Colony Open Air – report (Skan)

Eccoci qua a raccontare il festival che sarà ricordato come il “festival delle sfighe” o “il festival dei commenti su internet“, ma iniziamo con il racconto.
Un po’ di prequel: il Colony Open Air era stato concepito diversamente, con altri headliner, in una località diversa, poi per vari motivi è migrato in vari paesi, fino trovare sede a Brescia nel parco del PalaBrescia e, in seguito, finire indoor.
Poi i Morbid Angel che si scordano di rinnovare il passaporto, ma quello può capitare, tipo al mio collega che si è scordato di fare la revisione della macchina, e infine la sostituzione al volo con i Carcass.
Fatto sta che su internet partono le critiche e quant’altro. Questo, come detto, era il prequel.

Lo svolgimento è stato un po’ diverso.
A parte il controllo all’entrata un po’ lungo e un po’ troppo puntiglioso, e la stupida ordinanza di non portar birra in area concerti, il festival era perfetto. Tenda con aria climatizzata, area ristoro a prezzi veramente economici (panino con salamella a 3€), scelta di birre di qualità, stand con cd, bagni numerosi e con più pulizie nel corso della giornata, palco grande, tempi di cambio palco ridotti e, soprattutto, ottime band.
Sabato si arriva un po’ in ritardo, entriamo in sala concerti con gli IN.SI.DIA. che omaggiano i Negazione con “Tutti Pazzi“, ultimo pezzo della loro set list. Ci si mette in posizione ed è il turno degli HELL. Gli HELL presentano uno spettacolo intenso, con il cantante che recita più che cantare. I suoni, come poi sarà per tutto il festival, durante le prime canzoni risultano impastati per poi diventare più nitidi dopo qualche pezzo. Finiti gli HELL, ci si prepara agli Asphyx, unico gruppo Death della giornata che distrugge tutto con un esibizione spettacolare. Tra i migliori della giornata.
Tocca ai giapponesi Loudness, ma non è il mio genere. Il chitarrista shredda di continuo e il pubblico apprezza tantissimo (molti nel pubblico indossano magliette/toppe dei Loudness), quindi noi ne approffittiamo per una pausa birra. La location offre un parco all’esterno con molte zone d’ombra, quindi dà la possibilità di svaccarti tra un concerto e l’altro o durante concerti che non ti interessano, fatto non trascurabile.
Si rientra per i DEATH ANGEL, partono a mille, e appena il suono diventa nitido il concerto finisce. Hanno suonato un set ridotto, non so il motivo, comunque hanno spaccato. E’ il turno dei DEMOLITION HAMMER che salgono sul palco e non si fermano più. Annichilenti. Capisco perché si sono chiamati martello demolitore.
Tocca agli EXCITER calcare il palco. Speed metal anni ’80, né una virgola in più né una virgola in meno. A metà set vado a prendermi una birra, ma il resto del pubblico è in delirio. Convinti che dopo gli Exciter ci siano i Wintersun, ci programmiamo la pausa cena. Fortunatamente ci viene in mente di fare una pisciatina prima di cenare, giusto per accorgersi che sono partiti i SACRED REICH, anche perché tutta la folla partecipa, chi nel pogo, chi cantando i ritornelli. La cover di War Pigs viene interamente cantata dal pubblico e il finale “The American Way” più “Sufin’ Nicaragua” non lasciano superstiti. Come detto prima, Wintersun uguale cena e rientro solo per sentirmi gli ultimi 2 pezzi.
Il mix di Blind Guardian+Children Of Bodom+ folk non mi prende.
Headliner i Kreator che partono a razzo e la folla risponde. La band alterna pezzi recenti con i loro classici nella prima parte del concerto, esaltando il pubblico. Verso la seconda metà del set propongono un po’ troppe canzoni dagli ultimi dischi che, francamente, belle sì ma si assomigliano un po’ tutte tra di loro. Abbandoniamo il concerto durante Pleasure to kill, preferiamo evitare la folla in uscita e abbiamo da percorrere 2 km a piedi per arrivare al bed and breakfast dove pernottiamo.
La domenica c’è la prendiamo con calma. Dormita lunga, colazione, giretto in zona collinare e pranzo ad un grande agriturismo (grazie allo staff de Il Gallo per l’ottima accoglienza e ottimo pranzo!), e si arriva al concerto con un po’ di gruppi che hanno già suonato. Il primo gruppo che vedo per intero sono gli Antropofagus, brutal Death metal senza prigionieri, peccato per i suoni un po’ troppo impastati. Poi è il turno dei maltesi Beheaded, con cui ho un conto in sospeso perché annullarono un concerto nella mia città una decina di anni fa. Suonano veramente bene, ma si ripresenta durante le prime canzoni il problema dei suoni impastati. quando il suono si stabilizza il concerto diventa godibilissimo. Dopo i maltesi partono i Carach Angren con la versione black metal di Nightmare before Christmas, ascolto due canzoni poi decido di dedicarmi a birra e panino alla porchetta.
Devo prepararmi per il rush finale.
Per gli ABSU ci piazziamo in prima fila, per farci prendere a sberle in faccia da Proscriptor e soci. I suoni sono quel che sono, ma loro mazzolano che è un piacere, soprattutto durante le prime canzoni con Proscriptor alla batteria. Sì perché dopo un paio di pezzi si dedica solo al canto e alle “coreografie” (cercate su internet!).
Rimaniamo in prima fila anche per i Mgła, anche perché la sala si è riempita. Che fossero tra i pezzi grossi del concerto lo si era capito, dato che il loro merchandise è stato saccheggiato sin dalle prime ore del festival. Loro rispondono ammaliando tutto il pubblico, che risponde alla grande cantando e scatenandosi. Personalmente vengo rapito dal particolare sound dei polacchi, infatti più di qualche volta mi perdo ad ascoltarli non rendendomi conto neanche di stare al concerto. A mio avviso i migliori del festival.
Altra birretta e poi i BELPHEGOR. Ho sempre creduto che fossero solo dei casinisti che bestemmiano e basta, ma mi devo rimangiare i pregiudizi. Propongono i suoni migliori della giornata e suonano senza risparmiarsi. Concerto divertentissimo.
I MARDUK fanno quello che i Marduk devono fare. Scaletta perfetta, ottimo bilanciamento tra pezzi nuovi e pezzi vecchi, tra brani più cadenzati e le classiche bordate “alla Marduk”. Finale totale con una versione indemoniata di Panzer Division Marduk.
Sound check un po’ più lungo per gli headliner, ma poi quando partono non ce n’è per nessuno. Poche parole, pezzi vecchi e pezzi nuovi, brani che partono e poi diventano altre canzoni e unico intermezzo con Walker che precisa che non sono i Morbid Angel; poi altre mazzate, Blackstar che diventa Keep on rotting e noi che si deve fuggire perché dobbiamo farci oltre 150 km. Concerto stupendo.
Weekend perfetto, peccato solo per quello stupido documento non rinnovato, e non mi riferisco al passaporto dei Morbid Angel.

