Audioslave – Audioslave (2002)

Quando ho guardato la lista dei dischi da recensire e lo sguardo è caduto sul nome Audioslave mi son chiesto se mi fossi bevuto la nitroglicerina. Impossibile, mi son detto. Ho chiesto quindi al maestro di ogni domanda irrisolta (Google), il quale mi ha confermato che Audioslave, il debutto dell’omonima band, è uscito realmente nel 2002.
In un primo momento son diventato vecchio di colpo, pensavo che Cochise fosse uscito forse nella prima metà del 2010, ma la cosa è durata poco visto che mi son depresso leggendo che Chris Cornell è morto ormai da 5 anni. Cosa è successo in tutto questo tempo? Mi son perso mesi e anni come niente fosse. Superato lo shock iniziale, ho rimesso mano agli Audioslave, gruppo che non sentivo da una vita e mezza.
Chi l’avrebbe mai pensato che gli Audioslave potessero realmente funzionare? Io no di certo. Va bene, erano un supergruppo formato da nomi ancora caldi nel panorama alternativo. I Soundgarden erano ormai nel frigorifero da un po’ (Down on the Upside è datato 1996), però il loro ex frontaman Chris Cornell era alle prese con una carriera solista deprimente ma di “alta visibilità” e che, Grande Satana, non ha mai realmente fatto onore alla potenza delle sue (ormai logorate) corde vocali. Dall’altra parte c’erano trequarti di Rage Against The Machine freschi di separazione da Zach De La Rocha. Evitato l’errore di prendersi un rapper (si parlava del tizio dei Cypress Hill), i tre hanno fatto la scelta più difficile: pescare uno dei migliori singer della sua epoca, anche se questo significava confrontarsi con un approccio diverso alle canzoni.
Il tutto coordinato dalla longa manus di Rick Rubin e dalla ormai sdoganata terapia di gruppo che tanto danno ha portato ai Metallica, ma che con i tre RATM ha fatto anche benino.
Ascolto il debutto degli Audioslave da un po’ e mi chiedo, a 20 anni di distanza, li reputo ancora un mix fra Soundgarden e RATM? La risposta è sì, il primo disco ne porta orgoglioso le stigmati, seppur ammorbidite da incursioni in territori che non hanno niente a che fare con il “rap metal” dell’epoca De La Rocha: i seventies, qualcosa di funk, di anni ’70 e tutta una tavolozza di idee alternative metal che ad inizio 2000 funzionavano e bene.
Per non far impazzire Cornell, Morello & Co. hanno dovuto giocare in un campionato leggermente diverso, tenere la stessa barra a dritta avrebbe stroncato le gambe al singer dei Soundgarden come si può sentire nella sua interpretazione di Sleep Now In The Fire uscita qualche anno dopo e che, signori, è realmente impietosa. Il leggero cambio di rotta non è stato una tragedia, intendiamoci, visto che ha permesso a tutte le parti di mettere il proprio sigillo sull’opera.
Lo dico adesso come inciso veloce: Tom Morello è bravo, sa suonare, ha un suono distintivo ed è una buona macchina di riff, ma ci sono momenti in cui mi annoia in maniera terribile. Bravissimo senza dubbio, ma sti squick squick con la chitarra dopo un po’ mi abboffano la uallera.
A vent’anni di distanza Audioslave è ancora un buon disco. Costruito in maniera quanto mai classica nella sua scaletta tipica anni ’70 (la partenza che viaggia con benzina ad alti ottani) e la mezza ballad al quinto posto in scaletta, Audioslave è l’amalgama non perfetto di due anime ancora in cerca della quadratura del cerchio (in certi momenti la voce sembra incollata sopra e poco organica – un po’ come era successo, ad esempio, ai Witchery con la collaborazione con Legion), ma è nell’esordio che si trovano molti dei singoli che tutti conosciamo.
E il tutto tenendo conto di una produzione troppo fredda e clinica, che rende il risultato finale spesso privo d’anima. Cochise, I Am The Highway, Like A Stone (un brano che i RHCP post-2000 pagherebbero per scrivere) o una Show Me How To Live sono ancora oggi canzoni che non passano di moda e rimangono ottimi esempi di rock. A queste aggiungerei anche Light My Way e Gasoline e un paio d’altre.
Sul versante negativo, e non me lo ricordavo minimamente, metto senza dubbio la durata extralarge. Oltre un’ora di musica è esagerata quando non tutto il disco regge sulla stessa qualità. La seconda parte del CD è debole e la band sembra averci ficcato i pezzi con meno appeal. E, perdonatemi, Morello non riesce a tenere bene in territori hard rock come faceva nei RATM. Questione di impostazione e di songwriting, ma oltre i riff c’è di più.
Oggi posso dirlo: avessero tenuto solo otto/dieci brani, frenato lo sfacelo di Morello alla chitarra e ridotto il minutaggio, starei ricordando un debutto di altro spessore. Così, con 65 minuti abbondanti di musica e una carrettata di canzoni, Audioslave mi è difficile da ascoltare tutto senza tirare il fiato, pur avendo dalla sua un bel po’ di cose da rivalutare e risentire con orecchie fresche.
[Zeus]

