Ritchie Blackmore’s Rainbow – Rainbow (1975 / 1999)

Colgo l’occasione per parlare di questo disco dei Rainbow, visto che nell’aprile del 1999 la Polydor ha fatto uscire una versione rimasterizzata del primo disco della formazione di Ritchie Blackmore. I primi anni della formazione, che vedeva due “teste calde” come Blackmore e Dio insieme, sono eccellenti. Poi arriva il 1978, Dio se ne va nei Black Sabbath e Blackmore incomincia il suo peregrinare testardo verso un sound più radiofonico possibile – cosa che lui ha ammesso senza nessun pudore. Io, quel sound e quella seconda incarnazione della band (quella dal 1979 al 1995 – anche se è ritornata attiva in versione live, probabilmente con lo scopo di pagare il nero-lucido per i capelli del chitarrista e gli hobby cavallereschi della moglie), non l’ho mai apprezzato… ma questo Rainbow, dell’allora Ritchie Blackmore’s Rainbow, l’ho amato subito.
Perché se arrivi a sentirlo con in testa i Deep Purple lo shock è grosso, il sound della nuova creatura di Blackmore è diverso, ma il trademark è solo uno: l’abilità del chitarrista nel creare riff memorabili in un batter d’occhio. 
Piace perché i brani ti rimangono in mente, ma senza il tentativo cervellotico di trovare quello “radio-friendly”.
Le otto canzoni, più lo strumentale Still I’m Sad (cover dei The Yardbirds), sono grandi. Punto. Talmente grandi che, per riuscire a definirle in studio, Blackmore non vuole solo Ronnie James Dio, ma tutti gli Elf a suonarci sopra. Secondo la mente del dittatoriale chitarrista, sono loro la chiave per rendere al meglio quel mix di hard rock, fantasy, atmosfera medievale, strumentali bluesy etc che forma il sound dei Rainbow nel 1975.
E per loro, dispiace dirlo, è principalmente Ronnie James Dio (che ha una voce eccellente ed espressiva, ma come songwriter è fottutamente noioso con la sua fissa per il fantasy – dovevo dirlo prima o poi…), anche se sono gli Elf ha reggere il peso della canzone sulle loro spalle musicali e consentono al “dinamico duo” Blackmore-Dio di tirar fuori il 100%.
Dinamico duo che non vedrà in questo disco la sublimazione perfetta del sound Rainbow, ma nel successivo Rising – disco su cui gli Elf non mettono mano, visto che Blackmore li licenzia senza neanche versare una lacrima. 

Ho un rapporto affettivo molto alto con questo LP. Probabilmente è l’effetto “imprinting”, ma è qua dentro che io ho trovato la definizione di un certo tipo di sound “fantasy” e, questo, mi ha portato a usarlo come confronto quando ho dovuto approcciare la materia del power metal. So che non c’entra un cazzo, ma proprio un cazzo di niente (né come sound, né come ideologia di fondo), ma se devo trovare un disco che, in 36 minuti, mi trascini in un paesaggio magico e fantastico, allora è proprio Ritchie Blackmore’s Rainbow la mia scelta principale. Il metro di paragone con cui valuterò molti dei dischi successivi. Sbagliando, sia chiaro, ma sticazzi. 

E no, porca di quella troia, non faccio un track-by-track di un LP uscito nel 1975. Se non lo conoscete, allora tanto vale che ve lo ascoltiate tutto, se lo conoscete, che senso ha, se non annoiarmi a morte? E io di sicuro non ho voglia di sbattermi a scrivere su ogni singola traccia. Andate su altri blog che vi raccontano ogni singola scorra e fatevi le pippe su quelli. 
Tanto son bravissimi.
Fanculo. 

