Mestizia e riff della madonna. Crowbar – Equilibrium (2000)

Di tutti i dischi dei Crowbar, questo Equilibrium del 2000 è quello che ho ascoltato di meno, perdonatemi e tiratemi le pietre. Che ci volete fare se il precedente era una forza della natura, che andava a sommarsi ad un quartetto iniziale di pura imponenza (4 dischi in 5 anni d’attività)? 
Uno che non ho ascoltato molto ci sta, perché poi veniva seguito da Sonic Excess in Its Purest Form che partiva con The Lasting Dose, una canzone che mi ricorda principalmente MySpace e il periodo dell’inizio dell’Università. 
Nel 2000 i Crowbar erano praticamente una macchina da guerra, non sbagliavano un colpo e fra riff monumentali, la voce sofferta di Kirk, ritmiche intriganti e una pachidermica capacità di annichilirti al loro passaggio, la compagine di New Orleans continuava ad imporsi come uno dei migliori gruppi sludge a livello mondiale.
Forse sono di parte e ce ne sono di meglio, ma visto che la recensione la scrivo… tesso le lodi di chi voglio io. 
Dicevamo, con Equilibrium i Crowbar fanno sentire il loro peso sulla scena di New Orleans e sbaragliano l’uscita debolissima dei Corrosion of Conformity dopo anni di crescita costante (nei prossimi mesi uscirà la recensione) e rimettono al loro posto gente come gli Alabama Thunderpussy (nel 2000 sparano a vuoto pure loro) e compagnia cantante. 
Con i Pantera ai saluti finali, i COC in piena deriva e gli Eyehategod in procinto di uscire con il loro quarto disco in studio, le basi per un ritorno sulle scene dei Down sono pronte e, infatti, nel 2001 si riuniranno per dare un seguito allo spettacolare debutto
Di tutti, i Crowbar sono quelli che, ancora, hanno i riff migliori e le canzoni più avvincenti, cosa che incomincerà a cambiare nel 2011 con la disintossicazione di Kirk e con LP con Dio nel cuore invece che la mestizia e la depressione, vera e propria forza motrice dei Crowbar. Non arriverò mai a dire che gli LP di Windstein&Co. sono brutti, sono solo più deboli rispetto ad uno standard così alto da essere quasi irraggiungibile. 
E tenete presente che su Equilibrium i Crowbar ti spaccano la faccia con tutte le ritmiche sludge, brani lenti e riffoni grossi come i bicipiti di Schwarzenegger ai tempi d’oro, ma poi ti fucilano al cuore quando tirano fuori i sentimenti e il piano (suonato con un solo dito) su To Touch the Hand of God, un brano che cresce con gli ascolti ma che ti ammazza subito. 
In definitiva Equilibrium è un album che, anche adesso, suona compatto e ispirato, con pochi veri highlights (se ne trovavano sempre nei dischi precedenti, quei brani da buttare su a ripetizione senza neanche pensarci su troppo) ma con una qualità media del songwriting che è da primi della classe. Nessun filler, nessuna caduta di tono o noia nell’ascoltarlo. 
Non molti dischi possono dirsi invecchiati così bene, 20 anni e non sentirli. La potenza della disperazione in musica. 
[Zeus]

Sacramentum – Thy Black Destiny (1999)

