Sudore & alcol – Tauerngold Festival 2018

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Presenzio a questo concerto in ben tre vesti: la prima è quella di merch-guy per gli SLOWTORCH, la seconda come pseudo-recensore di TheMurderinn e la terza come tizio che ha una voglia matta di fare il diavolo a quattro. Come primo ruolo, ho svolto il mio compito (almeno credo – gli SLOWTORCH non si sono lamentati e neanche chi ha comprato qualcosa). Per quanto riguarda la modalità party, signori, posso dire che non mi sono tirato indietro.
Ma come report del concerto?
Partiamo con ordine e vediamo di risolvere la pratica al meglio.
La chiamata alle armi della truppa Slowtorch suona alle 10. Poi si ritarda e suona alle 11.50 quando si dovrebbe partire alle 12.30. Quindi butta su due bistecche alte due dita e spera di non ingozzarti come un’oca mentre le divori con Bruno Slowtorch.
Siamo già in ritardo sulla tabella di marcia, ma riusciamo a contenere i vari minuti persi prima di metterci in moto direzione Schwarzach im Pongau. Sotto un sole che spacca, un traffico che ti fa venire voglia di uscire dal portellone del furgone e inscenare un nuovo “Un giorno di ordinaria follia” (qualcuno mi spieghi come mai la gente si ostina a guidare 30km/h meno del limite), ci dirigiamo verso l’Austria.
La simpatica signora che ci fa da navigatore, per qualche motivo quelli che hanno costruito il furgone hanno anche impostato una tizia simpatica come il sale sulle ferite, ci propone amene mete fra cui passare su un passo alpino degno di Annibale. Ringraziamo il Grande Capro e ci accorgiamo per tempo dell’imbroglio e via verso strade pianeggianti, ma non troppo trafficate (a parte i classici derelitti della macchina che guidano a cazzo di cane), fino a raggiungere in tempi utili la ben poco ridente cittadina di Schwarzach im Pongau. Lato negativo? L’aver negato il tanto sognato Bosna al buon Skan – nuovamente in veste di bassista/turnista per questo concerto – momento che segnerà in maniera terribile l’epico viaggio di ritorno.

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Il festival promosso nel modo migliore (foto Slowtorch)

Dopo aver girato un po’ a cazzo di cane, aver chiesto informazioni ad uno dei tanti non-austriaci del luogo, aver rotto il cazzo in una pizzeria austriaca per avere informazioni su un Hotel che non esiste più da anni (posto dove avevamo il nostro covo per la notte) e cercato il luogo del concerto, arriviamo al posto dove, per le successive nove ore, si sarebbe tenuto un concerto/festone da paura.

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IL panino (foto Slowtorch)

L’aver organizzato un festival in una ex-birreria ispira cose turpi, soprattutto perché birra chiama birra, quindi ci dirigiamo subito al frigo del backstage e incominciamo a dedicarci al luppolo. C’è poco da fare, gli austriaci sanno come si fanno le cose e un frigo pieno di birre buone e superalcolici scadenti è qualcosa che ti rinfranca l’animo.
La sudata cibaria viene fornita da un brattaro (gergo tecnico che definisce uno di quei furgoni che fanno da mangiare) e, sorpresa sorpresa, stiamo parlando di mangiare di qualità! Non credo di aver mai visto un cibo di quel livello in nessun festival che ho frequentato. I panini erano ottimi e, annaffiati con la birra, scendevano che è un piacere.
Ma arriviamo al momento della verità: parte il festival.
Il primo gruppo a salire sul palco sono i Why Goats Why. Il duo austriaco (tutto il bill, SLOWTORCH a parte, era locale) ci prende subito bene. Nel backstage sono simpatici e alla mano e, sinceramente, questo fa pesare molto il giudizio positivo. Il resto è dato da una proposta hard rock di buona fattura. Sono in due e tengono bene il palco e, pur non rientrando al 100% nel gergo stoner (cosa che mi piace, visto che sentire tutte band uguali, con lo stesso riff o la stessa linea di basso mi avrebbe annoiato a morte), non sfigurano e l’energia che ci mettono è contagiosa. Mi godo tutta la performance perché ci sanno fare e, a mio avviso, avrebbero meritato un gradino superiore nel bill. Ma non sono io ad organizzare il festival, quindi mi tengo le considerazioni personali e, come dicono i saggi, “mi faccio i cazzi miei”.

Dopo i Why Goats Why è il turno degli Swanmay. Il confronto con chi li ha preceduti è impietoso sotto molti punti di vista: soundcheck enorme (quasi 40 minuti di noia assoluta, fortunatamente condita da birre), attitudine poco incline a fraternizzare con gli altri e poi quella recensione irritante: suonano meglio dei Black Sabbath e con un cantante che canta meglio di Ozzy. Questo, come potete capire, mi fa girare le palle. Potete toccare tutto, ma non i Black Sabbath. Mi metto nella mia posizione preferita, un occhio sul palco e l’altro sul merch, e ascolto cosa propongono questi nuovi Messia della musica (a detta dei giornali). Dopo aver ritardato ancora il momento di salire sul palco, cosa che innervosisce ulteriormente il sottoscritto, gli Swanmay partono a suonare e, signore e signori, non sono proprio questo spettacolo. Dopo un po’ annoiano e, pur essendo stoner al 100% (cosa che li fa cadere a pié pari in diversi cliché del genere), mi lasciano freddino. Provo a tenere testa alla voglia di andarmene bevendomi un’altra birra, ma poi cedo e radunati un paio di SLOWTORCH ci dirigiamo a mangiare patatine e un panino con l’arrosto di maiale nel ristorante vicino al festival.
Volevo sottolineare che il panino con l’arrosto di maiale, cipolla e kren a 3,50€ è stato imperiale.

Ritorniamo in tempo per sentire il fischio degli amplificatori, ma la performance degli austriaci Swanmay è finita. Adesso tocca agli High Transition, gruppo molto attivo in zona nonché organizzatori del festival. Anche loro non possono certo essere definiti realmente stoner, anzi. Il sound che tirano fuori è qualcosa di più vicino al rock e a qualche riflusso alternative piuttosto che al genere amato dal Grande Capro, ma ci mettono un grande impegno e il pubblico si assiepa davanti al palco. Teniamo presente che ormai è quasi mezzanotte e ci sono veri hardcore che hanno iniziato a bere molte ore prima.
Comunque sia, quel miscuglio di generi forma un sound che alla gente piace e non è raro vedere gente che balla, fa headbanging seguendo i pattern degli austriaci o anche solo supporta il gruppo applaudendo e inneggiando il nome degli High Transition. La band non si risparmia e per tutto il set ci da dentro, mettendoci energia ed evidente divertimento – elementi che scaldano il pubblico e lo preparano per il successivo set degli SLOWTORCH.

