Polonia again. Odraza – Esperalem tkane (2014)

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Gli Odraza, da Cracow, hanno fatto uscire un disco (questo Esperalem tkane) e poi un live di una traccia (Kir) e sono striciati di nuovo nell’oscurità dei Massemord da dove provengono sia Priest che Stawrogin. Cosa ne ricaviamo? Che gli Odraza sono un progettino tanto per fare, al cazzeggio e discount?
In realtà no. Gli Odraza arrivano, mettono insieme sette tracce (sei più una strumentale), e colpiscono con un mix stranissimo di raw black metal, quel post-black metal tanto in voga nelle nuove leve polacche e, vorrei sottilinearlo, con incursioni frenquenti nel blues e nel jazz americano.
Avete letto bene: una band di black metal che non si limita ad inserire un banjio in una canzone (peraltro per pochi minuti), ma mescola parti di black metal intransigente o commistionato con caustiche venature hardcore/punk con le assolate sonorità americane. Giusto per darvi un’idea, buttate un’occhio a Tam, gdzie nas nie spotkamy e venite voi a capo di un nuovo genere musicale che potrebbe essere il country-post black metal? Che cazzo ne so io.
Probabilmente questa varietà assurda di cose che ci mettono dentro è il loro punto di forza e, per i puristi del genere, il loro più grande peccato originale. I secondi, ve lo dico con il cuore, non si dovrebbero avvicinare a questo LP, non lo apprezzerebbero e non troverebbero quelle insane vibrazioni d’odio assoluto che cercano.
Ma…
Sì, c’è un ma. Perché un conto è la musica, un conto è riuscire ad abbinarci dei testi marci, depressi e misantropi (non per niente, Odraza significa disgusto in polacco) che ne veicolino il messaggio in maniera rotonda. Sia chiaro, per capirci qualcosa dei testi mi sono dovuto affidare all’inaffidabile Google Translate, ma un senso generale della sporcizia e disillusione dei testi me l’ha data.
Debutto forte, coraggioso oserei dire, quello dei polacchi. Non essendo una band alle prime armi, aveva dalla sua esperienza e abilità di songwriting che molti newcomers non maneggiano con cura, ma l’arroganza di fondere due generi/tradizioni musicali così distanti in un disco black metal è stata un’intuizione interessante; farle coesistere in maniera decente è stato un plus che il sottoscritto non può ignorare.

Aspetto il nuovo disco, giusto per vedere se quello che ci hanno proposto in questo LP di debutto era un fuoco di paglia o la volontà di sperimentare, ben presente nel retroterra polacco moderno, è un gene che gli Odraza si portano dietro come vessillo.
Staremo a vedere.

Orange Goblin – Back From The Abyss (2014)

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L’anno scorso ho fatto uscire un articolo dedicato al ventennale di Frequencies from Planet Ten e, visto che domani, il 15.06, esce il prossimo disco (The Wolf Bites Back), direi che è ora e tempo di dare una rinfrescata all’ultimo LP in studio degli inglesi. Presentare il loro sound o quello che hanno fatto negli ultimi 20 anni, direi che è stupido e, per voi che leggete, noioso, quindi non lo farò.
Back From The Abyss vi offre esattamente quello che vi aspettate dalla band di Ward&Co: quindi groove a badilate, suoni caldi, ottime melodie e la giusta dose di aggressività (ma senza snaturne il sound originale e trasformare gli Orange Goblin in un gruppo sludge come gli Iron Monkey).

Mi permetto di divagare, ma solo perché ci sta con la musica che amiamo.
Mentre stavo riprendendo in mano questo disco per recensirlo, mi sono domandato come mai la mia memoria mi diceva “sto disco spacca, ha un groove eccezionale”, mentre il mio udito sentiva un suono loffio e inconcludente. Questo pensiero l’ho tenuto per qualche ascolto, poi ho capito che stavo sentendo il CD a volume merda e non andava. Back From The Abyss ha bisogno di volume per esprimersi, ha la necessità di ricevere Watt per potersi esprimere come vuole, in caso contrario vi sembrerà di guidare una Ferrari a 30Km all’ora e con la paura dei vigili sdraiati. B.F.T.A è un disco che deve essere messo nel lettore della macchina e va sentito a volume spropositato.

