Saluti dallo spazio profondo: Samael – Passage (1996)

Per qualche strano motivo, i Samael non sono mai stati un gruppo con cui ho avuto un feeling immediato. Questione di sonorità? Di approccio alla materia del black metal (da cui si discosteranno ben presto per approfondire un discorso molto personale fatto di black metal sì, ma commistionato con elementi elettronici marcati ed un beat di stampo industrial)? Non saprei dirlo, ma quando mi concentravo sui gruppi storici del black, gli svizzeri, attivi dal 1988, non rientravano mai nelle band che citavo in maniera entusiasta… o che citavo punto.
Il tempo, però, è stato galantuomo e mi ha permesso di ritornare sui miei passi e approcciare certi dischi, uno su tutti Passage. Nel 1996 i Samael sono una realtà ormai affermata e Ceremonies Of The Opposites ha messo in chiaro la caratura di Xy e Vorph nel panorama estremo europeo. Quello (Ceremonies…) era il primo album che testimoniava la volontà di una progressione verso un futuro che Passage avrebbe dimostrato in maniera chiara: via la materia satanica, dentro un mix di considerazioni occulte, mistiche e spaziali. 
Questo cambio di rotta (perdonatemi il gioco di parole visto la cover art) è supportato da un sound bombastico, pulito e ben bilanciato – merito di Waldemar Sorychta, collaboratore di lunga data della band svizzera – e dall’approccio industrial che fornisce propulsione alle composizioni. Già la partenza con Rain e Shining Kingdom mette in chiaro le cose: i “vecchi” Samael stanno cambiando pelle e dal freddo delle profondità siderali ci mandano messaggi che non possiamo certo evitare di sentire (ed ecco che posso riconnettermi con l’uso di tastiere e della batteria programmata, cose che donano un feeling meno “terreno/terrestre” al songwriting).
Che poi io ci sia rimasto sotto con una canzone come Moonskin, brano che non mi stufa mai, è un fattore strano visto che, come canzone, ha un andamento lento e un feeling estremamente melodico e decadente, con un growl espressivo e puntuale di Vorph. 
Rendiamoci conto che l’impronta dei Samael sulla seconda metà degli anni 90 è forte, tanto che possiamo associare al termine black/industrial anche il loro nome e Xy verrà chiamato, l’anno successivo, a tessere le partiture di tastiere per A Dead Poem, il primo album della “stagione gotica” dei Rotting Christ.
[Zeus]



Corrosion of Conformity – Wiseblood (1996)

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Dopo aver tirato fuori un capolavoro come Deliverance, uno di quei dischi con una percentuale di singoli pro canzone che fa paura, i Corrosion of Conformity si prendono i due anni canonici di tempo per uscirsene con Wiseblood. Non poteva uscirne una versione due, troppo perfetto il primo per poterne recuperare l’indole, così meglio acchiappare quanto di buono poteva essere replicato e poi buttarci dentro più spinta.
Meno singoli potenziali e un disco che vive sulle sue gambe, cercando di scappare dall’ombra extralunga del suo predecessore, Wiseblood non l’ho mai ascoltato troppo. Motivazione? Penso questione di imprinting, una volta che ti prendi una sbornia con l’LP del 1994, come fai ad arrivare sereno a questo?
Mea culpa, sia chiaro, perché qua dentro le chitarre ci sono e il southern è meno presente rispetto a prima (si sente che, nel periodo, Pepper era anche in piena cazzodurite con i Down), ma non per questo le canzoni sono inferiori. Hanno solo un appeal diverso rispetto a Deliverance, perché chitarre come quelle di Wiseblood non le trovi di certo nel 1994. La mia opinione, come sempre, non vale un cazzo perché le statistiche dicono che Wiseblood è il disco dei CoC che ha venduto di più in assoluto (a parte il recente No Cross No Crown).
Sembra quasi che il quartetto americano si sia sfogato, ripulendosi l’anima dai troppi germi Lynyrd Skynyrd per riprendere la strada verso un metal più diretto (King Of The Rotten o Long Whip/Big America), tanto che anche quella che poteva diventare una ballad melensa si elettrifica (Goodbye Windows) e poi lascia spazio alle ritmiche a singhiozzo di Born Again For The Last Time. Il cambio è così significativo che, paradossalmente, la traccia più vicina alla sensibilità 1994 è Drowning in a Daydream e, nel contesto, ci perde addirittura.
Non credo ci sia bisogno di fare un track-by-track, visto che stiamo parlando di un disco uscito 22 anni fa e che non è certo passato inosservato (qualcuno ha menzionato un certo James Hetfield come backing vocals su una delle tracce del disco? Nessuno ancora?).
Che poi, se vi guardate la copertina senza prendere alcuni dei segnali massonici che ci hanno messo sopra, ma vogliamo parlare dell’attitudine bestemmiatoria che si porta appresso? Lo vogliamo dire che ci sono due mani giunte che invocano la divinità Maiale?!
Perché qua stiamo giungendo a livelli di poesia recondita che solo una serie come Preacher può raggiungere (sì, sto parlando dell’episodio in cui il porco vola e il villaggio nell’est asiatico si inchina di fronte al porco volante, trasformandolo in un dio). Per me, oltre alla musica, ci sono anche questi aspetti da sottolineare: stiamo parlando, pur sempre, di attitudine metallica.
Il livello di paradosso temporale si chiude con la canzone Fuel, uscita un anno prima dell’omonima canzone dei Metallica (pubblicata sul terribile ReLoad) ma con una botta che quella dei ‘tallica spostati.
Un disco, Wiseblood, che va tenuto e ascoltato una volta all’anno. Lo considero un gradino inferiore a Deliverance, ma ha un gran cazzo di tiro sto album.
[Zeus]

