Empyrium – Songs of Moors and Misty Fields (1997)

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Alla prova del secondo album, i baveresi Empyrium se ne escono con quello che si potrebbe definire, senza troppi fronzoli, un capolavoro. Songs of Moors and Misty Fields (uscito nel 1997) è un affresco musicale; ci son pochi cazzi, signore e signori. Questo disco sposta le coordinate del black metal in una zona che che si potrebbe definire atmospheric-black metal, in cui la componente folk è talmente preminente da ridurre l’importanza del metal estremo (limitato alle incursioni dello screaming gracchiante di Markus) ad un mero complemento.
Gli Empyrium tracciano un solco nel terreno e ascoltare questo disco significa riconnettersi con la propria parte più romantica, quella che vedendo il dipinto del Viandante sul mare di nebbia si emoziona. Questo è lo spettro sonoro che dipingono i tedeschi che, con l’assunto musica teteska = caciaronate e “birra-stinco-folkfest”, non hanno hanno niente a che fare.
Songs of Moors and Misty Fields propone 45 minuti di musica oscura, da ascoltare mentre si passeggia in un bosco delle mie montagne. Non ha quasi senso sentirlo in città, non è la sua collocazione naturale, non è il suo terreno fertile. SoMaMF è un disco che si nutre di umido, di foglie cadute, di paesaggi brumosi e dell’odore del muschio sulle pietre e del rumore dei ruscelli.
I bavaresi se ne escono con questo disco ben 5 anni prima degli Agalloch che molto devono all’esperienza folk di questa band tedesca (sentitevi un disco come The Mantle).
Quello che stupisce, oltre alla capacità di condensare in 8/9 minuti una serie di emozioni crepuscolari, è che l’esperienza con l’elettricità degli Empyrium verrà via via meno, tanto che già dal successivo LP in studio, la componente elettrica è praticamente assente. Sono quasi degli amish della musica, questi “maledetti” tedeschi e, vi giuro, Where at Night the Wood Grouse Plays è uno spettacolo da ascoltare.
Se vogliamo riassumere in poche righe quello che rappresenta Songs Of Moors and Misty Fields, potremmo dire che è l’espressione compiuta e la messa in musica dell’autunno, del bosco tetro e del Weltschmerz.
Secondo il mio modesto parere, uno dei dischi invernali per eccellenza… poi vedete voi se fare gli stronzi e non ascoltarlo.
[Zeus]


Marduk – Here’s No Peace (1997)

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Togliamoci subito il dente, questo EP dei Marduk non aggiunge niente a quanto la band svedese stava producendo in quegli anni. Lo so io e lo sapete anche voi, perché tre tracce provenienti da un passato “remoto” (la formazione è trequarti quella di Dark Endless) sono la testimonianza, feroce e senza compromessi, di quello che la band ERA e non di quello che sarà. Almeno, per me è così. 
Sette minuti di EP, con un’intro (title track) e due canzoni, non penso ci sia moltissimo da dire. Still Fucking Dead inizia spaccando e pestando in maniera brutale, poi alterna rallentamenti ad improvvise accelerazioni. 
Lo stesso si può dire di Within The Abyss, che inverte gli ordini dei fattori: parte lenta e poi va ad accelerare, ma la formula rimane quella. 
Queste canzoni erano state pianificate come singolo per l’album Dark Endless del 1992, ma non vennero mai pubblicate – quindi ecco l’operazione “Here’s No Peace” EP del 1997. 
Su questo disco, troviamo i vecchi Marduk: quelli che non erano ancora 100% black metal e il tema guerrafondaio era ancora da venire (anche se tentano di dare all’EP un’infarinata “Panzer Division Marduk” con la cover art), nel 1992 Morgan&Co. suonavano ancora un mix di death metal e black metal che poi si evolverà in quello che è diventato il trademark della band di Norrköping (SWE). 
Non spreco altro del vostro tempo straparlando di un EP di sette minuti: se siete completisti ascoltatelo, se no potete tranquillamente passare oltre e ascoltarvi Dark Endless. 

