Red Hot Chili Peppers – Californication (1999)

Californication dei Red Hot Chili Peppers, in qualche modo, alle memorie di giri verso la Germania. Come ho già detto diverse volte, molti ricordi si riconnettono alla terra tedesca, quindi non mi stupisco poi più di tanto che anche questo LP sia connesso in qualche modo alla terra del Wuerstel e della Birra.
Non è la prima volta che il gruppo californiano appare su queste pagine, anche se, ahimè, adesso me ne vergogno perchè nel 1999 suonano sempre meno funk e più una versione sgasata del sound “classico”.
Praticamente è il primo passaggio dal “calzino sull’uccello” alla mutandona…
Cosa può fare una band priva di chitarrista, insoddisfatta del suo recente passato (One Hot Minute non è mai accettato dalla band) e con una crisi di mezza età che avanza come un rinoceronte? Quello che fanno tutti, giocano sui sicuro e quindi tirano su da un canale di scolo pieno di piscio, merda e bacilli dell’ebola un Frusciante disperato, dopo essersi sputtanato tutti i soldi in coca, eroina e spero per lui anche qualche mignotta, eliminano tutto quello che di realmente figo c’era nel loro sound (il sesso, il funk, la sguaiatezza etc) e si fanno venire la Sindrome Da Cantiere e abbassano il livello watt su “pop-mellow“.
Annusata la seconda vita, non molleranno più la presa su questo tragitto da By The Way in poi. 
Se vogliamo essere sinceri, Californication non dovrebbe piacerti e lo sai. Non ha niente della scarica d’adrenalina che aveva Blood Sugar Sex Magik e non ha neanche quell’edge particolare che aveva One Hot Minute. Californication è il disco di persone che, arrivate quasi ai 40 anni d’età, decidono di “crescere” e rivolgersi al pubblico generale degli ascoltatori delle radio, dei supermercati e capaci di emozionarsi con canzoni che, un tempo, non sarebbero entrate nella tracklist finale. Quindi ecco le ovvie melodie Beatles-iane e l’incremento del mood riflessivo.
Anche le canzoni che iniziano più funky, come Get On Top, non hanno il carattere di quelle presenti su B.S.S.M – sono la versione analcolica. Non hanno i muscoli, preferiscono passare in sordina e tirar fuori melodie (Otherside e Scar Tissue), la malinconia (Californication) o canzoni come Porcelain o Road Trippin’ (con dentro addirittura un Chamberlain organ). 
Pur reso quasi innocuo, il funk di Flea si sente e, insieme alla batteria di Smith, riesce a fornire il 90% del groove del disco. Frusciante (che è un senzatetto alcolizzato) dirada i suoi interventi, diventando un clone di The Edge degli U2 (band insopportabile) e Kiedis tenta di cantare, ma non è, e non sarà mai, un cantante dotato. 
Messo a nudo il Re, diciamo anche quello che va detto: in Californication ci sono un sacco di canzoni talmente orecchiabili e catchy da essere la preda perfetta per la radio. Non serve neanche pensarci un secondo, hanno le sonorità giuste per i programmi “rock”/alternativi. Funzionano perchè, dentro, hanno un minimo di tiro che li fa restare a galla, che li tiene su un “dignitoso” mare AOR… elemento che perderanno con il disco successivo, traducendosi in pezzi lagnosi e senza sugo.
Altro “problema” è la poca uniformità nella composizione della tracklist. Californication contiene tanti singoli, quanti filler e brani sotto media; provate a valutare la scaletta da Emit Remmus in avanti e capite di cosa sto parlando. I RHCP si giocano le carte migliori all’inizio e poi buttano dentro di tutto e fanno arrivare il disco a 15 canzoni (decisamente troppe!).
Pur con tutti i dubbi sollevati e con le sopracciglia che si alzano stupite, Californication, rispetto a quanto ci faranno ingoiare dopo, è ancora un buon disco. Le melodie ci sono e hanno “nerbo”, funzionando per il grande pubblico che vogliono raggiungere.
Da qua in avanti, però, i RHCP si tramuteranno in qualcosa che non sono più riuscito a capire e che ho smesso addirittura di seguire. 
[Zeus]

Quando è troppo: Blink 182 – Enema of the State (1999)

Che ascolti di merda che c’erano nella mia classe, cazzo. Dopo i Lit, che ho già avuto il dispiacere di recensire qualche mese fa, ecco che mi tocca vedere anche i Blink 182. Pensavo di essermeli tolti dal cazzo definitivamente, loro e tutto il merdoso contorno che mi tocca riportare a galla. Quindi ecco la recensione di Enema of the State, che vorrei ricordare solo per la copertina con la pornostar Janine Lindemulder.