[Zeus]

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Reunion di classe senza sugo. Silverchair – Neon Ballroom (1999)

Fra le disgrazie più grandi in assoluto, c’è quella della riunione di classe. Evento che viene promosso da un manipolo di sadici, disagiati, ex-compagni di classe che, credendosi i simpa della cumpa, decidono di rimettere insieme tutte le bestie che componevano la classe delle superiori/medie a 10/20 anni o passa dal provvidenziale suono del gong.
Queste iniziative, ho avuto modo di notare, sono accolte con un entusiasmo malsano: gridolini dalle ragazze, qualche commento “vecchio stile” dai ragazzi e, almeno nel caso specifico dell’invito che hanno fatto a me, un sanissimo vaffanculo.
Perché l’entusiasmo da pugile suonato con cui gli ex-compagni di classe si buttano in queste situazioni sociali è preoccupante e, per me, incomprensibile. Come fai a farti piacere queste cose? Cosa c’è di divertente?
Lo sanno tutti che in questi contesti sociali sono due i risultati possibili:
a) la misura di chi ha il cazzo più lungo;
b) il ricordarsi i mille aneddoti passati;
Entrambe le possibilità sono così terrificanti che mi caverei gli occhi piuttosto che parteciparvi (nota per il me futuro: nel caso mi trovassi in mezzo a questa situazione incresciosa, la probabilità è che mi sono rincoglionito di brutto bevendo trielina o che ormai sono ad un passo dal cappio al collo – quindi potrei anche scusarmi).
Rendetevi conto che cosa deprimente incominciare a raccontarsi gli achievement, fare “a gara” a chi è diventato il più masterchef dei superprofessioniti fra gli ex-compagni di classe. Non me ne è sbattuto niente fino ad oggi, tanto che i “grandi traguardi” che vengono postati su Facebook li accolgo con un “chitteseincula”. O simile. Ma non perché odio profondamente i miei ex compagni, no. Non me ne sbatte un cazzo di quello che è successo 20 anni fa. Giuro. Zero, nix, nada. E, visto che non mi è mai arrivato un solo messaggio riportante “come va?” nel corso degli ultimi due decenni (la cosa è reciproca), sospetto che sia la stessa cosa anche da parte loro, solo che la curiosità è una brutta bestia.
Gli aneddoti passati, invece, sono la prima via per l’alcolismo. E l’ira. Fastidiosi all’inverosimile quando erano in auge alle medie/superiori, figuriamoci vent’anni dopo. Mi trituravano le palle all’epoca, adesso che mi sono lasciato alle spalle scuola e compagnia cantante, figurati se accetto queste cose. L’atteggiamento misantropo e “cazzo vuoi” che contraddistingue alcune mie attività sociali fanno a pugni con il revival costante di quello che è stato detto. Dopo un po’ mi cascano i coglioni, e restare tutto il tempo a fare l’ucinetto allo scroto per sostenere le testicolanza cadente non è un passatempo che ho voglia di perseguire. Ci sono hobby migliori: ad esempio sfondarsi di pippe davanti a YouPorn, bere Korea, andare nelle peggiori discoteche popolate da relitti sociali a fine serata e cose così.
Ma ridire le stesse battute come un disco rotto, puttana eva, no.
Il fatto è che poi sti disgraziati ci tentano sempre, cercano con testardaggine di fare la pizzata di classe (con tanti emoticon e cose sgargianti ad accompagnare il tutto) e ancora ricevono da me il classico: “oh, mi dispiace (!!!!!), non ci sono (!?)”.
Stronzo? No.
Si chiama sopravvivenza. La lotta a chi vedrà domani e chi merita di rimanere incastrato sulla fine degli anni ’90 e continuare a sognare quello. Fanculo. Perché c’è un tempo massimo per tutto e, scaduto quello, mi sorge la lacrima.
Anche il grunge ha avuto quell’epoca ad inizio 1990. L’ha avuta, la vissuta e poi, come è giusto che sia, è finita al ritmo del caricatore del fucile di Cobain. Tutto quello che ne è uscito fuori dopo, dalle prime ondate post-1994 a quelle uscite fuori tempo massimo, è solo patetico e vagamente senza senso. Il vagamente è per addolcire la pillola, nel caso aveste dei ricordi preziosi legati a Neon Ballroom dei Silverchair. Ascoltatevelo e capirete che è l’esatta riproduzione, in musica, delle “pizzate di classe” con vent’anni di ritardo. Tutto suona artefatto, senza passione, senza sugo e, in poche parole, fastidioso oltre ogni limite possibile. Perché i Silverchair non dicono niente di vero, stanno solo simulando qualsiasi emozione ed è peggio che risentire la stessa barzelletta, brutta e scontata, per la millesima volta.
Neon Ballroom è musica inutile per ascolti inutili. Quindi la perfetta colonna sonora di quella “pizzata/riunione” di classe che, per me, mai si farà.
P.s: se l’hanno fatta senza chiamarmi, il Grande Capro ha finalmente ascoltato la mia preghiera e mi ha reso invisibile per certi scoccianti eventi – o, nella versione più pragmatica, mi hanno finalmente levato dalla rubrica quando si tratta di queste pizzate (così come avevano già fatto per le altre cazzo di cose).
[Zeus]

