Non servono battute, ci pensano già i Megadeth a intitolare il disco alla perfezione: Risk (1999)

A farlo passare in radio, questo disco non susciterebbe nessun tremore nei polsi dei veri rocker di Virgin Radio. Risk è un disco hard rock, privo di qualsiasi profondità metal e, seppur registrato e prodotto in maniera egregia, fondamentalmente innocuo. Il problema di tutto il disco è che c’è scritto sopra il nome Megadeth, perché LP così slavati te li aspetti da altre band, non da quelli che hanno prodotto Peace Sells… o Rust in Peace
Quindi ti fa un po’ strano sentire che Dave Mustaine fa qualcosa che svetterebbe in metà dei dischi dei Bon Jovi (Wanderlust) e che non meriterebbe di restare su un disco pre-1994. Non brutta, ma decisamente più vicina a qualcosa fatto dai Metallica di Load/ReLoad, solo più efficace della marea di porcherie contenute in quei due dischi. Ma non vorrei concentrarmi su questa canzone, visto che dentro Risk c’è di tutto e di più per assicurarsi il lancio di porchi e madonne da parte dei fan più accaniti. 
Se troviamo canzoni tutto sommato di buona qualità (Prince Of DarknessI’ll Be There For You), ci sono anche porcherie come EcstasySeven o la doppietta finale. Canzoni fatte apposta per mettere il culo nelle pedate, che volete farci? A volte anche i migliori amano pulirsi il culo con le ortiche. 
L’ironia della sorte è che è proprio il folletto maligno Lars Ulrich ad aver suggerito a MegaDave di alleggerire la proposta musicale. E che fa il rossocrinito born-again? Lo ascolta. Porcalaputtana, lo ascolta! 
E lo ascolta talmente bene che sputtana brani hard rock decenti (Insomnia Breadline) farcendoli di cose inutili e ridondanti. E mentre senti The Doctor Is Calling, capisci che l’infusione di melodia e sentori pop ha raggiunto uno status terminale, non brutto in senso assoluto, ma porcocazzo non bello per gli standard dei Megadeth
Lascio perdere tutti gli apprezzamenti per le registrazioni, pensate proprio per la radio decerebrata, e ripeto il concetto: fosse uscito come progetto diverso dai Megadeth, avrebbe una sua validità come disco hard rock semplice ed innocuo; come parte della discografia di uno dei Big4, lo senti grattare le unghie sulla lavagna e no, quell’odore che senti non sono i dollari, l’eroina a pacchi, l’alcool o la crema al cocco delle spogliarelliste da quattro soldi. L’odore è quello del fallimento, il punto di svolta verso un futuro non più così roseo. I Megadeth ci sono arrivati con qualche anno di ritardo rispetto ai Metallica, ma una volta contagiati è difficile tirarsi via quel virus infettivo, anche se ritorni a suonare thrash. 
[Zeus]

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Lynyrd Skynyrd – Edge Of Forever (1999)

