From Padua to Hell: i Porcupine Tree di Stupid Dream (1999)

Come sapete benissimo, io non sono un grande fan del progressive. Non lo reggo, a meno che non incominciamo a parlare dei Rush – l’unico gruppo che avrei voluto vedere dal vivo, nonostante le lunghissime suite.
Se ve lo stavate chiedendo (!), ecco il motivo per cui non sarò certo io a recensire il nuovo dei Dream Theater et similia. Nonostante questa mia ritrosia, nel 2009 sono partito in macchina con un amico d’Università (nonché musicista, attualmente impegnato nei preparativi del prossimo LP) e un amico in comune per vedere i Porcupine Tree dal vivo. Il concerto è stato godibile, ovverosia mi è piaciuto, mentre il viaggio è stato fra il travagliato e l’eroico a causa di due fattori concomitanti: a) veniva giù acqua a palate dal cielo e salivano bestemmie a badilate dalla macchina; b) il suddetto amico musicista era completamente disfatto dall’influenza e dalla febbre e quindi, per tutto il tragitto, è riuscito a ripetere in maniera molto Rat Man-iana la seguente parola: Padua.
Quindi non posso certo ricordare questo termine con emoticon o altre cose ggiovani, visto che dopo la decima ripetizione, la voglia di prendere macchina, amico e compagnia cantante e dirigerci verso un muro era alto.
Ovviamente non l’ho fatto, ma il binomio “Porcupine Tree – Padua” è saldo nella mia mente come poche cose a questo mondo.
All’epoca, Steve Wilson&Co. stavano viaggiano sull’onda di un riconoscimento generale dato da mille collaborazioni (più o meno nell’ambito metal) e da una serie di dischi (fra tutti In Absentia), che li aveva trasportati in alto nelle classifiche e nei gradimenti della chiunque. Ovviamente non potevamo sapere che il disco del 2009 sarebbe stato l’ultimo e che poi, pian piano, Steve Wilson avrebbe decretato morte e distruzione della sua creatura e tanti saluti al secchio.
Quello che invece sapevamo è che Stupid Dream del 1999 era un LP di passaggio. Nel senso vero del termine: questo disco era un punto di collegamento, coadiuvato dal successivo Lighbulb Sun (del 2000), fra l’iniziale periodo psichedelico/strumentale, più accessibile e “quasi pop” e quello successivo, dove i Porcupine Tree avrebbero appesantito sì il sound ma avrebbero messo in cantiere una virata prog che non ha mai incontrato al 100% i miei gusti.
Stupid Dream, invece, suona più fresco e accessibile. Meno snob, attitudine di cui Steven Wilson si è ammantato senza troppa difficoltà diventando  pedante, e più godibile. Ecco che questo termine ritorna. Non penso di riuscire a dare un giudizio migliore su questa band, bravissimi di sicuro, ma non riuscirò mai ad appassionarmene in maniera totale.
Questione di chiusura mentale (come direbbe il mio buon socio dell’Università) o di gusti musicali differenti, i Porcupine Tree sono una band che può essere il trampolino per i neofiti del prog, come un gruppo da tenere in serbo per i momenti in cui i vari King Crimson, Gentle Giant etc. sono decisamente troppo complessi e cerebrali.
Vedete un po’ voi a che punto siete, ma intanto sentitevi Even Less che, parere mio, è realmente bella.

Ah, logico: PADUA.

[Zeus]

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John Garcia And The Band Of Gold – s/t (2019)

