Dalla Grecia con ignoranza. Sadistic Noise – A Decade in the Grave (1999)

Come è immaginabile, alcuni dei dischi di questo recuperone generale dell’annata 1999 non li ho mai sentiti neanche a pagarli. Uno di questi è A Decade in the Grave dei greci Sadistic Noise. Band mai sentita e se vi state aspettando qualcosa di simile a Rotting Christ o Varathorn, cambiate recensione che questa non fa per voi.
I Sadistic Noise emergono dalle fogne sulla fine degli anni 80, fanno a tempo a tirar fuori tre cose (di numero) prima di fermarsi per 9 anni, registrare A Decade in the Grave e poi mettere fine alla loro avventura. Il che è un bene, visto che sono talmente ignoranti che ascoltati più di qualche ora nel corso di un decennio ti fanno scendere il Q.I. di diversi punti. Veloci, sporchi, registrati a cazzo di cane e con la voce che sembra passata attraverso l’aspirapolvere, i Sadistic Noise sono la provincia operaia del death/black metal. Gruppi che non arriveranno fortunatamente mai al successo e che, quando riescono ad incidere qualcosa, sparano tutte le cartucce con furia cieca… ma sbagliando il bersaglio di qualche decina di metri. 
L’importante, però, è proseguire cazzo duro e senza futuro. E loro, il futuro, non l’hanno neanche annusato.
I tre greci ci credono visto che l’LP in questione, nei suoi 45 minuti, è tutto quello che Euronymous ha sempre detto: no fun no mosh no core no trends. Aggiungo anche no figa visto che è quantomeno improbabile ricevere la visita delle conigliette di Playboy mentre ascolti i Sadistic Noise.
A Decade in the Grave non è appetibile alle masse, non è digeribile neanche per chi il genere lo ascolta e, francamente, si capisce perché ci hanno messo 9 anni per farlo uscire e poi lasciarlo sul marciapiede come una cagata di cane. 
In questo 1999 di visioni distorte, corruzione degli ideali, suoni plasticosi e l’avanzata dello sputtanamento generale di molti generi estremi, i Sadistic Noise alzano la mano e dicono ad alta voce: a noi del trend non ce ne frega un cazzo
Infatti non verranno neanche ricordati, da tanto testardi sono. 
Sono nati, hanno vissuto e sono morti come il più testardo giapponese sulle isole del Pacifico: non hanno capito che erano al posto sbagliato, nel momento sbagliato e con il suono sbagliato. 
Ci hanno tentato, comunque. Non è proprio scontata come cosa. 
[Zeus]

Tiamat – Skeleton Skeletron (1999)

Non sono mai stato un grandissimo fan dei Tiamat, anche se ammetto che qualche volta mi ci butto a capofitto e poi me li dimentico per molti mesi. Questo disco, Skeleton Skeletron ad esempio, me lo son dimenticato per anni e ringrazio il Grande Capro per questa operazione “recupero”, così me lo son potuto risentire e, soprattutto, mi son ricordato perché non l’avevo sentito per anni. 
Il motivo è semplice: non è un prodotto che mi attira e mi porta a riascoltarlo. Tutta la componente “new wave” aveva incominciato a mostrare la corda da diverso tempo, quindi arrivare al 1999 con questo disco è essere al contempo mezzi paraculi – mezzi fuori tempo. Ma se Edlund ne aveva voglia, per quale motivo non registrare un disco così? 
Infatti l’ha fatto e poi ha perso completamente la brocca e ha incominciato a produrre LP che definire degni del nome Tiamat è quantomeno azzardato. Ma questi commenti disfattisti li lascio al me futuro. 
Cosa c’è da dire su Skeleton Skeletron? Poco, ve lo posso assicurare, quindi il recupero si fa veloce e poi si passa oltre. Non è un disco da buttare, soprattutto dopo che ha subito il lifting dell’età e delle uscite successive (cosa che riesce a rivitalizzare persino i dischi post-2000 dei cadaveri chiamati In Flames), solo che non è neanche un disco bello in sé. Quindi si posiziona nella grande classifica dei dischi che lasciano il tempo che trovano, inutili sotto molti punti di vista, e ascrivibili sotto la categoria “vezzo dell’artista”. Avessero composto questo sotto altro nome, forse il giudizio sarebbe stato meno tranciante, ma la storia non si fa con i se. Skeleton Skeletron è il disco che mi sto riascoltando or ora, porta impresso il nome Tiamat, e che non credo ritirerò fuori dalla tomba nei prossimi mesi. 
[Zeus]

