Mortiis – The Stargate (1999)

Il passaggio dai primi album di Mortiis a questo Stargate, datato 1999, è l’equivalente di guardarsi il campionato di clausura su televisore con il tubo catodico e la Serie A su uno schermo piatto. Questa è la distanza che ci passa, non ci sono cazzi che tengano. Stiamo sempre parlando di un disco che rientra nel filone ambient ma è, al confronto della tripletta fatta uscire fra il ’94 e il ’95, bombastico e chiaro nella registrazione. Teatrale, se vi piace questa accezione legata al sound del musicista norvegese, ma perde quel tocco d’oscurità vera che possedeva nei primi CD dopo l’uscita dagli Emperor
Mi ricordo le recensioni uscite per questo disco, quelle in cui non lo inchiodavano alla croce per i suoni artefatti e da pianola Bontempi, e prendevano per il culo Mortiis per la copertina brutta come la peste. Non brutta di classe come quella dell’album dei Satyricon, ma brutta in maniera pacchiana. 
Non che a Mortiis sia mai fregato meno di un cazzo dell’impressione degli altri, se no non si sarebbe travestito da troll delle foreste norvegesi, ma c’è qualcosa di stranamente sbagliato nella cover art. 
Lontano di molto dalle sonorità ambient prodotte da Burzum e sinceramente anche da quella brutta accezione “dungeon music” con cui si soleva descrivere il sound del polistrumentista norvegese, The Stargate è essenzialmente l’espressione grandiosa e opulenta del sound di Mortiis. Incentrato su un concept fantasy – che dovrei riprendere in mano, ma a quest’ora della notte non è che mi prenda proprio la voglia-, l’ora di musica prodotta da Håvard Ellefsen si basa sulle variegate partiture musicali prodotte da mille stratificazioni di synth-tastiere e sulle vocals di Sarah Jezebel Deva (Therion, Cradle Of Filth). 
La Deva sfrutta le sue tonalità operistiche più come ennesimo strumento nel concept che come vocals a sé stanti, quindi non aspettatevi grandi cose visto che il suo apporto si limita spesso ad una serie di vocalizzi stratificati e modulati che variano dal “oh-oh-oh” al “oh-ah-oh“.
Non stonano con il concept in testa a Mortiis, ma assoldarla per fare ste cose è come prendersi Messi per giocare a Subuteo. Sicuramente divertente, ma francamente non irresistibile. Ma chi sono io per giudicare chi chiamare e chi no? Il Signor Nessuno, ecco chi sono. 
Non faccio neanche ammenda dicendo che i primi dischi di Håvard Ellefsen mi piacciono e hanno un tocco rilassante sul mio cranio, che volete farci sono un romantico che, in certi momenti, ha bisogno di qualche soffusa musica ambient per stare bene. Il post-1999 è un’incognita, visto che dopo questo disco ho smesso di seguirlo con attenzione, se non curiosando le copertine dei suoi dischi. 
Va da sé che The Stargate è l’ultimo vero disco di ambient di Mortiis, poi spostatosi su altri lidi musicali. E, per me, anche il meno incisivo a livello d’emozione rispetto ai precedenti. Pur avendoci messo dentro un po’ di tutto e curato l’aspetto Dungeon&Dragons del sound, al quarto disco toppa con l’aspetto che più mi aveva avvicinato ad ascoltarlo: la bruma, l’oscurità e la calma straniante che permeavano gli LP del ’94-’95. 
[Zeus]

Puntuali come le tasse e la morte. KORN – Issues (1999)