Janine Lindemulder – giusto per acchiappare qualche click gratis

Il resto della popolarità l’hanno ottenuta grazie a canzoni power-pop, pop-punk o come cazzo volete chiamarle, di nome What’s My Age Again?, Adam’s Song e la strasentita All The Small Thing. Questo è quello che ci si ricorda della band, perché tanto il disco ha la stessa componente iper-allegrotta, da sunny California e calzini bianchi lanciati fino a metà polpaccio e cappelli da baseball con visiere storte. 
Questa è musica birichina, non saprei trovare un termine più consono di questo. Non c’è niente che riesca a salvare brani così lisci, all’acqua di rose, orecchiabili ovvio ma derivativi e tutti, tutti, uguali. 
Se ascolti i Blink 182 o un’altra band dell’epoca, probabilmente non avresti capito se stava cantando una o l’altra. Tanto la vocetta è quella, le ritmiche sono circa le stesse e i passaggi sono standardizzati. Rendetevi conto che, rispetto a questa marmaglia, i Green Day se ne escono vincitori a mani basse e risultano essere “dei grandi vecchi”. Vedete un po’ voi. 
Cazzo, mi rendo conto che l’unica forma di punk-rock che riesco ad ascoltare è quello proposto dai Social Distortion. Mike Ness&Co. sono gli unici papabili per il mio palato, il resto mi risulta piacevole come mettere lo scroto nell’acqua ghiacciata e poi martellarmelo. 
Forse, e dico forse, queste recensioni non dovrei neanche farle visto che sono dischi che, con TMI, non hanno un cazzo di nulla a che fare… ma nel 1999 sono uscite anche queste cose, quindi mi sembra corretto farvi capire che il mondo, in quegli anni, stava attraversando un periodo di forma abbastanza scarso.
Bisogna tenere duro, ragazzi miei: cazzo duro e avanti tutta. 
La smetto qua, non so cos’altro dire su Enema of the State. Non ho idee geniali e niente di che: questo è un LP da adolescenti e che va ascoltato quando siete tali. Passato l’anno, vi sarà indigesto e schifoso. Anche se, con buona probabilità, vi faceva cagare anche prima. 
Ah, logico, All The Small Things la canticchio a volte… l’ho sentita così tante volte in macchina dei miei ex compagni di classe o su Music Box che, porcocazzo, ormai non me la tolgo dalla testa. 
Che vita difficile. 
[Zeus]

Blackmore’s Night – Under A Violet Moon (1999)

Quanto può essere difficile recensire un album quando suscita sentimenti così contrastanti!
La voglia sarebbe quella di massacrarlo ma non si può fare perché, in fin dei conti, non se lo merita per niente. La sensazione che mi da questo disco è la stessa di quando si va in un determinato ristorante perché si ha voglia di mangiare una cosa in particolare per poi scoprire che quel piatto è finito e bisogna accontentarsi di altro. Per quanto questo “altro” possa essere buono, non soddisferà mai la voglia che si aveva. Questo è esattamente quello che mi successe ascoltando per la prima volta Under A Violet Moon vent’anni fa, seppur consapevole fin da subito che si trattasse di album di musica medioevale. 

Ci troviamo di fronte a ben sedici pezzi suonati da sua maestà Ritchie Blackmore e cantati dalla moglie Candice Night che, a onor del vero, ha una voce meravigliosa. Il disco è molto piacevole da ascoltare tra pezzi originali, rivisitazioni, traditionals e ballate ma, parere mio, questa musica trova la sua dimensione ideale suonata dal vivo in contesti appropriati, come fiere e festival, in cornici suggestive all’interno di castelli o manieri, mentre su disco, a lungo andare, può risultare noiosa e un po’ piatta, per quanto ben prodotta. 

