Come dice la pubblicità, il CBD è Yoga in gocce. Weedeater – … And Justice For Y’all (2001)

Mentre il cadavere dei Buzz*oven riposava fra fumo e rifiuti in attesa di essere riesumato chissà quando (per la precisione nel 2011), Dave Collins sposta la sua attenzione su un nuovo progetto: i Weedeater. Nel 2001 debuttano, mentre lo stoner ha ormai segnato il passo e lo sludge era invece in rampa di lancio con sempre più band a farsi portavoce della musica del disagio. La cosa bellissima dello sludge è che, pur possedendo caratteristiche tutto sommato abbastanza “standard” e tratti comuni, viene declinato in maniera personalissima a seconda della città (non del Continente) in cui viene suonato. Tutto dipende da quanto alcool gira, quanta (e quale) droga viene consumata e che tipo di abbruttimento si portano appresso i brutti ceffi che lo suonano. Negli Eyehategod c’è l’eroina, il cayun e quella vecchia puttana morente di New Orleans, nei Weedeater gira whisky da pochi dollari a bottiglione e THC, e la cosa si sente senza neanche doversi sforzare troppo. 
… And Justice For Y’All è uno di quegli LP che consumi tenendo cioccolata e cibarie vicine perché la fame chimica è una brutta cosa, ma non puoi non notare che puzza come un barbone alcolizzato. Dave Collins sembra essersi inghiottito una polpetta di carne arricchita con lamette, visto che la voce è “canina” e tutto il disco gira intorno al suo basso croccante, grosse manate di blues, sporco sotto le unghie, calzini che puzzano e l’odore inconfondibile di canne. Amo questo genere di dischi, quelli dove tutto parte piano e poi col passare del tempo cresce e la musica diventa sempre più sporca, più intensa e molesta. Fateci caso, tenendo fuori dal conteggio lo strumentale Tuesday Night e l’iniziale blues assassin(at)o di Monkey Juktion, tutto il resto di …And Justice For Y’All è una crescita costante (Truck Drivin’ Man è un treno); tanto che anche la cover di Southern Cross ci sta benissimo ed è resa in maniera talmente zozza e rozza che non diresti mai che è stata suonata, originariamente, da Crosby, Stills and Nash
Nel grande bong dello sludge, i Weedeater ci sguazzano senza problemi e questo debutto non sarà privo di qualche leggero calo o momento “più standard”, ma se sentite la nostalgia di quei tempi in cui fare schifo era un dovere morale ed essere un alcolista-tossicodipende un fattore importante per poter anche solo approcciare la musica del disagio, allora recuperare …And Justice For Y’All a vent’anni di distanza è un obbligo più che un consiglio. 
[Zeus]

Malakhim – Theion (2021)

