Anathema – Alternative 4 (1998)

Con gli Anathema ho un rapporto contrastato, una sorta di “dovrebbe piacermi visto il mood che si trascinano dietro” e “non riesco ad ascoltarli per troppo tempo”. Questa schizofrenia mi limita sempre, visto che è difficile reputare la tua favorita una band che non riesci ad ascoltare per più di quattro canzoni senza skippare o, peggio ancora, sognando la compilation definitiva così da non dover sentire tutto. Non per la qualità delle canzoni, ma per motivi non specificati che mandano in cortocircuito il mio cervello. E sì che aprire con una canzone come Fragile Dreams, seppur nella versione Hindsight, è qualcosa di eccezionale e, anche a distanza di anni, mi ricorda un viaggio epico fra Friuli, Veneto e Trentino Alto Adige. Quella canzone e quei chilometri su strada sono strettamente connessi, tanto che il mio giudizio è sicuramente falsato dalla memoria (ma questo non sminuisce il fatto che Fragile Dreams sia una gran cazzo di canzone). 
E così anche Empty, che vive su un brio maggiore che, in maniera subdola e bastarda, ti fa accettare un testo in cui la felicità è quella cosa sconosciuta (… and i feel that pain again). E così tutto il disco, tutto Alternative 4 si porta dietro disperazione, malinconia e sconfitta nascoste sotto un manto raffinato; ma pur sempre di disperazione e malinconia stiamo parlando.  Con Alternative 4 i fratelli Cavanagh continuano lo spostamento verso lidi alternativi, più rock e meno metal, che avevano iniziato con Eternity del 1996 (fra l’altro un disco con una copertina oscena a dir poco – ma gli Anathema hanno un feticcio per cover art di dubbio gusto a quanto sembra). Il growl delle prime ore era già stato lasciato alle spalle con Eternity e su questo LP del 1998 Vincent Cavanagh canta solo in clean e questo fattore accentua molto il carattere malinconico e depressivo della musica attuale della band inglese: togliere la spigolosità del growl e, per quelli più gutturali, quella certa bidimensionalità, ha permesso a Vincent di esprimere ancora più sfumature con la voce (Inner Silence). 
Non sentivo Alternative 4 da non so quanti anni, giuro. Non ascolto spesso gli Anathema e, quando mi viene voglia, metto su Hindsight e mi faccio cullare dal sound acustico di quel CD. Dopo così tanto tempo mi accorgo della bontà di questo LP, delle sue sfumature, del fatto che segna un passaggio deciso verso il futuro prossimo della band e che si compone di alcune canzoni fuoriclasse e alcuni buoni brani. 
Quello che mi chiedo: quanto passerà prima di risentirlo di nuovo? 
[Zeus]

 

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Garbage – Version 2.0 (1998)

Ho voglia di finire quest’anno con il botto e, visto che mi son sicuramente dimenticato qualcosa ma sulla “oculatissima selezione di Youtube” (!?) mi vengono propinati i Garbage, allora ne tratto.
I Garbage, per un paio di stagioni, sono stati cosa “grossa”, nel senso che si sentiva più o meno ovunque. Sarà stata la front-woman Shirley Manson o che nelle file militava un certo Butch Vig (forse l’avete sentito nominare perché era in studio con i Nirvana nel 1991), ma I Think I’m Paranoid era spesa con costanza dalle radio o dalla TV.
A volerla ricordare, adesso, non me la ricordo. Giuro. Forse forse un po’ il ritornello, ma era quel sound che ti entrava nella testa, ci prendeva residenza come un inquilino maleducato di Air B&B e poi, con del lavoro, te lo sciacquavi dal cazzo in un modo o nell’altro.
Per me, almeno, è stato così. Perché nel 1998 i Garbage giravano a scuola, erano la next big thing che i miei compagni di classe ascoltavano insieme ad altre band del periodo. Tutti gruppi, ovviamente, che non riuscivano a scalfire la superficie e che andavano bene per la spesa della domenica, la cena con la nonna e l’aperitivo analcolico (ebbene sì, c’era ancora gente che nel 1998 faceva aperitivi analcolici e si dichiarava “straight-edge” ante.litteram… che poi li abbia visti ridursi ammerda negli anni successivi comprovando la mia teoria sulla mancanza di coerenza è un discorso diverso).
Version 2.0 era questo: un dischello che ascoltavi e che non disturbava troppo l’andamento della giornata, che non ti faceva lanciare le scarpe dai tuoi e, con ottima probabilità, era apprezzato a prescindere dalla ragazza che rimorchiavi alla festa di classe.
L’alternative annacquato, quello che ormai aveva perso la caratteristica “irruenta” di certo sound e aveva acquisito la patina giusta per essere presentabile e un certo retrogusto elettronico, faceva parte della collezione di dischi da “presentare” alla possibile futura preda ragazza.
Lo ammetto, è strano come un dischello come Version 2.0 mi abbia stimolato così tanti ricordi. La cosa mi sembra vagamente inquietante, ma cerco di non prestarci troppo caso.
Intanto vi metto su il singolo della band, così almeno ve lo risentite anche voi e, se avete qualche commento da fare, fatelo… Almeno non mi sento l’unico stronzo a parlare del passato e dubitare di tutto quello che ho sentito nel corso dell’evoluzione musicale.
Cazzo.
[Zeus]