Questo concetto lo avrò modo di ribadire anche nella recensione che uscirà degli Unida: l’andamento discografico di John Garcia è un’altalena fra progetti interessanti (Unida, Kyuss, Slo Burn…) e quelli meno intriganti (Hermano…). Se sui secondi non mi sono mai soffermato più di tanto, sui primi ho speso, e spenderò, parole importanti. Il fatto è che Garcia, sempre attivissimo, è incostante e quando non ha la visione d’insieme tende a buttarsi in progetti vagamente loffi o di mestiere – dove cerca, ma non sempre riesce, di salvare capra e cavoli con la sua voce. 
Il problema è che, in certe situazioni e con il passare delle primavere su questo porco mondo, anche la voce di Mr. Garcia incomincia a risentire del tempo che passa e quindi, quando anche la base musicale non va al massimo, tutto si sgonfia come un soufflè.
Con questa sua nuova uscita solista, accompagnato dalla fantomatica Band Of Gold – la “band del dopolavoro” (cit. Skan), un po’ come Phil Anselmo con gli Illegals -, ritorna a galla e ci fornisce una prova più che dignitosa.
E, vi dirò, la prima cosa che ho pensato sentendo Space Vato è stato “se anche solo la metà del disco ha questa botta, allora siamo a posto“.
Dopo numerosi ascolti posso tranquillamente dire che non ce l’ha, perché la title-track strumentale ha un tiro spazial-desertico che le altre tracce faticano a tenere, ma fortunatamente tutte si assestano su un livello più che dignitoso se non, in alcuni casi, addirittura buono. 
Dignitoso perché la Band Of Gold riesce a tenere bene la straripante presenza di Garcia, fornendo un groove a mani basse (Jim’s Whiskers) o variando copione e sparando i Led Zeppelin del 1980 nella ionosfera (Softer Side).
Lo stato di salute della band si sente proprio dalle prime canzoni del disco, quelle che andranno a settare il registro di questo LP: sentitevi in successione Chicken Delight, Kentucky II My Everything e capite cosa intendo. 
Dentro il CD ci sono le note giuste, quelle che ci piacciono, e si ha il sentore della strada che scorre sotto le ruote, che è una dei primi feeling che voglio ricevere da un disco con dentro Garcia. Se vogliamo è solo nella seconda metà che c’è un po’ di manierismo in più, anche se questa sensazione dura per un pugno di canzoni e non inficia la qualità generale. 
Sul finale, oltre alla “zeppeliniana” Softer Side si potrebbe menzionare Cheyletiella, che ha un vago retrogusto del John Garcia anni ’90 (quindi qualche sentore di Kyuss e Slo Burn) e va a formare una doppietta conclusiva di buon livello. 
Io sono convinto che Garcia sia riuscito a trovare, nella Band of Gold, lo sparring partner giusto. La band sostiene il singer in maniera adeguata (le primavere si fanno sentire anche per lui e quindi manca di alcuni spunti) e riesce a tirar fuori del groove desertico misto ad atmosfere spaziali che convince.
Cosa chiedere di più al buon John? Per me niente, anche perché John Garcia and the Band of Gold è un LP onesto e godibile. Che a quasi 50 anni sia riuscito a capire fin dove spingersi e quanto osare?
[Zeus]

Linkin Park – Hybrid Theory EP (1999)

Se bisogna trovare un termometro della crisi del metal sulla finire del 1999, basta guardare all’ascesa di gruppi come i Linkin Park e tutto il “fenomeno” nu metal. Ovvio, i precursori del genere, quelli che hanno mischiato estetiche hip hop/rap al metal erano già emersi, ad esempio i Korn, ma il processo di diluizione della ferocia del metal per rincorrere un trend come quello del nu metal e del passaggio in radio ha trovato combustibile proprio a partire dalla fine degli anni ’90. I grandi vecchi sono in crisi, spesso alle prese con una crisi di coscienza data dall’arrivo dei quarant’anni, di guadagni enormi o solo a causa dei colpi forniti dall’ormai defunto movimento grunge o dalle droghe, quindi le nuove leve hanno incominciato a farsi largo occupando settori ancora scoperti della contaminazione e/o delle possibilità radiofoniche. Il metal smette di essere pericoloso e incomincia a lasciare spazio ad un’apprezzamento più generale, ad essere usufruito fuori dal ghetto di giubbotti in pelle, catene e cristi invertiti. 
Il pubblico generalista, quello che ascolta i Linkin Park, è anche quello che spazia sull’AOR, sul rap o su altre proposte alternative che il mercato sta riversando, come un cazzo di ubriaco che sbocca, sugli ascoltatori. 
Quindi ecco i pattern elettronici, le ritmiche rap di Shinoda e le vocals “torturate” di Chester Bennington e un impianto musicale che definirlo metal è realmente fare un salto enorme. Per me, questo, non è metal, non è niente di assimilabile al metal e, sinceramente, anche poco avvicinabile al rock. Non rientreranno mai nei miei ascolti e continuo a preferire una canzone come Lethe dei Dark Tranquillity rispetto ad una In The End (non presente su questo EP, ma sul CD che uscirà un anno dopo). Lethe ha tutta un’altra portata emotiva. Lo so, sticazzi, ma c’è da sottolineare la cosa per far capire a chi arriva adesso al metallo che cosa significa venire investiti da un’ansia esistenziale mentre si ascolta una canzone. 
Non so cosa dire, questo genere di EP non è proprio il mio pane e secondo me non avrebbe mai dovuto essere associato al metal in nessun caso. Ma l’industria americana, pur di vendere, ti farebbe passare per oro anche la merda più puzzolente. 
Quindi ecco un po’ di merda catalogata come rock. Vi farà piacere sapere che grazie al supporto ricevuto e a quelle melodie zuccherose e i passaggi “iper-emotivi”, questa band ha avuto la possibilità di registrare anche un seguito e poi di continuare. 
Complimenti, veramente. Prendetevi le vostre responsabilità e non fate come alle elezioni che poi tutti dicono “io non l’ho votato” e il tizio al governo ha la maggioranza dei voti. 
Non fate gli stronzi e prendetevi delle responsabilità. 
[Zeus]

