Misantropus – Gnomes Metal (2020)

Oggi su The Murder Inn vi presentiamo una recensione atipica, di quelle che un recensore professionista non dovrebbe fare. Ma siccome io professionista non lo sono manco per il cazzo, la faccio lo stesso. Tutto questo preambolo è dovuto al fatto che la recensione è basata su un ascolto parziale dell’album, cosa che non andrebbe fatta, però c’è un motivo. Ma andiamo con ordine.
I Misantropus sono una band di Latina attiva, sotto altri nomi e varie forme, dalla fine degli anni ’80. Fortemente legati all’underground, le loro uscite sono sempre state a tiratura limitata, anzi, limitatissima, sia su vinile che su CD. Gnomes Metal, quinto album della band, ci viene presentato da Broken Bones Promotion e Minotauro Records ed esce esclusivamente in vinile, insieme alla notizia che sarà anche l’ultimo, dopodiché la band continuerà esclusivamente a suonare dal vivo.
Alla luce di questi fatti, tutto ciò che mi è stato possibile ascoltare sono i primi due pezzi dei cinque che compongono il lavoro e, insomma, ho dovuto farmeli bastare.
I Misantropus suonano un doom/stoner/sludge metal dal sapore retrò e dall’approccio minimalista. La registrazione è grezza e terrosa ma in modo consapevole, dal momento che tutti gli strumenti sono chiaramente distinguibili. I pezzi sono lenti e dal minutaggio medio-alto, con tempi dilatati, sono ipnotici e “monoriff”, coronati da una voce da troll delle caverne che ammicca alla scena estrema. Una formula, questa, che ha qualcosa in comune con certo black metal delle origini. Un album minimale, ridotto all’essenziale, non per tutti (anche in senso materiale, eheh!).
Diciamo pure che questa possa non essere considerata una recensione, forse solo una segnalazione, ma quello che ho potuto ascoltare è stato a modo suo interessante, una di quelle cose che potrebbe stimolare chi ha voglia di esplorare  senza pregiudizi gli angoli meno battuti della scena metal, fatti di locali bui, di tanta passione e nessun interesse per il mainstream.
[Lenny Verga]

Belfegor – The Kingdom of Glacial Palaces (2000)

Si può fare dell’idolatria assoluta una carriera musicale? I polacchi Belfegor pensavano di sì, visto che hanno fatto uscire tre dischi prima di sciogliersi e mettere fine all’avventura nel mondo del metal estremo. Il debutto su LP è nel 2000 e precisamente con questo The Kingdom of Glacial Palaces
Genere? Black metal di stampo norvegese e, precisamente, rivolto ad un’adorazione assoluta del sound degli Immortal (periodo pre-At The Heart of Winter). Oltre a questo, ci sono dentro spruzzate di Gorgoroth, ma nel mix è la componente Abbath&Co. ad avere il ruolo del leone. 
Praticamente quasi tutto in questo LP richiama, in un modo o nell’altro, quanto fatto dai norvegesi prima di rivolgere il loro sguardo verso un black influenzato dal thrash tedesco
Guardatevi i titoli, la copertina, il suono delle chitarre e molto altro e tutto vi richiamerà alla mente quell’epoca miracolosa per il black metal. Però c’è da dire che questo The Kingdom of Glacial Palaces regge sulla distanza e non annoia. Derivativo sì, ma è fatto con gusto e intelligenza. 
I riff ci sono e così anche il songwriting in generale, tanto che ti viene da soffermarti a pensare: meglio questi Belfegor, didascalici sì ma capaci di puntare su un buon disco, o quanto fatto dai loro mentori spirituali negli anni successivi al 1999? 
Per una questione di integrità intellettuale, si punta sempre sul genitore del sound, ma la fede a volte cede e ti verrebbe da chiedere come sarebbe stato il sound Immortal senza la svolta e la sensibile “arteriosclerosi” del songwriting. L’ultimo disco in studio, senza Abbath ma con un Demonaz ritrovato, ci dimostra che però la formula creativa era solo sottovuoto, non persa.
I Belfegor hanno anticipato il treno della via polacca al black metal e l’esplosione dei Behemoth (e di tutta la scena nella seconda metà del 2010), perdendo così l’opportunità di portare il proprio sound ad un livello europeo. Se poi avessero guardato più verso il proprio Paese invece che intestardirsi sulle tematiche Immortal, forse staremmo parlando di un band che ce l’ha fatta. 
Non è andata così, chiamiamola sfortuna. 
[Zeus]

