Nuove Info

Abbiamo rinnovato il nostro impegno e lo abbiamo messo per iscritto, perché è un punto di vanto essere riusciti a mantenerlo per 18 lunghi, e bellissimi, anni.

Noi andiamo avanti caparbi e senza paura e ve lo diciamo chiaramente nelle INFO, voi continuate a darci il vostro supporto!

Grazie di tutto, a tutti voi.

Zeus, per conto di tutto Lo Staff

Annunci

666. Rotting Christ – The Heretics (2019)

The Heretics, tredicesimo disco di una carriera lunga 30 anni, segna il raggiungimento di un percorso iniziato con Aealo nel 2010. Con questo disco sono nati i “nuovi Rotting Christ”, una formazione che più che il riffing, basava tutto su due fattori principali: la percussività/ripetitività dei pattern e un’aura di grandeur data dall’ampio uso delle orchestrazioni, cori e quant’altro. In un certo senso i Rotting Christ hanno “smesso” (nota per i cagacazzi: si fa per dire, uso figurato del termine smettere) di suonare black metal e hanno incominciato a studiare il modo per trasferire una sensazione “teatrale” nel contesto musicale, facendola poi risultare “estrema e metallica” e quindi, in senso lato, black metal.
Quindi ecco che le chitarre vengono snellite e messe in secondo piano, mentre tutto il reparto ritmico (batteria in primis) sembra prendere il sopravvento. Questa attitudine è anche la conseguenza naturale dall’aver tradotto il proprio sound in una forma più sciamanica rispetto al precedente black metal. Quindi ecco che si fa largo una prima sensazione: Sakis&Co. hanno allentato la presa sulla “forma canzone” e si sono concentrati su una particolare forma di narrazione orale.

Da questo punto si parte per valutare The Heretics. Il disco è la naturale prosecuzione del percorso compiuto negli anni precedenti ed è una summa fra lo sciamanesimo cupo di Rituals e il sound più chitarristico di Κατά τον δαίμονα του εαυτού. Un lavoro che sembra chiudere il discorso relativo alle religioni/esoterismo del mondo e che adesso deve portare ad un rinnovamento necessario.
Sono ormai molti anni che Sakis, mainman e unico compositore della band, confeziona riff che sanno di riciclo e i testi (ma chi cazzo se ne incula dei testi nel black metal? come direbbe il buon Skan, ma oh, io ci provo a fare il professionale per una volta) sono quanto di più ripetitivo e banale possibile. Non si riesce a contare quante volte vengano ripetute certe parole (heaven, hell, fire, pyre, death…) all’interno di The Heretics. Bisogna però dire una cosa: quanto sono realmente importanti, ai fini del disco, i testi? Servono come necessario complemento o vengono messi insieme solo per le proprietà ritmiche delle parole?

Questo LP è, senza ombra di dubbio, uno dei più, se non il più, discusso della storia della compagine greca. L’abbondanza di orchestrazioni e parti recitate mette in secondo piano le composizioni e fa sospettare di un calo di capacità compositiva. Questo lo si capirebbe, visto che i Rotting Christ sono “forzatamente in giro per ripagare il debito greco” e Sakis è un leader dispotico in fatto di songwriting, ma ascoltandolo bene si nota che, pur denotando una certa stanchezza, il disco svela un’anima semplice, epica ed enfatica. I brani più diretti sono perfettamente riproponibili sul palco (e cantabili dai presenti) e più che catturare la rabbia del black metal ne fotografa la grandeur. Sentitevi la doppietta iniziale (Ветры злые è una delle migliori del lotto) e si capisce che è questo l’obiettivo finale.
Non tutto il disco vive di guizzi, ma la semplicità “conosciuta” di Heaven and Hell and Fire e Fire God and Fear, così come l’altrettanto basilare e monocorde Hallowed Be Thy Name, è volta a raggiungere un compendio epico, dove il black metal va in secondo piano a favore di un’impostazione teatrale che, in qualche modo, funziona.
Hallowed Be Thy Name è paradossalmente una traccia che non parte mai (ha lo stesso ritmo solenne di Ze Nigmar), sembra essere un grande filler ma poi ha un feeling epico che mi piace – e, con buona probabilità, sono l’unico a pensarla così. Dies Irae e I Believe (Πιστεύω) sono fra le canzoni più vicine al black metal di The Heretics ma sembrano quasi fuori posto, con I Believe (Πιστεύω) che mischia velocità e riffing ad un recitato dando una strana sensazione finale.
Il terzetto finale è in crescendo, tanto che The Raven è fra le migliori del lotto grazie ad un songwriting quantomeno originale. 
La versione deluxe contiene due episodi di The Sons Of Hell: la prima ha un riffing più ficcante e vive sull’esuberanza delle chitarre, mentre la seconda (intitolata Phobos) è meno intrigante e dopo un po’ si finisce per dimenticarla.