Ritchie Blackmore’s Rainbow – Rainbow (1975 / 1999)

Colgo l’occasione per parlare di questo disco dei Rainbow, visto che nell’aprile del 1999 la Polydor ha fatto uscire una versione rimasterizzata del primo disco della formazione di Ritchie Blackmore. I primi anni della formazione, che vedeva due “teste calde” come Blackmore e Dio insieme, sono eccellenti. Poi arriva il 1978, Dio se ne va nei Black Sabbath e Blackmore incomincia il suo peregrinare testardo verso un sound più radiofonico possibile – cosa che lui ha ammesso senza nessun pudore. Io, quel sound e quella seconda incarnazione della band (quella dal 1979 al 1995 – anche se è ritornata attiva in versione live, probabilmente con lo scopo di pagare il nero-lucido per i capelli del chitarrista e gli hobby cavallereschi della moglie), non l’ho mai apprezzato… ma questo Rainbow, dell’allora Ritchie Blackmore’s Rainbow, l’ho amato subito.
Perché se arrivi a sentirlo con in testa i Deep Purple lo shock è grosso, il sound della nuova creatura di Blackmore è diverso, ma il trademark è solo uno: l’abilità del chitarrista nel creare riff memorabili in un batter d’occhio. 
Piace perché i brani ti rimangono in mente, ma senza il tentativo cervellotico di trovare quello “radio-friendly”.
Le otto canzoni, più lo strumentale Still I’m Sad (cover dei The Yardbirds), sono grandi. Punto. Talmente grandi che, per riuscire a definirle in studio, Blackmore non vuole solo Ronnie James Dio, ma tutti gli Elf a suonarci sopra. Secondo la mente del dittatoriale chitarrista, sono loro la chiave per rendere al meglio quel mix di hard rock, fantasy, atmosfera medievale, strumentali bluesy etc che forma il sound dei Rainbow nel 1975.
E per loro, dispiace dirlo, è principalmente Ronnie James Dio (che ha una voce eccellente ed espressiva, ma come songwriter è fottutamente noioso con la sua fissa per il fantasy – dovevo dirlo prima o poi…), anche se sono gli Elf ha reggere il peso della canzone sulle loro spalle musicali e consentono al “dinamico duo” Blackmore-Dio di tirar fuori il 100%.
Dinamico duo che non vedrà in questo disco la sublimazione perfetta del sound Rainbow, ma nel successivo Rising – disco su cui gli Elf non mettono mano, visto che Blackmore li licenzia senza neanche versare una lacrima. 

Ho un rapporto affettivo molto alto con questo LP. Probabilmente è l’effetto “imprinting”, ma è qua dentro che io ho trovato la definizione di un certo tipo di sound “fantasy” e, questo, mi ha portato a usarlo come confronto quando ho dovuto approcciare la materia del power metal. So che non c’entra un cazzo, ma proprio un cazzo di niente (né come sound, né come ideologia di fondo), ma se devo trovare un disco che, in 36 minuti, mi trascini in un paesaggio magico e fantastico, allora è proprio Ritchie Blackmore’s Rainbow la mia scelta principale. Il metro di paragone con cui valuterò molti dei dischi successivi. Sbagliando, sia chiaro, ma sticazzi. 

