Vent’anni dopo è ancora bisestile. The Smashing Pumpkins – Machina / The Machine of God (2000)

Di tutto il carrozzone grunge, gli Smashings Pumpkins sono quelli che ho sempre seguito di meno. Credo che il motivo principale sia il suo leader, Billy Corgan. Mi dispiace ammetterlo (!?), ma non ho mai sopportato il suo tono di voce; sento come canta e rabbrividisco, è tipo un gatto attaccato allo scroto mentre sto graffiando la lavagna con una forchetta. Non riesco a digerirlo e poi, in quanto a musica, riesco a sentire un po’ di canzoni e poi penso se ho tolto le cose dalla lavatrice, se ho lavato i piatti o ho portato fuori il cane (che non ho!). Quindi mi distraggo facilmente, riuscendo ad apprezzare realmente poche e selezionate canzoni, diciamo che di tutta la discografia mi viene in mente solo Bullet in Butterfly Wings. Penso che dica tutto, no? 
Ho perso di vista la band all’incirca nel 1995, dopo l’uscita di Mellon Collie and the Infinite Sadness.  All’epoca il grunge si era suicidato da solo, un po’ come molti fenomeni musicali pompati in maniera spropositata dalle case discografiche e dai media. E poi i protagonisti stavano crescendo ed invecchiare non fa bene al grunge (vedasi i Pearl Jam – di cui parleremo anche nel prossimo futuro, visto che cade il ventennale di Binaural). Invecchiare, per lo spleen adolescenziale, è una gran rottura di palle. Dopo anni di silenzio e dimenticanza, li ho incrociati con Adore e il video di Ava Adore e non per una curiosità spasmodica, ma perché MusicBox lo trasmetteva in continuazione. Risultato? L’innesto dell’elettronica mi ha proprio tolto la voglia di ascoltarli. 
Salto avanti ed eccoli a compiere vent’anni con Machina / The Machines of God. Di questo LP avevo sentito di sfuggita qualche canzone, ma ormai nel 2000 gli Smashing Pumpkings erano l’ombra di sé stessi, alle prese con un concept cervellotico (che nessuno ha probabilmente capito) e alla disperata ricerca di sé stessi. Operazione, quest’ultima che prosegue ancora oggi.
Machina ha il sostanziale vantaggio di non basarsi così tanto sull’elettronica come il precedessore. Ci sono sì spruzzate di modernità, ma anche le chitarre distorte e una evidente sensibilità pop (Stand Inside Your Love o la commerciale Try, Try, Try) nella prima parte della tracklist. E fin qua, cari lettori, le canzoni non sono malaccio. La voce è oscena, ma Corgan è capace di comporre canzoni degne di questo nome. Il problema è solo uno: sono fuori tempo massimo e non le riesco ad apprezzare pienamente. Nel 2020, il grunge non mi fornisce più quella sensazione di svago e conforto che era solito darmi ad inizio anni ’90 – adesso parla una lingua differente.
Oltre ad una sensazione di lost in translation e una lunghezza stracciapalle, diverse canzoni non vanno da nessuna parte  (Heavy Metal Machine) o sono brani in cui gli SP cagano direttamente fuori dal vaso.
Con Machina, Corgan tenta il colpo di coda ma si è solo il sussulto del cadavere. Dopo il 2000 il declino si è velocizzato e il viale cipressato è diventato una realtà tangibile, mentre la band continua testardamente a produrre dischi, andare in tour e credere di essere ancora importante.
Non lo sono, fidatevi di me.
La prima metà di Machina / The Machines of God la potete sfruttare per capire come costruire una canzone pop intelligente senza perdere di vista le chitarre.
Bisogna dare atto del buon songwriting di diverse canzoni, se no si finisce per sparare merda sul disco senza sottolineare anche gli eventuali pregi, ma oltre a questo direi che possiamo passare oltre e salutare gli Smashing Pumpkins.
[Zeus]

Il rock nel nuovo millennio. AC/DC – Stiff Upper Lips (2000)

