Mark Lanegan – Field Songs (2001)

Far schifo, in una società che obbliga all’eccellenza, è un preciso dovere morale.
Mark Lanegan è l’esempio vivente di questo motto. E non perché la sua musica faccia schifo, ma proprio perché il buon Mark si è auto-imposto un processo di alienazione musicale a me incomprensibile. Se guardiamo il suo percorso artistico ed umano, più schifoso e ributtante era l’uomo, migliore era la musica. 
Ecco perché il periodo che va da The Winding SheetField Songs è senza dubbio il migliore di tutta la discografia dell’ex leader degli Screaming Trees. A partire dal lungo e necessario periodo di disintossicazione, è incominciata la discesa verso prove sempre meno impressionanti, e lo dico ritenendo che BubblegumBlues Funeral siano ancora in grado di mangiare in testa a tutto quello che è uscito fuori dal 2013 in avanti. Da quell’anno in avanti, fra mille collaborazioni e il ritrovato amore per le sonorità anni ’80, la new/dark wave e tutta la musica elettronica, i dischi di Lanegan hanno incominciato ad infastidirmi, annoiarmi ed infine a lasciarmi senza nessuna voglia di toccarli e approfondire lo sfacelo creativo in cui sta cadendo una delle migliori voci degli ultimi anni.
E io, a Lanegan, do un credito praticamente infinito, visto che le sue (vecchie) canzoni mi prendono bene (e, quindi, molto male) e non mi stanco mai di ascoltarle. Però non sono sordo e so quando la qualità scema e post-2013 è evidente che non ci sia più trippa per gatti e che la sua discografia sarà apprezzata da… qualcuno, non da me. 
Ma non è del futuro/presente che voglio parlare, visto che nel 2001 esce Field Songs ed è indubbiamente il picco creativo della produzione solista di Lanegan. La collaborazione con Mike Johnson è agli sgoccioli e l’allontanamento del fido partner, nonché responsabile di molte soluzioni musicali, creerà un vuoto compositivo che i vari Alain Johannsen, Chris Goss e tutta la cricca del Rancho De La Luna solo in parte riusciranno a colmare. Tutti bravissimi e funzionali al nuovo sound voluto da Lanegan, ma i pezzi contenuti su Field Songs sono di un livello molto più alto. 
Nel 2001 Lanegan riesce a comporre un disco forte, compatto e senza cedimenti dalla prima all’ultima canzone. One Way Street è ancora adesso una hit che non mi stanco di ascoltare e via via scendendo nella tracklist. Quello che sembra essere un’evoluzione è un sottilissimo velo di sole che filtra nel classico cielo plumbeo che ricopre le canzoni del singer americano. Il latrato blues alcolico che l’aveva avvicinato a Tom Waits scema, lasciando anche spazio ad elementi quasi country (Field Song), sperimentali e, perché no, anche più “leggere” (Kimiko’s Dream House). 
Anche dopo vent’anni e conoscendo quello che poi Lanegan produrrà, Field Songs rimane un gran disco. Suona interessante e non è invecchiato di un minuto, anche perché è difficile far prendere anni ad un genere come il blues, che è per definizione una musica immortale. 
[Zeus]

Milestones. Black Sabbath – Paranoid (1970)