Scrivo questa recensione nell’anno in cui i Lynyrd Skynyrd annunciano il loro ritiro dalle scene. Probabilmente per sfinimento, visto che la sfiga ha avuto un accanimento particolare su questa combriccola americana e, alla fine, devono aver pensato “ok, hai vinto tu, ci ritiriamo! Adesso basta però“. Se lo meritano di uscire di scena da grandi, anche se sono anni che non producono niente di veramente interessante (ok, gli ultimi due dischi in studio sono buoni, ma stiamo parlando di prodotti che i “vecchi” Skynyrd non si sarebbe mai sognati di buttar fuori). Se lo meritano, perché ultimamente l’unica cosa veramente eccitante, e morbosa, è l’attività da “vecchio dimmerda” di guardare le notizie musicali e sperare di non incrociare lo sguardo sul necrologio di uno dei Lynyrd Skynyrd.
Ironia della sorta, fino al 1977 la Nera Signora aveva giocato al gatto e al topo con la band, utilizzando “elementi esterni” (il famigerato aereo) per mettere fine ad una delle band più incendiarie degli anni ’70. Solo dopo il 1990 è intervenuta di persona falciando i membri originali della band con il suo arsenale migliore: malattie, overdosi e tutto quello che una vita di eccessi, e di sfiga si porta dietro.
La Triste Mietitrice ci ha tentato anche con gli unici due Skynyrd originali rimasti, Rossington e Rickey Medlocke – primo batterista della band -, ma si vede che pur avendo una predilezione per questi americani, deve avere un cuore gentile e ci ha lasciato in piedi, barcollanti, almeno due memorie storiche del tempo che fu.
Sono proprio gli anni ’90 a forgiare il nuovo sound dei Lynyrd Skynyrd. Il tempo passa e le mode incominciano ad intaccare il sano approccio boogie rock, torrenziale e ruvidissimo (tanto da concepire Freebird e fare il culo agli Who), trasformando la band americana in una Big Band che suona un hard rock innocuo, condito da chitarroni enormi e pochissima efficacia nel songwriting. Se poi aggiungiamo anche l’inspienza dei testi, rivolti ad una retorica di stampo conservatore (e fin qua, ok, sono sudisti ed è nel DNA), osserviamo che la band appiatisce di molto sia il lato musicale che quello testuale, banalizzando il tutto.
Non si può sempre parlare di scazzottate e bevute, ma diventare l’organo di propaganda di Fox News forse è troppo.
Considerazioni politiche a parte, Edge Of Forever riflette in toto la nuova era della band americana. Dentro al disco troviamo quindi i chitarroni grossi, puliti e scintillanti nel mixing, le backing vocals femminili (comunque già introdotte in pianta stabile da Street Survivor), le tastiere honky tonk di Billy Powell e, ovviamente, a svettare su tutto c’è la voce di Johnny Van Zant: simile a quella di suo fratello Ronnie, ma a cui manca la ruvidezza e il vissuto del fratello maggiore.
Per non scontentare nessuno, soprattutto le radio, le canzoni hanno la durata standard (4/5 minuti) e i brani migliori vengono messi tutti nella prima parte dell’LP: ecco quindi Workin’, Full Moon Night e Preacher Man (ci aggiungerei anche Mean Streets), piacevoli hard rock con spazzolata di spirito sudista sopra.
Ovviamente non mi posso aspettare i “vecchi Skynyrd”, ma nel 1999 quello che si sente è qualcosa di strano: la band sembra essere il fratello mutato in cui convivono brevissimi geni del DNA Lynyrd Skynyrd, una parte di .38 Special (band del fratello Donnie Van Zant) e poi l’occhio a non essere troppo “fuori moda” rispetto alla seconda/terza ondata di southern rock commerciale. Questo mix non produce niente di eterno, ma nella prima parte c’è sicuramente un buon impatto melodico e di groove.
Da qua in avanti gli Skynyrd diventano discontinui e quando non cercano il “revival” (la ballata Tomorrow’s Goodbye è una mezza copia di All I Can Do Is Write About It) assestano troppi episodi deludenti (ad es. l’hard rock slavato di Through It All o Money Back Guarantee).
Il problema di Edge Of Forever è il songwriting che, per quanto bene li si voglia, non gira appieno. Questo perché i responsabili, chi ha le chiavi della vettura, non sono proprio dei campioni e non hanno mai scritto niente di realmente eccitante: i Blackfoot di Medlocke hanno fatto sì e no una vera hit, mentre gli Outlaw di Thomasson erano una mezza copia già all’epoca.
Su Johnny e Rossington il discorso è diverso: se Johnny deve portarsi appresso un peso enorme (senza avere la qualità eccelsa di Ronnie), il secondo, pur talentuoso e capace di scrivere hit incredibili, già nel periodo di massimo splendore della band era in seconda posizione dietro al vulcanico Allen Collins e, in Street Survivors, anche al nuovo entrato Steve Gaines.
Al problema del songwriting, si aggiunge anche una seconda considerazione: dal 1991 in avanti, i Lynyrd Skynyrd non sono riusciti a tenersi una line up fissa neanche a volerlo. Questo comporta che quello che rimane della band sono dei volonterosi gregari, le impennate d’orgoglio di Gary Rossington (via via sempre più monumento di sé stesso e della band stessa) e l’incredibile somiglianza di Johnny a suo fratello. 
Troppo poco per essere i veri Lynyrd Skynyrd. Troppo poco per spostare Edge of Forever dalla seconda metà classifica della produzione discografica dei ragazzi di Jacksonville.
[Zeus]

Anathema – Judgement (1999)

