From Sweden to… – In Flames (2009 – 2017)

Abbiamo lasciato questa rubrica con il disco A Sense Of Purpose e, quindi, con il primo grande cambiamento della storia e cioè l’abbandono/cacciata del fondatore della band Jesper Strömblad). La novità è quella di procedere con la formazione a quattro e assoldare il collaudato Engelin come chitarrista live.
Risultati immagini per in flames sounds of a playground fadingIl primo parto della nuova vita degli In Flames si chiama Sounds Of A Playground Fading ed è un disco del 2011. Per chi aveva sperato in un “rinsavimento” della band grazie allo scossone dell’abbandono del chitarrista, rimarrà deluso sotto molti punti di vista. Chi aveva visto nel futuro degli In Flames un cambio melodico, screamo/emo/metalcore, qua troverà pane per i suoi denti. Ma per chi aveva imparato ad apprezzare le canzoni, i suoni, l’energia degli svedesi, Sounds Of A Playground Fading è un pugno in pieno volto. Le canzoni non vanno da nessuna parte e hanno come canone comune quello di essere lamentose, leggere e senza il minimo nerbo (e quando tentano di fare i cattivi, ecco che sembrano scarti di Come Clarity, non inseriti in quel CD per un ben preciso motivo: perché non validi). Fridén ormai ha intrapreso la via di un clean sporco che, a tutti gli effetti, si staglia bene su un prodotto che non è niente di più che un giocattolino per adolescenti complessati (sentitevi The Attic). Forse chi ha iniziato ad ascoltare metal in quegli anni può apprezzare questa versione degli In Flames, per me sono un dead man walking che non produce una canzone memorabile in 50 minuti di musica!! Ci vuole del talento anche per fare questo, glielo riconosco.
Passano tre anni, la band ritorna sul luogo del misfatto e non doma di averci fornito un disco modesto, poppy e fatto apposta per piacere ai bimbiminkia di MTV, ci dona un Risultati immagini per in flames siren charmsnuovo spunto di riflessione su cosa sono diventati. Siren Charms esce nel 2014 e capisci che tutto quello in cui credevi sta letteralmente andando a puttane. Il disco è senza ombra di dubbio peggio di S.o.a.P.F. In questo non c’è niente di salvabile, qualche riff forse? Qualche melodia? Ma stiamo parlando di piccolezze in un mare di musica che non ha un briciolo dell’aggressività o di qualche componente di buon songwriting come, senza tornare ai fasti passati, dello stesso Come Clarity. Non so come fare a sottolineare il fatto che stiamo incominciando a rivalutare dischi post-2002. Questo è il metro di paragone, non più qualcosa di realmente forte, intrigante e capace di colpirti. No, stiamo ragionando su brani come In Plain View, della pochezza abissale di Everything’s Gone, la bruttura conclamata di Rusted Nail o degli inquietanti occhiolini alle classifiche di Billboard/MTV di Paralyzed (nonché canzone che trasuda nulla da tutti i passaggi). Se poi teniamo presente che Fridén si ostina a trascinarsi nei meandri del clean e che la title-track vaga senza incidere – tutti danno l’impressione di suonare con il freno a mano tirato, Svensson su tutti). When The World Explodes potrebbe suonare come gli In Flames del periodo Soundtrack… (pur senza elettronica accentuata), ma poi ammosciano tutto con l’intervengo di Emilia Feld.
Sinceramente non so più cosa dire su questo disco, ma sono già tante parole rispetto a quello che seguirà. E, con puntualità, dopo due anni ecco il successore di Siren Charms.
Risultati immagini per in flames battlesHo già avuto modo di parlare di questo disco nella recensione ad hoc, ma visto che stiamo procedendo con ordine, dico qualcosa che su Battles. La quantità di bruttura inserita in questo CD è qualcosa da Guinness dei primati. C’è poco da fare, sono passati due anni e continuo a ritenere merda questo disco. Perché considerarlo brutto e degnarlo di più mi sembra un atto di spregio nei confronti di chi, su TMI, vuole qualcosa di più di una semplice spolverata di buonismo e recensioni falsamente professionali. Ormai il duo Gelotte-Fridén è lanciatissimo verso un paradiso americano che non sarò certo io a rimproverargli, ma cristo di un Dio, mi fate il favore di eliminare la scritta In Flames dalla cima di ogni CD? Io lo chiedo perché questo Battles è il sottoprodotto di una band che di essere sé stessa non ha più voglia. The American Dream ha corrotto anche gli svedesi e quindi ecco i coretti (The Truth), le cose da emo-core, le tamarrate lagnose (Like Sand, giusto per dirne una) e da supermercato. Basta, non degno altro tempo a questo disco e passo oltre.
Un anno dopo, ecco il colpo di grazia finale: Down, Wicked & No Good, l’EP di cover Risultati immagini per in flames down wicked and no gooddella band precedentemente conosciuta come In Flames. Anche di questo EP ho fatto una recensione non tanto tempo fa, e non mi sposto tanto dal giudizio che avevo dato. L’EP di cover è sempre un momento di divertimento della band stessa, un momento in cui smettono di comporre cose originali e omaggiano canzoni/gruppi che adorano. A volte è il segnale di una crisi compositiva, ma non credo questo sia il caso: gli In Flames, in crisi totale, ci sono da anni. Le cover sono prodotti americanizzati, perfetti per il mercato a stelle e strisce e quindi con una personalità pari a poco. Devo entrare nelle radio, nei supermercati e negli ascensori. Non c’è posto per nient’altro. Quindi i Depeche Mode suonano più loffi della cover fatta ai tempi di Whoracle e Hurt non ha il drive emotivo dell’originale o della cover di Johnny Cash. Down In A Hole è rifatta pulita pulita, ma essendo un pezzo brutale sulla droga non riesce bene se staccato dalla personalità deviata del tossicomane. Wicked Games è perfetta per gli In Flames 2018, c’è poco da fare.
Io non so cosa aspettarmi dal futuro della band, questo ve lo dico già adesso. Ero un fan e le uscite le aspettavo con interesse, poi gli svedesi hanno pisciato fuori dal vaso ed ecco che aspetto i dischi con un terrore incredibile, come se da un momento all’altro dovesse chiamarmi il commercialista e dirmi: devi pagare le tasse.
Non è una bella sensazione.
[Zeus]