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Colony Open Air – Day Two [Zeus]

Blessed Are The Sikh

Vorrei iniziare dicendo, dopo una ristoratrice notte di sonno… ma non lo faccio. Non ho

sikhmegaturban
Il Sikh che ti benedice

 dormito un cazzo, perciò partiamo con l’idea

che, dalle 10 fino dopo le 14 noi, prodi inviati di TMI, non sappiamo che fare. Brescia non è che offra uno degli spettacoli naturalistici migliori in assoluto. Settiamo il navigatore (che non è altro che il mio compare di avventura che dice “prendi la strada a destra” o “prendi quella via” ignorando che via fosse) e ci gustiamo un paesaggio deprimente fatto di case brutte, che si trasformano in caseggiati bruttissimi e, infine, svoltano sull’orrido e qua si fermano.
Una sorta di Storia Infinita in cui ci siamo noi e il Nulla intorno. Peggio delle Polo.
Appurato che non c’è c’è nessuna forma di vita, intelligente o meno, il nostro scopo principale è quello che anima Piero ed Alberto Angela da una vita: scoprire se c’è vita in periferia a Brescia.
Risposta? No. Però incrociamo qualche essere umano che o cerca di farsi stendere come una gazzella in autostrada o vaga, in evidente stato di disagio, in giro per vie deserte.
L’indiano/pachistano che ci salta fuori sulle strisce pedonali, comunque, ci ha benedetto in tutta tranquillità. O maledetto, ma io non capisco bene il dialetto del luogo.
Non trovando niente in pianura, il buon Skan decide che in pianura vita non ce n’è… perciò ecco puntare il dito verso la montagna.
“Voglio arrivare dove si trovano i tetti” – anche perché, abbiamo appurato, gli architetti di Brescia fanno tutto, ma non il tetto. Un po’ come il buon vecchio Diavolo.
Ingannati dalla mancanza di consonanti (maledetti cartelli), ci dirigiamo verso l’agriturismo Valhalla. Il posto degno del metallaro che si rispetti. Arrivati sul posto vediamo che si chiama “Vallalta” ed è per di più chiuso.
Porchi e madonne (mie) e nuove indicazioni stradali (sue). Torniamo giù? No. Sempre su, finché non troviamo un agriturismo (Il Gallo) e fermiamo il surriscaldato destriero.
L’agriturismo è ancora chiuso, ma complice la notevole capacità dialettica del buon Skan (Non le dispiace vero se, mentre aspettiamo, restiamo fuori a cazzegiare?) il posto viene trovato (pota) e ci viene (pota) servito un (pota) pranzo (pota) luculliano (pota).
Per non farci mancare (pota) niente (pota), facciamo macellare suini e cavalli senza pietà. Satana ringrazia. Noi anche, vista la qualità (pota) ottima (pota) del cibo.
De dio. Pota. 

Finito di lodare il Grande Capro, torniamo al Pala Brescia per la seconda raffica di concerti della giornata del Colony Open Air.
Ci perdiamo due gruppi (Kaiserreich e Deceptionist) e arriviamo sulle ultime note degli Ulvedharr. Saltiamo anche gli Hideous Divinity (in maniera consapevole stavolta) e finalmente il nostro giorno due al Colony Open Air parte alla grande.

