L’eterna lotta contro il bene dei Deathspell Omega – Infernal Battles (2000)

Non mi ricordo dove ho letto per la prima volta il nome Deathspell Omega, probabilmente su qualche rivista (potrebbe essere Grind Zone, ma non ne sono sicuro). Di loro mi ricordo il concetto di segretezza, un qualcosa che ti permetteva di immaginare più di quello che, in realtà, la band stava proponendo. Il concetto di “magia” era ancora intatto. Come ho già avuto modo di dire in occasione del loro demo, pur venendo colpito favorevolmente da alcuni elementi, i Deathspell Omega non saranno mai la mia band preferita. E con Infernal Battles esprimono poco o niente che possa essere qualificato come capolavoro o quantomeno un concetto di disco interessante e da avere. La seconda metà del disco è Disciples of the Ultimate Void, mentre la prima parte è un mistura di black metal registrato male e con poche idee in croce. Visto che delle ultime quattro canzoni ho già parlato, cosa posso dire della prima metà? 
Con la sapienza del poi, la batteria elettronica è la cosa migliore dentro quel guazzabuglio di suoni registrati di merda. Il riffing emerge poche volte dal casino cacofonico del duo voce-batteria e non sempre quello che esprime è degno di nota, mentre le vocals sono una tortura da sentire. Shaxul sembra avere dei grossissimi problemi dati da strumentazioni inserite nella laringe e non si possa avvicinare troppo al microfono, così che il suo screaming ne esce strano (e non nella versione piacevole dello strano!). 
Nel giro di 4 anni, questa band francese diventerà oggetto di discussioni e venerazione da parte del pubblico black metal (più o meno intellettualoide), ma nel 2000 i Deathspell Omega sono solo una band modesta e Infernal Battles è un prodotto scadente. 
[Zeus]

La semplicità prima di diventare pesanti: A Perfect Circle – Mer de Noms (2000)

Nel 2000 il metal se la vede proprio malaccio. H guardato, in maniera distratta, cosa era uscito quell’anno e vi posso assicurare che la vivacità della scena metal (estrema o meno) era ridotta ai minimi termini. Album ne sono usciti, ma grandi album? No, quello non proprio. LP che confermano il cambio di tendenza (vedasi gli Immortal) o altre band che puntano tutto sul rosso quando esce nero (In Flames) o il saluto di un gruppo ormai allo stremo (Pantera). Sono tutti sinonimi di una condizione ormai deteriorata della musica che tanto amiamo. Ci saranno sicuramente dischi che mi ricorderanno grandi cose o anche buoni album, certo, ma quelli che ti segnano l’anima sono passati. Forse perché certe cose hanno una data di scadenza, come il latte, ed è meglio soffermarsi sui ricordi che seguirli nel futuro. Chi lo sa. 
Gli A Perfect Circle racchiudono la loro storia in due dischi, se vogliamo anche l’album di cover non è male, mentre con l’ultimo hanno messo insieme un qualcosa che non ascolto poi più di tanto. Praticamente hanno smesso di essere una band con brani “da riascoltare” nel triennio 2000 – 2003, poi si discute. Mer De Noms non bazzica nei territori metal (ma questo lo dico per chi è sceso dall’albero ieri sera) e anche se suona da rock con il baffetto ritorto, il risvoltino e l’antipasto vegan, hanno ancora quella qualità che molte band Indie cercano come il Valhalla nelle fogne del sound “artistoide”. Quindi mettono più o meno d’accordo tutti: dal metallaro di buon umore al rocker della domenica pomeriggio, con le magliette degli AC/DC comprate all’H&M. 
Sarà perché si porta appreso una mezza dozzina di canzoni buone (il video di Judith mi piace assai) e poi qualche colpo a vuoto. Tanto per buttare dentro musica, ma loro sapevano già che bastavano le altre per vedersi su Billboard, quindi va bene così. In fin dei conti quelle sei canzoni ti fanno riascoltare Mer de Noms, mentre i brani deboli non ti fanno cagare a spruzzo e, secondo un modello di valutazione ormai certificato dalla NASA, questo è un punto a favore di un disco. 
Gli APC se la prenderanno comoda per registrare il seguito, ma intanto hanno rimesso la parola rock in mezzo al letamaio dell’indie e di tutte le band con il The… davanti che, puttanatroia, mi fa salire il vomito. In mezzo ad una marea di letame o dischi inutili, una scintilla come questo Mer de Noms è abbastanza per cercare di scavallare il 2000 e non gettarsi giù da un ponte. 
Me lo ricordavo meglio, riascoltato dopo lungo tempo mi son ricreduto sull’eccellenza che gli avevo appiccicato addosso. Sono invecchiato io e la memoria mi gioca brutti scherzi, ma comunque sia Mer de Noms rimane un disco da tenere e riascoltare. Vent’anni di decantazione non l’hanno trasformato in aceto, per la gioia di Keenan. 
[Zeus]