Se dovessi cercare l’Alpha e l’Omega del mio essere metallaro, lo cercherei in Paranoid dei Black Sabbath. Perché se i Queen e I Want It All sono stati fondamentali per ricercare la via del rock, come ho già spiegato un po’ di tempo fa, sono i Black Sabbath che certificano, senza vie d’uscita, che la via è quella del metallo. 
E lo dico sapendo che Paranoid non è un album propriamente metal. I Black Sabbath non erano/sono una band metal tout-court. Quello che però è presente, a tonnellate, è l’attitudine metal ed è stata questa, più di molte cose, a farmi innamorare di questo disco. 
Perché prima di essere attratto dal lato estremo della musica, prima di cercare l’underground più abietto, è nei riff di Tony Iommi che ho sentito la chiamata al metallo. E stiamo parlando di “ere geologiche” fa, prima ancora di aver capito realmente cosa significava realmente essere metallaro. Però le atmosfere che si respirano in questo LP sono uniche, e immagino lo fossero ancora di più a suo tempo, quando il sogno hippy era stato distrutto dall’irrealizzabilità dell’idea di pace e amore per tutti che la hippy generation ha tentato di portare nel mondo. 
E Paranoid, ed i Black Sabbath, sono il suono di quel sogno che si frantuma. Il collasso nervoso di una società allo sbando fra guerre (allora quella del Vietnam), dipendenze da alcol o stupefacenti, insoddisfazioni e devianze varie ed eventuali. 
Paranoid era la colonna sonora di un film che continua ancora oggi. Ecco perché ogni volta che lo sento mi sembra di guardare un film e mi ci ritrovo bene, sento che è qualcosa di famigliare, di unico (per me) e di condiviso da migliaia di persone. 
I Black Sabbath sono venuti solo pochi anni dopo aver deciso, inconsciamente credo, di avere il rock come colonna sonora della mia vita. Sono stati un processo tutto sommato naturale, perché dove ti possono portare i riff se non nella patria di Iommi? Ci sono migliaia di altre band che si basano sui riff, ma c’è un’unica band che quando parte crea l’effetto unico di essere alla presenza di Dio e di una vera religione. I Black Sabbath hanno questa proprietà e lo sanno tutti quelli che sono metallari, anche se poi cercheranno nella propria vita altre confessioni o credi diversi. Nessun eretico alla corte del metallo, solo sensibilità diverse. 
Quello che mi stupisce ancora oggi, e sono diversi decenni che ascolto Ozzy & Co., è la capacità dei Sabbath di unire in maniera trasversale. Puoi parlare con le nuove generazioni e con i metallari con più toppe che capelli, ma i riff di Iommi sono una costante universale e così anche la voce di Ozzy stesso o il basso di Butler. 
Se con I Want It All ho avuto la certezza assoluta che la colonna sonora della mia vita sarebbe stata il rock (in tutte le sue declinazioni), è con i Black Sabbath che ho saltato definitivamente il fossato e mi sono sentito, non solo atteggiato, metallaro. Possiamo discutere sulle tempistiche, sugli approcci alle band più propriamente metal e via dicendo, ma è con Paranoid e i Black Sabbath in generale che ho tirato via ogni freno e iniziato consciamente ad essere metallaro. 
[Zeus]

Stormkeep – Galdrum (2020)

C’è una ironica corrispondenza fra il mestiere del venditore e quello del musicista, entrambi devono saper raccontare delle storie (più o meno credibili) e, all’occorrenza, piegare i fatti e la storia alle proprie esigenze personali. La mancanza di morale, l’aver venduto l’anima a Satana per ricavarne una gioia quantomeno fugace, l’aura da Sauron che ti prende quando stai concludendo qualcosa di importante e l’impotenza disperata di quando le idee finiscono nel cesso è, per quanto mi riguarda, black metal. 
Ma dove il tenace venditore è immerso in una realtà urbana, il black metaller può variare e tentare i voli pindarici verso realtà diverse, oniriche o immaginifiche, così da trasportare chi lo ascolta in un mondo che non c’è, ma che esiste in maniera perfettamente definita nella mente del suo creatore. 
Gli americani Stormkeep hanno raggiunto, con l’EP Galdrum, questo scopo. Trenta minuti di musica che guardano alla tradizione europea del black metal, quegli oscuri tempi medievali in Norvegia, in cui veloci esplosioni in blast beat e tremolo picking si fondevano con intermezzi acustici, partiture folkloristiche e aperture ai synth. 
Lo dico mano sul cuore, non sono mai stato un vero fan del black metal proveniente dagli USA. Molte delle band provenienti dalla Land of the Free non hanno mai raggiunto quella maturità capace di distanziarli realmente dalla controparte europea; ci sono ovviamente eccezioni, ma l’adorazione americana per il sound europeo è spesso ben più di una semplice ispirazione, diventa quasi cieca idolatria. 
Stormkeep non inventano niente di nuovo, segnatevelo (!), ma mentre per molte band contemporanee questo è un terribile handicap, per il quartetto del Colorado è un punto a favore. Capitanati da Isaac Faulk (batterista dei Blood Incantation), gli Stormkeep mettono nei quattro pezzi più idee di quanto si potrebbe trovare in molte band contemporanee in un disco più lungo. Sentitevi Of Lore, che parte come un tributo black metal ai Faun (band tedesca di musica medievale modernizzata) per poi aprire il gas e manifestarsi per quello che realmente è: un pezzo black metal, dal taglio epico ma non pacchiano, che non tradisce le aspettative neanche se dura 10 e rotti minuti. I riferimenti alla second wave norvegese si sprecano, ma per quanto mi riguarda questo EP, Galdrum, supera abbondantemente la prova della resistenza all’ascolto e dopo una settimana che lo ascolto più o meno ogni giorno, ancora non mi son stufato. 
Pensavo che tutti gli intro o intermezzi acustici mi venissero a noia, ma nient mi sembrano coerenti, e anche l’uso dei synth, che intervengono in maniera misurata prima di prendersi il palcoscenico in Lost in Mystic Woods and Cursed Hollows, richiamano ampiamente quanto fatto a suo tempo dal Conte e dal primo Mortiis
Forse non innovativi, forse a volte un po’ verbosi, ma la capacità di scrittura c’è e Galdrum è un EP che, a mio parere, merita un paio di ascolti per dispiegare bene le sue carte. 
[Zeus]