The Heretics non è certamente il miglior album dei Rotting Christ e mostra una progressiva stanchezza esecutiva, ma è tutt’altro quello schifo di disco che leggo in giro. Concepito come grandioso e teatrale, sviluppa molta della sua forza grazie ai chorus e al riffing immediato, quello che bisogna capire è quanto sarà longevo.
Riprendo un concetto già espresso: questo LP, come punto d’arrivo, va bene ma lancia un segnale d’allarme che la band non può ignorare. Sakis è in riserva e, sottoposto ad un iperlavoro a causa del trentennale della band (mille uscite, singoli, partecipazioni, concerti), non ha fatto in tempo a ricaricare le batterie. Tutto questo, in The Heretics, si sente. Dopo 9 anni di religioni e credenze popolari è ora e tempo di reinventarsi anche per i Rotting Christ; sarà difficile, ma è un passo da fare. 
[Zeus]

Con Satana al tuo fianco: Inquisition – Into the Infernal Regions of the Ancient Cult (1998)

Risultati immagini per inquisition into the infernal regions of the ancient cult

Dopo una serie di demo ed EP, una collezione lunga 8 anni, gli Inquisition se ne escono con Into the Infernal Regions of the Ancient Cult, il primo disco della lunga discografia della band colombiano-americana. Io ci sono arrivato tardi a questo duo (nell’esordio c’era anche Debandt al basso, subito stroncato e, con buona probabilità, ritornato a impacchettare confezioni premium di purissima coca colombiana) e grazie all’intervento provvidenziale di Skan, il quale mi ha parlato di quel Obscure Verse for the Multiverse che tanto ha traviato i miei sogni notturni popolandoli di creature lovecraftiane.
Se siete partiti come me dal quasi fine (Obscure… è del 2013), quando vi troverete di fronte Into the Infernal Regions of the Ancient Cult sarete al cospetto di una bestia tutt’altro che uguale a quella, fortunatissima, release. Dentro i solchi del primo LP si respira Satana a pieni polmoni, nella versione più sporca, grezza, registrata con tutti i crismi del sound “mezzo lo-fi, ma non troppo da risultare True Norwegian Black Metal” e con una batteria che, in certi momenti, sembra registrata in una caverna tanto è l’eco che ne esce. Il trademark, però, è quello che poi caratterizzerà gli Inquisition negli anni successivi: voce monotona e inquietante nell’essere vicina all’inumano a causa della mancanza della qualsiasi emozione; grande ruolo della batteria e poi il lavoro di Dagon alla chitarra. Se vogliamo, in questo primo CD come chitarrista è ancora alle prese con l’evoluzione dello stile che poi lo caratterizzerà, ma si sente che è proprio là. Gli arpeggi, i passaggi dilatati e poi i riff che, più che accelerare, sono funzionali alla creazione del culto e della ripetitività ritualistica dell’invocazione a Satana.
Se poi vogliamo, nel 1998, Dagon e Incubus riescono a tirar fuori una fra le migliori tracce che mi ricordano i Satyricon che ho sentito negli ultimi anni (The Initiation) e poi quelle canzoni che, di Burzum-iano, ne hanno le stigmate ne vogliamo parlare? Solitary Death In The Nocturnal Woodlands Hail The Cult hanno impressa la benedizione di Varg Vikernes.
E se una canzone di 9 minuti, giocata su ritmiche lente ed evocativa nel suo incedere ritualistico, non ti fa sbadigliare allora, forse, possiamo affermare che è una traccia riuscita. Ma eviterei di fare il track-by-track, quello lo potete trovare anche su altre webzine e, sono certo, lo sanno fare meglio di me. Quindi io mi limito a sottolineare che Journey To Infernukeorreka è un momento di stacco “ritmato” più che mai necessario dopo gli oltre 9 minuti di Summoned by Ancient Wizards Under a Black Moon.
Un esordio che, per me, è qualcosa di più e questo lo imputo alla maturità con cui il duo è arrivato a registrare il disco: 8/9 anni fra demo ed EP formano il carattere e Satana ha tempo di aspettare per il giusto tributo.
Questo disco del 1998 non raggiungerà il livello di viaggio mentale di quelli successivi (diciamo, indicativamente, da Nefarious Dismal Orations) ma da qualche parte il culto doveva partire ed è partito invocando Satana ogni 3×2.
Noi approviamo, sia chiaro.
[Zeus]