Ci sono dischi che a basse temperature non funzionano e questo è uno di quelli. Non puoi goderti gli Orange Goblin come se fossi al Buddha Bar, è una bestialità che potrebbero concepire solo quelli che credono alle scie chimiche. L’affermazione ha un senso perché Back From The Abyss beve dalla fonte del Dio con i baffi e lo fa con rispetto, sia quando mastica le imponenti note sabbathiane, sia quando getta nella mischia svaghi psichedelici o carbura il motore musicale con vaghi sentori Motorheadiani. Quello che però rimane immutabile è il tiro che hanno le canzoni e la voce di Ben Ward (sono giorni che non riesco a togliermi di testa la melodia vocale di Heavy Lies The Crown).
Se vogliamo aggiungere una nota di colore, ci sono rimandi incrociati per tutto il corso dell’LP e l’atmosfera Lovecraftiana è sottocutanea e molto, molto, azzeccata.
13 tracce in totale, di cui due strumentali (fra cui la chiusura The Shadow Over Innsmouth), sono la quantità giusta: tredici tracce mettono in mostra tutto quello che c’è da sapere e non arrivi alla fine del disco con il fiatone.
Mentre finisco questa recensione, ascolto Sabbath Hex e canticchio Do What Thou Wilt… e, chissà per quale motivo, tutto ha un senso.
[Zeus]

Fallimento& Delusione: Judas Priest – Redeemer of souls (2014)

Eccomi di nuovo con “La parola all’ignorante“, rubrica di dubbio gusto e amenità condotta dal sottoscritto. Nella puntata odierna, ritorniamo a parlare di Judas Priest e lo facciamo andando a pescare, nel mazzo di carte, il penultimo disco della formazione inglese: Redeemer Of Souls. Io, vi giuro, lo ascolto e sento una band che non ha voglia. Meglio rispetto al terribile sfrangiamento di coglioni di Nostradamus, ma pur sempre un disco in cui tutti (compreso il nuovo arrivato Ritchie Faulkner) non sembrano crederci molto. Il songwriting è debole, a volte ci sono canzoni che ti pigliano ma sono unicum piuttosto che la normalità, e Rob Halford proprio non c’è. Sul fatto che lo stile vocale del Metal God risenta degli anni non c’è dubbio (non è proprio un pischello, con 67 anni sul groppone non può certo arrampicarsi in cielo, farebbe la figura del patetico vecchietto), ma fra tenersi indietro, come fa un Robert Plant a caso, e non crederci ci passa un bel po’. Fidatevi di me che, di tirare a campare, ne so a pacchi.
Quindi ecco che, combinando l’acerba intesa della coppia d’asce TiptonFaulkner e la pericolante forma di Halford, i Judas Priest tirano fuori un disco deboluccio, carino quando gli va bene, senza il minimo sprint quando gira male e neanche il mestiere viene a supporto di canzoni sciape.
Se poi teniamo conto che oltre al Cd ufficiale di 13 pezzi, c’è anche una deluxe edition con altri cinque brani (per un totale CD di oltre 80 minuti di musica dei Judas Priest del 2014), il dubbio cresce. Cresce soprattutto perché si sa il pedigree della band, si sa cosa sanno fare e che cazzo di canzoni riescono a produrre, ma gli anni passano, le idee si fanno sottili e, in certi momenti, il mestiere è un brutto modo per dire: “non ce n’era, ci dispiace, ritornate la prossima volta“.
A discolpa della band, potrei dire che Redeemer Of Souls aveva ancora dentro i germi maligni di Nostradamus e i suoi oltre 100 minuti di musica non approvata dalla convenzione di Ginevra, ma forse è meglio interpretarlo come passo falso (o meglio, come dicono gli inglesi, half-assed attempt), girare pagina e tirar fuori da Redeemer Of Souls solo il buono e il resto dimenticarlo.
Succede anche alle grandi band, ve lo posso assicurare.
[Zeus]

 

 

Girovagando su Encyclopedia Metallum: Human Serpent – The Gradual Immersion In Nihilism (2014)