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From Sweden to… – In Flames (2004 – 2008)

Dopo aver pubblicato il temibile Reroute To Remain, la band “si regala” due anni di tour ed EP (che evito di recensire per salvaguardare la mia coscienza). Finito il dovere contrattuale di portare in giro il nuovo disco, gli svedesi rientrano in studio e incominciano a registrare il seguito di quel disco.
Risultati immagini per in flames soundtrack to your escapeNel 2004, a due anni dal precedente, fanno uscire Soundtrack To Your Escape. Va bene, qua non riesco proprio a trovare parole buone. Niente, zero. Ho avuto la sfortuna di vederli dal vivo a supporto di questo disco (nel 2005 – erano in compagnia dei Sepultura, spompati all’inverosimile). Il disco è brutto, piatto e senza il minimo sentimento. Sono certo che hanno voluto buttarci dentro una grossa dose di angst adolescenziale, qualcosa di vendibile alle nuove generazioni metallare in USA e Europa, ma il mix di suoni non funziona proprio. Tutto suona grosso, ma manca di aggressività visto che è pulito e lucido. Fridén alterna uno spompato scream a delle clean vocals loffie, senza nerbo che, spesso, suonano molto piagnucolanti invece che dare un valore aggiunto alla musica. Questo tratto, però, non è destinato a cambiare e, anzi, sarà la via su cui si indirizzeranno gli svedesi. La band, quindi, incomincia il percorso di rivoluzione del suono, immergendolo in sovrapproduzioni, elettronica, tastiere, scream-clean vocals e un’attitudine che è l’estremo opposto delle “perversioni” aliene dei primi CD.
Dopo soli due dischi, gli In Flames tirano fuori un nuovo disco dal vivo. Questa voltaRisultati immagini per in flames used & abused accompagnato dal DVD di alcuni concerti tenutisi in Inghilterra, Svezia etc. Non poteva che essere così, c’era da aspettarselo. Il live, in questo caso, è la dimostrazione che la band sta cambiando. Used & Abused – In Live We Trust del 2005 è il manifesto di questo cambiamento. Trequarti della scaletta non guarda oltre Clayman e il resto prendono da Colony, Whoracle e The Jester Race. Stiamo parlando di una band che non ha intenzione di rimanere a rimuginare su quello che era, ma su quello che diventerà e, potrà piacere o meno, è un tratto che Fridén&Co. hanno portato avanti con una coerenza invidiabile. Il vecchio pubblico era scontento? Loro hanno alzato le spalle e avanti march con la loro linea musicale. Ci vuole una visione d’insieme e coraggio anche per prendere certe decisioni.
Due anni di distanza significa? Nuovo disco in studio! Con costanza tutta svizzera, gli In Flames entrano in sala di registrazione e sfornano il successore del terribile Soundtrack To Your Escape. Il successore si chiama Come Clarity e, rispetto ai due orribili LP che Risultati immagini per in flames come clarityl’hanno preceduto, almeno qualche motivo di sollievo ce l’ha. Non dico che sia un capolavoro, ma stiamo parlando del primo disco che inizia con un accenno, quasi sincero, di aggressività (e stiamo parlando di Take This Life). Il resto del disco sfrutta il nuovo filone “metalcore”, lo mischia e lo risputa fuori in maniera un po’ più vibrante rispetto al disco del 2004. Poi ci sono gli aspetti affettivi, della title-track non posso parlare male perché mi ricorda una ragazza che ho frequentato per un po’. Stavo ascoltando questo disco, per recensirlo, mentre andavo a prenderla in macchina. Quindi il ricordo sarà sempre associato all’appuntamento successivo. I punti negativi sono sempre gli stessi: spesso il lavoro delle chitarre, oltre a tritur riff, è monocromo e anche la batteria non brilla in nessuna maniera. Fridén continua la sua involuzione vocale nello scream ma, almeno, migliora leggermente quella nel clean. Il problema è sempre lo stesso però: gli In Flames dovrebbero contenere al minimo queste svarionate in clean e concentrarsi su creare riffing decenti, melodie accattivanti e tutto quello che, in un secondo, ti fa spuntare la parola In Flames sulle labbra. Secondo me e seppur penalizzato da alcune pecche storiche, Come Clarity è il miglior disco della band da molti anni a questa parte. Immagine correlata