Ma veniamo al punto della situazione: è questo ciò che vogliamo sentire suonato da Ritchie Blackmore? La mia risposta è… assolutamente no! Ci sono delle bellissime canzoni qui dentro (e anche alcune che ci fanno scendere un po’ i cosiddetti, ad essere sinceri) ma il problema è che quando Ritchie schitarra come lui sa fare, ad esempio nella title track, in “Spanish Nights” o “Self Portrait” (cover dei Rainbow), quando addirittura tira fuori la chitarra elettrica in “Gone with the Wind”, non si può fare a meno di alzare la testa ed esclamare un “puttanatroia!”, perché ci arrivano gli echi di quello che vorremmo veramente sentire suonato da lui.

Ormai sono quasi venticinque anni che Blackmore porta avanti questo progetto, con circa una ventina di pubblicazioni tra album, live e raccolte e non dubito che ne vada orgoglioso, che gli abbia dato la possibilità di esplorare nuovi territori musicali e di fare contenta la moglie, ma noi forse ci siamo rotti un pochino le palle.
Ritchie, la chitarra elettrica! La chitarra elettrica!
Sta prendendo polvere!
[Lenny Verga]

La perfezione di Blackmore. Rainbow – Rising (1976 / 1999)

Mentre il mondo del metal stava soffocando in una paradossale asfissia-autoerotica, l’operazione commerciale “remastering” andava a pescare nel grande lago dell’hard rock di classe e tirava fuori dal cassetto Rainbow Rising e lo faceva ascoltare a chi, i Rainbow, non li aveva mai conosciuti.
Sbagliando perché imbe(ci)lle, ma tant’è… la vita non sempre è buona e gentile.
Rainbow Rising è l’espressione più riuscita del sound di Blackmore, quella in cui il chitarrista inglese riesce, con perizia e tenacia, a tirar fuori un sound granitico e nello stesso tempo accessibile e “fantasy”.
Come sapete già (o avete avuto modo di leggere nella recensione di Ritchie Blackmore’s Rainbow) su questo LP del 1976 sono rimasti solo il corvino chitarrista e Ronnie James Dio, l’unico musicista ex-Elf ad essere sopravvissuto alle purghe Blackmore-iane. Al posto dell’allegra combriccola ritrovatasi nel giro di un anno con la prospettiva concreta di servire panini al fast-food, l’estroso-e-fastidioso chitarrista inglese recluta Jimmy Bain al basso (poi nei DIO), l’esperto batterista Cozy Powell (poi nei Black Sabbath, fra gli altri) e Tony Carey alle tastiere  (poi boh!?).
Ovviamente anche questa formazione non sopravviverà, visto che Ritchie cambia più musicisti che io mutande, ma nel momento di splendore i cinque dei Rainbow tirano fuori una perla hard rock difficilmente replicabile e per diversi, validi, motivi.
Prima di tutto perché non c’è più una formazione capace di fare un disco di questo tipo. Diversi, migliori/peggiori, o chissà cosa… ma un Rising non lo rifanno. In secondo luogo, perché non è più abitudine fare LP di sei tracce senza neanche mezzo fill o puttanata: questi sono 33:35 minuti di puro godimento sonoro dall’iniziale Tarot Woman (sentitevi la tastiera iniziale che poi fa partire il riff, poi la voce etc) fino a raggiungere gli otto minuti cadauna di Stargazer e A Light In The Black.
Queste sono sei canzoni da portarsi sull’isola deserta e tenere strette, metterle nella bottiglietta di vetro e buttarla a mare… affinché qualcuno la prenda e, come un prolifico Rocco Siffredi, ingravidi la mente della gente con musica decente invece che la merda fumante che ti rifilano i programmi televisivi odierni.

Ma c’è poco da stupirsi di questo momento di forma ed eccellenza: il 1976 è l’anno in cui, fra una Dancing Queen degli ABBA e If You Leave Me Now dei Chigago, uscivano cose come The Boys Are Back in Town o (Don’t Fear) The Reaper, quindi il grande cammello del karma ha fatto il suo dovere. Ok, esce anche Techical Ecstasy dei Black Sabbath (uno dei dischi che meno apprezzo dei quattro ragazzacci di Birmingham) ma comunque questo LP da la polvere a certi escrementi mutogeni che escono ora.
Lo so, nell’altra recensione ho detto che quello è il mio disco preferito per imprinting, ma come hard rock, in Rising, c’è di che leccarsi i baffi. Non credo ci possa essere forma di vita senziente capace di screditare un LP di questo tipo, forse forse qualche imbecille che ascolta la Trap o che finisce per credere alle teorie più insulse come la terra piatta. Solo gente con poca sensibilità, che non conosce la storia e che ha un bidone della spazzatura al posto del cuore non ha sentito questo disco e non lo apprezza.
Non posso pensare che un essere senziente e capace di ragionamenti decenti non possa essere trascinato dalla cadenza Run with the Wolf o che non si senta bene sentendo il riffing di Do You Close Your Eyes o di Starstruck – forse una delle canzoni che, con il suo andamento, richiama di più il successivo Long Live Rock’n’Roll. E, vi giuro, le cito a caso. 
[Zeus]