Onesti black metaller. Tulus – Evil 1999 (1999)

Dicembre è il mese della neve e, soprattutto, dei mercatini di Natale. Non c’è niente da fare, sono una piaga che ti prende dalla fine di novembre e prosegue fino a gennaio. Uno stillicidio di pena e depressione, intervallati da sporadici tentativi di sbronza molesta.
Mentre noi soffriamo questa piaga con l’immaturità dei 18 anni, in Norvegia degli onestissimi operai del black metal, i Tulus, fanno uscire il terzo disco: Evil 1999. Per una congiunzione astrale malvagia, escono quando ormai il genere sta soffocando, quindi non possono certo aspirare a diventare i nuovi paladini della fiamma nera; quello che hanno dalla loro, però, è la capacità di strutturare pezzi black metal onesti, avvincenti e dritti al punto. Non sto dicendo che sono ignoranti come zappe, ma è proprio l’assenza di orpelli inutili (o ridotti all’essenziale per l’efficacia del pezzo, es. Kviteheim) che me li rende simpatici.
Solo nella “lunga” Salme si avverte il momento dove ci buttano dentro tutto: infatti ecco che appaiono sui radar sia gli inserti al profumo d’Oriente sia le cantilene catatoniche a fine brano.
Il resto di Tulus 1999 non è altro che black metal semplice e, almeno a quanto si sente, non influenzato come metà dei gruppi dell’epoca dal duo MayhemDarkthrone. I Tulus, infatti, usano il basso e non hanno paura ad evidenziarlo, lasciandoli ampi spazi d’azione e un sound bello corposo.
I gruppi come questi sono importanti per il genere: sono l’equivalente calcistico del mediano che si spacca le gambe e si lacera i polmoni senza frizzi o lazzi, ma con puntiglio meticoloso. I Tulus hanno la fermezza d’intenti di seguire un percorso metallico onesto e, per me, lodevole.
Se li conoscete, sapete cosa vi aspetta questo LP e dargli una rinfrescata dopo vent’anni di inattività non è malaccio; se no recuperatelo, perché potrebbe essere una buona scoperta.
In ogni caso è un buon passatempo al posto di andare a rincoglionirsi ai mercatini di mezzo mondo.

Nota per i completisti&curiosi: i tre filibustieri dei Tulus hanno fondato anche i Khold.
[Zeus]

Per chi fa della bestemmia la sua professione. Enthroned – The Apocalypse Manifesto (1999)

Non sono poi molte le band black metal provenienti dal Belgio. A memoria non me ne vengono in mente, a parte i The Committee, ma sono un collettivo che opera in Belgio o in quelle zone. A pensarci bene, veramente non me ne vengono in mente, tanto che quando questo articolo sarà online mi verrà sicuramente in mente LA band… ma per il momento si rimane solo sugli Enthroned.
Me le ricordo alcune recensioni dei dischi della band, altalenanti ma mai totalmente buttate a cesso. Quindi riprendere un loro disco non è operazione fogna, ma un ritornare su uno degli LP “deboli” che la compagine della terra della birra trappista ha fatto uscire nella lunga carriera. Forse è proprio la questione birra trappista a influenzarmi nel giudizio, chi lo sa.
Ben inseriti nella seconda ondata del black, gli Enthroned si fanno prendere dal morbo delle ginocchia tremanti con The Apocalypse Manifesto. Non un brutto disco, sia chiaro, ma zoppica.
Questo LP è stato partorito in uno dei classici momenti difficili della band, quelli in cui le canzoni decenti escono con il contagocce e il resto è un insieme di brani non proprio ispiratissimi, lungaggini insensate (Genocide (Concerto No. 35 for Razors) o The Scourge of God) e pochi momenti di vera ispirazione (Völkermord, der Antigott potrebbe ambire a questa palma).
Lord Sabathan è stupendamente affetto da un pericoloso morbo di Tourette che lo fa sbraitare in maniera dissennata su Satana, distruzione, violenza e tutto l’A-B-C del black metallaro. Quello che piace è proprio l’inconsistenza di quello che canta (citando il buon Skan, tanto chi cazzo se ne frega del significato dei testi black metal? O, perdonatemi, è mai stato fondamentale a parte in qualche illuminato caso?). L’effetto io-ci-credo che filtra dalle vocals di Lord Sabathan è talmente alto che ti fa sopportare anche costruzioni grammaticali a dir poco oscene – e se lo dico io, che non me frega un cazzo della grammatica corretta nel black metal, allora vuol dire che i belgi hanno messo fuori delle frasi proprio alla cazzo di cane -.
Non mi sembra il caso di dilungarmi troppo su The Apocalypse Manifesto, quindi voi recuperatelo se volete, se no passate oltre che il 1999 ci ha regalato di tutto e di più. Soprattutto la fine del black metal e l’inizio di sordide contaminazioni musicali, talmente blasfeme da far rabbrividire.
Se fate finta di non ricordare, siete complici del misfatto. Stronzi.
[Zeus]