Non si può certo dire che i Korn siano una band di cialtroni seriali. In cinque anni fanno uscire 4 dischi e spostano le coordinate del proprio sound dal nu metal a qualcosa di più simile al concetto musicale di “forma canzone”. Quindi non li si può accusare di essere testardi e immobili su posizioni ormai defunte. In questo temibile 1999, anno difficile per tutti, i Korn si scrollano dalle spalle la prevedibilità del successore di Follow The Leader e abbracciano un momento di maturità. Il che, ed è tutto dire se ve lo riporto io, porta anche alla creazione di un disco come Issues
Pur essendomi indigesto come tutti i prodotti della ditta Davis&Co, Issues ha il pregio di non essere solo una fucilata nei coglioni. 
Con Falling Away From Me hanno fatto il botto in un momento in cui internet, e il downloading selvaggio, erano ancora una cosa da Far West. Trovatemi quante persone erano al corrente di Aimster, Gnutella, Limewire e poi, ovviamente, Napster. E non sto parlando del Napster pulitino post-causa con i Metallica, ma quello da cardiopalma degli esordi. Erano i tempi in cui se volevi sfogare la tua voglia compulsiva di musica, dovevi andartela a comprare piuttosto che scaricartela. 
Quindi riuscire a fare il botto fornendo un brano in mp3, mettendolo in condivisione gratuita, era cosa grossa. I Korn avevano fiutato l’aria e sapevano dove il mercato stava andando a parare. 
Se riascoltate oggi un mp3 originale datato 1999, il file ti da la stessa sensazione di ascoltare un disco raw trve norwegian black metal registrato nel cesso di fronte. Qualità merda, tanto che le cassette usurate e sul punto di suicidarsi hanno un suono più limpido e dignitoso. 
Buttare in pasto ai leoni un brano gratis, cosa che adesso gli artisti si mangerebbero le palle piuttosto di farlo, era una mossa d’orgoglio e quasi di potenza. Jonathan Davis e compagnia erano convinti che Issues fosse un gran disco, talmente sicuri che non hanno avuto il minimo dubbio nel buttarlo in rete (almeno per il singolo sopra citato). Non gli si può certo dare torto, visto che nel 1999 i Korn smettono di essere noiosi come una trasmissione di RadioMaria e fanno canzoni che hanno un senso compiuto. 
L’esperienza di Follow the Leader è servita per limare via tutto il nulla che li contornava. Issues è più semplice e diretto, in altri termini è convincente. Ha ancora il groove esagerato, perché questo non glielo togli neanche con i Navy Seals, ma aumentano la capacità di essere digeribili grazie anche ad una migliore performance vocale. A quanto sembra, invecchiare fa bene. 
Issues non finirà mai nella mia compilation di musica preferita e probabilmente non lo riascolterò più, ma ritornare su questo LP e scoprirlo meno osceno di quello che ricordavo (pur tenendosi molti difetti classici dei KORN) mi fa un certo effetto. 
O il disco era effettivamente buono e io avevo dei pregiudizi, o l’età mi sta ammorbidendo e incomincio a vedere dei lati positivi su tutto, complice la memoria sbiadita. 
A voi l’ardua sentenza… ma potrebbe essere rincoglionimento. 
[Zeus]

In caduta libera. Danzig – 6:66 Satans Child (1999)