[Zeus]

Emperor – Anthems to the Welkin at Dusk (1997)

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Tre membri su quattro imprigionati per vari motivi subito dopo aver realizzato un disco fondamentale come In The Nightside Eclipse, il solo Ihsahn fuori a tenere alto lo stemma dell’Imperatore e un futuro oscuro a tutti, tranne a loro. Questo lo dico perché nel momento in cui Samoth esce di prigione (e dopo aver inciso un po’ di cose con i Zykon-B), ecco che nel 1997 esce il nuovo disco in studio degli Emperor: Anthems to the Welkin at Dusk. Faust e Tchort vengono sostituiti da, rispettivamente, Trym e Alver, mentre il duo Ihsahn – Samoth sposta le coordinate della band in lande che mischiano in maniera eccellente black metal, eleganza, precisione e brutalità. Il tema demoniaco, per la precisione quello satanico, non ha più la centralità che aveva nel 1994 e il focus viene spostato su temi più mistici, cosa che si adatta alla perfezione al sound degli Emperor del 1997.
Cosa significa questo? Un sound incentrato sulle chitarre, quindi con meno interventi delle tastiere (seppur mixate a volumi incredibili), e un’attitudine che si sposta sul versante progressivo dell’extreme metal. Cosa che permette ai due compositori principali di giostrare al meglio il proprio spirito musicale e gettarlo nel calderone di Anthems… Il risultato, come potete immaginare, è sostanzialmente perfetto, equilibrato nelle due anime (black e death), progressivo e artsy (nel senso positivo del termine) e quindi una forma evoluta di malvagità ed oscurità.
Questo non significa che ci troviamo davanti ad un ammorbidimento del suono, tanto che Trym sembra avere un conto in sospeso con la batteria e non lascia il doppio pedale neanche a morire. Se il mix fosse stato leggermente più equilibrato, avreste avuto modo di sentire meglio il suo lavoro, ma è spesso sommerso dalle chitarre o dalle tastiere.
Come sempre per i dischi usciti oltre vent’anni fa (questo LP li ha compiuti l’anno scorso), non ha senso mettersi a fare un track-by-track. Lo dico perché oltre ad essere noioso per me, è anche noioso per voi che dovete leggervi uno sbrodolamente su un disco che conoscete a memoria.
Mi fa piacere però scrivere qualcosa degli Emperor, visto che non c’è praticamente niente di loro su questo blog e, mea culpa, è veramente una brutta cosa.
Adesso mi son rimesso a posto con il karma, cercherò di non farmi cogliere impreparato dal 2019 quando sarà IX Equilibrium ad essere il festeggiato principale. Non faccio promesse, ma cercherò di essere sul pezzo.
[Zeus]

Satana e compagnia svedese: Necrophobic – Darkside (1997)

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Mentre il mondo veniva investito da dischi come Enthrone Darkness Triumphant dei Dimmu Borgir o Anthems to the Welkin at Dusk degli Emperor, in Svezia i Necrophobic davano alla luce il loro secondo disco: Darkside, nonché il primo LPsenza David Parland alla chitarra (di scuola Dark Funeral). Mi ricordo di aver scoperto questo LP, come è giusto che sia, dopo aver sentito i Dissection, band alla quale i Necrophobic guardano come faro nella nebbia. Il sound è quello tipico della band di Jon Nödtveidt e lo si sente dalle misture di black metal, death metal e gelida melodia che percorrono tutte le tracce di questo CD. All’epoca del primo ascolto me ne sono innamorato, tanto che quando hanno fatto la ri-edizione ad inizio 2000 (complice anche un’etichetta italiana, se non ricordo male), mi sono proposto subito per recensire i primi 4 dischi della compagine svedese. Riascoltare con orecchie più mature questo disco, però, è tutta un’altra cosa. Senti che il blackned death metal della band è ancora in fase di evoluzione o, dopo aver esordito con un disco come The Nocturnal Silence, in fase d’assestamento. Altra cosa che ti salta all’occhio è che gli strumentali sono troppi (bella solo Venaesectio) per un disco che di minuti ne conta 37.
A parte queste considerazioni iniziali, ribadisco un concetto: il riffing dei Necrophobic annata 1997 è freddo, controllato e, quando gli consentono di esplodere, ecco che arrivano fuori gli anthem (dimenticatevi voi Darkside o Black Moon Rising…) e questa è una caratteristica che manterranno anche nel futuro (vedasi i pezzi da festone alcolico contenuti nell’ultimo disco). Non sempre le canzoni arrivano dritte al punto, a mio parere The Call tentenna in certi momenti, mentre i due minuti di Nailing The Holy One sono feroci, brutali e si sente Satana alla grande. Forse una delle canzoni più malvage di questo disco, peccato che il crescendo d’emozione viene interrotto nuovamente dall’ultimo strumentale, Nifelhel, che dura 4 lunghi minuti e non aggiungono assolutamente nulla al disco. Le vocals di Tobbe Sidegård, promosso a singer (al posto di Anders Strokirk), sono iraconde e si aggiustano bene con il sound freddo della band. Questo è un aspetto da tenere a mente, visto che il suo timbro vocale caratterizzerà buona parte dell’avventura degli svedesi – almeno fino al ritorno del figliol prodigo Strokirk proprio in occasione dell’ultimo Mark Of The Necrogram.