Come vi sentireste voi, con 25 anni di attività e diverse primavere sulle spalle, ad affrontare i millennials? Una formazione che ha pubblicato 14 dischi e perso il suo frontman più carismatico (trovandone uno molto più longevo, anche se forse meno impattante di Scott) deve essersi sentita un mezzo dinosauro e un residuo delle tomba, mentre nel mondo imperversano tutti i generi conosciuti e il rock, quello vero, ormai sta soffocando in una marea di stronzate.
Penso di averne una mezza consapevolezza io quando salgo sul treno che mi porta da casa alla trincea e poi di ritorno dal fronte. A parte che mi isolo completamente con l’ipod (probabilmente sono uno dei tre sul treno ad avere ancora l’ipod e non Spotify, ma è una questione di praticità… il secondo ce l’ho anche io ma la batteria mi va a puttane in mezzo secondo) e cerco di gettarmi in qualche lettura, non posso non notare che metà della fauna del treno sono adolescenti in pieno fermento. Il che non è male, a parte il casino osceno e la scomposta mobilità dei suddetti, ma ti lancia addosso la consapevolezza che ormai hai scavalcato la staccionata del “divertimento e spasso” e sei finito a pié pari nel luamaro dell’esistenza adulta.
Se mi sento io così, figuriamoci gli AC/DC nel 2000. Ma, nonostante i sintomi di un’invecchiamento ormai consolidato, li ricordo primeggiare in diverse classifiche e quindi tanto vecchi non si sentivano. O non li percepivano.
Però, cari i miei due lettori affezionati, non fatevi fregare dall’aura e dai lustrini: nel 2000 gli AC/DC si avvicinano al concetto di pensione e lo fanno dopo aver pubblicato nel 1995 l’ultimo, vero, grande disco in studio: Ballbreaker. Disco che a molti ha anche fatto cagare, ma secondo me contiene alcuni pezzi da novanta e, pur essendo dopo i grandi classici, non mi annoia mai (a differenza di un The Razors Edge che, pur avendo dignità e alcuni pezzi ottimi, non lo ascolto mai intero neanche a morire). Poi ne hanno prodotti altri due, a distanze sempre maggiori di tempo e qualitativamente in calando.
Dopo 40 anni di dischi, può essere anche comprensibile un calo di forma. Ci sono band che lo hanno al secondo LP in studio. Per gli AC/DC il nuovo millennio segna il contachilometri e la lucetta “manierismo” esce prepotente. Quindi Stiff Upper Lip è un disco che puzza di Australia e rock, ma è un disco che fondamentalmente ti aspetti, ascolti un po’ di volte e poi lo rimetti al suo posto fino a…
Bella domanda. Da quanto non ascoltavo realmente Stiff Upper Lip? Da epoche quasi storiche, oserei dire. Non lo riesumavo da anni, forse ero ancora all’università l’ultima volta che l’ho sentito realmente concentrandomi su di esso e non trovandomi a pensare alla formazione del Fantacalcio, che treni prendere, se ho lavato abbastanza cose da evitare il collasso strutturale di tutto l’armadio e cose simili. Alcuni singoli di facile presa ci sono, ma è difficile che i fratelli Young se ne escano con qualcosa di più complicato, quindi bisogna valutarli sulla base del loro standard e, in questo tremendo XI° secolo, una loro hit non raggiunge minimamente la potenza di qualcosa uscito nel 1995 (e non fa neanche senso paragonarla a qualcosa uscita negli eighties o prima).
Il mondo non ha pazienza e quindi, per una strana ritorsione del fato, gli AC/DC, un tempo banditi per satanismo (!?), rock ad alto volume, scorretteze e alcolismo (Bon Scott), sono diventati il gruppo delle famiglie, dei rocker della domenica, di quelli che sentenono Virgin Radio e pensano di trovarci dentro qualcosa di realmente cutting hedge e innovativo e, soprattutto, una band che trovi da H&M.
Per sopravvivere sono diventati il gruppo poster di chi, sfortunatamente, la musica la vive sotto forma di presenzialismo… mentre il loro hard rock era qualcosa di totalmente diverso.
[Zeus]

Hardland – In Control (2019)

Non so se sia successo solo a me, ma appena ho letto il nome Hardland ho subito pensato ad un gruppo di amici non più giovanissimi che si sono trovati per suonare del buon vecchio hard rock. La bella e procace gitana in copertina, poi, mi ha convinto ulteriormente di questa idea. E ci ho più o meno azzeccato, perché la band olandese, qui al secondo album, propone una commistione tra hard rock e AOR, andando a tributare la scena anni ’70 (si sentono le influenze di Deep Purple, The Who e compagnia suonante) senza disdegnare un po’ di modernità.

