La svolta sciarpetta dei The Gathering: if_then_else (2000)

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Riascoltato adesso, vent’anni dopo la sua uscita, if_then_else dei The Gathering non è poi così male come lo ricordavo. Non è il disco degli olandesi che mi porterei sulla fantomatica isola deserta, ma è certamente meglio della fumosa immagine che avevo in mente. 
La svolta fighetta e alternativa incominciata con How To Measure a Planet? è stata portata all’estremo, spostandosi definitivamente dal substrato metal a quello di un sound atmosferico, dilatato, alternativo e fighetto che poi esalteranno in Souveniers e nella svolta trip hop di Home. Il fatto è che nel 1998, con How To… c’erano ancora dei grandi pezzi ad accompagnare l’avventura degli olandesi, su if_then_else ci troviamo di fronte ad un disco che è ben suonato, ben prodotto ma che ti dimentichi in fretta. Ci sono dei momenti più hard rock (Rollercoaster, Analog Park Colorado Incident), e anche qualche pezzo interessante (Saturnine) ma in generale non ha niente di realmente memorabile e, ahimè, mi tocca riascoltare ‘sto disco per l’ennesima volta per tenere in mente tutto quello che c’è dentro. 
Anneke è bravissima come sempre, pur spostandosi su tonalità più eteree visto che deve assecondare la musica, ma si preferisce quella pre-2000 a questa sua nuova versione (che poi andrà a sbragare in maniera totale con i dischi solisti e il “nuovo” progetto metal, di cui non ricordo neanche il nome da tanto mi è rimasto impresso). 
Nel 2000 i The Gathering puntano ad un pubblico completamente diverso dalla vecchia fan base. La gente a cui parlano è quella che si siede al banco del ristorante vegano, ha opinioni su tutto (prevalentemente del cazzo) e soprattutto ha l’attitudine puntodivisticamente parlando (cit.) che è l’esatto substrato per la cultura di certe sonorità sofisticate. Mi piange il cuore accostare Anneke e i The Gathering a questa congrega di protesi della loro stessa minchia, ma if_then_else ha quell’attitudine strana. 
A ricordarmelo bene, direi che è proprio da questo CD che ho incominciato a lasciare indietro la band, ascoltandola distrattamente e poi recuperandola meglio solo su Home per il relativo tour di metà 2000. 
Il punto di svolta è stato il 1998 (o forse addirittura Nighttime Birds), ma è nel 2000 che compiono la metamorfosi completa, perdendo il mio interesse e, con il senno del poi, anche pian piano una direzione precisa che li ha portati a perdere per strada prima Anneke e poi loro stessi. 
[Zeus]

Un tocco di pantaloni a zampa, due gingilli d’argento ed ecco i Blues Pills – Lady in Gold (2016)