Social Distortion – Live At The Roxy (1998)

In un anno in cui sono usciti una schiera di dischi dal vivo, anche i veterani del hardcore punk melodico Social Distortion se ne escono con un live: Live at the Roxy. Il disco copre tutto il periodo e le anime della band, quindi dagli esordi di Mommy’s Little Monster fino all’ultimo disco White Light, White Heat, White Trash. Oltre ad essere una fotografia della band dopo 15 anni di attività (Mommy’s Little Monster è datato 1983!), è anche un testamento della formazione con Dennis Danell. Il chitarrista, infatti, morirà nel 2000 a causa di un aneurisma, lasciando un profondo vuoto nella formazione (sentitevi alcuni testi del successivo Sex, Love and Rock’n’Roll). 
Cosa si può dire dei Social Distortion che non sia già stato detto da mille altre persone prima di me? Non saprei proprio. Quello che posso dire, però, è quello che questa band significa per me. Non posso certo affermare di seguirli dagli albori, anzi, sono arrivato a loro molto tardi (direi intorno al 2005/2006, quindi dopo la pubblicazione di Sex, Love and Rock’n’Roll). All’inizio, prima di sentirli, ero scettico, il punk non mi ha mai entusiasmato più di tanto. Non è mai stato il mio genere di musica. Il fatto è che Mike Ness&Co. non sono una band hardcore punk melodica standard. Le influenze di generi come il rock’n’roll, il country e il blues sono elementi che scuotono le fondamenta del genere e lo ibridano in qualcosa di orecchiabile, elegante, potente e che non mi stufa mai. Parte di questo fascino, credo, sta nell’abilità di Ness di unire la capacità di creare singalong catchy, melodie facilmente assimilabili e scintillanti quanto basta ad un pessimismo di fondo, ad una disperazione/un senso di sconfitta che, noi metallari, spesso respiriamo. Non sto generalizzando, ma è quella sensazione di ho combattuto contro il mondo e ho perso che ti prende, che ti fa esclamare “sono melodie orecchiabili, ma cazzo se Ness ha capito cose che sto metabolizzando”. 
Se vogliamo fare un paragone azzardato, Mike Ness ha quella visione del mondo che aveva Johnny Cash e, nel presente, potrei dire Mark Lanegan: una sensazione di rabbiosa impotenza, di sconfitta, condita da sentimenti religiosi (spesso contrastanti) e una lettura disincantata della vita che lo circonda. 
Ah, se volete una recensione di questo live siete cascati nel posto sbagliato. Invece che leggervi come suona uno o come canta Ness, perché non tirate fuori il CD o YouTube e vi ascoltate il disco e capite subito che era ora di riprendere in mano qualcosa dei Social Distortion. 
Perché, ve lo dico chiaro e tondo, anche adesso (e son passati 20 cazzo di anni), la band californiana è attuale come non mai. 
[Zeus]




Empyrium – Songs of Moors and Misty Fields (1997)

