Il grande cambio. R.E.M. – Reveal (2001)

Mi piace, su queste pagine, inserire anche band che, con il metal, non hanno nulla da spartire. Lo faccio perché, nel corso degli anni, insieme alla musica che amiamo, anche altre realtà si sono evolute e/o hanno avuto un’influenza enorme sul metal. Un esempio? Guardate il grunge, che poi rivoluzione non era, e capite che razza di scherzo ha fatto al metal anni ’80 con il suo pessimismo e fastidio.
I R.E.M. sono un’altra realtà che, in quegli anni, era realmente fortissima. Non si poteva scappare dalle loro canzoni, dalle loro melodie praticamente perfette e dalla voce di Stipe. Questo però non significa che i R.E.M., a cavallo del nuovo millennio, funzionassero alla grande. Dopo le prime sperimentazioni su New Adventures in Hi-Fi  del 1996, la band viene mollata dal batterista e, infarcendo tutto di elettronica, produce il deludente Up nel 1998 e poi il più solare Reveal nel 2001. Il problema è che i R.E.M. stessi non si sentivano fortissimi e la perdita di Bill Berry deve essergli costata un bel po’ di grattacapi compositivi, visto che su Up sbragano di brutto con alcuni singoli irritanti e, sinceramente, è uno di quei dischi che mai ascolterò senza esserne costretto. Il successivo, e qui presente, Reveal è un ritorno a sonorità più conosciute per Stipe&Co. Ci sono elementi elettronici, certo, ed anche molte tastiere, ma è comunque un LP che prova a riportare la barra su sonorità pop ed indie, calandosi nella logica di un recupero di alcuni spunti dei Beach Boys e aggiornando al nuovo millennio la formula che loro stessi avevano inciso a fuoco negli anni 90. Ad inizio 2001, Imitations of Life la sentivi ovunque e, anche se carina, dopo un po’ era pesante, forse era un po’ meglio All the Way to Reno che, pur avendo le classiche melodie R.E.M. non era così scontata e bubblegum come la prima. 
Se vogliamo, il periodo centrale della carriera della band americana è vede una serie di dischi che non riescono ad arrivare al punto e si perdono in troppi tentativi di avanzare, scartare dal percorso o chissà quale volontà malefica li permea.
E Reveal è figlio di quel periodo, quindi ci trovo dentro i soliti singoli che voglio sentire e che non riuscirò a dimenticare, ma anche una serie di brani che vanno dal buono al mi dimenticherò dopo poco che son finiti. 
I R.E.M. si riprenderanno, calibrando meglio le novità e il classico trademark che gli è proprio, ma nel 2001 erano una band che non sapeva benissimo cosa diventare, ma voleva ritornare ad essere una versione 2.0 di quello che era. 
[Zeus]

Mark Lanegan – Field Songs (2001)

