Saluti dallo spazio profondo: Samael – Passage (1996)

Per qualche strano motivo, i Samael non sono mai stati un gruppo con cui ho avuto un feeling immediato. Questione di sonorità? Di approccio alla materia del black metal (da cui si discosteranno ben presto per approfondire un discorso molto personale fatto di black metal sì, ma commistionato con elementi elettronici marcati ed un beat di stampo industrial)? Non saprei dirlo, ma quando mi concentravo sui gruppi storici del black, gli svizzeri, attivi dal 1988, non rientravano mai nelle band che citavo in maniera entusiasta… o che citavo punto.
Il tempo, però, è stato galantuomo e mi ha permesso di ritornare sui miei passi e approcciare certi dischi, uno su tutti Passage. Nel 1996 i Samael sono una realtà ormai affermata e Ceremonies Of The Opposites ha messo in chiaro la caratura di Xy e Vorph nel panorama estremo europeo. Quello (Ceremonies…) era il primo album che testimoniava la volontà di una progressione verso un futuro che Passage avrebbe dimostrato in maniera chiara: via la materia satanica, dentro un mix di considerazioni occulte, mistiche e spaziali. 
Questo cambio di rotta (perdonatemi il gioco di parole visto la cover art) è supportato da un sound bombastico, pulito e ben bilanciato – merito di Waldemar Sorychta, collaboratore di lunga data della band svizzera – e dall’approccio industrial che fornisce propulsione alle composizioni. Già la partenza con Rain e Shining Kingdom mette in chiaro le cose: i “vecchi” Samael stanno cambiando pelle e dal freddo delle profondità siderali ci mandano messaggi che non possiamo certo evitare di sentire (ed ecco che posso riconnettermi con l’uso di tastiere e della batteria programmata, cose che donano un feeling meno “terreno/terrestre” al songwriting).
Che poi io ci sia rimasto sotto con una canzone come Moonskin, brano che non mi stufa mai, è un fattore strano visto che, come canzone, ha un andamento lento e un feeling estremamente melodico e decadente, con un growl espressivo e puntuale di Vorph. 
Rendiamoci conto che l’impronta dei Samael sulla seconda metà degli anni 90 è forte, tanto che possiamo associare al termine black/industrial anche il loro nome e Xy verrà chiamato, l’anno successivo, a tessere le partiture di tastiere per A Dead Poem, il primo album della “stagione gotica” dei Rotting Christ.
[Zeus]



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Deviate Damaen – Retro Marsch Kiss (2015)

Quando, dopo diverso tempo di personale inattività, vedo arrivare a casa questo pacchettino indirizzato alla gloriosa e amata The Murder Inn, quasi mi commuovo… per molti motivi: perché ormai in pochi inviano cd “fisici” prediligendo il meno costoso invio digitale, un po’ perché nell’anno dei 40, tutto questo mi riporta indietro nel tempo, agli anni gloriosi in cui si viveva per la webzine (perché, in fondo, non si lavorava) e tutto ruotava attorno ad essa [io ci vivo ancora… ma forse cresco più lentamente o sono più lento di comprendonio, n.d.Kyuss].
Ho aperto il pacchetto in religioso silenzio godendomi il momento ma temendo la delusione che avrebbe potuto essere proprio lì, dietro l’angolo e che, puntuale come le tasse, s’è presentata.
Copertina che a chilometri di distanza puzza di “home made” attingendo qua e là da ben più celebri lavori, cosa che poi scoprirò avvenire anche per la musica, pur restando indefinita ed insipida.
Anche nel disco infatti si succedono citazioni che vanno dagli intro di filth-iana memoria alle atmosfere elettroniche degli innominabili Death SS, passando attraverso melodie ammiccanti/ poppeggianti ed alternandosi in un vortice in cui l’unica certezza è che non è chiaro dove si voglia andare a parare.
La drum machine che fa capolino in alcune pezzi (Antimissionar) è ad alti livelli di inascoltabilità, finta come la banconota da 3€ , ma la cosa che lascia più sconcertati è…

Ma quanti intro possono esserci in un disco???
E quando si comincia veramente a suonare??

Il disco mi lascia così, con queste due domande esistenziali impresse nel cervello che penso non avranno mai risposta.
Richiudo la custodia, ripongo il CD e ringrazio in realtà i Deviate Damaen per la dedizione alla causa (sorvolando sul fatto che il disco è uscito da 4 anni e che forse le beneamate Poste Italiane se l’erano semplicemente perso) e per avermi resuscitato da quel mondo di 40enni in cui c’è poco spazio per le passioni. A loro un consiglio, cercate di capire che cosa volete dalla vostra musica e per favore, procuratevi un batterista o almeno qualcuno che sappia programmare la drum machine, perché qualche spunto interessante ci sarebbe pure ma è davvero ben nascosto.

[Neni]

Voto: 4/10

TRACKLIST
– atto primo –
“Retro-Aestetika Defibrill-Aktion Bunker”
1 – BACIO DI RITORNO
2 – DESCENDI, FRIGUS!
3 – L’ANTIMISSIONAR
“Italico Centone Deviatiko” (IV momenti)
4 – Centone “Ad Guerram”
– LYTURGIKA’ss III
“Quattro Globuli Bianchi Di Poetico Orgoglio Armati”
5 – OMBRE SENZA TOMBE (globulo primo) 
6 – NARCISSUS RACE (Bunker Remix)
– Centone “Ad Speculum”
7 – SEPOLCRETO E NOBILTA’, SOLFEGGIAR D’IDENTITA’!
– QUELL’ETERNA ECO DI GLORIA CHE NOI SAREMO (globulo secundo)
8 – COSI’ PARLO’ COSTANTINO XI (globulo tertio) 
– atto secondo –
9 – BASTA NON BASTA (V movimenti: Con le budella dei buoni ci si strozzano i cattivi, Basta non somiglianza, Discordia in marcia, Orgiasticum metallum nostrum, Olio alle grondaie)
10 – LA PREGHIERA DI DANTE (globulo quarto) 
11 – GOTHIKO, NON HAI CAPITO UN CAZZO SE…
– Centone “Ad Coronam”
12 – IL VALZER DEL RETROGRADO
13 – ELEKTR’N’CULO PASQUINATA
– Centone “Ad Patriam et Eius Finium Sacertatem”
14 – LA FINE CHE NON C’E’
15 – SCHIUMA SU STO SCROTO, PROGRESSISTA! (live)
16 – RINTOCCHI D’OCCASO