Gli svedesi Malakhim sono una novità assoluta per il sottoscritto. A mia discolpa posso dire che la loro attività non risale ai tempi di Cecco Beppe, ma a soli tre anni fa e per di più con un demo. Theion, uscito qualche mese fa per Iron Bonehead Records è il debutto ufficiale e, signori miei, qua corro il rischio grosso di sfoderare paroloni grossi e poi vedermi esplodere la band fra le mani. Il motivo è semplicissimo, Theion è un disco maturo per una band emergente e sconosciuta, solo due membri (a quanto sembra) hanno militanza in band conosciute nel panorama estremo, e riuscire a condensare una prova efficace alla prima uscita in studio è tanto onorevole quanto pericoloso. Quante band mi son passate sotto le mani che sembravano avere il potenziale per spaccare il mondo e poi non ce l’hanno fatta a superare i propri limiti? Giusto per fare un nome: i Kvelertak penso siano un esempio lampante e tragicamente vero. 
I Malakhim sposano due visioni geograficamente lontane, ma la cui unione non risulta essere la classica accozzaglia di sonorità tirate dentro a membro di segugio tanto per risultare estremi o innovativi. No, i Malakhim pescano dalla onorevolissima tradizione svedese del black metal melodico di stampo Dissection/Necrophobic e pigliano anche elementi dalla scena australiana, esattamente in casa Deströyer 666: il risultato son 40 minuti di sberle in faccia e cinica malevolenza. Gli svedesi picchiano, assaltano, accelerano e poi ritornano sui tempi medi, ma senza dimenticarsi che ci sono due elementi importanti che devono esserci sempre per fare un buon disco: ci devono essere le canzoni e, se non punti sulle melodie ruffiane, i riff devono rimanerti nella testa. 
Entrambi questi punti son stati rispettati. Le canzoni ci sono, e già con l’iniziale There is a Beacon, si setta il mood del disco, e nel corso dei 40 minuti di durata, anche il lavoro delle due chitarre funziona e non poche volte quello che ne esce mi rimanda ai Necrophobic. Spesso critico quando i rimandi sono evidentissimi, ma in questo caso lo inserisco come un plauso, una nota di merito. Da molti anni è tradizione consolidata nel black metal, ma non solo!, quella di guardarsi indietro e rielaborare un sound già consolidato. La differenza la fa l’approccio e quindi come viene lavorato l’input del passato: mera copia o spunto? Nel caso dei Malakhim non ci son dubbi dove viene presa l’ispirazione, ma l’abilità della band di trovarne una via che sappia quasi toccare le corde scosse dagli ultimi Necrophobic non è da poco. 
Dentro Theion ci senti Satana forte e chiaro e, in un debutto targato 2021, non è male. 
Ovviamente non è un LP perfetto e, onestamente, è un complimento. Le incertezze, alcuni riff nella media o dei giri a vuoto sono il terreno su cui i Malakhim possono lavorare e su cui crescere. Per il momento mi godo Theion e vi assicuro che è semplicissimo schiacciare play una volta che il disco è finito.. e non è la prima volta che lo faccio nelle ultime settimane. 
[Zeus]

Draconian – Under a Godless Veil (2020)

Under A Godless Veil è il settimo album in studio dei Draconian ed arriva a cinque anni di distanza dal precedente Sovran, un lasso di tempo non proprio breve. La band svedese è sempre stata per me un’eccezione all’interno di un genere che spesso e volentieri non è molto apprezzato dai metalli duri e puri: quel metal da La Bella e La Bestia in cui si alternano un cantato maschile ed uno femminile, solitamente in growl il primo e tendente al lirico il secondo.
Quello che mi è sempre piaciuto dei Draconian è il fatto di rimanere, fondamentalmente, una band doom metal con una voce maschile in growl ed una femminile che possiamo definire “normale”. La ricerca del riff di chitarra pieno e corposo, della melodia ficcante ma non banale sono sempre state le prerogative alla base del songwriting, a cui si affianca una componente malinconica, triste, romantica a dare un tocco goth. Il perfetto bilanciamento tra tutte queste caratteristiche è un ulteriore punto a favore. Non troveremo nelle loro canzoni orchestrazioni pompose o tastiere in evidenza, anzi, questi elementi sono praticamente assenti e sono le chitarre, insieme alle voci, a creare tutte le atmosfere e le sfaccettature del loro sound, e non è cosa da poco in questo genere sovraffollato di band stracciapalle, inutilmente melense ed eccessivamente melodiche. 
In Under A Godless Veil i Draconian hanno puntato tanto, forse troppo in alcuni frangenti, sull’elemento della tristezza e della malinconia, ma senza scegliere la via più facile. La voce femminile prende spesso il sopravvento, è vero, ma le melodie si fanno dilatate, complesse e le parti di chitarra arrivano ad essere addirittura minimali in pezzi come Burial Fileds e Night Visitor, ma non mancano comunque i momenti più votati al doom metal caratteristici della band come in Moon Over Sabaoth e Ascend Into Darkness.
La band cerca quindi di proporre qualcosa di diverso, si assume il rischio e, alla luce di diversi ascolti, anzi, all’ombra, ne esce vincitrice. Under A Godless Veil è un album profondo, di non facile approccio, che ti sotterra di tristezza e malinconia, ma lo fa con l’ausilio di qualche colpo di badile. L’eccesso di emozioni oscure potrebbe risultare pesante per chi non è avvezzo a questo sound ma, del resto, mettervi allegria non è mai stato lo scopo dei Draconian.
[Lenny Verga]