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Rinascita. Pearl Jam – Riot Act (2002)

Senza se e senza ma, Riot Act del 2002 è il miglior disco dei Pearl Jam dell’ultimo ventennio, E sì che dopo Riot Act ne sono usciti ben quattro di dischi della band di Seattle, non uno. Qualcosa. a mio parere, vorrà dire. Poi sono usciti i dischi Greta Thunberg, il disco omonimo che non ascolto mai e quei quattro singoli che ancora mi ricordo di Backspacer e Lightning Bolt, ma la creatività pura e semplice si è spenta nel 2002. Binaural non è invecchiato benissimo, mentre questo LP ha già vissuto più vite di quante gliene avevo concesse ad un primo ascolto. Riot Act è tutt’altro che un disco perfetto, ha dentro più di un pezzo che mi piace saltare senza problemi (Ghost, Help Help e qualche altro) e poi ci sono i brani che sono forse troppo abbozzati per essere presi sul serio, va bene il one take e via, ma un maggiore lavoro poteva anche essere fatto.
Allora perchè dico che ha una longevità maggiore? Perchè pur essendo un disco immobilizzato in un certo periodo storico (la presidenza di Bush Jr, le torri gemelle, il terrorismo internazionale, le morti di Roskilde durante il concerto dei Pearl Jam) è comunque un LP che parla con un respiro più ampio. Ha quel tocco per cui mi dico: certo, Bush ormai si è dileguato e così anche Obama, ma dentro le canzoni c’è un tentativo di portare un problema presente ad un livello più astratto, rendendolo inevitabilmente longevo e applicabile anche ad altri periodi storici.
Cone detto, Riot Act non è perfetto, ma quei momenti in cui i Pearl Jam azzeccano la formula ecco che danno polvere a quanto fatto negli anni precedenti e che tenteranno, disperatamente, di ricreare dopo. Una I Am Mine, così semplice e così efficace, Thumbing My Way, tanto delicata da essere strappamutande ma decisamente di classe o, per me, una You Are sono espressioni di una band che smette i panni del grunge, cosa che non sono più stati da epoche storiche, si mette l’anima in pace e diventa realmente adulta. Ma un adulto consapevole, non quelli che vogliono a tutti i costi fare i ggiovani, ma quelli che mettono il cuore e il cervello dentro un disco e ti dicono: “ho maturato un briciolo d’esperienza, ascolta quello che ho da dire”.
Paradossalmente alcune tracce di Riot Act sembrano anteprime di quello che poi i Pearl Jam tenteranno di fare negli album post-2009, quella sorta di pseudo-freschezza che non gli riuscirà praticamente mai. Una Get Right potrebbe essere intesa in questo modo e dove nel 2002 ha ancora un senso di urgenza, poi la sua riproposizione in altra salsa è semplicemente poco interessante.
Ironia della sorte, pur essendo un disco profondamente Pearl Jam, le tracce con maggiore spessore emotivo o semplicemente diverse (Arc) puzzano, e non poco, di una Eddie Vedder band. Infatti sono proprio canzoni che non stonerebbero nei dischi solisti del singer e, Arc, potrebbe benissimo essere una outtake della colonna sonora di Into The Wild. Non è un fattore negativo ma è, come sempre, la cartina tornasole di quanto il singer sia fondamentale nell’economia della band e, pur riuscendo gli altri componenti ad affrancarsi lentamente dalla sua ingombrante figura compositiva, anche quanto incide nell’economia di un LP dei Pearl Jam.
Unico mio rimpianto è che Riot Act finisce con All or None, una canzoncina matura, in punta di spazzola, con un feeling che mischia un mezzo jazz ad un AOR rock di marca Binaural, ma che non mi piglia mai e che reputo abbastanza noiosa e un finale in minore. Praticamente dimenticabile.
A vent’anni di distanza non cambio opinione. Riot Act è il disco che ha segnato “la fine compositiva” dei Pearl Jam, forse quella più creativa e d’impatto. Da qua in avanti i Pearl Jam pubblicheranno altri dischi, saranno macchine da concerto e tutti sbaveranno ai piedi di questi signori di mezza età provenienti dalla provincia più piovosa d’America ma, mano sul cuore, tutti sanno che fino al 2002 la band era tutta un’altra cosa. Forse più matura e meno d’impatto rispetto a LP come Ten o Vs., ma aveva qualcosa da dire e lo faceva in maniera orgogliosa.
[Zeus]