Manoluc – Asa Nisi Masa (2001)

Broken Bones Promotion ci porta fresco di stampa Asa Nisi Masa, secondo album dei Manoluc che segue a cinque anni di distanza l’esordio Carcosa ottimamente accolto dalla critica. Il quartetto italiano ha come marchio caratteristico l’abilità di combinare in modo equilibrato e convincente il metal estremo (principalmente death, ma anche black), l’heavy classico ed il doom in un sound che cerca di essere moderno senza andare a snaturare i generi da cui prende ispirazione. 
Fin dall’opener Rapace ci troviamo di fronte ad un alternarsi dinamico di umori, con un cantato che passa dallo screaming al growl, riff granitici e linee melodiche accattivanti, alternanza tra mid tempo ed accelerazioni, assoli di chitarra ed una sempre presente attenzione alla tecnica esecutiva.
Quando parte la seconda traccia, Solstizio, ci si rende conto che il contenuto dell’album va ben oltre il solo intrattenimento musicale. L’intro aveva un che di familiare e così mi sono messo a fare i compiti, cosa che tra l’altro trovo divertente e stimolante, perché quando l’arte ti spinge a cercare altra arte ti sta portando ad un arricchimento culturale, per me linfa vitale. In Asa Nisi Masa troviamo citazioni e omaggi a Federico Fellini, a Giosuè Carducci, al sociologo David Riesman, allo scrittore Danilo Arona e probabilmente ci sarà anche altro che ancora non sono riuscito a cogliere.
A questo punto si sarà capito che i testi sono in italiano, scelta che in passato avrei definito azzardata, ma che oggi considero coraggiosa e valida. Ascoltiamo band che cantano in norvegese, svedese antico, faroese, celtico, russo, tedesco,  spagnolo, portoghese, ecc. quindi ben venga il nostro idioma.
Un appunto che devo fare, più per gusto personale, è che non ho apprezzato il cantato declamatorio di Il Bosco Senza Sentieri, in quello stile che fa tanto hard core e che ho trovato slegato al resto dell’album. È un modo di cantare che non sono mai riuscito a farmi piacere.
Se devo trovare un difetto in questo lavoro, è una certa ripetitività della formula, con soluzioni che si assomigliano un po’ tra loro, ma nel suo complesso l’album funziona bene per tutta la sua durata, risultando compatto e in grado di mantenere sempre alta l’attenzione. Ascolto molto interessante!
[Lenny Verga]

Fjøsnisse – Vord (2021)

