ora di chiudere il sipario e salutare tutti i fan e, soprattutto, ringraziare di cuore i VU GARDE e il MAMMUT BAR.

 

Per festeggiare la fine del concerto, si incomincia il grande festeggiamento e qua si vede perché Slowtorch e Vu Garde vanno bene insieme. Si beve, si ride e si ascolta musica in un locale ormai quasi vuoto e che risuona ancora delle note delle due band e delle risate di persone che, ormai, formano una famiglia on-the-road.

Later in the evenin’, as you lie awake in bed
With the echoes of the amplifiers, ringin’ in your head
You smoke the day’s last cigarette, rememberin’ what she said
What she said
Oh, here I am, on the road again, here I am, up on that stage

[Zeus]

SLOWTORCH + VU GARDE (Minitour – März 2019) – Teil 1

[German Version]

Es gibt nicht viel auf dieser Welt, was zugleich so aufregend und fad sein kann, wie die Zeit im Van zwischen einem und dem nächsten Gig einer Tour. Oder die Fahrt zur ersten Show.
Das Aufladen, die Vorfreude auf die Reise und die Mischung aus Adrenalin und Müdigkeit nachdem man viel zu früh aus dem Schlaf gerissen wurde – all das mischt sich nach 3 oder 4 Stunden Fahrt mit tödlicher Langeweile.
Das ist keineswegs schlimm, man muss bloß das richtige Gleichgewicht finden. Die goldene Regel lautet seit eh und je: Ein Ausgleich muss her – und ab und zu ein Zwischenstopp, damit sich alle die Beine vertreten können, wieder in Schwung kommen und sich etwas vom ewig gleichen Ausblick erholen.
SLOWTORCH spielen zwei Gigs in Österreich: Den ersten am 22.03. in Graz und den zweiten am 23.03. in Klagenfurt. Unsere Gefährten sind VU GARDE, die wir in Innsbruck beim Noise Ritual kennen gelernt haben.
Obwohl es sich für die Klagenfurter gewissermaßen um ein Heimspiel handelt, hat die Band netterweise angeboten, bei beiden Konzerten als Opener aufzutreten – eine verdammt nette Geste.
Vielen Dank, VU GARDE!
So etwas passiert nicht oft – aber wenn zwei Bands so gut zusammenpassen, weiß man: Die Tour wird ein Erfolg.
Nach fast 6 Stunden Fahrtzeit inklusive Zwischenstopp kommen wir am Music-House in Graz an. Der Club weckt Erinnerungen an Konzerte in England: Über steile Treppen geht’s in eine Parallelwelt mit der typischen Mischung aus Kellergeruch, Schweiß, Adrenalin und Dreck, die den coolsten Hard Rock-/Metal-Clubs in aller Welt innewohnt.
Über Jahre angesammelte Schmutzschichten, Schimmel, Fett, Bier und Aufkleber an den Wänden…die Stimmung ist vielversprechend.
Heute gibt’s mit Inspector Fuzzjet auch lokalen Support.
Nach einem Chili con Carne, das es in sich hat (die Luft im Bandbus später ist nichts für schwache Mägen), füllt sich das Lokal langsam, und Inspector Fuzzjet entern die Bühne und heizen ordentlich auf.
Die Band spielt zum Teil Covers und erweist sich als typischer, aber guter Opener und zieht offensichtlich genügend Leute ins Music-House – und das, meine Damen und Herren, sagt einiges über den Spürsinn des Veranstalters aus (oder sein glückliches Händchen).
Nach einem schnellen Umbau sind unsere Freunde VU GARDE an der Reihe. Im Unterschied zu unserem ersten Treffen weiß ich diesmal schon, was die Truppe draufhat. Sven ist ein wirklich brillanter Gitarrist und schafft es, den fehlenden Bass mit exzellenten Riffs und Einlagen nahtlos zu ersetzen, während Stephan wie der Leibhaftige auf seine Drums einprügelt.
Am Steuer steht Mela als Sängerin/Hohepriesterin drei österreichischen Musketiere. Sie steckt Leib und Seele in ihre Show: Ihre ausgezeichneten Gesangslinien explodieren förmlich aus der Anlage und ergänzen das Duo Sven-Stephan perfekt.
Das Publikum ist begeistert, spendet entsprechend Applaus und feuert das Trio während des fast einstündigen Sets gehörig an.

Liebe Leser, freut auch auf das erste Album von VU GARDE. Die Band scheint auf dem richtigen Weg zu sein, scheut keine langen Fahrten und gibt auf der Bühne alles – wenn sie ihre Karten gut ausspielen, wird man hoffentlich noch viel von VU GARDE hören.
Noch ein schneller Wechsel, dann sind endlich SLOWTORCH an der Reihe. Wie gewohnt vermeide ich hier überschwängliche Rezensionen, da ich die Band als Roadie/Mädchen für alles begleite, aber eins kann ich euch sagen: Man spürt’s, wenn ein Konzert gut wird. Die Band kommt gut an, es ist genügend Publikum da, die Leute tanzen, bangen und machen mit, während die vier Jungs aus Bozen mit einer guten Mischung alter und neuer Songs (die voraussichtlich noch heuer auf EPs erscheinen sollen) die Bühne in Brand stecken.
Der Sound ist perfekt, er kommt warm und kraftvoll aus der Anlage und reißt das Publikum nach vorne…das ist die große Stoner/Metal-Community, „die dafür sorgt, dass man sich in Österreich wie in Italien oder sonstwo in Europa zu Hause fühlt“: Leute bringen Bier auf die Bühne, umarmen die Musiker und feuern die Band an. Sänger Mela mischt sich unter das Publikum und hebt die Entfernung zwischen Zuschauern und Band auf. In solchen Momenten werden alle zur Band und alle zu Zuschauern…. was bleibt, sind Brunos Riffs und die treibenden Rhythmen von Skan und Fabio. Und Mela, der plötzlich wieder einsetzt und wieder alles zum Tanzen und Headbangen bringt.
So sind SLOWTORCH live. Und genau das haben die Zuschauer erwartet und bekommen.
Als das Konzert vorbei ist, kann man im Club nicht mehr atmen. Amazonasartige Feuchtigkeit und kein bisschen Frischluft. Aber das spielt keine Rolle, der Abend war großartig, und das Duo SLOWTORCH – VU GARDE kann sich ausruhen und auf den morgigen Gig vorbereiten.
Aber zuerst wird ordentlich gefeiert.
Und: What happens in Vegas, stays in Vegas!