Il lato oscuro. Necrophobic – Dawn of the Damned (2020)

Non tutto questo 2020 è una merda fetida causata dal COVID, dai lockdown e dall’idiozia delle persone che non capiscono un cazzo neanche a pagarle oro. No, in questo 2020 sono usciti anche dei buoni dischi e, in questa categoria inserisco senza problemi Dawn of the Damned dei Necrophobic. Poteva essere molto peggio quest’anno, fortuna ci stanno loro a riportare Satana al centro del villaggio e io mi sento meglio, una cosa osmotica tipo. 
Che è anche una cosa che pensavo quando studiavo all’Università e mi addormentavo sulla pagine del libro e speravo che le parole mi si imprimessero nella testa. 
Non è mai stato così, giusto per la precisione, ma con i Necrophobic si sta bene e sento Satana quando butto su, per l’ennesima volta, questo LP. A volerla dire tutta, il precedente Mark of the Necrogram aveva una marcia in più, ma è il 2020 e quest’anno fa marcire un po’ tutte le buone intenzioni. Se è vero che Mirror Black è una bomba che non sfigura sotto nessun punto di vista, visto che procede a cazzo duro e triforcuto per tutti i 5 minuti di tempo, il resto dell’album non arriva a questi livelli e si assesta su buone canzoni, ma senza il tocco imperiale che aveva quel  disco.
Mark of the Necrogram ti spacca le vertebre del collo e ti fa alzare il pugno al cielo gridando Tsaaaaar Bombaaaaaaaa! in mezzo a qualunque attività tu stia facendo (se sei in vena, anche mentre fai sesso); Dawn of the Damned non ne è capace, forse perché gli mancano altri pezzi da barbarico e maschio abbraccio fra fratelli del metallo, ma è comprensibile. 
Due dischi bomba di fila sono difficili da produrre soprattutto se non vuoi rifare la stessa solfa all’infinito, questo è indubbio; io che ho aspettative musicali basse causa COVID, mi faccio andar bene un capolavoro e un disco che non è Mark of the Necrogram 2 ma neanche un black metal da discountDawn of the Damned si assesta su una posizione alta, giocando fra eccellenze (la già citata Mirror Black), brani di indubbia qualità (che tiro ha Tartarian Winds? O anche la title-track funziona alla grande) e qualche momento solo normale – elemento che nel precedente LP mancava e qui sta la differenza fra i due dischi. 
Quello che però dovete capire è che questo Dawn of the Damned è un disco di qualità, longevo quanto basta perché contiene sia momenti sugli scudi e tipicamente black sia mid-tempo epici e/o dall’ottimo tiro, ma non è un capolavoro assoluto d’ispirazione. Quello era Mark of the Necrogram. Se vogliamo fare un paragone con i conterranei Marduk, Dawn of the Damned sta a Viktoria come Mark of the Necrogram sta a Frontschwein
[Zeus]

Mestizia e riff della madonna. Crowbar – Equilibrium (2000)