Cannibal Corpse – Vile (1996)

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La storia di molti gruppi sembra seguire un copione predefinito, non dico di tutti, ma certamente è un buon punto di partenza per molti: la band funziona (o sembra funzionare) e poi il singer, iconico e che incarna parte dell’essenza stessa della band, sbarella e viene cacciato/se ne va. Il problema è quello di riuscire a far superare il trauma alla band e far capire alla gente che, in ogni caso, il gruppo nel suo insieme è più grande del singolo interprete che la definisce. Chiedete informazioni ai Pink Floyd, ai Black Sabbath, ai Morbid Angel etc. Tutte band che, pur privatesi di un elemento fondamentale, sono andate avanti fra alterne fortune.
Cannibal Corpse post-The Bleeding passano attraverso le stesse forche caudine: via Chris Barnes e dentro l’ex Monstrosity George “Corpsegrinder” Fisher. Il cambio ha decisamente giovato alla band che, da quel momento in avanti, non ha smesso di tirar fuori dischi in continuo crescendo (anzi, negli ultimi tempi sembra aver trovato una seconda giovinezza) e il buon Chris Barnes, ottenebrato dalle mille canne che si fa al giorno, si diverte a crear polemica con Dave Mustaine su Twitter e/o produrre dischi con i Six Feet Under, i cui buoni dischi li puoi contare sulle dita di una mano e ti avanzano dita per prospettive future.
Vile del 1996 è questo, il momento del passaggio. Quello che definirà la seconda vita della band con un suono diverso e con un vocalist, Giorgino, che fra un headbanging furioso e l’altro, tira fuori linee vocali più dinamiche del suo predecessore. Ovvio che non possiamo paragonare i due periodi, cazzo (!), perché se da un lato troviamo dischi che hanno messo dei paletti fissi nel death metal, dall’altro non mi va di nascondere il fatto che con Corpsegrinder, Webster&Co. hanno capito che la coerenza, la perseveranza e il duro lavoro sono la ricetta fondamentale per far proseguire una band. E, lo sottolineo, per farle avere il successo meritato.
Perché Vile è un disco che ti prende con Devoured By Vermin (la traccia che tutti conoscono del disco, complice il video, e/o Mummified in Barbed Wire) e poi non ti lascia andare, sia quando accelera sia quando rallenta e diventa una monolitica valanga di frattaglie, sangue e vomito come in Bloodlands (traccia che interpreta bene le due anime).
Il range vocale più ampio di Fisher, meno compresso sul growl sepolcrale e più adatto a seguire la velocità e/o i cambi di ritmo, si può apprezzare anche in Puncture Wound Massacre.
Poi, ovvio, ci sarà sempre la diatriba fra chi apprezza di più il periodo Barnes e chi o non ha preferenze o supporta incondizionatamente il cambio di singer con lodi all’uomo-senza-collo. Questo ci sta, sia chiaro. Quello che però dovete fare, un piccolo dovere morale, è rimettere su Vile e sentirvelo per l’ennesima volta.
Questo lo dovete fare per ricordarvi che è proprio grazie a questo disco, alla determinazione di Webster&Co., al cambio di singer e alcuni grandi pezzi di Vile che i Cannibal Corpse sono la corazzata sanguinolenta che possiamo apprezzare sui palchi.
Non è da poco per essere il primo disco di una formazione, per molti aspetti, nuova.
[Zeus]