Dopo due anni di attesa, ecco il successore di Come Clarity e, sinceramente, pensavo procedessero su quella via di irruvidimento del sound (non posso certo dire di “ritorno alle origini”). Come potete immaginare, gli In Flames se ne sono sbattuti le balle e hanno tirato fuori A Sense Of Purpose nel 2008 (ha festeggiato i 10 anni qualche mese fa). Il sound si alleggerisce in maniera paurosa, ritorando a dare moltissimo spazio alle parti elettroniche e rendendo le chitarre di zucchero. I riff forse ci sono anche, ma il suono delle sei corde è leggerissimo. I testi sono, come di consuetudine da anni a questa parte, incentrati su paranoie e disagi vari ed eventuali, cosa che fa sorridere ripensando ai testi spaziali e pieni di “fantascienza” dei primi dischi. L’effetto lagna è una delle componenti che si fa spazio in breve tempo ed è l’unica traccia costante di tutti i brani contenuti nel disco. Non c’è scampo, sembra di sentire una conversazione fra emo che si lamentano. Ovvio, sparare su questo disco è semplice, ma poi bisogna riconoscergli due cose: a) ha dentro alcune buone melodie, meglio che il tafferuglio di note a caso dei CD precedenti; b) ha aperto le porte del mercato USA agli In Flames. Perché un disco come questo, leggero, non troppo veloce e/o violento, zuppo di lagna e con una copertina sinceramente ridicola è quello che il mercato americano può sopportare.
Se vogliamo, e lo dico consciamente, questo è l’album che ha fatto da spartiacque fra chi ancora credeva in una qualche “redenzione” della band ed un ritorno ad un suono più duro (come ci avevano illuso con Come Clarity) e chi, ormai, ha abbracciato il nuovo trend degli svedesi. Dopo A Sense Of Purpose, Fridén&Co. perderanno il fondatore della band (Jesper Strömblad – distrutto da depressione, alcool e insoddisfazioni varie) e si ritroveranno fra le mani una bestia completamente diversa da gestire: più grande, più influente sul mercato USA ed Europeo e con un sound che, paradossalmente, si americanizza scimmiottando quelli che, a loro volta, hanno copiato il vecchio sound In Flames. Paradossi della vita.

Il canto della sirena. Ozzy Osbourne – No More Tears (1991)

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Ma vi rendete conto che cazzo di dischi sono usciti nel 1991? Che annata epocale per la musica? Prima e dopo il 1991, ecco cosa si può dire. E sì che Ozzy, nel 1991, ci è arrivato grazie al surplus di ossigeno fornito dal biondo Zakk Wylde e all’aiuto provvidenziale di Lemmy Kilmister, se no col cazzo che sfornava No More Tears. Tirava fuori un Ultimate Sin numero 2 e finiva la giostra. Infatti questa stava per inchiodarsi, come quando sei al massimo e finisce la musichetta fastidiosa, e portare ad uno dei celebratissimi (e falsi) addii del Madman più famoso del pianeta.
No More Tears è, senza troppi giri di parole, uno dei migliori dischi di Ozzy dai tempi della doppietta Blizzard Of Oz e Diary Of A Madman. Il Madman suona ispirato e canta come se ne valesse la pena, mentre Zakk Wylde tiene a freno i mille fischi che trituravano il cazzo in No Rest For The Wicked e ci presenta il conto con riff e soli eccellenti e dei fraseggi melodici, ma abbastanza duri da non scadere nel pop melenso, da superare indenni la prova del tempo.
Questo lo dico perché, nonostante siano passati 27 anni dalla sua pubblicazione, quando senti dei brani malinconici come Mama, I’m Coming Home o Road to Nowhere ti viene da cantare a squarciagola fregandotene di quelli che ti stanno accanto – anche perché lo stanno facendo anche loro, quindi c’è tutto un concetto di fratellanza metallica che non ha bisogno di spiegazioni. Tu sai e loro sanno, questo basta e avanza.
Ozzy non è mai stato metal in senso stretto, ha sempre avuto l’attitudine, alcune sonorità e ha dato i natali al genere, ma per farcelo rientrare musicalmente si tira lunga: Ozzy nuota in quel misto fra hard rock, metal (ok, mettiamocelo un po’), rock classico che, mischiandosi, crea la formula Ozzy Osbourne e da quel momento non ci si scappa. In No More Tears il risultato è pressochè perfetto, non replicabile in alcun modo, tanto che già dal successivo Ozzmosis il singer britannico cede e la premiata ditta Madman&Co. non riuscirà più a produrre un capolavoro epocale come quello che state leggendo.
Nel 1991 la band cesella dei chorus talmente perfetti che, pur senza sentirli da un po’, riesci a ricordarteli e, forse accade solo a me, a canticchiarli con quel tono petulante tipico dell’ex singer dei Black Sabbath. Questo è un fattore strano e non credo di replicarlo per altri – per esempio con gli AC/DC limo il tono scartavetrapalle di Brian Johnson in un qualcosa di più papabile.
Se volete un trivia divertente, il buon Bob Daisley figura nuovamente come bassista turnista (quando Ozzy si doveva cercare una spalla fidata, andava direttamente su Bob) e, come è successo millemila volte, l’ha inchiappettato a sangue. Povero Daisley, anni e anni a fidarsi del Madman e, per lo stesso periodo di tempo, essere preso in giro dal terribile duo Osbourne – Arden.
In fin dei conti No More Tears è un disco che sta lassù, nell’Olimpo dei CD intoccabili, di quelli che devono essere sentiti almeno una volta nella vita. Perché vivere senza farsi esaltare dall’attitudine rock di I Don’t Want To Change The World o da “caciaronate” come Hellraiser o Zombie Stomp  è l’equivalente di mangiarsi le Fonzies e non leccarsi le dita: vivi solo a metà.
[Zeus]