FORMAZIONE:
G/Ab SVENYM VOLGAR HONORIUM ROMAN USTORH vox, founder&leader
ARK concrete keyboards, lead computer, bitarra, theremin
ABnormal lead guitar
GIAMO G. LAERTE giovine cantore di grecoromana beltade
D. VAN DEAROMANTIK bass
JJ BLACKSTAR (alias Jonathan Add Garofoli) – bass, guitar & live drums

CONTATTI
http://www.deviatedamaen.net
http://www.myspace.com/deviatedamaen
https://www.facebook.com/Deviate-Damaen-132860236787663

Ritchie Blackmore’s Rainbow – Rainbow (1975 / 1999)

Colgo l’occasione per parlare di questo disco dei Rainbow, visto che nell’aprile del 1999 la Polydor ha fatto uscire una versione rimasterizzata del primo disco della formazione di Ritchie Blackmore. I primi anni della formazione, che vedeva due “teste calde” come Blackmore e Dio insieme, sono eccellenti. Poi arriva il 1978, Dio se ne va nei Black Sabbath e Blackmore incomincia il suo peregrinare testardo verso un sound più radiofonico possibile – cosa che lui ha ammesso senza nessun pudore. Io, quel sound e quella seconda incarnazione della band (quella dal 1979 al 1995 – anche se è ritornata attiva in versione live, probabilmente con lo scopo di pagare il nero-lucido per i capelli del chitarrista e gli hobby cavallereschi della moglie), non l’ho mai apprezzato… ma questo Rainbow, dell’allora Ritchie Blackmore’s Rainbow, l’ho amato subito.
Perché se arrivi a sentirlo con in testa i Deep Purple lo shock è grosso, il sound della nuova creatura di Blackmore è diverso, ma il trademark è solo uno: l’abilità del chitarrista nel creare riff memorabili in un batter d’occhio. 
Piace perché i brani ti rimangono in mente, ma senza il tentativo cervellotico di trovare quello “radio-friendly”.
Le otto canzoni, più lo strumentale Still I’m Sad (cover dei The Yardbirds), sono grandi. Punto. Talmente grandi che, per riuscire a definirle in studio, Blackmore non vuole solo Ronnie James Dio, ma tutti gli Elf a suonarci sopra. Secondo la mente del dittatoriale chitarrista, sono loro la chiave per rendere al meglio quel mix di hard rock, fantasy, atmosfera medievale, strumentali bluesy etc che forma il sound dei Rainbow nel 1975.
E per loro, dispiace dirlo, è principalmente Ronnie James Dio (che ha una voce eccellente ed espressiva, ma come songwriter è fottutamente noioso con la sua fissa per il fantasy – dovevo dirlo prima o poi…), anche se sono gli Elf ha reggere il peso della canzone sulle loro spalle musicali e consentono al “dinamico duo” Blackmore-Dio di tirar fuori il 100%.
Dinamico duo che non vedrà in questo disco la sublimazione perfetta del sound Rainbow, ma nel successivo Rising – disco su cui gli Elf non mettono mano, visto che Blackmore li licenzia senza neanche versare una lacrima. 

Ho un rapporto affettivo molto alto con questo LP. Probabilmente è l’effetto “imprinting”, ma è qua dentro che io ho trovato la definizione di un certo tipo di sound “fantasy” e, questo, mi ha portato a usarlo come confronto quando ho dovuto approcciare la materia del power metal. So che non c’entra un cazzo, ma proprio un cazzo di niente (né come sound, né come ideologia di fondo), ma se devo trovare un disco che, in 36 minuti, mi trascini in un paesaggio magico e fantastico, allora è proprio Ritchie Blackmore’s Rainbow la mia scelta principale. Il metro di paragone con cui valuterò molti dei dischi successivi. Sbagliando, sia chiaro, ma sticazzi. 

E no, porca di quella troia, non faccio un track-by-track di un LP uscito nel 1975. Se non lo conoscete, allora tanto vale che ve lo ascoltiate tutto, se lo conoscete, che senso ha, se non annoiarmi a morte? E io di sicuro non ho voglia di sbattermi a scrivere su ogni singola traccia. Andate su altri blog che vi raccontano ogni singola scorra e fatevi le pippe su quelli. 
Tanto son bravissimi.
Fanculo. 