Se cerchiamo nel 1998 l’annata del gothic rock/metal, il 1999 potrebbe essere l’annata del cambio di direzione e della sperimentazione. Probabilmente sentono molti gruppi sentono il Millennium Bug e si prendono male, che ne so io!
Gli Anathema, dopo aver fatto uscire l’ispirato Alternative 4, si separano da Duncan Patterson e virano verso una forma rock ancora più accentuata. 
Il peso della composizione e delle lyrics cade in gran parte sui fratelli Cavanagh, ma anche John Douglas aggiunge molto del suo. Lo spostamento è logico, il tocco di Patterson non è replicabile (ma questo vale per qualsiasi penna), quindi i “nuovi” Anathema iniziano con Judgement del 1999. 
Come l’album precedente, anche questo Judgement era fuori dal mio radar musicale da tantissimo tempo, quindi risentirlo è come approcciare un disco (quasi) nuovo. Il quasi lo aggiungo perché quando parte One Last Goodbye ti vengono in mente molte cose, molti ricordi di un tempo che fu. Sarà che il mood della canzone è malinconico, da addio senza rancore, ma il brano ti fa star bene mettendoti comunque KO. 
Forse è per questo che non lo sento così spesso, non ho mai troppa voglia di svegliarmi dal quotidiano per essere rispedito al tappeto da un brano che mi cambia umore alla giornata.
Ad aggiungere elementi di novità, ci si mette anche la prima partecipazione vocale di Lee Douglas. Questo innesto è un segnale di un cambiamento importante, visto che spinge il gruppo su un territorio più rock (dato anche dal songwriting ormai indirizzo verso questo genere) e fornendo delle tonalità emotive diverse alle canzoni (me cojoni che frasi importanti… e banalissime, vabbeh tenetevela e state zitti).
Questo spostamento nelle coordinate musicali si nota anche per la diminuzione dell’apporto metallico – ridotto ormai a piccoli rigurgiti e, nella maggior parte del tempo, è più una forma mentale che un approccio stilistico.
Messo alle strette e dovendo decidere del mio futuro in un’unica risposta, io preferisco Alternative 4 a questo Judgement… ma non è un giudizio negativo su questo LP, è solo una questione di ricordi e gusti che si intrecciano mentre ascolto i due dischi.
Se vogliamo dirla tutta, questo album inizia una seconda tranche di vita per la band inglese e, questo momento, proseguirà fino al 2003 (circa), momento in cui Cavanagh&Co. prenderanno il vizio di standardizzare la propria formula musicale. Non posso certo dirmi un esperto del periodo “moderno” della band, ma da quello che ho sentito su YouTube, la proposta musicale degli inglesi non è di mio gradimento.
Alternative 4 e Judgement vi permettono di dividervi nel giudizio: meglio prima o meglio dopo? Meglio quando sguazavano nel doom/death e le naturali evoluzioni o questa creatura più rock e malinconica? 
Potete scegliere perché questo LP del 1999 vi da questa possibilità: è un confine naturale fra il prima e il dopo.
[Zeus]

Carlos Santana – Supernatural (1999)