From Sweden to… – In Flames (1993 – 1997)

Non si può certo dire che gli In Flames siano una band che ama fossilizzarsi su un certo sound. Dal giorno uno della loro vita musicale, la band svedese ha avuto il vizietto di trasformare la propria proposta musicale costringendo i fan a seguirli in direzioni che nessuno avrebbe predetto. Scelta giusta, coraggiosa o insensata?
A vedere i dati di vendita e i tour sempre più grandi, la scelta di cambiare costantemente il proprio stile, pur rimanendo sempre In Flames, ha giovato e anche molto. La popolarità attuale è incredibile e, cavalcando/anticipando/fiutando il trend, la band di Fridén ha raccolto molti nuovi fan – molto probabilmente nelle nuove leve del metal, quelle abituate ad un sound diverso, cresciute con il metalcore e un certo sound americano del death metal melodico.
I vecchi fan? Stanno ancora discutendo se si sentono traditi dalla band o se seguirli ancora. La scelta è difficile, soprattutto visti gli ultimi parti musicali.
Ma tutto è iniziato in maniera più tradizionale, anche se di tradizionale, nella storia degli In Flames, c’è poco.
Immagine correlataDopo il demo del 1993 (intitolato, guarda un po’, Demo ’93), la band di Jesper Strömblad fa uscire il primo disco: Lunar Strain. All’epoca gli In Flames non erano quasi una band, visto che l’unico membro fisso era Jesper e il cantante non era Anders Fridén ma Mikael Stanne dei Dark Tranquillity. Su Lunar Strain è proprio l’ex chitarrista svedese (ora singer) a prestare l’ugola e il prodotto finale è quello che più si avvicina ad un certo ideale di disco degli In Flames. Intendiamoci, non è la realizzazione completa del sound della band, ma presenta tutti i crismi che contraddistinguono il gruppo: melodie cristalline (Everlost [Part II]), parti death metal melodiche, folk nordico (Hårgalåten) e un’attitudine da primo disco in studio. Lunar Strain è affascinante, qualcosa che ti ascolti come reliquia di un passato che non ritornerà mai più; tutti sappiamo però che il vero botto lo faranno dopo e questo è solo l’inizio dell’avventura.

La natura inquieta della band si vede già nell’EP che segue Lunar Strain.
Risultati immagini per in flames subterraneanSubterranean è il primo disco/EP che ho sentito in maniera conscia degli In Flames. Ne avevo sentito parlare bene e, alla prova dei fatti, è un EP onesto e dal tocco smaccatamente svedese. Subterranean è il passaggio naturale dal sound irrequieto e ancora non focalizzato di Lunar Strain a quello superbo di The Jester Race. Gli In Flames, anche in questo caso, non sono una band a tutti gli effetti: i cantanti variano (Henke Forss e Af Gravf, ex Marduk) e così anche i batteristi, ma il prodotto finale è un mix di sonorità che rimandano tanto al folk nordico quanto al death melodico, seppur ci sentano già elementi di metal classico. Gli inserti acustici (il finale di Everdying è semplicemente perfetto) e melodici (ad esempio Timeless) rimarranno ancora per poco nel suono della band, ma finché ci saranno la proposta sarà di assoluto livello.

