The Gathering – Superheat (2000)

Cosa ti porta a dire di aver visto/sentito un grande live? Quali sono le caratteristiche imprescindibili che un concerto deve avere? Lasciando da parte l’elemento “compagnia di ubriaconi”, ci sono poche cose che lo definiscono tale: una scaletta ottimale o un pubblico che fornisce una spinta eccezionale. Persino il suono, pur essendo fondamentale, non è un elemento così importante (mi basta pensare al divertente concerto degli Entombed AD, che aveva un suono impastato e musicisti ubriachi da far schifo al cazzo, per capire che l’elemento pulizia sonora non è quello più importante). Se azzecchi il mix, ecco che ti trovi davanti a qualcosa di biblico, e ce l’hanno spiegato degli svedesi a Wacken; se no devi puntare tutto sulla scaletta bomba, tanto che puoi venirne fuori vincitore anche se ti trovi fra le mani uno dei live più tarocchi in assoluto
Il problema di Superheat è avere una scaletta buona, ma non ottima, e soprattutto da la sensazione di essere un live molto freddo, troppo distante dalla capacità ammagliatrice della band dal vivo. Vedere di persona Anneke muoversi sul palco è tutta un’altra cosa che sentirla in un live; il suo magnetismo, il suo essere al contempo centro assoluto del palco e movimento leggero, è impossibile da replicare su disco, ma in questo primo disco live, i The Gathering non ci provano neanche molto. Tanto che persino l’avvenente, e bravissima, singer olandese sembra un po’ distratta. 
Non sto dicendo che fa cappelle assurde, ma è proprio il feeling che trasmette ad essere vagamente zoppo, come se fosse un po’ svogliata/stanca e la performance fosse registrata quando la band era presa da ben altre cose. 
Anche i migliori gruppi possono cannare e tirarti il pacco: ai The Gathering succede nel 2000. Chi lo sa, forse la sbornia post-How to Measure a Planet? è stata troppo grande. Forse l’ormai passaggio dagli esordi a questa nuova versione della band, con grandi spazi dati all’atmosfera ed una diminuzione del comparto “più metal”, ha tarpato le ali al primo live, ma Superheat non è quello che ci si aspetta da uno dei nomi grossi del panorama musicale olandese e, diciamolo, europeo. 
Che poi ci si possa emozionare sentendo Liberty Bell, Marooned o My Electricity (tutti dal disco del ’98) o lasciare una lacrima per quelle perle di Strange Machine o Sand and Mercury (da Mandylion) è un discorso personale e su cui possiamo aprire un dibattito. 
Quello che però è da dire, senza troppi moralismi, è che Superheat, 20 anni dopo la sua uscita, è un disco che non prende più della sufficienza. Oro colato per le generazioni odierne, ovvio, ma noi sappiamo cosa valeva il 6 politico e quindi pretendiamo di più da Anneke&Co. 

[Zeus]

BS Bone – Inside Insanity (Demo) (2019)

Il cibo è sempre un ottimo mezzo per fare dei paragoni. Esistono cibi che ci piacciono molto ma che mai ci verrebbe in mente di unire nello stesso piatto… finché non capita di ritrovarti in una pizzeria in Slovenia con un amico inglese. E già qui si rizzano i peli sulle braccia. Mettiamo pure che il ristorante in questione sia in grado di sfornare una pizza dignitosa, in fin dei conti il confine con il suolo italico non è molto lontano. Ma ecco che ci pensa l’amico inglese, ordinando una pizza con le acciughe (piatto che adoro), con aggiunta di… kebab. Non che il kebab non mi piaccia, anzi è una di quelle ciccionerie che non mi faccio mai mancare, soprattutto in giro per i festival. 

Quando il piatto arriva al tavolo, con tanto di salsa bianca allo yogurt abbondantemente versata sulla carne di agnello speziata, l’amico inglese insiste per farmela assaggiare, perché per lui è “a very special one”. Ovviamente mi faccio convincere, perché un pizzico di curiosità legata all’educazione di non voler declinare l’offerta sono insieme una brutta bestia. Immaginatevi il risultato. Non discuto che c’è a chi possa piacere, ma a me non tanto.