Ciò che mi è piaciuto fin da subito di questo album sono i suoni, in particolare chitarra e batteria, belli caldi e ciccioni. Ho apprezzato poi la voglia di sperimentare inserendo in alcune tracce l’uso di sintetizzatori e anche l’alternarsi dei due cantanti dietro al microfono.

Quello che invece non mi è piaciuto è che il disco scorre via in modo fin troppo liscio, innocuo, un compito ben svolto ma niente di più, salvo qualche eccezione. Sebbene il riffing parta bene fin dall’opener The Nation’s Biggest Enemies, non ho notato particolari picchi o momenti che mi abbiano causato un po’ di stupore, mi è sembrato tutto un po’ troppo lineare. In più devo aggiungere che, se generalmente sono uno che apprezza le ballad, la traccia Love, Love, Love (e già il titolo…) è un po’ una palla. C’è però una grande eccezione: The Powers Within è un gran bel pezzo di puro hard rock, davvero una bomba!

In Control è un album che merita ampiamente la sufficienza, perché è ben suonato da gente capace, ma i momenti memorabili sono pochi e visto che la band ha dimostrato di non aver paura di sperimentare, forse dovrebbe osare un po’ di più. Tributare la scena anni ’70 secondo me è una buona occasione per non porsi troppi limiti, per non farsi etichettare, visto che ai tempi a nessuno poteva fregargliene di meno. Promossi, ma mi aspetto di più alla terza prova.
[Lenny Verga]

Infamate di febbraio. 3 Doors Down – The Better Life (2000)

Infami come le foto del McDonalds, quelle stupende foto succulente di hamburger fumanti e gonfi di tutto. Le conoscete vero? Sono spettacolari, con panini ripieni di ogni ben del Capro, gocciolanti di salse e con il pane grande come un badile. L’acquolina fatta pubblicità.
Poi arrivi al tuo “spacciatore” di fiducia e ti ritrovi un panino grande la metà (la depressione di vedere il BigMac diminuito di dimensioni mi ha traumatizzato nel corso degli anni) e completamente diverso dalla cornucopia del volantino.
Una delusione cocente. Brutta cosa la memoria e le aspettative.
Non che mi aspettassi molto dai 3 Doors Down e non avevo memoria, anche perchè questo The Better Life è il disco di debutto, ma quello che c’è dentro nei solchi digitali di questo CD è quanto di più simile al BigMac della realtà.
Un rock sapido, senza sugo e senza nessuna volontà di far niente. Canzoncine utili mentre stai facendo la spesa, eviti di far sentire le onorevoli scorregge al cesso pubblico o per fare da sottofondo ai settanta minuti di attesa che passano fra la tua entrata al cinema e la visione del film, potenzialmente deludente, su cui hai scelto di investire una percentuale considerevole delle tue poche, e mal conservate, risorse finanziare.
I 3 Doors Down, però, non hanno vergogna e piazzano i singoloni strappamutande subito e poi proseguono facendoti continuamente l’occhiolino, dandoti di gomito e dicendoti: “se vuoi rimorchiare, questo è quello che fa per te”.
Per quanto il fine sia quello corretto, il mezzo è errato in maniera oltraggiosamente demoniaca. Perchè, cari quattro lettori (vedo le statistiche, posso scrivere di black, death, figa, morte e governo… ma tanto quattro siete e quattro rimanete), ci vuole anche della dignità nel promuovere il sacro fine della camporella selvaggia. Loro ci hanno messo sopra la carriera e, a quanto immagino, l’investimento deve essergli ritornato con gli interessi, visto che questo genere di musica funziona alla grande sul pubblico. Signori, stiamo parlando di una band che negli anni a venire venderà una cosa come 30 milioni di dischi nel mondo. Non significa qualità, cristo lo so anche io, ma ci sono milioni di persone che hanno preso lo stipendio e l’hanno gettato nelle fogne… tanto valeva farmi un bonifico bancario, così potevo trasportare TheMurderInn in qualche località esotica e vivere di rendita per il resto dei miei giorni.
Ci ha visto lungo Brad Arnold, niente da dire. Ha capito che buttando il tutto sull’incosistente venato di pseudo-rock, avrebbe fatto breccia dove molti altri non hanno osato arrivare. E non sto parlando del cuore.