[Written by Zeus – Translated by Bruno – Slowtorch, thank you very much]

[TO BE CONTINUED…]

Slowtorch + Vu Garde (minitour austriaco – marzo 2019) – Part 1

Ci sono poche cose a questo mondo che sono eccitanti e noiose allo stesso tempo, una di queste è il tempo passato in furgone durante lo spostamento da una data all’altra del tour. O anche solo per avvicinarsi alla prima data.
Caricare gli strumenti, assaporare il viaggio che si andrà a fare e sentire il misto di adrenalina e sonno dovuto all’alzataccia mattutina sono componenti che si vanno a mischiare alla suprema noia che ti prende dopo che sono passate 3/4 ore di viaggio.
Sia chiaro, non è spiacevole, basta trovare un equilibrio e tutto funziona (più o meno). La regola d’oro è sempre quella: equilibrio e capacità di fermarsi a prendere una boccata d’aria quando serve. Giusto per far riprendere consistenza al culo e smettere di guardare lo stesso identico panorama dal finestrino.
Il minitour austriaco degli SLOWTORCH è suddiviso su due date: la prima, il 22.03, a Graz; la seconda, il 23.03, a Klagenfurt. I nostri compagni d’avventura sono gli austriaci VU GARDE, band che abbiamo conosciuto a Innsbruck in occasione del Noise Ritual. La female-fronted band si è offerta di aprire entrambi i concerti nonostante giocassero in casa e, vi posso assicurare, è un gesto estremamente bello da parte di un gruppo.
Quindi, grazie VU GARDE!
Succede poche volte, ma quando vedi questo grado di affinità fra le band, allora capisci che il tour funzionerà bene.

Dopo quasi 6 ore di viaggio, comprensive anche della sosta per mangiare, arriviamo a Graz e, precisamente, alla Music House di Graz. Il locale ci ricorda subito certi concerti del lontano passato, quelli in Inghilterra dove scendevi le scale e arrivavi in una dimensione parallela fatta di un misto di odore d’umido, di sudore, di adrenalina e, come contorno, quella sacra sporcizia che mai e poi mai abbandonerà i locali hard rock/metal negli scantinati.
Come potete immaginare, il Music House è sottoterra, immerso in una coltre di sporcizia sedimentata da anni, con le pareti ricoperte di muffe, unto, bitume e adesivi… ma l’atmosfera è carica.
Per questa prima data abbiamo anche un supporto locale (i VU GARDE sono di Klagenfurt): gli Inspector Fuzzjet.
Dopo esserci distrutti l’apparato digerente con un chili osceno e foriero della peggior morte possibile (vi posso assicurare che non ho mai mangiato un chili così terribile come quello, dentro galleggiavano cose che non si sapeva se fossero teste d’aglio, morti, calzini triturati o cosa – qualità che logicamente ha avuto ripercussioni sulle emissioni gassose della band) e atteso che il locale fosse abbastanza pieno, parte il primo gruppo di supporto e c’è subito una bella vibrazione nell’aria.
Quello che gli Inspector Fuzzjet propongono non è niente di innovativo e affondano le mani anche nelle cover, quindi diciamo che è il gruppo d’apertura classico, ma è abbastanza conosciuto da portare un bel po’ di gente al Music House e questo, signore e signori, dice tanto sul fiuto del promoter locale (o il culo che ha avuto n.d.A.).

Dopo un rapido cambio palco, partono i nostri compagni di viaggio VU GARDE. Rispetto alla prima data in loro compagnia, parto decisamente più convinto sulle loro capacità. Sven è un chitarrista realmente brillante e riesce a sopperire alla mancanza del basso con una serie di riff e giochi di chitarra di ottimo livello, mentre Stephan si danna dietro le pelli e ci mette realmente l’anima – sembra abbia un conto in sospeso con la batteria.
A comandare le operazioni c’è Mela, la singer/sacerdotessa dei tre moschettieri austriaci. In questa data si sente che ci sta mettendo l’anima e le vocals esplodono dalle casse mentre tira fuori ottime linee melodiche che ben si accompagnano alle ritmiche del duo Sven-Stephan.
Il pubblico reagisce benissimo e molta gente li applaude e incoraggia il trio austriaco mentre questo spara un set da quasi un’ora di durata.
Ve lo dico: aspettatevi il primo CD di questa band. Se gioca le sue carte bene, e vista la volontà di far chilometri e sbattersi sul palco son già sulla buona via, ho la sensazione che li sentirete nominare spesso.

Rapido cambio palco e finalmente è il turno dei bolzanini SLOWTORCH. Come sempre, non posso gettarmi in grandi recensioni visto che accompagno la band come roadie/tuttofare, ma vi posso dire che si respira l’aria dei concerti che funzionano. La gente risponde bene, c’è un bel po’ di pubblico e molti ballano e si scatenano mentre i quattro bolzanini infiammano le assi del palco con pezzi di repertorio e alcune novità che andranno a finire in una serie di EP previsti per quest’anno.
Il suono è perfetto, esce caldo e potente dalle casse, cosa che ti fa rimbalzare sulle assi (scusate, sui sassi… scusate, sui vetri… non ho osato guardare bene cosa ci fosse per terra) e ti spinge ad avvicinarti e creare quella grande comunità stoner/metal che “ti fa sentire a casa in Austria come in Italia o come da altre parti d’Europa“. Quindi ecco che la gente porta le birre sul palco, che abbraccia i musicisti e inneggia agli Slowtorch. Ecco quindi Mela, il singer degli SLOWTORCH, muoversi in mezzo al pubblico e danzare con loro e così la distanza fra spettatori e band viene annullata. E in quei momenti tutto diventa gruppo, tutto diventa spettatori… l’unica cosa che rimane è il riffing di Bruno e la sezione ritmica formata da Skan e Fabio. E Mela che, di punto in bianco, fa partire la traccia vocale e si ritorna a ballare e fare headbanging.
Questo è uno show degli SLOWTORCH. Questo è quello che la gente si aspettava e ha ricevuto.

Finito il concerto non si respira più dentro il locale. C’è un’umidità da foresta amazzonica e non c’è una sola apertura verso l’esterno. Ma non importa, il concerto è andato alla grande e il duo SLOWTORCH – VU GARDE può andare a riposare e prepararsi per la seconda data austriaca.

Ovviamente non prima di aver festeggiato come si deve.
Come da tradizione, quello che succede ai concerti, rimane ai concerti!

[Zeus]

[To Be Continued]

Noise Ritual V – SLOWTORCH, Pure Rage, Vu Garde (19.01.2018)

Premessa dovuta: come sempre, il report del concerto degli Slowtorch è unicamente un’indicazione e non un giudizio per evidente “conflitto d’interesse”. 