Azaghal – Helvetin yhdeksän piiriä (1999)

I primi anni di vita degli Azaghal sono frenetici, anche comparandoli con un mercato ormai saturo di praticamente tutto e ormai affamato di black metal – il fu genere “gnocca-repellente” per eccellenza. La popolazione metallica cerca il metallo nero, tutti vogliono più blasfemia, blast-beat, tremolo picking e una bella dose di cerone.
Nel 1999 il black metal perde la bussola e soffoca sotto la sua stessa sovraesposizione. Il black metal non regge sotto il suo stesso urto iconoclasta e da questa condizione, nascono migliaia di band che provano a tirare avanti il verbo di Satana. Il problema non è la quantità, visto che di gruppi ne sorgono come funghi, ma la qualità è di certo un punto critico nelle proposte estreme.
In Finlandia si muovono molte band, gli Impaled Nazarene sono attivi, e così anche gli Horna e gli Azaghal. Tenete conto di un fattore essenziale: questi ultimi, nel 1999, hanno già pubblicato quello che è, e resterà, il loro miglior disco: Mustamaa. Sulla scia dell’entusiamo, fanno uscire un EP (Harmagedon) e poi questo Helvetin yhdeksän piiriä. Il problema è subito evidente: le idee buone, quelle che avevano fatto di Mustamaa il loro migliore disco, non sono aumentate esponenzialmente nel corso dell’anno e questo li porta a registrare un disco meno avvincente.
Dal punto di vista del songwriting c’è violenza e velocità, si sente Satana e un’altissima dedizione alla musica del diavolo, ma manca il quid che trasporterebbe questo LP dall’essere meramente discreto ad un buon prodotto. E questa considerazione è fatta ignorando la produzione discutibile: le chitarre sembrano inoffensive, la batteria è oscena e il binomio voce-chitarra copre tutto. Il basso non esiste e quando lo si sente è sommerso da tutto (in tutto il disco lo si percepisce per qualche secondo). 
Helvetin yhdeksän piiriä non è un brutto disco, è solo un prodotto poco più che mediocre da parte di una band che è stata presa da una feroce bulimia compositiva. Sono certo che ci sarà qualcuno che se la prenderà perché non ho menzionato questo arpeggio, quel riffing forsennato o una canzone in particolare, ma non ne vedo il senso. Helvetin yhdeksän piiriä trova la sua definizione migliore nel suo insieme: il disco ha la sua forza nella testardaggine ossessiva alla velocità, nella bestemmia e del gelo satanico, ma si ferma a questo, mancando di un songwriting veramente avvincente. Gli Azaghal hanno composto di meglio, ma è il 1999 e il black metal soffre e, con lui, anche le band fanno di tutto per rimanere a galla o tenerlo in vita. A volte meglio, a volte peggio… e i finnici hanno coperto l’intero spettro nell’arco dello stesso anno.
[Zeus]

Nocte Obducta – Lethe (1999)