[Zeus]

Watain – The Essence of Black Purity (1999)

Se vogliamo trovare le radici dei primi Watain, le possiamo ricercare qua, in questo singolo del 1999. Due sole canzoni (The Essence of Black Purity e On Horns Impaled) e la storia dei Watain parte con il botto. 
Poi possiamo dividerci e cercare di capire se hanno questo potenziale “innovativo” o continuano una tradizione ormai assodata, ma una cosa è certa: chi, nel 1999, iniziava ad ascoltare black metal, nei Watain probabilmente trovava qualcosa di accessibile e capibile. Se non hai mai sentito parlare di Dissection, per esempio, e ti trovi davanti al mix fra black metal e melodia di The Essence Of Black Purity allora per te è la porta d’ingresso nel mondo della musica estrema. 
Posso capire come mai gli ascoltatori, quelli più giovani di me, vanno fuori di testa con questa band. Per me sono vagamente derivativi e non mi hanno mai preso tantissimo, anche se ammetto di ascoltarmi The Wild Hunt quando ho voglia di qualcosa di tranquillo. 
Smetto dicendo: i Watain nascono in questi solchi. Con 15/20 anni in meno sul groppone, probabilmente sarebbero uno dei miei gruppi preferiti… ma non ora. 
[Zeus]

Slowtorch + Vu Garde (minitour austriaco – marzo 2019) – Part 2

[ITALIAN and GERMAN version]

[GERMAN VERSION]

Der zweite Teil eines Tourtagebuchs könnte kaum besser beginnen als mit Bob Segers unsterblichen Lyrics zu Turn The Page:

On a long and lonesome highway, east of Omaha Graz
You can listen to the engines moanin’ out his one old song
Think about the woman or the girl you knew the night before
But your thoughts will soon be wanderin’, the way they always do
When you’re ridin’ sixteen hours and there’s nothin’ much to do
And you don’t feel much like ridin’, you wish the trip was through
Here I am, on the road again, here I am, up on the stage
Here I go, playin’ star again, there I go, turn the page

Genau so fühlt man sich nach einer adrenalingetränkten, durchfeierten Nacht…man sitzt im Bus, Kilometer um Kilometer, Stunde um Stunde, die Musik ist gerade mal ein Hintergrundgeräusch – leise genug, um den von gestern noch brummenden Schädel nicht noch weiter zu lädieren. Und genau so beginnt unsere Fahrt in Richtung Klagenfurt nach einem ordentlichen Frühstück. Klagenfurt ist die Heimatstadt von VU GARDE,
und wir freuen uns schon riesig darauf, gewissermaßen bei unseren Freunden zuhause zu spielen. Jeder hat sein Lieblingslokal/-pub mit seinen Lieblingsmenschen und seiner Lieblingsmusik – und die Mammut Bar ist für VU GARDE eben das: Wenngleich es von außen klein wirkt, ist das Lokal durchaus geräumig und wartet sowohl vom Sound, als auch von den  Besuchern her mit einigen angenehmen Überraschungen auf – die Stimmung ist richtig gemütlich. Der Soundcheck läuft super, wir essen und machen’s uns bequem.


Diesmal haben wir keine Support Band, aber VU GARDE fackeln nicht lange: Sobald sich die Mammut Bar einigermaßen gefüllt hat, legen sie los, als gäbe es kein Morgen. Das Set klingt super, Svens Stoner-Doom-Riffs mit unverkennbaren Southern-Einflüssen und Stephans wuchtige Drums unterlegen Melas Stimme auch heute wieder souverän.

Out there in the spotlight, you’re a million miles away
Every ounce of energy, you try and give away
As the sweat pours out your body, like the music that you play


Nach einer kurzen Umbaupause sind SLOWTORCH an der Reihe. Der Sound wirkt zwar etwas anders als gestern (das ist wohl auf die Größe der Mammut Bar und das Publikum zurückzuführen), der Bass etwas verzerrter, aber die Wucht der Band ist wie immer deutlich spürbar. Gerade mal einen Song weit kommen die Jungs, bevor die Gurthalterung an Skans Bass bricht…aber von solchen Kleinigkeiten lässt sich die Band nicht lange aufhalten – mit ordentlich viel Klebeband und ein paar markigen  Kraftausdrücken wird die Sache repariert, und es geht weiter. Die Setlist mehr oder weniger jene von gestern Abend, also Material aus bisherigen Alben und ein paar neue Songs aus der kommenden EP im Live-Test. Mela wirft sich wieder ins Publikum, die Band gibt alles und das Publikum tanzt (hin und wieder hauen SLOWTORCH tatsächlich auch den einen oder anderen „tanzbaren“ Song raus!). Zum Ende der Minitour bedankt sich die Band herzlichst bei Zuschauern und Fans, vor allem aber bei VU GARDE und der MAMMUT BAR, dann geht’s ans Feiern – man merkt, dass die beiden Bands auf derselben Wellenlänge sind: Noch bis lange nachdem sich
die Bar geleert hat wird getrunken und gelacht…a family on the road.

Later in the evenin’, as you lie awake in bed
With the echoes of the amplifiers, ringin’ in your head
You smoke the day’s last cigarette, rememberin’ what she said
What she said

Oh, here I am, on the road again, here I am, up on that stage

[Zeus – translated by Bruno Slowtorch]


[ITALIAN VERSION]

Come potrebbe iniziare la seconda parte di un report sul minitour degli Slowtorch + VU GARDE se non citando le immortali parole di Bob Seger in Turn The Page?