Far schifo, in una società che obbliga all’eccellenza, è un preciso dovere morale.
Mark Lanegan è l’esempio vivente di questo motto. E non perché la sua musica faccia schifo, ma proprio perché il buon Mark si è auto-imposto un processo di alienazione musicale a me incomprensibile. Se guardiamo il suo percorso artistico ed umano, più schifoso e ributtante era l’uomo, migliore era la musica. 
Ecco perché il periodo che va da The Winding SheetField Songs è senza dubbio il migliore di tutta la discografia dell’ex leader degli Screaming Trees. A partire dal lungo e necessario periodo di disintossicazione, è incominciata la discesa verso prove sempre meno impressionanti, e lo dico ritenendo che BubblegumBlues Funeral siano ancora in grado di mangiare in testa a tutto quello che è uscito fuori dal 2013 in avanti. Da quell’anno in avanti, fra mille collaborazioni e il ritrovato amore per le sonorità anni ’80, la new/dark wave e tutta la musica elettronica, i dischi di Lanegan hanno incominciato ad infastidirmi, annoiarmi ed infine a lasciarmi senza nessuna voglia di toccarli e approfondire lo sfacelo creativo in cui sta cadendo una delle migliori voci degli ultimi anni.
E io, a Lanegan, do un credito praticamente infinito, visto che le sue (vecchie) canzoni mi prendono bene (e, quindi, molto male) e non mi stanco mai di ascoltarle. Però non sono sordo e so quando la qualità scema e post-2013 è evidente che non ci sia più trippa per gatti e che la sua discografia sarà apprezzata da… qualcuno, non da me. 
Ma non è del futuro/presente che voglio parlare, visto che nel 2001 esce Field Songs ed è indubbiamente il picco creativo della produzione solista di Lanegan. La collaborazione con Mike Johnson è agli sgoccioli e l’allontanamento del fido partner, nonché responsabile di molte soluzioni musicali, creerà un vuoto compositivo che i vari Alain Johannsen, Chris Goss e tutta la cricca del Rancho De La Luna solo in parte riusciranno a colmare. Tutti bravissimi e funzionali al nuovo sound voluto da Lanegan, ma i pezzi contenuti su Field Songs sono di un livello molto più alto. 
Nel 2001 Lanegan riesce a comporre un disco forte, compatto e senza cedimenti dalla prima all’ultima canzone. One Way Street è ancora adesso una hit che non mi stanco di ascoltare e via via scendendo nella tracklist. Quello che sembra essere un’evoluzione è un sottilissimo velo di sole che filtra nel classico cielo plumbeo che ricopre le canzoni del singer americano. Il latrato blues alcolico che l’aveva avvicinato a Tom Waits scema, lasciando anche spazio ad elementi quasi country (Field Song), sperimentali e, perché no, anche più “leggere” (Kimiko’s Dream House). 
Anche dopo vent’anni e conoscendo quello che poi Lanegan produrrà, Field Songs rimane un gran disco. Suona interessante e non è invecchiato di un minuto, anche perché è difficile far prendere anni ad un genere come il blues, che è per definizione una musica immortale. 
[Zeus]

Non un trentenne qualsiasi. R.E.M. – Out of Time (1991)

Forse all’epoca non lo si era capito, ma il 1991 è stato un anno di svolta. Il metal stava  cambiando, cominciando due processi simultanei e totalmente opposti: l’heavy metal, inteso in generale, prova a sfondare il settore e arrivare alle masse e, paradossalmente o proprio per questo suo diventare materia “per molti”, incominciano a formarsi i mille sottogeneri che porteranno il metal ad accontentare solo circoscritti gruppi di ascoltatori e perderà la dimensione di fenomeno di massa. Solo alcune band son riuscite a tener i piedi nelle due staffe, riempiendo il tassello della caratterizzazione e della commercializzazione, ma sul lungo periodo è riuscito solo a gente come i Metallica del Black Album (che però smette di essere thrash metal) o i Maiden, gli altri ce l’hanno fatta per un paio di dischi o anni e poi saluti e si ritorna in una categoria più bassa. 
Ma anche il rock e il pop subiscono uno scossone; la spallata viene data principalmente dai Nirvana e il grunge in generale sul versante rock e dai R.E.M. sul versante più pop; ovviamente due pesi massimi nel genere.
Out of Time catapulta i R.E.M. nella ionosfera grazie anche ad un singolo conosciuto da chiunque, anche dal più idiota abitante di questo pianeta: Losing My Religion
Non faccio mistero che i R.E.M. rientrano nei miei ascolti. Quando ho voglia di qualcosa di diverso dal metal, ma rimanendo in un ambito abbastanza intelligente da non farmi vergognare di me stesso, butto su un disco di Stipe e son contento. Questo perché i R.E.M. riescono nell’intento di essere alternativi senza troppe rotture di cazzo, maneggiando bene il rock e rinchiudendolo in brani di massimo 5 minuti dalla forte componente pop. Quindi ci sono le chitarrine-indie sì, ma il songwriting è quello che ti ricordi dopo poco e non è scemo come la merda
Con Out of Time i R.E.M. decidono di sviluppare ancora il suono di Green e portarlo oltre, in direzioni meno “R.E.M”, pur continuando ad essere riconoscibili. Il mio problema con questo disco è che gli preferisco sia il suddetto precedessore, sia il successivo Automatic for the People. Pur essendo il disco del breakout commerciale, molti dei brani di Out of Time non li ascolto mai. 
Losing My Religion ormai la conoscono tutti, tanto che manca poco che arrivino a sottolinearmi che la canzone si apre con un mandolino, mentre Shiny Happy People è un classico che era tanto fresco ieri quanto oggi, ma il resto del disco? 
Certo, lo ascolti e senti che la qualità c’è, niente da dire. Ma non ha la quantità di brani che mi piacciono degli altri due. 
E poi Losing My Religion, detta in francese, ha anche un po’ rotto il cazzo, visto che è la colonna sonora di tutto, dal farmaco contro le emorroidi all’arrivo degli alieni. Bella certo, ma incomincia ad abboffare la uallera (cit.). 
Il 1991 è l’anno in cui i R.E.M. perdono la verginità underground, quella che funziona finché sei onesto e terra-terra e poi puzza se incominci ad usarla per tirartela, e vengono catapultati nel mondo dei grandi. Questo salto lo fanno con Out of Time, un disco che mischia rock, pop, country e che era stranamente fuori luogo nel 1990 e perfettamente integrato in un’epoca di rivoluzione sonora.
Il vero problema è che, uscendo allo scoperto e dimostrando che pur dietro la semplicità degli arrangiamenti c’è studio e intelligenza, hanno esaltato una miriade di band senza alcun valore, zozze di indie, completamente ignoranti e inascoltabili, che credono che vestendosi nel modo giusto, indossando lo stivaletto giusto e suonando alla cazzo due chitarrine leggere, si possa ripetere il botto. In altri termini, il 1991 e Out of Time sono stati il cibo e l’acqua per i Gremlin chiamati indie-band. 
[Zeus]