La carriera del mascellone più famoso del circuito metal è simile alle mie energie durante la giornata. Parto bene, tonico e prestante dalla dormita, ma poi incomincio a crollare tipo uranio impoverito nel corso delle ore. 
Il punto peggiore è quello compreso fra mezzogiorno e le due, quando alla fame laida si sovrappone anche la voglia di pennichella (che non riesco a fare, neanche a concentrarmi) e poi fra un sussulto e momenti di depressione arrivo verso la sera sfinito e decisamente incarognito. 
Ho la netta sensazione che il buon Danzig, dalla metà del 1990 fino ad inizio 2000 sia sia trovato nel periodo di mezzogiorno della mia giornata. La perversione con cui si accanisce con l’industrial (che ha portato al fallimento di Danzig 5: Blackacidevil) continua anche con questo 6:66 Satans Child. I risultati sono un po’ meglio del precedente, ma stiamo comunque parlando di un disco che, rispetto agli inizi, può riassumersi come “il fratello che non presenteresti ai tuoi amici“. 
Perché 6:66 è un prodotto che non sa di Danzig, non ha niente di quella formula vicente degli esordi con tanto di Elvis sotto steroidi alla voce. Non c’è la possibilità di ululare, storcendo la bocca come Stallone, Mooother
No, in questo disco del 1999, coerente con l’andazzo preso su Blackacidevil, Danzig flirta con NIN e con Rob Zombie e tira fuori un disco più godibile del precedente, ma altrettanto dimenticabile. 
Nel precedente aveva avuto il coraggio di far cagare il cazzo, in questo rimesta la cosa ma non ha lo stesso piglio fronte alta e poderoso mento all’infuori: qua giochicchia e qualcosa lo tira fuori di decente, cosa che fa sembrare tutto il resto dei brani una mezza cagata. 
Mi piacerebbe perdonargli qualcosa al mascellone, ma non ce la faccio. Non perché 6:66 non meriti, o perché non riconosca che nei primi tre dischi l’ex Misfits non abbia avuto il merito di ritagliarsi un piccolo posto nella storia della musica. 
Ma da questo punto in avanti inizia la decadenza vera e propria, forse inframmezzata con un mezzo rutto di vitalità, ma niente che possa segnarsi negli annali della musica. Tanto che gli ultimi dischi in studio sono una sorta di parodia sfiatata di quello che Danzig era prima di questo fosco 1999. Almeno su 6:66, grazie ai filtri vocali, non si sente l’incominciare del declino vocale del nerboruto singer – cosa che si potrà apprezzare con l’arrivo del 2010 e i dischi di questi ultimi anni. 
Se volete cercare qualcosa di buono per salvare la vita di questo LP, dovete entrare in contatto con la vostra resistenza e arrivare nella seconda parte del disco. Cold Eternal è da segnalare, pur non sembrando niente dei Danzig, e così direi anche Apokalips (che forse si salva per la repentina accelerazione che non permetterà di ballare le tizie delle discoteche gothic) e visto che mi son lamentato della svolta, inserisco anche Thirteen (scritta per Johnny Cash) e forse è quella che consiglierei più di tutte. 
Ma c’è poco da sorridere, perché il 1999 non marca bene neanche per Glenn Danzig e non mi sembra il caso di rivalutare in maniera entusiasta questo LP dati i prodotti abbastanza scadenti che arriveranno. Diciamo che poteva peggiorare dopo Blackacidevil, ma ha deciso di navigare a vista portando a casa un disco non “suo”, ma che fornisce almeno qualche spunto di godimento. 
[Zeus]

Per Natale vi suggeriamo Bruce Dickinson – Scream for Me Brazil (1999)

Come fare a rinunciare ad un regalo per Natale, soprattutto se lo si fa con il metallo nell’anima. Visto che a TMI non siamo proprio dei cattivoni senza scrupoli, vi veniamo incontro e vi diamo un suggerimento: Scream for Me Brazil. Visto che è un disco che ha compiuto da poco 20 anni, direi che lo conoscete tutti e non serve una track-by-track (che mi spacca il cazzo in una maniera esagerata), ma una motivazione fondata per andare a cercare questo pezzo di storia musicale. 
Un motivo semplice semplice è che su SfMB Bruce Dickinson suona convincente e potente. Dire che con la sua band solista trovato una seconda giovinezza è scontato come i prezzi alla Picol! e l’apporto musicale del duo Roy Z – Adrian Smith è notevole e importante, tanto che possiamo soprassedere su qualsiasi piccola sporcizia o “fuori tempo” in cui incappano. Dopo questo live, il singer britannico si farà convincere a rientrare nella band madre e tanti saluti ad una carriera solista decisamente più convincente delle prove in studio dei Maiden post-2000 (e, forse, anche qualcosa prima della fuga). 
Questa è forse la Minority Report e non mi spingo troppo oltre, che i fan dei Maiden sono decisamente attaccabrighe come una donna affamata. 
Almeno sette brani vengono presi dall’ultimo disco in studio (The Chemical Wedding), mentre il resto viene suddiviso fra Accident of BirthBalls to Picasso. Il resto della discografia viene ignorato di sana pianta, ma cosa ci volete fare? Sono 12 tracce, mica un doppio album sborone. 
Pur lamentandomi della mancanza di ulteriori canzoni, non posso che apprezzare la forma vocale di Bruce: praticamente sempre sul pezzo e senza un cedimento uno. Logicamente soffre nei punti in cui gli effetti da studio fornivano supporto vocale (tracce multiple), ma anche qua stiamo sezionando i peli del cazzo e direi che non è il caso. 
E poi su Scream for Me Brazil si sente l’energia della band e, come nei buoni live, anche quella del pubblico che risponde alla botta d’adrenalina proveniente dal palco (sentitevi Killing Floor, dove il botta e risposta su Satan! fra Bruce e pubblico sopperisce a tutto l’armamentario di trucchi da studio). 
Togliendo la copertina oscena, probabilmente affidata al cugino di qualcuno della band che ha affermato di “usare i programmi per la grafica” e pagato poche sterline, io vi suggerisco di tirare fuori dalla polvere questo live. Non scherzo, riascoltatelo perché è veramente qualcosa di eccellente. 
Se non volete capirlo, potete continuare a tenere la testa nella sabbia come gli struzzi e vi meritate di sorbirvi il nuovo singolo di Vasco Rossi. 
[Zeus]

