Unanimated – Ancient God Of Evil (1995)

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Mettetevi l’anima in pace, gli Unanimated, ad oggi, non hanno sbagliato un disco. Ok, direte voi, ne hanno fatti tre (più un EP uscito nel 2018), ma questo non cambia che la qualità degli LP della band svedese sia sempre stata alta. Di In the Forest of the Dreaming Dead abbiamo già parlato, quindi ecco a voi il successore uscito nel 1995.
Ancient God of Evil prosegue il discorso iniziato nel primo LP, ma calibra meglio il rapporto melodico creando un disco che unisce ai reflussi tipici dei Dissection degli apporti melodici importanti dati dalle tastiere di Jocke Westman (già presente sul primo disco). La formazione è quasi uguale, anche se Cabeza (ex Dismember) si prende cura delle partiture di basso e si ritaglia un grosso ruolo anche nella stesura dei testi.
Ironicamente questo è l’ultimo LP a firma Unanimated per tutti gli anni ’90 e buona parte dei 2000. Il terzo disco, uscito nel 2009, ha un suono “diverso ma tipicamente Unanimated”. Questo è un tratto affascinante di Jannson&Co: la musica muta nel tempo seguendo una maturazione progressiva con il passare del tempo, anche cambiando forma e capacità d’aggressione, ma rimanendo sempre riconducibile al songwriting degli svedesi.
Date le basi, più melodia e tastiere con un ruolo maggiore nel sound, possiamo senza dubbio affermare che Ancient God of Evil è più accessibile del precedente, tanto che il rapporto sonoro fra il blackned-death melodico dei Dissection e il sound più melodico del nuovo corso degli Unamimated è sbilanciato verso il secondo e in linea con quanto la Svezia, sponda Gothenburg, stava producendo in quel periodo (dicasi, il melodic death metal di At The Gates/Dark Tranquillity o In Flames). Visto che gli Unanimated non hanno mai avuto quella sensibilità spiccatamente black metal, questo sound innovativo, tanto aggressivo quanto melodico e capace di inserti acustici, deve essere stato molto interessante per una band che, di suo, già riusciva ad produrre un songwriting agile e non sordo ad aperture melodiche. Con questo non sto dicendo che gli Unanimated abbiano svaccato il proprio trademark, ma hanno recepito e rielaborato un’ondata fresca e, in quegli anni, ancora “di frontiera” come il melodic-death metal.
Non puntando tutto su quest’ultima forma musicale, però, consente agli svedesi di mantenere un appiglio forte e saldo nel death metal e le vocals, rispetto a quanto stavano sperimentando i Dark Tranquillity o In Flames, rimangono su tonalità black, cosa che dona a Ancient God OF Evil un feeling molto particolare e interessante.
Nel 1995 gli Unanimated continuano a modulare il loro ideale sonoro facendolo combaciare con la propria sensibilità artistica e, così facendo, ci forniscono una piccola perla come questo disco.
Non saprei che altro dirvi su Ancient God Of Evil, vi giuro, a parte che lo consiglierei un giorno sì e l’altro anche. Un disco forse troppo avanti per il 1995, tanto che i fan della band ne rimangono spiazzati e gli Unanimated si si sciolgono dopo poco.
[Zeus]

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Calci in faccia senza tregua. At The Gates – Slaughter Of The Soul (1995)