Red Hot Chili Peppers – Return of the Dream Canteen (2022)

Die Red Hot Chili Peppers veröffentlichen gleich zum zweiten Mal dieses Jahr ein neues Album mit 17 neuen Songs. Ein Geniestreich oder doch zu rasante Releases nacheinander? Ich habe mir das neue Album mit dem Titel Return oft he Dream Canteen für euch angehört!
Gleich nach dem ersten Song wird einem klar: Dieses Album ist super funky! Und nicht ohne Grund wurden „Tippa My Tongue“ und „Eddie“ schon vor Album Release als Singles veröffentlicht. Ohne Zweifel, zwei der besten Songs der Neuerscheinung. Vor allem für mich als alten Gitarren Freak das Solo am Ende von „Eddie“ lässt mich mit der Musik verschmelzen. Für mich das absolute Lieblingslied von „Return of the Dream Canteen“.
Aber auch andere Lieder sind eine Klasse für sich. „Fake As Fuck“ beispielsweise hat gleich drei verschiedene Phasen. Startend mit einem leiseren Intro, gefolgt von einem schnellen, funky Mittelteil und schließlich einem langsamen, aber kräftigem Ende. Es ist als würde das Lied dir eine Geschichte erzählen und dich die unterschiedlichen Vibes fühlen lassen.
Ähnliche Aspekte wie bei den vorher genannten Songs finden sich auch in anderen Songs des Albums wieder: „Afterlife“ mit cleanen Riffs, „Bella“ wieder voller Funk, „Peace and Love“ sogar mit ein paar versteckten Jazz Aspekten.
Zwei Lieder stechen vom restlichen Album nochmals hervor. „Carry Me Home“ war beim ersten Mal noch nicht wirklich unter meinen Top 5. Aber nach ein paar Mal hat mich die harte Hook und der Flow von Kiedis einfach gepackt. „My Cigarette“ ist das einzige Lied im Album bei dem ich, ohne es ein einziges Mal gehört zu haben, mitsingen konnte. Die super catchy Hook zwingt einen fast dazu auch zu singen.
Das Album spart nicht an verschiedenen Stimmungslagen. Mit „The Drummer“ haben wird wahrscheinlich den euphorischen Höchstpunkt durch einen sehr schnellen Beat und einen eher “hellen“ Vibe. Ganz im Gegensatz dazu, aber bei weitem nicht schlecht, steht „Reach Out“ mit einem recht langsamen und einer gedrückteren Stimmung.
Weder Fisch noch Fleisch sind „Roulette“, „Handful“, „Shoot Me a Smile“ und „Copperbelly“. Ich finde diese Songs zwar nicht schlecht, aber mir würde es beim Hören wahrscheinlich gar nicht auffallen, ob sie fehlen oder nicht. Es fehlt Ihnen einfach das gewisse Etwas, um sie zu einem Ohrwurm zu machen. Aber versteht mich nicht falsch, sie sind es auf jeden Fall wert gehört zu werden, wenn auch nicht auf dauerschleife.
Zuletzt gibt es noch drei Songs, mit denen ich mich nicht anfreunden kann. „Bag of Grins“ ist in meinen Augen alles andere als harmonisch und macht mich alles andere als glücklich. Ein weiteres Lied ist „La La La La La La La La“ und ist, gleich wie der Name, etwas einfallslos in meinen Augen, das kann für mich kein Red Hot Chili Peppers Song sein. Dann gibt es noch „In the Snow“. Was soll ich sagen… Es wird der halbe Song nicht einmal gesungen, sondern nur gesprochen. Als wäre es ein Gedicht mit Hintergrundmusik…
Aber mit 3 von 17 Songs, die mir nicht gefallen, 4 von 14 Songs, die mich nicht unbedingt hooken und damit 10 Songs, die ich mir den gesamten Tag anhören kann, denke ich haben sie einen soliden Release. Ein Album voller Funk und Gefühl, Ups and Downs und einem überraschend netten Vibe. Auf jeden Fall ist Ihnen der zweite Album Release dieses Jahr gelungen!