 

From Padua to Hell: i Porcupine Tree di Stupid Dream (1999)

Come sapete benissimo, io non sono un grande fan del progressive. Non lo reggo, a meno che non incominciamo a parlare dei Rush – l’unico gruppo che avrei voluto vedere dal vivo, nonostante le lunghissime suite.
Se ve lo stavate chiedendo (!), ecco il motivo per cui non sarò certo io a recensire il nuovo dei Dream Theater et similia. Nonostante questa mia ritrosia, nel 2009 sono partito in macchina con un amico d’Università (nonché musicista, attualmente impegnato nei preparativi del prossimo LP) e un amico in comune per vedere i Porcupine Tree dal vivo. Il concerto è stato godibile, ovverosia mi è piaciuto, mentre il viaggio è stato fra il travagliato e l’eroico a causa di due fattori concomitanti: a) veniva giù acqua a palate dal cielo e salivano bestemmie a badilate dalla macchina; b) il suddetto amico musicista era completamente disfatto dall’influenza e dalla febbre e quindi, per tutto il tragitto, è riuscito a ripetere in maniera molto Rat Man-iana la seguente parola: Padua.
Quindi non posso certo ricordare questo termine con emoticon o altre cose ggiovani, visto che dopo la decima ripetizione, la voglia di prendere macchina, amico e compagnia cantante e dirigerci verso un muro era alto.
Ovviamente non l’ho fatto, ma il binomio “Porcupine Tree – Padua” è saldo nella mia mente come poche cose a questo mondo.
All’epoca, Steve Wilson&Co. stavano viaggiano sull’onda di un riconoscimento generale dato da mille collaborazioni (più o meno nell’ambito metal) e da una serie di dischi (fra tutti In Absentia), che li aveva trasportati in alto nelle classifiche e nei gradimenti della chiunque. Ovviamente non potevamo sapere che il disco del 2009 sarebbe stato l’ultimo e che poi, pian piano, Steve Wilson avrebbe decretato morte e distruzione della sua creatura e tanti saluti al secchio.
Quello che invece sapevamo è che Stupid Dream del 1999 era un LP di passaggio. Nel senso vero del termine: questo disco era un punto di collegamento, coadiuvato dal successivo Lighbulb Sun (del 2000), fra l’iniziale periodo psichedelico/strumentale, più accessibile e “quasi pop” e quello successivo, dove i Porcupine Tree avrebbero appesantito sì il sound ma avrebbero messo in cantiere una virata prog che non ha mai incontrato al 100% i miei gusti.
Stupid Dream, invece, suona più fresco e accessibile. Meno snob, attitudine di cui Steven Wilson si è ammantato senza troppa difficoltà diventando  pedante, e più godibile. Ecco che questo termine ritorna. Non penso di riuscire a dare un giudizio migliore su questa band, bravissimi di sicuro, ma non riuscirò mai ad appassionarmene in maniera totale.
Questione di chiusura mentale (come direbbe il mio buon socio dell’Università) o di gusti musicali differenti, i Porcupine Tree sono una band che può essere il trampolino per i neofiti del prog, come un gruppo da tenere in serbo per i momenti in cui i vari King Crimson, Gentle Giant etc. sono decisamente troppo complessi e cerebrali.
Vedete un po’ voi a che punto siete, ma intanto sentitevi Even Less che, parere mio, è realmente bella.

Ah, logico: PADUA.