E no, porca di quella troia, non faccio un track-by-track di un LP uscito nel 1975. Se non lo conoscete, allora tanto vale che ve lo ascoltiate tutto, se lo conoscete, che senso ha, se non annoiarmi a morte? E io di sicuro non ho voglia di sbattermi a scrivere su ogni singola traccia. Andate su altri blog che vi raccontano ogni singola scorra e fatevi le pippe su quelli. 
Tanto son bravissimi.
Fanculo. 

[Zeus]

Reunion di classe senza sugo. Silverchair – Neon Ballroom (1999)

Fra le disgrazie più grandi in assoluto, c’è quella della riunione di classe. Evento che viene promosso da un manipolo di sadici, disagiati, ex-compagni di classe che, credendosi i simpa della cumpa, decidono di rimettere insieme tutte le bestie che componevano la classe delle superiori/medie a 10/20 anni o passa dal provvidenziale suono del gong.
Queste iniziative, ho avuto modo di notare, sono accolte con un entusiasmo malsano: gridolini dalle ragazze, qualche commento “vecchio stile” dai ragazzi e, almeno nel caso specifico dell’invito che hanno fatto a me, un sanissimo vaffanculo.
Perché l’entusiasmo da pugile suonato con cui gli ex-compagni di classe si buttano in queste situazioni sociali è preoccupante e, per me, incomprensibile. Come fai a farti piacere queste cose? Cosa c’è di divertente?
Lo sanno tutti che in questi contesti sociali sono due i risultati possibili:
a) la misura di chi ha il cazzo più lungo;
b) il ricordarsi i mille aneddoti passati;
Entrambe le possibilità sono così terrificanti che mi caverei gli occhi piuttosto che parteciparvi (nota per il me futuro: nel caso mi trovassi in mezzo a questa situazione incresciosa, la probabilità è che mi sono rincoglionito di brutto bevendo trielina o che ormai sono ad un passo dal cappio al collo – quindi potrei anche scusarmi).
Rendetevi conto che cosa deprimente incominciare a raccontarsi gli achievement, fare “a gara” a chi è diventato il più masterchef dei superprofessioniti fra gli ex-compagni di classe. Non me ne è sbattuto niente fino ad oggi, tanto che i “grandi traguardi” che vengono postati su Facebook li accolgo con un “chitteseincula”. O simile. Ma non perché odio profondamente i miei ex compagni, no. Non me ne sbatte un cazzo di quello che è successo 20 anni fa. Giuro. Zero, nix, nada. E, visto che non mi è mai arrivato un solo messaggio riportante “come va?” nel corso degli ultimi due decenni (la cosa è reciproca), sospetto che sia la stessa cosa anche da parte loro, solo che la curiosità è una brutta bestia.
Gli aneddoti passati, invece, sono la prima via per l’alcolismo. E l’ira. Fastidiosi all’inverosimile quando erano in auge alle medie/superiori, figuriamoci vent’anni dopo. Mi trituravano le palle all’epoca, adesso che mi sono lasciato alle spalle scuola e compagnia cantante, figurati se accetto queste cose. L’atteggiamento misantropo e “cazzo vuoi” che contraddistingue alcune mie attività sociali fanno a pugni con il revival costante di quello che è stato detto. Dopo un po’ mi cascano i coglioni, e restare tutto il tempo a fare l’ucinetto allo scroto per sostenere le testicolanza cadente non è un passatempo che ho voglia di perseguire. Ci sono hobby migliori: ad esempio sfondarsi di pippe davanti a YouPorn, bere Korea, andare nelle peggiori discoteche popolate da relitti sociali a fine serata e cose così.
Ma ridire le stesse battute come un disco rotto, puttana eva, no.
Il fatto è che poi sti disgraziati ci tentano sempre, cercano con testardaggine di fare la pizzata di classe (con tanti emoticon e cose sgargianti ad accompagnare il tutto) e ancora ricevono da me il classico: “oh, mi dispiace (!!!!!), non ci sono (!?)”.
Stronzo? No.
Si chiama sopravvivenza. La lotta a chi vedrà domani e chi merita di rimanere incastrato sulla fine degli anni ’90 e continuare a sognare quello. Fanculo. Perché c’è un tempo massimo per tutto e, scaduto quello, mi sorge la lacrima.
Anche il grunge ha avuto quell’epoca ad inizio 1990. L’ha avuta, la vissuta e poi, come è giusto che sia, è finita al ritmo del caricatore del fucile di Cobain. Tutto quello che ne è uscito fuori dopo, dalle prime ondate post-1994 a quelle uscite fuori tempo massimo, è solo patetico e vagamente senza senso. Il vagamente è per addolcire la pillola, nel caso aveste dei ricordi preziosi legati a Neon Ballroom dei Silverchair. Ascoltatevelo e capirete che è l’esatta riproduzione, in musica, delle “pizzate di classe” con vent’anni di ritardo. Tutto suona artefatto, senza passione, senza sugo e, in poche parole, fastidioso oltre ogni limite possibile. Perché i Silverchair non dicono niente di vero, stanno solo simulando qualsiasi emozione ed è peggio che risentire la stessa barzelletta, brutta e scontata, per la millesima volta.
Neon Ballroom è musica inutile per ascolti inutili. Quindi la perfetta colonna sonora di quella “pizzata/riunione” di classe che, per me, mai si farà.
P.s: se l’hanno fatta senza chiamarmi, il Grande Capro ha finalmente ascoltato la mia preghiera e mi ha reso invisibile per certi scoccianti eventi – o, nella versione più pragmatica, mi hanno finalmente levato dalla rubrica quando si tratta di queste pizzate (così come avevano già fatto per le altre cazzo di cose).
[Zeus]