Quando ho iniziato a scrivere questa recensione, vi giuro, pensavo di partire in elogi spropositati… invece mi sono accorto di quanto l’inesperienza&l’esaltazione possano fuorviare nella recensione e, vent’anni dopo la sua uscita, quello che io consideravo un piccolo capolavoro del sound blackned death svedese di matrice Dissection, in realtà è “solo” un gran bel disco. Non è poco, sia chiaro, ma anche queste sono scoperte.

[Zeus]


Blood-Rooted del 1996 – l’ultima occasione di sentire i Sepultura con Max Cavalera.

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Dopo Roots e l’implosione dei brasiliani più famosi del metal, i Sepultura fanno uscire Blood-Rooted e, senza problemi, possiamo definirlo come il saluto e testamento di quello che erano. Andreas Kisser era determinato a trasportare i Sepultura oltre allo scioglimento e continuare a produrre musica sotto l’egida della band, mentre Max Cavalera si concentrerà su mille altri progetti (più o meno riusciti). I nostalgici dell’epoca Cavalera, orfani di nuovi prodotti in studio, hanno in Blood-Rooted l’ultima possibilità di sentire la band a quello che era il massimo del suo splendore (seppur, musicalmente, mi son sempre riservato di posizionare il massimo con Chaos A.D.).
Blood-Rooted non è altro che una compilation di cover, demo provenienti proprio da Roots e tracce live sparse: praticamente il pane quotidiano del completista.
Quindi ecco le partecipazioni di Mike Patton su Mine o la cover, stravolta, di War di Bob Marley. Ci troviamo anche Procreation (of the wicked), in una versione che oscura anche l’originale dei Celtic Frost e, infatti, sia i Sepultura sia Max Cavalera solista la tengono in considerazione nelle loro scalette live. La botta hardcore di Crucificados Pelo Sistema ti restituisce adrenalina a mille, dopo molte tracce pesanti e/o dilatate. Questa cover o Polìcia sono fari puntati sul passato dei brasiliani, band che li hanno formati prima di prendere il thrash come forma d’espressione e poi spostarsi sul death. La velocità tutta punk/hardcore ti fa scattare in piedi e, Policia è una figata per quando hai voglia di scatenarti (non dura neanche 2 minuti e, lo sapete, basta e avanza); il messaggio sociale/di protesta, che poi sarà presente in maniera massiccia su Chaos A.D. e Roots, è riscontrabile anche in canzoni come queste.
Symptom Of The Universe proviene da Nativity In Black del 1994 e i fratelli Cavalera ne rendono giustizia, aumentando il fattore aggressività su una canzone che, nel 1975, era di 8 anni avanti su quello che sarebbe venuto e poi non così distante, come concezione di riff pesanti, testi e passaggio all’acustico con certe cose che poi faranno gli stessi Sepultura quasi vent’anni dopo!
Il resto sono live provenienti dal periodo Chaos A.D. e che volete dire su questo? Niente. Silenzio e si ascolta.
Non c’è molto altro da aggiungere su un disco, compilation, uscito oltre vent’anni fa. [Zeus]