Al limitare del metal. Incubus – Make Yourself (1999)

Sono entrato in contatto con gli Incubus grazie a qualche video su MusicBox, canale dei poveri e che, grazie ad una capacità di attirare richieste musicali pari a zero, faceva girare sempre gli stessi video in continuazione. Grazie a questo fattore di ridondanza mi sono ostinato a stare distante da certe scene musicali o certi dischi, visto il rigurgito acre che mi sale a sentire certi brani è dato proprio dal continuo tormentone dato da MusicBox.
All’alba del 1999 il metal “come lo si conosceva” stava incominciando a tirare gli ultimi e il fenomeno “nu” ingurgitava un po’ la chiunque, bastava avere un DJ o qualcosa che non rientrava nello stilema base del metallaro per venire etichettato a vita con “nu-” qualcosa. O, se proprio ti andava di culo, finivi nella grande squadra dell’alternative. Quello che poi, nei tempi moderni, verrà anche ribattezzato indie.
Dopo non essere stato capace di digerirli, mi son ritrovato fra le mani gli Incubus a causa di una ex-ragazza che conosceva la band. Non mi ricordo se conoscesse qualcosa oltre una canzone, ma eccoli di nuovo sul menu.
Come potete immaginare, vedendo le paroline ex-, finita la storia anche gli Incubus sono ritornati nello scantinato della memoria.
Vi dirò, non sono così malvagi come me li ricordavo. A volte questi grandi recuperi sono ottimi per rinfrescare la memoria e rivalutare cose che, a suo tempo, mi avevano fatto schifo al cazzo per una concomitanza di motivi che non sto qui ad elencare.
Make Yourself è sul confine dell’essere metal, mescolando qualche piccolo ingrediente funk metal ad un palco sonoro molto rock/alternative, e quindi abbraccia uno spettro di ascoltatori più grande di quello a cui i californiani potevano ambire solo qualche anno prima (dicasi 1995, esordio con Fungus Amongus). Cosa che deve aver fatto anche piacere visto che con questo LP appaiono, per la prima volta, in diverse classifiche di vendita e spopolando principalmente in America e nell’ex Commonwealth.
Riascoltato vent’anni dopo, il disco non è stucchevole e, pur non essendo niente che andrei a cercare in maniera spasmodica, non cambierei il canale YouTube per evitarlo. Anzi, ha una qualità di base indiscutibile e gli Incubus trovano in Boyd un cantante di buon livello e capace di giostrare su più stili vocali.