Ed arriviamo così al disco in questione. Questo “Inside Insanity” dei BS Bone è un piatto di buon stoner mischiato però con un cantato che sembra uscire da un disco di thrash americano anni ’80 ed una punta dell’Axl Rose di “Appetite for Destruction”. Ingredienti che presi per se sono ottimi, ma che mischiati insieme, almeno alle mie orecchie, stridono un po’.

Da una band stoner mi aspetto un cantante più caldo e profondo perché deve contribuire a creare il mood polveroso che questa musica dovrebbe evocare. Prendiamo il primo pezzo, “I Don’t Give a Fuck”: parte con un bel riff tipicamente stoner e prosegue musicalmente su questa scia, ma la voce sembra voler chiamare un tupa tupa a sostenerla, cose che non succede perché il pezzo non lo richiede. Lo stesso effetto si ha con la successiva “99 Lions in a Cage”, brano più lento e melodico, dal retrogusto desertico. 

Il discorso cambia con la terza traccia, “Dysfunctional Souls”, canzone che guarda molto di più all’hard rock e all’heavy metal come punti di riferimento e che, proprio per questo, funziona perfettamente, infatti mi sono divertito molto ad ascoltarla. Un bel pezzo! Per la conclusiva “Rant”, vale il discorso fatto per le prime due song.

Più in generale, posso dire che i pezzi sono ben suonati (ho apprezzato molto gli stacchi strumentali) e la produzione è ottimale per un demo. Mi rendo conto che il confine tra giudizio obiettivo e gusto personale, in questo caso, è molto sottile ma la mia opinione è che ci sia bisogno di aggiustare un po’ il tiro.
[Lenny Verga]

Una mezza delusione. Chris Cornell – Euphoria Morning (1999)

La carriera solista di Chris Cornell l’ho sempra scansata, mi fa venire il pelo alto tipo cane spaventato. Perché un solo pezzo dei Soundgarden riesce a spazzare via tutta la discografia solista del cantante di Seattle. Che siano i dischi come questo Euphoria Morning o quelli della sbornia pop con Timbaland e i balletti imbarazzanti. Ad essere ancora più sincero, non ho mai seguito troppo neanche gli Audioslave, per quanto sulla carta potessero essere un buon combo (Rage Against The Machine + Soundgarden).
Qualcosa di questo disco me lo ricordo da quando era uscito ma, visto che alla parola Euphoria Morning il mio cervello ha sollevato il classico sopracciglio chiedendosi “cazzo è?”, allora ho preferito darci un paio di rinfrescate prima di scriverci qualcosa. E confermo il commento del mio cervello. Euphoria Morning non è un brutto disco, sia chiaro, solo che non ti rimane dentro. Nella sua voglia di essere un disco adulto, di far vedere qualcosa di “intimista” o che ne so io, si dimentica qualcosa di fondamentale: le canzoni che spaccano. E, con questo termine, non mi aspetto certo un disco degli Anaal Nathrakh, ma qualcosa che ti faccia svoltare la giornata, la canzone che ti faccia prendere male o ti porti dalle profondità dell’abisso ad un livello di socializzazione decente.
Euphoria Morning non ha niente di tutto questo. Buona produzione, estremo accento sulla voce di Cornell (che, diciamocelo, nel 1999 era ancora fortunato con il “suo strumento”, poi ha incominciato a zoppicare) e con una tracklist di 12 canzoni.
Dodici canzoni, ripetetelo con me, dove manca ogni tipo di energia o di appeal realmente buono. Pochi i brani realmente godibili, il resto si assesta sullo stomaco come peperonata mischiata a cemento armato.
Vi verrebbe da riprendere in mano questo CD se non fosse unicamente per il nome che ha sopra e/o per il grande recupero post-mortem?
Da parte mia è no. E vi posso assicurare che questa sarà l’ultima volta che tocco Euphoria Morning per almeno molti anni. Se son bravo e diligente, forse lo posso riesumare per i 40 anni del disco e, da bravo quasi sessantenne, incomicerò a trovarci dentro dei punti positivi che la mia non-più-giovane età non mi aveva permesso di percepire.
Per quanto riguarda il qui ed ora, il 2019, il rock adulto, malinconico, leggermente venato di mezza psichedelia di Euphoria Morning non mi dice niente.
Verrà adorato perché, quando si muore, tutto diventa bello e poetico, ma alla prova del tempo l’opera per cui Chris Cornell, e la sua ugola, dovrà essere ricordato è quella dei Soundgarden. Tutto il resto, come si dice, è noia.
[Zeus]