Metti su American Psycho dei The Misfist e subito parte il chorus

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Forse l’ho già detto mille volte, ma non mi tiro indietro nel dirlo la mille e una. Che cazzo, non gestisco certo una webzine per limitarmi nelle mie possibilità di sparare cazzate oscene, no? Questo non è il caso, ma il disco in questione, American Psycho, cade a pennello per quello che voglio raccontare.
Nel lontano 2005 sono entrato, in punta di piedi, negli Slowtorch come… vabbeh… roadie/road manager e anche pulisci-lattrine e dopo un po’ di mesi siamo partiti per alcuni tour in Italia e in Europa. A parte il furgone che tendeva a spegnersi e lasciarci a piedi ogni 3×2, a parte la pericolosissima aerofagia del “primo” bassista e le lunghe ore di paesaggio sempre uguale fornito gentilmente dalla Foresta Nera teteska, una cosa era ricorrente: la soundtrack. Uno dei CD era il sempreverde Brenze al vento, una compilation di mia invenzione con dentro una serie di canzoni senza il minimo senso logico così, mentre stai prendendo il ritmo con qualche pezzo thrash o death, ecco che ti si blocca l’headbanging con la ballatona strappamutande o altro pezzo che, con il gruppo precedente, non ha proprio nulla da spartire.
La seconda costante era la canzone Dig Up Her Bones, proprio da questo American Psycho. Dig Up Her Bones era la canzone da viaggio, una sorta di amuleto prima di arrivare sul luogo dove si sarebbe tenuto (dita incrociate sempre) il concerto. Negli anni precedenti, quando un locale in pieno centro della mia città proponeva diversi concerti nel weekend, la maglietta dei Misfist era gettonata quasi quanto la canzone Bro Hymn dei Pennywise, quindi posso assicurarvi che vedere ragazzi o ragazze con il faccione bianco sulla maglietta non era proprio raro. Insieme alle magliette, ovvio, spuntavano come funghi, i gruppetti punk che prendevano l’ex band di Danzig come riferimento e quindi ecco che partiva il punkettone melodico della band americana e, con i suoni da cesso dell’autogrill, gli errori dati dall’inesperienza, le birre bevute e l’adrenalina, quello che tutti si ricordano sono gli Ohhhh Oh Ohhhhhhh, quindi i mille chorus che infestavano le feste. American Psycho era il prodotto più fruibile al tempo, soprattutto perché uscito da pochissimo e non lontano una decina di anni dal precedente. Non c’era Glenn Danzig, ma Micheal Graves se la cava più che bene nel creare linee melodiche che ti si appiccicano nel cervello e le tematiche, pur vecchiotte di molti anni, continuano a non essere fuori luogo, fuori tempo o fuori gioco. L’horror rock/punk dei Misfits, nel 1997, era vitale e il pogo, quello da festa in una stanza di 10m. quadri era un fatto dovuto, logico se vogliamo. Per molti ragazzi di 16/17 anni, American Psycho è stata l’introduzione al punk dei Jerry Only&Co. I ragazzi più vecchi potevano contare sulle registrazioni del periodo di Glenn Danzig (o in originale, o tramite le cover fatte dai Metallica), ma i giovani approcciavano la materia con quelle e con canzoni come Dig Up Her Bones, melodiche, potenti, divertenti e nel pieno stile Misfits.
Da qualche parte si doveva pur partire, perché non farlo con una buona versione dei Misfits?
[Zeus]

Vento freddo di brughiera: Immortal – Blizzard Beasts (1997)