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Ci sono dischi che ti definiscono e, in qualche modo, definiscono il concetto di rabbia. Panzer Division Marduk è il disco parossistico che ti serve per evitare di entrare in ufficio armato di machete e sacrificare metà della gente a Cthulhu, The Great Southern Trendkill lo usi quando vuoi manifestare il disagio interiore che hai, mentre la doppietta Blinded By Fear/Slaughter of the Soul è un concetto violenza teso a sradicare il sentimento di pesantezza che la giornata porta con sé. So che lo fate, quindi non vi invito neanche a provare, ma per chi fosse nuovo agli At The Gates il processo è semplicissimo: buttate su il CD/youtube e fate partire il disco e poi sentite come le scorie di una giornata vanno a farsi benedire e l’ansia esistenziale venga trascinata via dai vortici delle chitarre di Björler e Larsson. Perché qua sta la potenza di Slaughter Of The Soul, parte subito attaccandoti alla giugulare, mettendo fuori un disagio emozionale che non smette di avere potere neanche dopo oltre 20 anni dalla sua uscita.
Il bello è che poi non smette, non si tira indietro e ti fa colare nelle orecchie tutto quel male che tu agogni. Ecco perché, quando mi hanno proposto l’acquisto di una prima stampa del disco in questione, non ho potuto dire di no: l’impatto che ha Slaughter Of The Soul sulla giornata e sulla tua capacità di mantenere un equilibrio emotivo anche dopo aver discusso con il capo/fidanzata/moglie/marito/figli è impagabile.
Questo CD è talmente epocale che è l’equivalente anni ’90 di Master Of Puppets degli o di Master Of Reality dei seventies, SoTS un disco che viene preso come metro di paragone e capace di creare, quasi da solo (visto che la compagnia era ristretta e prevedeva l’aggiunta di Dark Tranquillity e primi In Flames), un nuovo genere musicale e un follow quasi idolatrico, visto che gli At The Gates risuonano in non so quante copie-carbone sia di qua che di là dell’Oceano.
Non mi dilungo su quanto hanno contribuito a creare (metalcore etc), perché è un misfatto contro l’umanità e non voglio perpetrare anch’io questo crimine. 
Non ho citato il ruolo di Tompa nell’economia di un disco come questo. Ma non credo sia necessario mettere i puntini su tutte le i, soprattutto per un LP uscito 23 anni fa. Slaughter of The Soul è stato sviscerato e analizzato da millemila recensori, fan, malfidenti, appassionati e occasionali ascoltatori della musica del Demonio, ma il disco è ancora capace di fornire emozioni belluine e sincere, forse la qualità che più ci tengo a sottolineare.
Lo senti, porcocazzo, che quando partono la splendida Cold World Of Lies o l’ovvia scelta di Nausea, quello che stai ascoltando è puro vomito emotivo. Non è prefabbricato e c’è tutto un mondo dietro che, ancora oggi, è attuale. O, forse, ci sono rimasto io a certi suoni, certe sensazioni e dovrei svegliarmi un po’.
Io vorrei scrivere altro, ma mi sono incagliato da un po’ e mi sto riascoltando da diversi minuti Need e, forse, questo è il segnale del “chiudi tutto, fai la summa e poi ritorna a sentirti il disco con calma e tranquillità e, se proprio queste condizioni non sono raggiungibili perché il mondo è pieno zeppo di merda, allora sentilo sputando tutta la bile che hai contro questo destino ingrato e sentiti orgoglioso di essere, in quel momento, ad ascoltare un disco come Slaughter Of The Soul mentre altri, là fuori, non sanno cosa si stanno perdendo e vivono male”.
[Zeus]

Macchine che sgasano e bevute assassine. Dissection – Storm Of The Light’s Bane (1995)