Di tutti i dischi dei Crowbar, questo Equilibrium del 2000 è quello che ho ascoltato di meno, perdonatemi e tiratemi le pietre. Che ci volete fare se il precedente era una forza della natura, che andava a sommarsi ad un quartetto iniziale di pura imponenza (4 dischi in 5 anni d’attività)? 
Uno che non ho ascoltato molto ci sta, perché poi veniva seguito da Sonic Excess in Its Purest Form che partiva con The Lasting Dose, una canzone che mi ricorda principalmente MySpace e il periodo dell’inizio dell’Università. 
Nel 2000 i Crowbar erano praticamente una macchina da guerra, non sbagliavano un colpo e fra riff monumentali, la voce sofferta di Kirk, ritmiche intriganti e una pachidermica capacità di annichilirti al loro passaggio, la compagine di New Orleans continuava ad imporsi come uno dei migliori gruppi sludge a livello mondiale.
Forse sono di parte e ce ne sono di meglio, ma visto che la recensione la scrivo… tesso le lodi di chi voglio io. 
Dicevamo, con Equilibrium i Crowbar fanno sentire il loro peso sulla scena di New Orleans e sbaragliano l’uscita debolissima dei Corrosion of Conformity dopo anni di crescita costante (nei prossimi mesi uscirà la recensione) e rimettono al loro posto gente come gli Alabama Thunderpussy (nel 2000 sparano a vuoto pure loro) e compagnia cantante. 
Con i Pantera ai saluti finali, i COC in piena deriva e gli Eyehategod in procinto di uscire con il loro quarto disco in studio, le basi per un ritorno sulle scene dei Down sono pronte e, infatti, nel 2001 si riuniranno per dare un seguito allo spettacolare debutto
Di tutti, i Crowbar sono quelli che, ancora, hanno i riff migliori e le canzoni più avvincenti, cosa che incomincerà a cambiare nel 2011 con la disintossicazione di Kirk e con LP con Dio nel cuore invece che la mestizia e la depressione, vera e propria forza motrice dei Crowbar. Non arriverò mai a dire che gli LP di Windstein&Co. sono brutti, sono solo più deboli rispetto ad uno standard così alto da essere quasi irraggiungibile. 
E tenete presente che su Equilibrium i Crowbar ti spaccano la faccia con tutte le ritmiche sludge, brani lenti e riffoni grossi come i bicipiti di Schwarzenegger ai tempi d’oro, ma poi ti fucilano al cuore quando tirano fuori i sentimenti e il piano (suonato con un solo dito) su To Touch the Hand of God, un brano che cresce con gli ascolti ma che ti ammazza subito. 
In definitiva Equilibrium è un album che, anche adesso, suona compatto e ispirato, con pochi veri highlights (se ne trovavano sempre nei dischi precedenti, quei brani da buttare su a ripetizione senza neanche pensarci su troppo) ma con una qualità media del songwriting che è da primi della classe. Nessun filler, nessuna caduta di tono o noia nell’ascoltarlo. 
Non molti dischi possono dirsi invecchiati così bene, 20 anni e non sentirli. La potenza della disperazione in musica. 
[Zeus]

Sacramentum – Thy Black Destiny (1999)

Quando si parla di black metal in Svezia, ci sono tre scuole di pensiero: quella dei Marduk, quella dei Dark Funeral e poi ci sono i compianti Dissection a completare un’ideale triade sonora.
Sto generalizzando, lo so, ci sono anche molti gruppi svedesi che guardano alla vicina Norvegia come ispirazione, ma devo restringere il campo. 
Le cronache musicali danno per breve la vita degli svedesi Sacramentum: tre dischi ufficiali in otto anni d’attività, finita la quale anche la carriera dei musicisti sembra essere giunta al capolinea. 
Il terzo dei dischi è Thy Black Destiny, uscito all’alba del 1999 e colpevolmente ignorato dal sottoscritto. Ignorato, tanto che non ne conoscevo l’esistenza fino a quando non mi sono messo a rovistare nel musicume del 1999 e ho tirato fuori dal cilidro questo LP influenzato sì dai Dissection, ma ci possiamo leggere dentro anche una suggestione simil-Necrophobic ma meno votato al black (Spiritual Winter o Demonaeon).
Thy Black Destiny è un disco che mantiene tutte le promesse: una mazzata di black melodico con una forte attitudine death metal tanto che associare a questo LP il concetto di black metal è quasi sbagliato, risultando questo un disco death metal. Ma son piccolezze.
Il disco è concepito per staccarti la testa a furia di headbanging nel treno (oggi ci ho fatto caso, più del solito, che mentre sono in treno ho la testa che sembra una bobble head) e si contiene solo nello strumentale e nella title track. Il resto del disco non si ferma, e fra riffing di chitarra, momenti più ritmati in alternanza a quelli in cui il blast beat si impone sovrano (ottimo il lavoro di Nicklas Rudolfsson dietro il drumkit), il disco mantiene una costanza di risultato e un’efficacia spaventosa. Se ci uniamo la buona prova di Nisse Karlén (uno che ha un nome tirato fuori da Leo Ortolani) dietro il microfono, allora stiamo parlando di uno di quei dischi da ripescare dal fondo della memoria, per chi lo conosceva, o dalle profondità di YouTube, per gli ignoranti come me.
Vista la compattezza del disco, e l’evidente mancanza di qualsivoglia filler, mi stupirei di sapervi indifferenti dopo la doppietta The Manifestation – Shun The Light e mi farebbe strano non vedervi cercare su Google/Youtube questi Sacramentum. Se poi siete come me, che dagli svedesi volete anche il titolo in latino, sarete accontentati con Rapturous Paradise (Peccata Mortali).
Cosa volete di più? Ditemelo. Perché Thy Black Destiny è un LP da riprendere, soprattutto se nei vostri ascolti casalinghi (o nelle playlist di Spotify, quanto è cambiato il mondo), ci sono band come i già citati Dissection, Necrophobic o, se vogliamo, anche gli Unanimated… 
Da riscoprire al più presto. 
[Zeus]