Ascolti improbabili: Lit – A Place in the Sun (1999)

Non ho mai provato molto amore per questa band, i californiani Lit, ma in classe alle superiori andavano alla grande (insieme a loro anche altri gruppi che, oggi, reggo per sì e no una canzone). A Place in the Sun era uscito ad inizio 1999, precisamente in febbraio, quindi nei mesi precedenti l’esame di quinta superiore. Capite anche voi che qualsiasi stronzata venisse cagata dal mondo musicale in quel momento andava bene, tanto la prospettiva del futuro era il grande cambiamento
Me li ricordo sparati nel lettore della macchina (per chi aveva già fatto la patente), quindi erano una solfa incredibile che poi verrà prolungata per almeno un altro anno. Sapete come sono le superiori quando finiscono: il gruppo che si è formato rimane insieme e si continua a vivere di ricordi. 
Capite perché uno diventa alcolista? 
I Lit erano sempre su, sempre a girare con queste cazzo di canzoni in formato power-pop o pop-punk all’acqua di rose. 
Diciamocelo, questi Lit sono la colonna sonora perfetta per le serie televisive adolescenziali in cui il livello cerebrale dei protagonisti è di meno dieci e ci sono i drammoni amorosi/di vita e altre cazzate che, nella vita di tutti i giorni, non incroci neanche a cercarli. 
Quindi la musica che deve accompagnare questi “falsi drammi” deve essere altrettanto innocua, altrettanto blanda da non toccarti nel profondo. Sentitevi le prime quattro canzoni (dove i Lit hanno sicuramente sparato al massimo) e poi ecco il brano da “ricordiamoci tutti che bello era” (!?) come Miserable. Power-pop senza pretese, tenete conto che sul genere sono usciti dischi decisamente migliori, o addirittura il comeback delle Hole del 1998 è meglio
Poi ovvio, per darsi il tono da “alternativi”, ecco che riprendono a fare un po’ di punkettone in No Big Thing, un pezzo che non ti ricordi dopo 5 minuti che l’hai finito di sentire. Con Zip-Lock hanno un terzo singolo e, come potete immaginare, è di nuovo quel power-pop/punk che poi sentirete in tutte le salse negli anni successivi con band praticamente identiche fra di loro. 
Vi giuro, l’ho ascoltato anche troppe volte questo LP. Troppe volte e, rispetto a molti dischi della mia vita, l’unico ricordo che ci associo è la noia e un vago ribrezzo. So che dovrebbe farmi andare a quei ricordi felici da “filmone alla American Pie”, in cui mi vengono in mente le risate e la combriccola del 1999, ma il massimo che mi esce è un rutto al sapore di birra. 
E, a pensarci benissimo, la birra è solo il sapore superficiale… il vomito è il secondo cliente della lista.
Se volete recuperare questo disco, ve lo dico francamente, sono cazzi vostri. 
[Zeus]

Alice In Chains – Rainer Fog (2018)