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Storm Of The Light’s Bane è intimamente legato ad una gita alcolica in una provincia italiana del Nord. Dovessi posizionare questo LP, lo metterei in quel contesto anche se, quando ho effettuato questa trasferta, il disco in questione era ormai uscito da anni e i Dissection erano “morti e sepolti“. Mi ricordo di aver preso il treno e aver percorso non so quanti Km e non so quante ore, ‘sti cazzo di regionali erano (/sono) un tormento per il viaggiatore, per giungere al paesello dove avrei incontrato un po’ di vecchi amici. Potevo sospettare che la situazione si sarebbe trascinata verso il degrado assoluto quando come benvenuto sono partiti aperitivi e birre in quantità spropositata, tanto che sono arrivato a pranzo (ero ospitato in casa di un’amica) che vedevo la Madonna doppia e mi esprimevo come un Giurato qualsiasi. Non domo, e affermando baldanzoso “reggo, non preoccupatevi”, mi sono scolato un paio di birre a pranzo che mi hanno segato le gambe.
E non era finita.
Passata qualche ora, saliamo in auto (penso la mia prima, e ultima, volta su un mezzo che assomigliava ad una macchina di Fast & Furious) e mi accomodo felice come un Budda sul lato del passeggero mentre sotto tiranneggiava il rombo del motore e il death metal.
Nonostante i pregiudizi sulla guida femminile, lei guidava molto bene e io continuavo a conversare con Odino al mio fianco nel tentativo di tirarmi insieme dall’assalto frontale alcolico. Finito il primo Cd death metal, parte una canzone che, per un motivo o per l’altro, ha accompagnato il duo Fast&Furious per tutto quel weekend.
La canzone era:

Quelle chitarre, quel titolo (secondo me fighissimo nella sua semplicità – ma non è l’unica che mi intriga) e tutto l’insieme è stato così perfetto nel suo essere totalmente casuale che mi ha tormentato per tutta la serata. Infatti canticchiavo la canzone di cui sopra mentre ero alla cena e cercavo di comportarmi degnamente con il prossimo.
Il proposito, come potete immaginare, è terminato dopo la terza birra che, sussurrandomi parole di luppolo e miele, ha riattivato l’aperitivo e mi ha fatto passare lo specchio trasportandomi in una dimensione parallela.
Finita la cena, siamo rientrati sulla macchina fiammeggiante ed ecco che è riparartito Storm Of The Light’s Bane. Non riesco a spiegarmi perché mi ricordo questo particolare, sono convinto che siano stati ascoltati altri CD, ma nessuno mi è rimasto in mente come questo. Nessuna canzone di tutto quel weekend mi è rimasta in mente più di Soulreaper, Night’s Blood o Thorns Of Crimson Death. Niente da fare, c’erano i Dissection e non c’era nient’altro, tanto che nella fermata successiva continuavo a canticchiare una melodia o l’altra mentre l’alcool prendeva le redini del mio cervello e, logicamente, mi faceva parlare a vanvera e/o improvvisare danze tribali sotto il segno di una band a caso (i Pantera / altro gruppo che ha la capacità di finirmi intorno quando le birre incominciano a girare).
La serata è finita brillante, come potete capire. E per brillante, cari miei, significa che sono riuscito a infastidire molti e disgustare altri (fra cui la mia amica, che mi ospitava fra l’altro) e mi ha fatto capire che ci sono i dischi che piacciono e poi ci sono i Dissection. Gli svedesi entrano di diritto nella schiera di band elette che possono e devono essere messe in una compilation, in macchina o accompagnarti in giro mentre i fumi dell’alcool si stordiscono quando tiri un rutto.
Storm Of The Light’s Bane lo ricorderò sempre per questa serata micidiale, mentre il connubio metal + alcol prendeva la sua forma più nobile di illumunazione e pace dei sensi.
Non so che altro dirvi, anche perché spero che non debba realmente mettermi a recensire questo disco. Vero?
[Zeus]

 

 

 

AC/DC – Ballbreaker (1995)

Sarò onesto con voi, gli AC/DC non sono stati il motore per la mia conversione al metallo. Ve lo dico conscio del fatto che la band dei fratelli Young è quanto di più semplice (nel senso ampio del termine: quindi accessibile) da sentire ed è una delle porte in cui un adolescente può entrare nel fantastico mondo del metallo pesante.