Kirk Windstein – Dream in Motion (2020)

Faccio un salto indietro nel tempo. Ad inizio 2000, nella ridente cittadina di Bolzano, trovare qualche vero fan dei Crowbar era come cercare vergini nel quartiere a luci rosse di Amsterdam. Non c’era l’ombra di qualcuno che vedesse nella lentezza primordiale, nella pesantezza e disillusione di Kirk Windstein e soci una fonte di sollievo. Poi ti capita di cambiare giri di persone, conosci nuova gente e finisci a parlare di musica, bere birra e tentare di “fare da manager” ad un gruppo locale. I Crowbar erano cosa per pochi, al tempo. Troppo strani, troppo lenti e fuori moda: se lo stoner faceva fatica a trovare un varco uno, figuriamoci lo sludge.  Quindi capite voi che felicità era poter dire quanto cazzo era bella No Quarter rifatta dalla band di New Orleans. O esaltarmi con The Lasting Dose Planet Collide
Se poi aggiungete che il barbuto Kirk era anche un quinto dei Down, porca puttana, aveva tutte le carte in regola per essere un vero idolo – senza averne il physique
Finché l’alcolismo non è diventato ingestibile la produzione di dischi è stato un costante crescendo di wow, (e mi sento una merda a pensare così). E dopo l’alcolismo e i 12 Steps? Ecco dischi sempre meno interessanti, anche se Severe the Wicked Hand non era affatto male. 
A voler pensare male, con la fine dell’alcolismo e il ritrovato amore per Gesù Cristo, quello che ci ha perso è la musica. Succede sempre così quando si inneggia alla divinità sbagliata. 
Fra un impegno e l’altro, ecco che esce anche la prima uscita solista di Kirk e capite bene che un po’ di hype c’era. L’anticipazione mi era anche piaciuta, un tipico riff del Kirk post-disintossicazione e Dream in Motion (title-track del disco) scorreva senza però ferire.
Cosa che si può dire di praticamente tutto il disco, e se togliamo la presenza di alcuni ottimi riff o arpeggi, spesso le canzoni si afflosciano su sé stesse. Una Hollow Dying Man ha dentro un buon lavoro di chitarre, ma non parte mai. 
Sono contento che si sia tirato via la scimmia dalla schiena, mi dispiacerebbe dover tenere d’occhio i necrologi, e mi pare brutto continuare a ribadire che quando era alcolizzato le canzoni avevano quasi tutte un metro e mezzo di bega e la mostravano senza pudore… ma un pensiero brutto ti si incastra nel cervello. 
Perché, Grande Capro, io ho bisogno di musica che mi tiri via quell’orrida sensazione scura che mi rosola dentro. Ho bisogno di momenti catartici, che non significano certo blast-beat a manetta e Crististuprati ogni mezzo secondo, ma ho necessità di musica che smerigli l’anima dallo schifo. 
Dream in Motion non arriva mai a fare quest’operazione di pulizia. 
Porco demonio, vuoi vedere che mi tocca incominciare a bere più birra io per compensare? 
[Zeus]

Tidfall – Circular Supremacy (2000)