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Alla prova del secondo album, i baveresi Empyrium se ne escono con quello che si potrebbe definire, senza troppi fronzoli, un capolavoro. Songs of Moors and Misty Fields (uscito nel 1997) è un affresco musicale; ci son pochi cazzi, signore e signori. Questo disco sposta le coordinate del black metal in una zona che che si potrebbe definire atmospheric-black metal, in cui la componente folk è talmente preminente da ridurre l’importanza del metal estremo (limitato alle incursioni dello screaming gracchiante di Markus) ad un mero complemento.
Gli Empyrium tracciano un solco nel terreno e ascoltare questo disco significa riconnettersi con la propria parte più romantica, quella che vedendo il dipinto del Viandante sul mare di nebbia si emoziona. Questo è lo spettro sonoro che dipingono i tedeschi che, con l’assunto musica teteska = caciaronate e “birra-stinco-folkfest”, non hanno hanno niente a che fare.
Songs of Moors and Misty Fields propone 45 minuti di musica oscura, da ascoltare mentre si passeggia in un bosco delle mie montagne. Non ha quasi senso sentirlo in città, non è la sua collocazione naturale, non è il suo terreno fertile. SoMaMF è un disco che si nutre di umido, di foglie cadute, di paesaggi brumosi e dell’odore del muschio sulle pietre e del rumore dei ruscelli.
I bavaresi se ne escono con questo disco ben 5 anni prima degli Agalloch che molto devono all’esperienza folk di questa band tedesca (sentitevi un disco come The Mantle).
Quello che stupisce, oltre alla capacità di condensare in 8/9 minuti una serie di emozioni crepuscolari, è che l’esperienza con l’elettricità degli Empyrium verrà via via meno, tanto che già dal successivo LP in studio, la componente elettrica è praticamente assente. Sono quasi degli amish della musica, questi “maledetti” tedeschi e, vi giuro, Where at Night the Wood Grouse Plays è uno spettacolo da ascoltare.
Se vogliamo riassumere in poche righe quello che rappresenta Songs Of Moors and Misty Fields, potremmo dire che è l’espressione compiuta e la messa in musica dell’autunno, del bosco tetro e del Weltschmerz.
Secondo il mio modesto parere, uno dei dischi invernali per eccellenza… poi vedete voi se fare gli stronzi e non ascoltarlo.
[Zeus]


Placebo – Without You I’m Nothing (1998)

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Quando è apparso sul mercato questo disco dei Placebo, Without You I’m Nothing, io, di loro, non sapevo un beneamato cazzo. Fate conto che  avevano già fatto uscire un disco due anni prima e io non me l’ero cagato neanche di striscio.
Nel 1998, però, hanno incominciato a trasmettere su MusicBox il video di Pure Morning e non potevi non fermarti, anche solo un paio di minuti, ad ascoltare cos’era: quindi ecco il look androgino di Brian Molko, il video che sembra un precursore delle puntate di Black Mirror con 15 anni d’anticipo e un sound che ti restava in testa nella sua efficace semplicità. Il risultato è che mi sono fermato invece di skippare verso altri canali, probabilmente per tentare di vedermi i Simpson durante la pausa pranzo a scuola. A 17 anni erano ancora un momento nella scaletta quotidiana, probabilmente perché ancora mi facevano ridere… poi ho scoperto Family Guy e saluti.
Un po’ quello che è successo anche con i Placebo. Mi hanno intrigato con Pure Morning e non lo nego che, in alcuni casi, l’ho addirittura aspettata/cercata questa canzone: ha un mood strano, sbilenco, che vorresti sperare felice ma sai che non lo è.
Poi il resto del disco, ad onor del vero, l’ho ascoltato qualche volta molti anni dopo su YouTube, probabilmente perché avevo parlato dei Placebo a qualcuno che li aveva conosciuti quando avevo visto io quel video e così mi sono messo ad ascoltarlo. Carino, ma non è mai stato il mio genere, non sono mai stato un appassionato di questa mistura glam/pop/brit e chissà che cosa altro (molte delle mode uscite dal Regno Unito negli ultimi 20 anni non mi hanno preso – il britpop, fra l’altro, mi ha sempre disgustato in maniera poderosa).
Però Without You I’m Nothing (la canzone) non è male, ma non possiede quel fascino decadente della prima traccia. Il resto, per me, è diventato velocemente prescindibile, tanto che non risentivo niente di loro da anni e adesso l’ho fatto solo perché, quest’anno, Without You I’m Nothing compie vent’anni.
Vent’anni fa mi sono fermato un momento per vedere un video con un cantante androgino e uno slowmotion costante e poi mi sono dimenticato completamente della band. Vent’anni fa è uscita Pure Morning e, ancora oggi, è l’unica canzone che mi va di ascoltare di Brian Molko&Co.
[Zeus]

I superstiti del buco. Hole – Celebrity Skin (1998)