Mi sento in una botte di ferro nell’affermare che, con migliaia di uscite black metal ogni settimana, era logico che qualcosa mi sfuggisse e, quel qualcosa, ha il nome dei Fjøsnisse. Li ho letti per caso su un’altra webzine e visto che sono altrettanto vorace nel leggere musica quanto nell’ascoltarla, mi son chiesto se non valesse la pena buttare via 40 minuti del mio tempo per l’ennesima band norvegese che suona black metal. Soprattutto pensando che il black metal attualmente sta viaggiando su coordinate che non vedono la Norvegia nelle prime posizioni in assoluto, anche se qua si può incominciare a fare il distinguo fra quanto è pubblicizzato e hype e quanto esce realmente nel sottobosco. Ecco perché mi sembrava di far torto ai Fjøsnisse a non lasciarci almeno mezzo orecchio, giusto per tirarmene fuori dicendo: che stronzata. Riassumendo come è andata a finire posso dire: sto ascoltando Vrod da settimane e non mi stufa. 
Ecco il motivo per cui ve lo consiglio, perché pur facendosi largo in una tradizione consolidata e ortodossa, finalmente mi capita di sentire un disco che ha dentro i riff giusti e l’attitudine tutta Norvegia e satanismo. 
Ci sono i momenti più tirati e anche qualche infima forma di melodia, ed il tutto senza doversi imbarcare nell’ignobile missione di inserire la qualunque dentro una canzone. Quindi eccovi brani scevri da nani, ballerine, pizzi-e-merletti e soprattutto da fastidiose orchestrazioni (che ci stanno finché non diventano ridondanti). 
In Vrod ci trovate un bel saggio di tradizione black metal norvegese, con i riff al posto giusto, le vocals scarnificate e brani come Der kommer ei kjærring che viaggiano senza problemi, ricordandoti che il black metal è, in nuce, questo. Il finale Jostedalsrypa, uno strumentale pianistico con gente che grida in sottofondo, è prescindibile, ma nell’insieme scivola via senza essere di peso a nessuno. 
Non mi sembra il caso di sottolinearvi che dovete recuperare Vrod, vero?
[Zeus]

God Dethroned – Ravenous (2001)

Non voglio certo ritornare a parlare dei God Dethroned come della band che mi ha deluso al Kaltenbach Open Air. Ne è passata di acqua sotto il ponte e nel 2001, Henri Sattler & Co. erano una formazione con alle spalle un disco come Bloody Blasphemy e non anni di scazzi. Il fatto è che Blood Blasphemy era realmente un gran disco, difficile da replicare praticamente impossibile da superare e, giusto per essere chiari, con Ravenous non ci arrivano vicini a quel disco. Però Ravenous non è un disco da buttare, capace com’è di riassumere la creatività della band in 39 minuti e proporre comunque un death-black metal dal taglio decisamente melodico, l’epica drammatica di The Iconoclast Deathride, ma senza risparmiarsi in termini di pura aggressione, come in The Crown for the Morbid; ma rimane il fatto che Henri & Co. son capaci di creare delle canzoni che riesci a ricordarti.
Ma allora perché ci sono dubbi e perplessità? Perché non è un disco che supera il suo predecessore? Perché invece che avanzare, rimane fermo. Perché produce una formula in maniera ottima, ma senza averne l’anima distruttrice che poi porterà alla creazione di un capolavoro. Ravenous è un disco ottimamente suonato, con soli melodici e un mix ben equilibrato fra aggressione death e passaggi fra il thrash e il black, ma non è un disco che porta avanti il discorso incominciato con Bloody Blasphemy
Oltre ai dubbi compositivi, per qualche motivo oscuro a tutti, nel 2001 i God Dethroned si sentono i Metallica del 1987 e mettono in cantina il basso di Beef, lasciando così un ruolo centrale alle chitarre e alla batteria di Tony Laureano. Il batterista portoricano picchia come un dannato, accelerando senza perdere di vista la forma canzone e il suo lavoro di gambe è quello che mi aspetto da un’ala tornante con polmoni d’acciaio. Laureano li trasporta in un’altra categoria? No, pur facendo un lavoro eccellente si sente che è un guest. Forse anche l’assenza di basso ha qualcosa a che fare con il risultato non perfetto di Ravenous? Domanda a cui non posso rispondere con sicurezza, visto che non ci sono elementi per testimoniare il contrario. 
Ovviamente molti di voi si ricordano di Villa Vampiria, e non può essere altrimenti e molti la aspettano ai festival, ma Ravenous rimane ancora oggi un disco dalle potenzialità non espresse. Oggi come oggi lo riesco a considerare più bello di come me lo ricordavo anche solo 15 anni fa, ma se ce ne fosse bisogno, è comunque un’ulteriore testimonianza del fatto che l’arrivo del doppio zero ha messo in moto dei profondi cambiamenti nella musica estrema. 
[Zeus]