Anno nuovo, nuovo concerto degli Slowtorch. La prima data live del 2019 coincide con un ritorno al Jellyfish Music Bar di Innsbruck (locale già frequentato dalla band bolzanina e che vorrei ringraziare anche in questa sede per la gentilezza assoluta, n.d.A.). Dopo qualche mese di “inattività” concertistica, dovuto alla voglia di concludere la pre-produzione dei brani del successore di Serpente, la TRCH Promotion organizza la quinta edizione del Noise Ritual. Ad accompagnare la band di Bolzano, sono stati chiamati gli austriaci Pure Rage e i Divine Root (poi sostituiti all’ultimo minuto dai Vu Garde, anch’essi austriaci). 
Il locale incomincia ad animarsi già intorno alle 21, ma la prima band (i VU GARDE) non hanno fretta di salire, lasciando così arrivare più persone e rendere il Noise Ritual un festival animato e “caldo”. 
Avevo avuto modo di sentire il trio austriaco su Youtube e, dagli spezzoni che avevo sentito, non mi avevano intrigato. Ma, ammetto, parto sempre prevenuto nei confronti delle doom-band con voce femminile. Per qualche motivo avrebbero le carte giuste per intrigarmi, ma non lo fanno quasi mai. 
Ma… mi sbagliavo. Il sound del trio è caldo, corposo e, cazzo, ha dentro dei bei riff di chitarra. La mancanza del basso, forse anche grazie a come è strutturato il Jellyfish, non sembra essere una pecca e grazie alle bastonate del batterista (Stephan Winzely) e al lavoro sulla chitarra di Sven Kofler, i Vu Garde ti prendono e ti fanno fare un headbanging continuo. Veniamo al mio personale dubbio: la voce femminile. Melanie Köstinger è brava e i suoi vocalizzi si sposano bene con quanto prodotto dagli altri due musicisti, fornendo al sound una buona percentuale di feeling “sciamanico/ritualistico” che il filone occult-metal porta come fiero vessillo. 
Piacevole scoperta e persone molto in gamba e simpatiche – cosa che non guasta mai. 

Dopo i Vu Garde, salgono sul palco i PURERAGE. La band, proveniente dalla vicina Ötztal, hanno un folto gruppo di sostenitori molto leali (tutti vestiti con magliette, toppe o altro della band – per una formazione di appena tre anni, non è malaccio). Gli austriaci sono in quattro, con la formazione classica con due chitarre, basso e batteria (rispettivamente Jan e Benny, Barney e Manu). I suoni, pur non eccellenti – ma questo è “colpa” del locale -, hanno tiro e la gente presente si esalta. Questo è poco ma sicuro, il picco degli spettatori davanti al palco è proprio per questi ragazzi austriaci. L’orario è quello giusto e loro suonano un set tirato, credendoci molto e mettendoci l’anima. Rispetto alla band d’apertura, si sente una maggiore inesperienza ma è normale per un gruppo nato nel 2015. I riff, pur non copiati di sana pianta, sono molto derivativi, anche se poi vanno a creare una composizione originale. Come detto, non sto certo a puntare il dito contro i simpatici austriaci (persone realmente alla mano), appena troveranno una propria voce e un sound che li rappresenta al 100%, allora i riff già sentiti (Metallica, Kyuss etc) spariranno a favore di composizioni originali al 100%.
Nota a margine, durante il set dei PURERAGE, la band austriaca ha invitato sul palco il singer degli SLOWTORCH per eseguire la cover di un brano dei Rage Against The Machine

Ormai abbiamo passato abbondantemente la mezzanotte quando i PURERAGE smettono di suonare e si incominciano a caricare gli amplificatori e preparare tutto per il set degli SLOWTORCH. Il pubblico, pur stanco, reagisce alla grande mentre i quattro altoatesini si gettano nel classico set e, per l’occasione, ci sono alcune piccole novità. Il sound è potente, non perfetto e un po’ sporco, ma i riff di Bruno escono potenti e dinamici, cosa importantissima per il groove che deve avere un genere come quello proposto dagli Slowtorch. 
Di fronte al palco c’è una bella atmosfera e tutti i presenti partecipano al casino incoraggiando la band con headbanging, grida e tutto il necessario per un concerto metal. Non siamo alla Scala, per vedere gli Slowtorch bisogna muoversi, sudare ed essere sotto il palco e a tiro degli altoparlanti. 
Nota estremamente positiva? Lo spirito di gruppo delle band è incredibile e ai rispettivi concerti le band in attesa erano le prime ad essere davanti al palco a supportare i compagni del festival. Questo, lo ripeto, QUESTO è lo spirito che ci vuole per un concerto, non le cazzate da mezze dive della minchia fritta. 
Sono ormai diversi mesi che la formazione si è riunita con il bassista Skan e l’intesa è migliorata, lasciando libero spazio al singer Mela di impazzire sulla scalinata e tirar fuori linee vocali potenti e aggressive ma melodiche. Come sempre ho difficoltà a specificare il genere, ma direi che è il certificato che quanto suonano gli SLOWTORCH è iscrivibile sotto la voce: ORIGINALE. 

Il concerto finisce senza bis, ma i volumi erano talmente alti e le vibrazioni così intense che hanno sfinito la sezione ritmica formata dal già citato Skan e Fabio. Pensate voi che botte di suono uscivano dalle casse e investivano le prime linee del pubblico!! 

Dopo il concerto la festa è andata avanti e, come da tradizione di questo blog, vi ricordo che quello che succede ai concerti, rimane ai concerti.
[Zeus]

11/12/2018 – Clutch (Fabrique Milano)

Dopo 8 anni si ripete.
Discesa al gran completo per uno dei rari concerti dei Clutch in Italia, che si tiene al Fabrique, Milano.

Date le distanze e gli orari di lavoro entriamo al Fabrique che gli Inspector Cluzo hanno già finito e stanno suonando i The Picture Book
A dispetto del nome orrido, supportato a loro volta da un logo dozzinale, i Picture Book ci danno dentro. Un rock molto fisico, supportato solo da una chitarra e batteria, ma il groove e l’energia del combo riescono a scuotere il pubblico, che oltre ogni aspettativa riempe quasi al completo il locale. 

I suoni sono ottimi, quindi le aspettative si alzano e vengono rispettate. I Clutch, già su disco, sono sudore e ormoni a palla, dal vivo il tutto si amplifica. Le canzoni si susseguono una dopo l’altra, Neil Fallon interagisce poco con il pubblico, giusto qualche battutina in risposta a qualche coretto del pubblico, mentre i suoi compagni eseguono il lavoro senza tanta scena ma con precisione e grinta. Poi, sei hai i pezzi e hai il carisma, cosa in cui i Clutch spadroneggiano, tutto ti è facile.
La folla balla, canta, risponde ai cori e si esalta e in un attimo, o così sembra, tutto finisce. Giusto il tempo per il bis di un paio di pezzi, tra cui una Electric Worry cantata a gran voce da tutti, e si riaccendono le luci.
Tutti contenti, tutti felici, anche se tutti vorrebbero qualche pezzo in più, magari da Blast Tyrant, album criminalmente sottovaluto e totalmente ignorato in questo concerto.