[Zeus]

The Gathering – Superheat (2000)

Cosa ti porta a dire di aver visto/sentito un grande live? Quali sono le caratteristiche imprescindibili che un concerto deve avere? Lasciando da parte l’elemento “compagnia di ubriaconi”, ci sono poche cose che lo definiscono tale: una scaletta ottimale o un pubblico che fornisce una spinta eccezionale. Persino il suono, pur essendo fondamentale, non è un elemento così importante (mi basta pensare al divertente concerto degli Entombed AD, che aveva un suono impastato e musicisti ubriachi da far schifo al cazzo, per capire che l’elemento pulizia sonora non è quello più importante). Se azzecchi il mix, ecco che ti trovi davanti a qualcosa di biblico, e ce l’hanno spiegato degli svedesi a Wacken; se no devi puntare tutto sulla scaletta bomba, tanto che puoi venirne fuori vincitore anche se ti trovi fra le mani uno dei live più tarocchi in assoluto
Il problema di Superheat è avere una scaletta buona, ma non ottima, e soprattutto da la sensazione di essere un live molto freddo, troppo distante dalla capacità ammagliatrice della band dal vivo. Vedere di persona Anneke muoversi sul palco è tutta un’altra cosa che sentirla in un live; il suo magnetismo, il suo essere al contempo centro assoluto del palco e movimento leggero, è impossibile da replicare su disco, ma in questo primo disco live, i The Gathering non ci provano neanche molto. Tanto che persino l’avvenente, e bravissima, singer olandese sembra un po’ distratta. 
Non sto dicendo che fa cappelle assurde, ma è proprio il feeling che trasmette ad essere vagamente zoppo, come se fosse un po’ svogliata/stanca e la performance fosse registrata quando la band era presa da ben altre cose. 
Anche i migliori gruppi possono cannare e tirarti il pacco: ai The Gathering succede nel 2000. Chi lo sa, forse la sbornia post-How to Measure a Planet? è stata troppo grande. Forse l’ormai passaggio dagli esordi a questa nuova versione della band, con grandi spazi dati all’atmosfera ed una diminuzione del comparto “più metal”, ha tarpato le ali al primo live, ma Superheat non è quello che ci si aspetta da uno dei nomi grossi del panorama musicale olandese e, diciamolo, europeo. 
Che poi ci si possa emozionare sentendo Liberty Bell, Marooned o My Electricity (tutti dal disco del ’98) o lasciare una lacrima per quelle perle di Strange Machine o Sand and Mercury (da Mandylion) è un discorso personale e su cui possiamo aprire un dibattito. 
Quello che però è da dire, senza troppi moralismi, è che Superheat, 20 anni dopo la sua uscita, è un disco che non prende più della sufficienza. Oro colato per le generazioni odierne, ovvio, ma noi sappiamo cosa valeva il 6 politico e quindi pretendiamo di più da Anneke&Co. 

[Zeus]

BS Bone – Inside Insanity (Demo) (2019)

Il cibo è sempre un ottimo mezzo per fare dei paragoni. Esistono cibi che ci piacciono molto ma che mai ci verrebbe in mente di unire nello stesso piatto… finché non capita di ritrovarti in una pizzeria in Slovenia con un amico inglese. E già qui si rizzano i peli sulle braccia. Mettiamo pure che il ristorante in questione sia in grado di sfornare una pizza dignitosa, in fin dei conti il confine con il suolo italico non è molto lontano. Ma ecco che ci pensa l’amico inglese, ordinando una pizza con le acciughe (piatto che adoro), con aggiunta di… kebab. Non che il kebab non mi piaccia, anzi è una di quelle ciccionerie che non mi faccio mai mancare, soprattutto in giro per i festival. 