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Fra tutti gli album degli Immortal, Blizzard Beasts è quello che ho sempre ascoltato di meno. Un tempo, quando ero più giovane, avrei detto: “vai te a sapere perché?”. Adesso, che qualche capello bianco ce l’ho e incomincio a risentire dei primi acciacchi fisici (uno fra tutti, ci metto due giorni per riprendermi da serate wild) mi sento di cambiare il fanciullesco dubbio con un: perché Blizzard Beast non è un granché come disco.
A guardare indietro, ti accorgi che l’album è stretto fra la concezione “primaria” del black metal e quello che seguirà e ridefinirà il concetto stesso di musica del diavolo. Blizzard Beast si ostina ad essere un disco black metal che fu, ma arranca quando cerca di proporre qualcosa di buono in termini di songwriting, produzione ed emozione. Perché, cari miei, non è sempre di velocità che si vive. Se così lo pensate, mettete a confronto un Panzer Division Marduk con questo e vedrete che i 30 minuti scarsi di folle velocità del primo sono misurati all’annichilimento totale del genere umano, in questo… beh, diciamo che neanche Demonaz&Abbath hanno le idee chiarissime su quello che vogliono essere.
Forse non lo sapevano ancora, ma era l’ultimo disco con Demonaz e, anche questo all’epoca non lo sapevano, poi avrebbero composto At The Heart Of Winter che, riprendendo il thrash tetesko e un’attitudine atmosferica realmente grim&frostbitten, ecco che facevano un salto di qualità nel ridefinire il sound degli Immortal.
Questo è il vero problema, mi dispiace.
Non è un Battles In The North e non ha la qualità compositiva di ATHoW. In Blizzard Beasts, Abbath&Co. agitano le scuri, suonano veloce, fanno casino, berciano nel microfono e, ostinatamente, corrono come forsennati alla fine di un CD che non sarà mai nelle mie prime scelte della band norvegese.
Se vogliamo cercare il lato positivo di tutto questo, è che Blizzard Beasts è un disco che segna un periodo: quello di frontiera del prima e del dopo 1997 e quello del black metal da cantina onesto e quello della musica del diavolo iperprodotta, ragionata e/o barocca (e delle migliaia di CD black metal prodotti male per il solo gusto di essere prodotti male).
I 29 minuti scarsi di questo LP sono questo: un testamento ad una rivoluzione che gli Immortal stessi non sapevano che avrebbero fatto e, di conseguenza, con Blizzard Beasts hanno fallito.
[Zeus]

Un salto nel passato. Faith No More – Album Of The Year (1997)

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Faith No More, su di me, hanno l’effetto che ha una ragazza stupenda che ti promette del sesso stupendo se solo ti impegnassi di più per cercare di capirla. Il problema è che non mi sono mai trovato nella posizione di dover capire i Faith No More in maniera così pressante (con la ragazza ti ci impegni di più…), quindi sono uno degli esclusi dalla saggezza presente nei solchi dei loro dischi.
Vi dirò di più: i Faith No More erano uno dei gruppi preferiti di mio cugino e, quindi, la prima introduzione al loro sound è arrivata proprio dai pomeriggi passati da parenti (cosa che, ancora oggi, mi causa momenti di irritazione e convulsioni). No, forse non è stato proprio quello il momento: ai tempi c’era The Real Thing che girava a bomba su tutti i canali televisivi, quindi il primo approccio è stato proprio con The Real Thing.
Quando ero a casa dei parenti, ecco che saltavano fuori due dischi dei FNM: Angel DustAlbum Of The Year. Il secondo mi intrigava soprattutto per la copertina in bianco/nero e alcune canzoni, quindi ho chiesto di imprestarmi (o copiarmi su cassetta, non me lo ricordo) il CD così da impararmi un po’ il segreto dietro questa band che veniva adorata da tanti ma che, a parte la suddetta The Real Thing, non ero ancora riuscito ad apprezzare appieno.
Contento come un bambino di aver il disco dei FNM in mio possesso, mi sono gettato anema e core nell’ascolto ossessivo. Le tracce più orecchiabili, quelle più stravaganti (all’epoca era questo il pensiero – ahimè quanto ero banale nelle recensioni) e poi l’album nel suo complesso. Ascoltavo Collision Ashes To Ashes e mi piacevano e poi ritornavo a sonnecchiare, perché il disco è raffinato, troppo, e non mi riusciva a prendere come volevo io. Io volevo di più. Dopo settimane o mesi di ascolti ho decretato che i Faith No More saranno sempre la band di chi ha capito qualcosa e io no.
A vent’anni di distanza, il disco è uscito nel 1997, mi sono ritrovato a riascoltare Album Of The Year e, scafato da mille altri ascolti e con il teflon al posto dello stomaco, mi trovo a constatare che quell’impressione di non sono degno/non capisco è ancora presente. Ci sono ancora canzoni che mi piacciono e brani che mi rifanno pensare ai pomeriggi a chiacchierare di musica e minchiate con i parenti, ma non riesco a sentire quella scossa quando metto su i FNM. Non riescono a prendermi mai al 100%, arrivo ad un certo punto e poi mi stoppo. 
Angel Dust 
aveva canzoni più aggressive (termine vago nel contesto FNM), mentre AofTY mi sembra levigato, caruccio, con qualche singolo che funziona veramente e poi brani che sarebbero stati bene in altri progetti.
Se devo fare un salto ad un passato che non tornerà più, ecco che butto su qualche canzone dei FNM e proprio da questo disco, ma non è mai il gruppo che vado a cercare perché so che riuscirà a trasformare la mia giornata in qualcosa di diverso.
E sì che sono arrivato persino a incuriosirmi per il ritorno dei FNM con Sol Invictus e tutto il mega-hype che lo circondava. Penso di averlo sentito quanto bastava per recensirlo e poi ho smesso.
No, mi dispiace, i Faith No More non sono per me. Sarebbe stato meglio che qualche altro recensore avesse preso in mano questo disco/gruppo, ma così è la vita.
[Zeus]