UADA – Cult of a Dying Sun (2018)

Come calciatore amatoriale non sono mai stato un genio, mi arrabattavo alla meglio per riuscire a tenere inviolata la porta. Ci riuscivo, ma non era una questione di tecnica vera e propria, piuttosto di una combinazione non ricreabile di agilità, reattività, moderato culo e uno/due momenti di vero calcio. Ah, e la gioventù. 
Non avendo avuto fortuna in quel settore, mi sono gettato (di nuovo, visto che ne ero uscito) nel terribile mondo del Fantacalcio; quindi weekend a guardare il cellulare per i risultati, formazioni, mercato e tutto quello che circonda questa droga. Non sono bravissimo, visto che non guardo le partite, ma seguo il mercato di Serie A e quindi mi tengo aggiornato sugli spostamenti di giocatori che ho incominciato a conoscere. E così compro e vendo. Ovviamente ci sono i giocatori totem (quelli che devo avere in squadra) e quelli che mi stanno sui indifferenti (o, peggio, sui coglioni) e che verranno acquistati unicamente se hanno prezzo basso/o se ne ho necessità assoluta. 
Quando mi tocca, tengo questi giocatori in uno stato di quarantena assoluta, non toccano mai “il campo” e vengono lasciati fuori dall’undici iniziale e/o panchina. Visto che il campionato è lungo, c’è il rischio di infortuni e di dover fare turnover forzato, cosa che porterà i “paria” ad entrare in campo, fallendo miserevolmente. La prestazione insoddisfacente me li fa tenere ancora di più nel reparto “non toccare”, aggravando la situazione prezzo e quindi la possibilità di vendere il giocatore ad una cifra decente. 
Poi succede la cosa più logica in assoluto: i giocatori si infortunano e sono costretto a riutilizzare questi personaggi non voluti. Risultato? Mi stupiscono ricevendo voti buoni e/o bonus. 
Stessa cosa possiamo dire degli americani UADA. Non mi sono piaciuti con il loro Devoid The Light e così li ho lasciati in panchina per anni. Troppo derivativi, troppo scontati e niente, non ce la faccio a sentire il black metal americano. Almeno fino a qualche mese fa che mi è capitato sotto mano Cult of a Dying Sun (disco uscito l’anno scorso e da me completamente ignorato). Il nuovo LP della band di Portland sembra aver finalmente messo un po’ di pepe alla miscela, smettendo di essere una copia carbone della scena polacca. Il “pepe” in questione è l’aver aggiunto un po’ di death metal nella proposta, così da fornire più nerbo ad un black metal melodico e, in molti punti, ancora dipendente dal sound polacco (Snake & Vultures). 
Ci sono ancora cose da limare e, forse, gestire meglio il minutaggio non sarebbe una brutta cosa (la già citata Snake&Vultures o Mirrors), ma questo non mi porta a valutare automaticamente in maniera peggiore il disco: tanto che gli otto minuti di Sphere (Imprisonment) sono molto buoni e si arriva con facilità alla fine del brano. Quello che forse gli si può rimproverare sono i quasi 6 minuti della pur buona Wanderer e la vaga sensazione che questo LP sarebbe stato veramente top se fosse uscito più compatto e sotto forma di EP. 
In termini di prestazione corale non c’è niente da rimproverare, i musicisti sanno il fatto loro e suonano bene, e anche Jake Superchi dietro il microfono sfodera una prestazione maiuscola. La compattezza che ne esce si può ricollegare anche ai The Committee, ma senza l’ottimo substrato lirico del collettivo europeo. 
Cult of a Dying Sun è un disco compatto, con pochi punti deboli (quelli che ci sono li ho accennati) e una tracklist abbastanza forte, con la sola Blood Sand Ash ad essere meno sugli scudi delle altre, e un buon potenziale di “riuscire a ricordare” le canzoni nel futuro. 
Gli UADA stanno crescendo e mi hanno stupito veramente. Pensavo di trovarmi a bocciarli in maniera impietosa, ma hanno tirato fuori una prestazione matura e, come nel Fantacalcio, quando si parte con la striscia vincente, non ha senso ributtarli in panchina a marcire. 
[Zeus]