Una collezione di cover. Mark Lanegan – I’ll Take Care Of You (1999)

Non è la prima volta che Mark Lanegan fa capolino su queste pagine, ci siamo già passati con l’album precedente. Non ci posso far niente, ma nel reparto grunger-divenuti-adulti e adesso compositori, Lanegan è probabilmente il mio preferito.
Questo lo dico con certezza fino al 2012, poi gli album successivi non li ho seguiti granché perché non sono il mio pane. Sembrano essersi spostati su coordinate a me estranee, totalmente slegati dal mio concetto di rock/rock-blues o, più semplicemente, dalla visione che ho di Mark Lanegan come cantautore.
Che poi è una stronzata, sia chiaro. Sembro essere il tipico fan dei (nome band a caso), che vuole il suo gruppo suonare sempre e comunque la stessa cosa. So che sono nell’errore, ma nel mio cervello Lanegan è, e rimarrà, quello che cantava disperato su Whishey For The Holy Ghost. Ammetto anche che questo, più di The Winding Sheet, è l’LP che mi ha fatto conoscere il cantante americano – le sue opere con gli Screaming Trees erano già nel mio repertorio grunge.
I’ll Take Care of You rientra perfettamente nel filone iniziale del Lanegan cantautore. Non si discosta come ambientazione, come oscurità nella musica e, in generale, come impostazione del disco. Oserei dire che è il penultimo disco ad essere pregno dello spirito blues/soul, prima di svoltare su altre sonorità con Field Songs e poi cambiare pelle da Bubblegum (2004) in avanti.
Nel 1999, però, Lanegan rende omaggio ai grandi del passato, figure carismatiche e/o drammatiche del cantautorato, del blues, del soul o anche dell’indie e li reinterpreta con il suo inconfondibile timbro vocale. Non fraintendetemi, non tutto il disco mi piace alla follia. Certe canzoni non mi prendono molto, ma la tripletta iniziale con Carry Home – I’ll Take Care of you – Shiloh Town (una fra le mie preferite insieme a Shanty Man’s Life) è realmente molto forte, sia dal punto di vista interpretativo, sia da quello dell’appeal. Queste canzoni ti restano dentro subito. Poi incomincia il punto centrale del disco dove Lanegan ha rinchiuso molti cantanti blues e qualche chicca indie (Creeping Coastline of Lights) e c’è bisogno di molta più concentrazione per riuscire a recepirle. Come potete capire, rispetto all’inizio del disco si può vedere una leggerissima flessione.
Il finale di I’ll Take Care of You è però in salita, con buone canzoni (la già citata Shanty Man’s Life è alla posizione numero 10) e un finale che non mi ha mai entusiasmato (la cover di Boogie, Boogie di Tim Rose).
Questa è la prima volta che Lanegan si cimenta in un disco interamente di cover (poi riproporrà la cosa più avanti nel tempo) e il risultato è affascinante visto si scopre un po’ del passato musicale del singer americano, ma non perfetto. Anche se sono presenti tracce più deboli (su Field Songs ce ne sono, non mento), è nella produzione di canzoni proprie dove Lanegan riesce a scavare un solco profondo, equilibrando agli elementi rock/blues, una spiccata sensibilità soul e tematiche autobiografiche o liricamente influenzate da elementi di stampo biblico.
[Zeus]

Unida – Coping with the Urban Coyote (1999)