Musica da grigliata e caccia ai cristiani. Havukruunu – Uinuos syömein sota (2020)

Ho scoperto gli Havukruunu grazie al suggerimento del batterista degli Irdorath (nonché di altre mille band), quindi non posso affermare di essere un conoscitore approfondito della band finnica. Quello che posso dire, però, è che Uinuos syömein sota il suo sporco lavoro lo fa e lo fa anche bene. Forse è anche il momento storico in cui li sto ascoltando, in cui mi piglia male al pensiero che non si possono vedere concerti e che ho un disperato bisogno di scaricare adrenalina malvagia sotto un palco, ma gli Havukruunu hanno quel qualcosa che me li fa ascoltare senza troppi pensieri ed un malcelato sorriso sulle labbra. 
Il motivo di questo sorriso è che i finnici trasmettono un miscuglio interessante di paganismo alla vodka, heavy metal con le chitarre che soffiano come gatti in calore, cori che spigolano sia dalla tradizione viking dei Bathory e progenie (e non sempre si parla di cose becere, capita spesso e volentieri che dentro questo LP mi capiti di beccare rimandi ai Falkenbach) sia in certe cose heavy classiche e, il tutto, tenuto insieme, da black metal melodico, ruffiano e con dentro il giusto numero di turbopifferi e carabattole folk proto-accelerate. Passo da un canzone all’altra con semplicità estrema, vedendo spuntare accenni di thrash/speed metal e rimandi al dungeon synth di marca BurzumMortiis d’annata. 
Quello che mi chiedo io è se è realmente necessario andare a sniffare dentro ogni singola traccia di questo disco che è un potente antidoto alla seriosità di questo periodo, così preso da crisi internazionali, vaccini che funzionano o meno, di governi che cadono o che rimangono in piedi con lo sputo e, soprattutto, di migliaia o milioni di persone che, con la crisi attuale, stanno vedendo i sorci verdi per arrivare a fine mese. 
Ci sono dischi che vanno presi per quello che sono e gli Havukruunu con Uinuos syömein sota non fanno altro che darti la spinta giusta verso il lato assolato della vita. Il tutto non tenendo conto che, probabilmente, nei testi parlano di tutto tranne che felicità, unicorni che cagano arcobaleni e zucchero filato. 
Ma se cercassimo questo nelle canzoni, che cazzo ci faremmo su questa webzine e, soprattutto, perché mai dovremmo chiamarci metallari? 
[Zeus]

Titoli osceni, Khold – Masterpiss of Pain (2001)

Se non fossero saltati fuori nella ricerca dei dischi usciti vent’anni fa, i Khold non penso che me li sarei andati a cercare di proposito. A guardare la line-up, si vede subito che sono una succursale dei Tulus, di cui avevo parlato bene a suo tempo ma la cui recensione incomincia a sapermi di “volemose bene”. Era un periodo così, che ci volete fare. 
Khold non fanno fuochi d’artificio e questo debutto dal titolo stupido forte (Masterpiss of Pain), si muove su coordinate degne di un 6 politico ma niente di più. Lo sto ascoltando da un po’, cercando un valido motivo per esaltarlo, ma non riesco sinceramente a trovare grandi cose su cui sperticarmi di elogi. 
Rispetto alla marea imperante del black metal, i Khold si astengono dalle velocità spaccagengive per puntare tutto su tempi medi e, dato che sono una mosca bianca, non seguono neanche il classico trend norvegese del che cazzo ce ne facciamo di un bassista? visto che le quattro corde ci sono e si ritagliano anche un ruolo di primo piano (Bortvandring o Svart Helligdom). Se il lavoro del basso è da sottolineare, forse perché una novità nel black, non posso certo fare lo stesso discorso per quanto riguarda il lavoro anonimo di Sarke dietro il drum-kit o il riffing funzionale (Kaldbleke Hender), ma lontano anni luce dall’essere brillante e con la tendenza ad autocitarsi qua e là nel corso dei trenta minuti di questo LP. 
Per il resto Masterpiss of Pain porta a casa il risultato senza veramente esaltarmi o emozionarmi, brillando per pochissimi momenti e neanche in maniera consecutiva e cedendo in maniera abbastanza evidente verso il finale del disco. 
Per recuperarlo, l’ho recuperato; ma Masterpiss of Pain uscirà dalla mia playlist con la stessa velocità con cui ci è entrato. 
[Zeus]