Mentre le luci del Fabrique si accendo, si riparte verso casa felici e contenti; ma con una domanda che rimarrà sempre sospesa: perché i Clutch non sono famosi? Perché non suonano in contesti tipo il Rock in Roma o il Firenze Rocks? Perché alla radio non ho mai sentito un loro pezzo? Misteri della fede, a cui forse neanche il nostro dio (quello baffuto e senza 2 falangi, ovviamente) saprà risponderci.
[Skan]

Black Winter Fest XI

La motivazione principale per muoversi verso questo Black Winter Fest è stata la presenza in scaletta dei Marduk. Lo so, scontato quanto volete, ma i quattro svedesi riservano sempre uno show con i controcazzi, quindi perché perderseli?
Detto questo, la truppa di TMI (Skan e il sottoscritto) parte in direzione Parma. Messe a posto le formalità (pernottamento e pranzo), ci addentriamo nel ventre caldo del Campus Industry Music. Fuori la temperatura è ancora sopportabile, ma da lì a poche ore fuori il freddo la farà da padrone e le uscite saranno riservate unicamente a chi fuma e per mangiare un hamburger. Entrati nel Campus Industry Music notiamo che ci sono pochi stand con merch ufficiale (quello dei Valkyrja, Marduk e Attic è piazzato proprio all’entrata e, puttanamiseria, il merch dei Marduk è scarso: ogni volta che li vedo hanno due minchiate, fra cui un’imbarazzante maglietta di Silent Night e una bianca con Tiger I, probabilmente un imbarazzante fondo di magazzino) e le distro messe nelle salette laterali. La disposizione è logica e chi guarda dischi/magliette non rompe le palle a chi vuole vedersi il concerto. 
Causa varie ed eventuali, ci perdiamo quasi tutto lo show degli italiani Afraid Of Destiny. In compenso siamo pronti e reattivi quando attaccano gli Scuorn. Non li conoscevo e scopro solo adesso, grazie al web, che è una one-man band capitanata da Giulian. Lo show è interessante ma il sound, che unisce il black metal al sound mediterraneo (cosa che li affianca ad act più celebrati come i Rotting Christ o, se vogliamo, ai Kawir), è impastato per trequarti del set. I volumi sono sovraumani, tanto che la doppia cassa mi assesta delle pedate nel setto nasale ogni 3×2, ma non bilanciati. Pur apprezzando e vedendo lo sforzo di portare il black metal in una dimensione napoletana/locale, sento in maniera più o meno chiara solo gli ultimi 2/3 pezzi. Usciti di scena Giulian&Co., sale sul palco il primo act europeo: gli Attic. I tedeschi sono della stirpe della gente che ci crede un casino (cit. Skan), quindi ecco che arrivano le impalcature enormi, l’altare con il rituale fregato dal Baffo televisivo (cit. Skan) e un bassista con il gilet bianco (che ci crede più di tutti, cit. Skan). Solo che gli Attic, di black metal puro, non hanno niente. Sono una band di heavy metal dalle tinte oscure, sulfuree se vogliamo, e il cantante è l’incarnato tetesko di King Diamond. Il buon Skan li elegge subito a eroi della giornata, io apprezzo ma mi riservo di sentirli meglio su CD/Youtube. Non c’è il pubblico delle grandi occasioni, sono le quattro di pomeriggio, ma quelli presenti apprezzano.
L’arrivo dei Soujorner, collettivo internazionale, azzoppa il crescendo della giornata. A mio parere sono fuori luogo in un festival come questo e il loro sound non mi ispira per niente. A loro discolpa posso dire che per buona metà del set hanno avuto basi pre-registrate che partivano a cazzo di cane e, una volta corretto il problema, suonano innocui e senza nerbo (le clean vocals perfettine ma anonime della chitarrista non aiutano di certo). Forse su disco o in altro ambiente sono perfetti, al Black Winter Fest non c’era cazzi di farli sembrare adeguati.
Quando salgono sul palco i finlandesi Antimateria, reggiamo due canzoni e poi ci dirigiamo a mangiare un hamburger. Lo so, non si dovrebbe dare un giudizio tranciante dopo pochi pezzi, ma quello che hanno fatto non ci ispirava e siamo andati a riempirci lo stomaco e sederci due minuti.
Rientriamo giusto in tempo per veder suonare i SAOR. Gli scozzesi si portano appresso uno dei nomi più brutti in assoluti, ma solo in italiano e in zona veneto. In gaelico il significato è assolutamente onesto e sincero.
Detto questo, il progetto del polistrumentista Andy Marshall ci mette poco a prendermi. Il suono è buono, sempre a volumi spaventosi ma almeno tutti gli strumenti sono decifrabili (il violino molto meno), e l’insieme ti fa perdere nella musica e ti fa sentire bene. Almeno a me è successo questo. Unico lato negativo è forse la voce di Andy Marshall, troppo monotona per essere realmente un plus nei Saor, ma sono piccolezze per uno show che, in termini di qualità, fa vedere che si sta arrivando ai piani alti del bill.
I greci Acherontas sono sulla rampa di lancio e si sa. Attivi da 10 anni, 7 dischi (fra cui l’ultimo Faustian Ethos) e un sound costruito sul lavoro delle due chitarre e sui pattern di batteria. Il singer è enorme e, modulando lo scream, tira fuori dei sibili serpenteschi e riproduce rituali blasfemi che, a mio avviso, sono centrati al 100%. Il sound è ben calibrato e questo fa sì che tutti i brani ne escano bene, potenti, percussivi, ritualistici e dall’alto tasso di viaggio mentale. Il set finisce prestissimo, anche se hanno 45 minuti di tempo, e per me i greci sono uno dei vincitori di giornata.
Superato lo scoglio Acherontas, si incomincia a vedere la parte alta della classifica. Arrivano i Valkyrja e, come per gli Antimateria, dopo neanche due canzoni, decidiamo di andare a mangiare. Ho visto gli svedesi tre/quattro volte (?) e ancora non riesco a capirli. Non mi ispirano molto e raramente mi danno lo slancio da amarcord. Dovrei ascoltarmeli su disco, me lo riprometto ogni volta ma poi passo oltre.
Con l’arrivo degli Archgoat abbiamo raggiunto numerose ore di concerto sempre in piedi e senza riuscire a sedersi per più di 10 minuti. La stanchezza si fa sentire, ma è ancora un’ombra. I finnici si presentano bardati di tutto punto, black metal al 100%, ma sono spaesati e non trasmettono malignità o pericolo… solo un “checazzocistiamoafarequa?“. Forse è colpa della stanchezza crescente, ma è la prima impressione. Quando suonano guardo Skan e ci si presentano subito due domande fondamentali:
a) i finlandesi sono gli unici che non hanno le basi pre-registrate, ma si portano dietro un tastierista messo a caso dietro a Lord Angelslayer;
b) gli Archgoat sembrano muoversi solo due due tempi: il velocissimo tupa-tupa o il lento tu-pa-tu-pa. Non hanno mezze misure, se non in rarissimi casi che, come potete immaginare, uniscono i due tempi senza troppe sottigliezze. Poca varietà ma con impatto elevato, le chiusure delle canzoni fatte alla cazzo di cane (mai a tempo), ma un applauso allo scream di Lord Angelslayer: un rutto inumano che dura oltre 50 minuti, che mi ricorda quello degli Inquisition.
Arriviamo finalmente alla doppietta finale: Tsjuder e Marduk.
Quando i norvegesi salgono sul palco sento la schiena rotta e le otto ore di black metal sparato a volumi sovraumani si fanno sentire. Non demordo e, non avendo mai sentito i Tsjuder dal vivo, tengo alta l’attenzione: so cosa suonano, norwegian black metal senza troppi fronzoli, ma il plus è la furia che ci mettono, supportati da suoni perfetti per la prima volta in tutta la serata. Non mi ricordo i brani che hanno fatto, ma so che Draugluin ha versato tonnellate di sudore sulla chitarra e il terzetto ci da dentro senza risparmiarsi un secondo. In quanto a furia e precisione nel suono, i Tsjuder si lasciano alle spalle molte delle band precedenti.
Quando salgono sul palco i Marduk, cari miei, sono sfinito e faccio una fatica del diavolo a per non accovacciarmi e dare sollievo alla schiena. Il festival è bello, ma ci sono tantissimi gruppi, e senza posti da sedere si arriva alla fine cotti. Aggiungete a questo un mix di suoni completamente sballato e capirete che il set dei Marduk parte con l’handicap. Non riesco a capire perché però: i suoni degli Tsjuder erano una bomba, ma quando sono partoti gli svedesi la chitarra era così impastata che fino a… Wolves?… non si riusciva a capire bene cosa stesse facendo Morgan. Anche Mortuus era funestato da un sound ridicolo (da dove ero io, sembrava che cantasse con l’elio in gola) e probabilmente sentiva la stanchezza della gente nella sala, tanto che verso la fine del set i Marduk hanno incominciato a velocizzare le canzoni senza nessuna pietà (da The Blond Beast in avanti).
L’ultima volta che li ho visti erano sempre in un contesto festival (al Colony) e, in quanto a suono e performance, erano nettamente meglio.