Narcotrafficanti, death metal e brutture varie – i Brujeria di Pocho Aztlan

Siamo alle solite e, di conseguenza, il dubbio si ripropone: è la Nuclear Blast che si prende artisti alla frutta o sono gli artisti che, arrivati sotto l’egida della teteska NB, hanno un improvviso rincoglionimento generale?
I Brujeria, targati 2016, sono una band che di idee ne ha pochine e significa che Pocho Aztlan è loffio dopo ben pochi ascolti. I brani si atteggiano, tirano fuori il petto e alzano la voce… ma vedi che stanno facendo i tamarri.
Tenete presente che uno dei brani più ricordabili (Bruja) sembra un estratto da Brujerizmo (e lascio a voi pensare se questo è un fattore positivo o meno), mentre di Plata O Plomo si ricorda quasi di più il video della canzone.
Il resto di Pocho Aztlan si attesa su canzoni che non ti picchiano nei denti e ti lasciano insoddisfatto come una scopata malriuscita. Perché puoi anche fare un disco di mestiere e piazzarci dentro tutti i temi a te cari, droga, puttane slabbrate e strafatte di crack, narcotrafficanti, death metal e satanismo, lo capisco cazzo!!, lo capisco veramente – tutti hanno il diritto di arrivare a fine mese e pagarsi la coca e la TV via cavo; ma se ti manca la canzone-bomba, quella che ti brucia il culo come dopo quel chili piccante che ti sei mangiato dal carroccio del messicano impestato, c’è poco da fare: hai solo un dischello death metal che, poco tempo dopo l’acquisto, finirà nella tua colonia di polvere.
O, peggio ancora, verrà scaricato sul PC e ascoltato di quando in quando con l’espressione perplessa del viso.

[Zeus]