Quando il piatto arriva al tavolo, con tanto di salsa bianca allo yogurt abbondantemente versata sulla carne di agnello speziata, l’amico inglese insiste per farmela assaggiare, perché per lui è “a very special one”. Ovviamente mi faccio convincere, perché un pizzico di curiosità legata all’educazione di non voler declinare l’offerta sono insieme una brutta bestia. Immaginatevi il risultato. Non discuto che c’è a chi possa piacere, ma a me non tanto.

Ed arriviamo così al disco in questione. Questo “Inside Insanity” dei BS Bone è un piatto di buon stoner mischiato però con un cantato che sembra uscire da un disco di thrash americano anni ’80 ed una punta dell’Axl Rose di “Appetite for Destruction”. Ingredienti che presi per se sono ottimi, ma che mischiati insieme, almeno alle mie orecchie, stridono un po’.

Da una band stoner mi aspetto un cantante più caldo e profondo perché deve contribuire a creare il mood polveroso che questa musica dovrebbe evocare. Prendiamo il primo pezzo, “I Don’t Give a Fuck”: parte con un bel riff tipicamente stoner e prosegue musicalmente su questa scia, ma la voce sembra voler chiamare un tupa tupa a sostenerla, cose che non succede perché il pezzo non lo richiede. Lo stesso effetto si ha con la successiva “99 Lions in a Cage”, brano più lento e melodico, dal retrogusto desertico. 

Il discorso cambia con la terza traccia, “Dysfunctional Souls”, canzone che guarda molto di più all’hard rock e all’heavy metal come punti di riferimento e che, proprio per questo, funziona perfettamente, infatti mi sono divertito molto ad ascoltarla. Un bel pezzo! Per la conclusiva “Rant”, vale il discorso fatto per le prime due song.

Più in generale, posso dire che i pezzi sono ben suonati (ho apprezzato molto gli stacchi strumentali) e la produzione è ottimale per un demo. Mi rendo conto che il confine tra giudizio obiettivo e gusto personale, in questo caso, è molto sottile ma la mia opinione è che ci sia bisogno di aggiustare un po’ il tiro.
[Lenny Verga]

Una mezza delusione. Chris Cornell – Euphoria Morning (1999)

La carriera solista di Chris Cornell l’ho sempra scansata, mi fa venire il pelo alto tipo cane spaventato. Perché un solo pezzo dei Soundgarden riesce a spazzare via tutta la discografia solista del cantante di Seattle. Che siano i dischi come questo Euphoria Morning o quelli della sbornia pop con Timbaland e i balletti imbarazzanti. Ad essere ancora più sincero, non ho mai seguito troppo neanche gli Audioslave, per quanto sulla carta potessero essere un buon combo (Rage Against The Machine + Soundgarden).
Qualcosa di questo disco me lo ricordo da quando era uscito ma, visto che alla parola Euphoria Morning il mio cervello ha sollevato il classico sopracciglio chiedendosi “cazzo è?”, allora ho preferito darci un paio di rinfrescate prima di scriverci qualcosa. E confermo il commento del mio cervello. Euphoria Morning non è un brutto disco, sia chiaro, solo che non ti rimane dentro. Nella sua voglia di essere un disco adulto, di far vedere qualcosa di “intimista” o che ne so io, si dimentica qualcosa di fondamentale: le canzoni che spaccano. E, con questo termine, non mi aspetto certo un disco degli Anaal Nathrakh, ma qualcosa che ti faccia svoltare la giornata, la canzone che ti faccia prendere male o ti porti dalle profondità dell’abisso ad un livello di socializzazione decente.
Euphoria Morning non ha niente di tutto questo. Buona produzione, estremo accento sulla voce di Cornell (che, diciamocelo, nel 1999 era ancora fortunato con il “suo strumento”, poi ha incominciato a zoppicare) e con una tracklist di 12 canzoni.
Dodici canzoni, ripetetelo con me, dove manca ogni tipo di energia o di appeal realmente buono. Pochi i brani realmente godibili, il resto si assesta sullo stomaco come peperonata mischiata a cemento armato.
Vi verrebbe da riprendere in mano questo CD se non fosse unicamente per il nome che ha sopra e/o per il grande recupero post-mortem?
Da parte mia è no. E vi posso assicurare che questa sarà l’ultima volta che tocco Euphoria Morning per almeno molti anni. Se son bravo e diligente, forse lo posso riesumare per i 40 anni del disco e, da bravo quasi sessantenne, incomicerò a trovarci dentro dei punti positivi che la mia non-più-giovane età non mi aveva permesso di percepire.
Per quanto riguarda il qui ed ora, il 2019, il rock adulto, malinconico, leggermente venato di mezza psichedelia di Euphoria Morning non mi dice niente.
Verrà adorato perché, quando si muore, tutto diventa bello e poetico, ma alla prova del tempo l’opera per cui Chris Cornell, e la sua ugola, dovrà essere ricordato è quella dei Soundgarden. Tutto il resto, come si dice, è noia.
[Zeus]