Nel grande recupero delle pubblicazioni del 2018 mi sono dimenticato di fare la recensione di Rainer Fog degli Alice In Chains. La band americana mi era sfuggita dai radar per molti anni, complice una serie di fattori, e solo con l’ascolto di Black Gives Way To Blue mi è tornata la voglia di approcciare la band di Cantrell&Co. Quel disco aveva tutta l’urgenza di 14 anni senza musica, quindi il risultato non può che essere impregnato di questa sensazione di necessità. Il successivo The Devil Put The Dinosaurs Here non lo riesco a digerire molto, quindi devo saltare a pié pari la pubblicazione de 2013 e riascoltarmela più avanti e passare direttamente al 2018 e proprio a questo Rainer Fog.
Ormai la formazione con DuVall alla voce è a proprio agio e quindi anche il suono che ne esce è maturo e, rispetto ai precedenti due dischi, si sente una coesione notevole all’interno di tutti i 54 minuti dell’LP. Questo è un vantaggio notevole, seppur manchi quella sensazione di tensione del primo disco della nuova line-up, manca quel quid. Ci sta, ormai Cantrell ha cinquant’anni e non è più un ragazzino e il suono che fa uscire dalla chitarra è quello di un musicista maturo e con le idee chiare.
Questo per dire che se sperate di indulgere in momenti di nostalgia pura con Rainer Fog, state sbagliando disco. Ovvio, le melodie vocali di Cantrell-DuVall sono caratteristica principale della band, così come certe formule del songwriting, ma QUELLA band (pre-1995) non c’entra niente con QUESTA.
Su Rainer Fog spiccano le ballad e non mancano canzoni che ti rimangono immediatamente in testa: The One You Know, Rainer Fog (il collegamento con Black Gives Way To Blue è incredibile in questo pezzo) o Never Fade, con quella parte iniziale che tanto fa “primi tempi degli AIC”, sono titoli che ti si appiccicano subito nelle orecchie; ma così si potrebbe dire anche di So Far Under, brano che fino a poco tempo fa avevo guardato con sospetto, ma che adesso è cresciuta molto.
In mezzo al disco, ironicamente quelle che ho citato sono posizionate proprio ad inizio CD o alla sua fine, ci sono canzoni meno immediate e che, personalmente, non mi hanno colpito troppo. Pur se fatte bene e con spunti notevoli (gli echi Zeppelin-iani su Deaf Ears Blind Eyes), questi brani non hanno lo spunto melodico o catchy di quelli sopra citati. Sarà che forse le altre due ballad (Fly e Maybe) non incontrano troppo i miei gusti, o forse sono i 7 minuti di All I Am a fare il salto di qualità tale rispetto le altre da farle sembrare meno intriganti, o che Red Giant non mi prenda nonostante i suoi echi metallici e così neanche la pesante Drone.
Questo fattore, i miei dubbi riguardo alle canzoni prodotte quando gli Alice in Chains flirtano pesantemente con il genere che amo, mi lascia perplesso. Avrei puntato tutto su questi brani, ma non è così. Forse è una questione di sapere da dove provengono o sono io che ho delle aspettative enormi/ricordi di un grunge che fu (anche se gli AIC, grunge al 100%, non lo sono mai stati), che non mi permettono di apprezzare interamente questi lucidi episodi più metallici.
Rainer Fog cresce con l’ascolto e molte delle canzoni meno immediate crescono con il passare del tempo (la già citata All I Am), ma in un disco solido e ben suonato (ottime le registrazioni), quel “buco” centrale, con brani meno soddisfacenti o, per lo meno, meno intriganti di quelli posti in apertura-chiusura, mi fa posizionare questo CD dietro al debutto della nuova formazione. E The Devil Put The Dinosaurs Here lo lascio al terzo posto, con la promessa di riascoltarlo.
[Zeus]

Anathema – Alternative 4 (1998)