Che bella noia. Semisonic – All About Chemistry (2001)

Nel 1998 non potevi accendere la radio commerciale e non sentire Closing Time dei Semisonic. Te li ritrovavi sempre, in ogni momento, anche nelle pubblicità più grette. Il tutto perché avevano quella melodia smielata e un giretto di chitarra che ti ricordavi dopo mezzo secondo, cosa che è un punto a favore per il power pop o alternative. Il problema è che provoca orchite dopo poco, almeno a me. Nel 2001 i Semisonic tentano di replicare il grande successo commerciale di Feeling Strangely Fine con questo All About Chemistry. E infatti mettono in apertura il pezzo che dovrebbe tirare tutto il disco, Chemistry, che è la solita solfa power-pop che ti dimentichi mentre la stai ascoltando e poi incomincia la caduta nel grande campionato della piangina. La piangina è una condizione mentale che porta le band indie a suonare tristi ed empatici in maniera insopportabile, e a me ad avere il latte alle palle. 
Dovrei ascoltare questo LP mentre scrivo, visto che è un dovere quasi “morale” quello di essere sul pezzo, ma ogni volta che lo faccio partire su Spotify mi sale la voglia di tirarmi una rivoltellata nei coglioni e quindi sposto verso altri lidi e mi faccio bastare il ricordo delle volte che, ahimè, l’ho ascoltato per poterlo recensire. 
Perché mi faccio del male in questo modo? Probabilmente devo pagare qualche momento di fortuna avuto nel passato, ma è anche un dato di fatto che dischi come questo, nel 2001, invadevano le onde radio commerciali e se avevi una radio accesa o entravi in un supermercato, la probabilità di imbatterti in questa immonda progenie musicale era a dir poco altissima.
Non mi metto neanche a recensirlo All About Chemistry, ci sono tantissime webzine indie che avranno scritto qualcosa e, a quanto leggo, addirittura riviste di settore hanno dichiarato questo disco uno dei migliori LP rock del 2001. Capite perché scollinare nel 2000 è stato un trauma enorme? 
Io vi rendo partecipi di quanto uscito vent’anni fa, in questo caso voi fatemi un favore e statene lontani. 
[Zeus]

Il sapore del nulla. American Hi-Fi – s/t. (2001)