Ascolti improbabili: Lit – A Place in the Sun (1999)

Non ho mai provato molto amore per questa band, i californiani Lit, ma in classe alle superiori andavano alla grande (insieme a loro anche altri gruppi che, oggi, reggo per sì e no una canzone). A Place in the Sun era uscito ad inizio 1999, precisamente in febbraio, quindi nei mesi precedenti l’esame di quinta superiore. Capite anche voi che qualsiasi stronzata venisse cagata dal mondo musicale in quel momento andava bene, tanto la prospettiva del futuro era il grande cambiamento
Me li ricordo sparati nel lettore della macchina (per chi aveva già fatto la patente), quindi erano una solfa incredibile che poi verrà prolungata per almeno un altro anno. Sapete come sono le superiori quando finiscono: il gruppo che si è formato rimane insieme e si continua a vivere di ricordi. 
Capite perché uno diventa alcolista? 
I Lit erano sempre su, sempre a girare con queste cazzo di canzoni in formato power-pop o pop-punk all’acqua di rose. 
Diciamocelo, questi Lit sono la colonna sonora perfetta per le serie televisive adolescenziali in cui il livello cerebrale dei protagonisti è di meno dieci e ci sono i drammoni amorosi/di vita e altre cazzate che, nella vita di tutti i giorni, non incroci neanche a cercarli. 
Quindi la musica che deve accompagnare questi “falsi drammi” deve essere altrettanto innocua, altrettanto blanda da non toccarti nel profondo. Sentitevi le prime quattro canzoni (dove i Lit hanno sicuramente sparato al massimo) e poi ecco il brano da “ricordiamoci tutti che bello era” (!?) come Miserable. Power-pop senza pretese, tenete conto che sul genere sono usciti dischi decisamente migliori, o addirittura il comeback delle Hole del 1998 è meglio
Poi ovvio, per darsi il tono da “alternativi”, ecco che riprendono a fare un po’ di punkettone in No Big Thing, un pezzo che non ti ricordi dopo 5 minuti che l’hai finito di sentire. Con Zip-Lock hanno un terzo singolo e, come potete immaginare, è di nuovo quel power-pop/punk che poi sentirete in tutte le salse negli anni successivi con band praticamente identiche fra di loro. 
Vi giuro, l’ho ascoltato anche troppe volte questo LP. Troppe volte e, rispetto a molti dischi della mia vita, l’unico ricordo che ci associo è la noia e un vago ribrezzo. So che dovrebbe farmi andare a quei ricordi felici da “filmone alla American Pie”, in cui mi vengono in mente le risate e la combriccola del 1999, ma il massimo che mi esce è un rutto al sapore di birra. 
E, a pensarci benissimo, la birra è solo il sapore superficiale… il vomito è il secondo cliente della lista.
Se volete recuperare questo disco, ve lo dico francamente, sono cazzi vostri. 
[Zeus]