On a long and lonesome highway, east of Omaha Graz
You can listen to the engines moanin’ out his one old song
Think about the woman or the girl you knew the night before
But your thoughts will soon be wanderin’, the way they always do
When you’re ridin’ sixteen hours and there’s nothin’ much to do
And you don’t feel much like ridin’, you wish the trip was through
Here I am, on the road again, here I am, up on the stage
Here I go, playin’ star again, there I go, turn the page

Perché questo è il sentimento che ti prende quando, dopo una notte di party e concerti a mille all’ora, ti rimetti sui sedili del furgone e macini chilometri e ore come niente fosse e la musica è un sottofondo delicato, adatto a non urtarti i nervi di una testa ancora appesantita dall’hangover della sera precedente.
Così saliamo noi sul furgone, dopo aver fatto colazione e aver rimesso in piedi tutto l’armamentario della band. Di nuovo sulla strada e si va in direzione Klagenfurt. Per chi non se lo ricordasse, Klagenfurt è la roccaforte dei nostri amici VU GARDE, quindi si gioca a casa loro e siamo entusiasti di suonare in un locale che i nostri compagni di viaggio chiamano CASA.
Tutti abbiamo un bar/pub/locale a cui siamo affezionati, dove andiamo perché c’è bella musica, bella gente e tutto funziona.
Abbiamo scoperto, una volta arrivati al Mammut Bar, che questo è uno di quei posti per i VU GARDE.
Il Mammut Bar, da fuori, sembra piccolo, ma dentro rivela molto più spazio del previsto e ci riserva delle sorprese sia per quanto riguarda il sound sia per la gente – tutti molto calorosi e gentili nei nostri confronti.
Il soundcheck va alla grande, mangiamo qualcosa e poi aspettiamo il nostro turno.

Questa volta non ci sono band di supporto, quindi appena il locale è abbastanza pieno, salgono sul palco i tre moschettieri e ci danno dentro come i matti. Il sound esce bene e il set dei Vu Garde, collaudato da diverse prove sul palco, è una garanzia. La chitarra di Sven è in fiamme, continua a macinare riff su riff e il sound mischia stoner-doom e qualcosa di southern senza soluzione di continuità, mentre la batteria di Stephan tuoneggia e la voce di Mela imbastisce la tela su cui tutti noi scivoliamo sereni.

Out there in the spotlight, you’re a million miles away
Every ounce of energy, you try and give away
As the sweat pours out your body, like the music that you play

Cambio palco veloce ed ecco che ritornano a suonare gli Slowtorch. Rispetto a ieri, il sound è leggermente diverso, meno avvolgente (ma questo è anche dovuto alle dimensioni del locale e dalla quantità di gente accalcata davanti al palco), con un basso più distorto, ma la potenza esce dalle casse e investe tutti quelli che sono presenti.
Poche note e la mano pesante di Skan disfa il supporto della cinghia del basso. Visto che non ci sono strumentazioni di riserva, si va sulla versione DIY e quindi nastro argentato e il basso tenuto su a forza di bestemmie al Creatore e potenza della musica. Il set è simile a quello della sera prima, quindi non ci sono novità da presentare: sempre estratti dai dischi precedenti e qualche chicca nuova, giusto per testare i brani del nuovo EP dal vivo. Mela torna in mezzo al pubblico e la band suona con l’anima, molti incominciano a ballare (certi brani dei ‘Torch si prestano ad essere “ballati”… se così possiamo dire). Il concerto finisce in crescendo, con la band che continua a macinare note su note, finchè non è ora di chiudere il sipario e salutare tutti i fan e, soprattutto, ringraziare di cuore i VU GARDE e il MAMMUT BAR.

 

Per festeggiare la fine del concerto, si incomincia il grande festeggiamento e qua si vede perché Slowtorch e Vu Garde vanno bene insieme. Si beve, si ride e si ascolta musica in un locale ormai quasi vuoto e che risuona ancora delle note delle due band e delle risate di persone che, ormai, formano una famiglia on-the-road.

Later in the evenin’, as you lie awake in bed
With the echoes of the amplifiers, ringin’ in your head
You smoke the day’s last cigarette, rememberin’ what she said
What she said
Oh, here I am, on the road again, here I am, up on that stage

[Zeus]

L’album rock degli Amorphis – Tuonela (1999)

Il 1999 porta alcune novità nel mondo della musica pesante: guardate per esempio cosa è successo agli Amorphis (e cosa succederà poi anche ai Dark Tranquillity). La band finnica non è mai stata un campione assoluto di linearità nel suo processo musicale (sentitevi i tre dischi dal 1992 al 1996 e capite di cosa sto parlando: la progressione sonora, la crescita nel songwriting e l’ampliarsi dello spettro delle influenze è incredibile), ma con Tuonela Esa Holopainen&Co. cambiano non solo le regole del proprio sound, ma proprio l’intero tavolo da gioco.
Fino ad Elegy (compreso), gli Amorphis si potevano legare strettamente al termine death metal e a tutta la scena “evoluta” che circonda quel determinato genere sonoro. In Tuonela, il metal viene al secondo posto. Il primo riferimento sonoro che possiamo cercare è quello del rock, spesso dalle derive malinconiche, e l’anima più anni ’70 di Holopainen/Koivusaari esce in maniera profonda e pregnante.
Il metal, in senso stretto, si manifesta solo nella traccia Greed. Questa è, e rimarrà, l’unica canzone in growl interpretata su disco dall’ex singer Pasi Koskinen, nonché l’unica canzone legata in maniera stretta al death metal fino al ritorno delle sonorità più dure del 2006 (quindi un lasso di tempo di 7 anni).
Già da tempo la band aveva ampliato il bagaglio musicale utilizzando anche strumentazioni esterne al metal come sitar elettrici, fisarmoniche o il sintetizzatore analogico Moog, ma è in Tuonela che questo percorso sonoro comprensivo di flauti, il sitar o lo stesso sassofono diventa caratterizzante e ne arricchisce l’atmosfera (non per niente la title-track è una delle tracce più malinconiche e brumose del disco).
Il passaggio ad una forma classica rock (verse-chorus-verse) e l’aver lasciato da parte la riproposizione delle tematiche del Kalevala in senso stretto, consente a Pasi Koskinen una più ampia libertà sia come stesura dei testi, sia come possibilità vocali (quindi il già citato utilizzo massiccio del clean).
Su Tuonela si verifica lo spostamento di Tomi Koivusaari alle sole chitarre, cosa che ha lasciato Pasi come unico singer della band. L’aver concentrato tutto sulle spalle di Pasi ci permette di “scoprire” le qualità del singer finnico, soprattutto nell’ambito growl.
Sottolineo questo aspetto perché, a mio parere, il solo punto negativo sta proprio nelle vocals di Pasi Koskinen. Ma questo non è neanche un giudizio tranciante e vi spiego perché: se da un lato il suo clean è importante per fornire quella sensazione di “spettralità/malinconia” alla canzone (anche se in Divinity tira fuori la voce), dall’altro lato è proprio il suo essere atonale il suo principale difetto. Le canzoni sono bellissime, ma quel timbro monocorde, senza sussulti, che tanto bene dialogava con il growl di Tomi, adesso è troppo fragile per sostenere tutto e non incide mai in maniera significativa. Ecco che su Greed Pasi esplode un growl profondo e cavernoso (e lo stesso fa dal vivo), ma poi manifesta un range vocale troppo piatto per essere definito un gran cantante. Tanto che, signori miei, appena la musica diventa meno eccelsa (Far From The Sun), la svogliatezza di Pasi mista alle ritmiche poco efficaci fa inabissare il primo disco degli Amorphis per una major.
Detto questo, non possiamo che applaudire al risultato finale di Tuonela. Uno dei miei dischi preferiti della band e che riserva sempre grandi dosi di malinconia e “sapori autunnali” ogni volta che lo si ascolta. A riprova di questo, sentitevi il trittico finale: un crescendo di malinconico distaccamento dall vita (Tuonela è il regno dei morti nella tradizione finnica) e, comunque, non c’è distacco più bello di questo, vista la forma perfetta che gli viene cucita addosso.
Tuonela è il primo step verso una mutazione nella forma degli Amorphis, una forma che non durerà molto ma che farà a tempo a fornire due dischi importanti (il qui presente disco del 1999 e il successivo Am Universum) per poi finire per schiantarsi contro il muro delle aspettative e delle responsabilità di Far From The Sun.
Ma questo, cari miei, è materiale per il post-duemila.
[Zeus]