Come sempre quando mi tocca parlare degli SLOWTORCH, essendo in posizione molto particolare, riporto in maniera quasi fredda quello che succede fra il pubblico. Non vogliatemene, ma non posso certo dire che con il passare dei minuti (ormai erano le 00:30 quando i ‘Torch hanno iniziato a far tremare le mura della ex birreria) la gente ha incominciato a saltare come grilli e invocare non uno, ma ben due/tre bis. Il sound degli SLOWTORCH è, anch’esso, un ibrido che rientra nello stoner ma anche nel metal/hard rock, quindi categorizzarlo è difficile. Quello che però riescono a far uscire dalle casse, complice l’intervento provvidenziale dell’ex batterista della band dietro al mixer (unitosi alla compagnia festante), è un muro sonoro che per due/tre canzoni prende letteralmente a cazzotti la gente davanti al palco. Il suono è tosto e l’aggressività è elevatissima (ecco cosa succede a lasciare una band in ammollo per ore), energia che i quattro altoatesini sfogano con una performance forse non pulitissima, ma di elevato contenuto adrenalinico. Superato il trauma sonoro, molti del pubblico sono rientrati e lo spazio antistante il palco ha incominciato a diventare pieno di gente contenta e coinvolta dalla musica degli SLOWTORCH. Corna alzate, grida, headbanging selvaggio, donne soddisfatte, richieste di bis, incitamenti e tanti grandi sorrisi. Perché, puttana miseria, ci vogliono anche i sorrisi dopo ore e ore in un posto a ingurgitare birra, mangiare e ascoltare musica. Dopo quasi due ore, fra bis/tris e appelli del singer al pubblico, ecco che il set finisce in un fischio di chitarre e applausi della gente. Chi era venuto per vedersi gli SLOWTORCH in azione è stato ricompensato con un set rovente.

Il post-concerto non lo racconto. Come già all’Happy Ranch, quello che è successo al Tauerngold Festival 2018 rimane al Tauerngold Festival.

Quello che posso dirvi, però, è che è stato un festival organizzato bene, molto tranquillo e con bella gente. Complimenti agli organizzatori (gli High Transition), alle band coinvolte, ai baristi&alle bariste, a chi ha collaborato con il cibo, con le foto e con il suono. Complimenti veramente.

[Zeus]

Gang Band Festival 2018 (Baselga di Piné)

Lo dico subito, per il buon Skan e il sottoscritto non è stata una scelta semplice e venire a questo festival è stato un processo decisionale che ha escluso il più grande Rock The Castle. Ma ormai siamo vecchi e il pensiero di restare inchiodati sotto il sole cocente, da veri TRVE metaller, non ci attirava minimamente e così, visto l’headliner di giornata (i Nanowar Of Steel), la foto della location (vicino al lago di Piné in Trentino) e il totale relax che traspariva dalle foto, ci siamo decisi per il Gang Band Festival.
La realtà dei fatti ha pareggiato l’aspettativa e il leggero venticello che soffiava riusciva a non farti rimpiangere la scelta mentre stavamo aspettando la sera. Ma il fatto di avere 5/6 gradi in meno rispetto a Bolzano, cari miei, era già una manna dal cielo.
Il posto è buono, bel prato, ombra e visto che non si aspettavano le folle oceaniche del Rock The Castle, tutto era fatto a misura d’uomo: campeggio gratuito, servizio di catering e il posto che ha subito un assedio costante per tutto il pomeriggio: lo stand della birra.
La prima manifestazione è stata fatta ad uso e consumo dei turisti del luogo, visto che era un concerto di bande locali e così ci siamo svaccati sul prato, all’ombra, mentre le bande di paese spaziavano fra canzoni tradizioni e colonne sonore di film. Il tutto vestiti di tutto punto con i costumi tradizionali.
Ironia della sorte, i turisti hanno anche rumoreggiato perché la banda locale faceva troppo casino… avessero saputo cosa gli aspettava dopo, avrebbero eretto monumenti al sound rilassato che li aveva accompagnati mentre si arrostivano al sole.
In questo momento ho un dubbio atroce, sulla locandina c’erano segnate tre band prima dei Nanowar Of Steel; alla prova dei fatti sono salite quattro band e io, vi giuro, non so che nome assegnare alle prime due. Scusate.
Facciamo così, io ci provo e poi mi correggerete…
I primi a salire sul palco sono i Pussynet cleaning Services di Piné. Il suono esce benissimo dalle casse e loro fanno un punk-rock melodico (California) e scaldano un po’ le assi. Io non sono un amante del punk rock, a parte i Social Distortion, quindi mi fermo a dire che hanno fatto il loro show e hanno lasciato spazio alla band senza nome.
Non ho idea di chi siano quelli che sono saliti sul palco dopo i punk rockers trentini. Quello che so, però, è che il set è tutto incentrato su cover di band famose (rock indipendente, rock revival e così via, quindi mi ricordo nomi come i The Jet, i Priestess etc) e il pubblico si è subito mosso di più. I trentini, anche questa band senza nome era di zona, si è portata un buon seguito di amici e il rapporto stretto fra le band ha portato ad un buon supporto reciproco fra i vari gruppi.
Finito il set della band, Skan e io ci siamo trovati d’accordo su una cosa: la band era bravina, faceva il suo lavoro senza infamia e senza lode (ed è una gran cosa rispetto a gruppi che torturano le canzoni! N.d.A), ma la vera nota di merito va al cantante, veramente bravissimo.
Dopo questi ragazzi, ecco che salgono i Vortika (Valle di Cembra). Non mi hanno preso molto, anche perché il sound che spaziava in varie sottosezioni di nu-metal et similia non mi ha mai preso. Quindi ne abbiamo approfittato per rilassarci e passare un po’ di tempo distante dal palco. I suoni, come per i primi due gruppi, erano molto buoni, chiari e potenti ed è stata una piacevolissima sorpresa.
Finito con i Vortika, raggiungiamo di nuovo la nostra zolla davanti al palco. La gente ha incominciato ad affollare la zona antistante alle transenne, ma a guardarmi alle spalle (direzione banco birra), posso giurare che il rapporto è 20% davanti al palco – 80% a bere come assassini (Odino vi loda ragazzi e ragazze!).
Un po’ in ritardo sui tempi, iniziano a suonare i Bullshit. Alla chitarra ritmica ritroviamo il cantante della band senza nome, mentre il resto del gruppo è formato da ragazzi che ho scorto nel parco e a bere birra. I Bullshit attaccano subito con un adrenalinico rock-metal e non smettono di picchiare fino alla fine. Hanno ironia e suonano abbastanza bene, con il cantante che è evidentemente divertito e questo è sempre bello e fa show. Anche il resto del gruppo è di ottimo umore e fa sì che tutto il concerto sia energico, abbastanza metal ma con l’animo rock e condito da bestemmie e pezzi ironici (mi ricordo Bunga Bunga – non credo che devo spiegarvi il significato e/o il testo), cover (la sigla dei Cavalieri dello Zodiaco) e una serie di pezzi originali influenzati tanto dalla band di Lemmy, quanto dal rock degli AC/DC etc.
Finito con i Bullshit, è il turno degli headliner di giornata: i Nanowar Of Steel. Loro sono divertenti e suonano veramente bene e, per me, iniziare il concerto con Bestie di Seitan è stato un colpo bassissimo visto che mi sono esaltato subito. Un problema, però, è sorto immediatamente: i suoni, fino a quel momento ottimi e potenti, erano completamente sbilanciati e a tratti non si capiva assolutamente niente. Molte volte sapevo cosa stavano cantando solo perché mi ricordavo i testi, ma da davanti al palco non si capiva assolutamente niente di quello che stavano dicendo (peccato, perché ci sembra di aver capito che hanno fatto variazioni sul testo su Sottosegretari alla presidenza della repubblica del Truemetal). A parte questo fattore, un po’ fastidioso, il concerto è andato avanti alla grande prendendo pezzi dalla discografia: da Barbagianni400 Calci, da Ode al CetrioloFeudalesimo e Libertà (accolta con un boato da molti dei presenti). La band ha presentato la nuova The Call Of Cthulhu e poi ha tirato fuori anche Esce ma non mi rosica A cena da Gianni.
Togliamoci il dente subito: il pezzo che ha ricevuto il boato più grande, forse forse a pari merito con Feudalesimo e Libertà – ma non credo, è stato Giorgio Mastrota. Questo è il pezzo che molti aspettavano e, lo ammetto, io con loro.
Finito Giorgio Mastrota mi guardo di nuovo alle spalle, credendo di vedere il pienone… ma niente, la percentuale si è forse spostata su un 35-65, ma la gran parte della gente continuava a donare il fegato a Satana! Ci vuole dedizione anche in questo, il Valhalla vi aspetta.