Sono una persona orribile, soprattutto come recensore. Perché mi perdo sempre nei miei pensieri mentre ascolto un disco e su questo Circular Supremacy, opera prima dei norvegesi Tidfall, mi sono ritrovato a pensare che la parte di tastiere all’inizio di A Hidden Realm suona come la famosa marca di ammorbidente. Il che è niente, ma mi riporta in mente che, alla stregua di questo spiacevole sentore di ammorbidente per vestiti, sono riemerse memorie del passato e per la precisione dell’intro dei Marduk. In quell’occasione, la parte strumentale non era il classico “casino di guerra”, ma un qualcosa che assomigliava vagamente al mantra “voglio i biscotti”. 
Non chiedetemi perché, ma ci sono cose che mi rimangono in mente. 
Questi Tidfall, per esempio, non saranno nei miei ascolti post-recensione. Non sono malaccio, anche se il loro black metal sinfonico è derivativo e non offre nessuno spunto realmente eccitante. Se leggete Metal Archives, vedrete che sono descritti come Industrial Black Metal, non fatevi fregare, non lo sono. All’alba del 2000, i norvegesi suonano ancora un black metal melodico e sinfonico di derivazione mista fra Dimmu Borgir ed Emperor. Dai primi si distanzia per un riffing migliore ma le orchestrazioni sono monotone, dai secondi perché non ne hanno la qualità e potrebbero baciare le scarpe degli Emperor un giorno sì e l’altro anche. Ma qua stiamo dicendo l’ovvio. 
Tidfall rientrano in quella categoria di band che ascolti se sei completamente flippato per il black metal sinfonico e, di conseguenza, vai a cercarti tutto quello che suona uguale/simile al tuo genere. In tempi migliori, dicasi la prima metà degli anni ’90, un disco di questo tipo sarebbe passato praticamente inosservato, etichettato come derivativo e poco convincente; ma all’alba di un’era strana di afflosciamento generale, Circular Supremacy potrebbe anche fare il suo lavoro per accompagnarti a far la spesa o mentre sei nel traffico di ritorno a casa. 
Non imprescindibili, ma neanche osceni. Il vero problema è che solo poche volte riescono ad essere ricordabili e neanche tutte nella stessa canzone. 
Giusto per darvi l’idea di quanto erano appetibili per le masse, ma senza riuscire a scalfire nulla nelle coscienze di noi metallari, i successivi (e ultimi) due album sono usciti per la Nuclear Blast. 
Potevo dire questo all’inizio e avreste capito molto di più del mio sproloquio, ma devo passare anche io il tempo. 
[Zeus]

Necromantia – IV: Malice (2000)

A vent’anni di distanza, IV: Malice dei Necromantia suona francamente un po’ noioso. Lo sto ascoltando da un po’, giusto per capire bene che direzione far prendere alla recensione. Rispetto alla pletora di band che del basso non sanno che farsene, se non dar lavoro ad un amico (probabilmente chi porta le birre o la droga), i Necromantia abbondano e schierano in formazione ben due bassisti. Ok, Baron Blood si occupa di un basso ad 8 corde che, distorto com’è, assomiglia spesso e volentieri ad una chitarra, ma la questione è che il “meno cagato” degli strumenti è finalmente protagonista. Questo comporta ritmiche interessanti e molto più incentrate sul groove rispetto ad altri act black metal. Questo non significa che ci stiamo trovando di fronte a del black’n’roll, visto che ci sono moltissime accelerazioni di stampo black metal e molte atmosfere haunted, ma quando il duo Magus Wampyr – Baron Blood alza il piede dall’acceleratore ne escono fuori passaggi strumentali di notevole interesse. 
Il problema è che non riesce tenermi con sull’attenti, non riesce a prendermi il cervello/lo stomaco per più di qualche minuto e poi torno a distrarmi. Questo perché un disco realmente da cazzoduro non può vivere sui colpi di genio saluari, deve avere continuità e coerenza. IV: Malice non manca della seconda qualità, ma la prima è decisamente a corrente alternata. Le registrazioni sono buone, lasciano tracce di sporco notevole ma comunque permettono di sentire distintamente tutti gli strumenti – cosa necessaria, visto l’ampio uso delle ritmiche e delle incursioni nel territorio delle orchestrazioni. 
IV:Malice del 2000 è un disco che può intrigare sotto diversi punti di vista, anche solo per questa stranezza del doppio basso e delle soluzioni utilizzate per renderlo protagonista, ma non è un grandissimo disco e all’inizio del 2000 ci sono band che hanno fornito più spunti e interesse al black metal rispetto del duo greco. 
[Zeus]

ULVÅND – The Origins (2020)