SLOWTORCH + VU GARDE (Minitour – März 2019) – Teil 1

[German Version]

Es gibt nicht viel auf dieser Welt, was zugleich so aufregend und fad sein kann, wie die Zeit im Van zwischen einem und dem nächsten Gig einer Tour. Oder die Fahrt zur ersten Show.
Das Aufladen, die Vorfreude auf die Reise und die Mischung aus Adrenalin und Müdigkeit nachdem man viel zu früh aus dem Schlaf gerissen wurde – all das mischt sich nach 3 oder 4 Stunden Fahrt mit tödlicher Langeweile.
Das ist keineswegs schlimm, man muss bloß das richtige Gleichgewicht finden. Die goldene Regel lautet seit eh und je: Ein Ausgleich muss her – und ab und zu ein Zwischenstopp, damit sich alle die Beine vertreten können, wieder in Schwung kommen und sich etwas vom ewig gleichen Ausblick erholen.
SLOWTORCH spielen zwei Gigs in Österreich: Den ersten am 22.03. in Graz und den zweiten am 23.03. in Klagenfurt. Unsere Gefährten sind VU GARDE, die wir in Innsbruck beim Noise Ritual kennen gelernt haben.
Obwohl es sich für die Klagenfurter gewissermaßen um ein Heimspiel handelt, hat die Band netterweise angeboten, bei beiden Konzerten als Opener aufzutreten – eine verdammt nette Geste.
Vielen Dank, VU GARDE!
So etwas passiert nicht oft – aber wenn zwei Bands so gut zusammenpassen, weiß man: Die Tour wird ein Erfolg.
Nach fast 6 Stunden Fahrtzeit inklusive Zwischenstopp kommen wir am Music-House in Graz an. Der Club weckt Erinnerungen an Konzerte in England: Über steile Treppen geht’s in eine Parallelwelt mit der typischen Mischung aus Kellergeruch, Schweiß, Adrenalin und Dreck, die den coolsten Hard Rock-/Metal-Clubs in aller Welt innewohnt.
Über Jahre angesammelte Schmutzschichten, Schimmel, Fett, Bier und Aufkleber an den Wänden…die Stimmung ist vielversprechend.
Heute gibt’s mit Inspector Fuzzjet auch lokalen Support.
Nach einem Chili con Carne, das es in sich hat (die Luft im Bandbus später ist nichts für schwache Mägen), füllt sich das Lokal langsam, und Inspector Fuzzjet entern die Bühne und heizen ordentlich auf.
Die Band spielt zum Teil Covers und erweist sich als typischer, aber guter Opener und zieht offensichtlich genügend Leute ins Music-House – und das, meine Damen und Herren, sagt einiges über den Spürsinn des Veranstalters aus (oder sein glückliches Händchen).
Nach einem schnellen Umbau sind unsere Freunde VU GARDE an der Reihe. Im Unterschied zu unserem ersten Treffen weiß ich diesmal schon, was die Truppe draufhat. Sven ist ein wirklich brillanter Gitarrist und schafft es, den fehlenden Bass mit exzellenten Riffs und Einlagen nahtlos zu ersetzen, während Stephan wie der Leibhaftige auf seine Drums einprügelt.
Am Steuer steht Mela als Sängerin/Hohepriesterin drei österreichischen Musketiere. Sie steckt Leib und Seele in ihre Show: Ihre ausgezeichneten Gesangslinien explodieren förmlich aus der Anlage und ergänzen das Duo Sven-Stephan perfekt.
Das Publikum ist begeistert, spendet entsprechend Applaus und feuert das Trio während des fast einstündigen Sets gehörig an.