Kaltenbach Open Air 2015 – Giorno 3

Siamo arrivati al terzo giorno del festival e noi di TMI siamo più ruspanti che mai.
Rispetto a noi, buon trequarti del festival ha subito un decadimento a cui solo l’Uranio Impoverito può aspirare (battute da capogiro). Dicevo: noi di TMI tiriamo avanti, nonostante la salute sia una condizione utopica… ma quando il Dio Metallo ti chiama, la salute si mette in silenzio e si va ad adorare il Grande Capro.
E oggi, come giornata, il Grande Capro ha di che leccarsi gli zoccoli.
Come nelle giornate precedenti, i veri metallari si vedono al mattino… e infatti noi dormiamo come ghiri e ci andiamo a mangiare specialità locali. Il festival sta già pompando watt nell’aria e questo si sente per tutta la valle.
Arriviamo alla location del festival giusto giusto per vederci i Mater Monstifera. La band suona un misto Dimmu Borgir + Gravemorm etc che mi lascia molto indifferente. Loro ci mettono impegno, niente da dire, ma è un genere che mi annoia.
Per questioni inerenti a condizioni fisiche debilitate (la salita al festival ci aveva spossato…) ci siamo seduti su un prato poco distante dal palco per tutta l’esibizione dei Selbstentleibung. Non posso dare giudizi su come hanno tenuto il palco, ma il sound depressive black metal era potente. Il pubblico davanti al palco (voci di voci) era folto, ma suppongo per attendere la band successiva: i Gutalax.
I Gutalax, grinder della Repubblica Ceca, sono una specie di ignorantissima rivelazione. L’attitudine è quella cazzare, relax e molto fun-oriented e i 40 minuti a loro disposizione scorrono velocissimi. Il pubblico impazzisce e si prodiga in un continuo pogo e persino il primo e unico Wall Of Death di tutto il festival. Quello che mi piace di queste band grind è il divertimento che trasmettono e il pubblico lo recepisce e interpreta a modo suo. Cosa significa? Che si vedevano travestimenti (persino un ragazzo/una ragazza? vestito da merda), gente in abbigliamenti stravaganti, gente sul palco… ecco, attitudine cazzara. I pezzi? Un grind veloce, orecchiabile, con un pig squeal come voce… ma bisogna ammettere che era superfluo, tanto il cantante era uno showman divertente.
Dopo l’esibizione dei Gutalax, il pubblico si disperde (suppongo che molti fossero venuti solo per la loro esibizione, per poi tornare a disfarsi di birra nelle tende) e si ritorna all’affluenza classica delle 18.
Cambio di palco (veloce!) ed ecco che si ritorna all’attitudine più dark che contraddistingue questo festival. Il divertimento bizzarro dei Gutalax lascia spazio alle atmosfere dei greci Rotting Christ.
Questa è una delle band che VOLEVO vedere in questo Kaltenbach, perciò sono impaziente che lo show inizi. Sakis e compagnia stanno portando in giro il tour per promuovere Kata Ton Daimona Eaytoy, l’ultimo disco in studio. Nei giorni precedenti l’inizio del concerto è anche uscito il primo disco dal vivo della band (Lucifer Over Athens) e perciò questo era un doppio evento.
Il concerto è incentrato quasi tutto sui brani di Kata Ton Daimona Eaytoy (moltissimi gli estratti), ma non mancano anche i brani da Aealo, Sanctus Diavolos o The Mighty Contract… perciò non ci si può certo lamentare. La band è in forma e si vede che si diverte a suonare dal vivo. I suoni sono fantastici e la cosa aiuta moltissimo il sound della band, visto che un suono impastato avrebbe fatto perdere il mix con le basi pre-registrate.
Queste non diminuiscono l’assalto black metal della band, ma ne ampliano lo spettro e rendono ogni brano molto potente e avvolgente.
Sakis è un frontman esperto e incita la folla, mentre il resto della band macina riff, pattern o assoli.
Unica mancanza? Non hanno fatto King Of A Stellar War o Non Serviam. Ma non si può volere tutto, in fin dei conti avevano 50 minuti a disposizione e non potevano fare miracoli (e bisogna tenere conto che sono in tour da una vita fra concerti a supporto di KTDE e quello dedicato di dischi più vecchi).
Cambio di palco (devo dire veloce e preciso?) e setting dei suoni (ottimi anche stavolta) e di fianco alla batteria vengono posizionate due belle croci rovesce. Il Grande Capro ha scalpitato di gioia nel vederle.
I God Dethroned arrivano sul palco e c’è subito una strana sensazione: la band sembra annoiata. Suonano bene, potenti ed il death metal battagliero ha un buon tiro, ma loro sembrano scazzati. Cosa che viene ribadita dai commenti fastidiosi del frontman. Niente di grave, sia chiaro… ma traspariva una certa dose di “togliamoci via il dente”. Peccato.