Partiamo con l’assunto più importante che testimonia la mia incredibile ignoranza: chi cazzo sono i Nocte Obducta?
Adesso fatemi il favore di alzare la mano e dirmi se avevate già sentito questi tedeschi, capaci di tirar fuori 11 dischi in 20 anni di attività.
Siate sinceri, per favore. Non fatemi passare per cretino inutilmente.
Io, i Nocte Obducta, non li avevo mai sentiti prima di avventurarmi in questa riscoperta del sound del 1999 e, procedendo a tentoni nel Mare Magnum di una produzione sterminata, mi sono imbattuto in questi teteski da Mainz.
Ammetto con altrettanto candore che, dopo questa riscoperta, non mi vedranno più (la speranza che non siano prolifici cade guardando la lista delle release su Encyclopedia Metallum, dio…).
Questa affermazione viene vanificata dalla presente dichiarazione: “ok, probabilmente almeno non fino al prossimo anniversario“.
Su siti vari ed eventuali, i Nocte Obducta vengono descritti come un black metal d’avanguardia, la qual cosa mi sembra abbastanza palese, ma sottolineo due fattori principali: i testi in tedesco, ma tanto anche lo scream rende inutile ogni comprensione testuale-linguistica; e, in molti passaggi, l’incredibile somiglianza con i Cradle Of Filth.
Ovviamente parte di questa menzione è dovuta allo scream ultrasonico di Marcel Va. Traumschänder. Il leader della band ha una tonalità che si avvicina molto a quella del nano inglese, quindi l’accostamento non è peregrino. Se poi in certi momenti anche la band si mette a suonare una versione “crauti ed esistenzialismo tedesco” dei Cradle Of Filth, allora diciamo che il riferimento è palese.
Le composizioni lunghe e di non facile approccio possono mettere questi Nocte Obducta nello stesso campionato in cui giocano anche gli austriaci Dornenreich, ma non so quale delle due band se ne risentirebbe o se il paragone è qualcosa di realmente efficace per attirarvi a sentire questi tedeschi.
Se siete volenterosi e tentate il grande passo nell’ignoto, mi sento di anticiparvi un elemento importante, che poi vo lo ignoriate come il bugiardino delle medicine sono un po’ affari vostri – io ve l’ho detto.
I pezzi di Lethe, di media, durano oltre 6 minuti (a parte i 27 stracazzo di minuti della suite finale), per oltre un’ora di black metal d’avanguardia e dinamico nel suo alternare parti più veloci e parti più sinfoniche e ragionate. Il disco è pulito nella registrazione e con una componente melodica accentuata capace di creare stralci d’atmosfera oscura (il finale di Honig der Finsternis / Phiala Vini Blasphemiae, per esempio). Paradossalmente, per un disco black, sono questi episodi quelli che risaltano meglio rispetto a quelli veloci e propriamente black.
La Germania offre sempre qualcosa da scoprire e questi Nocte Obducta rientrano nella categoria. Che poi finiscano negli ascolti quotidiani, è un fattore che dovete decidere voi. Per me sono un filino troppo noiosi e, pur caricando a mille quando ci si mettono, non riescono a prendermi.
Lethe – Gottverreckte Finsternis è il debutto ufficiale della band e  festeggia vent’anni di vita. Cosa che coincide con vent’anni di completa ignoranza da parte mia.
Complimenti a me. E auguri a loro.
[Zeus]

Una collezione di cover. Mark Lanegan – I’ll Take Care Of You (1999)