Il ritmo di registrazione di Jesper è elevatissimo, tanto che nel 1996 fa uscire il secondo LP in studio e, finalmente, la formazione si stabilizza con un cantante (Anders Fridén uscito dai Dark Tranquillity) e Björn Gelotte (dietro le pelli). Larsson e Glenn Ljungström completano la line up.
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The Jester Race coincide anche con il cambio di etichetta (da Wrong Again Records a Nuclear Blast) e la novità innegabile. Due dischi sono imprescindibili se si vuole amare la band svedese: Whoracle e questo disco. Non ci sono cazzi. Già solo la chitarra iniziale di Moonshield ti fa capire che la musica sta cambiando e che gli In Flames hanno cambiato marcia rendendo il sound più organico e strutturando il disco su un mix raffinato, ma pur sempre vivace e lontano mille miglia dalla patina artefatta di prodotti analoghi della Nuclear Blast, di elementi folk/acustici, inserti di metal classico e il classico swedish death metal melodico tipico della zona di Gothenburg. Non credo si possano scoprire punti deboli in The Jester Race, ogni canzone è perfetta e, oserei dire, quasi tutto il disco potrebbe uscire come singolo – strumentali a parte (giusto perché non tirerebbero come singolo in radio). Non nascondiamoci, in The Jester Race gli In Flames svoltano e creano la prima versione del loro “trademark” e la melodia non è un elemento di cui si vergognano, anzi! Nonostante questo, però, il disco del 1996 rimane ruvido e death metal, cosa che te lo fa apprezzare sia quando necessiti della “botta death melodica” sia quando hai voglia di metallo ma vuoi qualcosa di più “leggero”.

Dopo The Jester Race, i cinque svedesi fanno uscire un nuovo EP: Black-Ash Inheritance. Uscito qualche mese primRisultati immagini per in flames black ash inheritancea dell’LP Whoracle e con la formazione del precedente disco, le cinque quattro tracce sono una nuova canzone (Goliaths Disarm Their David – fortemente influenzata dal nuovo corso sonoro della band svedese), l’anteprima di un brano di Whoracle, Gyroscope e per finire un medley acustico e una traccia live.
I completisti lo cercheranno sicuramente, ma visto che adesso c’è la possibilità di usare quello strano aggeggio chiamato YouTube, direi che per una sola canzone originale (Goliaths…), la spesa è quasi inutile.

Il ritmo è indiavolato e a distanza di un anno da The Jester Race, la band svedese fa uscire un nuovo disco di canzoni originali (più una cover – Everything Count dei DepecheRisultati immagini per in flames whoracle Mode). La formazione fissa permette al gruppo di spostare i paletti del proprio sound ancora un po’ più in là, esplorando in maniera compiuta la miscela NWOBHM-death svedese-melodie folkeggianti che contraddistinguono gli In Flames. Whoracle è un disco che spacca gli ascoltatori: troppo melodico e per alcuni, ancora troppo death per altri. Quello che possiamo dire è che Whoracle è un disco dove le chitarre contano e anche tanto. Gli scambi sono innumerevoli, perfetti e le armonizzazioni fra le due sei corde creano melodie e riff incredibili. Questo disco del 1997 viaggia su un equilibrio sottilissimo, in cui la voce sembra “quasi non starci” da tanto sono pulite le chitarre ma, in realtà, è l’unica voce che si adatta (Anders Fridén all’ultima prova onesta in studio, prima di passare a clean, mille tracce per dare corpo/effetto alla voce etc). Questo fragile equilibrio si basa tutto su pezzi che viaggiano a mille, dove forse Morphing Into Primal è l’elemento più “normale” stretto com’è fra Jester Script Transfigured World Within The Margin. Whoracle suona talmente bene che persino la cover dei Depeche Mode calza a pennello, riletta secondo lo stile degli svedesi, e non stona nel contesto di un disco come questo.
Da questo momento in avanti l’irrequietezza, la voglia di esplorare i confini del proprio sound ha portato gli In Flames in direzioni sempre più “estreme” – e, in questo caso, non nel senso di brutal.
[Zeus]

To Be Continued

You Suffer. Napalm Death – Scum (1987)