La presa di coscienza dei Primordial: Spirit the Earth Aflame (2000)

Nel percorso di crescita di una band che parte dall’underground, spesso con componenti molto giovani, arriva prima o poi il momento della maturità, in cui stilisticamente si trova la propria identità, una caratteristica sonora che verrà impressa nella mente dell’ascoltatore e che renderà quella band riconoscibile e distinguibile dalle altre, chi più chi meno. Si spera sempre poi che quel momento coincida con un balzo in avanti non solo qualitativo ma anche di notorietà. 
Per gli irlandesi Primordial questo momento arriva nel 2000, vent’anni fa, con la pubblicazione di Spirit The Earth Aflame. Dopo due lavori interessanti anche se ancora acerbi, la band riesce a focalizzare meglio e a incanalare le proprie idee nel modo migliore, bilanciando alla perfezione tutti gli elementi della sua musica. E si parla di veramente tanti elementi, di tanta carne al fuoco, perché da qui i Primordial non possono più essere relegati semplicemente nell’ambito del black metal con qualche rimando al folclore. 
Il sound della band è estremamente ricco: ritmiche serrate di chitarra acustica e arpeggi di chiara derivazione folk, il tremolo picking e lo screaming del black metal, ritmiche rallentate e rocciose tipiche del doom, momenti epici e drammatici, progressioni melodiche di accordi perché il powerchord non è elemento da mettere in primo piano quando si trovano soluzioni migliori, la voce pulita di Alan Averill sempre più definita, personale, con quel suo fare che viaggia al limite tra l’interpretazione teatrale e la sofferenza del ribelle. E ancora melodie elaborate con variazioni sul tema, assoli ispirati, linee di basso in evidenza, intermezzi dal sapore celtico o dall’incedere battagliero, una carica emozionale che prende allo stomaco oltre che al cervello, che è una di quelle caratteristiche che mi fa adorare una band.
Dopo tutto questo tempo l’album non ha perso il suo smalto e sono diversi i brani che ancora oggi vengono riproposti dal vivo nonostante la discografia della band sia diventata di una certa consistenza. 
Qui i Primordial iniziano ad assumere la forma definitiva della band unica e straordinaria che sono ancora oggi, un punto di partenza ideale per chi volesse iniziare a conoscere questo gruppo senza dover per forza ripercorrere l’intera discografia.
[Lenny Verga]

Benighted – Benighted (2000)

Prima di buttarsi senza problemi sul brutal death, i francesi Benighted non si sono lasciati scappare l’opportunità di far uscire un disco in onore del Grande Satanasso. Un disco “satanico”, o mezzo black metal, è il pass universale per essere considerati cattivi senza riserve e, diciamocelo, ci son passati moltissimi gruppi. Il debutto dei Benighted è, a tutti gli effetti, un disco death metal con orientamento al demonio – ecco quindi scream e altri piccoli vezzi che possono rientrare nel filone, ma sono solo sfumature. 
Il disco picchia e ha un suono compatto e cazzuto, il che è una fonte di distinzione da tutto il movimento “cantina” del black metal, ma è anche un LP caotico nel suo incedere. Pieno e compresso, è un rullo compressore che tritura veramente tutto quello che incontra sul suo passaggio. 
Ci sono delle cose interessanti (parte della linea vocale di Last Part of Humanity è tratta direttamente da un’aria operistica), ma troppo poche per essere realmente indice di un debutto convincente al 100%. 
In un momento in cui il black metal entra in crisi e anche il death subisce delle trasformazioni, uscire con un debutto confuso non è proprio una delle presentazioni che ti fanno entrare di diritto nella categoria dei grandi giocatori. Ma fortunatamente Benighted è l’esordio e non una condanna a morte, quindi non è il caso di redigere un sproloquio funebre su una band che negli anni successivi si concentrerà sulla parte del sound (e sulle tematiche) che meglio si confanno. 
Ma tanto anche dal debutto si capiva che fare i cattivoni nominando Satana era un gioco ingenuo, giusto per limare alcune parti del sound, tirare a lucido il songwriting e tentare la via del brutal. 
[Zeus]