Quando si parla di black metal in Svezia, ci sono tre scuole di pensiero: quella dei Marduk, quella dei Dark Funeral e poi ci sono i compianti Dissection a completare un’ideale triade sonora.
Sto generalizzando, lo so, ci sono anche molti gruppi svedesi che guardano alla vicina Norvegia come ispirazione, ma devo restringere il campo. 
Le cronache musicali danno per breve la vita degli svedesi Sacramentum: tre dischi ufficiali in otto anni d’attività, finita la quale anche la carriera dei musicisti sembra essere giunta al capolinea. 
Il terzo dei dischi è Thy Black Destiny, uscito all’alba del 1999 e colpevolmente ignorato dal sottoscritto. Ignorato, tanto che non ne conoscevo l’esistenza fino a quando non mi sono messo a rovistare nel musicume del 1999 e ho tirato fuori dal cilidro questo LP influenzato sì dai Dissection, ma ci possiamo leggere dentro anche una suggestione simil-Necrophobic ma meno votato al black (Spiritual Winter o Demonaeon).
Thy Black Destiny è un disco che mantiene tutte le promesse: una mazzata di black melodico con una forte attitudine death metal tanto che associare a questo LP il concetto di black metal è quasi sbagliato, risultando questo un disco death metal. Ma son piccolezze.
Il disco è concepito per staccarti la testa a furia di headbanging nel treno (oggi ci ho fatto caso, più del solito, che mentre sono in treno ho la testa che sembra una bobble head) e si contiene solo nello strumentale e nella title track. Il resto del disco non si ferma, e fra riffing di chitarra, momenti più ritmati in alternanza a quelli in cui il blast beat si impone sovrano (ottimo il lavoro di Nicklas Rudolfsson dietro il drumkit), il disco mantiene una costanza di risultato e un’efficacia spaventosa. Se ci uniamo la buona prova di Nisse Karlén (uno che ha un nome tirato fuori da Leo Ortolani) dietro il microfono, allora stiamo parlando di uno di quei dischi da ripescare dal fondo della memoria, per chi lo conosceva, o dalle profondità di YouTube, per gli ignoranti come me.
Vista la compattezza del disco, e l’evidente mancanza di qualsivoglia filler, mi stupirei di sapervi indifferenti dopo la doppietta The Manifestation – Shun The Light e mi farebbe strano non vedervi cercare su Google/Youtube questi Sacramentum. Se poi siete come me, che dagli svedesi volete anche il titolo in latino, sarete accontentati con Rapturous Paradise (Peccata Mortali).
Cosa volete di più? Ditemelo. Perché Thy Black Destiny è un LP da riprendere, soprattutto se nei vostri ascolti casalinghi (o nelle playlist di Spotify, quanto è cambiato il mondo), ci sono band come i già citati Dissection, Necrophobic o, se vogliamo, anche gli Unanimated… 
Da riscoprire al più presto. 
[Zeus]

UADA – Cult of a Dying Sun (2018)