[Loki]

Trentenni col pullover di cashmere. R.E.M – Automatic for the People (1992)

I R.E.M. sono uno dei miei piaceri nascosti, quelli che gli inglesi chiamano guilty pleasures, e non mi vergogno minimamente di averli fra i miei gruppi non-metal che ascolto con più frequenza quando non ho voglia di stordirmi, rilassarmi ecc ecc con il fiero suono del metallo.
Da quanto mi piacciono i R.E.M.? Non saprei calcolarlo, visto che a ripensare indietro alla mia vita mi sembra che siano sempre stati presenti in maniera più o meno evidente, che sia con tormentoni (Losing My Religion, certo quello) o con canzoni che mi hanno spaccato il cazzo in maniera violenta (forse per questioni di tempismo malsano), ma Stipe e soci hanno sempre svolto un ruolo di approdo “gentile”, un porto tranquillo dove potevo semplicemente ascoltare musica pop senza dover tirar su anche l’anima.
Automatic for the People è uno dei dischi che mi piacciono di più del periodo dei ninties (se escludiamo canzoni prese qua e là da dischi come Monster o New Adventures in Hi-Fi) e, come ho già detto nella recensione di Out of Time, lo pongo diverse spanne sopra il disco del 1991 che, seppur bello, fonda moltissima della sua popolarità proprio su Losing My Religion.
Automatic for the People, invece, ha tantissime canzoni che funzionano, le classiche hit radiofoniche. Se escludiamo Everybody Hurts che, in un modo o nell’altro, è diventata la colonna sonora di chi sta male con la vita, canzoni come Drive o Try Not To Breathe che aprono il CD, a mio parere, sono semplicemente perfette. Io, per esempio, mi ci perdo dentro.
L’album è poi concepito come una sorta di panino, visto che le canzoni più conosciute sono poste nelle prime posizioni o nelle ultime (Man on the Moon, Nightswimming, quest’ultima non mi ha mai acceso l’entusiasmo in questi 30 anni), mentre nel mezzo ci sono i pezzi “sconosciuti”, quelli che devi andare a scovare per poter beneficiare dei 4/5 minuti del perfetto songwriting dei R.E.M. Sweetness Follows è cupa, “tristA” ma riesce ad avere tutti gli hook melodici giusti e una linea vocale che, anche se non vuoi, ti farà canticchiare il ritornello insieme a Stipe e così sono anche Monty Got A Raw Deal, altra canzone che ascolto meno di quanto meriterebbe.
Per quanto questo fosse stato progettato come un album rock, la tendenza dei R.E.M. è quella di andare più lenti, accordando i suoni, il mood ai temi del disco, tanto che le atmosfere più rock emergono in pochissimi momenti e, adesso che lo riascolto con orecchie nuove, si possono contare sulle dita di una mano e non le sfrutto neanche tutte.
A trent’anni di distanza, Automatic for the People è ancora il disco che consiglierei a chi i R.E.M. li ha sempre reputati semplicemente una band pop per tipi con il maglioncino di cashmere. Certo, li ascoltano anche loro, ma le tematiche dark trattate nel disco, il modo di affrontarle, il songwriting semplicemente perfetto e un disco che non cede un minuto sono quanto di meglio si possa immaginare per un LP per chi la definizione di alternative ha ancora un senso compiuto e intelligente.
[Zeus]

Juan S. Garcés – Personal Warfare (2022)

Oggi The Murder Inn vi porta di nuovo in giro per il mondo e questa volta è il turno dell’Ecuador. Quale musica ci porterà mai ad arrivare così lontano? La risposta è un progressive che attinge sia dal rock che dal metal. Juan S. Garcés è un musicista e produttore originario di Quito e Personal Warfare è il suo debutto. A differenza di molti altri musicisti prog odierni, Juan decide di non fare tutto da solo ma di avvalersi di una vera e propria band. Tenendo per se le chitarre e le tastiere, oltre che il ruolo di produttore, ha chiamato alle armi Conner Green e Raymond Hearne, rispettivamente bassista e batterista dei britannici Haken, e il singer Meyrick De La Fuente, voce degli Exist Immortal, altra band della Terra di Albione.