Vogliamo dirlo senza peli sulla lingua, senza farci prendere dalla cacarella proprio adesso? Negli anni 90, Santana non se lo cagava più nessuno. Sicuramente un maestro riverito della chitarra, un compositore capace di scrivere dischi eccellenti (sapete tutti di quali sto parlando, forza non fate i cazzoni) ma arrivato nei ninties in debito d’ossigeno – situazione non proprio strana, visto che anche i Black Sabbath avevano approcciato gli anni ’90 con le gambe molli
Il chitarrista messicano sbanda, non riesce a tirar fuori contratti decenti e, come conseguenza logica, viene mollato dalle case discografiche che lo vedono come un dinosauro. Cosa volete farci, era in un’epoca giovane: il grunge stava mettendo a soqquadro tutto il movimento rock, il metal imperversava ed entrava nello stesso tempo in crisi e nascevano nuovi generi.
Che ruolo poteva avere un chitarrista cinquantenne che aveva più cose in comune con gli strafatti di Woodstock che non il mondo moderno? Secondo il mercato discografico, nessuno. Infatti lo lasciano marcire ai margini, almeno finchè Santana non incontra di nuovo Clive Davis (fondatore della Arista, etichetta che aveva già fatto uscire i dischi dei Santana ad inizio carriera). Giurando su tutto quello che aveva di più caro e toccandosi ripetutamente i coglioni, Santana spergiura che il nuovo corso della band non sarà rivolto al pubblico di sballati e/o reduci dagli anni ’60, ma che riuscirà a mettersi in contatto con quello che si respirava in quel momento nel mercato. 
Il risultato è Supernatural, un disco che lo porta al primo posto di ogni classifica. Prodotto in maniera eccellente, Supernatural è capace di mischiare una miriade di generi, dal blues, al rock mainstream (Smooth), dal latin rock a tutto il settore rhytm&blues, rap/hiphop (si senta la collaborazione con Laurin Hill, anche lei in pieno momento d’oro con il disco The Miseducation of Laurin Hill) e molti altri. Quello che fa da trademark è la chitarra di Santana che, come poche sei corde al mondo, è riconoscibile grazie al timbro inconfondibile – se vogliamo trovare un’altro esempio lampante possiamo ricercarlo in David Gilmour o Mark Knopfler -.
Ovvio che il buon Carlos non inventa niente, ma riesce nel miracoloso risultato di arrivare al risultato voluto accorciando le canzoni, dando una vaghissima patina easy listening e piazzandosi come nuovo guru del latin rock – materia che era già ampiamente sua, ma che molti si erano dimenticati nel periodo del “chicazzosenefregadiSantana“. 
La serie di collaborazioni è ampia ed è praticamente un mega-disco formato dal chitarrista che, di volta in volta, si circonda dei musicisti più consoni al formato finale della canzone. L’approccio è molto simile alle canzoni tirate fuori dal cilindro dei produttori hip hop/rap, ma qua la qualità è molto alta e oltre la già citata Laurin Hill troviamo Dave Matthews (in Love of my life), Eagles Eye Cherry ed anche Eric Clapton, che divide il centro palco con Santana in The Calling.
Rob Thomas (Smooth) ed Everlast (Put your lights on) cantano due delle canzoni che più giravano sui canali musicali dell’epoca e i The Product G&B si piazzano dietro al microfono per la gettonatissima Maria Maria – vera hit per le piste da ballo latine-americane, posti dove cerchi di rimorchiare delle tardone quando il mondo ti gira male e neanche l’alcool e la droga funzionano come dovrebbero-.
Come potete capire, Supernatural rimette Carlos Santana nel centro del mirino e ritorna sulla bocca di tutti e quindi ecco anche i contratti grossi e, ovviamente, un nuovo disco di collaborazioni (Shaman, che non ha lo stesso effetto sorpresa del precedente). 
Il fatto è che Supernatural, pur essendo un progetto collaborativo e in cui il featuring è quello dello stesso Santana (leggetevi il numero di produttori, scrittori, songwriter etc per ciascun brano), è un disco che funziona alla grande. Non amo ampie dosi di latin rock, ma il tocco è quello del vecchio leone e la capacità del team che ha formato di strutturare canzoni intelligenti ma dal piglio abbastanza pop, è un punto a favore di Carlos. Le hit, che ancora mi piacciono, sono quelle meno latin e più rock oriented, ma questo non cambia di una virgola che, nel 1999, il chitarrista messicano tira fuori il cazzo e fa vedere ancora una volta, se c’era realmente bisogno, che quando ci si mette tira fuori dischi della madonna. 
Non sarà il vostro genere, non lo ascolterete più di una volta ogni morte di Papa se va bene, ma un ascolto a Supernaturl va dato. Anche solo per poter dire, il disco è bello, fatto bene, prodotto da dio ma non è la mia cup of tea
[Zeus]

Red Hot Chili Peppers – Californication (1999)