Vabbeh, ancora una volta i ricordi legati a Music Box mi tormentano le recensioni, non ne verrò mai a capo. Ah, la canzone era Southern Girl e proveniva da A Crow Left of the Murder…
[Zeus]

Dalla Grecia con ignoranza. Sadistic Noise – A Decade in the Grave (1999)

Come è immaginabile, alcuni dei dischi di questo recuperone generale dell’annata 1999 non li ho mai sentiti neanche a pagarli. Uno di questi è A Decade in the Grave dei greci Sadistic Noise. Band mai sentita e se vi state aspettando qualcosa di simile a Rotting Christ o Varathorn, cambiate recensione che questa non fa per voi.
I Sadistic Noise emergono dalle fogne sulla fine degli anni 80, fanno a tempo a tirar fuori tre cose (di numero) prima di fermarsi per 9 anni, registrare A Decade in the Grave e poi mettere fine alla loro avventura. Il che è un bene, visto che sono talmente ignoranti che ascoltati più di qualche ora nel corso di un decennio ti fanno scendere il Q.I. di diversi punti. Veloci, sporchi, registrati a cazzo di cane e con la voce che sembra passata attraverso l’aspirapolvere, i Sadistic Noise sono la provincia operaia del death/black metal. Gruppi che non arriveranno fortunatamente mai al successo e che, quando riescono ad incidere qualcosa, sparano tutte le cartucce con furia cieca… ma sbagliando il bersaglio di qualche decina di metri. 
L’importante, però, è proseguire cazzo duro e senza futuro. E loro, il futuro, non l’hanno neanche annusato.
I tre greci ci credono visto che l’LP in questione, nei suoi 45 minuti, è tutto quello che Euronymous ha sempre detto: no fun no mosh no core no trends. Aggiungo anche no figa visto che è quantomeno improbabile ricevere la visita delle conigliette di Playboy mentre ascolti i Sadistic Noise.
A Decade in the Grave non è appetibile alle masse, non è digeribile neanche per chi il genere lo ascolta e, francamente, si capisce perché ci hanno messo 9 anni per farlo uscire e poi lasciarlo sul marciapiede come una cagata di cane. 
In questo 1999 di visioni distorte, corruzione degli ideali, suoni plasticosi e l’avanzata dello sputtanamento generale di molti generi estremi, i Sadistic Noise alzano la mano e dicono ad alta voce: a noi del trend non ce ne frega un cazzo
Infatti non verranno neanche ricordati, da tanto testardi sono. 
Sono nati, hanno vissuto e sono morti come il più testardo giapponese sulle isole del Pacifico: non hanno capito che erano al posto sbagliato, nel momento sbagliato e con il suono sbagliato. 
Ci hanno tentato, comunque. Non è proprio scontata come cosa. 
[Zeus]

Tiamat – Skeleton Skeletron (1999)

Non sono mai stato un grandissimo fan dei Tiamat, anche se ammetto che qualche volta mi ci butto a capofitto e poi me li dimentico per molti mesi. Questo disco, Skeleton Skeletron ad esempio, me lo son dimenticato per anni e ringrazio il Grande Capro per questa operazione “recupero”, così me lo son potuto risentire e, soprattutto, mi son ricordato perché non l’avevo sentito per anni. 
Il motivo è semplice: non è un prodotto che mi attira e mi porta a riascoltarlo. Tutta la componente “new wave” aveva incominciato a mostrare la corda da diverso tempo, quindi arrivare al 1999 con questo disco è essere al contempo mezzi paraculi – mezzi fuori tempo. Ma se Edlund ne aveva voglia, per quale motivo non registrare un disco così? 
Infatti l’ha fatto e poi ha perso completamente la brocca e ha incominciato a produrre LP che definire degni del nome Tiamat è quantomeno azzardato. Ma questi commenti disfattisti li lascio al me futuro. 
Cosa c’è da dire su Skeleton Skeletron? Poco, ve lo posso assicurare, quindi il recupero si fa veloce e poi si passa oltre. Non è un disco da buttare, soprattutto dopo che ha subito il lifting dell’età e delle uscite successive (cosa che riesce a rivitalizzare persino i dischi post-2000 dei cadaveri chiamati In Flames), solo che non è neanche un disco bello in sé. Quindi si posiziona nella grande classifica dei dischi che lasciano il tempo che trovano, inutili sotto molti punti di vista, e ascrivibili sotto la categoria “vezzo dell’artista”. Avessero composto questo sotto altro nome, forse il giudizio sarebbe stato meno tranciante, ma la storia non si fa con i se. Skeleton Skeletron è il disco che mi sto riascoltando or ora, porta impresso il nome Tiamat, e che non credo ritirerò fuori dalla tomba nei prossimi mesi. 
[Zeus]