Possiamo dire tutto, ma a Courtney Love non è mai stato data la possibilità di essere un personaggio a sé stante. Sarà che è stata, per lungo tempo, adombrata dai ben più influenti compagni (Billy Corgan e Kurt Cobain) o perché, da vera tossica, ha sempre espresso le sue posizioni in una maniera vagamente urticante, il suo status di “persona intollerabile” è scattato verso l’alto.
Poi c’è anche la frangia di persone che, nel corso degli anni, le hanno attribuito il ruolo di “mente nascosta” dietro la morte di Cobain, capirete che anche i grungettoni più intransigenti l’hanno abbandonata al lato della strada insieme alla scarpa, ai bidoni fiammeggianti e altre simpatiche amenità.
Quello che però è sempre stato messo sotto il tappeto è il suo talento nel songwriting. Abilità, questa, di cui anche il biondo di Seattle ha avuto modo di beneficiare (vedasi la maturazione lirica dei testi da Nevermind a In Utero, giusto per intenderci). Il problema, almeno all’inizio, è sempre stato il paragone ingiusto ma naturale: grunge per grunge, ecco che tutti ci finivano dentro, ma la linguaccia della Love non la tenevi a freno e quindi i punti simpatia scendevano e così anche la sua quotazione.
Capite che quando è uscito Celebrity Skin nel 1998, per molti die-hard l’eco dello sparo era ancora nell’aria e Live Through This, uscito giusto quattro anni prima, veniva ancora reputato (ingiustamente) farina del sacco del marito piuttosto che intelligenza compositiva sua. I giudizi su Courtney Love erano negativi a prescindere… e qua c’era l’errore.

Celebrity Skin è un disco che di grunge non ha quasi più nulla, forse un po’ di angst esistenziale ma niente di stratosferico. Il disco è talmente pulito da essere powerpop ed è radiofonico all’ennesima potenza, non stona su radio “rock” o più mainstream. I singoli (Malibu, Awful o la stessa title track), mi ricordo ancora, venivano sparati da Music Box con una frequenza da vomito – infatti sono passati 20 anni da quando ho ascoltato per intero questo CD.
Vi dirò una cosa: io, Celebrity Skin, l’ho sentito al momento giusto, quando era appena uscito e avevo voglia di sentire qualcosa di inerente al grunge. L’ho sentito ma la magia era passata (anche se Northern Star è ancora un canzone toccante). Non sentivo niente dentro questo disco, non sentivo quello che mi aspettavo da composizioni così perfette (merito dell’unione d’intenti fra la carismatica leader, Billy Corgan e Melissa Auf der Mar). Questo mi ha deluso e, alla lunga, mi ha anche fatto perdere voglia nell’ascoltarlo.
Forse cercavo di riportare indietro l’orologio della mia evoluzione musicale, cercando qualcosa che non sarebbe più ritornato, e quindi era un’impresa disperata anche per un disco che ha tutte le carte in regola (sentitevi Boys On The Radio, ad esempio) per essere uno dei CD da tenere per un adolescente.
Non lo dico tanto per dire, fidatevi: presentatelo ad una adolescente che non si sia rincretinita con il rap/hardcore o altre porcherie musicali e vedrete che, in questi solchi digitali, ci si troverà a suo agio.
[Zeus]

Mark Lanegan – Scraps at Midnight (1998)