Californication dei Red Hot Chili Peppers, in qualche modo, alle memorie di giri verso la Germania. Come ho già detto diverse volte, molti ricordi si riconnettono alla terra tedesca, quindi non mi stupisco poi più di tanto che anche questo LP sia connesso in qualche modo alla terra del Wuerstel e della Birra.
Non è la prima volta che il gruppo californiano appare su queste pagine, anche se, ahimè, adesso me ne vergogno perchè nel 1999 suonano sempre meno funk e più una versione sgasata del sound “classico”.
Praticamente è il primo passaggio dal “calzino sull’uccello” alla mutandona…
Cosa può fare una band priva di chitarrista, insoddisfatta del suo recente passato (One Hot Minute non è mai accettato dalla band) e con una crisi di mezza età che avanza come un rinoceronte? Quello che fanno tutti, giocano sui sicuro e quindi tirano su da un canale di scolo pieno di piscio, merda e bacilli dell’ebola un Frusciante disperato, dopo essersi sputtanato tutti i soldi in coca, eroina e spero per lui anche qualche mignotta, eliminano tutto quello che di realmente figo c’era nel loro sound (il sesso, il funk, la sguaiatezza etc) e si fanno venire la Sindrome Da Cantiere e abbassano il livello watt su “pop-mellow“.
Annusata la seconda vita, non molleranno più la presa su questo tragitto da By The Way in poi. 
Se vogliamo essere sinceri, Californication non dovrebbe piacerti e lo sai. Non ha niente della scarica d’adrenalina che aveva Blood Sugar Sex Magik e non ha neanche quell’edge particolare che aveva One Hot Minute. Californication è il disco di persone che, arrivate quasi ai 40 anni d’età, decidono di “crescere” e rivolgersi al pubblico generale degli ascoltatori delle radio, dei supermercati e capaci di emozionarsi con canzoni che, un tempo, non sarebbero entrate nella tracklist finale. Quindi ecco le ovvie melodie Beatles-iane e l’incremento del mood riflessivo.
Anche le canzoni che iniziano più funky, come Get On Top, non hanno il carattere di quelle presenti su B.S.S.M – sono la versione analcolica. Non hanno i muscoli, preferiscono passare in sordina e tirar fuori melodie (Otherside e Scar Tissue), la malinconia (Californication) o canzoni come Porcelain o Road Trippin’ (con dentro addirittura un Chamberlain organ). 
Pur reso quasi innocuo, il funk di Flea si sente e, insieme alla batteria di Smith, riesce a fornire il 90% del groove del disco. Frusciante (che è un senzatetto alcolizzato) dirada i suoi interventi, diventando un clone di The Edge degli U2 (band insopportabile) e Kiedis tenta di cantare, ma non è, e non sarà mai, un cantante dotato. 
Messo a nudo il Re, diciamo anche quello che va detto: in Californication ci sono un sacco di canzoni talmente orecchiabili e catchy da essere la preda perfetta per la radio. Non serve neanche pensarci un secondo, hanno le sonorità giuste per i programmi “rock”/alternativi. Funzionano perchè, dentro, hanno un minimo di tiro che li fa restare a galla, che li tiene su un “dignitoso” mare AOR… elemento che perderanno con il disco successivo, traducendosi in pezzi lagnosi e senza sugo.
Altro “problema” è la poca uniformità nella composizione della tracklist. Californication contiene tanti singoli, quanti filler e brani sotto media; provate a valutare la scaletta da Emit Remmus in avanti e capite di cosa sto parlando. I RHCP si giocano le carte migliori all’inizio e poi buttano dentro di tutto e fanno arrivare il disco a 15 canzoni (decisamente troppe!).
Pur con tutti i dubbi sollevati e con le sopracciglia che si alzano stupite, Californication, rispetto a quanto ci faranno ingoiare dopo, è ancora un buon disco. Le melodie ci sono e hanno “nerbo”, funzionando per il grande pubblico che vogliono raggiungere.
Da qua in avanti, però, i RHCP si tramuteranno in qualcosa che non sono più riuscito a capire e che ho smesso addirittura di seguire. 
[Zeus]

Quando è troppo: Blink 182 – Enema of the State (1999)

Che ascolti di merda che c’erano nella mia classe, cazzo. Dopo i Lit, che ho già avuto il dispiacere di recensire qualche mese fa, ecco che mi tocca vedere anche i Blink 182. Pensavo di essermeli tolti dal cazzo definitivamente, loro e tutto il merdoso contorno che mi tocca riportare a galla. Quindi ecco la recensione di Enema of the State, che vorrei ricordare solo per la copertina con la pornostar Janine Lindemulder.

Janine Lindemulder – giusto per acchiappare qualche click gratis

Il resto della popolarità l’hanno ottenuta grazie a canzoni power-pop, pop-punk o come cazzo volete chiamarle, di nome What’s My Age Again?, Adam’s Song e la strasentita All The Small Thing. Questo è quello che ci si ricorda della band, perché tanto il disco ha la stessa componente iper-allegrotta, da sunny California e calzini bianchi lanciati fino a metà polpaccio e cappelli da baseball con visiere storte. 
Questa è musica birichina, non saprei trovare un termine più consono di questo. Non c’è niente che riesca a salvare brani così lisci, all’acqua di rose, orecchiabili ovvio ma derivativi e tutti, tutti, uguali. 
Se ascolti i Blink 182 o un’altra band dell’epoca, probabilmente non avresti capito se stava cantando una o l’altra. Tanto la vocetta è quella, le ritmiche sono circa le stesse e i passaggi sono standardizzati. Rendetevi conto che, rispetto a questa marmaglia, i Green Day se ne escono vincitori a mani basse e risultano essere “dei grandi vecchi”. Vedete un po’ voi. 
Cazzo, mi rendo conto che l’unica forma di punk-rock che riesco ad ascoltare è quello proposto dai Social Distortion. Mike Ness&Co. sono gli unici papabili per il mio palato, il resto mi risulta piacevole come mettere lo scroto nell’acqua ghiacciata e poi martellarmelo. 
Forse, e dico forse, queste recensioni non dovrei neanche farle visto che sono dischi che, con TMI, non hanno un cazzo di nulla a che fare… ma nel 1999 sono uscite anche queste cose, quindi mi sembra corretto farvi capire che il mondo, in quegli anni, stava attraversando un periodo di forma abbastanza scarso.
Bisogna tenere duro, ragazzi miei: cazzo duro e avanti tutta. 
La smetto qua, non so cos’altro dire su Enema of the State. Non ho idee geniali e niente di che: questo è un LP da adolescenti e che va ascoltato quando siete tali. Passato l’anno, vi sarà indigesto e schifoso. Anche se, con buona probabilità, vi faceva cagare anche prima. 
Ah, logico, All The Small Things la canticchio a volte… l’ho sentita così tante volte in macchina dei miei ex compagni di classe o su Music Box che, porcocazzo, ormai non me la tolgo dalla testa. 
Che vita difficile. 
[Zeus]