Non posso certo muovere delle critiche specifiche agli American Hi-Fi. Non riesco perché era già da un po’ di anni che le case discografiche avevano buttato le reti in profondità dell’underground/alternative e incominciato a pescare fuori tutte quelle band che, fino a metà del 1990 erano inguardabili per il pubblico di massa. Pescare dei maestri dell’innocuo come i Foo Fighters o degli outsider del power-pop tipo i Lit, senza tralasciare gente che ha scritto inni alla noia su cene di classe e reunion varie era operazione redditizia, tanto che la possibilità di guadagnare bene spegnendo il cervello compositivo picchia forte anche nei Green Day che non sono gli unici a sputtanarsi completamente ad inizio 2000. Il fatto è che il vuoto pressurizzato che viene sparato nelle radio è quello che la gente riesce a sopportare, perché non sarebbe bello ricevere pugni nei denti su onde medie.
E per un R.E.M. che riesce a comporre musica orecchiabile ma di un certo spessore, ci sono band che vogliono vincere facile e lasciarti il male dentro. Ed in questa categoria cascano gli American Hi-Fi, anche se sono molto più furbetti dei 3 Doors Down, perché mascherano il nulla dietro qualche misera chitarra distorta e danno una verniciata rock al pop/power-pop che è la fontanella da cui si abbeverano senza vergogna. La mancanza di amor proprio, lo zucchero filato del nulla, è l’idea geniale che sta dietro alla band di Stacy Jones: perché non prendere del classicissimo power-pop, con coretti e falsa angst, metterci sopra qualche richiamo all’underground vero e proprio (Cheap Trick et similia), citare i Rolling Stones in Blue Day e i Nirvana in Hi-Fi Killer?

L’idea funziona alla grande visto che Flavor of the Weak te la ritrovavi ovunque e dopo questo singolo, chiedo per un amico, chi cazzo si ricorda chi e cosa hanno composto gli American Hi-Fi
Sinceramente credevo si fossero sciolti dopo questo disco, ma da quanto leggo su Google son riusciti a cavarci fuori ben 6 dischi da questo nulla.
Gli American Hi-Fi et similia erano i gruppi che fanno da colonna sonora per le peggiori serie televisive mai prodotte, quelle con i giovani americani che hanno problemi del cazzo che risolvono in maniera del cazzo o che hanno drammi inutili su spiagge americane e problemi del cazzo americani, mentre te che vivi in un Paese fuori dalla cerchia cittadina cerchi di capire se andare a drogarti pesante e finire male nella cittadina-dormitorio a 5Km da dove vivi o spostarti di una quindicina di chilometri e vedere come si sta nel capoluogo di Provincia – che non è altro che un paesone più grande. E, sinceramente, mentre cercavo di tirar fuori la testa dal paese e capire dove andare a finire, non mi interessava avere come sottofondo l’inutilità, volevo qualcosa che descrivesse la sensazione di malessere che mi pigliava a mettermi in centro al Paese in estate e non vedere nessuno per ore. E non era la solitudine bella della misantropia norvegese. 
Gli American Hi-Fi erano la soundtrack delle macchine dei diciottenni che si credevano i protagonisti di O.C. (si chiamava così?) o di altre serie TV inutili, solo che invece che guidare una Mustang fiammante del cazzo si muovevano con il Pandino che scoreggiava morte come neanche una portaerei. E allora che colonna sonora del cazzo è Flavor of the Weak? 
Fate un po’ i vostri conti. 
[Zeus]

Dave Matthews Band – Everyday (2001)

Con la Dave Matthews Band ho avuto un rapporto particolare, lo ammetto con candida sincerità. In un primo momento non li avevo cagati di striscio, forse per il miscuglio di sonorità che li contraddistingue; in un secondo tempo son rimasto completamente folgorato da Crash e per questo motivo ringrazio il buon The Crazy Jester. Il mio rapporto con la DMB, post-scoperta di Crash, è stato quello del tossicodipendente che ha trovato una nuova droga.
Adoro Crash, è un disco praticamente perfetto in ogni sua parte, mentre il resto della discografia non riesce a prendermi in pieno. E sì che Before These Crowded Streets è un signor disco. Però non ha avuto quell’impatto di Crash, che ci volete fare. 
Everyday è tutt’altra bestia e in termini di capacità di trasportarti in un mondo diverso, soffre terribilmente il confronto con i suoi predecessori. Sembra quasi un disco più serioso e cupo, anche se il minutaggio contenuto delle canzoni e il singolo d’apertura I Did it, potrebbero smentirmi. Il fatto è che l’appeal “radiofonico” dato da dei brani sotto i 5 minuti non è qualcosa che mi aspetto dalla DMB. Io mi voglio perdere dentro le canzoni e in Everyday non riesco a farlo. Anzi, in alcuni punti della scaletta arrivo addirittura ad annoiarmi un po’. 
Lo so, suona strambo detto da uno che continua a ribadire il concetto di minutaggio corto, ma è essenziale riuscire a distinguere in quale contesto poniamo questa affermazione. Ci sono band che necessitano, per natura e struttura, di un minutaggio cospicuo per trasmettere tutta la serie di emozioni; altre è meglio che rimangano brevi e concise. 
La Dave Matthews Band è una jam session band e così me la immagino e voglio sentire. Everyday invece è, anche secondo Carter Beauford, un prodotto della mente di Dave Matthews più che un lavoro collettivo. 
Questo particolare, sia chiaro, l’ho letto su Wikipedia giusto mezzo minuto prima di scrivere questa recensione e, ripensandoci bene, forse è proprio quello il motivo per cui Everyday non mi riesce a prendere bene. Che ne so. O forse sono rompicazzo di natura e vi dovete accontentare di questa mia recensione. 
[Zeus]