Alice In Chains – Rainer Fog (2018)

Nel grande recupero delle pubblicazioni del 2018 mi sono dimenticato di fare la recensione di Rainer Fog degli Alice In Chains. La band americana mi era sfuggita dai radar per molti anni, complice una serie di fattori, e solo con l’ascolto di Black Gives Way To Blue mi è tornata la voglia di approcciare la band di Cantrell&Co. Quel disco aveva tutta l’urgenza di 14 anni senza musica, quindi il risultato non può che essere impregnato di questa sensazione di necessità. Il successivo The Devil Put The Dinosaurs Here non lo riesco a digerire molto, quindi devo saltare a pié pari la pubblicazione de 2013 e riascoltarmela più avanti e passare direttamente al 2018 e proprio a questo Rainer Fog.
Ormai la formazione con DuVall alla voce è a proprio agio e quindi anche il suono che ne esce è maturo e, rispetto ai precedenti due dischi, si sente una coesione notevole all’interno di tutti i 54 minuti dell’LP. Questo è un vantaggio notevole, seppur manchi quella sensazione di tensione del primo disco della nuova line-up, manca quel quid. Ci sta, ormai Cantrell ha cinquant’anni e non è più un ragazzino e il suono che fa uscire dalla chitarra è quello di un musicista maturo e con le idee chiare.
Questo per dire che se sperate di indulgere in momenti di nostalgia pura con Rainer Fog, state sbagliando disco. Ovvio, le melodie vocali di Cantrell-DuVall sono caratteristica principale della band, così come certe formule del songwriting, ma QUELLA band (pre-1995) non c’entra niente con QUESTA.
Su Rainer Fog spiccano le ballad e non mancano canzoni che ti rimangono immediatamente in testa: The One You Know, Rainer Fog (il collegamento con Black Gives Way To Blue è incredibile in questo pezzo) o Never Fade, con quella parte iniziale che tanto fa “primi tempi degli AIC”, sono titoli che ti si appiccicano subito nelle orecchie; ma così si potrebbe dire anche di So Far Under, brano che fino a poco tempo fa avevo guardato con sospetto, ma che adesso è cresciuta molto.
In mezzo al disco, ironicamente quelle che ho citato sono posizionate proprio ad inizio CD o alla sua fine, ci sono canzoni meno immediate e che, personalmente, non mi hanno colpito troppo. Pur se fatte bene e con spunti notevoli (gli echi Zeppelin-iani su Deaf Ears Blind Eyes), questi brani non hanno lo spunto melodico o catchy di quelli sopra citati. Sarà che forse le altre due ballad (Fly e Maybe) non incontrano troppo i miei gusti, o forse sono i 7 minuti di All I Am a fare il salto di qualità tale rispetto le altre da farle sembrare meno intriganti, o che Red Giant non mi prenda nonostante i suoi echi metallici e così neanche la pesante Drone.
Questo fattore, i miei dubbi riguardo alle canzoni prodotte quando gli Alice in Chains flirtano pesantemente con il genere che amo, mi lascia perplesso. Avrei puntato tutto su questi brani, ma non è così. Forse è una questione di sapere da dove provengono o sono io che ho delle aspettative enormi/ricordi di un grunge che fu (anche se gli AIC, grunge al 100%, non lo sono mai stati), che non mi permettono di apprezzare interamente questi lucidi episodi più metallici.
Rainer Fog cresce con l’ascolto e molte delle canzoni meno immediate crescono con il passare del tempo (la già citata All I Am), ma in un disco solido e ben suonato (ottime le registrazioni), quel “buco” centrale, con brani meno soddisfacenti o, per lo meno, meno intriganti di quelli posti in apertura-chiusura, mi fa posizionare questo CD dietro al debutto della nuova formazione. E The Devil Put The Dinosaurs Here lo lascio al terzo posto, con la promessa di riascoltarlo.
[Zeus]

