Gang Band Festival 2018 (Baselga di Piné)

Lo dico subito, per il buon Skan e il sottoscritto non è stata una scelta semplice e venire a questo festival è stato un processo decisionale che ha escluso il più grande Rock The Castle. Ma ormai siamo vecchi e il pensiero di restare inchiodati sotto il sole cocente, da veri TRVE metaller, non ci attirava minimamente e così, visto l’headliner di giornata (i Nanowar Of Steel), la foto della location (vicino al lago di Piné in Trentino) e il totale relax che traspariva dalle foto, ci siamo decisi per il Gang Band Festival.
La realtà dei fatti ha pareggiato l’aspettativa e il leggero venticello che soffiava riusciva a non farti rimpiangere la scelta mentre stavamo aspettando la sera. Ma il fatto di avere 5/6 gradi in meno rispetto a Bolzano, cari miei, era già una manna dal cielo.
Il posto è buono, bel prato, ombra e visto che non si aspettavano le folle oceaniche del Rock The Castle, tutto era fatto a misura d’uomo: campeggio gratuito, servizio di catering e il posto che ha subito un assedio costante per tutto il pomeriggio: lo stand della birra.
La prima manifestazione è stata fatta ad uso e consumo dei turisti del luogo, visto che era un concerto di bande locali e così ci siamo svaccati sul prato, all’ombra, mentre le bande di paese spaziavano fra canzoni tradizioni e colonne sonore di film. Il tutto vestiti di tutto punto con i costumi tradizionali.
Ironia della sorte, i turisti hanno anche rumoreggiato perché la banda locale faceva troppo casino… avessero saputo cosa gli aspettava dopo, avrebbero eretto monumenti al sound rilassato che li aveva accompagnati mentre si arrostivano al sole.
In questo momento ho un dubbio atroce, sulla locandina c’erano segnate tre band prima dei Nanowar Of Steel; alla prova dei fatti sono salite quattro band e io, vi giuro, non so che nome assegnare alle prime due. Scusate.
Facciamo così, io ci provo e poi mi correggerete…
I primi a salire sul palco sono i Pussynet cleaning Services di Piné. Il suono esce benissimo dalle casse e loro fanno un punk-rock melodico (California) e scaldano un po’ le assi. Io non sono un amante del punk rock, a parte i Social Distortion, quindi mi fermo a dire che hanno fatto il loro show e hanno lasciato spazio alla band senza nome.
Non ho idea di chi siano quelli che sono saliti sul palco dopo i punk rockers trentini. Quello che so, però, è che il set è tutto incentrato su cover di band famose (rock indipendente, rock revival e così via, quindi mi ricordo nomi come i The Jet, i Priestess etc) e il pubblico si è subito mosso di più. I trentini, anche questa band senza nome era di zona, si è portata un buon seguito di amici e il rapporto stretto fra le band ha portato ad un buon supporto reciproco fra i vari gruppi.
Finito il set della band, Skan e io ci siamo trovati d’accordo su una cosa: la band era bravina, faceva il suo lavoro senza infamia e senza lode (ed è una gran cosa rispetto a gruppi che torturano le canzoni! N.d.A), ma la vera nota di merito va al cantante, veramente bravissimo.
Dopo questi ragazzi, ecco che salgono i Vortika (Valle di Cembra). Non mi hanno preso molto, anche perché il sound che spaziava in varie sottosezioni di nu-metal et similia non mi ha mai preso. Quindi ne abbiamo approfittato per rilassarci e passare un po’ di tempo distante dal palco. I suoni, come per i primi due gruppi, erano molto buoni, chiari e potenti ed è stata una piacevolissima sorpresa.
Finito con i Vortika, raggiungiamo di nuovo la nostra zolla davanti al palco. La gente ha incominciato ad affollare la zona antistante alle transenne, ma a guardarmi alle spalle (direzione banco birra), posso giurare che il rapporto è 20% davanti al palco – 80% a bere come assassini (Odino vi loda ragazzi e ragazze!).
Un po’ in ritardo sui tempi, iniziano a suonare i Bullshit. Alla chitarra ritmica ritroviamo il cantante della band senza nome, mentre il resto del gruppo è formato da ragazzi che ho scorto nel parco e a bere birra. I Bullshit attaccano subito con un adrenalinico rock-metal e non smettono di picchiare fino alla fine. Hanno ironia e suonano abbastanza bene, con il cantante che è evidentemente divertito e questo è sempre bello e fa show. Anche il resto del gruppo è di ottimo umore e fa sì che tutto il concerto sia energico, abbastanza metal ma con l’animo rock e condito da bestemmie e pezzi ironici (mi ricordo Bunga Bunga – non credo che devo spiegarvi il significato e/o il testo), cover (la sigla dei Cavalieri dello Zodiaco) e una serie di pezzi originali influenzati tanto dalla band di Lemmy, quanto dal rock degli AC/DC etc.
Finito con i Bullshit, è il turno degli headliner di giornata: i Nanowar Of Steel. Loro sono divertenti e suonano veramente bene e, per me, iniziare il concerto con Bestie di Seitan è stato un colpo bassissimo visto che mi sono esaltato subito. Un problema, però, è sorto immediatamente: i suoni, fino a quel momento ottimi e potenti, erano completamente sbilanciati e a tratti non si capiva assolutamente niente. Molte volte sapevo cosa stavano cantando solo perché mi ricordavo i testi, ma da davanti al palco non si capiva assolutamente niente di quello che stavano dicendo (peccato, perché ci sembra di aver capito che hanno fatto variazioni sul testo su Sottosegretari alla presidenza della repubblica del Truemetal). A parte questo fattore, un po’ fastidioso, il concerto è andato avanti alla grande prendendo pezzi dalla discografia: da Barbagianni400 Calci, da Ode al CetrioloFeudalesimo e Libertà (accolta con un boato da molti dei presenti). La band ha presentato la nuova The Call Of Cthulhu e poi ha tirato fuori anche Esce ma non mi rosica A cena da Gianni.
Togliamoci il dente subito: il pezzo che ha ricevuto il boato più grande, forse forse a pari merito con Feudalesimo e Libertà – ma non credo, è stato Giorgio Mastrota. Questo è il pezzo che molti aspettavano e, lo ammetto, io con loro.
Finito Giorgio Mastrota mi guardo di nuovo alle spalle, credendo di vedere il pienone… ma niente, la percentuale si è forse spostata su un 35-65, ma la gran parte della gente continuava a donare il fegato a Satana! Ci vuole dedizione anche in questo, il Valhalla vi aspetta.