Dopo un set ben eseguito, freddo ma ben suonato, ecco che arrivano le due canzoni finali: una delle quali è Villa Vampiria dall’album Ravenous. Sarà la canzone, sarà la risposta del pubblico, ma la band sembra metterci molta più convinzione e la canzone ne esce una bomba… se avessero messo la stessa potenza e determinazione anche nel resto del set il giudizio sarebbe stato molto diverso.
Gli olandesi lasciano il palco, ma gli applausi ci sono. Perciò non si può certo dire che hanno deluso.
Il problema delle recensioni è non lasciarsi trascinare troppo dalla comparazione fra un set e l’altro o dalle proprie aspettative… ecco, il banco è saltato quando sono saliti gli Anaal Nathrakh.
Gli inglesi si presentano con il loro abbigliamento molto casual, non serve molto “trucco & parrucco” quando si hanno delle bombe sonore da far esplodere nelle orecchie dell’ascoltatore.
Il set è un concentrato di violenza assurda. Gli Anaal Nathrakh non si risparmiano un secondo, a parte le presentazioni dei pezzi da parte di V.I.T.R.I.O.L. che non disdegna un sarcasmo feroce e velenoso, e si sente. Il set è intenso e comprende brani come Between Shit And Piss We Are BornForging Towards The SunsetOf Fire And Fucking Pigs… e molti altri. Nell’ora a loro disposizione gli inglesi hanno dato una lezione su come suonare violenti, cattivi e brutali. Il grind-black metal esce fuori perfetto dalle casse, tanto che ogni aggressione sonora, ogni scream o growl è perfettamente comprensibile anche in mezzo al turbinio di suoni dati dalle due chitarre e dalla sezione ritmica.
Un commento unanime da parte dei vostri inviati di TMI? Ti trasmettono violenza e odio, ti annichiliscono senza riserve. Non servono grandi cose, questi hanno piazzato la bomba e l’hanno fatta esplodere.
E poi, diciamocelo, come fai a non amare una band che saluta così il pubblico? “Vi siamo piaciuti? Se sì sono contento. In caso contrario spero che non vi schiantate con la macchina quando rientrate verso casa… è il meglio che posso dirvi“.
Nonostante la mia personale passione per Marduk e Rotting Christ, gli Anaal Nathrakh sono i vincitori assoluti del festival.
Fra il set degli Anaal Nathrakh e quello degli headliner della giornata (i Dark Funeral) c’è tempo per la celebrazione dei 10 anni di attività del festival. Fuochi d’artificio, entusiasmo, applausi e la sensazione che questo sia un festival da tenere sott’occhio.
Dopo gli scoppi e la colonna sonora affidata ai Metal Warrior Manowar, ecco che si preparano a salire sul palco i blackster svedesi Dark Funeral.
L’attesa è alta, soprattutto perché è anche l’occasione di vederli dal vivo senza Emperor Magus Caligula. Alla voce c’è il ben meno imponente Heljarmadr e la differenza, anche come approccio, si sente. Il palco è addobbato e tutto è pronto per il rituale satanico promesso da Lord Ahriman e soci.
Pronti, Satana, Via.
La band inizia subito scaldando i motori con My Funeral e si incomincia subito a storcere il naso. I suoni, per la prima volta in assoluto nel festival, sono calibrati malissimo e si fatica a comprendere qualcosa del growl/scream del cantante… nonché molte parti strumentali. Quando Lord Ahriman parte con i solo, ecco che parte un casino sul casino. No bueno, amigos. No bueno.
Il set prosegue e il suono è sempre sporchissimo, confuso… a questo si aggiunge un particolare molto, ma molto, fastidioso: la band sbaglia spesso e volentieri. A partire dal leader della band a scendere, tutti si incartano, sbagliano o perdono il tempo. Non si sentono nelle spie? Sbagliano e basta? Non possiamo saperlo… ma le chiusure errate ed il batterista che, picchiando come un fabbro, va a farfalle è un brutto vedere per una band che ha 21 anni di storia sulle spalle.
Sono irritato dalla qualità scarsa della proposta e mi allontano per prendermi qualcosa da mangiare… i suoni, da distante, non migliorano (ci si spera sempre, si da la colpa al fatto che si sentono le casse del palco o altro) e ci rassegniamo a vedere una band storica eseguire un set molto deludente.
Ammetto che gli ultimi due/tre pezzi sembravano migliori degli altri, cosa che non aumenta molto il giudizio sulla loro esibizione, ma almeno li riscatta e mette il dubbio che fosse solo un problema di spie sul palco.
Bisogna dire una cosa: i Dark Funeral avevano vita difficile a superare una esibizione potente e feroce come quella degli inglesi. Succede, qualche volta, che gli opener siano più efficaci degli headliner.