Onesti black metaller. Tulus – Evil 1999 (1999)

Dicembre è il mese della neve e, soprattutto, dei mercatini di Natale. Non c’è niente da fare, sono una piaga che ti prende dalla fine di novembre e prosegue fino a gennaio. Uno stillicidio di pena e depressione, intervallati da sporadici tentativi di sbronza molesta.
Mentre noi soffriamo questa piaga con l’immaturità dei 18 anni, in Norvegia degli onestissimi operai del black metal, i Tulus, fanno uscire il terzo disco: Evil 1999. Per una congiunzione astrale malvagia, escono quando ormai il genere sta soffocando, quindi non possono certo aspirare a diventare i nuovi paladini della fiamma nera; quello che hanno dalla loro, però, è la capacità di strutturare pezzi black metal onesti, avvincenti e dritti al punto. Non sto dicendo che sono ignoranti come zappe, ma è proprio l’assenza di orpelli inutili (o ridotti all’essenziale per l’efficacia del pezzo, es. Kviteheim) che me li rende simpatici.
Solo nella “lunga” Salme si avverte il momento dove ci buttano dentro tutto: infatti ecco che appaiono sui radar sia gli inserti al profumo d’Oriente sia le cantilene catatoniche a fine brano.
Il resto di Tulus 1999 non è altro che black metal semplice e, almeno a quanto si sente, non influenzato come metà dei gruppi dell’epoca dal duo MayhemDarkthrone. I Tulus, infatti, usano il basso e non hanno paura ad evidenziarlo, lasciandoli ampi spazi d’azione e un sound bello corposo.
I gruppi come questi sono importanti per il genere: sono l’equivalente calcistico del mediano che si spacca le gambe e si lacera i polmoni senza frizzi o lazzi, ma con puntiglio meticoloso. I Tulus hanno la fermezza d’intenti di seguire un percorso metallico onesto e, per me, lodevole.
Se li conoscete, sapete cosa vi aspetta questo LP e dargli una rinfrescata dopo vent’anni di inattività non è malaccio; se no recuperatelo, perché potrebbe essere una buona scoperta.
In ogni caso è un buon passatempo al posto di andare a rincoglionirsi ai mercatini di mezzo mondo.

Nota per i completisti&curiosi: i tre filibustieri dei Tulus hanno fondato anche i Khold.
[Zeus]

Per chi fa della bestemmia la sua professione. Enthroned – The Apocalypse Manifesto (1999)

Non sono poi molte le band black metal provenienti dal Belgio. A memoria non me ne vengono in mente, a parte i The Committee, ma sono un collettivo che opera in Belgio o in quelle zone. A pensarci bene, veramente non me ne vengono in mente, tanto che quando questo articolo sarà online mi verrà sicuramente in mente LA band… ma per il momento si rimane solo sugli Enthroned.
Me le ricordo alcune recensioni dei dischi della band, altalenanti ma mai totalmente buttate a cesso. Quindi riprendere un loro disco non è operazione fogna, ma un ritornare su uno degli LP “deboli” che la compagine della terra della birra trappista ha fatto uscire nella lunga carriera. Forse è proprio la questione birra trappista a influenzarmi nel giudizio, chi lo sa.
Ben inseriti nella seconda ondata del black, gli Enthroned si fanno prendere dal morbo delle ginocchia tremanti con The Apocalypse Manifesto. Non un brutto disco, sia chiaro, ma zoppica.
Questo LP è stato partorito in uno dei classici momenti difficili della band, quelli in cui le canzoni decenti escono con il contagocce e il resto è un insieme di brani non proprio ispiratissimi, lungaggini insensate (Genocide (Concerto No. 35 for Razors) o The Scourge of God) e pochi momenti di vera ispirazione (Völkermord, der Antigott potrebbe ambire a questa palma).
Lord Sabathan è stupendamente affetto da un pericoloso morbo di Tourette che lo fa sbraitare in maniera dissennata su Satana, distruzione, violenza e tutto l’A-B-C del black metallaro. Quello che piace è proprio l’inconsistenza di quello che canta (citando il buon Skan, tanto chi cazzo se ne frega del significato dei testi black metal? O, perdonatemi, è mai stato fondamentale a parte in qualche illuminato caso?). L’effetto io-ci-credo che filtra dalle vocals di Lord Sabathan è talmente alto che ti fa sopportare anche costruzioni grammaticali a dir poco oscene – e se lo dico io, che non me frega un cazzo della grammatica corretta nel black metal, allora vuol dire che i belgi hanno messo fuori delle frasi proprio alla cazzo di cane -.
Non mi sembra il caso di dilungarmi troppo su The Apocalypse Manifesto, quindi voi recuperatelo se volete, se no passate oltre che il 1999 ci ha regalato di tutto e di più. Soprattutto la fine del black metal e l’inizio di sordide contaminazioni musicali, talmente blasfeme da far rabbrividire.
Se fate finta di non ricordare, siete complici del misfatto. Stronzi.
[Zeus]