C’è un assunto fondamentale nella cucina italiana ed è il seguente: la versione 2.0 di un piatto della (tua) tradizione, verrà sempre valutato in base alla sua versione 1.0 cucinata dalla nonna/mamma/parente e confrontato in maniera spietata. Questo perché il piatto evoluto manca di una componente fondamentale ed è quella di riuscire a solleticare le “papille gustitive” della memoria tanto quelle della bocca.
Stesso discorso si può applicare alla carriera musicale di John Garcia. Da quando la sua band principale è implosa, tutto il suo peregrinare di gruppo in gruppo è stato accolto da un sopracciglio alzato e da un perplesso: “ma non è certo come i Kyuss“.
Quindi ecco che i giudizi si sprecano sugli Hermano e, logico, sugli UNIDA.
Questi ultimi sono quelli che, più di ogni altro progetto che ha coinvolto il singer americano, hanno il piglio giusto per farti assaporare il ritmo della strada. Il quartetto americano ha abbastanza groove e melodia da rimanerti dentro e, per quanto proponga una versione quantomeno basilare e easy dello stoner, sono molto più groovy e interessanti degli Hermano. Ovviamente ci sarà sempre chi li paragonerà ai Kyuss, chi addirittura si metterà a fare il confronto con i QOTSA, ma è inutile. I primi sono irraggiungibili, vista il loro essere caduchi, mentre i secondi giocano in un campionato diverso e paragonare l’operato da superstar di Josh Homme con quello più underground di Garcia è fare uno sgarbo all’inquieto cantante.
Se vogliamo trovare il classico tallone d’Achille di tutti i progetti di Garcia è, in maniera assai paradossale, il suo punto di forza maggiore: la voce del singer. Le piroette, i miagolii e tutto il registro che usa Garcia nei suoi progetti, fagocita la musica rendendola un complemento “secondario” alla sua voce. Questo è il punto debole e il punto di forza, perché quando la base musicale, seppur groovy, pesante e con una bella chitarra ribassata e dal riffing lineare ma immediato, non riesce ad avere quel quid ecco che interviene John il monopolizzatore, cancellando i momenti “down” (If Only Two). D’altra parte, è la sua stessa voce che livella i brani, “tagliando le gambe” al groove potente.
Però in Coping with the Urban Coyote c’è di che gioire. Thorn ha un riff che è l’equivalente della canzone del sole e così anche Human Tornado. Ma quello che hanno più di molte canzoni stoner è la capacità di arrivare al punto con immediatezza e tirar fuori il groove con poche, calibrate, note.
Il riff di Nervous è stato ripreso, in mille forme, non so quante volte. Quando non indugia sulla ricerca del groove, Arthur Seay vira anche su momenti di maggiore impatto e velocità, Black Woman e Dwarf It, ma cercando di non indispettire il Generale Garcia pisciando fuori dal vaso.
Volete un esempio di tutto questo? Provate a sentirvi You Wish e avrete di fronte la classica canzone che, in ogni latitudine, popola i CD delle band stoner. Ritmi lenti, feeling desertico e psichedelico, fuzz enorme e poi la voce di Garcia che gioca a nascondino per poi emergere come era solita fare in certi brani dei Kyuss.
Coping with the Urban Coyote degli Unida è un disco stoner nel vero senso del termine, dove la minore componente psichedelica (ridotta alla lunga You Wish), viene compensata da un feeling on-the-road che, nello stoner moderno, sembra essere andato perso a favore di una generale riproposizione dello schema: riff Sabbathiano + elementi psichedelici + voce acuta. A questa sequela di copie-carbone di un genere che tanto amiamo, preferisco l’onesta semplicità e schiettezza di questo disco del 1999.
Non é un capolavoro, ma Coping with the Urban Coyote é capace, anche adesso, di farmi premere il piede sull’acceleratore e lasciarmi alle spalle lavoro, casa e problemi del giorno.
[Zeus]

L’importanza del pantalone a zampa: The Vintage Caravan – Gateways (2018)