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Se vogliamo, possiamo anche non parlare di questo CD. Tanto, chi più, chi meno, lo conoscete. Conoscete i Napalm Death, conoscete Scum e non avete problemi a reperire le informazioni su questa band. Vero?
Quello che vorrei sottolineare sono due fattori e il primo è relativo alla straordinaria apertura mentale di John Peel, il quale dagli anni ’70 in avanti ha portato in radio band che, adesso nel 2018, non passerebbero neanche su radio pirata. Questo è pensare avanti, mettere un piede fuori dall’ordinario e creare qualcosa dal nulla. Cosa che, ovviamente, hanno fatto gli stessi Napalm Death che, con Scum, hanno aperto la porta a quello che poi noi chiameremo GRIND. Vorrei proprio dirlo: chi metterebbe in onda, adesso, un disco/un live grind? Pressoché nessuno.
Io mi emoziono ancora quando, nelle rarissime volte che ascolto la radio, mi riesco a sentire Stairway To Heaven senza la falciatura finale. O, stesso discorso, una canzone dei Pink Floyd. Figuriamoci, una volta sono riuscito a sentire addirittura War Pigs dei Black Sabbath. Quindi, se tanto mi da tanto, riuscire a sentirsi una canzone dei Napalm Death rientra nell’ambito dell’improbabile, se non impossibile.
Giusto per darvi l’idea della cosa, in quella straordinaria prova live il quartetto Embury/Dorrian/Steer/Harris,solo in parte quello che aveva registrato Scum, visto che Embury, all’epoca, non era della partita, ha suonato per poco più di 5 minuti tirando fuori 12 canzoni (inseriti nell’EP The Peel Sessions del 1987).
Il secondo fattore esula completamente dal disco. Mi “ricordo” un concerto dei Napalm Death in Trentino (internet mi informa che era il 2006 – la memoria cede inesorabile). A memoria di molti, quel Metaldays Festival, è stato uno dei più devastanti in assoluto. Vi posso assicurare: c’era gente incredibile e tutti i metallari erano presenti in un modo nell’altro, fra cui gente che non conoscevo e che, negli anni successivi, sarebbe diventata parte della cerchia di amici.
Come headliner di giornata c’erano i Napalm Death. La band aveva da poco pubblicato The Code Is Red… Long Live The Code e da lì a qualche mese sarebbe uscito Smear Campaign. Stiamo quindi parlando di una band che, all’epoca, aveva oltre 20 anni di attività, 11 album (e innumerevoli EP etc) e tanti chilometri e concerti sulle spalle. Li ho visti arrivare in furgone, smontarsi le cose, essere disponibili e cordiali e poi, con furia cieca, distruggere il palco. Non mi ricordo molto del concerto in sé, il livello di devastazione aveva raggiunto ormai vette assolute, ma mi ricordo questo fattore: impegno, dedizione, umiltà e caparbietà. Mi ricordo che ero rimasto stupefatto dal cachet che chiedevano per suonare (stiamo parlando di poche migliaia di euro) e del loro essere con i piedi per terra. Ragazzi come noi che, per il tempo di un concerto, salivano sul palco e ti facevano fuori a calci in faccia.
L’efficacia della loro proposta, c’erano sicuramente estratti anche da questo SCUM, si poteva contare dal numero di scarpe rimaste sul terreno polveroso davanti al palco. E dalla gente che, sfinita, bruciata dal sole e con lividi grandi come pompelmi, ritornava mesta verso gli stand della birra o dove c’erano le tende.
Forse è questo che mi ricorda SCUM: la devastazione e il divertimento. La dedizione, senza sentirsi STOCAZZO, facendo quello che si sa fare bene: suonare canzoni veloci, brutali e impegnate.
Ma, soprattutto, mi ricordano che c’è un solo, grande, interrogativo che mi percorre la mente in certi giorni e lo potrei riassumere così

[Zeus]

The swedish way of death metal – Dark Tranquillity [1991 – 1995]

Dopo aver parlato dei Marduk, mi è venuta voglia di riprendere questa tipologia di recensione. Niente recensione singola, ma più recensioni in un contesto specifico e di una sola band: in questo caso gli svedesi Dark Tranquillity. Sono conscio del fatto che questo lavoro è già stato fatto e non c’è bisogno di una carrellata di impressioni su dischi storici e/o che hanno fatto la storia della musica.
Fortuna che me ne sbatto le palle e lo faccio comunque. Se volete smettere, QUESTO è il momento. In caso contrario, buona lettura.
Continua a leggere “The swedish way of death metal – Dark Tranquillity [1991 – 1995]”

Sweden ‘Till Death – Marduk (2000 – 2003)

Siamo ormai al terzo appuntamento con la monografia dedicata ai Marduk. Dopo il primo periodo Af Gravf alla voce, il nuovo singer Legion trasporta la band dentro gli anni 2000. Il black metal è cambiato e, ormai, le case discografiche hanno messo le mani su uno dei prodotti meno commercializzabili in assoluto. Ma il black metal paga e così il business va avanti.  Continua a leggere “Sweden ‘Till Death – Marduk (2000 – 2003)”

Sweden ‘till Death #2 – Marduk (1996 – 1999)

Riprendiamo il discorso lasciato la scorsa volta con Sweden ‘till Death #1 e proseguiamo con questa (possibilmente inutile) monografia sui dischi dei Marduk. Potrei farne a meno, ve lo giuro, e con la discografia dei Marduk potrei tranquillamente campare di rendita in TheMurderInn per un po’ di tempo. Ma non lo faccio, ho una missione per conto di Satana. 
Continua a leggere “Sweden ‘till Death #2 – Marduk (1996 – 1999)”

Ozzy Osbourne Pills – Gli anni 80

Chi non conosce Ozzy Osbourne?

Per chi fosse rimasto sconnesso fino ad oggi o nascosto in una grotte su Nettuno, cosa molto metal fra l’altro, Ozzy era il singer della band Black Sabbath e leader della sua formazione solista. La storia di Ozzy come solista è legata alla fine della sua attività come frontman della band di Birmingham e l’inizio di un periodo florido e doloroso nello stesso momento.
L’uscita dalla band madre è un trauma incredibile per il singer che, a trent’anni suonati, si vede senza lavoro e fuori dal gruppo che aveva contribuito a rendere leggendario.

La soluzione più facile per non sentire questo vuoto? Riempirsi di droghe, alcool e cibo spazzatura fino a dimenticare. Il percorso autodistruttivo, però, viene fermato da Sharon Arden, poi Osbourne, che lo risolleva dagli inferi della sua condizione e ne diventa prima manager e poi moglie.