A forza di seguire il metal estremo, e complice una galoppante demenza senile, mi sono perso grandi parti del panorama rock mondiale. Facendo una cernita attenta e buttando nel cestino le porcherie, le brutture e pezzi rock mosci, quello che resta è un bel po’ di rock che funziona alla grande. 
Ho già parlato dell’aumento esponenziale del comparto rock/stoner/psichedelico da quando sono arrivato in terra austriaca, e questo è un ulteriore tassello visto che l’altra parte (quella migliore) del MayheM-Duo ascolta moltissimo genere e, di conseguenza, sono entrato alla grande nel mood generale. Cosa che mi fa piacere, sia chiaro, visto che è un settore che, vuoi per stanchezza dopo anni e anni di ascolto, vuoi per delusioni musicali varie, avevo trascurato rimanendo solo sui grandi classici del genere. 
Un giorno, durante la quarantena, sento risuonare in casa le note di Lady in Gold. Ovviamente non conoscevo né la canzone né che erano i Blues Pills, ma il sound era quello giusto e mi ha subito aumentato la percentuale di barba del 37%. 
Eccazzo, mi è piaciuto ‘sto disco.
Lady in Gold suona vintage, cosa non proprio nuova nella rinnovata fortuna del panorama rock-blues, ma ha dalla sua una traccia iniziale che spacca per tutti i 4 minuti di tempo e ti fa salire la scimmia di risentirla. In secondo luogo inserisco anche il cantato di Elin Larsson: la singer svedese non è una di quelle cantanti che continuano a sputarti in faccia mille vocalizzi inutili che ti fanno solo girare il cazzo. Dopo 2 minuti di piroette vocali e yodel, solitamente mi si sciolgono le palle e smetto di sentire la band, con i Blues Pills questo non accade.
Il timbro della Larsson è soulfull, caldo e si armonizza bene con quanto sta succedendo sotto. E questo, signori miei, è un plus notevole. Saper contenere l’onanismo musicale e sfrondare le canzoni dell’inutile è un punto di favore che non smetterò mai di sottolineare. 
Ascoltandoli bene e sapendo cosa è venuto prima di loro e avendo annusato un po’ il “nuovo movimento blues rock moderno”, i Blues Pills non offrono qualcosa di nuovo al panorama musicale attuale. Ma questo, cari miei, non è il loro scopo: quello che gli svedesi fanno è rielaborare un concetto musicale sixties/seventies e riadattandolo al 2000 e alla modernità. 
Ecco perché quando li senti, ti ricordano qualcosa ma non sono una copia.
I Blues Pills prendono elementi come la leggera sporcizia nel sound, il blue-eyed blues, il calore e altro di un’epoca musicale pionieristica facendone proprio il verbo. 
Ecco perché ho detto che la band svedese suona vintage, ma non vecchia. Non si è fossilizzata, facendo il verso ai sixties/seventies rimanendoci schiacciata, no. I Blues Pills suonano blues rock sanguigno, carico e groovy (detto come Austin Powers) e lo fanno bene. 
Vi concedo la critica che ci sono molte band che adesso hanno impostazioni simili o radici nella stessa epoca, ma Cristo, non tutte hanno la qualità media di Lady in Gold.
[Zeus]

Guano Apes – Don’t Give Me Names (2000)

Chi se li caga ancora i Guano Apes in Italia? Me lo chiedo sinceramente, perché dopo l’esordio del 1997 e una canzone come Open Your Eyes che sentivi un po’ ovunque, i tedeschi di Göttingen fanno il bis nel 2000 con Don’t Give Me Names che, nel Paese della pizza, baffi, mandolino e santi avariati verrà ricordato unicamente per Big in Japan (fra l’altro una cover degli Alphaville). Il resto del disco, dimenticato come metà delle cose che si propongono su Facebook e poi, quando vengono attuate, vengono recepite con la felicità del condannato a morte e condite da un “mai detto che volevo questo”. Stesso discorso con loro, perché vi sfido a nominarmi una canzone oltre al singolo sopra citato. 
Vent’anni dopo il disco suona moscio e l’energia sembra implodere ogni volta che decidono di partire con qualcosa. Il problema è proprio che su Don’t Give Me Names l’alternative rock prende il sopravvento su qualsiasi altra componente e soffoca tutto, lasciandoci brani che scivolano verso la fine senza realmente impattare. Probabilmente il meglio è racchiuso nella tripletta iniziale composta dalla stessa Big in Japan, Innocent Greed e No Speech. Il resto non me lo ricordo neanche a volerlo, forse forse la mezza cantilena di Dödel Up, ma niente che mi ricorderò da qua a 20 minuti. 
In Germania hanno continuato ad essere seguiti, da noi forse se li ricordano in pochi e giusto per due canzoni in croce. 
L’Italia non era il loro posto di conquista, lo capisco. E i loro dischi non erano il mio territorio d’ascolto, quindi direi che siamo pari. 
[Zeus]

Il secondo album dei The White Stripes – De Stijl (2000)