Una collezione di cover. Mark Lanegan – I’ll Take Care Of You (1999)

Non è la prima volta che Mark Lanegan fa capolino su queste pagine, ci siamo già passati con l’album precedente. Non ci posso far niente, ma nel reparto grunger-divenuti-adulti e adesso compositori, Lanegan è probabilmente il mio preferito.
Questo lo dico con certezza fino al 2012, poi gli album successivi non li ho seguiti granché perché non sono il mio pane. Sembrano essersi spostati su coordinate a me estranee, totalmente slegati dal mio concetto di rock/rock-blues o, più semplicemente, dalla visione che ho di Mark Lanegan come cantautore.
Che poi è una stronzata, sia chiaro. Sembro essere il tipico fan dei (nome band a caso), che vuole il suo gruppo suonare sempre e comunque la stessa cosa. So che sono nell’errore, ma nel mio cervello Lanegan è, e rimarrà, quello che cantava disperato su Whishey For The Holy Ghost. Ammetto anche che questo, più di The Winding Sheet, è l’LP che mi ha fatto conoscere il cantante americano – le sue opere con gli Screaming Trees erano già nel mio repertorio grunge.
I’ll Take Care of You rientra perfettamente nel filone iniziale del Lanegan cantautore. Non si discosta come ambientazione, come oscurità nella musica e, in generale, come impostazione del disco. Oserei dire che è il penultimo disco ad essere pregno dello spirito blues/soul, prima di svoltare su altre sonorità con Field Songs e poi cambiare pelle da Bubblegum (2004) in avanti.
Nel 1999, però, Lanegan rende omaggio ai grandi del passato, figure carismatiche e/o drammatiche del cantautorato, del blues, del soul o anche dell’indie e li reinterpreta con il suo inconfondibile timbro vocale. Non fraintendetemi, non tutto il disco mi piace alla follia. Certe canzoni non mi prendono molto, ma la tripletta iniziale con Carry Home – I’ll Take Care of you – Shiloh Town (una fra le mie preferite insieme a Shanty Man’s Life) è realmente molto forte, sia dal punto di vista interpretativo, sia da quello dell’appeal. Queste canzoni ti restano dentro subito. Poi incomincia il punto centrale del disco dove Lanegan ha rinchiuso molti cantanti blues e qualche chicca indie (Creeping Coastline of Lights) e c’è bisogno di molta più concentrazione per riuscire a recepirle. Come potete capire, rispetto all’inizio del disco si può vedere una leggerissima flessione.
Il finale di I’ll Take Care of You è però in salita, con buone canzoni (la già citata Shanty Man’s Life è alla posizione numero 10) e un finale che non mi ha mai entusiasmato (la cover di Boogie, Boogie di Tim Rose).
Questa è la prima volta che Lanegan si cimenta in un disco interamente di cover (poi riproporrà la cosa più avanti nel tempo) e il risultato è affascinante visto si scopre un po’ del passato musicale del singer americano, ma non perfetto. Anche se sono presenti tracce più deboli (su Field Songs ce ne sono, non mento), è nella produzione di canzoni proprie dove Lanegan riesce a scavare un solco profondo, equilibrando agli elementi rock/blues, una spiccata sensibilità soul e tematiche autobiografiche o liricamente influenzate da elementi di stampo biblico.
[Zeus]