Quando ci siamo allontanati dal palco stavano ancora andando le ultime note dei Nanowar ed erano quasi le due di mattina. Che trip temporale degno di Cthulhu.
[Zeus]

Grigliare il maiale e inneggiare Satana. Ovvero: At Ranch With Devils pt. 1

L'immagine può contenere: una o più persone e sMS

Questa sarà il report di concerto peggiore in assoluto, ma essendo parte in causa mi tocca anche variegare la situazione con spruzzatine di arcobaleno e qualche unicorno come complemento artistico.
Non si dovrebbero fare report su concerti in cui si partecipa “non attivamente ma in maniera sostanziale”
, ma visto che vado a pochi concerti prendo l’occasione al volo e saluti.

30.04.2018 chiamata alle armi, si rimette insieme “la vecchia band” (secondo le immortali parole di Skan). Io mando il mio pollicione in su e sono convocato al primo concerto At Ranch With Devils all’Happy Ranch di Cembra (Trentino). Vista l’occasione ritrovo il mio posto dietro il banco gadgets/merch degli Slowtorch e quindi tutto sa di passato e presente nello stesso momento.
L’Happy Ranch non lo conoscevo, quindi vederlo è stato interessante. La struttura è enorme e il posto dove si suona contiene quanto basta di gente.
L’At Ranch With Devils è un festivalino che propone un sound fra l’hard rock, lo stoner, il thrash e tutto quello che ci sta nel mezzo, con tante band locali (addirittura cinque su sei) e poi i pezzi grossi: gli svedesi Transport League.

Scaricato tutto, ecco che parte il soundcheck/linecheck della prima band: i Diaolokan. Triturano fuori un thrash sordido e aggressivo per tutta la durata del concerto e, il tutto, viene condito da un cantato in trentino (almeno quello che riesco a capire, causa sporcizia del sound in uscita dalle casse). Una cover per gradire – i Pantera – e tanta esperienza da una band che, per attitudine e tacche alcoliche sulla cintura, mi ha ricordato i Demolition’s Hammer.

Primo cambio di palco e salgono i Forstoner. A parte la genialità di aver regalato nuova vita ad un birra locale (ma conosciuta a livello nazionale – suvvia, capite quale dal nome), i quattro trentini sparano una serie di cover stoner che ti fanno star bene. Il cantante è pienamente nella parte di colui che vede le persone morte e continua a bere whisky e/o birra per tutto il concerto – cosa che lo rende un Warrior agli occhi del dio del metallo. Il set parte con Gardenia dei Kyuss e poi prosegue con tracce conosciute e altre, ahimé, che riconosco ma non ricordo. In compenso mi ricordo la tizia che ha ballato tutto il tempo davanti al palco, ci vuole attitudine – che Satana l’abbia in gloria. Giocando sulle cover i Forstoner hanno vita “semplice” nell’acchiappare la gente, ma fare cover ha anche la sua intrinseca difficoltà: se non le fai bene, fai una figura che definire di merda è un eufemismo. Quindi, buon risultato e buona esecuzione.

Con ancora gli amplificatori che fischiano, ecco che attaccano gli FSM. Qui, porco il mondo su cui cammino, mi son perso. Non avevo neanche bevuto, quindi la mia incompetenza è proprio perché stavo lavorando al banco merch e sono andato a rompere il cazzo ai tizi che facevano da mangiare per farmi un panino con porchetta homemade. Sia lode a loro e al porco, che è sempre il dio dei nostri pranzi (battuta fatta ad hoc). Gli FSM sibilano, sbraitano, suonano ma io li perdo. Chiedo venia, sarà la prossima volta.

Dopo gli FSM, ecco che salgono i Blowout. Avevo visto la band trentina al Malevolent Monkey Metalfest pt.1  (dio s*******o che nomi enormi) come supporter dei Fake Idols – band, quest’ultima, che non mi è piaciuta manco per il cazzo (la mia opinione vale meno di zero e lo so, ma almeno la dico e sento il cuore più leggero). Ritornando ai Blowout, si viene colpiti subito dalla strumentazione e dai “sticazzi” che escono dalle bocche dei musicisti presenti. Tanta cosa e tanta dedizione. Il sound è un metal sudista che mischia un po’ di Pantera, un po’ di BLS, un po’ di Down e qualche altra chicca in giro. Ovvio, i rimandi che ho detto sono tutti per capire la tipologia del sound, non sono rimandi tout court. Il loro lavoro lo fanno, il singer sputa i polmoni e il suono è bello pompato.
Qualcosa manca nel sound o nei pezzi, forse un pezzo “killer”, ma lavorandoci su un po’ lo riusciranno a trovare.

Questo è il mio momento di profondo imbarazzo: recensire il concerto degli Slowtorch sarebbe come decantare Yahweh mentre sono un testimone di Geova, quindi vagamente di parte. Facciamo così, io non racconto lo show, ma vi dico cosa hanno potuto vedere quelli che lo guardavano da sotto il palco. Questo era lo show-reunion con il vecchio bassista Skan in versione “session man”, quindi un’occasione nell’occasione. La gente ha incominciato a ballare e fare headbanging e, cosa che testimonia l’impatto di una band, voleva i CD del gruppo per ascoltare la musica anche a casa. Lo show è durato un’oretta circa, quindi chi voleva sfasciarsi la faccia ha avuto il tempo, il resto degli alcolisti (che Satana li abbia in gloria) ha deciso di testimoniare a favore del metal bevendo. Occupazione onesta e giusta.
Il resto? Composizioni originali e show “storico”, visto che non c’erano nuovi brani in scaletta. Sound un po’ confuso all’inizio, ma poi è partito. Il resto? Chiedetelo alle persone che, sotto il palco, hanno dato sudore per la band.

Ultimo gruppo ed ecco gli headliner: i Transport League. Avrei dovuto ascoltarli meglio, ma ero occupato con gli ultimi residui di lavoro al merch e operazioni belliche di carico/scarico del materiale dei ‘Torch, quindi sono rimasto un po’ in disparte ad ascoltarli. In secondo luogo c’era il Pulled Pork ad attirarmi e ho dovuto saziare la fame nera che mi ha assalito a metà serata. Nel sottofondo i Transport League hanno tirato giù secchiate di hard rock/stoner che metà ne bastava. Una carica enorme, forse anche perché questa era una data del tour prima di una pausa di tre giorni, e il pubblico è andato fuori di testa completamente. Gente mezza nuda che saltava, tirava testate sul palco, bestemmiava, pogava e tutto quello che, di bello, è il metal. Perché, chi non è metal, non sa assolutamente cosa si prova a lasciar andare via tutta la settimana in una sana ed equilibrata mattanza. Lo show è energico e i suoi sono anche buoni, quindi non c’è niente da lamentarsi. Il pubblico ha gradito e, dal numero di magliette che giravano, direi che è stato un vero successo – compresa la piomba micidiale che si è preso il tizio al merch. Questo enorme svedese è partito bene, non agile vista la stazza ma discretamente attivo poi, dopo un’oretta scarsa dal nostro arrivo e una X-quantità di birre ingurgitate, ha smesso di proferir parola (sensata) per assestarsi su una fermezza di membra da creare imbarazzo al Budda e un tenore alcolico da far paura.
Quando l’ho rivisto girare, finito il concerto, si muoveva con la grazia di un giocatore di football americano in pieno stato confusionale. Grandioso.