Leggendo il nome The White Stripes, l’unica cosa che trequarti della gente pensa è la fastidiosissima canzonetta Seven Nation Army e il suo costante utilizzo durante i mondiali di calcio del 2006. Una peste bubbonica così grave da essere paragonata all’utilizzo improprio delle Vuvuzela (o come cazzo si scrive), altra calamità naturale per cui verremo chiamati a rispondere davanti ad un tribunale internazionale galattico. 
Solo che quella canzone era contenuta nell’album Elephant e il duo americano era esploso su tutti i media, costringendo il popolo a interrogarsi se i due fossero fratello e sorella, marito e moglie o completi sconosciuti che perculavano la gente. 
Personalmente non me ne è mai fregato un beneamato cazzo se fossero imparentati, visto che tirando via lustrini, rigore visivo (il trittico di colori bianco-rosso-nero) e fregnacce da rotocalco, il condensato che rimane è solo la musica e quello che i The White Stripes riescono ad esprimere su disco. 
De Stijl è il secondo album e, sinceramente, non me lo ricordavo per niente. Probabilmente perché il boom mediatico è arrivato solo l’anno successivo con White Blood Cells, ma questo secondo disco del 2000 è territorio vergine. 
Soprassedendo al fatto che Meg White suona elementare, De Stijl è un disco blues moderno, Detroit-style, che occhieggia all’etica DIY del punk, un po’ di elementi pop così da renderlo digeribile da tutti e un feeling che potrebbe ricordare un po’ il blues-rock britannico anni ’70. 
Certo, ci sono cose che ti fanno saltare in mente i Rolling Stones e qualche altra i Led Zeppelin (Death Letter, sarà un caso che è una cover blues?), ma in sostanza è il grande lavoro alle chitarre di Jack White che fa la differenza. E poi ci sono quelle canzoni come Truth Doesn’t Make a Noise che non avrebbero stonato nella soundtrack dell’ultimo film di Tarantino.  
Meg White è l’equivalente povero di Lars Ulrich, se vogliamo trovare un riferimento metallico: entrambi sono scarsi sotto il profilo strettamente tecnico, ma il loro modo di suonare è ottimale per la riuscita del suono delle rispettive band. 
Il fatto che il duo riesca a tenersi su una distanza consona, massimo 4 minuti sulla cover sopra citata, è un ulteriore motivo per cui questo De Stijl ha la capacità di non stufarti. Jack White ha l’intelligenza necessaria per capire quanto può tirarla alle lunghe con jam o passaggi in dodici battute e, a quanto si vede in questo LP, basandosi principalmente su un duo batteria – chitarra/voce, esagerare è l’equivalente di spararsi un colpo nei coglioni. 
A vent’anni di distanza e con la mente ormai sgombra da tutto il trambusto mediatico, i The White Stripes hanno tirato un colpo ormai 7 anni fa, si riesce finalmente a dare il giusto valore a questo De Stijl e promuoverlo per quel che è: semplicemente un buon disco. E fanculo a tutto il clamore su presunte parentele, stile etc… in questo LP ci sono delle buone canzoni e vanno giudicate per questo. 
[Zeus]

La semplicità prima di diventare pesanti: A Perfect Circle – Mer de Noms (2000)

Nel 2000 il metal se la vede proprio malaccio. H guardato, in maniera distratta, cosa era uscito quell’anno e vi posso assicurare che la vivacità della scena metal (estrema o meno) era ridotta ai minimi termini. Album ne sono usciti, ma grandi album? No, quello non proprio. LP che confermano il cambio di tendenza (vedasi gli Immortal) o altre band che puntano tutto sul rosso quando esce nero (In Flames) o il saluto di un gruppo ormai allo stremo (Pantera). Sono tutti sinonimi di una condizione ormai deteriorata della musica che tanto amiamo. Ci saranno sicuramente dischi che mi ricorderanno grandi cose o anche buoni album, certo, ma quelli che ti segnano l’anima sono passati. Forse perché certe cose hanno una data di scadenza, come il latte, ed è meglio soffermarsi sui ricordi che seguirli nel futuro. Chi lo sa. 
Gli A Perfect Circle racchiudono la loro storia in due dischi, se vogliamo anche l’album di cover non è male, mentre con l’ultimo hanno messo insieme un qualcosa che non ascolto poi più di tanto. Praticamente hanno smesso di essere una band con brani “da riascoltare” nel triennio 2000 – 2003, poi si discute. Mer De Noms non bazzica nei territori metal (ma questo lo dico per chi è sceso dall’albero ieri sera) e anche se suona da rock con il baffetto ritorto, il risvoltino e l’antipasto vegan, hanno ancora quella qualità che molte band Indie cercano come il Valhalla nelle fogne del sound “artistoide”. Quindi mettono più o meno d’accordo tutti: dal metallaro di buon umore al rocker della domenica pomeriggio, con le magliette degli AC/DC comprate all’H&M. 
Sarà perché si porta appreso una mezza dozzina di canzoni buone (il video di Judith mi piace assai) e poi qualche colpo a vuoto. Tanto per buttare dentro musica, ma loro sapevano già che bastavano le altre per vedersi su Billboard, quindi va bene così. In fin dei conti quelle sei canzoni ti fanno riascoltare Mer de Noms, mentre i brani deboli non ti fanno cagare a spruzzo e, secondo un modello di valutazione ormai certificato dalla NASA, questo è un punto a favore di un disco. 
Gli APC se la prenderanno comoda per registrare il seguito, ma intanto hanno rimesso la parola rock in mezzo al letamaio dell’indie e di tutte le band con il The… davanti che, puttanatroia, mi fa salire il vomito. In mezzo ad una marea di letame o dischi inutili, una scintilla come questo Mer de Noms è abbastanza per cercare di scavallare il 2000 e non gettarsi giù da un ponte. 
Me lo ricordavo meglio, riascoltato dopo lungo tempo mi son ricreduto sull’eccellenza che gli avevo appiccicato addosso. Sono invecchiato io e la memoria mi gioca brutti scherzi, ma comunque sia Mer de Noms rimane un disco da tenere e riascoltare. Vent’anni di decantazione non l’hanno trasformato in aceto, per la gioia di Keenan. 
[Zeus]