Unida – Coping with the Urban Coyote (1999)

C’è un assunto fondamentale nella cucina italiana ed è il seguente: la versione 2.0 di un piatto della (tua) tradizione, verrà sempre valutato in base alla sua versione 1.0 cucinata dalla nonna/mamma/parente e confrontato in maniera spietata. Questo perché il piatto evoluto manca di una componente fondamentale ed è quella di riuscire a solleticare le “papille gustitive” della memoria tanto quelle della bocca.
Stesso discorso si può applicare alla carriera musicale di John Garcia. Da quando la sua band principale è implosa, tutto il suo peregrinare di gruppo in gruppo è stato accolto da un sopracciglio alzato e da un perplesso: “ma non è certo come i Kyuss“.
Quindi ecco che i giudizi si sprecano sugli Hermano e, logico, sugli UNIDA.
Questi ultimi sono quelli che, più di ogni altro progetto che ha coinvolto il singer americano, hanno il piglio giusto per farti assaporare il ritmo della strada. Il quartetto americano ha abbastanza groove e melodia da rimanerti dentro e, per quanto proponga una versione quantomeno basilare e easy dello stoner, sono molto più groovy e interessanti degli Hermano. Ovviamente ci sarà sempre chi li paragonerà ai Kyuss, chi addirittura si metterà a fare il confronto con i QOTSA, ma è inutile. I primi sono irraggiungibili, vista il loro essere caduchi, mentre i secondi giocano in un campionato diverso e paragonare l’operato da superstar di Josh Homme con quello più underground di Garcia è fare uno sgarbo all’inquieto cantante.
Se vogliamo trovare il classico tallone d’Achille di tutti i progetti di Garcia è, in maniera assai paradossale, il suo punto di forza maggiore: la voce del singer. Le piroette, i miagolii e tutto il registro che usa Garcia nei suoi progetti, fagocita la musica rendendola un complemento “secondario” alla sua voce. Questo è il punto debole e il punto di forza, perché quando la base musicale, seppur groovy, pesante e con una bella chitarra ribassata e dal riffing lineare ma immediato, non riesce ad avere quel quid ecco che interviene John il monopolizzatore, cancellando i momenti “down” (If Only Two). D’altra parte, è la sua stessa voce che livella i brani, “tagliando le gambe” al groove potente.
Però in Coping with the Urban Coyote c’è di che gioire. Thorn ha un riff che è l’equivalente della canzone del sole e così anche Human Tornado. Ma quello che hanno più di molte canzoni stoner è la capacità di arrivare al punto con immediatezza e tirar fuori il groove con poche, calibrate, note.
Il riff di Nervous è stato ripreso, in mille forme, non so quante volte. Quando non indugia sulla ricerca del groove, Arthur Seay vira anche su momenti di maggiore impatto e velocità, Black Woman e Dwarf It, ma cercando di non indispettire il Generale Garcia pisciando fuori dal vaso.
Volete un esempio di tutto questo? Provate a sentirvi You Wish e avrete di fronte la classica canzone che, in ogni latitudine, popola i CD delle band stoner. Ritmi lenti, feeling desertico e psichedelico, fuzz enorme e poi la voce di Garcia che gioca a nascondino per poi emergere come era solita fare in certi brani dei Kyuss.
Coping with the Urban Coyote degli Unida è un disco stoner nel vero senso del termine, dove la minore componente psichedelica (ridotta alla lunga You Wish), viene compensata da un feeling on-the-road che, nello stoner moderno, sembra essere andato perso a favore di una generale riproposizione dello schema: riff Sabbathiano + elementi psichedelici + voce acuta. A questa sequela di copie-carbone di un genere che tanto amiamo, preferisco l’onesta semplicità e schiettezza di questo disco del 1999.
Non é un capolavoro, ma Coping with the Urban Coyote é capace, anche adesso, di farmi premere il piede sull’acceleratore e lasciarmi alle spalle lavoro, casa e problemi del giorno.
[Zeus]

L’importanza del pantalone a zampa: The Vintage Caravan – Gateways (2018)