Blackmore’s Night – Under A Violet Moon (1999)

Quanto può essere difficile recensire un album quando suscita sentimenti così contrastanti!
La voglia sarebbe quella di massacrarlo ma non si può fare perché, in fin dei conti, non se lo merita per niente. La sensazione che mi da questo disco è la stessa di quando si va in un determinato ristorante perché si ha voglia di mangiare una cosa in particolare per poi scoprire che quel piatto è finito e bisogna accontentarsi di altro. Per quanto questo “altro” possa essere buono, non soddisferà mai la voglia che si aveva. Questo è esattamente quello che mi successe ascoltando per la prima volta Under A Violet Moon vent’anni fa, seppur consapevole fin da subito che si trattasse di album di musica medioevale. 

Ci troviamo di fronte a ben sedici pezzi suonati da sua maestà Ritchie Blackmore e cantati dalla moglie Candice Night che, a onor del vero, ha una voce meravigliosa. Il disco è molto piacevole da ascoltare tra pezzi originali, rivisitazioni, traditionals e ballate ma, parere mio, questa musica trova la sua dimensione ideale suonata dal vivo in contesti appropriati, come fiere e festival, in cornici suggestive all’interno di castelli o manieri, mentre su disco, a lungo andare, può risultare noiosa e un po’ piatta, per quanto ben prodotta. 

Ma veniamo al punto della situazione: è questo ciò che vogliamo sentire suonato da Ritchie Blackmore? La mia risposta è… assolutamente no! Ci sono delle bellissime canzoni qui dentro (e anche alcune che ci fanno scendere un po’ i cosiddetti, ad essere sinceri) ma il problema è che quando Ritchie schitarra come lui sa fare, ad esempio nella title track, in “Spanish Nights” o “Self Portrait” (cover dei Rainbow), quando addirittura tira fuori la chitarra elettrica in “Gone with the Wind”, non si può fare a meno di alzare la testa ed esclamare un “puttanatroia!”, perché ci arrivano gli echi di quello che vorremmo veramente sentire suonato da lui.

Ormai sono quasi venticinque anni che Blackmore porta avanti questo progetto, con circa una ventina di pubblicazioni tra album, live e raccolte e non dubito che ne vada orgoglioso, che gli abbia dato la possibilità di esplorare nuovi territori musicali e di fare contenta la moglie, ma noi forse ci siamo rotti un pochino le palle.
Ritchie, la chitarra elettrica! La chitarra elettrica!
Sta prendendo polvere!
[Lenny Verga]

La perfezione di Blackmore. Rainbow – Rising (1976 / 1999)

Mentre il mondo del metal stava soffocando in una paradossale asfissia-autoerotica, l’operazione commerciale “remastering” andava a pescare nel grande lago dell’hard rock di classe e tirava fuori dal cassetto Rainbow Rising e lo faceva ascoltare a chi, i Rainbow, non li aveva mai conosciuti.
Sbagliando perché imbe(ci)lle, ma tant’è… la vita non sempre è buona e gentile.
Rainbow Rising è l’espressione più riuscita del sound di Blackmore, quella in cui il chitarrista inglese riesce, con perizia e tenacia, a tirar fuori un sound granitico e nello stesso tempo accessibile e “fantasy”.
Come sapete già (o avete avuto modo di leggere nella recensione di Ritchie Blackmore’s Rainbow) su questo LP del 1976 sono rimasti solo il corvino chitarrista e Ronnie James Dio, l’unico musicista ex-Elf ad essere sopravvissuto alle purghe Blackmore-iane. Al posto dell’allegra combriccola ritrovatasi nel giro di un anno con la prospettiva concreta di servire panini al fast-food, l’estroso-e-fastidioso chitarrista inglese recluta Jimmy Bain al basso (poi nei DIO), l’esperto batterista Cozy Powell (poi nei Black Sabbath, fra gli altri) e Tony Carey alle tastiere  (poi boh!?).
Ovviamente anche questa formazione non sopravviverà, visto che Ritchie cambia più musicisti che io mutande, ma nel momento di splendore i cinque dei Rainbow tirano fuori una perla hard rock difficilmente replicabile e per diversi, validi, motivi.
Prima di tutto perché non c’è più una formazione capace di fare un disco di questo tipo. Diversi, migliori/peggiori, o chissà cosa… ma un Rising non lo rifanno. In secondo luogo, perché non è più abitudine fare LP di sei tracce senza neanche mezzo fill o puttanata: questi sono 33:35 minuti di puro godimento sonoro dall’iniziale Tarot Woman (sentitevi la tastiera iniziale che poi fa partire il riff, poi la voce etc) fino a raggiungere gli otto minuti cadauna di Stargazer e A Light In The Black.
Queste sono sei canzoni da portarsi sull’isola deserta e tenere strette, metterle nella bottiglietta di vetro e buttarla a mare… affinché qualcuno la prenda e, come un prolifico Rocco Siffredi, ingravidi la mente della gente con musica decente invece che la merda fumante che ti rifilano i programmi televisivi odierni.