Come in un film di Harry Potter, sono ringiovanito di più di venti anni con una “magia”. Cosa intendo dire e cosa c’entra questo con gli Ulvand?
Ve lo spiego subito raccontandovi una storiella, se così si può dire. Quando avevo 17-18 anni, ed eravamo più o meno verso la metà degli anni Novanta, tra le tante uscite discografiche che mi sciroppavo, tra cd comprati e cassette duplicate, spuntò un album dei Theatre Of Tragedy. Ora non ricordo il titolo, ma me lo duplicarono su cassetta. Io subito rimasi un po’ interdetto da quella musica. Ma più che altro, furono le voci che mi colpirono. Erano i primi esperimenti nel gothic metal in cui si alternavano voce femminile pulita e voce maschile da “orco cattivo” o almeno, ciò era una novità per me. Insomma, pian piano apprezzai quella cassetta, e di lì in avanti fu un proliferare sempre maggiore di band con questa caratteristica nel panorama metal, e per molti anni questo tipo di band ebbe un bel successo, basti pensare ai The Gathering. Oggi come oggi vedo che il genere ha perso molti fans, e la proposta in questione non è più così popolare, ma i francesi Ulvand, evidentemente, se ne sono fregati, e hanno realizzato un album che ricalca pedissequamente quel tipo di approccio. Quindi via con pezzi doomeggianti, atmosfere decadenti e malinconiche, doppia voce femminile/maschile, tastiere e tanta buona volontà. Una cosa è certa: io questo genere musicale non lo ascoltavo più da quasi vent’anni, ma devo dire che anche oggi non lo trovo così malaccio, soprattutto quando il prodotto è confezionato molto bene, parlando di produzione soprattutto, che è molto accurata. Anche le canzoni non sono niente male, anche se dopo venti anni questo genere di album non mi provoca più le stesse emozioni. Ed è questo il punto. La colpa non è degli Ulvand, ma del fatto che si cresce. L’emotività adolescenziale ha bisogno di poco per essere stimolata, quella di un quarantenne solitamente è ormai tendente verso un cinismo difficle da corrompere. Insomma, la stessa ragazza alla quale mandavi i bigliettini in classe con scritto “ti voglio bene”, ora ti sembrerebbe solo una cosetta insignificante, e anche se uno volesse investirci un po’ di tempo, sarebbe il minimo sindacale. Ecco, questi Ulvand sono un’ottima band, scrivono belle canzoni, ma sono adatti forse a persone con molta meno esperienza metal sul groppone e forse, è triste per me dirlo, sono rivolti ad un pubblico più giovane di me. Tutto ciò non per dirvi che il disco in questione non sia bello, ma che io sono forse invecchiato, e anche male. Oggettivamente, però, un gran bel lavoro che gli ascoltatori assidui di Lacuna Coil e compagnia bella dovrebbero ascoltare.
[American Beauty]

Ricordi e stoner, Dozer – In the Tail of a Comet (2000)