Naxen – Towards the Tomb of Times (2020)

Nel 2020 mi son sfuggite così tante uscite, che in questo inizio 2021 mi sto cospargendo il capo di cenere e provo a recuperarne almeno un po’: i Naxen fanno parte di questa lunga schiera di band. A parte il fatto che ancora adesso, dopo numerosi ascolti, continuo a chiamarli Nexan e mi sa che continuerò a ricordarmeli così fino alla fine dei miei giorni, la band tedesca è riuscita a prendermi bene. 
Pur avendo esordito ufficialmente con un EP nel 2018, Towards the Tomb of Times è il vero debutto sulla lunga distanza e, dopo molti ascolti, non riesco a trovargli tali pecche da celebrare disegnandogli la lettera scarlatta sul petto. La qual cosa, in fondo, mi rallegra, visto che i Naxen si cimentano con un genere difficile e sputtanarsi è decisamente facile quando cominci a suonare un black metal dal piglio atmosferico ed in cui il centro focale del suonato sono le emozioni piuttosto che l’essere l’equivalente di una mitragliatrice sonora.
Tutti e quattro i brani del disco viaggiano sui 10-12 minuti e visto lo spauracchio dato dal fatto che aumentare il minutaggio nel black porta spesso a sonore puttanate, il risultato finale dei Naxen è lodevole. Credo che l’aver contenuto l’effetto puttanata sia dato dal connaturato pragmatismo tedesco, che riesce a limitare o eliminare il lato minchione: questo porta a far sì che Towards the Tomb of Times scorra bene, alternando momenti di piena sonora, ad altri di improvvisa rarefazione, puntando comunque sempre su tempi medi e su progressive stratificazioni nelle linee musicali. Sia quando creano un muro sonoro, sia quando improvvisamente lasciano spazio a “vuoti sonori”, non riesco a trovare un punto realmente debole, tanto che i momenti in cui la band si fa prendere un po’ troppo dal trip musicale finendo in territori che non sa neanche lei, sono piccolezze in un contesto tutto sommato anche buono. 
Al debutto, i Naxen di Towards the Tomb of Times convincono senza dover per forza rientrare in quella schiera di band che copiano/prendono spunto da Mgla/Batushka per far meritarsi la copertina di qualche rivista o webzine.
I teteski di Münster non avranno inventato l’acqua calda, ma limano in maniera personale un black metal atmosferico, carico di emozioni negative e cangiante quanto basta per non romperti il cazzo dopo mezzo ascolto. 
[Zeus]

Madri, crauti e fuochi d’artificio. Rammstein – Mutter (2001)

Per fare una grande pareten, ci vuole un grande pennellen!” se conoscete tutti i riferimenti in questa citazione significa che non siete proprio dei giovanotti. E se aggiungiamo il fatto che Mutter dei Rammstein compie vent’anni proprio in questi giorni, quanto vecchi vi sentite?
Ricordo il periodo in cui sentii per la prima volta Du Hast, il mega singolo del precedente Sehnsucht, che mi fece scoprire la band tedesca anche se per un paio d’anni ancora la mia conoscenza in merito si limitò a questa sola canzone.
Fu proprio con l’uscita di Mutter che mi decisi a comprare entrambi gli album qui citati e mi ricordo anche dove: in un negozio ben fornito in quel di Firenze che immagino ormai non esiterà nemmeno più.
Che vi piacciano o meno i Rammstein, dopo tutto questo tempo Mutter rimane ancora un album che contiene sei singoli a livello mondiale su undici canzoni, pezzi che ancora oggi si sentono in giro e che la gente ascolta, il che non è poco per una band che canta in tedesco, e che altro possiamo dire? Canzoni semplici, dirette, orecchiabili, che entrano subito in testa e non ne escono più, con un tiro pazzesco ed una botta degna di un treno merci che ti colpisce in pieno. 
Non sono metal? Frega un cazzo, per me sono sinonimo di divertimento e grande spettacolo. Peccato che nessuno si ricordi gli altri cinque pezzi, almeno Spieluhr meriterebbe la stessa considerazione delle prime sei tracce e trovo che la conclusiva Nebel abbia una carica emozionale non indifferente. 
Mutter supera questa prova del tempo e non credo avrà difficoltà a superare le prossime.
[Lenny Verga]