Finite le presentazioni, passiamo alla musica. Juan è un bravo compositore e musicista, lo si sente in tutte e sette le tracce che compongono Personal Warfare. I suoi compagni non sono da meno, il loro lavoro è impeccabile. Il main man punta molto sull’aspetto melodico, inserendo arpeggi e momenti intimi in molte occasioni, ma riesce anche a spingere sull’acceleratore e sul distorsore quando arriva il momento: l’opener My Bid e la quinta traccia Blame the Mirror sono un paio di esempi. 

Buona parte dei pezzi si assesta su una durata medio bassa per il genere, portando a casa il risultato in modo compatto ma senza rinunciare alla vena prog. Ma anche quando la band si butta sulle strutture elaborate riesce a convincere. Gli oltre sette minuti di The Devil and the Sea e gli undici della title track mettono in mostra i virtuosismi ma anche la capacità di non perdersi per strada. 

Nonostante il progressive non sia proprio il mio genere di competenza, Juan  S.Garcés, cresciuto divorando album di band come Marillon e Threshold, per non nominare sempre e solo i soliti Dream Theater, mi ha colpito favorevolmente con un album di ottima fattura anche dal punto di vista della produzione. Non ho idea di come sia la scena metal ecuadoriana, ma qui abbiamo un progetto degno di attenzione che può competere a livello internazionale.

[Lenny Verga]

Con solenne ritardo festeggiamo i 20 anni di In Absentia dei Porcupine Tree (2002)

Ho ascoltato In Absentia dei Porcupine Tree su suggerimento/bastonate sul capo di TheCrazyJester, il quale non poteva concepire che il sottoscritto, all’incirca nel 2003/2004, non fosse al passo con i tempi nel settore progressive rock. Io, che di progressive. almeno in termini classici, ci capisco poco e ancora meno mi interesso, ho guardato ai Porcupine Tree con preoccupazione notevole. Le amorevoli bastonate di cui sopra mi hanno “convinto” che, forse, un ascolto potevo anche darcelo e che dire? In Absentia fa la sua sporchissima figura. Un disco che si apre con uno dei riff più pesanti dei P.T. (Blackest Eyes) e poi si getta con tutto il candore di questo mondo su una delle canzoni che, ancora oggi, mi emozionano: Trains. Cristo che canzone questa. Un vero gioiello che arriva, mi solletica l’anima e poi va e io sogno solo di premere nuovamente play e risentirmela perchè, forse, la volta successiva, riuscirò ad ascoltarla senza dover necessariamente viaggiare con la mente.
Non succede mai, ecco perchè la sento ancora oggi con un misto di conoscenza approfondita e di novità. Ripeto, che canzone Trains.
Però è tutto In Absentia che funziona alla grande, pur spostando le coordinate del proprio sound su elementi più hard/metal, e questo poteva essere un rischio, visto che WIlson e compagnia erano conosciuti per una matrice più alternative e psichedelica e non per quel riff metal che apre il disco. Ma è un rischio calcolato, visto che Wilson sa dove portare la band e la sua esperienza con gli Opeth di Blackwater Park gli ha aperto un ventaglio di possibilità ancora maggiori in termini di “pesantezza” e ricerca di una direazione dei Porcupine Tree. E il tutto lasciando l’accento alternative rock, i suoni più soffusi, al suo progetto Blackfield con l’artista isrealiano Aviv Geffen.
Non lo ascolto spesso In Absentia, e quando ne estrapolo solo alcune tracce: le summenzionate due di aperture, ma anche The Sound of Muzak fa il suo effetto. E poi ci sono quelle canzoni che tocco ancora meno, ma non per un valore infimo, ma perchè pur avendo visto i P.T. dal vivo e sentito diversi suoi dischi, non sono mai diventato un vero fan – anche perchè Steven Wilson, insieme ad un Robb Flynn a caso, è uno di quei personaggi a cui mi verrebbe voglia di tirar una testata. In quel ristretto numero di canzoni posso contare su The Creator Has A Mastertape o Collapse The Light Into Earth, con un’introduzione di piano di Barbieri che è spettacolare nella sua efficace semplicità.
In Absentia compie vent’anni e, per chi non è una capra come me, non si riduce alle sole Blackest Eyes e Trains. Questo è un grande disco, ricco di canzoni che, in un panorama come quello del 2002, facevano realmente la differenza.
[Zeus]