Apocalyptica – Plays Metallica by Four Cellos (1996)

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Nel 1996 usciva questo disco. Lo conoscete tutti, no? Gli Apocalyptica vengono scoperti per caso e, sentendo che coverizzano con i violoncelli delle canzoni dei Metallica, vengono convinti a registrare un intero CD (43 minuti di musica) contenente solo cover dei quattro californiani. Questo disco, bene o male, l’avete sentito tutti e non credo ci sia bisogno di recensirlo. Apocalyptica Plays Metallica By Four Cellos (da qua in avanti, APMBFC) è un prodotto che metti su quando hai la tipa che non ama il metal ma che certe sonorità le garbano (a.k.a cagacazzi), quando vorresti sentirti qualcosa di metal ma sei a casa e i tuoi indicono una crociata contro le sonorità più violente di Al Bano (fortunatamente non era il mio caso, mi avevano già distrutto l’adolescenza negandomi Somewhere In Time dei Maiden) o quando hai un mal di testa da sbornia, ma non vuoi virare sulla musica da radio per non perdere l’ardore metal che ti contraddistingue.
La purezza è la via del metallo.
L’ho ascoltato diverse volte, più di quelle che avrei voluto. Mi piaciucchia… e già il termine così vi dovrebbe dire che il mio livello di affezione verso APMBFC è scarso, e non riesco a sentirlo tutto intero. Al massimo, quando mi prende bene, metto su uno/due brani e poi viro su qualcosa di diverso.
Francamente questo è uno di quei CD che mi aspetto nella sala d’aspetto del dentista, fra un pezzo dei Toto e uno di Sting/Police. Qualcosa che possa piacere a tutti e, messo nel sottofondo, non disturbi veramente. Lo riesci ad ascoltare distrattamente perché a) conosci già i pezzi e li stai canticchiando nella testa; b) conosci i pezzi e, rifatti in acustico e con i violoncelli, non ti fanno scattare l’headbanging selvaggio.

Questo non toglie che loro ci hanno costruito una carriera sopra, dopo questo ecco Inquisition Symphony (al 90% cover) e poi via verso composizioni originali – 8 dischi dal 1996 ad oggi (non male per una cover band).
Non credo ci sia molto altro da aggiungere, stiamo parlando di una band che coverizza con il violoncello alcuni dei pezzi più famosi di Hetfield&Co. Non sto certo spiegando fisica nucleare applicata.
[Zeus]

 

Ci eravamo lasciati così. Carcass – Swansong (1996)

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La prima volta che ho sentito Swansong ero in macchina. E no, non era il 1996 per logici motivi d’età. Conoscevo Heartwork e i suoi suoni, non mi aspettavo Swansong e quel groove micidiale che lo percorre, una tensione che al tempo nessuno aveva proprio capito.
Tutti a sputtanare questo disco, tutti a sputarci sopra dicendo: che merda. Io, in quel momento, mi sentivo anche uno stronzo a farmelo piacere. Perché, ve lo dico, a me Swansong è sempre piaciuto. Il groove? Il sound? O il fatto che un disco che parte con Keep On Rotting In The Free World e poi non sbaglia un cazzo di colpo uno fino a Generation Hexed (?) direi che è una buona motivazione per farselo piacere. O per farmelo piacere.
Sette canzoni su dodici spaccano e continuano a spaccare, le ultime cinque mi piacciono ma se dovessi scegliere, pistola alla tempia, prenderei sempre una Blackstar o Childs Play sulle ultime. Questione di gusti, sia chiaro, e dell’effetto che hanno quei riff sul mio piede e sull’acceleratore sotto di esso.
Ecco il perché mi ricordo del disco, perché quando sono partite le prime note della canzone (ed ero in autostrada), il piede ha incominciato a scendere e fare di testa sua.
Jeff Walker&Co. la sapevano lunga e prima di noi che questo disco sarebbe stato rivalutato con il tempo, infatti tutte le volte che il singer-bassista britannico ci piglia per il culo è sacrosanto e meritato. Loro avevano capito, noi no.
O molti di noi. Che poi è uguale, visto che il risultato è stato band in naftalina, creazione dei Blackstar nel 1997 (che sono l’idea prosecuzione di un disco come Swansong) e poi tanti saluti ai Carcass per 17 anni. Il tempo, circa, di produzione di un disco dei TOOL.
Ok, la copertina era orrida allora e lo è ancora adesso (e son passati 22 anni), ma smettiamo di fare la generazione Facebook e giudicare dalla confezione: i pezzi ci sono, hanno un cazzo di tiro e, se vi immaginate a percorrere l’autostrada, Swansong non dovrebbe mancare.
Lo so, siete dei puristi dei Carcass e niente è meglio di Necroticism o LP precedenti. Lo so, adorate Heartwork e niente, non esiste altro Carcass al di fuori di quello là. Lo so, poi hanno fatto uscire anche Surgical Steel (e vi giuro che non lo pensavo così ispirato).
So tutto, ma anche voi dovreste sapere quando ammettere l’errore e dire: cazzo, questo disco ce lo siamo sempre persi, rivalutiamolo.
Adesso è ora: sono passati 22 anni cazzo.
Io non posso certo dirvi cosa ascoltare, ma sicuramente posso dirvi che fate una mossa da stronzi a tenervi Swansong nel cassetto e avere la puzza sotto il naso. Questo lo posso fare.
[Zeus]