Non risentivo il nome Dozer da una vita, e precisamente dal 2007 quando ero a Vienna e sono andato a vederli dal vivo. Poi ho scoperto che hanno buttato fuori un nuovo LP l’anno dopo e saluti per molti anni. 
Sarà che di quel periodo viennese non conservo molti ricordi piacevoli, ma i Dozer sono finiti sotto la cartella “sentiti e saluti”. 
Errore mio, logico, non si fa mai questa puttanata. Ma che ci volete fare? 
Colgo l’occasione del ventennale di In the Tails of a Comet per redimermi e compiere il necessario mea culpa. Lo faccio con una maturità maggiore, anche se in quel periodo di stoner ne masticavo veramente tanto e, in Alto Adige, non è che fosse proprio uno dei generi più in voga in assoluto. Lo stava diventando, pian piano, ma non era ancora qualcosa di abusato e di gruppi che ne masticavano le regole ce n’erano veramente pochi
Ma fra tutte le band estere che debuttavano all’epoca e che poi avrebbero incominciato ad inondare il mondo musicale con queste sonorità fra il 2000 e il 2005, c’erano anche gli svedesi Dozer
Capisco le perplessità dell’epoca sulla loro originalità assoluta, ma vent’anni dopo mi accorgo che le critiche mosse alla compagine dalle terre dell’IKEA erano state troppo dure. I Dozer non sono una brutta copia dei Kyuss, anche se qualche elemento di quel sound si sente negli spartiti della band. Ad onor del vero quell’attitudine sonora era presente in moltissime band che, a quell’epoca (o anche adesso), approcciano lo stoner secondo la lezione impartita da Homme & Co. 
Se dovessimo cercare un paragone a tutti i costi, possiamo dire che ancora oggi si respirano elementi dello stoner desertico americano e anche quell’attitudine rock/metal che poi troveremo in migliaia di band europee (o anche in molti brani degli Orange Goblin, seppur declinati in maniera diversa). 
La cover del disco ti mette sulla falsa strada, ti fa credere di trovarti di fronte all’ennesimo disco che ricalca Welcome to the Sky Valley, ma il suono si differenzia molto dai rigurgiti psichedelici che ci sono in quel disco. Logicamente ci sono momenti più dilatati (High Roller), ma i brani sono più rivolti ad un rock’n’roll sporco e dall’attitudine stoner. Quindi ecco una capacità di sintesi notevole (nove brani per neanche 40 minuti di musica) e una capacità di racchiudere in brani dal minutaggio radiofonico un concentrato estremamente groovy. Non mi fanno venir voglia del classico Spring Break americano, ma di certo mi riportano sul sentiero dei ricordi e mi fanno venir voglia di sedermi su una poltrona sfondata davanti ad un fuoco crepitante, un bicchiere di whisky-cola e amici con cui sparar stronzate. 
Non molti dischi sono capaci di questo, bisogna dargliene atto ai Dozer. E con questo ho saldato il conto con gli svedesi, scusatemi per avervi ignorato. 
[Zeus]

Alla fine inneggiano Greta, Pearl Jam – Gigaton (2020)

4

Ad un certo punto della vita, ti tocca fare i conti con la maturità e responsabilità che, prima, erano solo paventate ma mai diventate realtà assodata. O, se proprio vogliamo aumentare lo spettro della conversazione, non erano quello che ti saresti aspettato mentre crescevi e quei quattro peli da culo di coniglio si trasformavano in una barba degna di essere introdotta nel Valhalla. Che sia l’arrivo di un figlio, l’accensione di un mutuo in banca, il cambio di lavoro, sposarti o trasferirti, la vita viene e bussa alla porta chiedendo indietro il credito che ti aveva dato quando pensavi unicamente ad arrivare a sera e il massimo dei problemi era se andare o meno a farti un giro fuori. 
Avendo puntato tutto sul rosso, mi sono trasferito e ho tranciato tutto l’aspetto professionale/quotidiano con un taglio netto. Non sono uno sprovveduto diciottenne che va in Erasmus in uno Stato diverso dal proprio, ma l’impatto vario ed eventuale di questa enorme avventura è notevole e, come sempre, la vita mi ha chiesto indietro interessi maturati nel corso degli anni passati. Quindi ecco il Covid-19 a mettere un po’ di pepe alla situazione cambio di casa/convivenza/trovare nuovo lavoro/vita sociale e da un’avventura con coefficiente di difficoltà medio-alto, lo spostamento ha preso un nuovo interessante livello di difficoltà: alto e vaffanculo. 
Ma non mi sto lamentando, sia chiaro. Ho messo in preventivo tutto quello che mi sarei trovato ad affrontare, a parte certi particolari, ma in fin dei conti non posso certo biasimare il mondo ad averne i coglioni pieni dell’essere umano. Quindi ecco che le anticipazioni di Greta Thunberg hanno incominciato a farsi reali e il mondo vive una sorta di strano medioevo futuristico, in cui una pandemia di stampo “antico” sta modificando la quotidianità. 
Pearl Jam del 2020 ne cavalcano l’onda, buttando fuori Gigaton a quasi 7 anni di distanza dal deludente Lightning Bolt. Mezza delusione che è la cifra stilistica dei Pearl Jam post-Vitalogy, sia chiaro. Avranno sì e no azzeccato 2 dischi in tutto il tempo trascorso fra il 1994 e oggi, e i due dischi sono la somma delle canzoni realmente buone contenute nei dischi fatti uscire nei successivi 26 anni di carriera. E i Pearl Jam i conti con gli interessi chiesti dalla vita li hanno fatti praticamente subito, non essendo mai stati un gruppo realmente giovane e non essendo grunge da… mai. Ecco perché i dischi post-Riot Act sono una delusione (Backspacer era buono solo in parte), perché hanno tentato di ricreare una verginità che non c’era e che, a me, ha infastidito come quelle persone che, a 60 anni suonati, giocano a fare i supergiovani non capendo di essere solo ridicoli. 
Nel 2020 Eddie Vedder sono l’espressione di tutti quelli che sentono una sorta di crisi di mezza età e lo sono perché, ormai, l’hanno raggiunta e si sono uniformati ad essa. Gigaton è un disco che non è brutto in sé, ci sono alcune buone cose dentro, prima metà del disco, e anche tutto il comparto strumentale è di ottima fattura (Eddie Vedder gioca un campionato a parte, anche se ormai ha capito che non può sbraitare più e si adegua al tempo canaglia); Gigaton è, sulla distanza, vagamente noioso e unicamente su Buckle Up totalmente stupido. 
Gigaton è il disco che vi regalerà il parente di mezza età che lo considera realmente rock o che passerà in radio sui canali della vera musica hard rock. Fortunatamente, per questa seconda opzione, c’è la qualità di base del songwriting che salva Gigaton dalle tonnellate di merda che la radio propone come hit
I Pearl Jam di Gigaton mettono nel cassetto le camice di flanella (già posticce al tempo) e i jeans strappati per sostituirli con comodi blazer e pantaloni con il risvoltino.
L’età adulta è anche questo, prendere coscienza che ci sono periodi della propria vita che inevitabilmente finiscono o vengono sostituiti, e che non ha senso continuare a tenere il paraocchi facendo finta che non è vero. Ci vuole consapevolezza e questo LP sa di parlare ad un certo target di persone. Lo fa senza scardinare le coscienze e, per un prodotto di Eddie Vedder & Co., questa è la quotidianità acquisita.
[Zeus]