Gli Antropofagus non riescono a trovare un suono decente e quello che esce dalle casse è un miscuglio impastato, ma la potenza della band non si discute e mi mette subito di ottimo umore. Avessero avuto un sound decente, il loro concerto avrebbe aperto una crepa nel pavimento. Le prime canzoni Beheaded subiscono lo stesso fato avverso dei loro compagni di giornata: suoni impastati e risultato poco reattivo. Si sente che c’è qualità, ma è difficile apprezzarla appieno quando non si sente granché il lavoro delle chitarre. Al contrario degli Antropofagus, però, i Beheaded riescono a mettere a posto i livelli di suono ed ecco che ne esce fuori un concerto di ottimo livello. Una doppietta iniziale che detterà, più o meno, il passo la serata.
Ecco il meno. I Carach Angren non li conoscevo, a parte di nome, e quindi mi informo: ma cosa fanno? Risposta: una sorta di black metal sinfonico. Al che appiccico subito le immagini di Dimmu Borgir o Cradle Of Filth alla band. Peccato che avrei dovuto prestare più attenzione al “sorta di” e quando i Carach Angren salgono sul palco, capisco l’entità del mio errore. I Dimmu Borgir hanno una Mourning Palace, i CoF hanno Principle… capite dove sto arrivando? I Carach Angren sono delle macchiette e mischiano pezzi (di canzone) abbastanza convincenti con un mix di frutta mista che proprio ti fa cascare il crocefisso.
Reggiamo poco e andiamo a far scorta di cibo e bevande prima del finale in crescendo.
Gli Absu, premio Versace per l’abbigliamento oltraggiosamente osceno (!), fanno capire al pubblico la differenza fra una band decente e i Carach Angren. Non posso giudicare il suono, ero in prima fila e sentivo alla cazzo di cane, ma l’impatto c’è. Il black/thrash metal del terzetto americano è accolto benissimo e quando da tre diventano quattro, Proscriptor smette di fare il batterista per incominciare il suo ruolo di cantante/intrattenitore/cultista/mago (a tutte le latitudini, cari lettori, la gnocca è il simbolo magico rituale per eccellenza, fidatevi. NdA), il sound perde forse un filo di delirio ritmico ma non un’oncia di assalto sonoro.
Rimaniamo in prima fila anche per i polacchi Mgła e anche qua il giudizio è unicamente di pancia, visto che il suono, pur decente, non era paragonabile a quello sentito da qualche passo indietro, ma siamo metallari e si va a cazzo duro senza futuro. I quattro polacchi non si muovono di un millimetro, non parlano e non fanno trapelare niente (peggio di me quando sono dal commercialista). Il sound dei Mgła è difficile da descrivere, black metal sì, ma con quella componente dilatata che ti fa perdere dentro alla musica. Spesso e volentieri mi sono trovato estraniato, solo per ripiombare sulla balaustra a canzone finita.
Per il terzetto finale, decidiamo di arretrare di qualche fila.
I Belphegor sbaragliano tutti come suoni. Quello che esce dalle casse non è umano, il suono è così preciso e limpido, ma potente, da prenderti a sberle. Helmuth incomincia il rituale che, per tutta la durata del set, è un perfetto mix di bestemmie, porchi, madonne, inculate, penetrazioni e cazzi e mazzi. La perfetta summa del blackned death metal targato Belphegor. Da loro non voglio raffinatezza e neanche qualcosa di più che una sequela insensata di insulti al Dio cristiano.
E loro lo fanno senza problemi.
Seguendo il detto “la bestemmia spinge Dio a far di meglio“, ecco che salgono sul palco i Marduk. Il mio giudizio sugli svedesi è di pancia, visto che è una delle mie band preferite. La formazione con Mortuus alla voce ha, a mio parere, prodotto una serie di ottimi dischi e la preferisco alle altre incarnazioni (prendetemi a pietrate, me ne sbatto il cazzo). Il set dei Marduk è un best of di quasi tutti i dischi, con alcune ovvie presenze fisse (Wolves o Of Hell’s Fire). Non sentivo The Levelling Dust da un po’ ed è stata una piacevole sorpresa (come anche Cloven Hoof). Altri porchi, madonne, bestemmie e via che il set si chiude sull’inno alla violenza insensata: Panzer Division Marduk.
Catarsi completa.
Gli headliner della serata, come detto, sono i Carcass. Ho un problema nel giudicare anche gli inglesi: raggiunto il loro slot, ormai ero Ko a livello fisico (stanchezza, non birra) e ho assistito a parte dello show in stato alterato di consapevolezza. Detto questo, posso affermare che il set, un mix di canzoni vecchie e nuove, ha spaccato. Il suono era molto buono e loro ci hanno dato dentro, senza risparmiarsi, senza troppe interazioni con il pubblico (Jeff Walker si è limitato a prendere per il culo chi ha continuato a chiedere, su Facebook, i Morbid Angel e invece ha ricevuto, in regalo, i Carcass).
Causa ripartenza verso casa, gli ultimi minuti dello show ce li sono persi.

Post Scriptum: il mio personale set di bestemmie, porchi, madonne e associazioni fra animali e divinità l’ho iniziato a 20 minuti da casa. Ma questo, sfortunatamente, è un altro discorso.

[Zeus]

Colony Open Air – Day 1 [Zeus]

Pronti. Attenti. Via… Sì, ma i Morbid Angel?

La volta in cui i Grandi Antichi sentiranno le nostre preghiere, sarà sempre troppo tardi. Ve lo posso assicurare. Ad unire i puntini si diventa pazzi: weekend da bollino nero, settecento cambi di location, polemiche e quello che sarà il tormentone del Colony Open Air: sì, ma i Morbid Angel?
N.B: Tenete presente che i sostituti sono i Carcass, non la band del quartierino, e sticazzi se vi lamentate ancora.

Perché ci vuole una bella dose di coraggio ad organizzare un festival in Italia, soprattutto se non ti chiami Live Nation. Ci vuole coraggio e amore per il metal. Roberto e gli organizzatori ne hanno di entrambi nonostante tutta la sfiga che hanno avuto, perciò tanto di cappello. Non vi sfrangio le palle con i dettagli, ne trovate molti sulla pagina facebook del Colony Open Air. Detto questo, e saltando il viaggio – ma i Morbid Angel? -, la truppa di TheMurderInn, formata dal prode Skan e dal sottoscritto, arriva al PalaBrescia con tanto di panino da muratore in mano. Non ci facciamo mancare niente, noi.
Superati i controlli (entrambi i giorni ci ho messo meno di 5 minuti ad entrare), eccoci nello spazio antistante il Pala Brescia. I servizi sono puliti, le tempistiche per il bere e il mangiare sono ottime, a parte qualche fisiologico rallentamento (ma mai come i 45 minuti per avere un kebab di merda al Gods of Metal).

Sì, vi chiederete voi, ci sono punti negativi? I Morbid Angel (ah ah) e il fatto che non si può assistere al concerto con la birra. Ma ce la facciamo passare.