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Mi allontano ancora una volta dal metal vero e proprio, ma in questo 1998 sono usciti album interessanti sotto vari aspetti della musica, quindi mi sembra giusto esplorare e, con poche e giuste eccezioni, andare a parlare di artisti o dischi belli e da recuperare.
C’è una cosa che mi sta sulla minchia ed è tutta la marmaglia di gente che si mette a parlare di Mark Lanegan perché l’ha visto collaborare con i Queens Of The Stone Age. Da quel momento sembra essere diventato un nuovo idolo quando, per il sottoscritto, lo era già da moltissimi anni, direi dai tempi degli Screaming Trees. Non mi metto a parlare di questa band grunge (ma la definizione è sballata, visto che hanno una componente lisergica e psichedelica molto più accentuata degli altri “rappresentanti del grunge“) e mi butto subito sul singer. La sua carriera solista è iniziata presto (1990) e da quel momento in poi non ha accennato a diminuire di qualità e continuità – a parte il periodo compreso fra il 2004 e il 2012 in cui Lanegan era preso da mille progetti fra QOTSA, duetti e via dicendo -.
Avevo trovato The Winding Sheet in un mercatino dell’usato, mentre lo stupendo Whiskey For The Holy Ghost era in promo nel negozio dove giravo (era così conosciuto che lo vendevano a poche Lire). Di quest’ultimo mi sono innamorato follemente. La depressione, il tono che mischiava Tom Waits con quello di Cohen e tutto l’insieme del disco mi hanno fatto capire che Lanegan sarebbe stato uno dei miei singer preferiti (per il genere, sia chiaro).
Nel 1998 è uscito Scraps at Midnight e mi ha lasciato interdetto. Forse avevo amato troppo WftHG o forse non l’ho preso al momento esistenziale giusto, che ne so io, ma quando è partita Hospital Roll Call ho capito che non era un disco di facile assimilazione. C’era più dolore, più sofferenza, redenzione e percorso umano in questo LP che nel precedente, forse, e dico forse, perché in questo disco si sente l’eco della fucilata in testa di Kurt Cobain (amico stretto di Lanegan) o della tossicodipendenza che in quel periodo stava mettendo a dura prova la salute del singer americano.
Poi mettici la canzone da ultima sigaretta e via, quei brani che ascolti in macchina con un amico, mentre stai riflettendo su quello che ti aspetta nel futuro (Last One in the World) e poi gli echi di Cohen in Hotel, mentre le tematiche “positive” di Bell Black Ocean e Stay non risaltano come tali, ma sono ammantate da quella caligine, quella nebbiolina fredda che copre il mondo.
Scraps at Midnight è un disco che mi ha lasciato stranito e, ancora adesso che lo sento qualche volta – ma più canzoni singole che l’album intero -, non riesco a recepirlo con quell’attitudine con cui ascolto Whiskey… o il successivo Field Songs.
Io mi pongo l’obiettivo di capirlo quando, nel mondo, cambieranno delle cose o quando il mio umore sarà buio come la pece e, in questo disco di fallimento e redenzione, ci troverò delle risposte.
[Zeus]

 

Prima di tutti i mali, Alice in Chains – Facelift (1990)

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Visto che ormai sono in preda al riascolto ossessivo di alcuni dischi (tutto partito dal recupero di Blue Gives Way To Blue), non posso ritornare quasi agli albori di quello che gli Alice in Chains erano: metal, per lo più. Perché fra tutti i gruppi del grande calderone uscito da Seattle e dintorni, gli AIC erano quelli che più flirtavano con il metallo pesante che tutti quanti noi amiamo. Tanto per dire, dopo l’uscita di questo disco si sono imbarcati nel tour Clash of the Titans con band come Slayer, Anthrax e Megadeth. Non certo dei pesi leggeri o band grunge.
Mi ricordo che il primo pezzo che ho sentito di Cantrell&Co. è stato proprio We Die Young, la prima traccia di questo disco. Dopo tutti i passaggi del “grunge”, questo pezzo che puzzava di Metallica e metal era quasi straniante, perché da un gruppo che viene da Seattle tutto ti aspettavi, tranne che questo. Poi ci pensavi un pochino e capivi la stronzata che avevi appena fatto: le case discografiche avevano messo l’etichetta grunge su un movimento musicale che, se guardiamo le band capostipiti, non aveva quasi niente in comune una con l’altra. Chi era più punk, chi più metal, chi punk-pop e chi, invece, puntava tutto su un rock psichedelico. Quindi l’etichetta grunge non era altro che un modo per definire qualcosa che neanche loro sapevano bene cosa e che doveva essere “venduto” alla massa ansiosa di vedere qualcosa di nuovo sugli scaffali della musica.
Certo, la tripletta iniziale (la già citata We Die Young, Man in the Box e poi Sea Of Sorrow) è di prima qualità e non c’è da stupirsi che molti adolescenti dell’epoca si siano innamorati della musica di Cantrell, Staley e soci. Se poi teniamo presente che, nel 1990, Staley non aveva ancora quella voce particolare, distintiva e, in certi momenti, urticante che poi ha sviluppato con l’andar del tempo e con l’uso e abuso dell’ago in vena.
Facelift non raggiunge le vette di Dirt, che gli seguirà a distanza di due anni, ma questo è impossibile per tutta la discografia successiva. Quello è l’album definitivo degli AIC, c’è poco da fare.
Bleed the Freak ti prende per quel senso metal meets “disperazione esistenziale”, mentre in Love Hate Love c’è molto dell’idea musicale degli Alice In Chains. Siamo parlando di un esordio ed è strano rivolgersi ad un primo LP con termini così positivi (succede veramente poche volte, spesso sono grezzi e/o con troppe idee non ancora completamente sviluppate), ma Facelift è un album completo che in quasi tutte le tracce riesce a piacere. Ripeto, ascoltarlo a così tanti anni di distanza mi fa capire perché gli ho sempre preferito Dirt (l’ansia esistenziale, ovvio) e perché di questo LP mi facciano impazzire alcune tracce mentre altre sono meno impresse nella mia mente (probabilmente perché ero riuscito a recuperare, su cassetta BASF lercissima, solo quelle canzoni di Facelift), ma la sorpresa di trovarlo così metallico e completo è intatta anche a quasi 30 anni dalla sua uscita.
[Zeus]