Mándale orgasmos por E-Mail: Mägo de Oz – Finisterra (2000)

L’approccio alla musica spagnola, per chi ha avuto il giusto imprinting, inizia con gli Héroes del Silencio ed Entre dos tierras e il loro video con una sincronizzazione assurda, sembrava di vedere Blob su Rai 3. Ma va bene così, perché poi da qua ci si muove verso territori più arditi fatti di band provenienti dal Mediterraneo Occidentale o ci si abbevera nelle putride fonti messicane e sudamericane in generale. 
Ma non è che ci si può sempre immedesimare in narcotrafficanti satanisti, qualche volta bisogna scappare dalla bruttura del mondo andando a scavare nel fondo di dischi cazzeggio. E qui inizia il discorso con i Mägo de Oz. Non mi ricordo quando sono venuto in contatto con questa band spagnola ed erano anni che non riascoltavo le loro canzoni prima del classico “rinfresco” pre-recensione (ovviamente parlo di Finisterra, l’unico disco che ho mai sentito e, con buona probabilità, dovrei avercelo ancora copiato su CD – ma non mi ricordo bene neanche ‘sta cosa qua).
All’epoca (stiamo parlando del 2000), la mistura metal – musica celtica ed elementi folk il tutto cantato in spagnolo non era proprio una delle mie frequentazioni più assidue, ma questo LP mi ha garantito diverse ore di divertimento e risate. Perché Finisterra è un disco realmente cazzone, da buttare su quando metti a scaldare la griglia e le birre incominciano a diventare più frequenti degli arrosticini mangiati. 
Attenzione, non sto dicendo che è un disco stupido, malfatto o malamente abbozzato; i Mägo de Oz sanno suonare, cantare e creare atmosfere da sagra paesana che piacciono. Probabilmente sono il motivo per cui band come gli Eluivetie non mi hanno mai preso troppo: ok che hanno l’elemento death metal (Dark Tranquillity a palla), ma il resto era qualcosa di già sentito. E lo dico adesso, nel 2020, con una sicurezza che mi stupisce ampiamente. Perché sono convinto che se mi aveste chiesto la stessa domanda molti anni fa, non avrei saputo cosa rispondere e non avrei citato ‘sti figli di Madrid come responsabili del mio sopracciglio alzato nei confronti del folk- metal. 
Ho provato a seguire i Mägo de Oz anche dopo Finisterra, probabilmente ho tentato di sentire Gaia, ma non è mai stato veramente il mio genere e quindi li ho lasciati nel cassetto dei gruppi da citare, ma mai più ascoltati. 
Sapete cosa, io chiudo la recensione qua… tanto dopo vent’anni conoscete a memoria i pezzi (se conoscete la band) o le mie lodi per una band di questo tipo vi hanno fatto crescere un po’ di curiosità (non credo, ma non si sa mai). Voi riprendete questo doppio disco in mano e buttatelo sul vostro mezzo preferito (YouTube, Spotify, Hi-Fi…), io intanto mi riascolto El Senor de los Gramillos e vado a cercarmi una birra dal frigo. 
Ci sta, fidatemi. Questo disco chiama birra, come le Fonzies chiamano la leccata di dita. 
[Zeus]