Ve lo dico io che, da figlio unico, non ho mai avuto nessuno che mi desse i propri dischi metal o hard rock da ascoltare. Tutto quello che girava, era quello che mi toccava scoprire con fatica e, vista la qualità delle cose reperibili in epoca pre-internet, molte delusioni uditive. Se poi teniamo conto che nessuno delle persone che conosc(ev)o ascoltava hard rock o metal, il gioco si faceva più difficile.
La mia porta verso gli inferi è stata grazie ai Black Sabbath e, di questo, non posso che ringraziare il Grande Capro un giorno sì e l’altro anche. E sì che io ci avevo tentato a chiedere un disco metal nella gioventù, nell’occasione era Somewhere In Time dei Maiden – che fra l’altro ha recensito il buon Skan un po’ di tempo fa-, e mi è arrivata fra capo e collo una cassetta completamente diversa: una dei Nomadi.
Mannaggia ai Nomadi e a Io Vagabondo. Non è vero, da quel punto mi sono anche appassionato ai cantautori italiani, finendo poi per limitarmi al Faber e a Guccini. Capra ero e capra sono rimasto.

Torniamo a noi e agli Ac/Dc. Detto che non mi hanno introdotto al metal, che ruolo hanno avuto e, di più, che ruolo ha avuto Ballbreaker? Ve lo dico subito e ve lo dico chiaramente: mentre tutti andavano sciacquandosi la bocca con dischi inutili sentiti per la radio, Ballbreaker è diretto, groovy (ditelo come fa Austin Powers, please) e ti fa scattare la air guitar senza neanche pensarci. Con Ballbreaker i fratelli Young giocano semplice e sparano fuori quello che hanno fatto da sempre con l’audacia e la competenza di oltre vent’anni di mestiere. Perché Ballbreaker presentava, all’epoca, il ventennale per la band australiana e loro si saranno detti “spariamo fuori le cartucce migliori, senza complicare la faccenda”.
Vi dico una cosa, hanno fatto dannatamente bene. Perché dopo questo disco, signore e signori, il sound non ha più raggiunto quel supremo mix di rock che fa di Ballbreaker quello che è. Dopo i dischi sono di mestiere e con poche vette, mentre il disco del 1995 ha, contando bene, una cosa come 11 potenziali singoli.
Undici. Potenziali. Singoli. 
Dove cazzo trovate un disco con così tante canzoni che ti rimangono addosso? Forse forse si ritorna indietro a Back In Black del 1980. Epoche preistoriche per certe generazioni.

Come detto, non posso certo ringraziare Malcom e Angus Young di avermi introdotto al metal o aver aperto il pentolone infernale, ma posso di certo ringraziare il fratelli australiani per avermi dato anni e anni di musica che, ancora oggi, mi fa venire voglia di alzarmi dalla sedia e fare un po’ di sana air-guitar.
Se non mi credete su Ballbreaker, non posso certo biasimarvi, ma posso darvi degli stronzi, no?
[Zeus]

 

Due recensioni al prezzo di una: i Black Sabbath alla fine del 1990

Non riesco a sofferarmi troppo su una pagina dolorosa nella storia dei Black Sabbath. Il fatto è che Tony Iommi e i Sabbath, nel 1990, erano in balia di una serie di rivoluzioni personali, di sound, di umore, di innamoramenti e disamori che potremmo riempire le pagine e creare una fiction televisiva. Dopo anni e anni di stabilità, oggetto di culto nella storia dei Sabbath pre-1990 visto che parliamo dell’ultimo Dio e il primo arrivo di Tony Martin, la nave-madre incomincia a ballare sotto i colpi di un mercato che non perdona.
Fra reunion riuscite male (la toccata e fuga di Ronnie James Dio) e le versioni bis- e ter- della formazione con Tony Martin alla voce, i Black Sabbath non ci capiscono più molto di quello che devono essere e di chi sono.
Prima degli ultimi singulti sulla fine degli anni ’90, il baffuto messaggero del metallo ha tempo di incidere ancora due dischi: un live e uno in studio.