Con gli Anathema ho un rapporto contrastato, una sorta di “dovrebbe piacermi visto il mood che si trascinano dietro” e “non riesco ad ascoltarli per troppo tempo”. Questa schizofrenia mi limita sempre, visto che è difficile reputare la tua favorita una band che non riesci ad ascoltare per più di quattro canzoni senza skippare o, peggio ancora, sognando la compilation definitiva così da non dover sentire tutto. Non per la qualità delle canzoni, ma per motivi non specificati che mandano in cortocircuito il mio cervello. E sì che aprire con una canzone come Fragile Dreams, seppur nella versione Hindsight, è qualcosa di eccezionale e, anche a distanza di anni, mi ricorda un viaggio epico fra Friuli, Veneto e Trentino Alto Adige. Quella canzone e quei chilometri su strada sono strettamente connessi, tanto che il mio giudizio è sicuramente falsato dalla memoria (ma questo non sminuisce il fatto che Fragile Dreams sia una gran cazzo di canzone). 
E così anche Empty, che vive su un brio maggiore che, in maniera subdola e bastarda, ti fa accettare un testo in cui la felicità è quella cosa sconosciuta (… and i feel that pain again). E così tutto il disco, tutto Alternative 4 si porta dietro disperazione, malinconia e sconfitta nascoste sotto un manto raffinato; ma pur sempre di disperazione e malinconia stiamo parlando.  Con Alternative 4 i fratelli Cavanagh continuano lo spostamento verso lidi alternativi, più rock e meno metal, che avevano iniziato con Eternity del 1996 (fra l’altro un disco con una copertina oscena a dir poco – ma gli Anathema hanno un feticcio per cover art di dubbio gusto a quanto sembra). Il growl delle prime ore era già stato lasciato alle spalle con Eternity e su questo LP del 1998 Vincent Cavanagh canta solo in clean e questo fattore accentua molto il carattere malinconico e depressivo della musica attuale della band inglese: togliere la spigolosità del growl e, per quelli più gutturali, quella certa bidimensionalità, ha permesso a Vincent di esprimere ancora più sfumature con la voce (Inner Silence). 
Non sentivo Alternative 4 da non so quanti anni, giuro. Non ascolto spesso gli Anathema e, quando mi viene voglia, metto su Hindsight e mi faccio cullare dal sound acustico di quel CD. Dopo così tanto tempo mi accorgo della bontà di questo LP, delle sue sfumature, del fatto che segna un passaggio deciso verso il futuro prossimo della band e che si compone di alcune canzoni fuoriclasse e alcuni buoni brani. 
Quello che mi chiedo: quanto passerà prima di risentirlo di nuovo? 
[Zeus]

 

Garbage – Version 2.0 (1998)

Ho voglia di finire quest’anno con il botto e, visto che mi son sicuramente dimenticato qualcosa ma sulla “oculatissima selezione di Youtube” (!?) mi vengono propinati i Garbage, allora ne tratto.
I Garbage, per un paio di stagioni, sono stati cosa “grossa”, nel senso che si sentiva più o meno ovunque. Sarà stata la front-woman Shirley Manson o che nelle file militava un certo Butch Vig (forse l’avete sentito nominare perché era in studio con i Nirvana nel 1991), ma I Think I’m Paranoid era spesa con costanza dalle radio o dalla TV.
A volerla ricordare, adesso, non me la ricordo. Giuro. Forse forse un po’ il ritornello, ma era quel sound che ti entrava nella testa, ci prendeva residenza come un inquilino maleducato di Air B&B e poi, con del lavoro, te lo sciacquavi dal cazzo in un modo o nell’altro.
Per me, almeno, è stato così. Perché nel 1998 i Garbage giravano a scuola, erano la next big thing che i miei compagni di classe ascoltavano insieme ad altre band del periodo. Tutti gruppi, ovviamente, che non riuscivano a scalfire la superficie e che andavano bene per la spesa della domenica, la cena con la nonna e l’aperitivo analcolico (ebbene sì, c’era ancora gente che nel 1998 faceva aperitivi analcolici e si dichiarava “straight-edge” ante.litteram… che poi li abbia visti ridursi ammerda negli anni successivi comprovando la mia teoria sulla mancanza di coerenza è un discorso diverso).
Version 2.0 era questo: un dischello che ascoltavi e che non disturbava troppo l’andamento della giornata, che non ti faceva lanciare le scarpe dai tuoi e, con ottima probabilità, era apprezzato a prescindere dalla ragazza che rimorchiavi alla festa di classe.
L’alternative annacquato, quello che ormai aveva perso la caratteristica “irruenta” di certo sound e aveva acquisito la patina giusta per essere presentabile e un certo retrogusto elettronico, faceva parte della collezione di dischi da “presentare” alla possibile futura preda ragazza.
Lo ammetto, è strano come un dischello come Version 2.0 mi abbia stimolato così tanti ricordi. La cosa mi sembra vagamente inquietante, ma cerco di non prestarci troppo caso.
Intanto vi metto su il singolo della band, così almeno ve lo risentite anche voi e, se avete qualche commento da fare, fatelo… Almeno non mi sento l’unico stronzo a parlare del passato e dubitare di tutto quello che ho sentito nel corso dell’evoluzione musicale.
Cazzo.
[Zeus]