Non riusciamo a vedere gli Skanners e anche degli IN.SI.DIA sento troppo poco, quindi il mio Colony Open Air parte con il primo gruppo grosso del festival.
Non ho mai sentito gli HELL, anche perché io e il classic metal/NWOBHM non siamo proprio sulla stessa lunghezza d’onda, ma i britannici srotolano un mix di teatralità, NWOBHM e finiture alla King Diamond/Mercyful Fate che non annoiano. I 45 minuti scarsi a disposizione passano e il piedino batte e qualche scapocciata la faccio, anche per via delle 50 sfumature di brutto che offre il bassista. Da teatralità a massacro il passaggio non è breve, ma gli Asphyx si impegnano a bastonare i presenti con un mix non intricatissimo, ma con una botta perfetta. Le canzoni sono badilate e questo malvagio intruglio made in Olanda è più che mai gradito.
La palma di miglior band del sabato è stretta nelle loro mani e, ve lo posso assicurare, chi gliela ruberà merita quel posto.
Seguono i Loudness – dal giappone col furgone. Dove gli Asphyx macinano note, ossa e groove con malignità tipica di chi vive in porzioni terrestri sotto il livello del mare, i giapponesi rampanti hanno un singer che sembra Jackie Chan (alla frutta di fiato, si sente da qualche sonora cappellata), un guitar-hero tirato fuori direttamente dai film dei Power Rangers (come abbigliamento), un bassista anonimo e il cattivo di Grosso Guaio A Chinatown alla batteria. Duro qualche canzone, ma poi vado fuori per una pausa cibo/bere.
Primo nome grosso ed ecco salire sul palco i Death Angel. Ci mettono qualche canzone a trovare il sound giusto e, quando incominciano a scardinare le assi del palco, finisce tutto. Un po’ come la prima trombata, parti alla grande e in meno di 1 minuto stai già facendo la doccia. Guardo il buon Skan e mi domando se, anche per lui, l’ora è volata; poi guardo l’orologio e capisco che i Death Angel non hanno suonato più di 30 minuti. Potevano essere i migliori, non hanno avuto abbastanza tempo.
Dopo la domanda di rito: ma, i Morbid Angel? e la seconda domanda logica: come mai gli Asphyx così in basso? partono i Demolition Hammer. Gli americani ridefiniscono il concetto di viuuuulenza del Colony Open Air, ve lo assicuro. A vederli sembrano il nonno appena rientrato dal Vietnam con una sbronza perenne di alcool, ma poi attaccano a suonare e capisci che il Vietnam è quello che proverai te per i successivi 45 minuti. L’aspetto sfatto non deve trarre in inganno: i quattro si dedicano ad una, ed una sola, cosa ed è menar fendenti e legnate come faceva la maestra di scuola quando rompevi il cazzo alle compagne di classe. Botte da orbi tutto il set, non un minuto di pausa o di stacco, e i 45 minuti sono tirati e duri come Rocco Siffredi.
I vincitori della serata di sabato, pochi cazzi.
Quando partono gli Exciter si sente puzza di Gordon Gekko, di brillantina, di Chernobyl e Regan. Tutti gli anni ’80 saltano fuori dalla tomba e fanno ciao ciao non la manina. Il pubblico apprezza, la band suona e io faccio ciao ciao con la mano e vado a mangiar qualcosa.
Una pausa di troppo e il richiamo del prato quasi causava il merdone del giorno. Ci aspettavamo i Wintersun, di cui non ce ne fregava un cazzo, e allora via di svacco. Quando abbiamo sentito picchiare come fabbri ferrai ci siamo detti “da quando in qua i Wintersun hanno ‘sto tiro?” e siamo entrati.
Risultato? Non erano loro e il set dei Sacred Reich era bello che iniziato.
Gli americani sono in forma (il buon Phil sotto tutti gli aspetti) e si sente: stanno portando in giro la celebrazione di Ignorance e sanno benissimo che il loro lavoro è quello di tirar fuori del thrash dal cilindro. Lo fanno e noi ringraziamo visto che ci danno dentro. Il pubblico apprezza, salta e fa pogo, cosa si vuole di più dal thrash?
Alla fine arrivano veramente i Wintersun e noi rimaniamo in disparte ad ascoltarli. Non riesco a farmeli piacere, non chiedetemi perché. E continuo a pensare, come opener dei Kreator doveva esserci un’altra band, non questi finnici. Evito i fan e le ragazze in estasi e vado a sedermi e riposare la schiena.
Cazzo, non ho più l’età.
Last but not least, ecco gli headliner di serata. Una giornata bella piena, visto che le band di tutto rispetto hanno messo un bel po’ di adrenalina sul palco (il bello delle band di seconda schiera è che si sbattono a suonare). I Kreator sono la ciliegina sulla torta di sabato 22, giornata dedicata al thrash/classic metal. I tedeschi hanno qualche soldo in più in banca, ma li usano male nei palazzetti: la scenografia è francamente imbarazzante. Fortuna che c’è la musica.
Mille e compari si comportano come fanno i teteski da che mondo è mondo: tirano su la faccia da battaglia e via verso nuove avventure.
Giudizio? I pezzi vecchi sono di un’altra categoria rispetto a quelli nuovi, che sono fratelli minori dei classici (sia come testi che come musica).
Ma questo è risaputo: un tempo le cose si facevano meglio e i parcheggi c’erano anche in centro. Se ne è accorto anche Petrozza che, con il revival del thrash, sta vivendo una seconda, gloriosa, giovinezza portando avanti uno show professionale, ben suonato e con alcuni highlight di successo.
Vorrei arrivare alla fine e dire: “vi ho fregati, i Kreator hanno rubato la scena a tutti“, ma non è così. I Demolition Hammer continuano a rimanere i vincitori della serata con buona pace di Petrozza e compagni.
Ma ho ancora una domanda: ma i Morbid Angel?

[Zeus]

Schammasch – Mystifier – Rotting Christ – Inquisition (Circolo Colony – 29.10.16)

Due gruppi di casa in Italia (Rotting Christ e Inquisition) si mettono insieme per un tour a supporto delle rispettive fatiche discografiche e noi di TheMurderInn non potevamo mancare.
Il Circolo Colony, ormai, ci ha abituato a concerti di ottimo livello, con suoni molto buoni e band di spessore internazionale senza, per forza, andare a cercare i Metallica o i Maiden del caso. Band onestissime, con pedigree da vendere e voglia di spaccare, ecco la ricetta, a tutt’oggi vincente, del Circolo Colony di Brescia.