Non è la prima volta che Mark Lanegan fa capolino su queste pagine, ci siamo già passati con l’album precedente. Non ci posso far niente, ma nel reparto grunger-divenuti-adulti e adesso compositori, Lanegan è probabilmente il mio preferito.
Questo lo dico con certezza fino al 2012, poi gli album successivi non li ho seguiti granché perché non sono il mio pane. Sembrano essersi spostati su coordinate a me estranee, totalmente slegati dal mio concetto di rock/rock-blues o, più semplicemente, dalla visione che ho di Mark Lanegan come cantautore.
Che poi è una stronzata, sia chiaro. Sembro essere il tipico fan dei (nome band a caso), che vuole il suo gruppo suonare sempre e comunque la stessa cosa. So che sono nell’errore, ma nel mio cervello Lanegan è, e rimarrà, quello che cantava disperato su Whishey For The Holy Ghost. Ammetto anche che questo, più di The Winding Sheet, è l’LP che mi ha fatto conoscere il cantante americano – le sue opere con gli Screaming Trees erano già nel mio repertorio grunge.
I’ll Take Care of You rientra perfettamente nel filone iniziale del Lanegan cantautore. Non si discosta come ambientazione, come oscurità nella musica e, in generale, come impostazione del disco. Oserei dire che è il penultimo disco ad essere pregno dello spirito blues/soul, prima di svoltare su altre sonorità con Field Songs e poi cambiare pelle da Bubblegum (2004) in avanti.
Nel 1999, però, Lanegan rende omaggio ai grandi del passato, figure carismatiche e/o drammatiche del cantautorato, del blues, del soul o anche dell’indie e li reinterpreta con il suo inconfondibile timbro vocale. Non fraintendetemi, non tutto il disco mi piace alla follia. Certe canzoni non mi prendono molto, ma la tripletta iniziale con Carry Home – I’ll Take Care of you – Shiloh Town (una fra le mie preferite insieme a Shanty Man’s Life) è realmente molto forte, sia dal punto di vista interpretativo, sia da quello dell’appeal. Queste canzoni ti restano dentro subito. Poi incomincia il punto centrale del disco dove Lanegan ha rinchiuso molti cantanti blues e qualche chicca indie (Creeping Coastline of Lights) e c’è bisogno di molta più concentrazione per riuscire a recepirle. Come potete capire, rispetto all’inizio del disco si può vedere una leggerissima flessione.
Il finale di I’ll Take Care of You è però in salita, con buone canzoni (la già citata Shanty Man’s Life è alla posizione numero 10) e un finale che non mi ha mai entusiasmato (la cover di Boogie, Boogie di Tim Rose).
Questa è la prima volta che Lanegan si cimenta in un disco interamente di cover (poi riproporrà la cosa più avanti nel tempo) e il risultato è affascinante visto si scopre un po’ del passato musicale del singer americano, ma non perfetto. Anche se sono presenti tracce più deboli (su Field Songs ce ne sono, non mento), è nella produzione di canzoni proprie dove Lanegan riesce a scavare un solco profondo, equilibrando agli elementi rock/blues, una spiccata sensibilità soul e tematiche autobiografiche o liricamente influenzate da elementi di stampo biblico.
[Zeus]

Dormagen (DE) provincia di Norvegia. Darkened Nocturn Slaughtercult – The Pest Called Humanity (1999 – Demo)

Da che mondo è mondo, valutare una band da un demo è ingiusto e, spesso, un compito ingrato. Nel caso dei tedeschi Darkened Nocturn Slaughtercult (e del demo The Pest Called Humanity) è più la prima che la seconda, visto che, pur provenendo dalla terra della salsiccia, della Helles e del Braten, il riferimento principe per il terzetto (più uno) è il mondo grim&frostbitten dei fiordi norvegese. Quindi il sound è cacofonico, spesso veloce e incompromissorio ma non sordo a rallentamenti ad effetto (come la fine di Slaughtercult), con le chitarre che ronzano come calabroni incazzati, il basso inesistente e le screaming vocals gentilmente fornite da Onielar sono convincenti (per chi non lo sapesse, o non riuscisse a coglierne la differenza, questo è lo pseudonimo di Yvonne Wilczynska – singer e chitarrista polacca).
Non inventano niente in questi 22 minuti di durata e lo sanno anche loro, credo. Quello che fanno, però, è di celebrare un certo tipo di sound con quanta più convinzione, dedizione e cazzoduro possibile.
Quello che questi polacco-tedeschi cercano di trasmettere è l’amore che hanno per gente come i Gorgoroth, Tsjuder, qualcosa dei primi Mayhem e compagnia festante e ci tentano riportando il black metal al suo anno zero: copertine in bianco/nero, tematiche ad hoc (occultismo, satanismo, malvagità etc etc) e niente frizolezze come tastiere, parti melodiche o qualsiasi cosa che lontana dall’accezione “TRVE NORWEGIAN BLACK METAL”.

Su The Pest Called Humanity si sente in nuce tutto questo, ma siamo agli inizi e il revival del 1994 è appena incominciato. I Darkened Nocturn Slaughtercult arrivano troppo tardi per apprezzare il momento fulgido del black metal, ma con questo demo di inizio carriera tentano con tutte le loro forze di tenerne vivo (almeno in parte) il cadavere.
[Zeus]

L’autorevole opinione di Lenny Verga su S&M

Se vi foste persi la precedente recensione, potete recuperarla cliccando su questo link.