Social Distortion – Live At The Roxy (1998)

In un anno in cui sono usciti una schiera di dischi dal vivo, anche i veterani del hardcore punk melodico Social Distortion se ne escono con un live: Live at the Roxy. Il disco copre tutto il periodo e le anime della band, quindi dagli esordi di Mommy’s Little Monster fino all’ultimo disco White Light, White Heat, White Trash. Oltre ad essere una fotografia della band dopo 15 anni di attività (Mommy’s Little Monster è datato 1983!), è anche un testamento della formazione con Dennis Danell. Il chitarrista, infatti, morirà nel 2000 a causa di un aneurisma, lasciando un profondo vuoto nella formazione (sentitevi alcuni testi del successivo Sex, Love and Rock’n’Roll). 
Cosa si può dire dei Social Distortion che non sia già stato detto da mille altre persone prima di me? Non saprei proprio. Quello che posso dire, però, è quello che questa band significa per me. Non posso certo affermare di seguirli dagli albori, anzi, sono arrivato a loro molto tardi (direi intorno al 2005/2006, quindi dopo la pubblicazione di Sex, Love and Rock’n’Roll). All’inizio, prima di sentirli, ero scettico, il punk non mi ha mai entusiasmato più di tanto. Non è mai stato il mio genere di musica. Il fatto è che Mike Ness&Co. non sono una band hardcore punk melodica standard. Le influenze di generi come il rock’n’roll, il country e il blues sono elementi che scuotono le fondamenta del genere e lo ibridano in qualcosa di orecchiabile, elegante, potente e che non mi stufa mai. Parte di questo fascino, credo, sta nell’abilità di Ness di unire la capacità di creare singalong catchy, melodie facilmente assimilabili e scintillanti quanto basta ad un pessimismo di fondo, ad una disperazione/un senso di sconfitta che, noi metallari, spesso respiriamo. Non sto generalizzando, ma è quella sensazione di ho combattuto contro il mondo e ho perso che ti prende, che ti fa esclamare “sono melodie orecchiabili, ma cazzo se Ness ha capito cose che sto metabolizzando”. 
Se vogliamo fare un paragone azzardato, Mike Ness ha quella visione del mondo che aveva Johnny Cash e, nel presente, potrei dire Mark Lanegan: una sensazione di rabbiosa impotenza, di sconfitta, condita da sentimenti religiosi (spesso contrastanti) e una lettura disincantata della vita che lo circonda. 
Ah, se volete una recensione di questo live siete cascati nel posto sbagliato. Invece che leggervi come suona uno o come canta Ness, perché non tirate fuori il CD o YouTube e vi ascoltate il disco e capite subito che era ora di riprendere in mano qualcosa dei Social Distortion. 
Perché, ve lo dico chiaro e tondo, anche adesso (e son passati 20 cazzo di anni), la band californiana è attuale come non mai. 
[Zeus]




Empyrium – Songs of Moors and Misty Fields (1997)