Il post-concerto? Quello che succede all’Happy Ranch, rimane all’Happy Ranch.

[Zeus]

Colony Open Air – report (Skan)

Eccoci qua a raccontare il festival che sarà ricordato come il “festival delle sfighe” o “il festival dei commenti su internet“, ma iniziamo con il racconto.
Un po’ di prequel: il Colony Open Air era stato concepito diversamente, con altri headliner, in una località diversa, poi per vari motivi è migrato in vari paesi, fino trovare sede a Brescia nel parco del PalaBrescia e, in seguito, finire indoor.
Poi i Morbid Angel che si scordano di rinnovare il passaporto, ma quello può capitare, tipo al mio collega che si è scordato di fare la revisione della macchina, e infine la sostituzione al volo con i Carcass.
Fatto sta che su internet partono le critiche e quant’altro. Questo, come detto, era il prequel.

Lo svolgimento è stato un po’ diverso.
A parte il controllo all’entrata un po’ lungo e un po’ troppo puntiglioso, e la stupida ordinanza di non portar birra in area concerti, il festival era perfetto. Tenda con aria climatizzata, area ristoro a prezzi veramente economici (panino con salamella a 3€), scelta di birre di qualità, stand con cd, bagni numerosi e con più pulizie nel corso della giornata, palco grande, tempi di cambio palco ridotti e, soprattutto, ottime band.
Sabato si arriva un po’ in ritardo, entriamo in sala concerti con gli IN.SI.DIA. che omaggiano i Negazione con “Tutti Pazzi“, ultimo pezzo della loro set list. Ci si mette in posizione ed è il turno degli HELL. Gli HELL presentano uno spettacolo intenso, con il cantante che recita più che cantare. I suoni, come poi sarà per tutto il festival, durante le prime canzoni risultano impastati per poi diventare più nitidi dopo qualche pezzo. Finiti gli HELL, ci si prepara agli Asphyx, unico gruppo Death della giornata che distrugge tutto con un esibizione spettacolare. Tra i migliori della giornata.
Tocca ai giapponesi Loudness, ma non è il mio genere. Il chitarrista shredda di continuo e il pubblico apprezza tantissimo (molti nel pubblico indossano magliette/toppe dei Loudness), quindi noi ne approffittiamo per una pausa birra. La location offre un parco all’esterno con molte zone d’ombra, quindi dà la possibilità di svaccarti tra un concerto e l’altro o durante concerti che non ti interessano, fatto non trascurabile.
Si rientra per i DEATH ANGEL, partono a mille, e appena il suono diventa nitido il concerto finisce. Hanno suonato un set ridotto, non so il motivo, comunque hanno spaccato. E’ il turno dei DEMOLITION HAMMER che salgono sul palco e non si fermano più. Annichilenti. Capisco perché si sono chiamati martello demolitore.
Tocca agli EXCITER calcare il palco. Speed metal anni ’80, né una virgola in più né una virgola in meno. A metà set vado a prendermi una birra, ma il resto del pubblico è in delirio. Convinti che dopo gli Exciter ci siano i Wintersun, ci programmiamo la pausa cena. Fortunatamente ci viene in mente di fare una pisciatina prima di cenare, giusto per accorgersi che sono partiti i SACRED REICH, anche perché tutta la folla partecipa, chi nel pogo, chi cantando i ritornelli. La cover di War Pigs viene interamente cantata dal pubblico e il finale “The American Way” più “Sufin’ Nicaragua” non lasciano superstiti. Come detto prima, Wintersun uguale cena e rientro solo per sentirmi gli ultimi 2 pezzi.
Il mix di Blind Guardian+Children Of Bodom+ folk non mi prende.
Headliner i Kreator che partono a razzo e la folla risponde. La band alterna pezzi recenti con i loro classici nella prima parte del concerto, esaltando il pubblico. Verso la seconda metà del set propongono un po’ troppe canzoni dagli ultimi dischi che, francamente, belle sì ma si assomigliano un po’ tutte tra di loro. Abbandoniamo il concerto durante Pleasure to kill, preferiamo evitare la folla in uscita e abbiamo da percorrere 2 km a piedi per arrivare al bed and breakfast dove pernottiamo.
La domenica c’è la prendiamo con calma. Dormita lunga, colazione, giretto in zona collinare e pranzo ad un grande agriturismo (grazie allo staff de Il Gallo per l’ottima accoglienza e ottimo pranzo!), e si arriva al concerto con un po’ di gruppi che hanno già suonato. Il primo gruppo che vedo per intero sono gli Antropofagus, brutal Death metal senza prigionieri, peccato per i suoni un po’ troppo impastati. Poi è il turno dei maltesi Beheaded, con cui ho un conto in sospeso perché annullarono un concerto nella mia città una decina di anni fa. Suonano veramente bene, ma si ripresenta durante le prime canzoni il problema dei suoni impastati. quando il suono si stabilizza il concerto diventa godibilissimo. Dopo i maltesi partono i Carach Angren con la versione black metal di Nightmare before Christmas, ascolto due canzoni poi decido di dedicarmi a birra e panino alla porchetta.
Devo prepararmi per il rush finale.
Per gli ABSU ci piazziamo in prima fila, per farci prendere a sberle in faccia da Proscriptor e soci. I suoni sono quel che sono, ma loro mazzolano che è un piacere, soprattutto durante le prime canzoni con Proscriptor alla batteria. Sì perché dopo un paio di pezzi si dedica solo al canto e alle “coreografie” (cercate su internet!).
Rimaniamo in prima fila anche per i Mgła, anche perché la sala si è riempita. Che fossero tra i pezzi grossi del concerto lo si era capito, dato che il loro merchandise è stato saccheggiato sin dalle prime ore del festival. Loro rispondono ammaliando tutto il pubblico, che risponde alla grande cantando e scatenandosi. Personalmente vengo rapito dal particolare sound dei polacchi, infatti più di qualche volta mi perdo ad ascoltarli non rendendomi conto neanche di stare al concerto. A mio avviso i migliori del festival.
Altra birretta e poi i BELPHEGOR. Ho sempre creduto che fossero solo dei casinisti che bestemmiano e basta, ma mi devo rimangiare i pregiudizi. Propongono i suoni migliori della giornata e suonano senza risparmiarsi. Concerto divertentissimo.
I MARDUK fanno quello che i Marduk devono fare. Scaletta perfetta, ottimo bilanciamento tra pezzi nuovi e pezzi vecchi, tra brani più cadenzati e le classiche bordate “alla Marduk”. Finale totale con una versione indemoniata di Panzer Division Marduk.
Sound check un po’ più lungo per gli headliner, ma poi quando partono non ce n’è per nessuno. Poche parole, pezzi vecchi e pezzi nuovi, brani che partono e poi diventano altre canzoni e unico intermezzo con Walker che precisa che non sono i Morbid Angel; poi altre mazzate, Blackstar che diventa Keep on rotting e noi che si deve fuggire perché dobbiamo farci oltre 150 km. Concerto stupendo.
Weekend perfetto, peccato solo per quello stupido documento non rinnovato, e non mi riferisco al passaporto dei Morbid Angel.