Forse l’ultimo album davvero grande dei Priest? Judas Priest – Jugulator (1997)

Partiamo dall’essenziale: la copertina di Jugulator, fatta con Paintbrush, fa cagare. Non il soggetto in sé, ma la realizzazione affidata ad uno che di computer non ne sapeva una fava ha partorito un’oscenità di pixel simil-anni ’80.
Il disco, invece, com’è?
Parlare dei Judas Priest è come permettersi di questionare le divinità del pantheon. Non ci son cazzi, ogni parola fuori posto, ogni opinione, è benzina sul fuoco della discussione.
I Judas Priest, nel 1997, hanno i loro cazzi: fra Painkiller e Jugulator passano sette anni e l’abbandono DEL frontman Rob Halford è un colpo che pochissime band saprebbero assorbire.  Guardate i Black Sabbath, anche loro hanno avuto non poche difficoltà a tirarsi fuori dall’abbandono di Ozzy; fortuna che al timone c’era Tony Iommi e con LUI tutto va liscio.
Nei Priest, invece, il timone lo tengono Glenn Tipton e K.K. Downing e, per ovviare all’assenza di uno dei singer meno rimpiazzabili della storia, vanno a pescare nell’anonimato e tirano fuori il jolly Tim “Ripper” Owens. La storia, romanzata in Rock Star e conferma di quanto il metal sia una questione nostra (Owens cantava in una cover band dei Judas Priest prima di essere chiamato a sostituire Halford – altro che American Dream), è il simbolo di quanto una band sia di gran lunga superiore ai membri presenti al suo interno.
L’affermazione soprastante è resa vera anche dal perdurare sulle scene artistiche dei Pink Floyd dopo l’abbandono di Roger Waters – che li aveva anche maledetti e aveva pronosticato una fine veloce dei Floyd.
Su Jugulator, però, la stampa e il pubblico si sono sbizarriti, spesso ingiustamente.
Questa era la cosa più semplice da fare. Nuovo singer, nuovo sound e, più di tutto, nuova epoca metallica. I Priest targati 1997 dovevano cambiare, questo è poco ma sicuro. Painkiller aveva fatto vedere che il sound poteva, e stava diventando, sempre più pesante, più “moderno” se vogliamo e quindi il passaggio successivo non poteva che essere il passo naturale per una band che, del progredire, aveva fatto il suo vessillo.
Se della capacità di K.K. e di Tipton di creare canzoni capaci di renderti fiero di essere metallaro non c’era neanche da discutere, è su Owens che finisce l’occhio di bue e il singer americano tiene botta e canta con tutta l’anima.
Dopo i primi x ascolti ho catechizzato che Jugulator non sarebbe mai arrivato a piacermi come mi piace Painkiller, Defenders Of The Faith o gli album precedenti. Non poteva piacermi perché ero rimasto io stesso nell’ottica vecchia dei Judas Priest.
Non lo capivo, ma l’ho capito poi. Quando mi sono messo in testa di tirar fuori questa recensione, mi sono messo nell’iPod Jugulator e l’ho ascoltato fino a ricordarmi il perché dell’affermazione che ho messo nel titolo.
Nella suprema rotazione dei dischi dei Priest, sono sempre andato a casaccio fra album post-2000 e quelli prima, giusto per dare dignità a tutte le epoche. Ma se prima del 1997 non c’è da discutere (anche se alcuni dischi mi convincono meno, ma il mio puritanesimo metallico lascia un po’ a desiderare), è la parte moderna che mi lascia sempre sorpreso & sospeso nel giudizio. Dopo c’è il mestiere, ma non ci sono più i Priest che vogliono progredire. Prima? Prima c’è Jugulator e qua dentro, cari miei, io ci trovo le ultime canzoni che ti fan venire voglia di premere l’acceleratore, di stringere il pugno e mostrarlo fieramente al cielo.
La tripletta iniziale? Eccellente. Poi, ovvio, c’è Burn In Hell e, se proprio vogliamo, è da questa traccia che il disco mette il turbo e si scatena. Poco prima di Burn In Hell c’è Decapitated con i suoi rimandi “sepultur-panteriani” (almeno così suona alle mie orecchie il riffing del brano). La chiusura, i nove minuti di Cathedral Spires, sono il sigillo di quello che i Judas Priest non saranno più.
Ve lo scrivo e sottoscrivo: su Jugulator la band inglese era ancora vorace e testarda nell’andare avanti; a partire dal successivo Demolition del 2001, a Tipton&Co. è venuto il braccino corto, ritornando sui loro passi con il sound (prima) e con il singer (dopo). Operazioni, queste, che non hanno di certo giovato alla band che, nei tre dischi con il figliol prodigo Halford, non ha brillato se non su poche canzoni e a causa della nostalgia canaglia che ti prende quando vedi la band che ami riunita sul palco.
Ma tutto questo non vi/ci deve distrarre dall’obiettivo: Jugulator rimane l’ultimo grande disco dei Priest e merita di essere ricordato così, a oltre 20 anni di distanza dalla sua pubblicazione.
[Zeus]