Roof Down – Devil’s Machine (2021)

Oggi vi offriamo un’anteprima arrivataci dalla GMR Music, che ci presenta il quarto album degli svedesi Roof Down. Se premete il tasto play e chiudete gli occhi, la band vi catapulterà indietro agli anni ’90 del rock alternativo, perché è proprio da lì che prende le proprie coordinate sonore e in particolare dall’area di Seattle. Tentativo rischioso muoversi tra quelle coordinate, passando da dove sono già transitati Soundgarden, Pearl Jam e Alice In Chains e cercando di portare quel sound al presente. 
Il paragone con i nomi sopra citati è inevitabile ascoltando gli undici brani contenuti nel disco, anche se non è intento dei Roof Down volersi ergere a livello dei mostri sacri o volerli emulare, ma solamente dichiarare la propria passione a quel periodo, a quella musica.
I dubbi di fronte al contenuto di questo album possono sorgere spontanei a questo punto, ma per fortuna le premesse sono buone. I Roof Down sparano quattro cartucce degne di nota, i primi quattro brani, che meritano l’attenzione degli appassionati del genere. Rimangono subito in mente il ritornello di Afraid e i riff che strizzano l’occhio allo stoner di Hopeful Wings. Peccato che poi il lavoro cominci a perdere incisività, risollevandosi con una semi ballad molto bella, The Fire, e tirando fuori qualcosa di interessante solamente nella conclusiva Save Me And You
Il resto si perde un po’, tra tenui richiami ai Pearl Jam in Slipped On A Stone e ai Soundgarden più melodici in Never. Devil’s Machine è un album che si guadagna sicuramente la sufficienza piena, perché di brani validi ce ne sono, ma la band dovrebbe puntare ad una maggiore personalità, anche perché quando vuole dimostra di saperlo fare. Se siete fan del rock alternativo, un ascolto è caldamente consigliato. 
[Lenny Verga]

Lo dice in qualche modo il titolo del disco: Rainbow – Difficult to Cure (1981)