A causa di una serie di novità in questa sordida vita, ho incominciato a scoprire nuovi gruppi: dei Ravencult, ormai diventati una delle mie band preferite, ne ho già parlato in sede di recensione, mentre di questi The Vintage Caravan faccio menzione solo ora. 
Diciamolo, tanto non mi legge un cazzo di nessuno, che non si inventa granché da molto tempo e che il meglio che puoi trovare nella musica del 2019 è onestà o un’ottima riproposizione, con piglio personale, della lezione dei grandi del passato. Non c’è niente di male in tutto questo, è l’andamento delle cose. La gente fa la fila per digerire merda musicale, quindi il meglio che si possa fare, senza spararsi un colpo, è puntare unicamente a chiudere il recinto quando le mucche sono già scappate e contenere i danni.
Serve un cazzo e mi fa anche girare un po’ i coglioni, ma tant’è. 
Quindi tanto vale rileggere il sound e riscrivere una propria esperienza personale. Le migliaia di epigoni dei Kyuss/Black Sabbath/Led Zeppelin/Metallica sono la riprova che, il mercato, non è certo saturo di certe sonorità; soprattutto perché quelle sonorità sono di ottima fattura. La gente ha voglia di sentire qualcosa, di non perdersi in un mare di letame… quindi qua a TMI cerchiamo di venire incontro a questa richiesta inespressa e forniamo una bussola quantomeno “decente”. 
Come posiziono quindi questi The Vintage Caravan? Innovativi non posso certo definirli: il sound che promuovono Óskar Logi Ágústsson&Co. è quello classico dei sixties-seventies e quindi si possono sentire note di Led Zeppelin, Cream, Rush, Thin Lizzy… percorrere le undici composizioni dei tre islandesi.
Se non puntiamo sull’innovazione, allora diciamo subito che in termini di songwriting e piacere all’ascolto, allora siamo su buoni livelli e questo, per me, è un plus.  
Ci sono elementi hard rock, proto-metal, psichedelici e tutto il compendio che si poteva respirare allora, solo con la produzione odierna (la Nuclear Blast ci mette lo zampino malato sul suono, ma senza troppi danni). In questa direzione si muovono moltissime band (le conoscete tutti, quindi non rompetemi le palle facendo la conta), ma finora questi The Vintage Caravan sono quelli che mi hanno preso di più.
A supportare questa mia “audace” dichiarazione c’è la semplice constatazione che i pezzi di Gateways sono buoni, di buona profondità e  hanno anche notevole groove. Se teniamo presente che non ti rompono il cazzo dopo mezzo minuto… eccovi servito un nuovo plus.
Prendete una canzone come On The Run: melodica ed orecchiabile, tanto che i suoi sei minuti scivolano via che è un piacere. Ve lo dico sinceramente: probabilmente è una delle mie preferite del disco. 
Rispetto a molte altre cagatine che troviamo sui dischi moderni, al centro di tutto si muove ancora la chitarra e finalmente si ritorna a ragionare. Di cori, zampogne, buffonate e cialtronerie ne ho le palle piene, quindi sapere che Gateways è riff- centrico mi fa vedere bene anche le giornate di pioggia. 
Se volete esempi, così, una tantum, troverete che Hidden Streams è seventies al midollo e le stesse Set Your Sights, All This Time Reflections sono macchine da groove. 
Ma cosa succede quando il songwriting non è così brillante? Allora intervenire la sensazione che l’omaggio, il mero “riciclo” della formula sia una stampella creativa. I casi sono pochi, più nella seconda parte del disco, e non stonano poi più di tanto. Le canzoni sono omaggi al tempo che fu, alle radici del sound di Gateways: sixties-seventies (Farewell) o in un mood similare (Tune Out o The Chain).
Questi tre islandesi non hanno la pretesa di rivoluzionare il mondo della musica e, a quanto mi risulta, non vogliono essere (non sono spinti ad essere?) i nuovi Led Zeppelin come i Greta Van Fleet. Con Gateways, i The Gateways fanno uscire un disco ispirato dai sixties-seventies e lo fanno con abbastanza onestà e buon songwriting da farti aspettare il prossimo disco e, ovviamente, riascoltare questo. 
Per me sono promossi, sta a voi fare gli snob e ignorarli. 
[Zeus]

Foo Fighters – There Is Nothing Left To Lose (1999)