La parabola del grunge, Pearl Jam – Binaural (2000)

Visto adesso, con gli occhi di un quasi quarantenne e tenendo presente che i Pearl Jam produrranno dischi come l’omonimo, Backspacer e Lightning BoltBinaural sembra essere un disco compatto e forte. Vedendo gli estratti dal nuovo gretathunberggiante Gigaton, Binaural è già un classico (e stiamo parlando di un disco uscito nel 2000).
Il problema è che non lo è. Non è un disco forte e compatto e non è un classico, anche se il comitato di difesa ad oltranza della produzione di Vedder&Co. potrebbe risentirsene e tirarti camice di flanella.
Binaural non è un grande disco nonostante lo abbia comprato subito e, con il tempo, abbia incominciato ad approfondire la conoscenza delle canzoni contenute al suo interno. Il problema di fondo era che, nel 2000, la band si confrontava con tutto e tutti, ma soprattutto con sé stessa.
Perchè se fino a prima c’era la spinta del grunge originario (quinquennio 1989 – 1994, giusto per stare larghi) e un’ispirazione tutto sommato decente, per quanto sempre più altalenante, nel 2000 i Pearl Jam hanno l’ignobile compito di lottare contro gli epigoni, contro i detrattori, contro chi crede che il grunge sia ormai sepolto e, non ultimo, contro il blocco creativo di Eddie Vedder.
Quest’ultimo, unito all’indecisione generale su come produrre Binaural, è il motivo per cui nel 2000 i Pearl Jam faticano a trovare la quadra. I pezzi più “pesanti” sono anche quelli più noiosi e scontati, mentre quando l’atmosfera si rilassa ecco che ne escono brani più interessanti.
A conferma di questo, il trittico iniziale è quasi sempre skippato e così anche il finale, spesso lasciato ad un lo riascolterò con calma. La parte centrale la riascolto ancora, ma se devo cercare un loro disco “moderno” che mi da delle emozioni vere, allora butto su Riot Act. In quel CD si sente qualcosa di fresco e, sfortunatamente, per l’ultima volta.
Però non bisogna farne una colpa a Binaural, non è solo per una sua incostanza che non è un buon disco. Già da No Code le scalette degli LP hanno incominciato ad essere altalenanti, troppo compresse fra pezzi realmente efficaci e derive arts-y?
Anche in questo caso interviene il gusto personale, ma una scaletta come il trittico iniziale non l’hanno più riproposta e, ahimé, questo è un dato di fatto.
Binaural è lì in mezzo, fra quello che ancora respirava le esalazioni dell’eroina dai cucchiaini e quello che, con tutto il bene e il male, ci riserverà il nuovo millennio. All’alba del 2000 i Pearl Jam, complici crisi interne e cambi di formazione, fanno l’unica cosa possibile nella loro evoluzione sonora: crescere e diventare classic rock.
Ad un’età più giovane della mia attuale, i cinque di Seattle devono diventare adulti e così vengono recipiti da un pubblico sempre più giovane e più avvezzo a chi copia rispetto a chi crea.
La copertina di Binaural rispecchia l’ironia della loro condizione: per continuare in maniera coerente, sono stati costretti a crescere; per poter crescere hanno dovuto abbandonare il grunge e la rabbia adolescenziale e quindi si sono trovati nella condizione obbligata di dover crescere e riproporre all’infiinito il ciclo che ha portato Binaural e i dischi che verranno.