[Zeus]

John Garcia And The Band Of Gold – s/t (2019)

Questo concetto lo avrò modo di ribadire anche nella recensione che uscirà degli Unida: l’andamento discografico di John Garcia è un’altalena fra progetti interessanti (Unida, Kyuss, Slo Burn…) e quelli meno intriganti (Hermano…). Se sui secondi non mi sono mai soffermato più di tanto, sui primi ho speso, e spenderò, parole importanti. Il fatto è che Garcia, sempre attivissimo, è incostante e quando non ha la visione d’insieme tende a buttarsi in progetti vagamente loffi o di mestiere – dove cerca, ma non sempre riesce, di salvare capra e cavoli con la sua voce. 
Il problema è che, in certe situazioni e con il passare delle primavere su questo porco mondo, anche la voce di Mr. Garcia incomincia a risentire del tempo che passa e quindi, quando anche la base musicale non va al massimo, tutto si sgonfia come un soufflè.
Con questa sua nuova uscita solista, accompagnato dalla fantomatica Band Of Gold – la “band del dopolavoro” (cit. Skan), un po’ come Phil Anselmo con gli Illegals -, ritorna a galla e ci fornisce una prova più che dignitosa.
E, vi dirò, la prima cosa che ho pensato sentendo Space Vato è stato “se anche solo la metà del disco ha questa botta, allora siamo a posto“.
Dopo numerosi ascolti posso tranquillamente dire che non ce l’ha, perché la title-track strumentale ha un tiro spazial-desertico che le altre tracce faticano a tenere, ma fortunatamente tutte si assestano su un livello più che dignitoso se non, in alcuni casi, addirittura buono. 
Dignitoso perché la Band Of Gold riesce a tenere bene la straripante presenza di Garcia, fornendo un groove a mani basse (Jim’s Whiskers) o variando copione e sparando i Led Zeppelin del 1980 nella ionosfera (Softer Side).
Lo stato di salute della band si sente proprio dalle prime canzoni del disco, quelle che andranno a settare il registro di questo LP: sentitevi in successione Chicken Delight, Kentucky II My Everything e capite cosa intendo. 
Dentro il CD ci sono le note giuste, quelle che ci piacciono, e si ha il sentore della strada che scorre sotto le ruote, che è una dei primi feeling che voglio ricevere da un disco con dentro Garcia. Se vogliamo è solo nella seconda metà che c’è un po’ di manierismo in più, anche se questa sensazione dura per un pugno di canzoni e non inficia la qualità generale. 
Sul finale, oltre alla “zeppeliniana” Softer Side si potrebbe menzionare Cheyletiella, che ha un vago retrogusto del John Garcia anni ’90 (quindi qualche sentore di Kyuss e Slo Burn) e va a formare una doppietta conclusiva di buon livello. 
Io sono convinto che Garcia sia riuscito a trovare, nella Band of Gold, lo sparring partner giusto. La band sostiene il singer in maniera adeguata (le primavere si fanno sentire anche per lui e quindi manca di alcuni spunti) e riesce a tirar fuori del groove desertico misto ad atmosfere spaziali che convince.
Cosa chiedere di più al buon John? Per me niente, anche perché John Garcia and the Band of Gold è un LP onesto e godibile. Che a quasi 50 anni sia riuscito a capire fin dove spingersi e quanto osare?
[Zeus]

Linkin Park – Hybrid Theory EP (1999)

Se bisogna trovare un termometro della crisi del metal sulla finire del 1999, basta guardare all’ascesa di gruppi come i Linkin Park e tutto il “fenomeno” nu metal. Ovvio, i precursori del genere, quelli che hanno mischiato estetiche hip hop/rap al metal erano già emersi, ad esempio i Korn, ma il processo di diluizione della ferocia del metal per rincorrere un trend come quello del nu metal e del passaggio in radio ha trovato combustibile proprio a partire dalla fine degli anni ’90. I grandi vecchi sono in crisi, spesso alle prese con una crisi di coscienza data dall’arrivo dei quarant’anni, di guadagni enormi o solo a causa dei colpi forniti dall’ormai defunto movimento grunge o dalle droghe, quindi le nuove leve hanno incominciato a farsi largo occupando settori ancora scoperti della contaminazione e/o delle possibilità radiofoniche. Il metal smette di essere pericoloso e incomincia a lasciare spazio ad un’apprezzamento più generale, ad essere usufruito fuori dal ghetto di giubbotti in pelle, catene e cristi invertiti. 
Il pubblico generalista, quello che ascolta i Linkin Park, è anche quello che spazia sull’AOR, sul rap o su altre proposte alternative che il mercato sta riversando, come un cazzo di ubriaco che sbocca, sugli ascoltatori. 
Quindi ecco i pattern elettronici, le ritmiche rap di Shinoda e le vocals “torturate” di Chester Bennington e un impianto musicale che definirlo metal è realmente fare un salto enorme. Per me, questo, non è metal, non è niente di assimilabile al metal e, sinceramente, anche poco avvicinabile al rock. Non rientreranno mai nei miei ascolti e continuo a preferire una canzone come Lethe dei Dark Tranquillity rispetto ad una In The End (non presente su questo EP, ma sul CD che uscirà un anno dopo). Lethe ha tutta un’altra portata emotiva. Lo so, sticazzi, ma c’è da sottolineare la cosa per far capire a chi arriva adesso al metallo che cosa significa venire investiti da un’ansia esistenziale mentre si ascolta una canzone. 
Non so cosa dire, questo genere di EP non è proprio il mio pane e secondo me non avrebbe mai dovuto essere associato al metal in nessun caso. Ma l’industria americana, pur di vendere, ti farebbe passare per oro anche la merda più puzzolente. 
Quindi ecco un po’ di merda catalogata come rock. Vi farà piacere sapere che grazie al supporto ricevuto e a quelle melodie zuccherose e i passaggi “iper-emotivi”, questa band ha avuto la possibilità di registrare anche un seguito e poi di continuare. 
Complimenti, veramente. Prendetevi le vostre responsabilità e non fate come alle elezioni che poi tutti dicono “io non l’ho votato” e il tizio al governo ha la maggioranza dei voti. 
Non fate gli stronzi e prendetevi delle responsabilità. 
[Zeus]