Come calciatore amatoriale non sono mai stato un genio, mi arrabattavo alla meglio per riuscire a tenere inviolata la porta. Ci riuscivo, ma non era una questione di tecnica vera e propria, piuttosto di una combinazione non ricreabile di agilità, reattività, moderato culo e uno/due momenti di vero calcio. Ah, e la gioventù. 
Non avendo avuto fortuna in quel settore, mi sono gettato (di nuovo, visto che ne ero uscito) nel terribile mondo del Fantacalcio; quindi weekend a guardare il cellulare per i risultati, formazioni, mercato e tutto quello che circonda questa droga. Non sono bravissimo, visto che non guardo le partite, ma seguo il mercato di Serie A e quindi mi tengo aggiornato sugli spostamenti di giocatori che ho incominciato a conoscere. E così compro e vendo. Ovviamente ci sono i giocatori totem (quelli che devo avere in squadra) e quelli che mi stanno sui indifferenti (o, peggio, sui coglioni) e che verranno acquistati unicamente se hanno prezzo basso/o se ne ho necessità assoluta. 
Quando mi tocca, tengo questi giocatori in uno stato di quarantena assoluta, non toccano mai “il campo” e vengono lasciati fuori dall’undici iniziale e/o panchina. Visto che il campionato è lungo, c’è il rischio di infortuni e di dover fare turnover forzato, cosa che porterà i “paria” ad entrare in campo, fallendo miserevolmente. La prestazione insoddisfacente me li fa tenere ancora di più nel reparto “non toccare”, aggravando la situazione prezzo e quindi la possibilità di vendere il giocatore ad una cifra decente. 
Poi succede la cosa più logica in assoluto: i giocatori si infortunano e sono costretto a riutilizzare questi personaggi non voluti. Risultato? Mi stupiscono ricevendo voti buoni e/o bonus. 
Stessa cosa possiamo dire degli americani UADA. Non mi sono piaciuti con il loro Devoid The Light e così li ho lasciati in panchina per anni. Troppo derivativi, troppo scontati e niente, non ce la faccio a sentire il black metal americano. Almeno fino a qualche mese fa che mi è capitato sotto mano Cult of a Dying Sun (disco uscito l’anno scorso e da me completamente ignorato). Il nuovo LP della band di Portland sembra aver finalmente messo un po’ di pepe alla miscela, smettendo di essere una copia carbone della scena polacca. Il “pepe” in questione è l’aver aggiunto un po’ di death metal nella proposta, così da fornire più nerbo ad un black metal melodico e, in molti punti, ancora dipendente dal sound polacco (Snake & Vultures). 
Ci sono ancora cose da limare e, forse, gestire meglio il minutaggio non sarebbe una brutta cosa (la già citata Snake&Vultures o Mirrors), ma questo non mi porta a valutare automaticamente in maniera peggiore il disco: tanto che gli otto minuti di Sphere (Imprisonment) sono molto buoni e si arriva con facilità alla fine del brano. Quello che forse gli si può rimproverare sono i quasi 6 minuti della pur buona Wanderer e la vaga sensazione che questo LP sarebbe stato veramente top se fosse uscito più compatto e sotto forma di EP. 
In termini di prestazione corale non c’è niente da rimproverare, i musicisti sanno il fatto loro e suonano bene, e anche Jake Superchi dietro il microfono sfodera una prestazione maiuscola. La compattezza che ne esce si può ricollegare anche ai The Committee, ma senza l’ottimo substrato lirico del collettivo europeo. 
Cult of a Dying Sun è un disco compatto, con pochi punti deboli (quelli che ci sono li ho accennati) e una tracklist abbastanza forte, con la sola Blood Sand Ash ad essere meno sugli scudi delle altre, e un buon potenziale di “riuscire a ricordare” le canzoni nel futuro. 
Gli UADA stanno crescendo e mi hanno stupito veramente. Pensavo di trovarmi a bocciarli in maniera impietosa, ma hanno tirato fuori una prestazione matura e, come nel Fantacalcio, quando si parte con la striscia vincente, non ha senso ributtarli in panchina a marcire. 
[Zeus]

Mercyful Fate – 9 (1999)

Nella mia lunga esperienza di metallaro ho sempre assistito ad un certo tipo di reazione da parte di chi si avvicinava per la prima volta ai Mercyful Fate o al King Diamond solista: quello storcere il naso di fronte al falsetto del singer danese. Reazione tutto sommato comprensibile perché si tratta di uno stile canoro inusuale e molto d’impatto. Dopodiché gli ascoltatori si dividevano in due categorie: chi non riusciva ad apprezzare e si allontanava per sempre e chi, una volta abituatosi e averci fatto l’orecchio, capiva la grandiosità e la personalità del Re Diamante.
Io appartengo a quest’ultima categoria.
Ovviamente all’inizio ci sono voluti diversi ascolti ma, ancora prima di abituarmi del tutto alla voce, la mia attenzione veniva sempre catturata dalla bellezza della musica. Le parti di chitarra mi incantavano e gradualmente arrivai a vedere il disegno nella sua completezza, tanto da giungere alla conclusione che quelle canzoni e quel modo di cantare erano perfetti insieme, inscindibili.
Quindi, diciamo le cose come stanno: chi non riesce ad entrare in sintonia con questo cantante e con questa band, non ha idea di che cosa si perde!
Ma avete sentito che riff, che soli, che strutture che hanno i pezzi dei Mercyful Fate? Ma quante idee sono riusciti a mettere in musica?
Arriviamo quindi a valutare “9” a vent’anni dalla sua pubblicazione. Questo album è fottutamente bello, fottutamente heavy, fottutamente tutto.
Era un lavoro molto atteso e non capisco perché in molti rimasero delusi. Posso essere d’accordo che i capolavori della band siano altri, ma ascoltando questo CD non lo trovo né debole, né mancante in nulla, assolutamente nella (altissima) media della band.
Comunque non deluse me.
Forse i pezzi sono un po’ meno articolati rispetto al passato, ma di certo non mancano di personalità. Per quanto mi riguarda questo album non sarà mai vecchio o sorpassato e si merita di essere ascoltato ancora oggi.
[Lenny Verga]