Liebe Leser, freut auch auf das erste Album von VU GARDE. Die Band scheint auf dem richtigen Weg zu sein, scheut keine langen Fahrten und gibt auf der Bühne alles – wenn sie ihre Karten gut ausspielen, wird man hoffentlich noch viel von VU GARDE hören.
Noch ein schneller Wechsel, dann sind endlich SLOWTORCH an der Reihe. Wie gewohnt vermeide ich hier überschwängliche Rezensionen, da ich die Band als Roadie/Mädchen für alles begleite, aber eins kann ich euch sagen: Man spürt’s, wenn ein Konzert gut wird. Die Band kommt gut an, es ist genügend Publikum da, die Leute tanzen, bangen und machen mit, während die vier Jungs aus Bozen mit einer guten Mischung alter und neuer Songs (die voraussichtlich noch heuer auf EPs erscheinen sollen) die Bühne in Brand stecken.
Der Sound ist perfekt, er kommt warm und kraftvoll aus der Anlage und reißt das Publikum nach vorne…das ist die große Stoner/Metal-Community, „die dafür sorgt, dass man sich in Österreich wie in Italien oder sonstwo in Europa zu Hause fühlt“: Leute bringen Bier auf die Bühne, umarmen die Musiker und feuern die Band an. Sänger Mela mischt sich unter das Publikum und hebt die Entfernung zwischen Zuschauern und Band auf. In solchen Momenten werden alle zur Band und alle zu Zuschauern…. was bleibt, sind Brunos Riffs und die treibenden Rhythmen von Skan und Fabio. Und Mela, der plötzlich wieder einsetzt und wieder alles zum Tanzen und Headbangen bringt.
So sind SLOWTORCH live. Und genau das haben die Zuschauer erwartet und bekommen.
Als das Konzert vorbei ist, kann man im Club nicht mehr atmen. Amazonasartige Feuchtigkeit und kein bisschen Frischluft. Aber das spielt keine Rolle, der Abend war großartig, und das Duo SLOWTORCH – VU GARDE kann sich ausruhen und auf den morgigen Gig vorbereiten.
Aber zuerst wird ordentlich gefeiert.
Und: What happens in Vegas, stays in Vegas!

[Written by Zeus – Translated by Bruno – Slowtorch, thank you very much]

[TO BE CONTINUED…]

Slowtorch + Vu Garde (minitour austriaco – marzo 2019) – Part 1

Ci sono poche cose a questo mondo che sono eccitanti e noiose allo stesso tempo, una di queste è il tempo passato in furgone durante lo spostamento da una data all’altra del tour. O anche solo per avvicinarsi alla prima data.
Caricare gli strumenti, assaporare il viaggio che si andrà a fare e sentire il misto di adrenalina e sonno dovuto all’alzataccia mattutina sono componenti che si vanno a mischiare alla suprema noia che ti prende dopo che sono passate 3/4 ore di viaggio.
Sia chiaro, non è spiacevole, basta trovare un equilibrio e tutto funziona (più o meno). La regola d’oro è sempre quella: equilibrio e capacità di fermarsi a prendere una boccata d’aria quando serve. Giusto per far riprendere consistenza al culo e smettere di guardare lo stesso identico panorama dal finestrino.
Il minitour austriaco degli SLOWTORCH è suddiviso su due date: la prima, il 22.03, a Graz; la seconda, il 23.03, a Klagenfurt. I nostri compagni d’avventura sono gli austriaci VU GARDE, band che abbiamo conosciuto a Innsbruck in occasione del Noise Ritual. La female-fronted band si è offerta di aprire entrambi i concerti nonostante giocassero in casa e, vi posso assicurare, è un gesto estremamente bello da parte di un gruppo.
Quindi, grazie VU GARDE!
Succede poche volte, ma quando vedi questo grado di affinità fra le band, allora capisci che il tour funzionerà bene.

Dopo quasi 6 ore di viaggio, comprensive anche della sosta per mangiare, arriviamo a Graz e, precisamente, alla Music House di Graz. Il locale ci ricorda subito certi concerti del lontano passato, quelli in Inghilterra dove scendevi le scale e arrivavi in una dimensione parallela fatta di un misto di odore d’umido, di sudore, di adrenalina e, come contorno, quella sacra sporcizia che mai e poi mai abbandonerà i locali hard rock/metal negli scantinati.
Come potete immaginare, il Music House è sottoterra, immerso in una coltre di sporcizia sedimentata da anni, con le pareti ricoperte di muffe, unto, bitume e adesivi… ma l’atmosfera è carica.
Per questa prima data abbiamo anche un supporto locale (i VU GARDE sono di Klagenfurt): gli Inspector Fuzzjet.
Dopo esserci distrutti l’apparato digerente con un chili osceno e foriero della peggior morte possibile (vi posso assicurare che non ho mai mangiato un chili così terribile come quello, dentro galleggiavano cose che non si sapeva se fossero teste d’aglio, morti, calzini triturati o cosa – qualità che logicamente ha avuto ripercussioni sulle emissioni gassose della band) e atteso che il locale fosse abbastanza pieno, parte il primo gruppo di supporto e c’è subito una bella vibrazione nell’aria.
Quello che gli Inspector Fuzzjet propongono non è niente di innovativo e affondano le mani anche nelle cover, quindi diciamo che è il gruppo d’apertura classico, ma è abbastanza conosciuto da portare un bel po’ di gente al Music House e questo, signore e signori, dice tanto sul fiuto del promoter locale (o il culo che ha avuto n.d.A.).