Azaghal – Helvetin yhdeksän piiriä (1999)

I primi anni di vita degli Azaghal sono frenetici, anche comparandoli con un mercato ormai saturo di praticamente tutto e ormai affamato di black metal – il fu genere “gnocca-repellente” per eccellenza. La popolazione metallica cerca il metallo nero, tutti vogliono più blasfemia, blast-beat, tremolo picking e una bella dose di cerone.
Nel 1999 il black metal perde la bussola e soffoca sotto la sua stessa sovraesposizione. Il black metal non regge sotto il suo stesso urto iconoclasta e da questa condizione, nascono migliaia di band che provano a tirare avanti il verbo di Satana. Il problema non è la quantità, visto che di gruppi ne sorgono come funghi, ma la qualità è di certo un punto critico nelle proposte estreme.
In Finlandia si muovono molte band, gli Impaled Nazarene sono attivi, e così anche gli Horna e gli Azaghal. Tenete conto di un fattore essenziale: questi ultimi, nel 1999, hanno già pubblicato quello che è, e resterà, il loro miglior disco: Mustamaa. Sulla scia dell’entusiamo, fanno uscire un EP (Harmagedon) e poi questo Helvetin yhdeksän piiriä. Il problema è subito evidente: le idee buone, quelle che avevano fatto di Mustamaa il loro migliore disco, non sono aumentate esponenzialmente nel corso dell’anno e questo li porta a registrare un disco meno avvincente.
Dal punto di vista del songwriting c’è violenza e velocità, si sente Satana e un’altissima dedizione alla musica del diavolo, ma manca il quid che trasporterebbe questo LP dall’essere meramente discreto ad un buon prodotto. E questa considerazione è fatta ignorando la produzione discutibile: le chitarre sembrano inoffensive, la batteria è oscena e il binomio voce-chitarra copre tutto. Il basso non esiste e quando lo si sente è sommerso da tutto (in tutto il disco lo si percepisce per qualche secondo). 
Helvetin yhdeksän piiriä non è un brutto disco, è solo un prodotto poco più che mediocre da parte di una band che è stata presa da una feroce bulimia compositiva. Sono certo che ci sarà qualcuno che se la prenderà perché non ho menzionato questo arpeggio, quel riffing forsennato o una canzone in particolare, ma non ne vedo il senso. Helvetin yhdeksän piiriä trova la sua definizione migliore nel suo insieme: il disco ha la sua forza nella testardaggine ossessiva alla velocità, nella bestemmia e del gelo satanico, ma si ferma a questo, mancando di un songwriting veramente avvincente. Gli Azaghal hanno composto di meglio, ma è il 1999 e il black metal soffre e, con lui, anche le band fanno di tutto per rimanere a galla o tenerlo in vita. A volte meglio, a volte peggio… e i finnici hanno coperto l’intero spettro nell’arco dello stesso anno.
[Zeus]