Ma c’è poco da stupirsi di questo momento di forma ed eccellenza: il 1976 è l’anno in cui, fra una Dancing Queen degli ABBA e If You Leave Me Now dei Chigago, uscivano cose come The Boys Are Back in Town o (Don’t Fear) The Reaper, quindi il grande cammello del karma ha fatto il suo dovere. Ok, esce anche Techical Ecstasy dei Black Sabbath (uno dei dischi che meno apprezzo dei quattro ragazzacci di Birmingham) ma comunque questo LP da la polvere a certi escrementi mutogeni che escono ora.
Lo so, nell’altra recensione ho detto che quello è il mio disco preferito per imprinting, ma come hard rock, in Rising, c’è di che leccarsi i baffi. Non credo ci possa essere forma di vita senziente capace di screditare un LP di questo tipo, forse forse qualche imbecille che ascolta la Trap o che finisce per credere alle teorie più insulse come la terra piatta. Solo gente con poca sensibilità, che non conosce la storia e che ha un bidone della spazzatura al posto del cuore non ha sentito questo disco e non lo apprezza.
Non posso pensare che un essere senziente e capace di ragionamenti decenti non possa essere trascinato dalla cadenza Run with the Wolf o che non si senta bene sentendo il riffing di Do You Close Your Eyes o di Starstruck – forse una delle canzoni che, con il suo andamento, richiama di più il successivo Long Live Rock’n’Roll. E, vi giuro, le cito a caso. 
[Zeus]

 

From Padua to Hell: i Porcupine Tree di Stupid Dream (1999)

Come sapete benissimo, io non sono un grande fan del progressive. Non lo reggo, a meno che non incominciamo a parlare dei Rush – l’unico gruppo che avrei voluto vedere dal vivo, nonostante le lunghissime suite.
Se ve lo stavate chiedendo (!), ecco il motivo per cui non sarò certo io a recensire il nuovo dei Dream Theater et similia. Nonostante questa mia ritrosia, nel 2009 sono partito in macchina con un amico d’Università (nonché musicista, attualmente impegnato nei preparativi del prossimo LP) e un amico in comune per vedere i Porcupine Tree dal vivo. Il concerto è stato godibile, ovverosia mi è piaciuto, mentre il viaggio è stato fra il travagliato e l’eroico a causa di due fattori concomitanti: a) veniva giù acqua a palate dal cielo e salivano bestemmie a badilate dalla macchina; b) il suddetto amico musicista era completamente disfatto dall’influenza e dalla febbre e quindi, per tutto il tragitto, è riuscito a ripetere in maniera molto Rat Man-iana la seguente parola: Padua.
Quindi non posso certo ricordare questo termine con emoticon o altre cose ggiovani, visto che dopo la decima ripetizione, la voglia di prendere macchina, amico e compagnia cantante e dirigerci verso un muro era alto.
Ovviamente non l’ho fatto, ma il binomio “Porcupine Tree – Padua” è saldo nella mia mente come poche cose a questo mondo.
All’epoca, Steve Wilson&Co. stavano viaggiano sull’onda di un riconoscimento generale dato da mille collaborazioni (più o meno nell’ambito metal) e da una serie di dischi (fra tutti In Absentia), che li aveva trasportati in alto nelle classifiche e nei gradimenti della chiunque. Ovviamente non potevamo sapere che il disco del 2009 sarebbe stato l’ultimo e che poi, pian piano, Steve Wilson avrebbe decretato morte e distruzione della sua creatura e tanti saluti al secchio.
Quello che invece sapevamo è che Stupid Dream del 1999 era un LP di passaggio. Nel senso vero del termine: questo disco era un punto di collegamento, coadiuvato dal successivo Lighbulb Sun (del 2000), fra l’iniziale periodo psichedelico/strumentale, più accessibile e “quasi pop” e quello successivo, dove i Porcupine Tree avrebbero appesantito sì il sound ma avrebbero messo in cantiere una virata prog che non ha mai incontrato al 100% i miei gusti.
Stupid Dream, invece, suona più fresco e accessibile. Meno snob, attitudine di cui Steven Wilson si è ammantato senza troppa difficoltà diventando  pedante, e più godibile. Ecco che questo termine ritorna. Non penso di riuscire a dare un giudizio migliore su questa band, bravissimi di sicuro, ma non riuscirò mai ad appassionarmene in maniera totale.
Questione di chiusura mentale (come direbbe il mio buon socio dell’Università) o di gusti musicali differenti, i Porcupine Tree sono una band che può essere il trampolino per i neofiti del prog, come un gruppo da tenere in serbo per i momenti in cui i vari King Crimson, Gentle Giant etc. sono decisamente troppo complessi e cerebrali.
Vedete un po’ voi a che punto siete, ma intanto sentitevi Even Less che, parere mio, è realmente bella.