Riassumendo posso dire che il Black Winter Fest XI è un ottimo festival, organizzato bene e facilmente raggiungibile. Ci sono cose da migliorare, come il suono e la durata complessiva (dalle 14 alle 2 di notte, senza potersi sedere, è francamente sfinente), ma è uno di quei festival da tenere sott’occhio e vedere cosa propongono di anno in anno.
Bravi agli organizzatori.
[Zeus]




Sudore & alcol – Tauerngold Festival 2018

Risultati immagini per tauerngold festival

Presenzio a questo concerto in ben tre vesti: la prima è quella di merch-guy per gli SLOWTORCH, la seconda come pseudo-recensore di TheMurderinn e la terza come tizio che ha una voglia matta di fare il diavolo a quattro. Come primo ruolo, ho svolto il mio compito (almeno credo – gli SLOWTORCH non si sono lamentati e neanche chi ha comprato qualcosa). Per quanto riguarda la modalità party, signori, posso dire che non mi sono tirato indietro.
Ma come report del concerto?
Partiamo con ordine e vediamo di risolvere la pratica al meglio.
La chiamata alle armi della truppa Slowtorch suona alle 10. Poi si ritarda e suona alle 11.50 quando si dovrebbe partire alle 12.30. Quindi butta su due bistecche alte due dita e spera di non ingozzarti come un’oca mentre le divori con Bruno Slowtorch.
Siamo già in ritardo sulla tabella di marcia, ma riusciamo a contenere i vari minuti persi prima di metterci in moto direzione Schwarzach im Pongau. Sotto un sole che spacca, un traffico che ti fa venire voglia di uscire dal portellone del furgone e inscenare un nuovo “Un giorno di ordinaria follia” (qualcuno mi spieghi come mai la gente si ostina a guidare 30km/h meno del limite), ci dirigiamo verso l’Austria.
La simpatica signora che ci fa da navigatore, per qualche motivo quelli che hanno costruito il furgone hanno anche impostato una tizia simpatica come il sale sulle ferite, ci propone amene mete fra cui passare su un passo alpino degno di Annibale. Ringraziamo il Grande Capro e ci accorgiamo per tempo dell’imbroglio e via verso strade pianeggianti, ma non troppo trafficate (a parte i classici derelitti della macchina che guidano a cazzo di cane), fino a raggiungere in tempi utili la ben poco ridente cittadina di Schwarzach im Pongau. Lato negativo? L’aver negato il tanto sognato Bosna al buon Skan – nuovamente in veste di bassista/turnista per questo concerto – momento che segnerà in maniera terribile l’epico viaggio di ritorno.

IMG-20180730-WA0006.jpg
Il festival promosso nel modo migliore (foto Slowtorch)

Dopo aver girato un po’ a cazzo di cane, aver chiesto informazioni ad uno dei tanti non-austriaci del luogo, aver rotto il cazzo in una pizzeria austriaca per avere informazioni su un Hotel che non esiste più da anni (posto dove avevamo il nostro covo per la notte) e cercato il luogo del concerto, arriviamo al posto dove, per le successive nove ore, si sarebbe tenuto un concerto/festone da paura.