Anathema – Alternative 4 (1998)

Con gli Anathema ho un rapporto contrastato, una sorta di “dovrebbe piacermi visto il mood che si trascinano dietro” e “non riesco ad ascoltarli per troppo tempo”. Questa schizofrenia mi limita sempre, visto che è difficile reputare la tua favorita una band che non riesci ad ascoltare per più di quattro canzoni senza skippare o, peggio ancora, sognando la compilation definitiva così da non dover sentire tutto. Non per la qualità delle canzoni, ma per motivi non specificati che mandano in cortocircuito il mio cervello. E sì che aprire con una canzone come Fragile Dreams, seppur nella versione Hindsight, è qualcosa di eccezionale e, anche a distanza di anni, mi ricorda un viaggio epico fra Friuli, Veneto e Trentino Alto Adige. Quella canzone e quei chilometri su strada sono strettamente connessi, tanto che il mio giudizio è sicuramente falsato dalla memoria (ma questo non sminuisce il fatto che Fragile Dreams sia una gran cazzo di canzone). 
E così anche Empty, che vive su un brio maggiore che, in maniera subdola e bastarda, ti fa accettare un testo in cui la felicità è quella cosa sconosciuta (… and i feel that pain again). E così tutto il disco, tutto Alternative 4 si porta dietro disperazione, malinconia e sconfitta nascoste sotto un manto raffinato; ma pur sempre di disperazione e malinconia stiamo parlando.  Con Alternative 4 i fratelli Cavanagh continuano lo spostamento verso lidi alternativi, più rock e meno metal, che avevano iniziato con Eternity del 1996 (fra l’altro un disco con una copertina oscena a dir poco – ma gli Anathema hanno un feticcio per cover art di dubbio gusto a quanto sembra). Il growl delle prime ore era già stato lasciato alle spalle con Eternity e su questo LP del 1998 Vincent Cavanagh canta solo in clean e questo fattore accentua molto il carattere malinconico e depressivo della musica attuale della band inglese: togliere la spigolosità del growl e, per quelli più gutturali, quella certa bidimensionalità, ha permesso a Vincent di esprimere ancora più sfumature con la voce (Inner Silence). 
Non sentivo Alternative 4 da non so quanti anni, giuro. Non ascolto spesso gli Anathema e, quando mi viene voglia, metto su Hindsight e mi faccio cullare dal sound acustico di quel CD. Dopo così tanto tempo mi accorgo della bontà di questo LP, delle sue sfumature, del fatto che segna un passaggio deciso verso il futuro prossimo della band e che si compone di alcune canzoni fuoriclasse e alcuni buoni brani. 
Quello che mi chiedo: quanto passerà prima di risentirlo di nuovo? 
[Zeus]

 

Garbage – Version 2.0 (1998)