C’è una costante nei dischi dei Foo Fighters: non saranno mai nella mia top ma non sono mai merda completa. Restano in quel limbo delle canzoni radiofoniche che tutti gli ascoltatori generalisti imparano ad apprezzare, quelli che, quando fai una domanda sul rock, ti rispondono tronfi con “Ligabue” o “Coldplay”… e tu lacrimi sangue.
Nel caso di There Is Nothing Left To Lose, la popolarità insperata viene supportata anche dal video di Learn To Fly, in cui Dave Grohl manifesta il suo essere “faccia di culo” (detto in senso buono, stavolta) e produce qualcosa di divertente al pari di una canzone che non saprei definire meglio di frizzante.
Il cambio di rotta rispetto ai precedenti due dischi in studio è netto: se il primo LP era ruvido, melodico ma aveva un mix di urgenza e attitudine naive che lo faceva sembrare molto “onesto” e il secondo incominciava il processo di Foo Fighter-izzazione, questo terzo disco in studio preme il piede sul pedale “melodico”. Questo è il CD della svolta, quello dove Dave Grohl capisce la capacità commerciale di questa creatura e ci sguazza dentro, senza più doversi giustificare per il passato grunge nei Nirvana o per chissà cosa; nel 1999 può finalmente dare libero sfogo al suo essere un rocker mainstream e sbattersene allegramente il cazzo di tutto.
Che il cambio sia intervenuto perché There Is Nothing Left To Lose è stato registrato come trio (Grohl, Mendel e il neo-entrato batterista Taylor Hawkins, figura decisamente importante come contraltare a Dave Grohl) o perchè non ha più in corpo Franz Stahl (chitarrista degli Scream), questo non so dirlo. Sta di fatto che dopo There Is Nothing Left To Loose, Dave Grohl rientra nel circuito che conta, quello delle collaborazioni e delle comparsate (quindi eccolo nei QOTSA, Tony Iommi, Probot, Nine Inch Nails, Tenacious D…) fomentando l’attenzione sul singer americano e rilanciando, con il botto, la sua carriera da frontman.
Questo è di certo uno dei grandi vantaggi del disco del 1999: There Is Nothing Left To Lose ha riportato Dave Grohl sulla mappa degli artisti che vendono perché, con un sound AOR, è riuscito a raggruppare in un solo spettro sonoro chi da lui chiedeva qualcosina di più ritmato (Stacked Actors, Breakout o Gimme Stitches), chi voleva la canzone da ricordarsi (ad esempio Learn to Fly) ma, innanzitutto, chi voleva la melodia spinta (Aurora), zuccherina (Next Year) e ben memorizzabile dopo uno/due ascolti.
Il problema è che, pur volendogli bene, i dischi dei Foo Fighters non te li ricordi. Dopo i primi 4 ascolti hai scoperto tutto quello che nascondono e questo ne limita molto la vita nell’Hi-Fi.
Hanno potenziale immediato innegabile (ripeto, Learn To Fly mi piace ancora), ma non hanno abbastanza profondità da farteli rimanere nel cuore a lungo. Almeno a me che, come mi è stato riferito, sono diventato un “uomo di bassa lega morale”.
[Zeus]

 

R.U.S.T.X – Center of the Universe (2019)

Certe immagini, per quanto ormai diventate cliché, possono dare immediatamente un’idea chiara di ciò che si vuole esprimere. Un’auto decappottabile lanciata a tutta velocità su una lunga strada che si perde oltre l’orizzonte e che attraversa lande arse dal sole. Quale potrebbe essere la musica sputata fuori dall’autoradio? Le risposte possono essere tante, e il nuovo disco dei R.U.S.T.X potrebbe fare al caso vostro.

Terzo album dei tre fratelli, più una sorella, Xanthou, questo Center of the Universe è un concentrato di pura energia. Il genere proposto prende spunto dalla musica anni ’70 e ’80, con chitarre rocciose e tappeti di tastiere, in cui abbondano le incursioni nel classico heavy metal e nell’hard rock più sfrenato. Non mancano lunghi soli di chitarra ed una certa dose di melodia, soprattutto nelle linee vocali e nei cori in cui spesso si armonizzano le ugole di tutti i componenti.