Ozzy Osbourne – The Ozzman Cometh (1997)

Recensire un best-off datato 1997 mi fa sentire sporco e, in qualche modo, anche ingannevole con quei 5 lettori che ogni tanto si connettono a questo sito e si appassionano alle vaccate che scrivo/scriviamo. Il problema con Ozzy, e con la truppa dei Sabbath in generale, è che non riesco mai a separmene (sia lodato Satana per questo) e quando mi capita sotto il naso un CD di uno di questi artisti, mi viene voglia di imbrattare una pagina bianca con dei pixel neri.
Mr. Osbourne, con The Ozzman Cometh, ha sfruttato il momento di pausa della band per tirar su due noccioline di soldi e continuare a restarsene in bermuda a grattarsi le palle. Il nuovo disco era previsto nel 2001 e il precedente Ozzmosis segnava il 1995, quindi tempo per drogarsi e alcolizzarsi ne aveva a piene mani.
Il Best-Off, fra l’altro, è una mezza vaccata con dentro pezzi live, pezzi ri-registrati a causa delle polemiche legate alle royalties (se avete in mano la versione del 2002) e un paio di brani interessanti.
Quali? I primi due brani targati Black Sabbath e risalenti al live del 26.04.70 per le John Peel Sessions: Black Sabbath (una versione live con una strofa in più non contenuta nell’edizione originale del disco) e Walpurgis (meglio nota come War Pigs).
Solo per questo io ho comprato questa mezza minchiata, oltre che per avere, al tempo, il best of di Ozzy su un solo Cd e non dovermi creare in maniera balzana delle compilation tratte da CD. La pigrizia è una delle virtù trascinanti.
Non ho da dire nient’altro su un Lp di questo tipo, quindi smetto subito e non ve lo consiglio neanche – tanto con l’avvento del download gratuito riuscite a farvi le compilation come volete, se non a tirarvi giù direttamente questo The Ozzman Cometh, e, inoltre, è uscita la 70a ri-edizione dei primi dischi dei Sabbath che contiene brani mai apparsi prima d’ora e le canzoni che conosciamo in versione strumentale, variata etc etc.
Il senso di comprare questo disco nel 2018 è unicamente quello del completismo ma qua, cari i miei 5 lettori, non stiamo più parlando di musica…
[Zeus]