La truppa di TMI, dopo aver immolato al Grande Capro un panino col polpettone e uno con la polpetta, si dirige verso l’Hotel sulle note della band del Late-Night Show: i Bäd Hammer.

Vorrei fare un piccolo sunto veloce di questo festival, così da dare un parere su altre cose rispetto alla sola musica:

LOCATION: Il festival è in un’ottima posizione, immersa in una foresta e perfetta per le atmosfere dei gruppi black metal. Essendo distante dal paese è possibile far fischiare le casse senza problemi di sorta. Ulteriore punto a favore è proprio la gente del paese (Spital Am Semmering): tutti molto gentili e comprensivi del fatto che, per tre giorni, ci sarà l’invasione delle armate del Demonio. Basta un reciproco rispetto e tutto funziona.

ORGANIZZAZIONE: Non ci sono appunti da fare. Code minime per prendere da mangiare e nessuna per rifornimenti di bevande. Cibi (fritti) sia per vegetariani che per carnivori, perciò tutti avevano qualcosa con cui nutrirsi. I bagni erano presenti in tutto il festival e gli spazi camping erano nelle immediate vicinanze del concerto. Non c’erano docce, ma l’organizzazione aveva segnalato dove potersi lavare, oltre a dare consigli vari ed eventuali su dove mangiare etc.

TECNICI & SECURITY & SERVIZIO PRONTO SOCCORSO: Un plauso ai tecnici del suono e chi ha lavorato dietro le quinte. Tutto era praticamente perfetto. I concerti iniziavano spaccati al secondo, pur senza avere un secondo palco a disposizione, e i suoni si sono rivelati ottimi per tutti i tre giorni (con qualche piccola nota sui Dark Funeral, ma è veramente una pecca minima).
La security era discreta e anche sotto il palco non ha mai causato problemi. Una lode particolare va anche al presidio medico: le due ragazze e il ragazzo della Croce Rossa hanno fatto turni estenuanti, ma erano sempre presenti.

METALLARI DEL KALTENBACH: Un bel mix di vecchia guardia e nuove leve del metal. Birra ne scorreva a volontà, così come altri alcolici… ma nessun problema rilevato. Metallari sfiniti, esausti, ma non c’era il classico violento o rompicazzo. Si sfasciavano e rimanevano accartocciati per terra, panchine o ovunque fossero. Una dignità metallara ce l’hanno anche loro. Altra menzione degna di nota: il pogo c’era, ma così anche il rispetto. Se uno/a cadeva, molti facevano cerchio intorno a lui/lei per proteggerlo dalla calca e lo aiutavano a rialzarsi e raccogliere eventuali effetti personali persi nello scontro. Questi, nonostante tutto, sono bei gesti.