Ho voglia di finire quest’anno con il botto e, visto che mi son sicuramente dimenticato qualcosa ma sulla “oculatissima selezione di Youtube” (!?) mi vengono propinati i Garbage, allora ne tratto.
I Garbage, per un paio di stagioni, sono stati cosa “grossa”, nel senso che si sentiva più o meno ovunque. Sarà stata la front-woman Shirley Manson o che nelle file militava un certo Butch Vig (forse l’avete sentito nominare perché era in studio con i Nirvana nel 1991), ma I Think I’m Paranoid era spesa con costanza dalle radio o dalla TV.
A volerla ricordare, adesso, non me la ricordo. Giuro. Forse forse un po’ il ritornello, ma era quel sound che ti entrava nella testa, ci prendeva residenza come un inquilino maleducato di Air B&B e poi, con del lavoro, te lo sciacquavi dal cazzo in un modo o nell’altro.
Per me, almeno, è stato così. Perché nel 1998 i Garbage giravano a scuola, erano la next big thing che i miei compagni di classe ascoltavano insieme ad altre band del periodo. Tutti gruppi, ovviamente, che non riuscivano a scalfire la superficie e che andavano bene per la spesa della domenica, la cena con la nonna e l’aperitivo analcolico (ebbene sì, c’era ancora gente che nel 1998 faceva aperitivi analcolici e si dichiarava “straight-edge” ante.litteram… che poi li abbia visti ridursi ammerda negli anni successivi comprovando la mia teoria sulla mancanza di coerenza è un discorso diverso).
Version 2.0 era questo: un dischello che ascoltavi e che non disturbava troppo l’andamento della giornata, che non ti faceva lanciare le scarpe dai tuoi e, con ottima probabilità, era apprezzato a prescindere dalla ragazza che rimorchiavi alla festa di classe.
L’alternative annacquato, quello che ormai aveva perso la caratteristica “irruenta” di certo sound e aveva acquisito la patina giusta per essere presentabile e un certo retrogusto elettronico, faceva parte della collezione di dischi da “presentare” alla possibile futura preda ragazza.
Lo ammetto, è strano come un dischello come Version 2.0 mi abbia stimolato così tanti ricordi. La cosa mi sembra vagamente inquietante, ma cerco di non prestarci troppo caso.
Intanto vi metto su il singolo della band, così almeno ve lo risentite anche voi e, se avete qualche commento da fare, fatelo… Almeno non mi sento l’unico stronzo a parlare del passato e dubitare di tutto quello che ho sentito nel corso dell’evoluzione musicale.
Cazzo.
[Zeus]

Social Distortion – Live At The Roxy (1998)

In un anno in cui sono usciti una schiera di dischi dal vivo, anche i veterani del hardcore punk melodico Social Distortion se ne escono con un live: Live at the Roxy. Il disco copre tutto il periodo e le anime della band, quindi dagli esordi di Mommy’s Little Monster fino all’ultimo disco White Light, White Heat, White Trash. Oltre ad essere una fotografia della band dopo 15 anni di attività (Mommy’s Little Monster è datato 1983!), è anche un testamento della formazione con Dennis Danell. Il chitarrista, infatti, morirà nel 2000 a causa di un aneurisma, lasciando un profondo vuoto nella formazione (sentitevi alcuni testi del successivo Sex, Love and Rock’n’Roll). 
Cosa si può dire dei Social Distortion che non sia già stato detto da mille altre persone prima di me? Non saprei proprio. Quello che posso dire, però, è quello che questa band significa per me. Non posso certo affermare di seguirli dagli albori, anzi, sono arrivato a loro molto tardi (direi intorno al 2005/2006, quindi dopo la pubblicazione di Sex, Love and Rock’n’Roll). All’inizio, prima di sentirli, ero scettico, il punk non mi ha mai entusiasmato più di tanto. Non è mai stato il mio genere di musica. Il fatto è che Mike Ness&Co. non sono una band hardcore punk melodica standard. Le influenze di generi come il rock’n’roll, il country e il blues sono elementi che scuotono le fondamenta del genere e lo ibridano in qualcosa di orecchiabile, elegante, potente e che non mi stufa mai. Parte di questo fascino, credo, sta nell’abilità di Ness di unire la capacità di creare singalong catchy, melodie facilmente assimilabili e scintillanti quanto basta ad un pessimismo di fondo, ad una disperazione/un senso di sconfitta che, noi metallari, spesso respiriamo. Non sto generalizzando, ma è quella sensazione di ho combattuto contro il mondo e ho perso che ti prende, che ti fa esclamare “sono melodie orecchiabili, ma cazzo se Ness ha capito cose che sto metabolizzando”. 
Se vogliamo fare un paragone azzardato, Mike Ness ha quella visione del mondo che aveva Johnny Cash e, nel presente, potrei dire Mark Lanegan: una sensazione di rabbiosa impotenza, di sconfitta, condita da sentimenti religiosi (spesso contrastanti) e una lettura disincantata della vita che lo circonda. 
Ah, se volete una recensione di questo live siete cascati nel posto sbagliato. Invece che leggervi come suona uno o come canta Ness, perché non tirate fuori il CD o YouTube e vi ascoltate il disco e capite subito che era ora di riprendere in mano qualcosa dei Social Distortion. 
Perché, ve lo dico chiaro e tondo, anche adesso (e son passati 20 cazzo di anni), la band californiana è attuale come non mai. 
[Zeus]