Thy Primordial – The Heresy of an Age of Reason (2000)

Dopo quante battute capite che i Thy Primordial sono svedesi? Più o meno quanto ci mettete a capire che una scoreggia in televisione fa cinepanettone. O qualcosa di meno. 
Lo senti subito, una zaffata forte e decisa come il sottobraccio di un pendolare sull’autobus in luglio. E a guardare il DNA, si vede subito che ci sono i Dissection che fanno ciao ciao da dietro la collina degli amplificatori. La band di Jon Nödtveidt ha rivoluzionato il panorama musicale svedese, almeno quello estremo, inserendo delle melodie infettive all’interno di una matrice estrema sempre presente. E così anche per i Thy Primordial, i quali richiamano sì alla mente i conterranei Dissection, ma anche alcune cose di Necrophobic e dei Dark Funeral (soprattutto per la capacità di creare un certo effetto epico nelle loro composizioni). 
Nel 2000 i Thy Primordial sono al quarto disco in quattro anni, c’è quindi c’è poco da meravigliarsi se sono compatti come il culo di una ballerina e senza troppi fronzoli. La band svedese sa suonare e sa di aver nelle dita la capacità di produrli bene e senza troppi cazzi. Questo è il motivo per cui The Heresy of an Age of Reason ha tiro e violenza, ma senza perdere di vista né le melodie sottocutanee, né un songwriting concreto. La produzione è tipica svedese: quindi pulita, capace di esaltare tutti gli strumenti, ma senza diventare plastica come da tradizione Nuclear Blast.
Non stiamo parlando di capolavori assoluti, ma c’è una capacità di sintonizzarsi sul canale giusto della via svedese al black metal, che li rende molto più attrattivi dei conterranei Watain (anch’essi, nel 2000, alle prese con uno dei loro dischi più convincenti – seppur catalogato nel reparto, “un paio di volte e poi di nuovo nel cassetto fino a prossimo riepilogo”). I Thy Primordial fanno il paglio con i Sacramentum, altra band riscoperta in questo lavoro di ricordo/pulizia/valutazione di quanto uscito nell’A.D. 2000. 
Entrambe le band guardano alla stessa fonte d’ispirazione e, pur mantenendosi fedeli e riconoscibili nel sound di genere, hanno una personalità definita e appeal da vendere. 
The Heresy of an Age of Reason non sarà un capolavoro in senso stretto, ma continua una tradizione onorevole. Per me, da riscoprire. 
[Zeus]

Il suono della Bestia, Besatt – Hail Lucifer (2000)