 

“Drawn to the taste of broke glass”: Crowbar – Broken Glass (1996)

Per questioni di notorietà, ho fatto il processo inverso rispetto all’andamento classico: prima ho scoperto i Down, poi sono andato a capire le altre band da cui provenivano i membri dei Down. Detto dei Corrosion Of Conformity, che circolavano anche sui canali televisivi musicali più sfigati, e tralasciando i Pantera, gli unici due gruppi che evadevano le regole erano gli EyeHateGod (che continuo a ritenere un nome eccezionale) e i Crowbar. Questi ultimi erano conosciuti su MTV, visto che Beavis And Butthead pigliavano per il culo il modo di cantare di Kirk Windstein, ma io non prendevo MTV quindi io li conoscevo vagamente. Sapevo che erano un gruppo estremamente pesante, innamorato tanto dei Black Sabbath/Melvins quanto dell’hardcore, e che erano talmente influenti da aver creato un genere, lo sludge, che ancora adesso risuona negli stereo di migliaia di persone. Non potevo non ascoltarli, quindi ecco che mi sono preso Crowbar, il loro secondo disco. Il motivo principale è stata una canzone, No Quarter (cover della canzone dei Led Zeppelin), che mi esaltava al limite dell’ossessione. Da quel punto in avanti, mi sono innamorato dei Crowbar e di quel suono così pesante, nichilista, con riff eccellenti e un cantato che trasmetteva sofferenza.
Perché Kirk Windstein, prima di disintossicarsi e lasciare la via dell’alcool (?), era l’emblema di un personaggio che più dello sludge non avrebbe potuto cantare.
Broken Glass, che è il loro quarto disco, è persino più pesante dei precedenti. I suoni sono perfetti, cupi ma mai tanto da far implodere il suono della chitarra, e il mix chitarre-basso crea un continuo di pesantezza sabbathiana – per delucidazioni, sentitevi che spettacolo la parte centrale di You Know (I’ll Live Again) Nothing, ma è tutto il disco che si muove su sonorità di questo tipo – difficilmente replicabile. A complemento di questo fatto, Broken Glass viene nuovamente prodotto da Phil Anselmo (che partecipa anche come backing vocals) e ha Jimmy Bower dietro le pelli. Se teniamo conto anche di Todd Strange al basso, praticamente abbiamo un 4/5 di formazione dei Down su questo disco.
L’affiatamento ne giova e infatti Broken Glass ne esce ispirato in tutte le tracce e non ha un momento di cedimento neanche a cercarlo.

Per questioni affettive, se dovessi scegliere con la pistola puntata alla testa, prenderei il disco omonimo come CD preferito della band di New Orleans, ma Broken Glass rientra nei miei dischi di punta della formazione americana. Ma cazzo, forse tutti i dischi prima Sever The Wicked Hand (che comunque ascolto molto spesso) mi piacciono.
Alla faccia dell’imparzialità.