L’album parte con tre pezzi veloci e ritmati sparati uno in fila all’altro, Defendre Le Rock, Running Man e Black Heart, giusto per non far calare l’attenzione e per dimostrare quanto la band sappia viaggiare. Si passa poi a pezzi un po’ più lenti ed introspettivi, ed è forse qui che l’album inizia ad avere qualche calo. Se la quarta traccia, I Stand to Live riesce comunque ad essere interessante, la successiva Endless Skies stucca e stufa un po’, nonostante la bella performance della singer.

La title track che apre la seconda metà dell’album riporta alla mente le suite dei Savatage, con le sue stratificazioni vocali, le orchestrazioni, gli stacchi di pianoforte, i cambi di umore e i nove minuti abbondanti di durata. Per chi, come me, apprezza la band di riferimento, uno dei momenti più intensi del disco. Da qui in poi l’album si avvia verso la conclusione senza particolari guizzi, con pezzi che, per quanto ben eseguiti, non hanno l’impatto dei brani in apertura.
Diciamo che la band ha dato il suo meglio nella prima parte del CD.

Chiude l’ascolto una buona cover di Band on the Run di Sir Paul McCartney che, sinceramente, ho trovato un po’ troppo slegata dal resto, oserei dire fuori contesto.

Niente di nuovo sotto il sole, per rimanere in tema, anche perché il revival di certe sonorità orientate ai seventies non è certo cosa degli ultimi giorni, ma io mi sono divertito davvero ad ascoltare questo CD. Dieci tracce energiche, ben suonate e nelle quali tutti e quattro i componenti passano dietro al microfono, chi più chi meno, conferendo una certa varietà al lavoro nel suo complesso. Una band sicuramente interessante e capace, consapevole del proprio potenziale. Se non siete di quelli che si soddisfano solo con il metal estremo, un’ascoltata gliela darei.
L’album è in uscita il 15 di novembre tramite Pitch Black Records e Metalmessage.
[Lenny Verga]

Cose inutili. Creed – Human Clay (1999)

Se voleste una prova, un’ulteriore prova, del momento difficile che stava passando il metal nel 1999, vi basti sapere ai CREED è stato concesso di far uscire un secondo album e ai BUSH (la band, non i Presidenti) è stata data l’autorizzazione di uscire con il terzo LP.
Visto che non ho voglia di parlare dei BUSH, parlo dei CREED e non nella maniera buona che farei se stessi recensendo i nuovi film della saga di Rocky.
Alla fine degli anni ’90, un po’ per distanziarsi, un po’ per appropriarsi di un periodo che puzzava come il residuo macilento che si è lasciata alle spalle la risacca, c’è stato un aumento esponenziale del termine nu. C’era la necessità di arrivare a prendere un nuovo tipo di ascoltatore, quello che il periodo d’oro non l’ha sfiorato e si è trovato catapultato nel letame della fine ’90. Quindi ecco furoreggiare tutte le nu-band e, visto che non bastavano, anche le post-band… Ad esempio, mi verrebbe da dire, quelle uscite sotto il moniker di post-grunge: gruppi che si nutrivano ancora dei riflessi della popolarità della musica di Seattle e sguazzavano nella fama data dalle cervella di Cobain.
Il post-grunge serviva eccome alle case discografiche. Se strizzi bene qualcosa, dopo aver tirato fuori tutto il meglio, forse ancora qualche filamento merdoso te lo riesci ancora ad accalappiare.
I Creed escono con il primo disco fuori tempo massimo (1997) e cioè quando le case discografiche stanno già straziando le carni del cadavere del grunge e poi, con il secondo disco, fanno direttamente il botto.
Lo si può capire, credetemi, visto che hanno potenza, ritmiche semplici e accattivanti (Inside Us All), notevole capacità di creare hook melodici e un singer che tenta di essere un Eddie Vedder sotto steroidi. 
Il problema dei Creed, e di tutti quelli che sono usciti sotto l’infamante nomignolo di post-grunge, è che sono buoni per la radio e per il supermercato. Non hanno la profondità emozionale dei Pearl Jam (ci tentano con Never Die, che sembra una scopiazzatura della band di Vedder&Co.) e neanche la potenza che mischia Zeppelin + Sabbath dei Soundgarden (Stapp tenta di fare il verso anche a Cornell in Wash Away Those Years quando alza il tiro). Ci mettono i muscoli, ma non intaccano mai sotto la superficie. La ballatona strappa-mutande (With Arms Wide Open) non è altro che un numero sui generis e continuano a produrre musica sterile (Higher è inutile) e lo faranno ancora per 10 anni, visto che nel 2009 esce l’ultimo loro disco e poi si sfaldano come meringhe.
Poi, facendola brevissima, da una band così innocua (condizione che hanno in comune con i Foo Fighters), non poteva che nascerne una band come gli Alter Bridge
I Creed, con Human Clay e poi con il successivo Weathered, arraffano tutto quello che potevano e mungono la mucca fino a distruggerle le mammelle. Il vuoto musicale che trasmettono, quella sensazione da prodotto confezionato ad arte, non ti lascia un momento e sai che è destinato ad essere ficcato nelle gole degli ascoltatori inermi come neanche il peggior deepthroat. 
[Zeus]