Guardo Boston e dico: Dropkick Murphys – Do or Die (1998)

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C’è stato un momento, nella mia città, in cui i Dropkick Murphys erano presenti ovunque. Mi correggo, scusate, c’è stato un momento (e precisamente dopo l’uscita di Blackout, l’album del 2003) in cui i Dropkick Murphys venivano sparati spesso e volentieri nelle selezioni varie della cantina dove si andava a bere. Ma quella versione dei bostoniani (all’inizio ero convinto fossero irlandesi, vedete voi la potenza della disinformazione) era la più accessibile e più pop, mentre loro arrivavano da un concetto misto di hardcore, punk, musica celtica e rock che era più irrequieto, forse anche perché in Do or Die, il primo disco, c’era Mike McColgan e qualcosa deve aver influito.
Do or Die non contiene le mie canzoni preferite della band e, mi dispiace affermarlo qua, ma non è neanche il disco che più ascolto dei Dropkick. A me piacciono di più dopo, quando raffinano la proposta musicale e incominciano a tirar fuori qualcosa che ti resta incollato nel cervello come una chewing gum sotto la suola. Se dovessi definire come sentire Do or Die, se mi chiedessero di dirlo in pochissime parole, io direi che è un disco da sentire dopo lavoro, quando smonti e, senza esserti cambiato per uscire, vai al TUO pub (perché tutti hanno un loro pub – quel posto dove puoi sederti e sentirti a casa) e con una pinta di Harp Guinness ti butti alle spalle la giornata. Il disco ha la giusta dose di casino, ma dopo sono diventati più caciaroni, più da festona, mentre questo è l’album dei colletti blu, di quelli che si sporcano le mani, di quelli che si spaccano la schiena e possono permettersi di maledire il Governo, la Chiesa, l’Europa e tutto il resto.
Ce lo vedo a girare questo LP mentre si incomincia a parlare di politica, di tagli, di stipendi che stentano ad arrivare e di orari sempre più incasinati perché, cari miei, la flessibilità è il nuovo stile di vita… almeno finché non si arriva a 90° allora incomincia ad essere simile ad un’inculata. Io me lo sento Do or Die mentre gli animi si scaldano e i pugni sbattono sul tavolo e la discussione si fa tesa e poi ecco che Fightstarter Karaoke scatena gli spintoni, i “tu non sai chi sono io”, i “tua madre è….”. Tutto questo.
E poi si finisce tutti a cantare insieme Boys On The Docks (Murphys’ Pub Version).
Ci sono dischi dei Dropkick Murphys che vanno ballati, altri invece vanno cantati abbracciati con i tuoi simili e con un paio di pinte in corpo. Do or Die è un disco del secondo tipo, meno ballerino, più battagliero.
[Zeus]

Weaponized Funk! Clutch – Book Of Bad Decision (2018)

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Sapete cosa? Scrivo questa recensione il 25 ottobre perché, porco demonio, oggi si festeggia il compleanno del sempreverde Bruno degli Slowtorch – uno che, dei Clutch, ci ha fatto una venerazione assoluta. Talmente partito che, da quando sa che ritornano in Italia, sta sbavando come il proverbiale rottweiler per andarli a vedere.
Quindi auguri vecchio mio e adesso basta smancerie che siamo su TMI e non su Cioè, quindi leggiti la recensione e alza una pinta di Guinness alla mia salute!