Io, gli Human Serpent, non li conoscevo.
Ma partiamo dal principio: al Colony Open Air della scorsa estate mi sono fatto un viaggione turbolento con gli Mgła e, sulle scie chimiche di questo portentoso trip metallico, mi sono andato a fare un giretto nei meandri di Encyclopedia Metallum. Come ho già detto altre volte, utilizzo E.M. quando la mia memoria si incrina e/o non ho un cazzo di voglia di cercare le fonti di quello che dico, quindi mi informo due secondi e poi scrivo le porcherie belle recensioni che voi 9 lettori adorate tanto.
Nel mezzo del cammin dell’Encyclopedia, mi sono imbattuto, saltando di link in link, sulla pagina degli Human Serpent e posso dire che mi hanno intrigato per due fattori: a) provengono dalla Grecia e, come sapete, qua a TheMurderInn siamo fanatici dei Rotting Christ – cosa che ci fa sempre sperare per la terra che governa l’Egeo; b) il titolo “The Gradual Immersion In Nihilism” mi sembrava qualcosa di buono vista la mia costante ricerca di musica “allegra e positiva”.
Giusto per provare, sia lodato il Metallo, mi sono ascoltato il loro esordio – targato 2014 – ed eccoci qua al presente e alla recensione di oggi. Perché gli Human Serpent partono strani, bislacchi e bastardi come l’herpes. I brani ci sono (otto) e la durata interessante (35 minuti) sono due fattori che depongono bene, visto che odio i dischi pretenziosi.
I greci, avendo capito questo, mi vengono incontro con un disco che è veloce, i tupa-tupa furiosi ci sono, ma che sprofonda in luridissimi rallentamenti che ti fanno esclamare: eccazzo. In senso positivo, ovvio. Perché è così, quando ci vuole ci vuole, e con questo disco un “eccazzo” ci sta.
Per completare l’opera il duo greco inserisce anche canti liturgici e sulfuree atmosfere clericali, ma sinceramente questo è un cliché abusato e non da nessun quid alla proposta dei discendenti di Agamennone. Avendo capito anche questa cosa, nei successivi due dischi, il comparto “Chiesa-monaci-riflussoesofaringeoliturgico” è stato ulteriormente diminuito (se non cassato di brutto), cosa che almeno trasporta la band in una dimensione che è la sua e non un mischione terribile di quello che è di tendenza adesso.
Da quel pomeriggio, gli Human Serpent sono finiti stabili sul mio ipod: questa è una certificazione di qualità, perché l’Ipod, a parte i dischi che devono esserci per partito preso, è lo strumento ufficiale del DEMONIO per permettermi di scrivere queste recensioni.
E se un disco rimane più del tempo necessario a capirci qualcosa, vuol dire che se ve lo perdete, causa pigrizia o perché siete impegnati a mettervi i pollici nell’ano, state facendo un grosso errore.
[Zeus]

Quando imparerò il polacco… Furia – Nocel (2014)

 

Fra tutte le band black metal polacche, i Furia sono quelli che ascolto più spesso in assoluto. Hanno un tiro molto particolare e non posso neanche dire che sono strettamente black metal, visto che ad un ascolto più approfondito si sente che i polacchi sono partiti dalla musica più amata da Satana per sperimentare e avanzare in una sorta di experimental/post-black metal. Cosa voglia dire questa definizione, solo il Grande Capro lo sa.
Penso sia un modo quanto mai vago per far rientrare i Furia in un calderone come quello del black metal, ma nello stesso tempo distinguerli quanto basta per non essere l’ennesima riproposizione, da nazione diversa, del classico sound estremo. Perché le componenti basilari del black metal, in Nocel (datato 2014), ci sono tutte, ma poi ecco che le atmosfere si diradano e subentrano degli arpeggi (Ptaki idą) o, se lo ascolti mentre stai camminando, ti ritrovi a pensare che questo disco ha un non-so-che degli ultimi parti musicali degli Enslaved. Non è questione di progressive-black metal, ma è il giocare sui chiaro-scuri musicali che distanzia questi polacchi dagli altri adoratori di Satana.
Per avere un’idea di quello che sto dicendo si potrebbero ascoltare i 3 minuti di Zamawianie drugie, canzone che neanche sotto tortura potrei definire trve black metal, visto che procede con piglio rock sbattendose ampiamente il cazzo, ma il brano ha l’attitudine black dei penultimi Shining (quelli svedesi).
Come fareste voi a definire una band di questo tipo?
Perché poi parte la lunga (oltre 13 minuti) Niezwykła nieludzka nieprzyzwoitość ed ecco che si sommano tratti che richiamano il blast beat tipicamente black ma poi si le atmosfere si dilatano e ne esce fuori una parte che va ad addentrarsi nelle lande desolate frequentate proprio dagli Enslaved e poi ecco il finale con un grande riff che, di black ha poco, ma di rock/metal moltissimo.
I Furia, con il penultimo Nocel, si mettono in scia ai grandi norvegesi e propongono una via polacca al post-black metal. Non tradiscono le origini, ma sicuramente non più la band che ha pubblicato Martwa polska jesień, primo full lenght della band – anche se, a dirla tutta, si sentiva già che il sound dei Furia era destinato a spostarsi verso lidi meno ortodossi.
[Zeus]

Pantera – Far Beyond Driven (Deluxe Edition)