Philip H. Anselmo & The Illegals – Choosing Mental Illness as a Virtue (2018)

Dopo “l’incidente del vino bianco” che ha fatto fallire i Down (almeno fino a prova contraria), Phil Anselmo è entrato in modalità composizione automatica.
Prima un momento di stand-by e poi ecco gli Scour, i Superjoint e, infine, un secondo capitolo con gli Illegals. Lasciato per strada Marzi Montazeri, partito per altri lidi (Exhorder e il suo progetto solista), Phil Anselmo rimescola le carte e fa uscire Choosing Mental Illness As A Virtue.
Rispetto al precedente Walk Through Exits Only lo scarto è in avanti. E questo è innegabile, visto che solo cinque anni prima il singer americano aveva prodotto un disco che era l’equivalente di un ragazzino prepuberale che andava fuori di matto davanti al PC per una stronzata.
Fortunatamente nel 2018 questo ragazzino è cresciuto e la rabbia la riesce ad esprimere meglio; forse non in maniera adeguata, ma le canzoni hanno almeno compiuto, non come quelle su Walk Through Exits Only.
Dopo un breve lasso di tempo in cui il cut-up era la forma lirica più usata dall’ex Pantera, negli ultimi anni Phil sembra essere ritornato a buttare nelle lyrics molte delle cose che lo colpiscono o lo tormentano. Quindi in Choosing Mental Illness As A Virtue (da ora CMIAAV) ecco che ritornno temi già trattati nell’ultimo dei Superjoint e, ovvio, anche nel precedente disco solista. Una sorta di Phil 2.0, sembrerebbe. 
Il fatto è che il progetto con gli Illegals permette di far uscire una combo fra le tipiche tirate sludgy del periodo The Great Southern Trendkill (la title track di questo disco o anche Little Fucking Hero) e poi quella miscela di death/black che sembra essere componente importante nelle produzioni di Anselmo nel post-2000 (Utopian o Finger Me). Questa componente era ovviamente già stata provata con gli Scour e in maniera più puntuale, ma con gli Illegals riesce a fornirne una versione aggiornata secondo il modo di vedere del Phil solista. 
Perché, per qualche motivo, si sente che dentro questo CMIAAV c’è il singer di New Orleans come compositore principale, mentre negli Scour c’è un lavoro diverso. Sbaglierò sicuramente e tutto esce dalla penna di Anselmo anche in quello, ma il tocco del singer sugli Illegals è inconfondibile. 
Ed ecco quindi che partono gli stop’n’go, le accelerazioni che sanno di Superjoint ma finiscono per flirtare molto di più con il death (The Ignorant Point) o delle mazzate sludge con brani zuppi d’adrenalina come IndividualDelinquent. Non c’è niente di innovativo, niente che sia capace di rivoluzionare il senso delle musica – ma rispetto a Walk Through Exits Only qualcosa è cambiato e quel “qualcosa” è la capacità di composizione. Perché nessuno può negare che Phil sia capace di scrivere grandi canzoni (ricordiamoci le canzoni che ha firmato nei Down); il suo problema è l’essere erratico e incapace di dare vera continuità alla musa della scrittura mentre il gioco dei rimandi a sound passati, quando trattati in maniera troppo didascalica, mina la qualità generale della scrittura del singer di New Orleans. 
Il risultato è quindi una generale incostanza nei dischi. 
Choosing Mental Illness As A Virtue non è un capolavoro e soffre degli stessi problemi di fondo, ma il songwriting abbastanza costante ci può far ben sperare per un terzo episodio. 
Io spero che non siate fra la moltitudine di gente che sta aspettando con ansia un disco live di Phil Anselmo & The Illegals che interpretano le canzoni dei Pantera. Lo spero perché è una cosa da lasciare nel passato, un pezzo di storia: le canzoni dei Pantera possono essere interpretate sul palco ma poi tutti a casa a bersi una birra e STOP. Non giochiamo con i sentimenti delle persone. 
Per il momento godiamoci questo Choosing Mental Illness As A Virtue che non ambisce certo a lasciare un segno indelebile nel mondo della musica, ma almeno è la cartina tornasole di quello che è Phil Anselmo all’alba del 2020. 
[Zeus]