Il tour dei Rotting Christ + Inquisition è una pietanza troppo ghiotta per essere evitata. Fosse anche solo per la giornata perfetta (un sabato… giornata ideale per chi, come noi, si deve piazzare sul groppone almeno 400km fra andata e ritorno), la possibilità di essere presenti ad un concerto con un bill di questo livello ci ha ingolosito subito.
Perciò all’apertura delle porte ecco che i prodi emissari di TMI erano pronti per raccogliere impressioni (proprie) e sensazioni (proprie) della serata.

Aprono le danze gli svizzeri Schammasch. Band sconosciuta al sottoscritto, ma ben recensiti su portali importanti del metal in Italia. Ci posizioniamo in prima fila, che abbandoniamo solo verso la fine, e ascoltiamo. Non c’è niente da dire, questi svizzeri sono bravi forte. Hanno un fare teatrale che funziona e suoni che passano dalle dilatazioni e viaggi cosmici ad accelerazioni fulminee ed in linea con la foga black metal. Il mix è pericoloso, soprattutto in un locale piccolo e per band d’apertura: il rischio è quello di non essere abbastanza ficcanti e finire nel mescolone di suoni che non ti fa capire un cazzo. Cosa che non avviene per due ottimi motivi: dietro al mixer c’è qualcuno che ci capisce di suoni ed escono puliti e comprensibili; la band sa suonare e gestisce benissimo sia gli aspetti più eterei che le sfuriate.

Una cosa che ci ha colpito per tutta la serata è la velocità del cambio palco. Organizzazione ottima e alta professionalità, niente da dire.

Dopo gli svizzeri, ecco che arrivano i Mystifier. I brasiliani non indulgono in travestimenti o altro, vanno dritto al punto con una precisione di un bazooka. Croci invertite, bestemmie a piovere, blasfemia, sonorità taglienti e con un groove che ti inchioda e un mix death/black (con tanto di basi registrate che fanno tanto Necrophagia/Viking Crown per la loro totale ignoranza) che si fa ascoltare bene. Armando (il chitarrista) è un personaggio e tieni insieme la baracca con il bassista, preso com’era a suonare basso e tastiere contemporaneamente. Il risultato, a volte, finiva nella caciara completa, con errori e fuori tempo… ma il me ne fotto regnava sovrano e Satana sorrideva soddisfatto.

Cambio palco e salgono i Rotting Christ. C’è la folla delle grandi occasioni ad attenderli e il pubblico partecipa alla grande. Sakis & compagnia sentono che la serata è elettrica e ci mettono l’anima a suonare: più compassati i due fratelli Tolis (Sakis sa che ha il pubblico per sé e non gli interessa mettersi troppo in mostra), mentre Vagelis – basso- e George Emmanuel – chitarra solista – ci mettono l’anima fra headbanging e partecipazione con il pubblico. I greci pescano da molti dischi della loro, ampia, discografia ma sono in tour per promuovere Rituals e ne vengono eseguite diverse tracce. Una su tutte splende rispetto al disco: Apage Satana. Dal vivo l’aspetto ritualistico è incredibile e Sakis è il grande cerimoniere che, complice il carisma accumulato negli anni sul palco, gestisce il silenzio e il delirio del pubblico con polso fermo. Qualche estratto dal passato della band fa andare in delirio il pubblico (The Sign Of Evil ExistenceForest Of N’Gai e la conclusiva, sempre immensa, Non Serviam) ma è tutto il set che è solido e perfettamente eseguito. Persino le basi pre-registrate funzionano e non impastano il suono in maniera inutile, consentendo di eseguire tracce come Elthe Kyrie con buona resa).
Peccato solo per la mancanza di King Of The Stellar War, ma è un piccolo pegno da pagare al tempo tiranno.

Ultima band ed headliner di giornata, gli Inquisition. Avevamo mancato la band di Dagon quando era venuta in concerto a supporto dei Behemoth, ma questa volta, complice l’orario, possiamo posizionarci alla transenna e vedere all’opera il duo DagonIncubus. Anche i due colombiani-americani sono in giro a supporto dell’ultimo Bloodshed Across the Empyrean Altar Beyond the Celestial Zenith e perciò la scaletta gira intorno ai pezzi nuovi, ma ci sono alcune ottimi ripescaggi dalla discografia passata. Il suono, probabilmente a causa delle molte tracce di chitarra che si sovrapponevano o qualche altra causa, diventa improvvisamente molto impastato quando il duo spinge sull’acceleratore (peccato che Ancient Monumental War Hymn si perda nel mischione iniziale). Dalla prima linea non si riesce a capire bene cosa stanno facendo e così, malvolentieri, ci dirigiamo verso il mixer per avere un suono più chiaro. Niente da fare, il problema persiste… ma almeno c’è più chiarezza nei brani e si sentono brani da Obscure Verse For The Multiverse Ominous Doctrines Of The Perpetual Mystical Macrocosm.
Una considerazione bisogna farla sugli Inquisition: dal vivo, almeno da questo live, ci guadagnano in aggressività (sono macchine da guerra e si fermano solo per pochissimi, rarefatti, momenti di comunione col pubblico) ma perdono quella componente da viaggio cosmico che hanno su disco. Lo so, l’effetto è difficilissimo da riproporre dal vivo, ma questa considerazione andava detta.