A differenza della maggior parte dei metalheads, a me il connubio tra metallo e orchestra, in alcuni casi, è piaciuto molto e mi ha regalato grandi emozioni. Con questa premessa vent’anni fa mi addentrai in un negozio di dischi e comprai S&M. 
Quanto cazzo spesi male quei soldi? Che non furono nemmeno pochi, accidenti. Mi ricordo anche dove andai a comprarlo: in un negozio a Venezia. A Venezia! Dove tutto costa di più e, ovviamente, anche i CD. Ma io dovevo averlo, perché, siccome mi ero rifiutato di comprare Re-Load, pensai che almeno quello potevo comprarlo.
Ma come reagii al primo ascolto di questo live? Dal momento che mi piace
ascoltare colonne sonore e che ad occuparsi delle composizioni orchestrali c’era Michael Kamen, la curiosità era tanta. Potete immaginare l’esaltazione quando sentii The Ecstasy of Gold di Ennio Morricone usata come intro, da fan sfegatato quale sono dei film di Sergio Leone e Clint Eastwood. La band attacca con uno dei miei pezzi preferiti, The Call of Ktulu, nove minuti di strumentale dove, almeno secondo me, l’orchestra esegue un gran bel lavoro di accompagnamento, intervenendo nei punti giusti, sottolinenando le linee melodiche e senza invadere eccessivamente il brano dove c’è bisogno di tirare e spaccare. Ma la magia finisce qui, dopo due brani. E uno non è nemmeno dei Metallica. Non lo suonano nemmeno. Fanculo.
Perché già con la seconda canzone mi rendo conto che c’è qualcosa che non va. 
Master of Puppets suona confusionaria, l’orchestra e la band sembrano andare ognuna per conto proprio, suonando partiture che paiono non avere niente a che fare l’una con l’altra. Sembra quasi di ascoltare due CD diversi che suonano contemporaneamente. Da qui in poi il live mantiene questa impressione per l’intera durata: venti brani, due ore. Gli interventi dell’orchestra sono eccessivi, spesso poco chiari e riempiono spazi che non avevano bisogno di essere riempiti, tarpano le ali a tutti i pezzi che risultano tronfi e confusi. Ma soprattutto massacrano le palle all’ascoltatore. Immagino l’imbarazzo di chi si è trovato ad assistere dal vivo a tale scempio, ed a proposito di questo, non riesco a capire a chi di preciso fosse rivolto questo “prodotto”. Ai fan dei Metallica in generale? Ai neo fan che hanno iniziato ad ascoltarli da Re-Load in poi? Ai signorotti che non si perdono un concerto della San Francisco Symphony Orchestra?
Perché immagino ci saranno stati anche alcuni di loro a questo avvenimento mondano. Proprio qui ci si scontra con uno dei problemi più grossi: la mancanza di una direzione, di uno scopo ben preciso che non fosse solo quello dell’incasso. 
Mi chiedo se qualcuno degli addetti ai lavori si sia mai fermato ad ascoltare cosa stava uscendo da questo esperimento già in fase di scrittura o durante le prove, o se tutti avranno pensato che i nomi coinvolti erano sufficienti per garantirsi gli incassi, non importa il risultato. Perché i soldi li hanno fatti, l’album entrò anche in Italia nella classifica dei più venduti, se non ricordo male, e mentre la moda dei Metallica imperversava per l’intero globo, noi metalhead ci trovammo con il portafogli alleggerito, una gran sensazione di essere stati presi per il culo e con due sottobicchieri parecchio costosi. Penso di aver ascoltato questo CD solo un paio di volte nei primi giorni dopo l’acquisto e poi mai più, a parte qualche ascolto di The Call of Ktulu che mi piaceva e mi piace ancora oggi in questa veste alternativa,
una piccola eccezione in un mare di schifo.

[Lenny Verga]

L’acre sapore dell’indigestione. Metallica – S&M (1999)

Questo disco fa talmente pena, che per l’occasione mettiamo insieme le forze e facciamo uscire una doppia recensione.