Colony Open Air – Day Two [Zeus]

Blessed Are The Sikh

Vorrei iniziare dicendo, dopo una ristoratrice notte di sonno… ma non lo faccio. Non ho

sikhmegaturban
Il Sikh che ti benedice

 dormito un cazzo, perciò partiamo con l’idea

che, dalle 10 fino dopo le 14 noi, prodi inviati di TMI, non sappiamo che fare. Brescia non è che offra uno degli spettacoli naturalistici migliori in assoluto. Settiamo il navigatore (che non è altro che il mio compare di avventura che dice “prendi la strada a destra” o “prendi quella via” ignorando che via fosse) e ci gustiamo un paesaggio deprimente fatto di case brutte, che si trasformano in caseggiati bruttissimi e, infine, svoltano sull’orrido e qua si fermano.
Una sorta di Storia Infinita in cui ci siamo noi e il Nulla intorno. Peggio delle Polo.
Appurato che non c’è c’è nessuna forma di vita, intelligente o meno, il nostro scopo principale è quello che anima Piero ed Alberto Angela da una vita: scoprire se c’è vita in periferia a Brescia.
Risposta? No. Però incrociamo qualche essere umano che o cerca di farsi stendere come una gazzella in autostrada o vaga, in evidente stato di disagio, in giro per vie deserte.
L’indiano/pachistano che ci salta fuori sulle strisce pedonali, comunque, ci ha benedetto in tutta tranquillità. O maledetto, ma io non capisco bene il dialetto del luogo.
Non trovando niente in pianura, il buon Skan decide che in pianura vita non ce n’è… perciò ecco puntare il dito verso la montagna.
“Voglio arrivare dove si trovano i tetti” – anche perché, abbiamo appurato, gli architetti di Brescia fanno tutto, ma non il tetto. Un po’ come il buon vecchio Diavolo.
Ingannati dalla mancanza di consonanti (maledetti cartelli), ci dirigiamo verso l’agriturismo Valhalla. Il posto degno del metallaro che si rispetti. Arrivati sul posto vediamo che si chiama “Vallalta” ed è per di più chiuso.
Porchi e madonne (mie) e nuove indicazioni stradali (sue). Torniamo giù? No. Sempre su, finché non troviamo un agriturismo (Il Gallo) e fermiamo il surriscaldato destriero.
L’agriturismo è ancora chiuso, ma complice la notevole capacità dialettica del buon Skan (Non le dispiace vero se, mentre aspettiamo, restiamo fuori a cazzegiare?) il posto viene trovato (pota) e ci viene (pota) servito un (pota) pranzo (pota) luculliano (pota).
Per non farci mancare (pota) niente (pota), facciamo macellare suini e cavalli senza pietà. Satana ringrazia. Noi anche, vista la qualità (pota) ottima (pota) del cibo.
De dio. Pota. 

Finito di lodare il Grande Capro, torniamo al Pala Brescia per la seconda raffica di concerti della giornata del Colony Open Air.
Ci perdiamo due gruppi (Kaiserreich e Deceptionist) e arriviamo sulle ultime note degli Ulvedharr. Saltiamo anche gli Hideous Divinity (in maniera consapevole stavolta) e finalmente il nostro giorno due al Colony Open Air parte alla grande.

Gli Antropofagus non riescono a trovare un suono decente e quello che esce dalle casse è un miscuglio impastato, ma la potenza della band non si discute e mi mette subito di ottimo umore. Avessero avuto un sound decente, il loro concerto avrebbe aperto una crepa nel pavimento. Le prime canzoni Beheaded subiscono lo stesso fato avverso dei loro compagni di giornata: suoni impastati e risultato poco reattivo. Si sente che c’è qualità, ma è difficile apprezzarla appieno quando non si sente granché il lavoro delle chitarre. Al contrario degli Antropofagus, però, i Beheaded riescono a mettere a posto i livelli di suono ed ecco che ne esce fuori un concerto di ottimo livello. Una doppietta iniziale che detterà, più o meno, il passo la serata.
Ecco il meno. I Carach Angren non li conoscevo, a parte di nome, e quindi mi informo: ma cosa fanno? Risposta: una sorta di black metal sinfonico. Al che appiccico subito le immagini di Dimmu Borgir o Cradle Of Filth alla band. Peccato che avrei dovuto prestare più attenzione al “sorta di” e quando i Carach Angren salgono sul palco, capisco l’entità del mio errore. I Dimmu Borgir hanno una Mourning Palace, i CoF hanno Principle… capite dove sto arrivando? I Carach Angren sono delle macchiette e mischiano pezzi (di canzone) abbastanza convincenti con un mix di frutta mista che proprio ti fa cascare il crocefisso.
Reggiamo poco e andiamo a far scorta di cibo e bevande prima del finale in crescendo.
Gli Absu, premio Versace per l’abbigliamento oltraggiosamente osceno (!), fanno capire al pubblico la differenza fra una band decente e i Carach Angren. Non posso giudicare il suono, ero in prima fila e sentivo alla cazzo di cane, ma l’impatto c’è. Il black/thrash metal del terzetto americano è accolto benissimo e quando da tre diventano quattro, Proscriptor smette di fare il batterista per incominciare il suo ruolo di cantante/intrattenitore/cultista/mago (a tutte le latitudini, cari lettori, la gnocca è il simbolo magico rituale per eccellenza, fidatevi. NdA), il sound perde forse un filo di delirio ritmico ma non un’oncia di assalto sonoro.
Rimaniamo in prima fila anche per i polacchi Mgła e anche qua il giudizio è unicamente di pancia, visto che il suono, pur decente, non era paragonabile a quello sentito da qualche passo indietro, ma siamo metallari e si va a cazzo duro senza futuro. I quattro polacchi non si muovono di un millimetro, non parlano e non fanno trapelare niente (peggio di me quando sono dal commercialista). Il sound dei Mgła è difficile da descrivere, black metal sì, ma con quella componente dilatata che ti fa perdere dentro alla musica. Spesso e volentieri mi sono trovato estraniato, solo per ripiombare sulla balaustra a canzone finita.
Per il terzetto finale, decidiamo di arretrare di qualche fila.
I Belphegor sbaragliano tutti come suoni. Quello che esce dalle casse non è umano, il suono è così preciso e limpido, ma potente, da prenderti a sberle. Helmuth incomincia il rituale che, per tutta la durata del set, è un perfetto mix di bestemmie, porchi, madonne, inculate, penetrazioni e cazzi e mazzi. La perfetta summa del blackned death metal targato Belphegor. Da loro non voglio raffinatezza e neanche qualcosa di più che una sequela insensata di insulti al Dio cristiano.
E loro lo fanno senza problemi.
Seguendo il detto “la bestemmia spinge Dio a far di meglio“, ecco che salgono sul palco i Marduk. Il mio giudizio sugli svedesi è di pancia, visto che è una delle mie band preferite. La formazione con Mortuus alla voce ha, a mio parere, prodotto una serie di ottimi dischi e la preferisco alle altre incarnazioni (prendetemi a pietrate, me ne sbatto il cazzo). Il set dei Marduk è un best of di quasi tutti i dischi, con alcune ovvie presenze fisse (Wolves o Of Hell’s Fire). Non sentivo The Levelling Dust da un po’ ed è stata una piacevole sorpresa (come anche Cloven Hoof). Altri porchi, madonne, bestemmie e via che il set si chiude sull’inno alla violenza insensata: Panzer Division Marduk.
Catarsi completa.
Gli headliner della serata, come detto, sono i Carcass. Ho un problema nel giudicare anche gli inglesi: raggiunto il loro slot, ormai ero Ko a livello fisico (stanchezza, non birra) e ho assistito a parte dello show in stato alterato di consapevolezza. Detto questo, posso affermare che il set, un mix di canzoni vecchie e nuove, ha spaccato. Il suono era molto buono e loro ci hanno dato dentro, senza risparmiarsi, senza troppe interazioni con il pubblico (Jeff Walker si è limitato a prendere per il culo chi ha continuato a chiedere, su Facebook, i Morbid Angel e invece ha ricevuto, in regalo, i Carcass).
Causa ripartenza verso casa, gli ultimi minuti dello show ce li sono persi.