Non servono battute, ci pensano già i Megadeth a intitolare il disco alla perfezione: Risk (1999)

A farlo passare in radio, questo disco non susciterebbe nessun tremore nei polsi dei veri rocker di Virgin Radio. Risk è un disco hard rock, privo di qualsiasi profondità metal e, seppur registrato e prodotto in maniera egregia, fondamentalmente innocuo. Il problema di tutto il disco è che c’è scritto sopra il nome Megadeth, perché LP così slavati te li aspetti da altre band, non da quelli che hanno prodotto Peace Sells… o Rust in Peace
Quindi ti fa un po’ strano sentire che Dave Mustaine fa qualcosa che svetterebbe in metà dei dischi dei Bon Jovi (Wanderlust) e che non meriterebbe di restare su un disco pre-1994. Non brutta, ma decisamente più vicina a qualcosa fatto dai Metallica di Load/ReLoad, solo più efficace della marea di porcherie contenute in quei due dischi. Ma non vorrei concentrarmi su questa canzone, visto che dentro Risk c’è di tutto e di più per assicurarsi il lancio di porchi e madonne da parte dei fan più accaniti. 
Se troviamo canzoni tutto sommato di buona qualità (Prince Of DarknessI’ll Be There For You), ci sono anche porcherie come EcstasySeven o la doppietta finale. Canzoni fatte apposta per mettere il culo nelle pedate, che volete farci? A volte anche i migliori amano pulirsi il culo con le ortiche. 
L’ironia della sorte è che è proprio il folletto maligno Lars Ulrich ad aver suggerito a MegaDave di alleggerire la proposta musicale. E che fa il rossocrinito born-again? Lo ascolta. Porcalaputtana, lo ascolta! 
E lo ascolta talmente bene che sputtana brani hard rock decenti (Insomnia Breadline) farcendoli di cose inutili e ridondanti. E mentre senti The Doctor Is Calling, capisci che l’infusione di melodia e sentori pop ha raggiunto uno status terminale, non brutto in senso assoluto, ma porcocazzo non bello per gli standard dei Megadeth
Lascio perdere tutti gli apprezzamenti per le registrazioni, pensate proprio per la radio decerebrata, e ripeto il concetto: fosse uscito come progetto diverso dai Megadeth, avrebbe una sua validità come disco hard rock semplice ed innocuo; come parte della discografia di uno dei Big4, lo senti grattare le unghie sulla lavagna e no, quell’odore che senti non sono i dollari, l’eroina a pacchi, l’alcool o la crema al cocco delle spogliarelliste da quattro soldi. L’odore è quello del fallimento, il punto di svolta verso un futuro non più così roseo. I Megadeth ci sono arrivati con qualche anno di ritardo rispetto ai Metallica, ma una volta contagiati è difficile tirarsi via quel virus infettivo, anche se ritorni a suonare thrash. 
[Zeus]