Ritchie Blackmore’s Rainbow – Rainbow (1975 / 1999)

Colgo l’occasione per parlare di questo disco dei Rainbow, visto che nell’aprile del 1999 la Polydor ha fatto uscire una versione rimasterizzata del primo disco della formazione di Ritchie Blackmore. I primi anni della formazione, che vedeva due “teste calde” come Blackmore e Dio insieme, sono eccellenti. Poi arriva il 1978, Dio se ne va nei Black Sabbath e Blackmore incomincia il suo peregrinare testardo verso un sound più radiofonico possibile – cosa che lui ha ammesso senza nessun pudore. Io, quel sound e quella seconda incarnazione della band (quella dal 1979 al 1995 – anche se è ritornata attiva in versione live, probabilmente con lo scopo di pagare il nero-lucido per i capelli del chitarrista e gli hobby cavallereschi della moglie), non l’ho mai apprezzato… ma questo Rainbow, dell’allora Ritchie Blackmore’s Rainbow, l’ho amato subito.
Perché se arrivi a sentirlo con in testa i Deep Purple lo shock è grosso, il sound della nuova creatura di Blackmore è diverso, ma il trademark è solo uno: l’abilità del chitarrista nel creare riff memorabili in un batter d’occhio. 
Piace perché i brani ti rimangono in mente, ma senza il tentativo cervellotico di trovare quello “radio-friendly”.
Le otto canzoni, più lo strumentale Still I’m Sad (cover dei The Yardbirds), sono grandi. Punto. Talmente grandi che, per riuscire a definirle in studio, Blackmore non vuole solo Ronnie James Dio, ma tutti gli Elf a suonarci sopra. Secondo la mente del dittatoriale chitarrista, sono loro la chiave per rendere al meglio quel mix di hard rock, fantasy, atmosfera medievale, strumentali bluesy etc che forma il sound dei Rainbow nel 1975.
E per loro, dispiace dirlo, è principalmente Ronnie James Dio (che ha una voce eccellente ed espressiva, ma come songwriter è fottutamente noioso con la sua fissa per il fantasy – dovevo dirlo prima o poi…), anche se sono gli Elf ha reggere il peso della canzone sulle loro spalle musicali e consentono al “dinamico duo” Blackmore-Dio di tirar fuori il 100%.
Dinamico duo che non vedrà in questo disco la sublimazione perfetta del sound Rainbow, ma nel successivo Rising – disco su cui gli Elf non mettono mano, visto che Blackmore li licenzia senza neanche versare una lacrima. 

Ho un rapporto affettivo molto alto con questo LP. Probabilmente è l’effetto “imprinting”, ma è qua dentro che io ho trovato la definizione di un certo tipo di sound “fantasy” e, questo, mi ha portato a usarlo come confronto quando ho dovuto approcciare la materia del power metal. So che non c’entra un cazzo, ma proprio un cazzo di niente (né come sound, né come ideologia di fondo), ma se devo trovare un disco che, in 36 minuti, mi trascini in un paesaggio magico e fantastico, allora è proprio Ritchie Blackmore’s Rainbow la mia scelta principale. Il metro di paragone con cui valuterò molti dei dischi successivi. Sbagliando, sia chiaro, ma sticazzi. 