[Zeus]

Black Sabbath Pills – Gli anni 90

* Per chi volesse, può recuperare le precedenti puntate di Early Years e Anni 80*

Tanto gli anni 80 segnano passaggi fondamentali nella carriera dei Black Sabbath (sia verso l’alto, sia verso un buco nero di mancanza di interesse verso la band di Iommi), quanto gli anni 90 sono cruciali per la rinascita del nome Black Sabbath e per il tormentone più gettonato: le reunion. La reunion, nel caso di specie, non è quella della formazione originale (tanto agognata e mai completata), ma di formazioni transitorie. Questo andamento porterà alla produzione di dischi anche buoni, ma lascia spazio a molte critiche e prodotti non all’altezza della fama dei Nostri.

Black Sabbath – TYR (1990)

La formazione presente su Headless Cross rimane quasi la stessa anche per il disco successivo. L’unico avvicendamento è nella posizione del bassista con l’entrata di Neil Murray al posto di Laurence Cottle. La nuova line up si mette subito al lavoro e nel 1990 fa uscire TYR. Il nuovo disco cambia coordinate rispetto al precedente: basta con il tripudio di Satana nei testi, il concept su cui si basa questo LP è quello della mitologia norrena e, per la precisione, il dio TYR (a cui è dedicata una tripletta di canzoni nel lato B – The Battle Of Tyr, Odin’s Court e Valhalla). Il resto del CD si muove su coordinate doom ma dal piglio melodico (The Sabbath Stones, Heaven in Black) o parti veloci (Jerusalem). Meno catchy di Headless Cross, TYR riesce comunque a far vedere i Sabbath in buona formazione. Peccato non duri.

Black Sabbath – Dehumanizer (1991)

Non appagati di aver trovato la prima formazione quasi stabile da anni a questa parte, i Black Sabbath amano mettersi in difficoltà da soli e smantellano la line up di TYR per ricreare quella che aveva registrato Mob Rules. Dopo quasi 10 anni rientrano in formazione, come se niente fosse successo, Ronnie James Dio e Vinny Appice e, soprattutto, Geezer Butler (rientrato dopo l’abbandono a seguito dei continui cambi di formazione post-Born Again). Con due terzi dei Sabbath originali e la formazione di Mob Rules al completo, le aspettative verso Dehumanizer sono elevatissime. Molti dei fan, però, rimarranno interdetti dalla proposta del quartetto. Con nessun accenno alle tematiche fantasy e nessuna tonalità calda tipica del suono di Iommi, Dehumanizer si presenta freddo, tagliente e con un R.J.Dio votato alla narrazione di questione di pura attualità (il rapporto uomo – macchina/Pc) e nessuna concessione ai suoi classici mondi fantastici. Iommi snocciola riff durissimi e quadrati, come dovrebbe suonare una formazione dei ninties, e la sezione ritmica martella con costanza. Se Born Again è l’album più metal (sporco e cupo) prodotto dai Nostri, Dehumanizer è l’album metallico della discografica dei Sabbath. Questo nuovo disco ha il suo fascino, ma risente, più di Heaven and Hell, del passare del tempo.
L’ironia della sorte è che anche questa formazione non dura.

Black Sabbath – Cross Purposes (1994)