Partiti nella metà del 1990 e con un primo full length nel 1997, i polacchi Besatt arrivano nel 2000 affermando, senza troppo pudore, la propria fedeltà per Lucifero e tutta la congrega di anime dannate. 
Come lo fanno? Registrando Hail Lucifer su cassetta e portando avanti un black metal ispirato dalla second wave norvegese e qualcosa dei progenitori del black metal. Quello che mi piace e che non stona neanche adesso, a vent’anni dalla sua uscita, è la personalità con cui i polacchi riescono a condensare le sonorità sopra descritte e tradurle in qualcosa di personale. 
Per quanto riguarda il riffing, potrei citare gli Archgoat come comune denominatore (due riff a brano e due velocità totali nel repertorio), ma la qualità delle parti di chitarra è notevole. La registrazione è straordinariamente pulita per una band black metal così diretta e senza compromessi (Antichrist), tanto che sia la batteria che il basso suonano organici (Black Banner). Se vogliamo, questa caratteristica li accomuna ai Marduk, altra band che per diversi anni ha incarnato l’incapacità di mettere insieme una canzone a più velocità (seppur facendolo con i controcoglioni, sia chiaro).  
A questo aggiungo che la capacità di sintesi è un punto a favore dei Besatt. Troppe band si perdono in mille seghe e finiscono per perdere il filo del discorso e anche la mia totale attenzione. 
I Besatt, grazie al Capro, non hanno questo problema e con 9 brani per 35 minuti, riescono a invocare Lucifero senza troppi patemi d’animo. Personalmente sono sempre molto scettico sulle canzoni black metal estremamente lunghe, a parte qualche raro ed illuminato caso, soprattutto da band che nel repertorio musicale hanno due riff in croce rovescia. Non è necessario che tutto il brano o tutto il disco sia veloce come un attacco di scagazza post-chili messicano, apprezzo anche quando le band si prendono il tempo di costruire le canzoni facendole raggiungere il climax, ma questo unicamente se non stai tirando la minestra e le idee giuste le hai finite dopo mezzo minuto forse. 
Per trovare del buon black metal, in questo torbido 2000, bisogna scendere nell’underground dove i soldi non hanno ancora fatto troppi danni. I Besatt hanno qualità e con Hail Lucifer lo dimostrano pienamente. 
[Zeus]

La parabola del grunge, Pearl Jam – Binaural (2000)

Visto adesso, con gli occhi di un quasi quarantenne e tenendo presente che i Pearl Jam produrranno dischi come l’omonimo, Backspacer e Lightning BoltBinaural sembra essere un disco compatto e forte. Vedendo gli estratti dal nuovo gretathunberggiante Gigaton, Binaural è già un classico (e stiamo parlando di un disco uscito nel 2000).
Il problema è che non lo è. Non è un disco forte e compatto e non è un classico, anche se il comitato di difesa ad oltranza della produzione di Vedder&Co. potrebbe risentirsene e tirarti camice di flanella.
Binaural non è un grande disco nonostante lo abbia comprato subito e, con il tempo, abbia incominciato ad approfondire la conoscenza delle canzoni contenute al suo interno. Il problema di fondo era che, nel 2000, la band si confrontava con tutto e tutti, ma soprattutto con sé stessa.
Perchè se fino a prima c’era la spinta del grunge originario (quinquennio 1989 – 1994, giusto per stare larghi) e un’ispirazione tutto sommato decente, per quanto sempre più altalenante, nel 2000 i Pearl Jam hanno l’ignobile compito di lottare contro gli epigoni, contro i detrattori, contro chi crede che il grunge sia ormai sepolto e, non ultimo, contro il blocco creativo di Eddie Vedder.
Quest’ultimo, unito all’indecisione generale su come produrre Binaural, è il motivo per cui nel 2000 i Pearl Jam faticano a trovare la quadra. I pezzi più “pesanti” sono anche quelli più noiosi e scontati, mentre quando l’atmosfera si rilassa ecco che ne escono brani più interessanti.
A conferma di questo, il trittico iniziale è quasi sempre skippato e così anche il finale, spesso lasciato ad un lo riascolterò con calma. La parte centrale la riascolto ancora, ma se devo cercare un loro disco “moderno” che mi da delle emozioni vere, allora butto su Riot Act. In quel CD si sente qualcosa di fresco e, sfortunatamente, per l’ultima volta.
Però non bisogna farne una colpa a Binaural, non è solo per una sua incostanza che non è un buon disco. Già da No Code le scalette degli LP hanno incominciato ad essere altalenanti, troppo compresse fra pezzi realmente efficaci e derive arts-y?
Anche in questo caso interviene il gusto personale, ma una scaletta come il trittico iniziale non l’hanno più riproposta e, ahimé, questo è un dato di fatto.
Binaural è lì in mezzo, fra quello che ancora respirava le esalazioni dell’eroina dai cucchiaini e quello che, con tutto il bene e il male, ci riserverà il nuovo millennio. All’alba del 2000 i Pearl Jam, complici crisi interne e cambi di formazione, fanno l’unica cosa possibile nella loro evoluzione sonora: crescere e diventare classic rock.
Ad un’età più giovane della mia attuale, i cinque di Seattle devono diventare adulti e così vengono recipiti da un pubblico sempre più giovane e più avvezzo a chi copia rispetto a chi crea.
La copertina di Binaural rispecchia l’ironia della loro condizione: per continuare in maniera coerente, sono stati costretti a crescere; per poter crescere hanno dovuto abbandonare il grunge e la rabbia adolescenziale e quindi si sono trovati nella condizione obbligata di dover crescere e riproporre all’infiinito il ciclo che ha portato Binaural e i dischi che verranno.