Nuove Info

Abbiamo rinnovato il nostro impegno e lo abbiamo messo per iscritto, perché è un punto di vanto essere riusciti a mantenerlo per 18 lunghi, e bellissimi, anni.

Noi andiamo avanti caparbi e senza paura e ve lo diciamo chiaramente nelle INFO, voi continuate a darci il vostro supporto!

Grazie di tutto, a tutti voi.

Zeus, per conto di tutto Lo Staff

666. Rotting Christ – The Heretics (2019)

The Heretics, tredicesimo disco di una carriera lunga 30 anni, segna il raggiungimento di un percorso iniziato con Aealo nel 2010. Con questo disco sono nati i “nuovi Rotting Christ”, una formazione che più che il riffing, basava tutto su due fattori principali: la percussività/ripetitività dei pattern e un’aura di grandeur data dall’ampio uso delle orchestrazioni, cori e quant’altro. In un certo senso i Rotting Christ hanno “smesso” (nota per i cagacazzi: si fa per dire, uso figurato del termine smettere) di suonare black metal e hanno incominciato a studiare il modo per trasferire una sensazione “teatrale” nel contesto musicale, facendola poi risultare “estrema e metallica” e quindi, in senso lato, black metal.
Quindi ecco che le chitarre vengono snellite e messe in secondo piano, mentre tutto il reparto ritmico (batteria in primis) sembra prendere il sopravvento. Questa attitudine è anche la conseguenza naturale dall’aver tradotto il proprio sound in una forma più sciamanica rispetto al precedente black metal. Quindi ecco che si fa largo una prima sensazione: Sakis&Co. hanno allentato la presa sulla “forma canzone” e si sono concentrati su una particolare forma di narrazione orale.

Da questo punto si parte per valutare The Heretics. Il disco è la naturale prosecuzione del percorso compiuto negli anni precedenti ed è una summa fra lo sciamanesimo cupo di Rituals e il sound più chitarristico di Κατά τον δαίμονα του εαυτού. Un lavoro che sembra chiudere il discorso relativo alle religioni/esoterismo del mondo e che adesso deve portare ad un rinnovamento necessario.
Sono ormai molti anni che Sakis, mainman e unico compositore della band, confeziona riff che sanno di riciclo e i testi (ma chi cazzo se ne incula dei testi nel black metal? come direbbe il buon Skan, ma oh, io ci provo a fare il professionale per una volta) sono quanto di più ripetitivo e banale possibile. Non si riesce a contare quante volte vengano ripetute certe parole (heaven, hell, fire, pyre, death…) all’interno di The Heretics. Bisogna però dire una cosa: quanto sono realmente importanti, ai fini del disco, i testi? Servono come necessario complemento o vengono messi insieme solo per le proprietà ritmiche delle parole?