[Zeus]

In piena metamorfosi. Social Distortion – s/t (1990)

Sono passati 30 anni dall’uscita di questo disco. Vi rendete conto?
Io sono diventato un fan dei Social Distortion nel tempo. Me li aveva passati un amico al pub, in un momento di scambio dischi e conoscenze, e io li avevo lasciati da parte perchè con il punk non ho mai avuto un rapporto degno di nota. Problemi miei, sia chiaro, ma questo mi ha precluso anche l’hardcore punk, l’hardcore degli Hatebreed e tutta la compagnia che ha imbastardito questo genere con il metal.
Solo che sono curioso come una scimmia e un giorno mi son messo a scartabellare il DVD con i dischi (ebbene sì, era una compilation “alla buona”) e ho rivisto il nome e ho buttato su un disco a caso. Adesso voi penserete, come da grandi storie a lieto fine, che questo fosse il disco dell’illuminazione sulla via di Damasco… ma non è così.
In realtà il primo disco che ho piazzato su è stato quello del 1992 (Between Heaven and Hell) e da quello son partito prima toccando il successivo White Light, White Heat, White Trash e poi sono arrivato a questo LP omonimo capendo la genesi di quello che sono oggi i Social Distortion. Perché è nel 1990 che cambiano definitivamente marcia, aggiungendo note blues, rockabilly e country alla rodata miscela hardcore-punk melodico di matrice californiana.
E non è che nel 1990 Mike Ness si sia svegliato un giorno e abbia capito che con il rockabilly ci avrebbe tirato fuori pezzi da urlo nell’immediato futuro e l’ha messo dentro nel disco, infatti è già da Prison Bound del 1988 che salta il fossato della distinzione di genere e mischia tutto in canzoni come l’omonima Prison Bound (ma che ancora dipende molto dal punk iniziale). Credo sia stato allora che ha visto la potenzialità della cosa ed è da quel momento che i Social Distortion, nei miei gusti, hanno fatto un balzo verso l’alto come apprezzamento generale. Perché con Social Distortion il registro cambia e su una tracklist di 10 pezzi, ce ne sono almeno trequarti inappuntabili, formalmente perfetti sotto molti punti di vista (primo fra tutti, l’eccezionale potenza melodica della formazione californiana).
Non credo sia necessario fare un track-by-track o qualcosa di simile, stiamo parlando sempre di un LP che compie trent’anni e presentarvelo come nuovo sarebbe un insulto al disco, a voi e, visto che la recensione la scrivo io, a me stesso.
Quindi vi propongo di risentire questo LP, perché merita e, nei suoi solchi, tradisce molto del sound che poi verrà affinato negli anni successivi e che porterà la band ad allontanarsi sempre più dal concetto iniziale di punk per trasportarla in un’età adulta fatta di un rock’n’roll speziato da molti sottogeneri e interpretato da un cantore dei perdenti e degli sconfitti dal mondo (dicasi, Mike Ness).
[Zeus]

Vent’anni dopo è ancora bisestile. The Smashing Pumpkins – Machina / The Machine of God (2000)