E no, porca di quella troia, non faccio un track-by-track di un LP uscito nel 1975. Se non lo conoscete, allora tanto vale che ve lo ascoltiate tutto, se lo conoscete, che senso ha, se non annoiarmi a morte? E io di sicuro non ho voglia di sbattermi a scrivere su ogni singola traccia. Andate su altri blog che vi raccontano ogni singola scorra e fatevi le pippe su quelli. 
Tanto son bravissimi.
Fanculo. 

[Zeus]

Reunion di classe senza sugo. Silverchair – Neon Ballroom (1999)

Fra le disgrazie più grandi in assoluto, c’è quella della riunione di classe. Evento che viene promosso da un manipolo di sadici, disagiati, ex-compagni di classe che, credendosi i simpa della cumpa, decidono di rimettere insieme tutte le bestie che componevano la classe delle superiori/medie a 10/20 anni o passa dal provvidenziale suono del gong.
Queste iniziative, ho avuto modo di notare, sono accolte con un entusiasmo malsano: gridolini dalle ragazze, qualche commento “vecchio stile” dai ragazzi e, almeno nel caso specifico dell’invito che hanno fatto a me, un sanissimo vaffanculo.
Perché l’entusiasmo da pugile suonato con cui gli ex-compagni di classe si buttano in queste situazioni sociali è preoccupante e, per me, incomprensibile. Come fai a farti piacere queste cose? Cosa c’è di divertente?
Lo sanno tutti che in questi contesti sociali sono due i risultati possibili:
a) la misura di chi ha il cazzo più lungo;
b) il ricordarsi i mille aneddoti passati;
Entrambe le possibilità sono così terrificanti che mi caverei gli occhi piuttosto che parteciparvi (nota per il me futuro: nel caso mi trovassi in mezzo a questa situazione incresciosa, la probabilità è che mi sono rincoglionito di brutto bevendo trielina o che ormai sono ad un passo dal cappio al collo – quindi potrei anche scusarmi).
Rendetevi conto che cosa deprimente incominciare a raccontarsi gli achievement, fare “a gara” a chi è diventato il più masterchef dei superprofessioniti fra gli ex-compagni di classe. Non me ne è sbattuto niente fino ad oggi, tanto che i “grandi traguardi” che vengono postati su Facebook li accolgo con un “chitteseincula”. O simile. Ma non perché odio profondamente i miei ex compagni, no. Non me ne sbatte un cazzo di quello che è successo 20 anni fa. Giuro. Zero, nix, nada. E, visto che non mi è mai arrivato un solo messaggio riportante “come va?” nel corso degli ultimi due decenni (la cosa è reciproca), sospetto che sia la stessa cosa anche da parte loro, solo che la curiosità è una brutta bestia.
Gli aneddoti passati, invece, sono la prima via per l’alcolismo. E l’ira. Fastidiosi all’inverosimile quando erano in auge alle medie/superiori, figuriamoci vent’anni dopo. Mi trituravano le palle all’epoca, adesso che mi sono lasciato alle spalle scuola e compagnia cantante, figurati se accetto queste cose. L’atteggiamento misantropo e “cazzo vuoi” che contraddistingue alcune mie attività sociali fanno a pugni con il revival costante di quello che è stato detto. Dopo un po’ mi cascano i coglioni, e restare tutto il tempo a fare l’ucinetto allo scroto per sostenere le testicolanza cadente non è un passatempo che ho voglia di perseguire. Ci sono hobby migliori: ad esempio sfondarsi di pippe davanti a YouPorn, bere Korea, andare nelle peggiori discoteche popolate da relitti sociali a fine serata e cose così.
Ma ridire le stesse battute come un disco rotto, puttana eva, no.
Il fatto è che poi sti disgraziati ci tentano sempre, cercano con testardaggine di fare la pizzata di classe (con tanti emoticon e cose sgargianti ad accompagnare il tutto) e ancora ricevono da me il classico: “oh, mi dispiace (!!!!!), non ci sono (!?)”.
Stronzo? No.
Si chiama sopravvivenza. La lotta a chi vedrà domani e chi merita di rimanere incastrato sulla fine degli anni ’90 e continuare a sognare quello. Fanculo. Perché c’è un tempo massimo per tutto e, scaduto quello, mi sorge la lacrima.
Anche il grunge ha avuto quell’epoca ad inizio 1990. L’ha avuta, la vissuta e poi, come è giusto che sia, è finita al ritmo del caricatore del fucile di Cobain. Tutto quello che ne è uscito fuori dopo, dalle prime ondate post-1994 a quelle uscite fuori tempo massimo, è solo patetico e vagamente senza senso. Il vagamente è per addolcire la pillola, nel caso aveste dei ricordi preziosi legati a Neon Ballroom dei Silverchair. Ascoltatevelo e capirete che è l’esatta riproduzione, in musica, delle “pizzate di classe” con vent’anni di ritardo. Tutto suona artefatto, senza passione, senza sugo e, in poche parole, fastidioso oltre ogni limite possibile. Perché i Silverchair non dicono niente di vero, stanno solo simulando qualsiasi emozione ed è peggio che risentire la stessa barzelletta, brutta e scontata, per la millesima volta.
Neon Ballroom è musica inutile per ascolti inutili. Quindi la perfetta colonna sonora di quella “pizzata/riunione” di classe che, per me, mai si farà.
P.s: se l’hanno fatta senza chiamarmi, il Grande Capro ha finalmente ascoltato la mia preghiera e mi ha reso invisibile per certi scoccianti eventi – o, nella versione più pragmatica, mi hanno finalmente levato dalla rubrica quando si tratta di queste pizzate (così come avevano già fatto per le altre cazzo di cose).
[Zeus]