Vi dovessi dire da dove partire con i Crowbar, vi direi con Crowbar del 1993. Se vi dovessi dire dove arrivano alla summa del sound che li caratterizza, vi indirizzerei proprio su Broken Glass.
[Zeus]

Pist*On – Number One (1996)

A seguito di un favore fatto (avevo prestato alcuni CD contenenti la discografia completa dei Blue Oyster Cult) ad un amico che frequentava il pub dove ero solito spendere parte del mio sudato stipendio, il suddetto amico mi aveva ripagato con un DVD pieno zeppo di musica di tutti i tipi: dal black al death, dal noise al punk, dal rockabilly all’alternative. Mi mancava la zampogna del contandino montano e avevo fatto jackpot.
Dentro il supermix di gruppi e generi, c’era questo gruppo: i Pist*On. All’epoca della loro uscita sul mercato mondiale, non li conoscevo. Penso di averli scoperti circa 10 anni dopo, ma potrebbero essere addirittura 11 gli anni passati dal loro avvento sulla scena musicale mondiale e il mio sentirli.
Penso che i fattori del mio disinteresse verso Number One fossero ben chiari guardando la cover art: brutta? Direi che il giudizio di un fumetto che piscia in bocca all’altro fumetto rende perfettamente chiaro il concetto di orribile. Soprattutto perché non c’è neanche quel po’ di gnocca, che funziona sempre nelle cover brutte, che almeno risolleva la storia e ti fa dire: ok, la copertina è brutta, ma la tizia è gnocca forte.
La musica è quella che è, un mix di metal e alternative che, a metà anni 90, andava per la maggiore. La voce di Henry Font richiama molto quella di James Hetfield post-Black Album (quindi con tonalità più basse) e il suono dei Pist*On (o Piston, a seconda di quando li avete scoperti, pre o post Atlantic Records) è grasso, grosso e potente.

Su internet, non proprio il posto dove trovare l’oro colato delle affermazioni, si citano addirittura i Pist*On come “antenati” dei Disturbed.

Di tutto il disco, ancora oggi, continua a rimanermi in mente solo qualche parte di Parole, canzone che apre Number One. Il resto mi si confonde sempre nella mente, non riuscendo mai a rimanermi più di 5 secondi nell’anticamera del cervello.
Dischi paraculi e/o prescindibili ne sono usciti a badilate nel corso del tempo e Number One, forse il migliore dei due CD dei Pist*On che avevo su questo malvagissimo DVD, rientra nella seconda categoria.
Non sempre è così, ma a volte la selezione naturale discografica stronca band che non hanno granché da dire.
[Zeus]

 

 

 

Rimestando nel calderone: Zakk Wylde – Book Of Shadows (1996)

Nel 1994, Zakk Wylde decide di uscire per un momento dall’ombra di papà Ozzy e di registrare il suo primo disco solista anche se, al tempo, aiutato dai Pride & Glory. Con questi, il chitarrista americano (non ancora barbuto e ignorante come lo conosciamo dai video recenti di facebook o altri canali) fa uscire fuori la sua vena southern e mischia le carte che lo vedono devono tanto agli Skynyrd, quanto alle divinità sacre chiamate Black Sabbath e Led Zeppelin. Dopo due anni di silenzio, ecco che Zakk ritorna in studio e si diverte a suonare quello che sarà il disco dove inserirà alcuni fra i suoi migliori pezzi elettroacustici: Book Of Shadows.
Book Of Shadows è il parto della mente del chitarrista, come tutti i dischi della Black Label Society che seguiranno, e viene inserito tutto l’amore per le sonorità più mellow del continente americano; quindi ecco il blues, il folk e le ballate che non potevano certo rientrare nelle setlist del Madman o costituire l’ossatura principale del primo disco solista di Wylde.
Una volta che lo ascolti, non puoi fare a meno di associarlo al sedersi sul balcone di casa (noi, a meno che non vivi in campagna, non abbiamo la veranda che guarda sulle coltivazioni di cotone/mais etc), con le gambe allungate sulla ringhiera, la sedia spostata indietro e una birra chiara in mano. Questo è quello che richiama questo disco: un momento di sosta meritato e una tranquillità racchiusa in 50 minuti di canzoni fatte bene, con gusto e senza caricare troppo il fattore melassa (elemento che, con il passare degli anni, ha preso la mano di Zakk e gli ha fatto pubblicare alcuni brani quasi stucchevoli e troppo sdolcinati per poter essere apprezzati appieno).
Nel recente passato il chitarrista ha fatto uscire un secondo episodio di Book Of Shadows ma, per me, questo primo disco del 1996 rimane quello definitivo di un certo tipo di intendere il concetto Zakk Waylde + musica acustica. Ci ho dato un ascolto a Book Of Shadows II ma mi annoia, non riesco a concentrarmi nella maniera dovuta, mentre quando parte Between Heaven And Hell o Throwin’ It All Away o anche solo Too Numb To Cry sento che c’è qualcosa di giusto.
La dimensione definitiva del sound che ha in mente Zakk Wylde verrà poi condensata nei Black Label Society e lo sappiamo tutti, ma Book Of Shadows, a 22 anni di distanza, continua ad emozionarmi e farmi venire la voglia di mandare tutto a fanculo tutto e mettermi in balcone, gambe distese sulla ringhiera, la testa che poggia sul muro e una birra in mano.
Vi giuro, se non avete mai sentito questa esigenza, non sapete cosa vi state perdendo.
[Zeus]