Foo Fighters – One by One (2002)

Ich durfte mit der Musik der 90er und der gesamten 2000er Jahre gemeinsam aufwachsen, deshalb nimmt da die Musik der Foo Fighters einen Platz in meinem Herzen ein. Sie feiern jetzt mit ihrem Grammy gewinnendem Album „One by One“ ihr 20-jähriges Jubiläum. Dieses Album wird mit dem Dahinscheiden des Drummers Taylor Hawkins, mit hoher Wahrscheinlichkeit in dem im September stattfindenden Tribute Konzert auch eine große Bedeutung haben.
Vor allem stechen in diesem Album die 2 Hits „All My Life“ und „Times Like These“ heraus. Als Kind hatte ich mir bei den Songs gar nichts gedacht, erst als ich älter wurde, wurde mir klar was diese Lyrics eigentlich in sich bergen. Von Oral Sex angefangen bis hin zur annähernden Auflösung der Band haben Dave Grohl und der Rest der Foo Fighters jeden Gedanken, den sie bei der Entstehung des Albums hatten, genommen und mit einem groovigen Song kombiniert. Sie haben mit „One by One“ dadurch ein sehr „echtes“ und auch super energetisches Album geschaffen bei dem einem eigentlich nie langweilig wird.
Grohl sagte auch einmal in einem Interview, das die Band mit dem Album die Vibes eines Livekonzerts einfangen wollten. Ist ihnen das gelungen? Nun Ich kann euch aus Erfahrung sagen: Dieses Album auch voller Lautstärke im Auto mit heruntergefahrenen Fenstern im Sommer… Ja! Es ist ihnen auf jeden Fall gelungen. Schon seit ich denken kann sind Lieder dieses Albums wie „Overdrive“ und „Walking a Line“ in meiner Sommerplaylist.
Doch das Album besteht nicht nur aus fetzigem Rock, sondern hat auch ein paar langsame Stücke, die es einem ermöglichen nach einem anstrengenden Tag seine Kopfhörer reinzuhauen und zu entspannen. Bestes Beispiel dafür ist „Sister Europe“ das mit 96 BPM ein angenehmes relaxendes Tempo mit sich bringt.
Alles in Allem ist das Album ein sehr vielseitiges und auf jeden Fall zu empfehlendes Album für jeden Rock Fan, der ein abwechslungsreiches Album sucht zu jeder Jahreszeit und Stimmung.
[Loki]

Occasione persa, Screaming Trees – Sweet Oblivion (1992)