[Zeus]

Black Sabbath – 13.06.2016 Arena di Verona

(da web)
Io sono sempre stato un tipo religioso.
La religione copre i tuoi istinti primari. Copre il buco che hai nell’anima, quello che non riesci ha colmare con la razionalità. Fa vibrare la tua anima e ti da quel senso di comunità, di unità, con gli sconosciuti, che ti fa sentire un gruppo, che agisce e ragiona nel giusto, a dispetto degli altri. E poi le religioni hanno la divinità, e le divinità sono dei tipi grandiosi che fanno cose mitiche: staccano costole agli uomini per creare le donne, castrano il padre per fargli vomitare gli altri figli o si cavano un occhio per avere la conoscenza.
Nella religione che seguo la divinità principale si è amputata due falangi per poter creare l’Heavy Metal.
E questo lunedi (13.06.2016 n.d.A.) ho seguito una messa in suo onore, anzi una messa celebrata da lui stesso, all’interno di un tempio, un’arena.
Il gruppo di apertura, gli Still Water, ehm, i Rival Sons hanno dato l’anima per scaldare il pubblico con il loro rock seventies di zeppeliniana memoria, ma niente da fare, troppi déjà-vu, e poi tutti erano li per un altro motivo.
Poi il buio è calato, rendendo l’ambiente fantastico, è partito il video introduttivo ed è iniziata la celebrazione. Il riff ha dominato sovrano, il sacerdote Ozzy ha diretto la rappresentazione al di sopra di ogni aspettativa (quasi fino alla fine!!!!), Geezer ha riempito ogni vuoto col suo basso e il batterista non ha fatto rimpiangere eccessivamente l’assente Ward. Da dietro le quinte, nascosto, il buon Wakemann ha gestito i pochi ma efficaci interventi di tastiera, e lui, il Mr. Iommi ha fatto il buono e cattivo tempo, snocciolando uno dietro l’altro i suoi riff immortali, cantati all’unisono da tutta l’arena.
Impossibile mettere per iscritto le emozioni provate.
Unico rimpianto, non avere abbastanza soldi per permettermi un posto in un’aria VIP.
Purtroppo, la messa è finita, andate in pace.
AMEN
[Skan]

The CROWN – Circolo Colony 15/05/2016

Mettendo da parte il buon senso, ho preso la mia macchina e mi sono diretto in solitaria verso il Colony di Brescia, per vedermi il live dei The Crown.
Era dal 200x che volevo vederli dal vivo, in quell’occasione suonavano alla Gabbia di Bassano (sempre sia lodata), e io per qualche motivo che non riesco a comprendere non andai. Il gruppo poi sciolse e io rimasi quindi con le pive nel sacco. Mi capita quest’occasione, quindi via, si macinano i 100 e passa chilometri, si sorpassano tempeste e si raggiunge il Colony.

Capisco subito che l’atmosfera è divertente dal momento che mi perculano subito all’entrata, data la mia incapacità ad allacciarmi il braccialetto che funge da biglietto; ma sempre dandomi del Lei.
Non c’è molta gente ma, come detto prima, è tutta allegra, e dopo aver finito di suonare i due gruppi di apertura (gli Injury da Reggio Emilia, thrashettone con attitudine e physique du role, e Black Rage, realtà ancora un po’ da rodare) si raccoglie tutta nelle prime tre file.
I The Crown dal vivo spaccano e, soprattutto, si divertono: lo si vede chiaramente nelle loro espressioni.
C’è un energia che si sprigiona e va a creare quel contatto pubblico-band, che fa che tutto fili liscio. Quindi, tra una canzone nuova e molte vecchie, soprattutto dal masterpiece Deathrace King, tra una Rebel Angel, una Face of destruction/Deep Hit of Death, una Under the whip (richiesta dal pubblico ed eseguita in via eccezionale dalla band) tutte eseguite con una rabbia quasi slayeriana,  il concerto vola letteralmente via fino al finale con 1999 Revolution 666.
Finito il concerto, il singer Johan Lindstrand, scende dal palco a dare la mano ed abbracciare ogni singola persona li presente.
Poi il ritorno. Ne è valsa la pena.
N.B. Un plauso al sempre ottimo Circolo Colony, un locale da preservare ai posteri, sempre ottimi volumi e sempre accogliente.

Inquisition-Entombed A.D.-Abbath-Behemoth – Ljubljana 14.06.2016

È la sera del 14 febbraio e invece di andare a cena con le fidanzate,  noi di The Murderinn, abbiamo partecipato al più blasfemo San Valentino del secolo. Dopo la data Italiana di Trezzo sull’Adda qualche giorno prima, il premiato gruppo Inquisition, Entombed A.D., Abbath e Behemoth, è giunto a Ljubljana, la capitale della Slovenia a pochi chilometri dall’Italia, Austria e Croazia. E da tutti questi paesi sono giunti i fan delle quattro band, per un concerto sold out in uno dei locali migliori della città.

INQUISTION

Il duo colombiano-statunitense  è salito sul palco come da programma alle 18.45 iniziando il concerto con Force of the Floating Tomb tratto dal loro ultimo album oscure verses for the multiverse. Potenti come non mai, ci dimostrano quanta potenza possono sparare in solo due persone. Senza l’ausilio di turnisti e alternandosi sui due microfoni posti ai lati del palco, il cantante chitarrista Dagon, accompagnato alla batteria da Incubus, ci fa sentire Ancient Monumental War Hymn, Dark Mutilation Rites e altri quattro brani, spaziando praticamente su tutta la discografia del gruppo. Alla fine del settimo pezzo, senza salutare come i veri Black Metaller, scendono dal palco e si avviano nei camerini.
Inizia il cambio palco per accogliere gli Entombed A.D.

ENTOMBED A.D.

La band death metal Svedese, nata dopo lo scioglimento degli Entombed nel 2014 che nonostante il suffisso A.D., continuano ad essere gli Entombed a tutti gli effetti e nessuno può dire il contrario. Su una scaletta di 11 pezzi, ben 8 sono le “cover” degli Entombed. Il concerto inizia con Midas in Reverse, tratta dall’album in uscita “Dead dawn”, per poi tornare indietro nel tempo con Strange Aeons, Living Dead e Chaos Breed nello stile duro e puro che contraddistingue il death metal Svedese, alternandole ai pezzi nuovi targati A.D.
Wolverine Blues e Left Hand Path chiudono la loro esibizione. Tra non molto sullo stesso palco salirà la leggenda del Black Metal Abbath.