Tutti voi avete un amico che “tira delle pezze” assurde ogni volta che vi parla. Quella persona che, presa a piccolissime dosi, non è neanche sgradevole, non è qualcuno con cui mangereste una pizza (figuriamoci prenotare le prossime vacanze), ma se contenuto in un “tot” di minuti, allora va benissimo per scambiare quattro chiacchiere. 
Il problema è che non ce la fa a contenersi e quando il ticchettio della bomba nel vostro cervello sta per esplodere, e vorreste levarvi allegramente dal cazzo, ecco che parte il pippone e non riuscite a scollarvelo di dosso. 
Da qua la sensazione di pesantezza, di odio, di incarcerazione e tutte quelle forme d’ansia che possono sopraggiungere quando “la rottura di cazzo > del piacere di essere in contatto con le persone”. 
I Metallica, nel 1999, sono quell’amico sfasciacoglioni e lo fanno alla grande con S&M, un doppio disco da oltre due ore di musica così tronfia e pesante da farti rivalutare persino il bistrattato ReLoad. Anzi, fanculo, lo dico subito: cento voglie meglio ReLoad rispetto a questo mucchio di letame racchiuso in una graziosa confezione da due LP. 
Non cerco neanche di alleviare il sapore acre di questa pillola, perché non ci riesco. A partire dal fatto che il binomio orchestra – metal è una combo che non è riuscita ai Deep Purple a suo tempo (e non parliamo proprio del primo mucchio di stronzi che si mettono a fare musica), non è riuscita ad altri gruppi e, visto che i fallimenti nel metal/hard rock classico non bastavano, ecco che ci hanno pensato anche i Dimmu Borgir o i Satyricon a rendere il black metal qualcosa di appetibile anche alla nonna. Hai un genere repellente a tutti, da Cristo alla figa (anche se, ragazzi miei, non è più così da lungo tempo), perché renderlo piacevole e metterci i gattini sopra? Tienilo duro e puro, sporco e stupracristi. 
I Metallica avranno di certo pensato: “loro hanno fallito perché sono degli idioti, figuriamoci se noi non riusciamo a creare la perfetta mistura metal-sinfonia. Vediamo di nobilitare il metal (?! Perché, cristo, perché?!) e sballare tutti con una bella orchestrina a fornirci il supporto necessario!“. 
Il problema di fondo è questa convinzione che il metal vada nobilitato con l’orchestra. No, puttanatroia, no!
Non va nobilitato. Il metal va benissimo così, non gli serve l’imprimatur papale. Anzi, che quel cazzo di reuccio vestito di bianco se ne vada a cagare. Il metal va bene così, perché di Master Of Puppets, o degli altri LP dei ‘tallica, voglio sentire la botta, non la cazzo di orchestrina che mi fa i trilli e gli archi che mi solleticano l’umore. Quelli possono tenersele le altre band. Io voglio la cazzo di botta, l’aggressione thrash metal, la sberla in faccia. Se voglio sentirmi una colonna sonora, metto su Morricone e sono felice. 

Se voglio il metal, metto su Master of Puppets o Ride The Lightning. Voglio la sensazione di sporcizia, di rivoluzione e non un prodotto che, se va bene, potrebbe essere papabile per il pubblico rincoglionito di San Remo. 

Perché l’effetto orchestra, oltre a fornire quella piacevolissima patina di vecchiume, riesce a tagliare le gambe ad ogni canzone che tocca (a parte quelle orchestrali; in questi casi riescono a non venirne fuori come un Re Mida al contrario): una The Thing That Should Not Be sinfonica è irritante e vomitevole. Non si sente Lovecraft, non si sente il thrash e neanche quel minimo senso Sabbathiano che usciva dall’originale. 
Non mi metto a fare il conto dei morti di questo doppio LP, sarebbe come sparare ad uno della crocerossa che sta cagando nel bagno. 
Quello che sanno loro, però, è che ti stanno inculando a sangue. Lo sanno perfettamente che questo cucchiaione di merda calda non è altro che l’aperitivo per quello che arriverà quattro anni dopo (anticipato da una cosa tipo patemi d’animo di Uomini&Donne). 
L’unico che se ne è accorto in tempo è stato Jason Newstead, il quale, con ancora un briciolo d’orgoglio indosso, saluta la baracca e se ne va. I fan dei Metallica, quelli che hanno un attaccamento alla band morboso e da Sindrome di Stoccolma, continueranno a seguire Ulrich&Co. giù nel dirupo di una creatività evaporata. 
In vent’anni di esistenza quante volte ho ascoltato questo disco? Per intero due/tre (sicura una di filato per questa recensione e le altre una/due perché la solfa di S&M era papabile per l’ascolto casalingo quando l’altra persona non ascoltava metal), ma poi ho preferito spararmi nelle palle e non l’ho più toccato.
Che disco tronfio, inutile, pomposo e fuori tempo. 
E se vi piace, scusate la franchezza, ma non capite un cazzo. 
[Zeus]