Ci sono molte considerazioni da fare su Difficult to Cure dei Rainbow, molte delle quali giustificano l’uscita di questo LP e, ironicamente, sono anche la causa principale del suo male. Ritchie Blackmore è un chitarrista tanto talentuoso quanto testardo, visto che dopo aver dato alla luce due progetti musicali geniali su tre, i Blackmore’s Night li considero alla stregua del contentino alla moglie, si è riuscito a mettere il mondo rock contro con decisioni fra l’assurdo e il ridicolo.
Con i Deep Purple il rapporto è quantomeno bislacco, visto che Blackmore entra ed esce dalla band per motivi generici o ridicoli e poi, appena tentano la reunion definitiva, eccolo fare a gara a chi ce l’ha più lungo con Ian Gillan e mandare tutto a puttane. Con i Rainbow è membro fisso e unico leader, ma pian piano riesce a mandare in vacca la band visto che ha in mente l’obiettivo ben preciso di rendere la propria musica AOR.
E, nella sua visione distorta, questo obiettivo lo raggiunge, anche a costo di darsi la zappa sui piedi, sanguinare e continuare come se niente fosse. Vi giuro, non saprei come spiegare il fatto che sia riuscito a smembrare una band che fa uscire un disco come Ritchie Blackmore’s Rainbow e poi a mandare a rotoli anche quella che ha fatto uscire un capolavoro assoluto come Rising.
Ok lo scontro fra ego e mi va bene anche l’idea di un rock più generalista, ma se il risultato è quello di dover avere nel gruppo Graham Bonnet prima e poi Joe Lynn Turner alla voce, allora il cambio mi sembra poco vantaggioso. E, per onestà di ragionamento, Bonnet era ancora ok per il genere ormai temibile che i Rainbow stavano proponendo, mentre il secondo era così anonimo che son dovuto ritornare due volte a leggermi il nome per ricordarmelo. Per non parlare di ricordarsi quello che canta. 
Blackmore ha una visione e non c’era modo di fermarlo, visto che pur di raggiungere il sound di Difficult to Cure si è persino auto-imposto di peggiorare il suo riconoscibilissimo stile nel riff. Perché possiamo dire tutto sul Blackmore-personaggio, cosa che in fin dei conti conta un cazzo, ma quando si parla di musica allora zitti tutti e ascoltare. Il problema è che su Difficult to Cure Blackmore smette di suonare, se non la dimostrazione sulla title-track. Per raggiungere il sound AOR che ha in mente, i riff non devono essere memorabili e neanche belli, devono essere fondamentalmente anonimi e così anche le canzoni. Anche se penso che questo non fosse il suo piano A, visto che almeno le canzoni di Foreigner o Journey te le ricordi per quanto son smielate e/o melodiche allo stadio terminale. Difficult to Cure è la band che senti mentre sei al supermercato a comprare merda sottovuoto.
Una bestemmia se pensate a quanto uscito sotto il monicker Rainbow fra il 1975 e il 1978.
Difficult to Cure è la testimonianza sonora che il processo di rincoglionimento sonoro di Blackmore è ormai irreversibile e, per quanto si sforzerà di negarlo con una testardaggine tutta sua, lo porterà a produrre dischi sempre meno belli. 
Sembra una frase fatta, ma quanto c’è da sapere sulla malattia dei Rainbow è già descritto perfettamente nel titolo di questo LP. 
[Zeus]

Rush – Moving Pictures (1981)

Quando quel vecchio simpaticone del The Crazy Jester vedrà questa recensione, penserà che son uscito completamente di testa. Non sono mai stato un vero appassionato di progressive rock e posso contare sulle dita di una mano i gruppi progressive che conosco e ascoltato. Quindi perché vado a cacciare il culo nelle pedate con Moving Pictures dei Rush?
Perché non recensisco altro e me ne sto tranquillo, invece che parlare di cose che non so? Perché tanto lo faccio sempre, quindi mi sembra chiaro che tentare il grande passo e guardare questo LP con gli occhi di un quarantenne è diverso da quando ero all’Università. E, giusto per dirlo, mi sembra anche interessante guardare che dischi son usciti in quella famosa annata: 1981.  
Però i Rush sono una creatura a sé e non possono essere descritti come il classico gruppo prog rock fatto di vecchi scorreggioni che ti fanno crescere il mascarpone alle palle. No, i Rush riescono nell’intento di creare qualcosa di complesso e farlo sembrare come la naturale evoluzione del sound, non una forzatura o il puro e semplice esercizio masturbatorio dell’amante delle mille note. Il trio funziona come una macchina e se singolarmente producono patterns impressionanti, l’insieme è melodia e funzionalità alla forma canzone. 
E qua caschiamo con Moving Pictures. I Rush annusano di certo l’aria che li circonda e qualcosa degli eighties entra anche nella loro musica, ma viene rielaborata in modo tale da uscirne fuori bene e non qualcosa da guardare indietro imbarazzati, come quando tiri una brenza in ascensore ed esci di soppiatto e circospetto. 
Tutto questo per dire che a partire dal 1980 c’è una volontà precisa di concentrarsi sulla forma canzone, piuttosto che indulgere in elaboratissime suite prog. Certo, una canzone arriva a toccare i 10 minuti, ma all’interno di un disco che non supera i 40 minuti e comprende anche uno strumentale (YYZ). 
Vi ricordo, cari miei, che stiamo parlando ancora di prog rock, anche senza doversi iniettare dosi di ketamina nelle vene per reggere un doppio disco sfasciacazzo. La bravura dei Rush sta nel riuscire ad affiancare una composizione come The Camera Eye ad un brano perfetto nella sua essenzialità rock e nelle linee melodiche a presa sicura (Limelight) o ad un’apertura come Tom Sawyer
Non ascolto spesso i dischi dei Rush, lo ammetto candidamente, ma ho un piccolo feticcio per Different Stages e quando mi sento di luna buona, lo metto su anche per sentirmi uno o l’altro dei tre dischi che lo compongono; recuperare nel 2021 Moving Pictures è, però, operazione giusta. 
Prima o poi dovrò ricevere un whatsapp da quella vecchia corteccia del The Crazy Jester che mi dice: mi hai stupito. Stavolta ci ho tentato, con vent’anni di ritardo e con una sporta di cenere sul capo, ma l’ho fatto. 
Non chiedetemi di andare a vedere concerti prog, perché la mia risposta sarà sempre “ma anche no“, ma mi mangio ancora le palle per non essere andato a vedere i Rush live. Che palle è la povertà. 
[Zeus]