Il primo è Cross Purpose Live. Uscito nel 1995, Cross Purpose Live è la necessaria prosecuzione della reunion fra Iommi e Butler dopo anni e anni di separazione. Il rapporto Tony Iommi – Tony Martin è sempre stato travagliato: il primo è un padrone crudele, il secondo un onesto cantante che, all’epoca, non brillava neanche di un grandissimo appeal sul palco. Se poi consideriamo che Iommi scaccia e riprende Martin con la facilità con cui io mi cambio le mutande, direi che definire bizzarro il rapporto fra i due Tony è dir poco.
Non ho neanche un giudizio stabile sulle prove di Martin alla voce: a volte mi sembra un R.J.Dio senza nerbo, a volte lo ritengo capace di cantare su ottimi album e di fornire prestazioni che mi soddisfano (Headless Cross, per esempio) o mi trovo a pensare che Tony Martin, pur non essendo il più carismatico (palma che va ad Ozzy) o il più dotato (qua c’è il compianto Dio), è quello che ha contribuito a dare un senso di continuità agli eterni riff del Mastermind in black Iommi.
Non ho parlato di Cross Purpose Live? Lo so. Il motivo è che risente di tutti i problemi, e dei pregi, di cui sopra. Tony Martin regge sui suoi brani, ma poi quando mette i piedi nelle composizioni dei due predecessori illustri – lasciamo stare l’era Gillan che non viene toccata per questioni più che mai ovvie – ecco che fornisce prove altalenanti.
Mi piace, non mi piace… non saprei dirlo, ma a Cross Purpose Live preferisco sempre Live Past, Reunion o Live Evil. Ci sarà pure un motivo, no?

Per compleare il crimine contro l’onnipotenza, nel 1995 esce anche Forbidden, l’ultimo album in studio dei Black Sabbath prima del ritorno eccellente con la reunion di trequarti della formazione e 13. Forbidden è, senza se e senza ma, il peggior disco dei Black Sabbath.
E sì che io, amandoli a dismisura, non riesco ad ascoltare neanche Technical Ecstasy e Never Say Die! con il buon Ozzy alla voce. Nel 1995, come detto, Iommi è allo sbando e viene abbandonato (again!) da Geezer Butler, il quale va a fornire le sue prestazioni al simpatico Ozzy.
Il lavoro sicuro è meglio di un possibile Olimpo.
Viste le condizioni precarie, Iommi fa l’unica cosa possibile: una reunion con la band che ha suonato su… rullo di tamburiTYR. Al che, cari miei, potete tranquillamente alzare un sopracciglio e capire che c’è qualcosa che non va se la Baffuta Mano di Dio si deve cercare una reunion con quelli che hanno suonato su TYR, non proprio un Master Of Reality, no? Quindi fa qualche colpo di telefono, chiama Neil Murray e Cozy Powell (che si stavano allegramente facendo i cazzi loro, il secondo addirittura scocciato dopo essere mandato a cagare da Dio durante la reunion di Dehumanizer) ed ecco a voi servito il quintetto-belle-speranze del 1995. Ma c’è un problema: i soldi son pochi, la casa discografica tentenna (bravi i Black Sabbath eh, bravissimi, ma…) e così Iommi è costretto a pregare i Body Count di Ice-T di poter registrare il disco nel loro studio.
La vita è grama se Tony Iommi deve ridursi a questo. Ma Dio non vede di buon occhio colui che lo supera per carisma, bravura etc etc.
Cosa succede quindi? I Black Sabbath vengono registrati da Ernie C dei Body Count, hanno la testa da altre parti (Powell e Murray per i cazzi loro di sicuro) e nessuno ci mette il cuore, tanto che, come amo ripetere, Tony Martin riesce a mettere insieme un compendio di linee vocali sbagliate da far paura. Bisogna dire, però, che neanche Iommi va al top e si limita a suonicchiare qualcosa.
L’album esce e, saggio e giusto com’è, lo stesso Iommi dichiara subito che non è soddisfatto di Forbidden.
Io vi chiedo: se Tony Iommi dice che questo disco non gli piace, chi siamo noi comuni mortali per obiettare? Nessuno.
Quindi il mio giudizio è esattamente quello di Mr. Tony Iommi.
[Zeus]