A causa di una serie di novità in questa sordida vita, ho incominciato a scoprire nuovi gruppi: dei Ravencult, ormai diventati una delle mie band preferite, ne ho già parlato in sede di recensione, mentre di questi The Vintage Caravan faccio menzione solo ora. 
Diciamolo, tanto non mi legge un cazzo di nessuno, che non si inventa granché da molto tempo e che il meglio che puoi trovare nella musica del 2019 è onestà o un’ottima riproposizione, con piglio personale, della lezione dei grandi del passato. Non c’è niente di male in tutto questo, è l’andamento delle cose. La gente fa la fila per digerire merda musicale, quindi il meglio che si possa fare, senza spararsi un colpo, è puntare unicamente a chiudere il recinto quando le mucche sono già scappate e contenere i danni.
Serve un cazzo e mi fa anche girare un po’ i coglioni, ma tant’è. 
Quindi tanto vale rileggere il sound e riscrivere una propria esperienza personale. Le migliaia di epigoni dei Kyuss/Black Sabbath/Led Zeppelin/Metallica sono la riprova che, il mercato, non è certo saturo di certe sonorità; soprattutto perché quelle sonorità sono di ottima fattura. La gente ha voglia di sentire qualcosa, di non perdersi in un mare di letame… quindi qua a TMI cerchiamo di venire incontro a questa richiesta inespressa e forniamo una bussola quantomeno “decente”. 
Come posiziono quindi questi The Vintage Caravan? Innovativi non posso certo definirli: il sound che promuovono Óskar Logi Ágústsson&Co. è quello classico dei sixties-seventies e quindi si possono sentire note di Led Zeppelin, Cream, Rush, Thin Lizzy… percorrere le undici composizioni dei tre islandesi.
Se non puntiamo sull’innovazione, allora diciamo subito che in termini di songwriting e piacere all’ascolto, allora siamo su buoni livelli e questo, per me, è un plus.  
Ci sono elementi hard rock, proto-metal, psichedelici e tutto il compendio che si poteva respirare allora, solo con la produzione odierna (la Nuclear Blast ci mette lo zampino malato sul suono, ma senza troppi danni). In questa direzione si muovono moltissime band (le conoscete tutti, quindi non rompetemi le palle facendo la conta), ma finora questi The Vintage Caravan sono quelli che mi hanno preso di più.
A supportare questa mia “audace” dichiarazione c’è la semplice constatazione che i pezzi di Gateways sono buoni, di buona profondità e  hanno anche notevole groove. Se teniamo presente che non ti rompono il cazzo dopo mezzo minuto… eccovi servito un nuovo plus.
Prendete una canzone come On The Run: melodica ed orecchiabile, tanto che i suoi sei minuti scivolano via che è un piacere. Ve lo dico sinceramente: probabilmente è una delle mie preferite del disco. 
Rispetto a molte altre cagatine che troviamo sui dischi moderni, al centro di tutto si muove ancora la chitarra e finalmente si ritorna a ragionare. Di cori, zampogne, buffonate e cialtronerie ne ho le palle piene, quindi sapere che Gateways è riff- centrico mi fa vedere bene anche le giornate di pioggia. 
Se volete esempi, così, una tantum, troverete che Hidden Streams è seventies al midollo e le stesse Set Your Sights, All This Time Reflections sono macchine da groove. 
Ma cosa succede quando il songwriting non è così brillante? Allora intervenire la sensazione che l’omaggio, il mero “riciclo” della formula sia una stampella creativa. I casi sono pochi, più nella seconda parte del disco, e non stonano poi più di tanto. Le canzoni sono omaggi al tempo che fu, alle radici del sound di Gateways: sixties-seventies (Farewell) o in un mood similare (Tune Out o The Chain).
Questi tre islandesi non hanno la pretesa di rivoluzionare il mondo della musica e, a quanto mi risulta, non vogliono essere (non sono spinti ad essere?) i nuovi Led Zeppelin come i Greta Van Fleet. Con Gateways, i The Gateways fanno uscire un disco ispirato dai sixties-seventies e lo fanno con abbastanza onestà e buon songwriting da farti aspettare il prossimo disco e, ovviamente, riascoltare questo. 
Per me sono promossi, sta a voi fare gli snob e ignorarli. 
[Zeus]