ABBATH

Ero molto curioso di vedere Abbath dal vivo, vuoi per il suo nuovo album che mi è piaciuto moltissimo, vuoi perché sentire le vecchie canzoni degli Immortal fa sempre piacere, ma perché no, anche per vedere le sue particolari pose e la camminata da Zoidberg. Prima del concerto però un’amara sorpresa. Abbath, senza alcun valido motivo, ha espressamente richiesto di non avere fotografi nel Pit durante il suo spettacolo e a nulla sono valse le proteste dei fotografi presenti all’evento. Il concerto inizia con To War, tratto dall’ultimo album appena uscito, seguito da Winter Bane.
Arriva il momento del primo pezzo dal periodo degli Immortal, Nebular Winters e subito dopo addirittura una degli anni degli I. La scaletta composta da 12 pezzi è terminata con All Shall Fall, sempre dagli anni degli Immortal.  Alla fine del concerto, Abbath è saltato giù dal palco e correndo su è giù nel Pit tra palco e transenna ha salutato tutto il suo pubblico in delirio, prima di risalire sul palco e ritornare nel Backstage. Nel frattempo dietro le quinte i Behemoth si stanno preparando…

BEHEMOTH

Nel buio più nero, inizia a risuonare l’intro di Blow your Trumpets Gabriel e sul palco appare Nergal, chitarrista e cantante leader del gruppo, con due torce accese. Al momento giusto accende due fiaccole ai lati della batteria e inizia lo show. La teatralità dei Behemoth supera ogni immaginazione, con il loro costumi, il fumo, le fiamme, le zampe di gallina e tutto il resto. Una dietro l’altra i Behemoth suonano tutto il loro ultimo album, The Satanist, per intero. Fa la sua breve apparizione sul palco, vestita con un vestitino satanico sexy, Sharon Toxic, la stilista dei Behemoth, che ha curato i loro costumi e una linea di abbigliamento ispirata a loro. Il concerto continua seguendo precisamente il copione, con il chitarrista Seth e l’enorme bassista Orion immobili ognuno al suo lato del palco, mentre Nergal da vero antimessia distribuisce le ostie al pubblico delle prime file. Chiude la parte di concerto dedicata a The Satanist la epica O Father, O Satan, O Son, con una pioggia di coriandoli rigorosamente neri sparati sul pubblico a fine spettacolo. C’è tempo anche per l’encore, con quattro pezzi dagli album più vecchi della band polacca, che fa terminare definitivamente questo San Valentino di blasfemità.

Lo spettacolo è stato organizzato da Dirty Skunks, che nei prossimi mesi porterà nella capitale slovena i Cannibal Corpse e i Krisiun. Ma questa è un’altra storia….

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[Manuel]

Incite-King Parrot-Soulfly – Deposito Pordenone

PHOTOREPORT DELLA SERATA CON I SOULFLY A PORDENONE

Dopo la data di Milano, la band di Max Cavalera si è fermata anche al Deposito di Pordenone per la seconda delle due date Italiane del Maximum Cavalera Tour 2016, accompagnati dai Lody Kong con i due figli di Max Igor Jr.  alla voce e Zyon alla Batteria(che ritroveremo poi anche dietro le pelli dei Soulfly), dagli Incite con alla voce il figliastro di Cavalera Richie e dagli australiani King Parrot. I Soulfly, con questo “tour di famiglia” hanno portato anche nel nostro paese una scaletta composta da pezzi originali della band, senza però far mancare qualche cover dei compianti Sepultura.

 

Nel link sotto, trovate la scaletta e le foto del concerto

CLICCA QUI per le foto del concerto

SCALETTA:

1.We Sold Our Souls to Metal

2.Archangel

3.Blood Fire War Hate

4.Refuse/Resist (Sepultura cover)

5.Sodomites

6.Prophecy

7.Seek ‘N’ Strike

8.Babylon

9.Arise / Dead Embryonic Cells (Sepultura cover)

10.Tribe

11.No Hope = No Fear

12.Umbabarauma

13.Polícia (Titãs cover)

14.Roots Bloody Roots (Sepultura cover)

15.Ace of Spades (Motörhead cover) (con King Parrot)

16.Jumpdafuckup

17.Eye for an Eye

[Manuel]

Inquisition + Entombed AD + Abbath + Behemoth (Trezzo sull’Adda – 11.02.16)