Dopo un rapido cambio palco, partono i nostri compagni di viaggio VU GARDE. Rispetto alla prima data in loro compagnia, parto decisamente più convinto sulle loro capacità. Sven è un chitarrista realmente brillante e riesce a sopperire alla mancanza del basso con una serie di riff e giochi di chitarra di ottimo livello, mentre Stephan si danna dietro le pelli e ci mette realmente l’anima – sembra abbia un conto in sospeso con la batteria.
A comandare le operazioni c’è Mela, la singer/sacerdotessa dei tre moschettieri austriaci. In questa data si sente che ci sta mettendo l’anima e le vocals esplodono dalle casse mentre tira fuori ottime linee melodiche che ben si accompagnano alle ritmiche del duo Sven-Stephan.
Il pubblico reagisce benissimo e molta gente li applaude e incoraggia il trio austriaco mentre questo spara un set da quasi un’ora di durata.
Ve lo dico: aspettatevi il primo CD di questa band. Se gioca le sue carte bene, e vista la volontà di far chilometri e sbattersi sul palco son già sulla buona via, ho la sensazione che li sentirete nominare spesso.

Rapido cambio palco e finalmente è il turno dei bolzanini SLOWTORCH. Come sempre, non posso gettarmi in grandi recensioni visto che accompagno la band come roadie/tuttofare, ma vi posso dire che si respira l’aria dei concerti che funzionano. La gente risponde bene, c’è un bel po’ di pubblico e molti ballano e si scatenano mentre i quattro bolzanini infiammano le assi del palco con pezzi di repertorio e alcune novità che andranno a finire in una serie di EP previsti per quest’anno.
Il suono è perfetto, esce caldo e potente dalle casse, cosa che ti fa rimbalzare sulle assi (scusate, sui sassi… scusate, sui vetri… non ho osato guardare bene cosa ci fosse per terra) e ti spinge ad avvicinarti e creare quella grande comunità stoner/metal che “ti fa sentire a casa in Austria come in Italia o come da altre parti d’Europa“. Quindi ecco che la gente porta le birre sul palco, che abbraccia i musicisti e inneggia agli Slowtorch. Ecco quindi Mela, il singer degli SLOWTORCH, muoversi in mezzo al pubblico e danzare con loro e così la distanza fra spettatori e band viene annullata. E in quei momenti tutto diventa gruppo, tutto diventa spettatori… l’unica cosa che rimane è il riffing di Bruno e la sezione ritmica formata da Skan e Fabio. E Mela che, di punto in bianco, fa partire la traccia vocale e si ritorna a ballare e fare headbanging.
Questo è uno show degli SLOWTORCH. Questo è quello che la gente si aspettava e ha ricevuto.

Finito il concerto non si respira più dentro il locale. C’è un’umidità da foresta amazzonica e non c’è una sola apertura verso l’esterno. Ma non importa, il concerto è andato alla grande e il duo SLOWTORCH – VU GARDE può andare a riposare e prepararsi per la seconda data austriaca.

Ovviamente non prima di aver festeggiato come si deve.
Come da tradizione, quello che succede ai concerti, rimane ai concerti!

[Zeus]

[To Be Continued]

Witchburner dei Witchery è l’esempio del cazzeggio (1999)

I primi due anni di vita dei Witchery sono energetici: dopo aver buttato fuori il primo disco, Restless & Dead, la band svedese fa uscire nell’arco del 1999 due CD: l’EP Witchburner e l’LP Dead, Hot & Ready. Del secondo parleremo più avanti, mentre il primo è un EP cazzeggione con quattro cover e tre pezzi originali per un totale di 25 minuti di musica. 
La tripletta iniziale è talmente onta (= unta) ed ignorante che, mentre le ascoltate, il vostro Q.I. scende di almeno mezzo punto ogni 30 secondi. Le versioni thrash-black degli Accept (Fast As A Shark), dei W.A.S.P (I Wanna Be Somebody) e dei Judas Priest (Riding on the Wind) sono elettricità e puro svago. Lo sentite quando una band si sta divertendo e in Witchburner gli svedesi stanno facendo il gruppo garage e la buttano sul ridere. Non posso pensare che siano rimasti impassibili come mummie mentre scartavetravano canzoni epocali e le risputavano imbruttite e zozze. 
Neon Nights, che è anche una delle più veloci dei Black Sabbath fino al 1980, passa nel tritatutto dei Witchery e, pur senza troppi stravolgimenti, ne esce una buona cover da gruppo da pub (la capacità di suonare non è proprio quella di cinque cazzoni che hanno preso in mano le chitarre da 2 mesi). Se dovessi scegliere fra le quattro è la cover dei W.A.S.P. quella che mi fa divertire di più e quindi la mia preferita [perdonatemi Sabbath se potete], ma stiamo parlando di piccolezze e, forse, dell’effetto karaoke che questo brano provoca. 
I brani originali sono tre arrembanti canzoni thrash-black che puntano tutto su velocità e schiettezza, come una vodka senza ghiaccio. Se vogliamo citarne una, giusto per dovere di cronaca, io menzionerei The Executioner che è una fucilata ed è forse la traccia che più si distacca da quanto proposto nel primo CD. 
Witchburner continua a farci vedere una band in palla e con ancora delle buone idee da gettare nel piatto, voglia di suonare senza prendersi troppo sul serio e far divertire chi ascolta. Non hanno pretese di ridefinire il sound e neanche di inventarsi una hit schiacciasassi, quindi possono suonare pensando solo a quello. 
E, signori miei, grazie al cazzo se è poco.
[Zeus]

Il ritorno degli In Flames: I, The Mask (2019)