Post Scriptum: il mio personale set di bestemmie, porchi, madonne e associazioni fra animali e divinità l’ho iniziato a 20 minuti da casa. Ma questo, sfortunatamente, è un altro discorso.

[Zeus]

Colony Open Air – Day 1 [Zeus]

Pronti. Attenti. Via… Sì, ma i Morbid Angel?

La volta in cui i Grandi Antichi sentiranno le nostre preghiere, sarà sempre troppo tardi. Ve lo posso assicurare. Ad unire i puntini si diventa pazzi: weekend da bollino nero, settecento cambi di location, polemiche e quello che sarà il tormentone del Colony Open Air: sì, ma i Morbid Angel?
N.B: Tenete presente che i sostituti sono i Carcass, non la band del quartierino, e sticazzi se vi lamentate ancora.

Perché ci vuole una bella dose di coraggio ad organizzare un festival in Italia, soprattutto se non ti chiami Live Nation. Ci vuole coraggio e amore per il metal. Roberto e gli organizzatori ne hanno di entrambi nonostante tutta la sfiga che hanno avuto, perciò tanto di cappello. Non vi sfrangio le palle con i dettagli, ne trovate molti sulla pagina facebook del Colony Open Air. Detto questo, e saltando il viaggio – ma i Morbid Angel? -, la truppa di TheMurderInn, formata dal prode Skan e dal sottoscritto, arriva al PalaBrescia con tanto di panino da muratore in mano. Non ci facciamo mancare niente, noi.
Superati i controlli (entrambi i giorni ci ho messo meno di 5 minuti ad entrare), eccoci nello spazio antistante il Pala Brescia. I servizi sono puliti, le tempistiche per il bere e il mangiare sono ottime, a parte qualche fisiologico rallentamento (ma mai come i 45 minuti per avere un kebab di merda al Gods of Metal).

Sì, vi chiederete voi, ci sono punti negativi? I Morbid Angel (ah ah) e il fatto che non si può assistere al concerto con la birra. Ma ce la facciamo passare.

Non riusciamo a vedere gli Skanners e anche degli IN.SI.DIA sento troppo poco, quindi il mio Colony Open Air parte con il primo gruppo grosso del festival.
Non ho mai sentito gli HELL, anche perché io e il classic metal/NWOBHM non siamo proprio sulla stessa lunghezza d’onda, ma i britannici srotolano un mix di teatralità, NWOBHM e finiture alla King Diamond/Mercyful Fate che non annoiano. I 45 minuti scarsi a disposizione passano e il piedino batte e qualche scapocciata la faccio, anche per via delle 50 sfumature di brutto che offre il bassista. Da teatralità a massacro il passaggio non è breve, ma gli Asphyx si impegnano a bastonare i presenti con un mix non intricatissimo, ma con una botta perfetta. Le canzoni sono badilate e questo malvagio intruglio made in Olanda è più che mai gradito.
La palma di miglior band del sabato è stretta nelle loro mani e, ve lo posso assicurare, chi gliela ruberà merita quel posto.
Seguono i Loudness – dal giappone col furgone. Dove gli Asphyx macinano note, ossa e groove con malignità tipica di chi vive in porzioni terrestri sotto il livello del mare, i giapponesi rampanti hanno un singer che sembra Jackie Chan (alla frutta di fiato, si sente da qualche sonora cappellata), un guitar-hero tirato fuori direttamente dai film dei Power Rangers (come abbigliamento), un bassista anonimo e il cattivo di Grosso Guaio A Chinatown alla batteria. Duro qualche canzone, ma poi vado fuori per una pausa cibo/bere.
Primo nome grosso ed ecco salire sul palco i Death Angel. Ci mettono qualche canzone a trovare il sound giusto e, quando incominciano a scardinare le assi del palco, finisce tutto. Un po’ come la prima trombata, parti alla grande e in meno di 1 minuto stai già facendo la doccia. Guardo il buon Skan e mi domando se, anche per lui, l’ora è volata; poi guardo l’orologio e capisco che i Death Angel non hanno suonato più di 30 minuti. Potevano essere i migliori, non hanno avuto abbastanza tempo.
Dopo la domanda di rito: ma, i Morbid Angel? e la seconda domanda logica: come mai gli Asphyx così in basso? partono i Demolition Hammer. Gli americani ridefiniscono il concetto di viuuuulenza del Colony Open Air, ve lo assicuro. A vederli sembrano il nonno appena rientrato dal Vietnam con una sbronza perenne di alcool, ma poi attaccano a suonare e capisci che il Vietnam è quello che proverai te per i successivi 45 minuti. L’aspetto sfatto non deve trarre in inganno: i quattro si dedicano ad una, ed una sola, cosa ed è menar fendenti e legnate come faceva la maestra di scuola quando rompevi il cazzo alle compagne di classe. Botte da orbi tutto il set, non un minuto di pausa o di stacco, e i 45 minuti sono tirati e duri come Rocco Siffredi.
I vincitori della serata di sabato, pochi cazzi.
Quando partono gli Exciter si sente puzza di Gordon Gekko, di brillantina, di Chernobyl e Regan. Tutti gli anni ’80 saltano fuori dalla tomba e fanno ciao ciao non la manina. Il pubblico apprezza, la band suona e io faccio ciao ciao con la mano e vado a mangiar qualcosa.
Una pausa di troppo e il richiamo del prato quasi causava il merdone del giorno. Ci aspettavamo i Wintersun, di cui non ce ne fregava un cazzo, e allora via di svacco. Quando abbiamo sentito picchiare come fabbri ferrai ci siamo detti “da quando in qua i Wintersun hanno ‘sto tiro?” e siamo entrati.
Risultato? Non erano loro e il set dei Sacred Reich era bello che iniziato.
Gli americani sono in forma (il buon Phil sotto tutti gli aspetti) e si sente: stanno portando in giro la celebrazione di Ignorance e sanno benissimo che il loro lavoro è quello di tirar fuori del thrash dal cilindro. Lo fanno e noi ringraziamo visto che ci danno dentro. Il pubblico apprezza, salta e fa pogo, cosa si vuole di più dal thrash?
Alla fine arrivano veramente i Wintersun e noi rimaniamo in disparte ad ascoltarli. Non riesco a farmeli piacere, non chiedetemi perché. E continuo a pensare, come opener dei Kreator doveva esserci un’altra band, non questi finnici. Evito i fan e le ragazze in estasi e vado a sedermi e riposare la schiena.
Cazzo, non ho più l’età.
Last but not least, ecco gli headliner di serata. Una giornata bella piena, visto che le band di tutto rispetto hanno messo un bel po’ di adrenalina sul palco (il bello delle band di seconda schiera è che si sbattono a suonare). I Kreator sono la ciliegina sulla torta di sabato 22, giornata dedicata al thrash/classic metal. I tedeschi hanno qualche soldo in più in banca, ma li usano male nei palazzetti: la scenografia è francamente imbarazzante. Fortuna che c’è la musica.
Mille e compari si comportano come fanno i teteski da che mondo è mondo: tirano su la faccia da battaglia e via verso nuove avventure.
Giudizio? I pezzi vecchi sono di un’altra categoria rispetto a quelli nuovi, che sono fratelli minori dei classici (sia come testi che come musica).
Ma questo è risaputo: un tempo le cose si facevano meglio e i parcheggi c’erano anche in centro. Se ne è accorto anche Petrozza che, con il revival del thrash, sta vivendo una seconda, gloriosa, giovinezza portando avanti uno show professionale, ben suonato e con alcuni highlight di successo.
Vorrei arrivare alla fine e dire: “vi ho fregati, i Kreator hanno rubato la scena a tutti“, ma non è così. I Demolition Hammer continuano a rimanere i vincitori della serata con buona pace di Petrozza e compagni.
Ma ho ancora una domanda: ma i Morbid Angel?