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Alla prova del secondo album, i baveresi Empyrium se ne escono con quello che si potrebbe definire, senza troppi fronzoli, un capolavoro. Songs of Moors and Misty Fields (uscito nel 1997) è un affresco musicale; ci son pochi cazzi, signore e signori. Questo disco sposta le coordinate del black metal in una zona che che si potrebbe definire atmospheric-black metal, in cui la componente folk è talmente preminente da ridurre l’importanza del metal estremo (limitato alle incursioni dello screaming gracchiante di Markus) ad un mero complemento.
Gli Empyrium tracciano un solco nel terreno e ascoltare questo disco significa riconnettersi con la propria parte più romantica, quella che vedendo il dipinto del Viandante sul mare di nebbia si emoziona. Questo è lo spettro sonoro che dipingono i tedeschi che, con l’assunto musica teteska = caciaronate e “birra-stinco-folkfest”, non hanno hanno niente a che fare.
Songs of Moors and Misty Fields propone 45 minuti di musica oscura, da ascoltare mentre si passeggia in un bosco delle mie montagne. Non ha quasi senso sentirlo in città, non è la sua collocazione naturale, non è il suo terreno fertile. SoMaMF è un disco che si nutre di umido, di foglie cadute, di paesaggi brumosi e dell’odore del muschio sulle pietre e del rumore dei ruscelli.
I bavaresi se ne escono con questo disco ben 5 anni prima degli Agalloch che molto devono all’esperienza folk di questa band tedesca (sentitevi un disco come The Mantle).
Quello che stupisce, oltre alla capacità di condensare in 8/9 minuti una serie di emozioni crepuscolari, è che l’esperienza con l’elettricità degli Empyrium verrà via via meno, tanto che già dal successivo LP in studio, la componente elettrica è praticamente assente. Sono quasi degli amish della musica, questi “maledetti” tedeschi e, vi giuro, Where at Night the Wood Grouse Plays è uno spettacolo da ascoltare.
Se vogliamo riassumere in poche righe quello che rappresenta Songs Of Moors and Misty Fields, potremmo dire che è l’espressione compiuta e la messa in musica dell’autunno, del bosco tetro e del Weltschmerz.
Secondo il mio modesto parere, uno dei dischi invernali per eccellenza… poi vedete voi se fare gli stronzi e non ascoltarlo.
[Zeus]


Placebo – Without You I’m Nothing (1998)

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Quando è apparso sul mercato questo disco dei Placebo, Without You I’m Nothing, io, di loro, non sapevo un beneamato cazzo. Fate conto che  avevano già fatto uscire un disco due anni prima e io non me l’ero cagato neanche di striscio.
Nel 1998, però, hanno incominciato a trasmettere su MusicBox il video di Pure Morning e non potevi non fermarti, anche solo un paio di minuti, ad ascoltare cos’era: quindi ecco il look androgino di Brian Molko, il video che sembra un precursore delle puntate di Black Mirror con 15 anni d’anticipo e un sound che ti restava in testa nella sua efficace semplicità. Il risultato è che mi sono fermato invece di skippare verso altri canali, probabilmente per tentare di vedermi i Simpson durante la pausa pranzo a scuola. A 17 anni erano ancora un momento nella scaletta quotidiana, probabilmente perché ancora mi facevano ridere… poi ho scoperto Family Guy e saluti.
Un po’ quello che è successo anche con i Placebo. Mi hanno intrigato con Pure Morning e non lo nego che, in alcuni casi, l’ho addirittura aspettata/cercata questa canzone: ha un mood strano, sbilenco, che vorresti sperare felice ma sai che non lo è.
Poi il resto del disco, ad onor del vero, l’ho ascoltato qualche volta molti anni dopo su YouTube, probabilmente perché avevo parlato dei Placebo a qualcuno che li aveva conosciuti quando avevo visto io quel video e così mi sono messo ad ascoltarlo. Carino, ma non è mai stato il mio genere, non sono mai stato un appassionato di questa mistura glam/pop/brit e chissà che cosa altro (molte delle mode uscite dal Regno Unito negli ultimi 20 anni non mi hanno preso – il britpop, fra l’altro, mi ha sempre disgustato in maniera poderosa).
Però Without You I’m Nothing (la canzone) non è male, ma non possiede quel fascino decadente della prima traccia. Il resto, per me, è diventato velocemente prescindibile, tanto che non risentivo niente di loro da anni e adesso l’ho fatto solo perché, quest’anno, Without You I’m Nothing compie vent’anni.
Vent’anni fa mi sono fermato un momento per vedere un video con un cantante androgino e uno slowmotion costante e poi mi sono dimenticato completamente della band. Vent’anni fa è uscita Pure Morning e, ancora oggi, è l’unica canzone che mi va di ascoltare di Brian Molko&Co.
[Zeus]