 

 

Uno degli album da avere: Acid Bath – Paegan Terrorism Tactics (1996)

Anche nel metal ci sono i gruppi grandiosi ma sfigati: gli Acid Bath rientrano tranquillamente in questa categoria (direi che anche i Soilent Green possono ambire a questo stupendo premio della rogna). Chi li cagava quando si chiamavano Golgotha? Chi quando hanno incominciato a far uscire dei demo come Acid Bath e poi, in pieno movimento grunge e thrash (seconda ondata), si permettono di far uscire un disco ibrido e malatissimo come When The Kite String Pops, con quella copertina tratta da un disegno di John Wayne Gacy?
Due anni dopo quel parto musicale, ecco che la truppa capitanata da Dax Riggs e Sammy Pierre Duet fa uscire un disco maturo e poliedrico come Paegan Terrorism Tactics. Questo LP è il testamento artistico degli Acid Bath, infatti la morte del bassista Audie Pitre ha messo fine prematuramente alla vita artistica della band di New Orleans.
Ad ascoltare i due dischi si nota la crescita musicale della band, se in WTKSP c’era una componente estrema molto accentuata e corrosiva, in PTT il livello sonoro scende e le influenze musicali spaziano ad un range sonoro più orientato su canoni quasi grunge, rock, metal nel senso lato del termine, blues e molte delle componenti che poi andranno a definire il concetto di sludge – termine che è difficile appiccicare agli Acid Bath del 1996.
I growl/scream di Dax Riggs vengono centellinati e il singer americano può far uscire ancora di più il suo timbro vocale che poi sarà il trademark delle produzioni successive con gli Agent Of Oblivion o i Deadboy & the Elephantmen (band comandate da Riggs fino alla decisione di sciogliere tutto e darsi alla carriera solista). Meno estremismo sonoro, dicevo, ma non meno morbosità: i testi sono gioielli di devianza e il suono generale, per quanto melodico, è testimone dello squallore umano.
Dax e gli Acid Bath, per descrivere il loro genere, usavano il termine death rock. Non vedo perché no, visto che musicalmente è molto più vicino al sound rock più che a quello estremo del metal e le lyrics, forse qua dentro ci sono alcuni dei miei testi preferiti di Dax Riggs, sono pura perversione.
Gli Acid Bath, in due album, hanno raggiunto l’Olimpo. A volte mi chiedo: chissà cosa avrebbero potuto creare se avessero avuto più tempo?, poi mi ascolto i due LP e capisco che erano una band destinata a non divenire mai grande ed essere conosciuta solo da pochi, veri, intenditori.
[Zeus]

Kiss – Unplugged (1996)

Alla fine degli anni ’80 è venuta alla luce una nuova moda televisiva: l’Unplugged.
Sponsorizzata da MTV, il canale televisivo musicale più in voga dell’epoca, l’edizione Unplugged prevedeva che i musicisti si esibissero senza chitarre elettriche e l’armamentario da concerto rock. A queste non scritta legge di marketing musicale si sono piegati molti musicisti: da Bob Dylan a Bruce Springsteen, dai Nirvana a Eric Clapton e via discorrendo. Anche i Kiss, che in fatto di marketing e trend hanno un fiuto micidiale, hanno fatto la loro comparsata ricomponendo la formazione originale (Stanley-Simmons-Frehley-Criss per la prima volta insieme dopo anni ed anni di separazione). Sul palco c’erano anche Kulik e Singer, che all’epoca facevano parte dei Kiss. Praticamente un tripudio per i romantici della band e, vista l’attitudine da contabili di Stanley-Simmons, un buon volano per la reunion mondiale.
L’Unplugged è carino, sì, scivola leggero leggero e ci mettono anche impegno e perciò, per i completisti dei Kiss, può essere un modo per sentire i grandi classici in versione scarna ed acustica. Per chi vuole iniziare con la band, io consiglio di tirar fuori quelli in cui l’elettricità la fa da padrone (perché mi viene in mente Alive?), perché oltre alla fighetteria c’è anche la botta.

[Zeus]