[Zeus]

Schammasch – Mystifier – Rotting Christ – Inquisition (Circolo Colony – 29.10.16)

Due gruppi di casa in Italia (Rotting Christ e Inquisition) si mettono insieme per un tour a supporto delle rispettive fatiche discografiche e noi di TheMurderInn non potevamo mancare.
Il Circolo Colony, ormai, ci ha abituato a concerti di ottimo livello, con suoni molto buoni e band di spessore internazionale senza, per forza, andare a cercare i Metallica o i Maiden del caso. Band onestissime, con pedigree da vendere e voglia di spaccare, ecco la ricetta, a tutt’oggi vincente, del Circolo Colony di Brescia.

Il tour dei Rotting Christ + Inquisition è una pietanza troppo ghiotta per essere evitata. Fosse anche solo per la giornata perfetta (un sabato… giornata ideale per chi, come noi, si deve piazzare sul groppone almeno 400km fra andata e ritorno), la possibilità di essere presenti ad un concerto con un bill di questo livello ci ha ingolosito subito.
Perciò all’apertura delle porte ecco che i prodi emissari di TMI erano pronti per raccogliere impressioni (proprie) e sensazioni (proprie) della serata.

Aprono le danze gli svizzeri Schammasch. Band sconosciuta al sottoscritto, ma ben recensiti su portali importanti del metal in Italia. Ci posizioniamo in prima fila, che abbandoniamo solo verso la fine, e ascoltiamo. Non c’è niente da dire, questi svizzeri sono bravi forte. Hanno un fare teatrale che funziona e suoni che passano dalle dilatazioni e viaggi cosmici ad accelerazioni fulminee ed in linea con la foga black metal. Il mix è pericoloso, soprattutto in un locale piccolo e per band d’apertura: il rischio è quello di non essere abbastanza ficcanti e finire nel mescolone di suoni che non ti fa capire un cazzo. Cosa che non avviene per due ottimi motivi: dietro al mixer c’è qualcuno che ci capisce di suoni ed escono puliti e comprensibili; la band sa suonare e gestisce benissimo sia gli aspetti più eterei che le sfuriate.

Una cosa che ci ha colpito per tutta la serata è la velocità del cambio palco. Organizzazione ottima e alta professionalità, niente da dire.

Dopo gli svizzeri, ecco che arrivano i Mystifier. I brasiliani non indulgono in travestimenti o altro, vanno dritto al punto con una precisione di un bazooka. Croci invertite, bestemmie a piovere, blasfemia, sonorità taglienti e con un groove che ti inchioda e un mix death/black (con tanto di basi registrate che fanno tanto Necrophagia/Viking Crown per la loro totale ignoranza) che si fa ascoltare bene. Armando (il chitarrista) è un personaggio e tieni insieme la baracca con il bassista, preso com’era a suonare basso e tastiere contemporaneamente. Il risultato, a volte, finiva nella caciara completa, con errori e fuori tempo… ma il me ne fotto regnava sovrano e Satana sorrideva soddisfatto.

Cambio palco e salgono i Rotting Christ. C’è la folla delle grandi occasioni ad attenderli e il pubblico partecipa alla grande. Sakis & compagnia sentono che la serata è elettrica e ci mettono l’anima a suonare: più compassati i due fratelli Tolis (Sakis sa che ha il pubblico per sé e non gli interessa mettersi troppo in mostra), mentre Vagelis – basso- e George Emmanuel – chitarra solista – ci mettono l’anima fra headbanging e partecipazione con il pubblico. I greci pescano da molti dischi della loro, ampia, discografia ma sono in tour per promuovere Rituals e ne vengono eseguite diverse tracce. Una su tutte splende rispetto al disco: Apage Satana. Dal vivo l’aspetto ritualistico è incredibile e Sakis è il grande cerimoniere che, complice il carisma accumulato negli anni sul palco, gestisce il silenzio e il delirio del pubblico con polso fermo. Qualche estratto dal passato della band fa andare in delirio il pubblico (The Sign Of Evil ExistenceForest Of N’Gai e la conclusiva, sempre immensa, Non Serviam) ma è tutto il set che è solido e perfettamente eseguito. Persino le basi pre-registrate funzionano e non impastano il suono in maniera inutile, consentendo di eseguire tracce come Elthe Kyrie con buona resa).
Peccato solo per la mancanza di King Of The Stellar War, ma è un piccolo pegno da pagare al tempo tiranno.

Ultima band ed headliner di giornata, gli Inquisition. Avevamo mancato la band di Dagon quando era venuta in concerto a supporto dei Behemoth, ma questa volta, complice l’orario, possiamo posizionarci alla transenna e vedere all’opera il duo DagonIncubus. Anche i due colombiani-americani sono in giro a supporto dell’ultimo Bloodshed Across the Empyrean Altar Beyond the Celestial Zenith e perciò la scaletta gira intorno ai pezzi nuovi, ma ci sono alcune ottimi ripescaggi dalla discografia passata. Il suono, probabilmente a causa delle molte tracce di chitarra che si sovrapponevano o qualche altra causa, diventa improvvisamente molto impastato quando il duo spinge sull’acceleratore (peccato che Ancient Monumental War Hymn si perda nel mischione iniziale). Dalla prima linea non si riesce a capire bene cosa stanno facendo e così, malvolentieri, ci dirigiamo verso il mixer per avere un suono più chiaro. Niente da fare, il problema persiste… ma almeno c’è più chiarezza nei brani e si sentono brani da Obscure Verse For The Multiverse Ominous Doctrines Of The Perpetual Mystical Macrocosm.
Una considerazione bisogna farla sugli Inquisition: dal vivo, almeno da questo live, ci guadagnano in aggressività (sono macchine da guerra e si fermano solo per pochissimi, rarefatti, momenti di comunione col pubblico) ma perdono quella componente da viaggio cosmico che hanno su disco. Lo so, l’effetto è difficilissimo da riproporre dal vivo, ma questa considerazione andava detta.

[Zeus]

Black Sabbath – 13.06.2016 Arena di Verona

(da web)
Io sono sempre stato un tipo religioso.
La religione copre i tuoi istinti primari. Copre il buco che hai nell’anima, quello che non riesci ha colmare con la razionalità. Fa vibrare la tua anima e ti da quel senso di comunità, di unità, con gli sconosciuti, che ti fa sentire un gruppo, che agisce e ragiona nel giusto, a dispetto degli altri. E poi le religioni hanno la divinità, e le divinità sono dei tipi grandiosi che fanno cose mitiche: staccano costole agli uomini per creare le donne, castrano il padre per fargli vomitare gli altri figli o si cavano un occhio per avere la conoscenza.
Nella religione che seguo la divinità principale si è amputata due falangi per poter creare l’Heavy Metal.
E questo lunedi (13.06.2016 n.d.A.) ho seguito una messa in suo onore, anzi una messa celebrata da lui stesso, all’interno di un tempio, un’arena.
Il gruppo di apertura, gli Still Water, ehm, i Rival Sons hanno dato l’anima per scaldare il pubblico con il loro rock seventies di zeppeliniana memoria, ma niente da fare, troppi déjà-vu, e poi tutti erano li per un altro motivo.
Poi il buio è calato, rendendo l’ambiente fantastico, è partito il video introduttivo ed è iniziata la celebrazione. Il riff ha dominato sovrano, il sacerdote Ozzy ha diretto la rappresentazione al di sopra di ogni aspettativa (quasi fino alla fine!!!!), Geezer ha riempito ogni vuoto col suo basso e il batterista non ha fatto rimpiangere eccessivamente l’assente Ward. Da dietro le quinte, nascosto, il buon Wakemann ha gestito i pochi ma efficaci interventi di tastiera, e lui, il Mr. Iommi ha fatto il buono e cattivo tempo, snocciolando uno dietro l’altro i suoi riff immortali, cantati all’unisono da tutta l’arena.
Impossibile mettere per iscritto le emozioni provate.
Unico rimpianto, non avere abbastanza soldi per permettermi un posto in un’aria VIP.
Purtroppo, la messa è finita, andate in pace.
AMEN
[Skan]