Quando si parla di rock/hard rock, uno dei primi nomi che deve saltarvi in mente è quello dei Clutch. Senza se e senza ma. Dopo un lungo periodo di permanenza a metà classifica (pur producendo dischi di assoluto valore), la band capitanata da Fallon ha fatto il salto e sta macinando il meritato successo e, finalmente, si vede attribuito lo status che le è proprio.
Basti pensare che gli ultimi due dischi, gli spettacolari Earth Rocker e Psychic Warfare, e capite il discorso di cui sopra. Quindi non c’è da stupirsi se con l’annuncio del nuovo disco, Book of Bad Decision, la mia curiosità fosse al massimo. Forse troppa, ad essere onesti.
Perché i primi singoli (pur dopo svariati ascolti) mi avevano lasciato abbastanza, e stranamente aggiungerei, perplesso: Gimme The Keys e Hot Bottom Feeder non mi avevano esaltato, con la seconda “vagamente sempliciotta”; mentre How To Shake Hands aveva il fascino dato da un video spettacolare e In Walks Barbarella è l’unica canzone che ha un groove schiacciasassi senza se e senza ma (dato dalla copula feroce fra una band stoner e la Motown – si può chiamare anche in questo caso interracial?).
Un grande punto di domanda, fidatevi di me. Perché i primi singoli dei precedenti due dischi erano bombe a grappolo di groove, hard rock e pura e delirante adorazione. Ed ecco che mi è sorto il dubbio: ho proiettato troppe aspettative su questo disco? Troppo hype?
In realtà non è così, perché Book of Bad Decision è un disco che possiede un feeling replicabile dal vivo, quindi scommetto che in dicembre le canzoni faranno venire giù le mura di Milano, e non sono pochi gli episodi in cui si sente un groove importante, caldo e ricco di fuzz come da tradizione recente.
Se proprio devo trovare un qualcosa di “negativo” è la lunghezza del disco: 15 canzoni sono quasi troppe. Intendiamoci, filler non ce ne sono, ma 56 minuti di musica, a volte, mi sembrano lunghissimi. Superano la perfezione dei 40/45 minuti e delle 12 canzoni, cosa che permette a Fallon&Co. di spaccare culi facendoti anche il risvoltino al labbro mentre ti prendono a sberloni con mazzate di vero hard rock.
Perché Vision Quest, con quel pianoforte che ti fa venire in mente una versione stralunata dei Lynyrd Skynyrd, è una canzone micidiale e la doppietta Weird Times / Emily Dickinson sono distillati di groove (la seconda un mezzo grandino sotto).
Quello che i Clutch sono capaci di fare è creare l’atmosfera senza fronzoli e senza troppi artifici. Aver lasciato per strada l’Hammond come parte integrante della band (adesso è un guest per alcune canzoni) ha spento alcune derive più seventies e/o stravaganti, ma ha aperto la strada ad un sound compatto e diretto come un calcione nelle palle dopo aver toccato il culo alla bionda davanti a te.
La cosa incredibile di Book of Bad Decisions è la capacità di conquistarti con il tempo. Non ti lascia in pace, vai a risentirlo e continui a rifarlo. A volte, forse, skippando qua e là. Forse sentendoti solo qualche canzone, ma è uno di quegli LP che ti piazza la scimmia sulla schiena e ci sono pochi gruppi che hanno questa capacità sublime: i Clutch, senza ombra di dubbio, entrano in questa cerchia di band illuminate.
E poi finire un disco con quella che dovrebbe essere una ballad, Lorelei, e trasformarla in quello che sentite su disco è sublime: Lorelei è epica, groovy, calda come le cosce di una bella ragazza e capace di farti scapocciare come la miglior sbronza.
Che dire di più? I Clutch se ne escono, nel 2018, con un disco che ha poco da invidiare al recente passato. Book of Bad Decisions risente inevitabilmente dell’ombra lunga di due pezzi da 90, ma non viene schiacciato e, anzi, riesce a tirar fuori dei momenti di puro hard rock/stoner che conserverete nel cassetto per mostrarlo ai vostri figli/nipoti dicendo: ecco, questo è quello che intendo per ROCK.
E sì che questo disco, dopo averne sentito i singoli, mi era partito in sordina con dubbi, perplessità e domande. Come dicono i più saggi: danke den Schwanz.

Lascio la parola ai Clutch, mentre il sottoscritto, mannaggiaalmondosucuicammino, deve aspettare il weekend per festeggiare.
[Zeus]