IMG-20180730-WA0004.jpg
IL panino (foto Slowtorch)

L’aver organizzato un festival in una ex-birreria ispira cose turpi, soprattutto perché birra chiama birra, quindi ci dirigiamo subito al frigo del backstage e incominciamo a dedicarci al luppolo. C’è poco da fare, gli austriaci sanno come si fanno le cose e un frigo pieno di birre buone e superalcolici scadenti è qualcosa che ti rinfranca l’animo.
La sudata cibaria viene fornita da un brattaro (gergo tecnico che definisce uno di quei furgoni che fanno da mangiare) e, sorpresa sorpresa, stiamo parlando di mangiare di qualità! Non credo di aver mai visto un cibo di quel livello in nessun festival che ho frequentato. I panini erano ottimi e, annaffiati con la birra, scendevano che è un piacere.
Ma arriviamo al momento della verità: parte il festival.
Il primo gruppo a salire sul palco sono i Why Goats Why. Il duo austriaco (tutto il bill, SLOWTORCH a parte, era locale) ci prende subito bene. Nel backstage sono simpatici e alla mano e, sinceramente, questo fa pesare molto il giudizio positivo. Il resto è dato da una proposta hard rock di buona fattura. Sono in due e tengono bene il palco e, pur non rientrando al 100% nel gergo stoner (cosa che mi piace, visto che sentire tutte band uguali, con lo stesso riff o la stessa linea di basso mi avrebbe annoiato a morte), non sfigurano e l’energia che ci mettono è contagiosa. Mi godo tutta la performance perché ci sanno fare e, a mio avviso, avrebbero meritato un gradino superiore nel bill. Ma non sono io ad organizzare il festival, quindi mi tengo le considerazioni personali e, come dicono i saggi, “mi faccio i cazzi miei”.

Dopo i Why Goats Why è il turno degli Swanmay. Il confronto con chi li ha preceduti è impietoso sotto molti punti di vista: soundcheck enorme (quasi 40 minuti di noia assoluta, fortunatamente condita da birre), attitudine poco incline a fraternizzare con gli altri e poi quella recensione irritante: suonano meglio dei Black Sabbath e con un cantante che canta meglio di Ozzy. Questo, come potete capire, mi fa girare le palle. Potete toccare tutto, ma non i Black Sabbath. Mi metto nella mia posizione preferita, un occhio sul palco e l’altro sul merch, e ascolto cosa propongono questi nuovi Messia della musica (a detta dei giornali). Dopo aver ritardato ancora il momento di salire sul palco, cosa che innervosisce ulteriormente il sottoscritto, gli Swanmay partono a suonare e, signore e signori, non sono proprio questo spettacolo. Dopo un po’ annoiano e, pur essendo stoner al 100% (cosa che li fa cadere a pié pari in diversi cliché del genere), mi lasciano freddino. Provo a tenere testa alla voglia di andarmene bevendomi un’altra birra, ma poi cedo e radunati un paio di SLOWTORCH ci dirigiamo a mangiare patatine e un panino con l’arrosto di maiale nel ristorante vicino al festival.
Volevo sottolineare che il panino con l’arrosto di maiale, cipolla e kren a 3,50€ è stato imperiale.

Ritorniamo in tempo per sentire il fischio degli amplificatori, ma la performance degli austriaci Swanmay è finita. Adesso tocca agli High Transition, gruppo molto attivo in zona nonché organizzatori del festival. Anche loro non possono certo essere definiti realmente stoner, anzi. Il sound che tirano fuori è qualcosa di più vicino al rock e a qualche riflusso alternative piuttosto che al genere amato dal Grande Capro, ma ci mettono un grande impegno e il pubblico si assiepa davanti al palco. Teniamo presente che ormai è quasi mezzanotte e ci sono veri hardcore che hanno iniziato a bere molte ore prima.
Comunque sia, quel miscuglio di generi forma un sound che alla gente piace e non è raro vedere gente che balla, fa headbanging seguendo i pattern degli austriaci o anche solo supporta il gruppo applaudendo e inneggiando il nome degli High Transition. La band non si risparmia e per tutto il set ci da dentro, mettendoci energia ed evidente divertimento – elementi che scaldano il pubblico e lo preparano per il successivo set degli SLOWTORCH.

Come sempre quando mi tocca parlare degli SLOWTORCH, essendo in posizione molto particolare, riporto in maniera quasi fredda quello che succede fra il pubblico. Non vogliatemene, ma non posso certo dire che con il passare dei minuti (ormai erano le 00:30 quando i ‘Torch hanno iniziato a far tremare le mura della ex birreria) la gente ha incominciato a saltare come grilli e invocare non uno, ma ben due/tre bis. Il sound degli SLOWTORCH è, anch’esso, un ibrido che rientra nello stoner ma anche nel metal/hard rock, quindi categorizzarlo è difficile. Quello che però riescono a far uscire dalle casse, complice l’intervento provvidenziale dell’ex batterista della band dietro al mixer (unitosi alla compagnia festante), è un muro sonoro che per due/tre canzoni prende letteralmente a cazzotti la gente davanti al palco. Il suono è tosto e l’aggressività è elevatissima (ecco cosa succede a lasciare una band in ammollo per ore), energia che i quattro altoatesini sfogano con una performance forse non pulitissima, ma di elevato contenuto adrenalinico. Superato il trauma sonoro, molti del pubblico sono rientrati e lo spazio antistante il palco ha incominciato a diventare pieno di gente contenta e coinvolta dalla musica degli SLOWTORCH. Corna alzate, grida, headbanging selvaggio, donne soddisfatte, richieste di bis, incitamenti e tanti grandi sorrisi. Perché, puttana miseria, ci vogliono anche i sorrisi dopo ore e ore in un posto a ingurgitare birra, mangiare e ascoltare musica. Dopo quasi due ore, fra bis/tris e appelli del singer al pubblico, ecco che il set finisce in un fischio di chitarre e applausi della gente. Chi era venuto per vedersi gli SLOWTORCH in azione è stato ricompensato con un set rovente.

Il post-concerto non lo racconto. Come già all’Happy Ranch, quello che è successo al Tauerngold Festival 2018 rimane al Tauerngold Festival.

Quello che posso dirvi, però, è che è stato un festival organizzato bene, molto tranquillo e con bella gente. Complimenti agli organizzatori (gli High Transition), alle band coinvolte, ai baristi&alle bariste, a chi ha collaborato con il cibo, con le foto e con il suono. Complimenti veramente.