Ah, logico: PADUA.

[Zeus]

John Garcia And The Band Of Gold – s/t (2019)

Questo concetto lo avrò modo di ribadire anche nella recensione che uscirà degli Unida: l’andamento discografico di John Garcia è un’altalena fra progetti interessanti (Unida, Kyuss, Slo Burn…) e quelli meno intriganti (Hermano…). Se sui secondi non mi sono mai soffermato più di tanto, sui primi ho speso, e spenderò, parole importanti. Il fatto è che Garcia, sempre attivissimo, è incostante e quando non ha la visione d’insieme tende a buttarsi in progetti vagamente loffi o di mestiere – dove cerca, ma non sempre riesce, di salvare capra e cavoli con la sua voce. 
Il problema è che, in certe situazioni e con il passare delle primavere su questo porco mondo, anche la voce di Mr. Garcia incomincia a risentire del tempo che passa e quindi, quando anche la base musicale non va al massimo, tutto si sgonfia come un soufflè.
Con questa sua nuova uscita solista, accompagnato dalla fantomatica Band Of Gold – la “band del dopolavoro” (cit. Skan), un po’ come Phil Anselmo con gli Illegals -, ritorna a galla e ci fornisce una prova più che dignitosa.
E, vi dirò, la prima cosa che ho pensato sentendo Space Vato è stato “se anche solo la metà del disco ha questa botta, allora siamo a posto“.
Dopo numerosi ascolti posso tranquillamente dire che non ce l’ha, perché la title-track strumentale ha un tiro spazial-desertico che le altre tracce faticano a tenere, ma fortunatamente tutte si assestano su un livello più che dignitoso se non, in alcuni casi, addirittura buono. 
Dignitoso perché la Band Of Gold riesce a tenere bene la straripante presenza di Garcia, fornendo un groove a mani basse (Jim’s Whiskers) o variando copione e sparando i Led Zeppelin del 1980 nella ionosfera (Softer Side).
Lo stato di salute della band si sente proprio dalle prime canzoni del disco, quelle che andranno a settare il registro di questo LP: sentitevi in successione Chicken Delight, Kentucky II My Everything e capite cosa intendo. 
Dentro il CD ci sono le note giuste, quelle che ci piacciono, e si ha il sentore della strada che scorre sotto le ruote, che è una dei primi feeling che voglio ricevere da un disco con dentro Garcia. Se vogliamo è solo nella seconda metà che c’è un po’ di manierismo in più, anche se questa sensazione dura per un pugno di canzoni e non inficia la qualità generale. 
Sul finale, oltre alla “zeppeliniana” Softer Side si potrebbe menzionare Cheyletiella, che ha un vago retrogusto del John Garcia anni ’90 (quindi qualche sentore di Kyuss e Slo Burn) e va a formare una doppietta conclusiva di buon livello. 
Io sono convinto che Garcia sia riuscito a trovare, nella Band of Gold, lo sparring partner giusto. La band sostiene il singer in maniera adeguata (le primavere si fanno sentire anche per lui e quindi manca di alcuni spunti) e riesce a tirar fuori del groove desertico misto ad atmosfere spaziali che convince.
Cosa chiedere di più al buon John? Per me niente, anche perché John Garcia and the Band of Gold è un LP onesto e godibile. Che a quasi 50 anni sia riuscito a capire fin dove spingersi e quanto osare?
[Zeus]