La data di smantellamento della formazione di Dehumanizer è il 1992. Quell’anno Ozzy, stanco di andare in tour e reduce da battaglie contro la dipendenza da alcool e droghe, decide di farsi da parte e chiede ai suoi compagni dei Sabbath di accompagnarlo per alcune date in Costa Mesa (California). I Sabbath sarebbero stati la band d’apertura allo show finale di Ozzy (con cui avrebbero suonato qualche brano). Iommi acconsente di partecipare al tour d’addio dell’amico, Dio non vuole fare da apripista per Ozzy. Risultato? Dio se ne va e fine dei giochi.
Con la formazione dimezzata (anche Vinny Appice se ne va dopo il tour), i Sabbath sono di nuovo solo il duo Iommi-Butler. Per la nuova formazione il chitarrista decide di richiamare Tony Martin e di assumere Bobby Rondinelli alla batteria. I quattro entrano in studio ed il risultato è Cross Purposes. Il disco è un mix delle innovazioni portate da Dehumanizer nel sound sabbathiano e di alcuni sguardi verso il passato (non molto lontano, cadiamo sempre negli eighties). Il Cd suona moderno, pulitissimo e mischia bene il riffing di Iommi con le melodie fornite da Tony Martin. Cross Purposes può essere inteso come un mix dei suoni metallici di Dehumanizer con la pulizia del suono, le melodie e una certa vena d’epicità di Headless Cross. La diversità rispetto ai precedenti lavori è una maggiore propensione al suono metal seppur di marca Iommi (anche nelle classiche ballad) e l’abbandono delle derive hard rock che avevano contraddistinto molti dischi dei middle eighties.

Black Sabbath – Forbidden (1995)

In linea con le turbolente vicende della storia dei Nostri, Forbidden è nato da un parto difficile. Geezer Butler esce di nuovo dalla formazione e Iommi ha l’idea di riunire la formazione di Tyr. Intendiamoci: non ha riunito la formazione originale (Iommi-Ward-Ozzy-Butler) o di Heaven And Hell… quella di Tyr!! Le premesse non possono che essere di un disastro annunciato… e non per i musicisti coinvolti, ma per la poca voglia di registrare che li contraddistingue. Forbidden viene registrato nello studio dei Body Count (la band di Ice-T, che contribuisce ai testi e ad un rap in The Illusion Of Power, la traccia d’apertura del disco) e presenta una delle track list più deboli in assoluto nella discografia dei Sabbath. I Nostri sembrano non aver voglia di suonarci su questo CD e fanno di tutto per farlo sentire. Linee vocali deboli, riff spenti o poco ficcanti, sezione ritmica che timbra il cartellino… niente che lasci il segno (nemmeno nella classica ballad). Iommi, al tempo, aveva difeso Forbidden, per poi pentirsene anni addietro. Un disco indifendibile e l’amara chiusura di una tranche d’attività quasi sempre impeccabile.

Black Sabbath – Reunion (1998)

Gli anni 90 sabbathiani sono all’insegna della reunion più disparata, anche se quella più attesa è proprio quella che porta alla registrazione, live, del disco Reunion. Per la prima volta dal Live Aid (e dai concerti in Costa Mesa, per il presunto addio alle scene di Ozzy), la formazione originale dei Black Sabbath si ritrova sul palco. Iommi – Butler – Osbourne – Ward di nuovo insieme ed i fan sognano. Invano. Questo primo assaggio della formazione originale porta solo a tour come Black Sabbath e nessun disco in studio. Perché è fondamentale Reunion? Il disco è iper-prodotto da Bob Marlette, i suoni sono grossi, pesanti e pulitissimi per essere un live e, dopo anni ed anni, si risentono i grandi classici contenuti nei primi sette dischi (Dirty Woman proviene da Technical Ecstasy) cantati dal buon Ozzy. Il Madman stecca volentieri (anche se meno che negli anni successivi), ma il suo carisma è palpabile anche via CD e la band asseconda il suo folle cantante con una base ritmica perfetta. Bill Ward, nonostante l’attacco cardiaco che aveva messo in discussione la sua partecipazione e la pre-allerta di Vinny Appicy, tiene bene e fornisce il tocco che tanto mancava ai pezzi dei Sabbath. Il duo Iommi – Butler fornisce un saggio accademico di cosa significa suonare doom.
Sentire Paranoid o Iron Man suonata da loro è un’esperienza, pur con tutta la bravura di chi ha aiutato Iommi a portare avanti il gruppo.
Le tracce bonus presenti sul CD sono Selling My Soul e Psycho Man. Brani discreti niente più, l’attenzione è tutta sul live.

[Zeus]