Ormai mi sono deciso a portarmi a pari con le uscite dei Pantera. Non per niente, solo perché avendo una particolare venerazione per questa band, mi rende sempre molto irritabile il fatto di lasciare indietro parte del lavoro. Se poi le case discografiche non cercassero di guadagnare soldi a iosa pubblicando le stesse identiche cose, sarebbe un compito meno ingrato.
Far Beyond Driven ha portato i Pantera al num 1 delle classifiche, cosa impensabile per una band che proponeva un genere che definire estremo (nel senso thrash del termine) era un eufemismo. Il cambio di rotta da Cowboys From Hell è stato graduale ma determinato. Il thrash+metal classico di CFH è stato distorto in un groove-thrash in VDOP per arrivare, infine, ad un concentrato di thrash-core di FBD.
Il disco vede la presenza di pezzi affilati come rasoi e potenti, incattivi dalle vocals di Phil Anselmo e da un’attitudine più estrema, e alcuni brani che propendono per una concezione quasi techno-thrash-core (quelli centrali, che infatti rallentano le velocità e le bastonate dei primi pezzi).
Il pezzo “tranquillo” della band viene messo in chiusura di disco ed è una cover dei Black Sabbath (Planet Caravan).
Detto questo che, come potete leggere, non aggiunge niente a quello che viene tramandato da fratello maggiore a fratello minore, la questione ritorna a: ma è utile comprare la versione Deluxe?
La nuova edizione vede dentro un DVD live dell’esibizione al Monster of Rock del 1994. Anche in questo caso, vale la pena comprarsi di nuovo il CD per un DVD? Se siete fan o non avete mai preso un disco della band, sì… se no, tenetevi tranquillamente la vostra copia usurata dall’ascolto. Che cazzo. Mica si può foraggiare l’avidità delle case discografiche.

[By Zeus]

Pantera – Vulgar Display Of Power (Deluxe Edt.)

Qua a The MuderInn non ci facciamo mancare niente. Siamo sempre sul pezzo. Sto parlando ovviamente degli altri collaboratori, io sono un fancazzista da ultimo stadio. Per questo motivo mi presento adesso con la recensione della Deluxe Edition di un album come Vulgar Display Of Power dei Pantera. Cosa c’è da dire di un album epocale come VDOP?! Poco o niente. Tutti hanno detto di tutto e non sarò certo io a contraddire quello che altri hanno già scritto, anche perché è innegabile che in questo disco troviamo la band in palla e nella sua versione migliore. Prima di sparare bordate di thrash-core o thrash-core mischiato allo sludge, ecco che la band dei fratelli Abbott getta fuori un disco da cui tutta la seconda generazione di thrasher ha imparato qualcosa (chi meglio, chi peggio… e della seconda schiera ce ne sono troppi. ‘sti stronzi.).
La versione deluxe, però, ha due regali per i fan: il primo è Piss, una lost track della band (l’unica a quanto dice Vinnie Paul); il secondo è il DVD contenente l’esibizione italiana al Monster Of Rock e qualche video ufficiale che avevamo già visto in Vulgar Videos From Hell.
Un’edizione più povera di Cowboys From Hell? Sicuro.
Vale la pena di sborsare sonori euro per una sola traccia? Solo se siete fan scatenati della band o se volete acquistare un album dei Pantera, se no spendeteli per un kebab.
Piss è una canzone sufficiente e giustamente i Pantera hanno deciso di escluderla da una scaletta lucidata alla perfezione. L’unico in buona forma nella canzone è Dimebag, gli altri si arrangiano e timbrano il cartellino, ma lo scazzo è evidente. In compenso qualche riff di Piss è stato ripreso e utilizzato per le bordate di Use My Third Arm.
Ok, questa versione per i 25 anni non aggiunge ‘na fava all’importanza di Vulgar Display Of Power. Ma pensavate realmente il contrario?!