I superstiti del buco. Hole – Celebrity Skin (1998)

Possiamo dire tutto, ma a Courtney Love non è mai stato data la possibilità di essere un personaggio a sé stante. Sarà che è stata, per lungo tempo, adombrata dai ben più influenti compagni (Billy Corgan e Kurt Cobain) o perché, da vera tossica, ha sempre espresso le sue posizioni in una maniera vagamente urticante, il suo status di “persona intollerabile” è scattato verso l’alto.
Poi c’è anche la frangia di persone che, nel corso degli anni, le hanno attribuito il ruolo di “mente nascosta” dietro la morte di Cobain, capirete che anche i grungettoni più intransigenti l’hanno abbandonata al lato della strada insieme alla scarpa, ai bidoni fiammeggianti e altre simpatiche amenità.
Quello che però è sempre stato messo sotto il tappeto è il suo talento nel songwriting. Abilità, questa, di cui anche il biondo di Seattle ha avuto modo di beneficiare (vedasi la maturazione lirica dei testi da Nevermind a In Utero, giusto per intenderci). Il problema, almeno all’inizio, è sempre stato il paragone ingiusto ma naturale: grunge per grunge, ecco che tutti ci finivano dentro, ma la linguaccia della Love non la tenevi a freno e quindi i punti simpatia scendevano e così anche la sua quotazione.
Capite che quando è uscito Celebrity Skin nel 1998, per molti die-hard l’eco dello sparo era ancora nell’aria e Live Through This, uscito giusto quattro anni prima, veniva ancora reputato (ingiustamente) farina del sacco del marito piuttosto che intelligenza compositiva sua. I giudizi su Courtney Love erano negativi a prescindere… e qua c’era l’errore.

Celebrity Skin è un disco che di grunge non ha quasi più nulla, forse un po’ di angst esistenziale ma niente di stratosferico. Il disco è talmente pulito da essere powerpop ed è radiofonico all’ennesima potenza, non stona su radio “rock” o più mainstream. I singoli (Malibu, Awful o la stessa title track), mi ricordo ancora, venivano sparati da Music Box con una frequenza da vomito – infatti sono passati 20 anni da quando ho ascoltato per intero questo CD.
Vi dirò una cosa: io, Celebrity Skin, l’ho sentito al momento giusto, quando era appena uscito e avevo voglia di sentire qualcosa di inerente al grunge. L’ho sentito ma la magia era passata (anche se Northern Star è ancora un canzone toccante). Non sentivo niente dentro questo disco, non sentivo quello che mi aspettavo da composizioni così perfette (merito dell’unione d’intenti fra la carismatica leader, Billy Corgan e Melissa Auf der Mar). Questo mi ha deluso e, alla lunga, mi ha anche fatto perdere voglia nell’ascoltarlo.
Forse cercavo di riportare indietro l’orologio della mia evoluzione musicale, cercando qualcosa che non sarebbe più ritornato, e quindi era un’impresa disperata anche per un disco che ha tutte le carte in regola (sentitevi Boys On The Radio, ad esempio) per essere uno dei CD da tenere per un adolescente.
Non lo dico tanto per dire, fidatevi: presentatelo ad una adolescente che non si sia rincretinita con il rap/hardcore o altre porcherie musicali e vedrete che, in questi solchi digitali, ci si troverà a suo agio.
[Zeus]