Scopro ora che Mutter dei Rammstein compie vent’anni. Questo disco è talmente radicato nel mio immaginario che, volente o nolente, è diventato una sorta di normalità conclamata. Eliminare Mutter dall’equazione della discografia dei teteski è tanto grave, quanto stupido, visto che è qua dentro che troveranno la culla molte delle idee che poi verranno sviluppate nel successivo ventennio di musica. Il tanz-metal è ancora presente, ma non è più così invadente come in Herzeleid o in Sehnsucht (di cui ne replica l’andamento del brano più semplice del lotto: Ich Will; canzone che non è altro che la risposta moderna a Du Hast), poggiando sempre di più la sua ispirazione sulla marzialità e su melodie sopraffine, tanto che ti domandi spesso e volentieri come sia possibile che una lingua ostica e spigolosa come il tedesco sia capace di concedersi ritornelli così catchy e ricordabili in mezzo minuto.
Mutter è un unicum nella discografia dei tedeschi, momento di summa perfetta di tutte le componenti del loro sound sia la parte più prettamente metallica, quella industrial e infine tutto l’aspetto grottesco che contraddistingue la parte lirica dei brani di Lindemann. Ecco perché non riesco a eliminarlo dalla mia mente, perché tutto si poggia su un equilibrio difficile da replicare e, infatti, i Rammstein non ci riusciranno più a farlo, incominciando una discesa d’ispirazione già a partire da un disco (molto) buono come Reise, Reise.
Epocale non c’è che dire, anche se il termine è decisamente forte per un disco che non è, che ne so, Master of Puppets o Black Sabbath, ma Mutter è stato capace di proiettare i Rammstein nelle vette dei festival europei e oltre. Quante band riescono, ancora oggi, ad attirare un pubblico così trasversale come questo sestetto teutonico? Quanti potrebbero riempire platee enormi e stadi senza difficoltà, fornendo al contempo musica ben prodotta e uno show spettacolare? Mi vengono in mente, ad oggi, solo i Maiden con le produzioni ipertrofiche e lo Spitfire che sorvola il pubblico, ma stiamo pur sempre parlando di una band che rimane di genere e non verrà ascoltata da chi, il metal, non lo mastica.
Ai concerti dei Rammstein ho sempre visto uno spaccato sociale variegato, tanto da ricomprendere il metallaro e colui che va in discoteca e, dei Rammstein, conosce solo i remix perché frequentava le discoteche metal/EBM per rimorchiare la tizia gotica (o, per una questione di pari opportunità, anche il contrario).
Ecco perché vedi la gente cadere come birilli quando partono i fuochi d’artificio o le fiammate improvvise, perché i concerti dei Rammstein sono una prova di resistenza al caldo e alla mancanza d’aria. Sfinenti, tanto che mi ricordo il live a Castelfranco, dove la gente diventava scappava da sotto il palco visto che c’era un sole da 40 gradi, le fiammate improvvise di Lindemann, un’aria talmente umida che potevi tranquillamente sorseggiarla e il pubblico, in generale, era indiavolato nel ballare e saltare. Le condizioni erano talmente proibitive che anche Till ha dovuto arrendersi all’evidenza ed evitare qualsiasi bis, visto che di aria non ne aveva neanche lui ed era alla canna del gas con la voce.
Però le canzoni che aspettavi erano queste di Mutter, sedimentate nel cuore e nella mente della gente da anni ed anni di ascolti: partendo da Mein Herz Brennt a Sonne fino ad arrivare a Feuer Frei!.
A vent’anni di distanza, Mutter non è invecchiato un secondo ed è così perché, già allora, era un disco che sapeva essere perfetto per il 2001 con quel suo mix di industrial, metal e componente danzereccia, e al di sopra del periodo storico d’uscita. Mutter nella discografia dei Rammstein è il disco senza tempo e senza età.
In altre parole, era e resterà un classico.
[Zeus]