Il primo passo della nuova vita di Ozzy è la creazione di una nuova band propria: la Blizzard Of Ozz. Il nome non è nuovo, il Madman aveva già sfoggiato magliette con questo nickname già durante il periodo dei Sabbath, perciò è un’idea sedimentata nel tempo. Il vero fondamento della nuova vita da solista, però, è un’altra caratteristica: allontanarsi il più possibile dalle sonorità più progressive e barocche dei Black Sabbath degli ultimi anni dei seventies e avvicinarsi al tipo di hard rock/heavy rock dei tempi di Master Of Reality. Ma con un timbro più giovane, più moderno.

OZZY OSBOURNE – BLIZZARD OF OZZ (1980)

Il primo parto della nuova creatura di Ozzy è l’album Blizzard Of Ozz. Il nome della band diventa il titolo del disco e si nota subito il cambio di rotta rispetto al passato Sabbath-iano: il sound non è più oscuro, pesante e, almeno nell’ultimo periodo, barocco. Il nuovo suono hard del Madman viene fornito dal giovanissimo axeman Randy Rhoads e dai più esperti Bob Daisley e Lee Kerslake e Don Airey. Canzoni come I D0n’t Know, Crazy Train, Mr. Crowley diventano subito inni favoriti del pubblico. Il riffing di Rhoads è ispirato sia negli episodi più energici, sia nelle parti più malinconiche o lente (come Dee), e risente di un mix di sonorità barocche e dell’esplosività tipica dei Van Halen.


OZZY OSBOURNE – DIARY OF A MADMAN (1981)

Poco dopo la pubblicazione di Blizzard of Ozz, la band rientra in studio per registrare il successore al fortunato esordio. A parte la qualità dei brani sul disco, forse un x percento meno ispirati del fulminante esordio, questo Diary Of A Madman è il testamento artistico di Randy Rhoads. Il piccolo chitarrista, infatti, perde la vita in un incidente aereo durante la promozione del disco. Ma giudicare questo DOAM solo come un lascito è un errore, il disco ha carattere e molti dei brani continuano ad essere all-time favorite dei concerti attuali.

OZZY OSBOURNE – SPEAK OF THE DEVIL (1982)

Con Speak Of The Devil, Ozzy fa un passo indietro per farne uno avanti. La morte di Randy getta il Madman nello sconforto e l’unico modo per calmare il dolore è gettarsi a capofitto nei suoni che hanno forgiato il singer&personaggio Ozzy Osbourne. In altri termini? Ritornare a suonare i classici dei Black Sabbath. La line-up è quella del secondo periodo di Diary Of A Madman, perciò dentro il duo Sarzo-Aldridge e fuori Kerslake-Daisley. Alla chitarra viene chiamato Brad Gillis, conosciuto per la sua militanza nei Night Ranger. Il disco è un amarcord delle canzoni del gruppo di Birmingham e, contrariamente a quanto ci si possa aspettare, contiene anche pezzi da Sabotage (Symptom Of The Universe) e da Never Say Die! (la title-track).

OZZY OSBOURNE – BARK AT THE MOON (1983)

A due anni dalla pubblicazione di Diary Of A Madman, Ozzy rientra in studio per dare alla luce un nuovo disco di canzoni originali. La formazione cambia ancora e, uscito Sarzo, rientra Daisley ad occuparsi di basso e testi. Il ruolo di chitarrista viene dato a Jake E. Lee. Il nuovo chitarrista non cerca di ricopiare quello che aveva fatto Randy, ma propone un suo sound, unendo un buon gusto “alla Blackmore” alla tipica esplosività tratta dai Van Halen. ll disco è buono, non riesce a raggiungere le vette d’eccellenza dei precedenti, ma si posiziona come uno dei migliori di quelli registrati negli eighties dal Madman. La title-track è un vero classico e il lato più caciarone di Ozzy viene ben riassunto dalla cover-art ad effetto. I brani viaggiano sul sicuro e sfruttano le tipiche tematiche della band, ma ci sono anche momenti più strutturati nella seconda metà del disco.

OZZY OSBOURNE – THE ULTIMATE SIN (1986)

Cosa succede quando un singer folle incontra il periodo musicale più debosciato in assoluto? Viene fuori un disco come The Ultimate Sin. Nel 1986, Ozzy è un catorcio. Strafatto di droghe e alcool, il singer inglese è impresentabile (basta guardare le foto) ed il fatto che sia entrato in studio per registrare è un vero e proprio miracolo. La band dell’ultimo disco è stata in parte smantellata e la nuova line-up vede ancora Jake E. Lee alla chitarra, mentre Randy Castillo si siede dietro la batteria e Phil Soussan si occupa del basso. Il disco? Moscio. Thank God For The Bomb o Killer Of Giant, e sono pezzi mediocri, non possono riabilitare un LP così loffio da fare quasi pena. The Ultimate Sin vive di rendita dell’esposizione data dalla iper-catchy Shot In The Dark. Fortuna che è un una tantum questa sbornia di glam e lustrini.