Droghe e psichedelia. Screaming Trees – Uncle Anesthesia (1991)

Nel 1991 gli Screaming Trees erano chiamati a fare il grande salto, quello che li avrebbe portati dall’underground al mainstream. Un po’ di rumore intorno al loro nome c’era, Buzz Factory era un buon disco di garage rock psichedelico e già nel 1989 si respirava quell’aria da “grande rivoluzione grunge”: i Nirvana avevano appena fatto uscire il loro esordio Bleach e i Soundgarden erano già al terzo disco. Nel 1991 il grunge sarebbe esploso tipo granata nelle case di milioni di persone e avrebbe portato con sé introiti incredibili per chi fosse stato tanto fortunato da sfruttarlo a dovere. 
Allora perché non sentiamo parlare degli Screaming Trees alla stregua di Nirvana, Pearl Jam o Soundgarden – detto anche della riverenza che Kurt Cobain provava per Mark Lanegan?
La realtà è che gli Screaming Trees erano in anticipo sui tempi e lo erano, per loro, in senso negativo. Nel gennaio 1991 erano sì sotto Epic, ma Nevermind non era ancora uscito e così anche Ten. Precursore? No, non era quello il caso. Gli Screaming Trees si confrontavano anche con un secondo elemento di handicap nella scalata alla popolarità e cioè suonare un genere che, all’epoca, era ancora negletto da tutti e non alla moda, evento che sarebbe arrivato invece intorno al 2000. 
Usciti prima dell’onda lunga del grunge, con un genere fuori tempo massimo, i fratelli Conner & Co. non si potevano certo aspettare qualcosa di eccezionale come risultato. Certo, qualche minimo soldo in banca lo riuscirono a mettere col successivo Sweet Oblivion, ma neanche in quel caso fu un vero successo visto che rimasero sempre un gruppo underground conosciuto da quattro gatti. 
E poi la stessa band era una mina pronta ad esplodere, con continue discussioni e una tossicodipendenza fuori controllo da parte dello stesso Lanegan. In altre parole, erano una band rischiosa, che non avrà mai il riconoscimento che si merita, visto che la carriera solista del singer avrà più successo che i dischi come band. 
A trent’anni di distanza, Uncle Anesthesia suona paradossalmente molto fresco, forse proprio perché era fuori tempo quando è uscito e, con il passare degli anni, è rimasto incastonato in una sorta di limbo. Il mini-singolo c’è, Bed of Roses, ma è in generale tutto il disco che contiene quella sorta di morbida psichedelia che ti aspetti dalla band americana. I ritmi non sono mai elevati, le melodie ci sono e così anche i chorus che fanno molto anni ’60 (Story of Her Fate). Se dovessi ragionarci sopra a freddo, senza l’aspetto emotivo che mi porta a valutare in maniera positiva tutti i dischi degli Screaming Trees dal 1988 in avanti, questo Uncle Anesthesia lo pongo un filino sotto a Buzz Factory (dove ci sono una serie di ottimi pezzi e un feeling vagamente più grezzo) e Sweet Oblivion (che ha dentro ottime melodie e, in generale, il songwriting è più maturo e focalizzato). 
Però, cazzo, si sente il lavoro di Terry Date dietro la console: gli Screaming Trees non hanno mai suonato e mai suoneranno così cazzuti. Ruspanti lo erano e puliti lo diventeranno, ma il bilanciamento fra suono pulito ma comunque con quel pizzico di attitudine da non farlo smosciare, questa è una prerogativa proprio di Uncle Anesthesia
[Zeus]