Se vi state chiedendo chi sono gli Screaming Trees, siamo già sulla via sbagliata e mi toccherebbe scrivere un panegirico e, sinceramente, dopo 9 ore di lavoro non ho granché voglia di spiegare perché sarebbe opportuno conoscere gli Screaming Trees. Vi basta mettere insieme due notizie: è stata la prima band di Mark Lanegan e, nel panorama grunge, sono stati i fratelli sfigati che hanno perso tutte le opportunità possibili di diventare realmente qualcuno. Sarebbero potuti essere grandi, non forse al livello di Nirvana, Pearl Jam, Alice in Chains o Soundgarden, ma grandi veramente. Il problema di base, che non ha permesso ai fratelli Conner e a Lanegan (più Barrett Martin) di entrare nell’Olimpo delle band di Seattle e dintorni è stata la loro cronica mancanza di tempismo. Oltre al problema con le droghe e l’alcol di Lanegan – ok, anche il suo carattere di merda. Pensateci bene, gli Screaming Trees erano là quando il grunge non era ancora niente di che, Kurt Cobain idolatrava Lanegan tanto da offrire la sua chitarra per il suo debutto solista (poi Cobain finirà solo in due canzoni interpretate da Lanegan, fra cui la conosciutissima Where Did You Sleep Last Night?, poi cantata anche dai Nirvana all’MTV Unplugged) e il film Singles aveva nella sua soundtrack Nearly Lost You – che poi sarà anche su Sweet Oblivion.
Invece gli Screaming Trees si son persi il treno per mille e un motivo, inaffidabilità, mancanza di tempismo nelle scelte musicali (Dust uscirà quattro anni dopo Sweet Oblivion, azzoppando qualsiasi possibilità di battere il ferro finché era caldo) e nella musica proposta. Perché anche questo è il “dramma” della band dei fratelli Conner: loro suonano una versione garage, psichedelica del grunge, con ottime melodie e pezzi intensi, ma che, nel 1992, erano fuori moda come i capelli a mullet… beh, quelli sono sempre stati estranei alla moda. Sweet Oblivion è un concentrato di canzoni a dir poco spettacolari, psichedelia morbida unita ad una capacità di creare brani che si inchiodano nella testa in pochissimo tempo e poi c’è lui, Mark Lanegan, e la sua voce sempre più protagonista. Sempre più matura e bruciata da sigarette ed alcol. Trovatemi un pezzo debole su questo album, giuro, provateci. Ci sono mille particolari che saltano fuori quando meno te li aspetti, ricami musicali della chitarra di Gary Lee Conner e un lavoro certosino di Barrett Martin dietro il drum-kit a farvi incuriosire sempre di più. Zero filler, tutta sostanza. Ecco come potrei descriverlo a 30 anni di distanza. Ce l’ho sullo scaffale delle cose buone, Sweet Oblivion. Non può essere altrimenti, visto che ador(av)o la voce di Lanegan e tutto quello su cui ha messo mano prima che si prendesse a male e incominciasse a gettare il suo talento dietro progetti dal taglio più elettronico, new wave o chissà cosa e, a me, non son mai scese giù ‘ste canzoni del periodo post- Blues Funeral. E anche Sweet Oblivion è un unicum, visto che non è aspro come Uncle Anesthesia e non sembra un prodotto più Lanegan che Screaming Trees come Dust. Un LP composto con l’intento di essere un grande album e lo è davvero, un grande album. Solo che pochissimi lo capito al tempo. Solo dopo che Lanegan ha fatto “il botto” come solista, e già si parla post-Field Songs, e nei Queens of the Stone Age, allora anche la band di Ellenburgh (USA) ha incominciato a circolare fra quelli che ascoltavano grunge, ma ormai il treno del grunge era passato e la band, da sempre tenuta insieme con lo sputo e la speranza di diventare qualcuno, era implosa in maniera fragorosa. Niente da fare, anche l’ultimo treno era passato e così anche la possibilità remota che i fratelli Conner potessero diventare qualcuno e non una delle gemme nascoste del grunge.
La vita è una merda, non mi sembra certo di scrivere una novità.
[Zeus]

Supersonic – Nothing to Say EP (2022)

“Supersonic porta chitarre distorte e l’essenza del rock alternativo degli anni ’90 in un nuovo EP” recita la prima riga della bio fatta con google traduttore che ci è arrivata insieme a questo dischetto. Io, invece, sono una via di mezzo tra Jason Momoa e Chris Hemsworth ma con l’attrezzo di Rocco Siffredi.

Non me ne voglia il trio brasiliano dei Supersonic, che sicuramente ci metterà tutta la passione che ha nella propria musica, ma un conto è divertirsi con gli amici in sala prove, fare casino, ecc. ma incidere un album è tutt’altra faccenda. Nothing to Say contiene quattro canzoni che, fondamentalmente, mischiano un po’ di grunge e un po’ di punk, scopiazzando Nirvana, Offspring e compagnia bella con un risultato che non raggiunge la sufficienza. Se poi possiamo definire discrete le performance dei musicisti, con la voce in alcuni momenti non ci siamo proprio. La produzione è più da demo anche se gli strumenti si sentono tutti distintamente e almeno questo è un punto a favore.