Ascolti improbabili: Lit – A Place in the Sun (1999)

Non ho mai provato molto amore per questa band, i californiani Lit, ma in classe alle superiori andavano alla grande (insieme a loro anche altri gruppi che, oggi, reggo per sì e no una canzone). A Place in the Sun era uscito ad inizio 1999, precisamente in febbraio, quindi nei mesi precedenti l’esame di quinta superiore. Capite anche voi che qualsiasi stronzata venisse cagata dal mondo musicale in quel momento andava bene, tanto la prospettiva del futuro era il grande cambiamento
Me li ricordo sparati nel lettore della macchina (per chi aveva già fatto la patente), quindi erano una solfa incredibile che poi verrà prolungata per almeno un altro anno. Sapete come sono le superiori quando finiscono: il gruppo che si è formato rimane insieme e si continua a vivere di ricordi. 
Capite perché uno diventa alcolista? 
I Lit erano sempre su, sempre a girare con queste cazzo di canzoni in formato power-pop o pop-punk all’acqua di rose. 
Diciamocelo, questi Lit sono la colonna sonora perfetta per le serie televisive adolescenziali in cui il livello cerebrale dei protagonisti è di meno dieci e ci sono i drammoni amorosi/di vita e altre cazzate che, nella vita di tutti i giorni, non incroci neanche a cercarli. 
Quindi la musica che deve accompagnare questi “falsi drammi” deve essere altrettanto innocua, altrettanto blanda da non toccarti nel profondo. Sentitevi le prime quattro canzoni (dove i Lit hanno sicuramente sparato al massimo) e poi ecco il brano da “ricordiamoci tutti che bello era” (!?) come Miserable. Power-pop senza pretese, tenete conto che sul genere sono usciti dischi decisamente migliori, o addirittura il comeback delle Hole del 1998 è meglio
Poi ovvio, per darsi il tono da “alternativi”, ecco che riprendono a fare un po’ di punkettone in No Big Thing, un pezzo che non ti ricordi dopo 5 minuti che l’hai finito di sentire. Con Zip-Lock hanno un terzo singolo e, come potete immaginare, è di nuovo quel power-pop/punk che poi sentirete in tutte le salse negli anni successivi con band praticamente identiche fra di loro. 
Vi giuro, l’ho ascoltato anche troppe volte questo LP. Troppe volte e, rispetto a molti dischi della mia vita, l’unico ricordo che ci associo è la noia e un vago ribrezzo. So che dovrebbe farmi andare a quei ricordi felici da “filmone alla American Pie”, in cui mi vengono in mente le risate e la combriccola del 1999, ma il massimo che mi esce è un rutto al sapore di birra. 
E, a pensarci benissimo, la birra è solo il sapore superficiale… il vomito è il secondo cliente della lista.
Se volete recuperare questo disco, ve lo dico francamente, sono cazzi vostri. 
[Zeus]