Mercyful Fate – 9 (1999)

Nella mia lunga esperienza di metallaro ho sempre assistito ad un certo tipo di reazione da parte di chi si avvicinava per la prima volta ai Mercyful Fate o al King Diamond solista: quello storcere il naso di fronte al falsetto del singer danese. Reazione tutto sommato comprensibile perché si tratta di uno stile canoro inusuale e molto d’impatto. Dopodiché gli ascoltatori si dividevano in due categorie: chi non riusciva ad apprezzare e si allontanava per sempre e chi, una volta abituatosi e averci fatto l’orecchio, capiva la grandiosità e la personalità del Re Diamante.
Io appartengo a quest’ultima categoria.
Ovviamente all’inizio ci sono voluti diversi ascolti ma, ancora prima di abituarmi del tutto alla voce, la mia attenzione veniva sempre catturata dalla bellezza della musica. Le parti di chitarra mi incantavano e gradualmente arrivai a vedere il disegno nella sua completezza, tanto da giungere alla conclusione che quelle canzoni e quel modo di cantare erano perfetti insieme, inscindibili.
Quindi, diciamo le cose come stanno: chi non riesce ad entrare in sintonia con questo cantante e con questa band, non ha idea di che cosa si perde!
Ma avete sentito che riff, che soli, che strutture che hanno i pezzi dei Mercyful Fate? Ma quante idee sono riusciti a mettere in musica?
Arriviamo quindi a valutare “9” a vent’anni dalla sua pubblicazione. Questo album è fottutamente bello, fottutamente heavy, fottutamente tutto.
Era un lavoro molto atteso e non capisco perché in molti rimasero delusi. Posso essere d’accordo che i capolavori della band siano altri, ma ascoltando questo CD non lo trovo né debole, né mancante in nulla, assolutamente nella (altissima) media della band.
Comunque non deluse me.
Forse i pezzi sono un po’ meno articolati rispetto al passato, ma di certo non mancano di personalità. Per quanto mi riguarda questo album non sarà mai vecchio o sorpassato e si merita di essere ascoltato ancora oggi.
[Lenny Verga]

Philip H. Anselmo & The Illegals – Choosing Mental Illness as a Virtue (2018)