Questo LP è, senza ombra di dubbio, uno dei più, se non il più, discusso della storia della compagine greca. L’abbondanza di orchestrazioni e parti recitate mette in secondo piano le composizioni e fa sospettare di un calo di capacità compositiva. Questo lo si capirebbe, visto che i Rotting Christ sono “forzatamente in giro per ripagare il debito greco” e Sakis è un leader dispotico in fatto di songwriting, ma ascoltandolo bene si nota che, pur denotando una certa stanchezza, il disco svela un’anima semplice, epica ed enfatica. I brani più diretti sono perfettamente riproponibili sul palco (e cantabili dai presenti) e più che catturare la rabbia del black metal ne fotografa la grandeur. Sentitevi la doppietta iniziale (Ветры злые è una delle migliori del lotto) e si capisce che è questo l’obiettivo finale.
Non tutto il disco vive di guizzi, ma la semplicità “conosciuta” di Heaven and Hell and Fire e Fire God and Fear, così come l’altrettanto basilare e monocorde Hallowed Be Thy Name, è volta a raggiungere un compendio epico, dove il black metal va in secondo piano a favore di un’impostazione teatrale che, in qualche modo, funziona.
Hallowed Be Thy Name è paradossalmente una traccia che non parte mai (ha lo stesso ritmo solenne di Ze Nigmar), sembra essere un grande filler ma poi ha un feeling epico che mi piace – e, con buona probabilità, sono l’unico a pensarla così. Dies Irae e I Believe (Πιστεύω) sono fra le canzoni più vicine al black metal di The Heretics ma sembrano quasi fuori posto, con I Believe (Πιστεύω) che mischia velocità e riffing ad un recitato dando una strana sensazione finale.
Il terzetto finale è in crescendo, tanto che The Raven è fra le migliori del lotto grazie ad un songwriting quantomeno originale. 
La versione deluxe contiene due episodi di The Sons Of Hell: la prima ha un riffing più ficcante e vive sull’esuberanza delle chitarre, mentre la seconda (intitolata Phobos) è meno intrigante e dopo un po’ si finisce per dimenticarla.

The Heretics non è certamente il miglior album dei Rotting Christ e mostra una progressiva stanchezza esecutiva, ma è tutt’altro quello schifo di disco che leggo in giro. Concepito come grandioso e teatrale, sviluppa molta della sua forza grazie ai chorus e al riffing immediato, quello che bisogna capire è quanto sarà longevo.
Riprendo un concetto già espresso: questo LP, come punto d’arrivo, va bene ma lancia un segnale d’allarme che la band non può ignorare. Sakis è in riserva e, sottoposto ad un iperlavoro a causa del trentennale della band (mille uscite, singoli, partecipazioni, concerti), non ha fatto in tempo a ricaricare le batterie. Tutto questo, in The Heretics, si sente. Dopo 9 anni di religioni e credenze popolari è ora e tempo di reinventarsi anche per i Rotting Christ; sarà difficile, ma è un passo da fare. 
[Zeus]

Con Satana al tuo fianco: Inquisition – Into the Infernal Regions of the Ancient Cult (1998)