The CROWN – Circolo Colony 15/05/2016

Mettendo da parte il buon senso, ho preso la mia macchina e mi sono diretto in solitaria verso il Colony di Brescia, per vedermi il live dei The Crown.
Era dal 200x che volevo vederli dal vivo, in quell’occasione suonavano alla Gabbia di Bassano (sempre sia lodata), e io per qualche motivo che non riesco a comprendere non andai. Il gruppo poi sciolse e io rimasi quindi con le pive nel sacco. Mi capita quest’occasione, quindi via, si macinano i 100 e passa chilometri, si sorpassano tempeste e si raggiunge il Colony.

Capisco subito che l’atmosfera è divertente dal momento che mi perculano subito all’entrata, data la mia incapacità ad allacciarmi il braccialetto che funge da biglietto; ma sempre dandomi del Lei.
Non c’è molta gente ma, come detto prima, è tutta allegra, e dopo aver finito di suonare i due gruppi di apertura (gli Injury da Reggio Emilia, thrashettone con attitudine e physique du role, e Black Rage, realtà ancora un po’ da rodare) si raccoglie tutta nelle prime tre file.
I The Crown dal vivo spaccano e, soprattutto, si divertono: lo si vede chiaramente nelle loro espressioni.
C’è un energia che si sprigiona e va a creare quel contatto pubblico-band, che fa che tutto fili liscio. Quindi, tra una canzone nuova e molte vecchie, soprattutto dal masterpiece Deathrace King, tra una Rebel Angel, una Face of destruction/Deep Hit of Death, una Under the whip (richiesta dal pubblico ed eseguita in via eccezionale dalla band) tutte eseguite con una rabbia quasi slayeriana,  il concerto vola letteralmente via fino al finale con 1999 Revolution 666.
Finito il concerto, il singer Johan Lindstrand, scende dal palco a dare la mano ed abbracciare ogni singola persona li presente.
Poi il ritorno. Ne è valsa la pena.
N.B. Un plauso al sempre ottimo Circolo Colony, un locale da preservare ai posteri, sempre ottimi volumi e sempre accogliente.

Inquisition-Entombed A.D.-Abbath-Behemoth – Ljubljana 14.06.2016

È la sera del 14 febbraio e invece di andare a cena con le fidanzate,  noi di The Murderinn, abbiamo partecipato al più blasfemo San Valentino del secolo. Dopo la data Italiana di Trezzo sull’Adda qualche giorno prima, il premiato gruppo Inquisition, Entombed A.D., Abbath e Behemoth, è giunto a Ljubljana, la capitale della Slovenia a pochi chilometri dall’Italia, Austria e Croazia. E da tutti questi paesi sono giunti i fan delle quattro band, per un concerto sold out in uno dei locali migliori della città.

INQUISTION

Il duo colombiano-statunitense  è salito sul palco come da programma alle 18.45 iniziando il concerto con Force of the Floating Tomb tratto dal loro ultimo album oscure verses for the multiverse. Potenti come non mai, ci dimostrano quanta potenza possono sparare in solo due persone. Senza l’ausilio di turnisti e alternandosi sui due microfoni posti ai lati del palco, il cantante chitarrista Dagon, accompagnato alla batteria da Incubus, ci fa sentire Ancient Monumental War Hymn, Dark Mutilation Rites e altri quattro brani, spaziando praticamente su tutta la discografia del gruppo. Alla fine del settimo pezzo, senza salutare come i veri Black Metaller, scendono dal palco e si avviano nei camerini.
Inizia il cambio palco per accogliere gli Entombed A.D.

ENTOMBED A.D.

La band death metal Svedese, nata dopo lo scioglimento degli Entombed nel 2014 che nonostante il suffisso A.D., continuano ad essere gli Entombed a tutti gli effetti e nessuno può dire il contrario. Su una scaletta di 11 pezzi, ben 8 sono le “cover” degli Entombed. Il concerto inizia con Midas in Reverse, tratta dall’album in uscita “Dead dawn”, per poi tornare indietro nel tempo con Strange Aeons, Living Dead e Chaos Breed nello stile duro e puro che contraddistingue il death metal Svedese, alternandole ai pezzi nuovi targati A.D.
Wolverine Blues e Left Hand Path chiudono la loro esibizione. Tra non molto sullo stesso palco salirà la leggenda del Black Metal Abbath.

ABBATH

Ero molto curioso di vedere Abbath dal vivo, vuoi per il suo nuovo album che mi è piaciuto moltissimo, vuoi perché sentire le vecchie canzoni degli Immortal fa sempre piacere, ma perché no, anche per vedere le sue particolari pose e la camminata da Zoidberg. Prima del concerto però un’amara sorpresa. Abbath, senza alcun valido motivo, ha espressamente richiesto di non avere fotografi nel Pit durante il suo spettacolo e a nulla sono valse le proteste dei fotografi presenti all’evento. Il concerto inizia con To War, tratto dall’ultimo album appena uscito, seguito da Winter Bane.
Arriva il momento del primo pezzo dal periodo degli Immortal, Nebular Winters e subito dopo addirittura una degli anni degli I. La scaletta composta da 12 pezzi è terminata con All Shall Fall, sempre dagli anni degli Immortal.  Alla fine del concerto, Abbath è saltato giù dal palco e correndo su è giù nel Pit tra palco e transenna ha salutato tutto il suo pubblico in delirio, prima di risalire sul palco e ritornare nel Backstage. Nel frattempo dietro le quinte i Behemoth si stanno preparando…

BEHEMOTH

Nel buio più nero, inizia a risuonare l’intro di Blow your Trumpets Gabriel e sul palco appare Nergal, chitarrista e cantante leader del gruppo, con due torce accese. Al momento giusto accende due fiaccole ai lati della batteria e inizia lo show. La teatralità dei Behemoth supera ogni immaginazione, con il loro costumi, il fumo, le fiamme, le zampe di gallina e tutto il resto. Una dietro l’altra i Behemoth suonano tutto il loro ultimo album, The Satanist, per intero. Fa la sua breve apparizione sul palco, vestita con un vestitino satanico sexy, Sharon Toxic, la stilista dei Behemoth, che ha curato i loro costumi e una linea di abbigliamento ispirata a loro. Il concerto continua seguendo precisamente il copione, con il chitarrista Seth e l’enorme bassista Orion immobili ognuno al suo lato del palco, mentre Nergal da vero antimessia distribuisce le ostie al pubblico delle prime file. Chiude la parte di concerto dedicata a The Satanist la epica O Father, O Satan, O Son, con una pioggia di coriandoli rigorosamente neri sparati sul pubblico a fine spettacolo. C’è tempo anche per l’encore, con quattro pezzi dagli album più vecchi della band polacca, che fa terminare definitivamente questo San Valentino di blasfemità.

Lo spettacolo è stato organizzato da Dirty Skunks, che nei prossimi mesi porterà nella capitale slovena i Cannibal Corpse e i Krisiun. Ma questa è un’altra storia….

Gallery Behemoth: CLICCA QUI

Gallery Inquisition, Entombed A.D., ABBATH: CLICCA QUI

[Manuel]