OZZY OSBOURNE – NO REST OF THE WICKED (1988)

L’ultimo disco degli eighties cerca di risalire la china dopo il tonfo, se non commerciale, sicuro di qualità, di The Ultimate Sin. No Rest For The Wicked cerca di riportare in carreggiata Ozzy, ma non siamo ancora centrati. La nuova band vede Randy Castillo alla batteria, John Sinclair alle tastiere ed il rientrante Bob Daisley al basso (una garanzia). Il vero asso nella manica, però, è Zakk Wylde. Il chitarrista, alla prima prova alla corte di Ozzy, sfodera una prestazione muscolare sì, ma ancora acerba. Wylde usa ed abusa degli armonici artificiali e questo stufa dopo poco. La qualità media del disco non è eccelsa, come detto in precedenza, ma si attesa al miglior disco di Ozzy dal 1983.

[Zeus]

Black Sabbath Pills – Nel nuovo millennio # 2

Tony Iommi non è una persona che ama restarsene a casa a giocare a bridge e guardare le ultime repliche di Matlock. Così come il nostro supremo Riffmaster, anche gli altri del Black Sabbath non si tirano certo indietro quando si tratta di entrare in studio o salire su un palco. Ozzy ha la sua band, Geezer è al fianco di Iommi e, dopo la morte di Dio, si prende un periodo sabbatico (scusate il gioco di parole). Bill Ward? Il batterista si diletta a parlare in radio e continua la registrazione dei suoi dischi. Quello che i fan vogliono sapere è, però, solo una cosa: quando si riuniscono i veri, unici, Black Sabbath per un disco in studio? La fame di reunion viene saziata dall’annuncio, teatrale, fatto il giorno 11.11.11 dalla band: i Black Sabbath originali registreranno un nuovo disco.
Lacrime di gioia e commozione scendono sul viso di molti adepti del Sabba Nero.
Queste lacrime si tramutano ben presto in rancore e disillusione quando, poco tempo dopo l’annuncio in pompa magna della reunion dei quattro, ecco che Bill Ward se ne esce dalla band per problemi contrattuali/di salute/di relazione/di qualsiasi cosa… tanto si stanno accanendo uno contro l’altro anche adesso (e siamo nel 2015). Il fatto è che la reunion non ci sarà e invece che il buon Ward, alla batteria ci sarà un turnista di lusso: Brad Wilk dei Rage Against The Machine (almeno in studio; dal vivo ci sarà Tommy Clufetos, già batterista della band di Ozzy solista). Il produttore del disco? Niente meno che Rick Rubin.
Le premesse oscillano fra il promettente e il “vediamo cosa succede”. Il dubbio, per quanto nessuno dubiti sulla capacità di Iommi di sfoderare un riff perfetto, sta nell’alchimia (è dal 1979 che non suonano insieme in studio) e sulla tenuta fisica di Tony. Giusto in tempo per il disco, al baffuto della sei corde viene diagnosticato un tumore.
L’Iron Man dei Sabbath, come da nome, non demorde e registra il disco fra una sessione e l’altra per curare il tumore. Quando si hanno le palle quadrate, ecco il risultato.

13 (2013)

Il nuovo disco in studio dei Sabbath viene chiamato 13. Numero a suo modo indicativo (il primo disco è uscito il 13 febbraio, per esempio): il nuovo disco dei Black Sabbath è un album “strabico”, guarda tanto al presente della band quanto al passato del gruppo. Questa attitudine è palese da scelte di sonorità e intercalari del buon Ozzy. Scelta saggia? Sì, visto che vogliono rispettare il passato del gruppo e c’è una sorta di “timore” di tradire le enormi aspettative che tutti hanno su questo nuovo parto della band. Riagganciarsi al passato è un’ancora, un porto sicuro, in un’opera che potrebbe rivelarsi un boomerang clamoroso. Già al primo ascolto si può dire una cosa: 13 è un buon disco. La band suona quello che sa fare meglio: un doom dalle forti tinte blues, ma pregno di metallo. Oscuro sì, ma non soffocante come certi brani di The Devil You Know (tanto per fare un paragone, azzardato, con l’ultimo disco in studio con canzoni originali). I richiami preannunciati si sentono e sono momenti che aumentano il tasso di malinconia, la funzionalità nel brano è evidente come anche quella emotiva sull’ascoltatore: come fai a non farti venire un coccolone quando senti certi rimandi al glorioso passato?! La modernità c’è: i suoni sono caldi, ma non sono suoni anni ’70, cosa a cui mira il 90% dei gruppi che clona i Sabbath. Ozzy canta in tonalità più basse rispetto a quelle a cui siamo abituati; la scelta è stata ragionata e, a dirla tutta, è anche sensata: Ozzy non arriva a certe note e perciò meglio strutturare un disco che sia cantabile sia in studio che dal vivo. Tanto di cappello per l’onestà.
Il faro a cui guardano i tre navigati musicisti è quello classico: i primi tre dischi della band (c’è persino l’armonica su Damaged Soul, vedete voi) e pochi fronzoli. Solo puro rock/hard rock, per la gioia assoluta di Ozzy.