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Dopo una serie di demo ed EP, una collezione lunga 8 anni, gli Inquisition se ne escono con Into the Infernal Regions of the Ancient Cult, il primo disco della lunga discografia della band colombiano-americana. Io ci sono arrivato tardi a questo duo (nell’esordio c’era anche Debandt al basso, subito stroncato e, con buona probabilità, ritornato a impacchettare confezioni premium di purissima coca colombiana) e grazie all’intervento provvidenziale di Skan, il quale mi ha parlato di quel Obscure Verse for the Multiverse che tanto ha traviato i miei sogni notturni popolandoli di creature lovecraftiane.
Se siete partiti come me dal quasi fine (Obscure… è del 2013), quando vi troverete di fronte Into the Infernal Regions of the Ancient Cult sarete al cospetto di una bestia tutt’altro che uguale a quella, fortunatissima, release. Dentro i solchi del primo LP si respira Satana a pieni polmoni, nella versione più sporca, grezza, registrata con tutti i crismi del sound “mezzo lo-fi, ma non troppo da risultare True Norwegian Black Metal” e con una batteria che, in certi momenti, sembra registrata in una caverna tanto è l’eco che ne esce. Il trademark, però, è quello che poi caratterizzerà gli Inquisition negli anni successivi: voce monotona e inquietante nell’essere vicina all’inumano a causa della mancanza della qualsiasi emozione; grande ruolo della batteria e poi il lavoro di Dagon alla chitarra. Se vogliamo, in questo primo CD come chitarrista è ancora alle prese con l’evoluzione dello stile che poi lo caratterizzerà, ma si sente che è proprio là. Gli arpeggi, i passaggi dilatati e poi i riff che, più che accelerare, sono funzionali alla creazione del culto e della ripetitività ritualistica dell’invocazione a Satana.
Se poi vogliamo, nel 1998, Dagon e Incubus riescono a tirar fuori una fra le migliori tracce che mi ricordano i Satyricon che ho sentito negli ultimi anni (The Initiation) e poi quelle canzoni che, di Burzum-iano, ne hanno le stigmate ne vogliamo parlare? Solitary Death In The Nocturnal Woodlands Hail The Cult hanno impressa la benedizione di Varg Vikernes.
E se una canzone di 9 minuti, giocata su ritmiche lente ed evocativa nel suo incedere ritualistico, non ti fa sbadigliare allora, forse, possiamo affermare che è una traccia riuscita. Ma eviterei di fare il track-by-track, quello lo potete trovare anche su altre webzine e, sono certo, lo sanno fare meglio di me. Quindi io mi limito a sottolineare che Journey To Infernukeorreka è un momento di stacco “ritmato” più che mai necessario dopo gli oltre 9 minuti di Summoned by Ancient Wizards Under a Black Moon.
Un esordio che, per me, è qualcosa di più e questo lo imputo alla maturità con cui il duo è arrivato a registrare il disco: 8/9 anni fra demo ed EP formano il carattere e Satana ha tempo di aspettare per il giusto tributo.
Questo disco del 1998 non raggiungerà il livello di viaggio mentale di quelli successivi (diciamo, indicativamente, da Nefarious Dismal Orations) ma da qualche parte il culto doveva partire ed è partito invocando Satana ogni 3×2.
Noi approviamo, sia chiaro.
[Zeus]

Narcotrafficanti, death metal e brutture varie – i Brujeria di Pocho Aztlan

Siamo alle solite e, di conseguenza, il dubbio si ripropone: è la Nuclear Blast che si prende artisti alla frutta o sono gli artisti che, arrivati sotto l’egida della teteska NB, hanno un improvviso rincoglionimento generale?
I Brujeria, targati 2016, sono una band che di idee ne ha pochine e significa che Pocho Aztlan è loffio dopo ben pochi ascolti. I brani si atteggiano, tirano fuori il petto e alzano la voce… ma vedi che stanno facendo i tamarri.
Tenete presente che uno dei brani più ricordabili (Bruja) sembra un estratto da Brujerizmo (e lascio a voi pensare se questo è un fattore positivo o meno), mentre di Plata O Plomo si ricorda quasi di più il video della canzone.
Il resto di Pocho Aztlan si attesa su canzoni che non ti picchiano nei denti e ti lasciano insoddisfatto come una scopata malriuscita. Perché puoi anche fare un disco di mestiere e piazzarci dentro tutti i temi a te cari, droga, puttane slabbrate e strafatte di crack, narcotrafficanti, death metal e satanismo, lo capisco cazzo!!, lo capisco veramente – tutti hanno il diritto di arrivare a fine mese e pagarsi la coca e la TV via cavo; ma se ti manca la canzone-bomba, quella che ti brucia il culo come dopo quel chili piccante che ti sei mangiato dal carroccio del messicano impestato, c’è poco da fare: hai solo un dischello death metal che, poco tempo dopo l’acquisto, finirà nella tua colonia di polvere.
O, peggio ancora, verrà scaricato sul PC e ascoltato di quando in quando con l’espressione perplessa del viso.

[Zeus]