Diego Armando Maradona, la mano de Dios.

In queste pagine mi sono spesso avventurato in metafore calcistiche, anche se la mia carriera come calciatore è stata quantomeno inutile e mai oltre il livello del calcetto con gli amici. Il motivo, credo, è che le storie sportive mi piacciono, quando sono ben raccontate hanno dentro un’epica incredibile e molti dei protagonisti ne escono fuori come deus ex machina o eroi, a volte senza macchia e paura, a volte figure tragiche.
Questo perché l’aspetto sportivo era predominante, capace di lasciare il sottoscritto bambino a bocca aperta per certi gesti tecnici (e non sto parlando solo di calcio, ma di sport in generale). Nel caso di Maradona è stato diverso, perché la sua personalità extra-calcistica era talmente grande da rivaleggiare con la padronanza dello strumento: i piedi e il pallone. Maradona era gesto sportivo e ribellione, era la punizione sotto l’incrocio contro la nobiltà del calcio (la Juventus) e i rapporti con la mafia e le droghe. L’ho visto giocare diverse volte alla televisione, così come sono uno di quelli che ha seguito le partite di Italia 90 fremendo e appassionandosi per una squadra, gli Azzurri, che poteva essere grandissima ma si è infranta contro l’Argentina dell’amato/odiato Maradona. Ed ero davanti alla televisione per seguire i Mondiali del 1994, dove due talenti si davano battaglia a distanza. Il primo, Roberto Baggio, era una figura tanto epica quanto tragica di quel torrido Mondiale; il secondo era ovviamente il rientrante Diego Armando Maradona, anche se ormai stava percorrendo la parabola discendente della sua carriera calcistica.
Io, il suo sguardo allucinato nella telecamera, me lo ricordo ancora.
Però Maradona era anche questo gesto di rivincita forsennato, ma non lo si può inquadrare in così poco spazio, perché dubito che ci sia uno sportivo che non si sentirebbe ispirato da un pezzo di storia del calcio come la serpentina contro l’Inghilterra del 1986. 
Diego era il calciatore che si ti dava l’idea di divertirsi con il pallone, di amare il gioco del calcio e, nello stesso tempo, il personaggio pubblico che viveva ancora più veloce in quella Napoli che, per molti anni, l’ha celebrato come un dio in terra e che ha continuato a vivere sotto la sua pesante ombra anche quando Maradona ha abbandonato il Napoli, il San Paolo e il calcio italiano. 
Oggi, a 60 anni, è morto uno dei simboli del calcio mondiale.
Genio e sregolatezza la chiamavano quella forma d’arte che riusciva a combinare l’incredulità sul campo da gioco ad una vita vissuta al limite. Ecco, Diego Armando Maradona era questo. Niente di più, niente di meno. 
Che la terra ti sia lieve. 
[Zeus]

Successe Oggi – 30 giugno 1992


Ci sono date che ti ricordi come fossero ieri, anche se ormai sono passati oltre 23 anni! Una di queste date è il 30 giugno 1992. Non c’erano i Mondiali in America e la vita procedeva tranquilla sapendo che il thrash originario stava soffocando dietro una non meglio definita morte creativa e il grunge stava mettendo a ferro e fuoco il concetto di musica alternativa (e non).
I Metallica ormai si erano convertiti ad un genere musicale meno ostico e più friendly, seppur ancora arrangiato e suonato benissimo, e molti dei gruppi storici erano alle prese con crisi di identità o suono.
La seconda ondata del thrash metal era sulla breccia dell’onda, grazie a gruppi testardi e volonterosi come i Pantera, e in ambito estremo si stava vedendo l’esplosione, anche commerciale, dello swedish death metal.
I Black Sabbath erano alle prese con la scissione di una delle innumerevoli reunion (quella che ha partorito un disco come Dehumanizer) e il doom vedeva la nascita di un gruppo effimero, ma così influente e fondamentale, da incidere sulla musica più di molti gruppi durati molto più a lungo: i Kyuss.
La band americana, dopo un primo LP chiamato Wretch, il 30 giugno 1992 fa esplodere nelle casse degli stereo un disco fondametale per un genere che verrà chiamato Stoner. Il disco? Blues For The Red Sun.
Dalla copertina rossa e magmatica alle sonorità calde, ipnotiche, i Kyuss partoriscono un gigante della durata di 50 minuti (e briciole).
Josh Homme macina riff bassi e circolari attraverso l’amplificatore del basso e la sezione di ritmica (Bjork-Oliveri) è poderosa. Una delle migliori espressioni che si può dire è avvolgente.
Su tutto questo sale in cattedra John Garcia. Nei Kyuss riesce a fornire le sue prestazioni migliori, calibrando bene i momenti gigioni e quelli in cui deve essere più asciutti e ficcanti. Nei progetti successivi, dagli Hermano (che non mi hanno mai entusiasmato più di tanto) agli Unida/Slo Burn, il cantante non è mai riuscito a replicare questo particolare mix in maniera così efficace.
Blues For The Red Sun è il miglior disco dei Kyuss? Diciamo che è il più conosciuto dai più, quello più iconico per la presenza di pezzi orecchiabili come la conosciuta Green Machine ed è il disco che viene più citato, a cazzo di cane, da chi vuole mettersi in bocca la parola stoner. A cazzo di cane non per il disco, che è la genesi dello stoner desertico, ma perchè è l’unico disco che viene citato da chi non mastica doom psichedelico, sonorità distorte e peyote. I dischi della maturità arriveranno dopo, a mio parere più Sky Valley del successivo … And The Circus Leaves Town, ma Blues For The Red Sun getta le basi per un genere e ne iscrive, come ipnotiche tavole della legge musicale, i dettami per la realizzazione dello stoner desertico.

[Zeus]