[Zeus]

The Big Black, il terzo disco degli Orange Goblin (2000)

Gli Orange Goblin sono portatori sani di una contraddizione che mi balza agli occhi ogni volta che riascolto un loro disco ma che non me li fa scendere di gradimento. Ogni LP suona Orange Goblin, è perfettamente riconoscibile, ma, ecco l’ironia, gli Orange Goblin non hanno un loro sound definitivo. Questo significa che anche The Big Black è personale, ma non unico.
The Big Black è un disco compatto e dopo vent’anni non mostra segni di cedimento; merito anche di canzoni corte e senza cazzate. Si sente che il disco è un passaggio da periodo più “psichedelico” a quello più diretto e heavy del presente. Ci sono ancora le digressioni stoner classiche (Hot Magic, Red Planet), ma si incominciano a vedere i riff diretti e muscolosi come su Scorpionica (riff cannibalizzato dalla band nel futuro), Turbo Effalunt (Elephant) o Quincy the Pigboy.  
The Big Black è proprio il momento in cui Ben Ward&Co. incominciano a cambiare e diventano una macchina più “heavy” e meno stoner, se per stoner intendiamo quello che si spara mille viaggioni mentali o che tira dritto sul sentiero della droga. C’è chi rimpiangerà la vecchia forma della band inglese, quel suono “spaziale” e “acquoso”, ma io li preferisco nella versione asfalto e sudore. Seppur Frequencies from Planet Ten sia un gran disco, è la botta da auto che mi attira negli Orange Goblin – quella sensazione fisica di essere presi a schiaffi e di tirar fuori ritornelli allo stesso tempo duri e orecchiabili. 
Che poi dal vivo il rischio di prendersi due ceffoni, o di vedersi usare la testa come una palla che ti dice il futuro (come successo a me e al buon Skan al Manorfest in UK), da parte del mastodontico Ben Ward sia alto, è quella la dimensione in cui gli Orange Goblin tirano fuori il meglio: pezzi diretti, sudati, dentro tutta e via (King of the Hornets). Poche stronzate e poche attitudini intellettualoidi. 
Vent’anni dopo, The Big Black fa ancora la sua porca figura e ha un sound della madonna. Non sarà il mio disco preferito, ma molti di voi, forse, hanno approcciato gli Orange Goblin proprio con canzoni come Scorpionica o altri brani di questo LP. 
Forse, e lo dico mettendo le mani davanti, il punto d’entrata per capire Ben Ward & Co. nel 2020. 
[Zeus]

Belfegor – The Kingdom of Glacial Palaces (2000)