Di tutto il carrozzone grunge, gli Smashings Pumpkins sono quelli che ho sempre seguito di meno. Credo che il motivo principale sia il suo leader, Billy Corgan. Mi dispiace ammetterlo (!?), ma non ho mai sopportato il suo tono di voce; sento come canta e rabbrividisco, è tipo un gatto attaccato allo scroto mentre sto graffiando la lavagna con una forchetta. Non riesco a digerirlo e poi, in quanto a musica, riesco a sentire un po’ di canzoni e poi penso se ho tolto le cose dalla lavatrice, se ho lavato i piatti o ho portato fuori il cane (che non ho!). Quindi mi distraggo facilmente, riuscendo ad apprezzare realmente poche e selezionate canzoni, diciamo che di tutta la discografia mi viene in mente solo Bullet in Butterfly Wings. Penso che dica tutto, no? 
Ho perso di vista la band all’incirca nel 1995, dopo l’uscita di Mellon Collie and the Infinite Sadness.  All’epoca il grunge si era suicidato da solo, un po’ come molti fenomeni musicali pompati in maniera spropositata dalle case discografiche e dai media. E poi i protagonisti stavano crescendo ed invecchiare non fa bene al grunge (vedasi i Pearl Jam – di cui parleremo anche nel prossimo futuro, visto che cade il ventennale di Binaural). Invecchiare, per lo spleen adolescenziale, è una gran rottura di palle. Dopo anni di silenzio e dimenticanza, li ho incrociati con Adore e il video di Ava Adore e non per una curiosità spasmodica, ma perché MusicBox lo trasmetteva in continuazione. Risultato? L’innesto dell’elettronica mi ha proprio tolto la voglia di ascoltarli. 
Salto avanti ed eccoli a compiere vent’anni con Machina / The Machines of God. Di questo LP avevo sentito di sfuggita qualche canzone, ma ormai nel 2000 gli Smashing Pumpkings erano l’ombra di sé stessi, alle prese con un concept cervellotico (che nessuno ha probabilmente capito) e alla disperata ricerca di sé stessi. Operazione, quest’ultima che prosegue ancora oggi.
Machina ha il sostanziale vantaggio di non basarsi così tanto sull’elettronica come il precedessore. Ci sono sì spruzzate di modernità, ma anche le chitarre distorte e una evidente sensibilità pop (Stand Inside Your Love o la commerciale Try, Try, Try) nella prima parte della tracklist. E fin qua, cari lettori, le canzoni non sono malaccio. La voce è oscena, ma Corgan è capace di comporre canzoni degne di questo nome. Il problema è solo uno: sono fuori tempo massimo e non le riesco ad apprezzare pienamente. Nel 2020, il grunge non mi fornisce più quella sensazione di svago e conforto che era solito darmi ad inizio anni ’90 – adesso parla una lingua differente.
Oltre ad una sensazione di lost in translation e una lunghezza stracciapalle, diverse canzoni non vanno da nessuna parte  (Heavy Metal Machine) o sono brani in cui gli SP cagano direttamente fuori dal vaso.
Con Machina, Corgan tenta il colpo di coda ma si è solo il sussulto del cadavere. Dopo il 2000 il declino si è velocizzato e il viale cipressato è diventato una realtà tangibile, mentre la band continua testardamente a produrre dischi, andare in tour e credere di essere ancora importante.
Non lo sono, fidatevi di me.
La prima metà di Machina / The Machines of God la potete sfruttare per capire come costruire una canzone pop intelligente senza perdere di vista le chitarre.
Bisogna dare atto del buon songwriting di diverse canzoni, se no si finisce per sparare merda sul disco senza sottolineare anche gli eventuali pregi, ma oltre a questo direi che possiamo passare oltre e salutare gli Smashing Pumpkins.
[Zeus]

Il rock nel nuovo millennio. AC/DC – Stiff Upper Lips (2000)