Digerire il capretto pasquale con i Nunslaughter – Hells Unholy Fire (2000)

Ci sono conseguenze dirette a questa segregazione forzata, cari miei. Il primo è la probabilità di un’aumento della popolazione a causa della noia data da Netflix/Amazon Prime et similia; il secondo è l’impennarsi della cirrosi epatica come amica dell’uomo (in senso generale, quindi senza distinzioni di sesso) e la diminuzione dello spazio aereo fra pancia e jeans. Porco il vostro falegname se non sto mangiando come un facocero. Visto che non è proprio salutare passare un pranzo all’altro con sprint degni di Usain Bolt, allora con la seconda parte del MayheM-Duo ci siamo imposti una rigida tabella di marcia di esercizi e/o passeggiate (qua in Austria si può ancora andare in giro). Questo mi permette di ruttare il pranzo e avvicinarmi sollevato alla cena. Se dovessi trovarmi un disco ad effetto amaro postprandiale, mi verrebbe da ritirare fuori i Nunslaughter con un Hells Unholy Fire annata 2000. Invecchiato di vent’anni, continua a farti digerire che è un piacere, ma non è quella digestione che ti porta a traghettare sottomarini marroni nella grande tazza smaltata, ma 30 minuti di musica che sono buoni qui, qui e anche qui. Gli americani, per fortuna, non hanno tutti la testa bruciata dal diserbante per capelli e i Nunslaughter si posizionano nella categoria digestivi di classe.
La ricetta per Hells Unholy Fire di Don of the Dead, è quella di creare un mix, in parti diseguali, fra thrash suonato con la zappa, elementi di proto-thrash/death e qualche zozzeria death metal, mescolati in parti diseguali. Una volta messo a punto il dosaggio perfetto, che si aggira su canzoni di neanche 2 minuti, allora lo si lascia distillare per un po’, lo si rinforza con una buona dose di bestemmie e testi stupracristi per dare carattere e struttura e poi, come per le birre, si cerca di aggiungere un po’ di elementi che andranno a formare la testa e la coda del distillato Hells Unholy Fire. Cosa ci aggiungono gli americani? Una copertina brutta, che fa sembra bene per certi prodotti, e poi un missaggio che è croccante come le chicken wings chicken tights del Colonnello. Ovviamente senza che inzuppi le suddette nella salsa, gravy, che ti piazzano di fianco perché poi hai l’unto del Signore sulle mani e altrettante combinazioni fra animali mitologici e divinità sulla bocca. Sul primo LP dei Nunslaughter tutto è croccante e a pezzettoni, scrocchia sotto i denti e la pulizia sonora è tenuta a distanza come la birra analcolica in un pub che si rispetti. 
Io non so voi, ma lo recupererei perché vi servono dischi come questo. Hanno la capacità di tirar fuori più coglioni in 30 minuti che le lungaggini di certi dischi brutal/death o thrash. E poi, cazzo, bisogna riportare anime al Grande Capro… che cazzo di vita: ci si alza, si lavora, si dorme e repeat. Tiratevi via delle soddisfazioni, che tanto prima o poi timbrate anche voi il cartellino e tanti saluti alla faccia illuminata del sole. 
[Zeus]