[Zeus]

Gang Band Festival 2018 (Baselga di Piné)

Lo dico subito, per il buon Skan e il sottoscritto non è stata una scelta semplice e venire a questo festival è stato un processo decisionale che ha escluso il più grande Rock The Castle. Ma ormai siamo vecchi e il pensiero di restare inchiodati sotto il sole cocente, da veri TRVE metaller, non ci attirava minimamente e così, visto l’headliner di giornata (i Nanowar Of Steel), la foto della location (vicino al lago di Piné in Trentino) e il totale relax che traspariva dalle foto, ci siamo decisi per il Gang Band Festival.
La realtà dei fatti ha pareggiato l’aspettativa e il leggero venticello che soffiava riusciva a non farti rimpiangere la scelta mentre stavamo aspettando la sera. Ma il fatto di avere 5/6 gradi in meno rispetto a Bolzano, cari miei, era già una manna dal cielo.
Il posto è buono, bel prato, ombra e visto che non si aspettavano le folle oceaniche del Rock The Castle, tutto era fatto a misura d’uomo: campeggio gratuito, servizio di catering e il posto che ha subito un assedio costante per tutto il pomeriggio: lo stand della birra.
La prima manifestazione è stata fatta ad uso e consumo dei turisti del luogo, visto che era un concerto di bande locali e così ci siamo svaccati sul prato, all’ombra, mentre le bande di paese spaziavano fra canzoni tradizioni e colonne sonore di film. Il tutto vestiti di tutto punto con i costumi tradizionali.
Ironia della sorte, i turisti hanno anche rumoreggiato perché la banda locale faceva troppo casino… avessero saputo cosa gli aspettava dopo, avrebbero eretto monumenti al sound rilassato che li aveva accompagnati mentre si arrostivano al sole.
In questo momento ho un dubbio atroce, sulla locandina c’erano segnate tre band prima dei Nanowar Of Steel; alla prova dei fatti sono salite quattro band e io, vi giuro, non so che nome assegnare alle prime due. Scusate.
Facciamo così, io ci provo e poi mi correggerete…
I primi a salire sul palco sono i Pussynet cleaning Services di Piné. Il suono esce benissimo dalle casse e loro fanno un punk-rock melodico (California) e scaldano un po’ le assi. Io non sono un amante del punk rock, a parte i Social Distortion, quindi mi fermo a dire che hanno fatto il loro show e hanno lasciato spazio alla band senza nome.
Non ho idea di chi siano quelli che sono saliti sul palco dopo i punk rockers trentini. Quello che so, però, è che il set è tutto incentrato su cover di band famose (rock indipendente, rock revival e così via, quindi mi ricordo nomi come i The Jet, i Priestess etc) e il pubblico si è subito mosso di più. I trentini, anche questa band senza nome era di zona, si è portata un buon seguito di amici e il rapporto stretto fra le band ha portato ad un buon supporto reciproco fra i vari gruppi.
Finito il set della band, Skan e io ci siamo trovati d’accordo su una cosa: la band era bravina, faceva il suo lavoro senza infamia e senza lode (ed è una gran cosa rispetto a gruppi che torturano le canzoni! N.d.A), ma la vera nota di merito va al cantante, veramente bravissimo.
Dopo questi ragazzi, ecco che salgono i Vortika (Valle di Cembra). Non mi hanno preso molto, anche perché il sound che spaziava in varie sottosezioni di nu-metal et similia non mi ha mai preso. Quindi ne abbiamo approfittato per rilassarci e passare un po’ di tempo distante dal palco. I suoni, come per i primi due gruppi, erano molto buoni, chiari e potenti ed è stata una piacevolissima sorpresa.
Finito con i Vortika, raggiungiamo di nuovo la nostra zolla davanti al palco. La gente ha incominciato ad affollare la zona antistante alle transenne, ma a guardarmi alle spalle (direzione banco birra), posso giurare che il rapporto è 20% davanti al palco – 80% a bere come assassini (Odino vi loda ragazzi e ragazze!).
Un po’ in ritardo sui tempi, iniziano a suonare i Bullshit. Alla chitarra ritmica ritroviamo il cantante della band senza nome, mentre il resto del gruppo è formato da ragazzi che ho scorto nel parco e a bere birra. I Bullshit attaccano subito con un adrenalinico rock-metal e non smettono di picchiare fino alla fine. Hanno ironia e suonano abbastanza bene, con il cantante che è evidentemente divertito e questo è sempre bello e fa show. Anche il resto del gruppo è di ottimo umore e fa sì che tutto il concerto sia energico, abbastanza metal ma con l’animo rock e condito da bestemmie e pezzi ironici (mi ricordo Bunga Bunga – non credo che devo spiegarvi il significato e/o il testo), cover (la sigla dei Cavalieri dello Zodiaco) e una serie di pezzi originali influenzati tanto dalla band di Lemmy, quanto dal rock degli AC/DC etc.
Finito con i Bullshit, è il turno degli headliner di giornata: i Nanowar Of Steel. Loro sono divertenti e suonano veramente bene e, per me, iniziare il concerto con Bestie di Seitan è stato un colpo bassissimo visto che mi sono esaltato subito. Un problema, però, è sorto immediatamente: i suoni, fino a quel momento ottimi e potenti, erano completamente sbilanciati e a tratti non si capiva assolutamente niente. Molte volte sapevo cosa stavano cantando solo perché mi ricordavo i testi, ma da davanti al palco non si capiva assolutamente niente di quello che stavano dicendo (peccato, perché ci sembra di aver capito che hanno fatto variazioni sul testo su Sottosegretari alla presidenza della repubblica del Truemetal). A parte questo fattore, un po’ fastidioso, il concerto è andato avanti alla grande prendendo pezzi dalla discografia: da Barbagianni400 Calci, da Ode al CetrioloFeudalesimo e Libertà (accolta con un boato da molti dei presenti). La band ha presentato la nuova The Call Of Cthulhu e poi ha tirato fuori anche Esce ma non mi rosica A cena da Gianni.
Togliamoci il dente subito: il pezzo che ha ricevuto il boato più grande, forse forse a pari merito con Feudalesimo e Libertà – ma non credo, è stato Giorgio Mastrota. Questo è il pezzo che molti aspettavano e, lo ammetto, io con loro.
Finito Giorgio Mastrota mi guardo di nuovo alle spalle, credendo di vedere il pienone… ma niente, la percentuale si è forse spostata su un 35-65, ma la gran parte della gente continuava a donare il fegato a Satana! Ci vuole dedizione anche in questo, il Valhalla vi aspetta.

Quando ci siamo allontanati dal palco stavano ancora andando le ultime note dei Nanowar ed erano quasi le due di mattina. Che trip temporale degno di Cthulhu.
[Zeus]

Grigliare il maiale e inneggiare Satana. Ovvero: At Ranch With Devils pt. 1

L'immagine può contenere: una o più persone e sMS

Questa sarà il report di concerto peggiore in assoluto, ma essendo parte in causa mi tocca anche variegare la situazione con spruzzatine di arcobaleno e qualche unicorno come complemento artistico.
Non si dovrebbero fare report su concerti in cui si partecipa “non attivamente ma in maniera sostanziale”
, ma visto che vado a pochi concerti prendo l’occasione al volo e saluti.