Come vi sentireste voi, con 25 anni di attività e diverse primavere sulle spalle, ad affrontare i millennials? Una formazione che ha pubblicato 14 dischi e perso il suo frontman più carismatico (trovandone uno molto più longevo, anche se forse meno impattante di Scott) deve essersi sentita un mezzo dinosauro e un residuo delle tomba, mentre nel mondo imperversano tutti i generi conosciuti e il rock, quello vero, ormai sta soffocando in una marea di stronzate.
Penso di averne una mezza consapevolezza io quando salgo sul treno che mi porta da casa alla trincea e poi di ritorno dal fronte. A parte che mi isolo completamente con l’ipod (probabilmente sono uno dei tre sul treno ad avere ancora l’ipod e non Spotify, ma è una questione di praticità… il secondo ce l’ho anche io ma la batteria mi va a puttane in mezzo secondo) e cerco di gettarmi in qualche lettura, non posso non notare che metà della fauna del treno sono adolescenti in pieno fermento. Il che non è male, a parte il casino osceno e la scomposta mobilità dei suddetti, ma ti lancia addosso la consapevolezza che ormai hai scavalcato la staccionata del “divertimento e spasso” e sei finito a pié pari nel luamaro dell’esistenza adulta.
Se mi sento io così, figuriamoci gli AC/DC nel 2000. Ma, nonostante i sintomi di un’invecchiamento ormai consolidato, li ricordo primeggiare in diverse classifiche e quindi tanto vecchi non si sentivano. O non li percepivano.
Però, cari i miei due lettori affezionati, non fatevi fregare dall’aura e dai lustrini: nel 2000 gli AC/DC si avvicinano al concetto di pensione e lo fanno dopo aver pubblicato nel 1995 l’ultimo, vero, grande disco in studio: Ballbreaker. Disco che a molti ha anche fatto cagare, ma secondo me contiene alcuni pezzi da novanta e, pur essendo dopo i grandi classici, non mi annoia mai (a differenza di un The Razors Edge che, pur avendo dignità e alcuni pezzi ottimi, non lo ascolto mai intero neanche a morire). Poi ne hanno prodotti altri due, a distanze sempre maggiori di tempo e qualitativamente in calando.
Dopo 40 anni di dischi, può essere anche comprensibile un calo di forma. Ci sono band che lo hanno al secondo LP in studio. Per gli AC/DC il nuovo millennio segna il contachilometri e la lucetta “manierismo” esce prepotente. Quindi Stiff Upper Lip è un disco che puzza di Australia e rock, ma è un disco che fondamentalmente ti aspetti, ascolti un po’ di volte e poi lo rimetti al suo posto fino a…
Bella domanda. Da quanto non ascoltavo realmente Stiff Upper Lip? Da epoche quasi storiche, oserei dire. Non lo riesumavo da anni, forse ero ancora all’università l’ultima volta che l’ho sentito realmente concentrandomi su di esso e non trovandomi a pensare alla formazione del Fantacalcio, che treni prendere, se ho lavato abbastanza cose da evitare il collasso strutturale di tutto l’armadio e cose simili. Alcuni singoli di facile presa ci sono, ma è difficile che i fratelli Young se ne escano con qualcosa di più complicato, quindi bisogna valutarli sulla base del loro standard e, in questo tremendo XI° secolo, una loro hit non raggiunge minimamente la potenza di qualcosa uscito nel 1995 (e non fa neanche senso paragonarla a qualcosa uscita negli eighties o prima).
Il mondo non ha pazienza e quindi, per una strana ritorsione del fato, gli AC/DC, un tempo banditi per satanismo (!?), rock ad alto volume, scorretteze e alcolismo (Bon Scott), sono diventati il gruppo delle famiglie, dei rocker della domenica, di quelli che sentenono Virgin Radio e pensano di trovarci dentro qualcosa di realmente cutting hedge e innovativo e, soprattutto, una band che trovi da H&M.
Per sopravvivere sono diventati il gruppo poster di chi, sfortunatamente, la musica la vive sotto forma di presenzialismo… mentre il loro hard rock era qualcosa di totalmente diverso.
[Zeus]

Hardland – In Control (2019)

Non so se sia successo solo a me, ma appena ho letto il nome Hardland ho subito pensato ad un gruppo di amici non più giovanissimi che si sono trovati per suonare del buon vecchio hard rock. La bella e procace gitana in copertina, poi, mi ha convinto ulteriormente di questa idea. E ci ho più o meno azzeccato, perché la band olandese, qui al secondo album, propone una commistione tra hard rock e AOR, andando a tributare la scena anni ’70 (si sentono le influenze di Deep Purple, The Who e compagnia suonante) senza disdegnare un po’ di modernità.

Ciò che mi è piaciuto fin da subito di questo album sono i suoni, in particolare chitarra e batteria, belli caldi e ciccioni. Ho apprezzato poi la voglia di sperimentare inserendo in alcune tracce l’uso di sintetizzatori e anche l’alternarsi dei due cantanti dietro al microfono.

Quello che invece non mi è piaciuto è che il disco scorre via in modo fin troppo liscio, innocuo, un compito ben svolto ma niente di più, salvo qualche eccezione. Sebbene il riffing parta bene fin dall’opener The Nation’s Biggest Enemies, non ho notato particolari picchi o momenti che mi abbiano causato un po’ di stupore, mi è sembrato tutto un po’ troppo lineare. In più devo aggiungere che, se generalmente sono uno che apprezza le ballad, la traccia Love, Love, Love (e già il titolo…) è un po’ una palla. C’è però una grande eccezione: The Powers Within è un gran bel pezzo di puro hard rock, davvero una bomba!

In Control è un album che merita ampiamente la sufficienza, perché è ben suonato da gente capace, ma i momenti memorabili sono pochi e visto che la band ha dimostrato di non aver paura di sperimentare, forse dovrebbe osare un po’ di più. Tributare la scena anni ’70 secondo me è una buona occasione per non porsi troppi limiti, per non farsi etichettare, visto che ai tempi a nessuno poteva fregargliene di meno. Promossi, ma mi aspetto di più alla terza prova.
[Lenny Verga]