Dopo “l’incidente del vino bianco” che ha fatto fallire i Down (almeno fino a prova contraria), Phil Anselmo è entrato in modalità composizione automatica.
Prima un momento di stand-by e poi ecco gli Scour, i Superjoint e, infine, un secondo capitolo con gli Illegals. Lasciato per strada Marzi Montazeri, partito per altri lidi (Exhorder e il suo progetto solista), Phil Anselmo rimescola le carte e fa uscire Choosing Mental Illness As A Virtue.
Rispetto al precedente Walk Through Exits Only lo scarto è in avanti. E questo è innegabile, visto che solo cinque anni prima il singer americano aveva prodotto un disco che era l’equivalente di un ragazzino prepuberale che andava fuori di matto davanti al PC per una stronzata.
Fortunatamente nel 2018 questo ragazzino è cresciuto e la rabbia la riesce ad esprimere meglio; forse non in maniera adeguata, ma le canzoni hanno almeno compiuto, non come quelle su Walk Through Exits Only.
Dopo un breve lasso di tempo in cui il cut-up era la forma lirica più usata dall’ex Pantera, negli ultimi anni Phil sembra essere ritornato a buttare nelle lyrics molte delle cose che lo colpiscono o lo tormentano. Quindi in Choosing Mental Illness As A Virtue (da ora CMIAAV) ecco che ritornno temi già trattati nell’ultimo dei Superjoint e, ovvio, anche nel precedente disco solista. Una sorta di Phil 2.0, sembrerebbe. 
Il fatto è che il progetto con gli Illegals permette di far uscire una combo fra le tipiche tirate sludgy del periodo The Great Southern Trendkill (la title track di questo disco o anche Little Fucking Hero) e poi quella miscela di death/black che sembra essere componente importante nelle produzioni di Anselmo nel post-2000 (Utopian o Finger Me). Questa componente era ovviamente già stata provata con gli Scour e in maniera più puntuale, ma con gli Illegals riesce a fornirne una versione aggiornata secondo il modo di vedere del Phil solista. 
Perché, per qualche motivo, si sente che dentro questo CMIAAV c’è il singer di New Orleans come compositore principale, mentre negli Scour c’è un lavoro diverso. Sbaglierò sicuramente e tutto esce dalla penna di Anselmo anche in quello, ma il tocco del singer sugli Illegals è inconfondibile. 
Ed ecco quindi che partono gli stop’n’go, le accelerazioni che sanno di Superjoint ma finiscono per flirtare molto di più con il death (The Ignorant Point) o delle mazzate sludge con brani zuppi d’adrenalina come IndividualDelinquent. Non c’è niente di innovativo, niente che sia capace di rivoluzionare il senso delle musica – ma rispetto a Walk Through Exits Only qualcosa è cambiato e quel “qualcosa” è la capacità di composizione. Perché nessuno può negare che Phil sia capace di scrivere grandi canzoni (ricordiamoci le canzoni che ha firmato nei Down); il suo problema è l’essere erratico e incapace di dare vera continuità alla musa della scrittura mentre il gioco dei rimandi a sound passati, quando trattati in maniera troppo didascalica, mina la qualità generale della scrittura del singer di New Orleans. 
Il risultato è quindi una generale incostanza nei dischi. 
Choosing Mental Illness As A Virtue non è un capolavoro e soffre degli stessi problemi di fondo, ma il songwriting abbastanza costante ci può far ben sperare per un terzo episodio. 
Io spero che non siate fra la moltitudine di gente che sta aspettando con ansia un disco live di Phil Anselmo & The Illegals che interpretano le canzoni dei Pantera. Lo spero perché è una cosa da lasciare nel passato, un pezzo di storia: le canzoni dei Pantera possono essere interpretate sul palco ma poi tutti a casa a bersi una birra e STOP. Non giochiamo con i sentimenti delle persone. 
Per il momento godiamoci questo Choosing Mental Illness As A Virtue che non ambisce certo a lasciare un segno indelebile nel mondo della musica, ma almeno è la cartina tornasole di quello che è Phil Anselmo all’alba del 2020. 
[Zeus]

Nuove Info

Abbiamo rinnovato il nostro impegno e lo abbiamo messo per iscritto, perché è un punto di vanto essere riusciti a mantenerlo per 18 lunghi, e bellissimi, anni.

Noi andiamo avanti caparbi e senza paura e ve lo diciamo chiaramente nelle INFO, voi continuate a darci il vostro supporto!

Grazie di tutto, a tutti voi.

Zeus, per conto di tutto Lo Staff