Ragazzi, suonare è bello e nessuno vi sta dicendo di lasciar stare, tutt’altro, ma direi che è il caso di impegnarsi e migliorare, sia nell’esecuzione che nel songwriting prima della prossima sessione in studio. Che vi divertiate a fare musica si percepisce e qualche barlume si intravede qua e là, ma non basta ancora. Mi stupisce anche come un’agenzia di management mandi in giro da recensire lavori di questo livello. Noi mandiamo una parola di incoraggiamento ai Supersonic, spronandoli a fare di meglio e li aspettiamo al varco alla prossima occasione.

[Lenny Verga]

Il mio ultimo disco dei QOTSA – Song for the Deaf (2002)

Faccio parte di quella stregua di vecchi tromboni che, senza neanche arrossire, affermano che l’ultimo disco dei Queens of the Stone Age che hanno mai ascoltato è stato Songs for the Deaf. Ebbene sì, il successivo Lullabies to Paralyze non me lo ricordo e via dicendo con gli altri, proprio per niente. Non riescono a restarmi in testa e il singolo visto su Youtube non aiuta di certo il mio interesseo. Potenza delle preview, visto che in un tempo passato avrei acquistato un disco di Homme e soci senza neanche pensarci troppo. Vogliamo mettere l’esordio o Rated R con quanto uscito post-2002? Non scherziamo. Ecco perché ho salutato il treno Queens of the Stone Age e mi son diretto verso altri lidi, preferendo ascoltarmi il tentativo degli Unida del 1999 rispetto a tutto quanto Homme avrebbe mai prodotto successivamente. Su SFTD c’era il perfetto allineamento dei pianeti, facendo sì che Dave Grohl si prendesse una pausa dai Foo Fighters e si decidesse a tornare a tirar saracche dietro la batteria e Mark Lanegan fosse disponibile, visto che la vita sulla strada e in preda agli spasmi dell’eroina non era proprio divertente e redditizia (e poi Homme gli era anche grato, visto che nel tempo che fu Lanegan l’aveva ospitato negli Screaming Trees). E poi il duo Olivieri – Homme è sempre un piacere da sentire, visto che, in un modo strano, riescono a stemperare a vicenda l’ego enorme che si portano appresso. L’equilibrio permette ad Olivieri di far filtrare il suo animo cazzaro, cocainomane e punk e ad Homme di tirar fuori il songwriting definitivo per i QOTSA. Perché, cari miei, da qua in avanti le idee son diventate sempre più sottili. Forse sbaglio io, sia chiaro, ma il mio parere vale quanto quello del primo stronzo che si dichiara conoscitore assoluto della musica.
Detto questo, Songs for the Deaf è il culmine artistico della band, forse mai come nel 2002 realmente sul pezzo. I QOTSA costruiscono canzoni che arrivano tanto dritte al punto e facilmente ricordabili, quanto ancora con quella sensazione di genuinità. Si sente l’odore delle jam (Desert) sessions, delle notti sbronze al chiaro di luna, la droga e la creatività. Homme ruba senza problemi nelle Desert Sessions, ma lo fa con arguzia e competenza, scegliendo bene e scegliendo il meglio, sia in termini di riff, sia per quanto riguarda la formazione.
Songs for the Deaf è stato un “regalo” inaspettato, visto che all’epoca scaricare un brano tramite Gnutella, o chissà quale porcheria di peer-to-peer si usava all’epoca, era paragonabile ad una maratona sfiancante. E metà delle volte aveva una qualità sonora che ti faceva venire il mal di mare, se non era un virus o un video porno. Quindi di corsa dal mio negoziante di fiducia, che mi aspettava col machete in mano visto che ormai l’Euro era arrivato a portare povertà assoluta nelle mie tasche, e poi via ad imparare a memoria quanto c’era su quel CD tutto rosso.
Per moltissimi anni questo è stato il mio disco preferito della band, cercato più di Rated R e voluto più del disco omonimo, ma nel giro di 20 anni anche Songs for the Deaf è diventato “solo” il disco da cui prendo canzoni per le compilation di Spotify. Triste, lo so, perchè meriterebbe di più di essere cannibalizzarto per i party alcolici; ma poi, scusate, se non è corretto utilizzare un disco strafatto come quello dei Queens of the Stone Age nei party ad alto contenuto alcolico, allora per cosa?
Potere di un disco come Songs for the Deaf. Zeppo di canzoni rock assolute, praticamente tutte ottime anche quando sembrano dei filler, e talmente ben fatto che in vent’anni non è invecchiato di un minuto.
[Zeus]