30.04.2018 chiamata alle armi, si rimette insieme “la vecchia band” (secondo le immortali parole di Skan). Io mando il mio pollicione in su e sono convocato al primo concerto At Ranch With Devils all’Happy Ranch di Cembra (Trentino). Vista l’occasione ritrovo il mio posto dietro il banco gadgets/merch degli Slowtorch e quindi tutto sa di passato e presente nello stesso momento.
L’Happy Ranch non lo conoscevo, quindi vederlo è stato interessante. La struttura è enorme e il posto dove si suona contiene quanto basta di gente.
L’At Ranch With Devils è un festivalino che propone un sound fra l’hard rock, lo stoner, il thrash e tutto quello che ci sta nel mezzo, con tante band locali (addirittura cinque su sei) e poi i pezzi grossi: gli svedesi Transport League.

Scaricato tutto, ecco che parte il soundcheck/linecheck della prima band: i Diaolokan. Triturano fuori un thrash sordido e aggressivo per tutta la durata del concerto e, il tutto, viene condito da un cantato in trentino (almeno quello che riesco a capire, causa sporcizia del sound in uscita dalle casse). Una cover per gradire – i Pantera – e tanta esperienza da una band che, per attitudine e tacche alcoliche sulla cintura, mi ha ricordato i Demolition’s Hammer.

Primo cambio di palco e salgono i Forstoner. A parte la genialità di aver regalato nuova vita ad un birra locale (ma conosciuta a livello nazionale – suvvia, capite quale dal nome), i quattro trentini sparano una serie di cover stoner che ti fanno star bene. Il cantante è pienamente nella parte di colui che vede le persone morte e continua a bere whisky e/o birra per tutto il concerto – cosa che lo rende un Warrior agli occhi del dio del metallo. Il set parte con Gardenia dei Kyuss e poi prosegue con tracce conosciute e altre, ahimé, che riconosco ma non ricordo. In compenso mi ricordo la tizia che ha ballato tutto il tempo davanti al palco, ci vuole attitudine – che Satana l’abbia in gloria. Giocando sulle cover i Forstoner hanno vita “semplice” nell’acchiappare la gente, ma fare cover ha anche la sua intrinseca difficoltà: se non le fai bene, fai una figura che definire di merda è un eufemismo. Quindi, buon risultato e buona esecuzione.

Con ancora gli amplificatori che fischiano, ecco che attaccano gli FSM. Qui, porco il mondo su cui cammino, mi son perso. Non avevo neanche bevuto, quindi la mia incompetenza è proprio perché stavo lavorando al banco merch e sono andato a rompere il cazzo ai tizi che facevano da mangiare per farmi un panino con porchetta homemade. Sia lode a loro e al porco, che è sempre il dio dei nostri pranzi (battuta fatta ad hoc). Gli FSM sibilano, sbraitano, suonano ma io li perdo. Chiedo venia, sarà la prossima volta.

Dopo gli FSM, ecco che salgono i Blowout. Avevo visto la band trentina al Malevolent Monkey Metalfest pt.1  (dio s*******o che nomi enormi) come supporter dei Fake Idols – band, quest’ultima, che non mi è piaciuta manco per il cazzo (la mia opinione vale meno di zero e lo so, ma almeno la dico e sento il cuore più leggero). Ritornando ai Blowout, si viene colpiti subito dalla strumentazione e dai “sticazzi” che escono dalle bocche dei musicisti presenti. Tanta cosa e tanta dedizione. Il sound è un metal sudista che mischia un po’ di Pantera, un po’ di BLS, un po’ di Down e qualche altra chicca in giro. Ovvio, i rimandi che ho detto sono tutti per capire la tipologia del sound, non sono rimandi tout court. Il loro lavoro lo fanno, il singer sputa i polmoni e il suono è bello pompato.
Qualcosa manca nel sound o nei pezzi, forse un pezzo “killer”, ma lavorandoci su un po’ lo riusciranno a trovare.

Questo è il mio momento di profondo imbarazzo: recensire il concerto degli Slowtorch sarebbe come decantare Yahweh mentre sono un testimone di Geova, quindi vagamente di parte. Facciamo così, io non racconto lo show, ma vi dico cosa hanno potuto vedere quelli che lo guardavano da sotto il palco. Questo era lo show-reunion con il vecchio bassista Skan in versione “session man”, quindi un’occasione nell’occasione. La gente ha incominciato a ballare e fare headbanging e, cosa che testimonia l’impatto di una band, voleva i CD del gruppo per ascoltare la musica anche a casa. Lo show è durato un’oretta circa, quindi chi voleva sfasciarsi la faccia ha avuto il tempo, il resto degli alcolisti (che Satana li abbia in gloria) ha deciso di testimoniare a favore del metal bevendo. Occupazione onesta e giusta.
Il resto? Composizioni originali e show “storico”, visto che non c’erano nuovi brani in scaletta. Sound un po’ confuso all’inizio, ma poi è partito. Il resto? Chiedetelo alle persone che, sotto il palco, hanno dato sudore per la band.

Ultimo gruppo ed ecco gli headliner: i Transport League. Avrei dovuto ascoltarli meglio, ma ero occupato con gli ultimi residui di lavoro al merch e operazioni belliche di carico/scarico del materiale dei ‘Torch, quindi sono rimasto un po’ in disparte ad ascoltarli. In secondo luogo c’era il Pulled Pork ad attirarmi e ho dovuto saziare la fame nera che mi ha assalito a metà serata. Nel sottofondo i Transport League hanno tirato giù secchiate di hard rock/stoner che metà ne bastava. Una carica enorme, forse anche perché questa era una data del tour prima di una pausa di tre giorni, e il pubblico è andato fuori di testa completamente. Gente mezza nuda che saltava, tirava testate sul palco, bestemmiava, pogava e tutto quello che, di bello, è il metal. Perché, chi non è metal, non sa assolutamente cosa si prova a lasciar andare via tutta la settimana in una sana ed equilibrata mattanza. Lo show è energico e i suoi sono anche buoni, quindi non c’è niente da lamentarsi. Il pubblico ha gradito e, dal numero di magliette che giravano, direi che è stato un vero successo – compresa la piomba micidiale che si è preso il tizio al merch. Questo enorme svedese è partito bene, non agile vista la stazza ma discretamente attivo poi, dopo un’oretta scarsa dal nostro arrivo e una X-quantità di birre ingurgitate, ha smesso di proferir parola (sensata) per assestarsi su una fermezza di membra da creare imbarazzo al Budda e un tenore alcolico da far paura.
Quando l’ho rivisto girare, finito il concerto, si muoveva con la grazia di un giocatore di football americano in pieno stato confusionale. Grandioso.

Il post-concerto? Quello che succede all’Happy Ranch, rimane all’Happy Ranch.

[Zeus]