[By Zeus]

Mastodon – Once More ‘Round The Sun (2014)

Arrivo con un ritardo tale che, detto da una ragazza al proprio boyfriend, farebbe tremare le mani anche al più hardcore di noi maschi. Questo lo dico perché qua dentro non trovate novità. Solo una mia opinione affinata con il passare del tempo e dell’andare in bici con ‘sto album nelle orecchie. Avevo amato i Mastodon quando erano ignorantissimi e grezzamente sludge e, con Leviathan o Remission, mettevano bombe nelle orecchie del malcapitato ascoltatore. La deriva psichedelica l’avevo apprezzata quanto la fila nelle Poste, vedete voi. Il fatto che, nel 2014 (ma avevano incominciato il discorso già con The Hunter), si siano decisi a prendere le palle in mano e fare un disco diretto, senza troppe pippe mentali, fatto di riff ed energia, non può che trovarmi soddisfatto.
Le canzoni spaccano e, a parte qualche eccezione, non superano i 4-5 minuti di durata che, per l’ascoltatore medio di metal come il sottoscritto, sono la quantità giusta prima di prendere la deriva del prog e trovarmi perplesso. Non sempre, ma spesso succede. Soprattutto quando i riff sono messi a cazzo di cane (non è il caso dei Mastodon, ma di troppi gruppi che spippeggiano allegramente).
Ci sono parti negative? Solo un piccolo appunto sulla voce. Troy Sanders sapeva gridare come un ossesso ma la parte clean esce fuori un po’ zoppicante. Niente da nascondersi dietro un paravento, ma ho sentito cantanti più dotati. Ci sono i soliti ospiti speciali (fra cui il classico Scott Kelly, ormai una presenza costante nei dischi dei Mastodon) e la truppa macina bene anche quando punta il riff in direzione più lisergica e settantiniana.
Once More ‘Round The Sun è un album che si fa piacere. Costruito bene. Ma cristo ritornate a berciare, perché ste vocals messe ad minchiam sono un po’ così.

[By Zeus]

The Hate Colony – Navigate (2014)

Dalle fredde terre norvegesi non arriva solo black metal, ma anche del metalcore di matrice americana, e prova ne è questo “Navigate“, secondo disco in studio dei The Hate Colony.
Il quintetto, originario di Trondheim, sforna 13 canzoni tendenzialmente orientate verso tutto il filone del metal moderno d’oltreoceano, strizzando l’occhio ai canoni del genere, e accostandosi a gruppi quali Lamb of God e Chimaira in particolare, ma con qualche venatura leggermente atmosferica, ottenuta grazie a un interessante apporto di tastiere in alcuni brani (“Trigger” su tutte).
I 47 minuti dell’album scorrono piacevoli e veloci e non annoiano mai l’ascoltatore: la produzione è egregia, le canzoni hanno ritmo, aggressività ma anche melodia (ad esempio in “The Letter“), e la tecnica del gruppo veramente buona; sebbene non si possa dire che gli Hate Colony siano gli unici a proporre questo genere di musica, sicuramente le qualità sopra descritte possono fare la differenza rispetto a tanti altri gruppi metalcore, anche nel nuovo continente.

Se amate il genere, ascoltatelo e difficilmente rimarrete delusi.

 [by Somberlain]

Crucified Barbara – In The Red (2014)

Sono rimasto basito quando ho scoperto che dalla Svezia, oltre all’IKEA, gli Entombed ed una massa di ubriaconi patentati, sono uscite anche ste ragazze delle Crucified Barbara. Ne avevo sentito parlare in giro e so (grazie a Google) che hanno pubblicato ben tre dischi prima di questo. E io ascolto solo questo, un po’ perché sono stra-pieno con il lavoro, un po’ perché il metal al femminile mi ha sempre lasciato un po’ indifferente (caso a parte dei The Gathering). Lo ammetto, l’ascolto non è male, piace il groove, piace il fatto che le chitarre ci siano (ma Cristo, se non ci son chitarre, di che cazzo stiamo parlando!?) e che la voce non si metta a miagolare come una gatta in calore ma che mantenga una sua dignità nel corso di tutto il disco. Che poi mi venga voglia, ma una voglia matta di premere nuovamente il tasto play, beh, è tutto un’altra storia. Non perchè sia un brutto disco. Non perchè non ci sia qualcosa di piacevole dentro (a parte le foto promozionali). Ma proprio perché dalla musica si vorrebbe qualcosa di più di qualche schema trito e ri-trito, di canzoni che hanno fatto il loro tempo prima di essere concluse. Non vogliono innovare, questo lo so anche io… ma forse con l’età sto diventando quel rompicazzo che dice “beh, ma un disco dei Pantera ha decisamente più groove rispetto a questo” (e sticazzi, direi io, ma sono un pseudo-recensore e non lo dirò).
Prendetelo questo disco, ma non aspettatevi di ascoltarlo mille volte o di conservarlo nella vostra bacheca dei trofei. Un disco decente, sbarazzino, metal nel senso tranquillo del termine. Ma metal quanto basta per farlo entrare in TMI.
Vi accontentate che abbia le caratteristiche per entrare su The Murder Inn o cercate altro?!

[by Zeus]