Sarò un romantico, ma ogni volta che arriva la notizia di un nuovo disco degli In Flames io, che un briciolo di credito lo fornisco sempre, mi incuriosisco e non vedo l’ora di ascoltarmelo. Nonostante che Fridén e Gelotte siano due cuori duri e da quasi vent’anni mi stiano dando, spesso e volentieri, delle enormi sofferenze. Perché qui a TMI ci stiamo leccando ancora le ferite dopo aver sentito Battles, un disco che è riuscito nell’ardua impresa di far rivalutare in maniera quasi sufficiente dischi come Sirens Charm o Sounds Of a Playground Fading. Sono sofferenze che subiamo perché questa band svedese è riuscita, nell’arco dei primi 4/5 anni di vita, a dare la luce a dischi che mi/ci hanno dato emozioni profonde.
Veder gli In Flames cercare di rincorrere le mode del momento, facendo il verso a chi, con anni di ritardo, già stava facendo la copia sbiadita del loro sound, è qualcosa che lascia perplessi. Perplessi perché, da che mondo è mondo, non è mai il modello che copia lo studente. Questo assunto non vale per il malvagio duo Fridén-Gelotte e quindi, all’alba di questo 2019, c’è un ribaltamento dei modelli.
Adesso sono gli In Flames a doversi reinventare, a cambiare il proprio sound per far breccia in un mercato enorme come quello degli USA. Un mercato discografico che è ricchissimo e, viste le sue dimensioni, percorso da mille mode che non permettono sbagli – in caso contrario si finirebbe di nuovo nella serie B degli ascolti. No, il mercato USA, così volatile e senza memoria, ha bisogno di essere coccolato sempre e, come una bella donna, ha bisogno di continui flirt.
Per raggiungere questo scopo, il malefico duo, accompagnato dal compaesano Niclas Engelin (che nel songwriting conta come il due di picche quando si gioca a scacchi), cercano nelle categorie di PornHub e trovano INTERRACIAL e quindi ecco che per I, The Mask si viene a creare un mischione musicale che vede sezione ritmica e sound americani e il resto Ikea-style.
Il tutto sotto il controllo dittatoriale dell’Commander-In-Hipster Fridén.
Nei mesi precedenti l’uscita, il disco è stato anticipato da dichiarazioni farlocche di ritorno a sonorità più heavy che, signori, non sono nelle corde degli In Flames da Come Clarity. Quindi è tutto un gioco alla Mourinho e un’attitudine da accerchiati. Ma sono stati loro a volersi spostare verso territori alternative/metal-core, quindi perché continuare a ribadire che “continueranno sulla loro strada”?
Perché I, the Mask è il prodotto di una band che brama il mercato USA, il Billboard e le top ten americane (capite perchè hanno scelto Howard Benson? Uno che nel suo CV ha anche Against dei Sepultura, non proprio da leccarsi i baffi) ma, soprattutto, deve assecondare il desiderio di Fridén-Gelotte di diventare grandi, e tanto. Per questo motivo le sonorità heavy non riescono neanche ad arrivare ad un revival dei (pur bruttini) suoni di Reroute to Remain o di Soundtrack To Your Escape. Gli In Flames 2019 guardano al massimo fino a Sounds Of a Playground Fading e quindi a neanche 8 anni fa e ad una creatività al minimo storico.
Il vero colpo di genio è la grande mascherata, il travestimento mediatico, per poter continuare a copiare band in voga dal 2010 in poi senza doverne pagar pegno in fatto di “derisione sociale”.
Come si fa a raggiungere questo scopo? Semplice, si prendono dei riff bombastici ma innocui, perché non devono urtare nessuno – e, soprattutto, non il target adorato, quindi gli adolescenti – , e li si mozza mettendoci dentro melodie vuote o passaggi risibili (i cori). Se poi si azzecca anche il mix con un riff abbastanza decente, il leit-motiv è quello di darci subito il colpo di zappa disfandolo con ritornelli spompi e senza nessuna anima (Follow Me). Perché, fra tutti i peccati capitali in cui si crogiolano i due timonieri svedesi, quello peggiore è la perseveranza nel cercare il ritornello ad effetto, quello “emozionale”.
Non è una cosa che si sono inventati con A Sense Of Purpose, sia chiaro; questo è un processo evolutivo che proviene dal passato e, precisamente, dal periodo Clayman. Da quel disco (annata 2000) si inizia a vedere la volontà pura di trovare IL ritornello catchy e farlo proprio. Non criticabile in sé, ma criticabile perché, nel corso del tempo, ha svilito il senso del riff per elevare quello di una melodia appiccicosa ma senza nerbo.
Non ha quasi neanche più senso parlare del growl/scream di Fridén, perché la questione non è più se è sfiatato o meno (la prima), la questione è che non riesce ad azzeccare un ritornello memorabile (metto In This Life, ma solo perché sta passando ora nel lettore).
Queste soluzioni sono già state fatte, e meglio, da band americane che, dalla scena svedese, ha preso tutto lo scibile per poi sputtanarlo. Gli attuali In Flames, quindi, si mettono sullo stesso terreno di gioco di chi, questa pratica, la sta maneggiando da anni. Ti batte con l’esperienza e con il fatto che sono giovani davvero e non dei quasi cinquantenni.

Non fatevi fregare dalle dichiarazioni di Fridén, da tutto il clamore del “ritorno ad un sound più heavy“, dalla copertina con il Jester e il nome la accompagna. Questo non è il disco che volete, questo è l’esibizione dell’ego del duo Fridén-Gelotte, della volontà assoluta di diventare un gruppo di punta in un mercato come quello USA, a costo di sputtanare senza via di ritorno il monicker In Flames
Non credete a niente di quello che vi dicono, ci rimarrete male.
Quello che avrete in questi 50 minuti è la solita sofferenza, il cuore pesante e la difficoltà di capire in cosa si sta trasformando questa band.
[Zeus]