Si può fare dell’idolatria assoluta una carriera musicale? I polacchi Belfegor pensavano di sì, visto che hanno fatto uscire tre dischi prima di sciogliersi e mettere fine all’avventura nel mondo del metal estremo. Il debutto su LP è nel 2000 e precisamente con questo The Kingdom of Glacial Palaces
Genere? Black metal di stampo norvegese e, precisamente, rivolto ad un’adorazione assoluta del sound degli Immortal (periodo pre-At The Heart of Winter). Oltre a questo, ci sono dentro spruzzate di Gorgoroth, ma nel mix è la componente Abbath&Co. ad avere il ruolo del leone. 
Praticamente quasi tutto in questo LP richiama, in un modo o nell’altro, quanto fatto dai norvegesi prima di rivolgere il loro sguardo verso un black influenzato dal thrash tedesco
Guardatevi i titoli, la copertina, il suono delle chitarre e molto altro e tutto vi richiamerà alla mente quell’epoca miracolosa per il black metal. Però c’è da dire che questo The Kingdom of Glacial Palaces regge sulla distanza e non annoia. Derivativo sì, ma è fatto con gusto e intelligenza. 
I riff ci sono e così anche il songwriting in generale, tanto che ti viene da soffermarti a pensare: meglio questi Belfegor, didascalici sì ma capaci di puntare su un buon disco, o quanto fatto dai loro mentori spirituali negli anni successivi al 1999? 
Per una questione di integrità intellettuale, si punta sempre sul genitore del sound, ma la fede a volte cede e ti verrebbe da chiedere come sarebbe stato il sound Immortal senza la svolta e la sensibile “arteriosclerosi” del songwriting. L’ultimo disco in studio, senza Abbath ma con un Demonaz ritrovato, ci dimostra che però la formula creativa era solo sottovuoto, non persa.
I Belfegor hanno anticipato il treno della via polacca al black metal e l’esplosione dei Behemoth (e di tutta la scena nella seconda metà del 2010), perdendo così l’opportunità di portare il proprio sound ad un livello europeo. Se poi avessero guardato più verso il proprio Paese invece che intestardirsi sulle tematiche Immortal, forse staremmo parlando di un band che ce l’ha fatta. 
Non è andata così, chiamiamola sfortuna. 
[Zeus]

Tidfall – Circular Supremacy (2000)

Sono una persona orribile, soprattutto come recensore. Perché mi perdo sempre nei miei pensieri mentre ascolto un disco e su questo Circular Supremacy, opera prima dei norvegesi Tidfall, mi sono ritrovato a pensare che la parte di tastiere all’inizio di A Hidden Realm suona come la famosa marca di ammorbidente. Il che è niente, ma mi riporta in mente che, alla stregua di questo spiacevole sentore di ammorbidente per vestiti, sono riemerse memorie del passato e per la precisione dell’intro dei Marduk. In quell’occasione, la parte strumentale non era il classico “casino di guerra”, ma un qualcosa che assomigliava vagamente al mantra “voglio i biscotti”. 
Non chiedetemi perché, ma ci sono cose che mi rimangono in mente. 
Questi Tidfall, per esempio, non saranno nei miei ascolti post-recensione. Non sono malaccio, anche se il loro black metal sinfonico è derivativo e non offre nessuno spunto realmente eccitante. Se leggete Metal Archives, vedrete che sono descritti come Industrial Black Metal, non fatevi fregare, non lo sono. All’alba del 2000, i norvegesi suonano ancora un black metal melodico e sinfonico di derivazione mista fra Dimmu Borgir ed Emperor. Dai primi si distanzia per un riffing migliore ma le orchestrazioni sono monotone, dai secondi perché non ne hanno la qualità e potrebbero baciare le scarpe degli Emperor un giorno sì e l’altro anche. Ma qua stiamo dicendo l’ovvio. 
Tidfall rientrano in quella categoria di band che ascolti se sei completamente flippato per il black metal sinfonico e, di conseguenza, vai a cercarti tutto quello che suona uguale/simile al tuo genere. In tempi migliori, dicasi la prima metà degli anni ’90, un disco di questo tipo sarebbe passato praticamente inosservato, etichettato come derivativo e poco convincente; ma all’alba di un’era strana di afflosciamento generale, Circular Supremacy potrebbe anche fare il suo lavoro per accompagnarti a far la spesa o mentre sei nel traffico di ritorno a casa. 
Non imprescindibili, ma neanche osceni. Il vero problema è che solo poche volte riescono ad essere ricordabili e neanche tutte nella stessa canzone. 
Giusto per darvi l’idea di quanto erano appetibili per le masse, ma senza riuscire a scalfire nulla nelle coscienze di noi metallari, i successivi (e ultimi) due album sono usciti per la Nuclear Blast. 
Potevo dire questo all’inizio e avreste capito molto di più del mio sproloquio, ma devo passare anche io il tempo. 
[Zeus]