Questo concerto, per la compagine di Themurderinn del Nord, potrebbe benissimo essere inserito nella lista della “Scimmia sulla schiena”-tour. Ci abbiamo messo un po’ di tempo a deciderci, ma poi ha vinto la voglia di andare a prenderci un paio di pizze in faccia da quattro grossi calibri del black/death metal USA-Europa.
La scintilla del viaggio è stato l’ascolto, pressoché ininterrotto, degli album degli Inquisition, cosa che ha fomentato, e non poco, il duo formato dal sottoscritto e dal buon Skan.
Il problema? Partire troppo tardi.
Risultato? Concerto degli Inquisition perso senza possibilità di revoca (a nostra discolpa, hanno messo il duo colombiano alle 18 ed era difficile riuscire ad arrivare in tempo) e idem dicasi per gli Entombed AD. Per gli svedesi è stato un problema dato dal navigatore che si era fumato qualche etto di hashish digitale e ha sballato location.
Con questo proposito entriamo al LIVE CLUB di Trezzo sull’Adda (ribattezzato subito Trezzo sull’Abbath, perché essere metallari comporta essere anche ignoranti forte… e al ritorno abbiamo anche passato il sempre malvagio Orion Al Serio) e ci godiamo, dopo il classico giro al merchandising, il concerto di Abbath.
La separazione dagli Immortal, dopo aver perso la causa per il nome, non ha portato quelle patetiche convivenze della band con due line-up diverse e due nomi quasi identici…. cosa che mi avrebbe fatto cascare i coglioni a terra. Gli Immortal rimangono gli Immortal (anche se ci sono dubbi su chi ci sarà dentro) e Abbath va solista e tenta di metterci la faccia.
Il concerto segue la pubblicazione del suo album solista (ABBATH) e perciò il set è concentrato al 90% sui brani dell’unico disco a disposizione. Per rimpolpare il set, il frontman inserisce anche alcuni brani di Immortal e degli I (la sua prima fuga solista). Sensazioni? Abbath è un frontman consumato, sa che ha popolarità e seguito, ma è conscio che sta rischiando da solo e perciò riduce il numero di buffonate a qualche siparietto con crabwalk durante All Shall Fall e faccette durante gli stacchi. Il resto è un black dal taglio thrashy e via senza troppi fronzoli. King Ov Hell fa la macchietta di lato, si agita ma, dalle sagge parole di Skan, è “una fighetta“. I due session sono sconosciuti ai più e fanno il loro dovere senza infamia e senza lode.
Pausa e poi ecco che il palco viene addobbato per l’entrata in scena dei Behemoth. L’ultima volta che li abbiamo visti, i polacchi si portavano tutto a spalla… adesso, con i dollari fumanti provenienti dall’ultimo The Satanist, ecco che ci sono nugoli di roadie schiavizzati. Potere dei soldi.
Si abbassano le luci ed ecco che partono i Nostri. Nergal e soci sparano fuori tutto l’album The Satanist, ma in una maniera molto più teatrale del solito. L’aspetto visivo, con immagini proiettati sugli schermi, donne discinte che benedicono il pubblico, ostie dei Behemoth (product placement) distribuite alle prime file, fuoco e fiamme etc, è importante tanto quanto l’aspetto musicale vero e proprio. E, vi posso assicurare, l’esecuzione del disco è perfetta.
I Behemoth sono freddi, teatrali, cattivi e precisi, un vero piacere ascoltarli. La batteria di Inferno si sente benissimo e le voci/strumenti sono ben equalizzati.
Finito il set dedicato a The Satanist, ecco che incomincia una seconda, brevissima, parte di set. Questo secondo atto vede il ripescaggio di alcuni brani più datati (Pure Evil And Hate) e poi tre perle come Antichristian Phenomenon, Conquer All e Chant For Eschaton 2000.
Poco prima di mezzanotte è finito tutto, lasciandoci con la voglia di altre canzoni (As Above So Below, Slave Shall Serve, Christians To The Lions… solo per citarne alcune) che non verrà soddisfatta.
Speriamo in un set diverso per la prossima volta (se ci sarà, viste le voci che girano)… visto che, come avete capito, i Behemoth sono un gruppo con i controcoglioni e da vedere!
Questo non è un consiglio, è un ordine.

[Zeus]

Ghost – Deposito Pordenone 12.02.2016

È un venerdì piovoso di febbraio e una schiera di fedeli sta aspettando fremente l’inizio del rituale, il cui celebrante e nientemeno che il Santo Padre. Ma non siamo al Vaticano e il Papa non è il solito Papa. Ci troviamo al Deposito a Pordenone all’unica data Italiana del Black in the future tour della band svedese Ghost. I Nameless Ghouls e Papa Emeritus III stanno per portarci nel mistico mondo satanico-commerciale che caratterizzala loro formazione.
Si spengono le luci e inizia lo spettacolo.Veniamo allietati dalle note di Miserere mei, Deus, opera di Gregorio Allegri composta nel 16 secolo per essere cantata nella Settimana Santa dentro la Cappella Sistina e talmente sacra da portare alla scomunica chiunque l’avesse eseguita altrove. Meno sacro l’intro che caratterizza tutti i Concerti dei Ghost, Masked Ball, resa famosa dal film Eyes Wide Shut di Stanley Kubrik seguita da Spirit tratta dall’ultimo album della Band intitolato Meliora. I Nameless Ghouls appaiono con calma sovrumana uno alla volta sul palco seguiti da Emeritus che benedendo i suoi fedeli inizia l’omelia. Si prosegue con From the Miracle To The Pit, Stand by him e Conclavi con Dio. Dopo un breve saluto con il pubblico si sente risuonare Per Aspera ad Inferi, una delle loro song più famose, tratta dall’album Infestissuman come quella che segue, Body and Blood, in cui due sexy suore, le Sisters of Sin hanno  dato la comunione al pubblico. Devil Church la strumentale  con il suo accompagnamento d’organo ben si collega a Cirice, tratta dall’ultimo lavoro della band. Nel buio più pesto si sente chiamare i nomi di Belzebù, Behemoth, Satana e Lucifero che ci introducono Year Zero, accompagnata dal boato del pubblico. Spoksonat, una strumentale di poco più di un minuto apre la strada a He Is, una ballata acustica da oratorio in onore dell’eccelso signore degli Inferi dove papa Emeritus, toltosi l’abito da cerimonia si presenta ai suoi adoratori in vestiti più casual. Absolution e Mummy Dust purtroppo fanno finire la prima parte della funzione, che in realtà ha proseguito per qualche altra canzone.Dopo un lungo discorso con i suoi fedeli parlando di accoppiamento e orgasmi, Emeritus ci saluta con l’ultimo pezzo della serata Monstrance Clock, lasciando al termine della canzone il palco insieme ai suoi Ghouls, accompagnati dai cori del pubblico che in loop continuava a cantare “Come together, together as a one, Come together, for Lucifer’s son”
Piccola curiosità: prima del concerto sono riuscito a vedere Papa Emeritus senza trucco che passeggiava in incognito per il locale, senza che nessuno si accorgesse di lui.
Ottimo l’afflusso di persone ed acustica al top, come sempre al Deposito di Pordenone.Una bella serata, una band assolutamente da vedere se non si è mai vista prima, molto teatrale. I Ghost possono essere considerati da qualcuno per controversi, Satanici o buffoni, ma nessuno può negare che siano dei geni del marketing. Giocare con la religione è un buon modo di guadagnarsi la pagnotta, specialmente quando la tua musica da sola non ha veramente molto da dire.

La gallery completa della serata la potete trovare QUI

[Manuel]