Quando ci siamo allontanati dal palco stavano ancora andando le ultime note dei Nanowar ed erano quasi le due di mattina. Che trip temporale degno di Cthulhu.
[Zeus]

Grigliare il maiale e inneggiare Satana. Ovvero: At Ranch With Devils pt. 1

L'immagine può contenere: una o più persone e sMS

Questa sarà il report di concerto peggiore in assoluto, ma essendo parte in causa mi tocca anche variegare la situazione con spruzzatine di arcobaleno e qualche unicorno come complemento artistico.
Non si dovrebbero fare report su concerti in cui si partecipa “non attivamente ma in maniera sostanziale”
, ma visto che vado a pochi concerti prendo l’occasione al volo e saluti.

30.04.2018 chiamata alle armi, si rimette insieme “la vecchia band” (secondo le immortali parole di Skan). Io mando il mio pollicione in su e sono convocato al primo concerto At Ranch With Devils all’Happy Ranch di Cembra (Trentino). Vista l’occasione ritrovo il mio posto dietro il banco gadgets/merch degli Slowtorch e quindi tutto sa di passato e presente nello stesso momento.
L’Happy Ranch non lo conoscevo, quindi vederlo è stato interessante. La struttura è enorme e il posto dove si suona contiene quanto basta di gente.
L’At Ranch With Devils è un festivalino che propone un sound fra l’hard rock, lo stoner, il thrash e tutto quello che ci sta nel mezzo, con tante band locali (addirittura cinque su sei) e poi i pezzi grossi: gli svedesi Transport League.

Scaricato tutto, ecco che parte il soundcheck/linecheck della prima band: i Diaolokan. Triturano fuori un thrash sordido e aggressivo per tutta la durata del concerto e, il tutto, viene condito da un cantato in trentino (almeno quello che riesco a capire, causa sporcizia del sound in uscita dalle casse). Una cover per gradire – i Pantera – e tanta esperienza da una band che, per attitudine e tacche alcoliche sulla cintura, mi ha ricordato i Demolition’s Hammer.

Primo cambio di palco e salgono i Forstoner. A parte la genialità di aver regalato nuova vita ad un birra locale (ma conosciuta a livello nazionale – suvvia, capite quale dal nome), i quattro trentini sparano una serie di cover stoner che ti fanno star bene. Il cantante è pienamente nella parte di colui che vede le persone morte e continua a bere whisky e/o birra per tutto il concerto – cosa che lo rende un Warrior agli occhi del dio del metallo. Il set parte con Gardenia dei Kyuss e poi prosegue con tracce conosciute e altre, ahimé, che riconosco ma non ricordo. In compenso mi ricordo la tizia che ha ballato tutto il tempo davanti al palco, ci vuole attitudine – che Satana l’abbia in gloria. Giocando sulle cover i Forstoner hanno vita “semplice” nell’acchiappare la gente, ma fare cover ha anche la sua intrinseca difficoltà: se non le fai bene, fai una figura che definire di merda è un eufemismo. Quindi, buon risultato e buona esecuzione.

Con ancora gli amplificatori che fischiano, ecco che attaccano gli FSM. Qui, porco il mondo su cui cammino, mi son perso. Non avevo neanche bevuto, quindi la mia incompetenza è proprio perché stavo lavorando al banco merch e sono andato a rompere il cazzo ai tizi che facevano da mangiare per farmi un panino con porchetta homemade. Sia lode a loro e al porco, che è sempre il dio dei nostri pranzi (battuta fatta ad hoc). Gli FSM sibilano, sbraitano, suonano ma io li perdo. Chiedo venia, sarà la prossima volta.

Dopo gli FSM, ecco che salgono i Blowout. Avevo visto la band trentina al Malevolent Monkey Metalfest pt.1  (dio s*******o che nomi enormi) come supporter dei Fake Idols – band, quest’ultima, che non mi è piaciuta manco per il cazzo (la mia opinione vale meno di zero e lo so, ma almeno la dico e sento il cuore più leggero). Ritornando ai Blowout, si viene colpiti subito dalla strumentazione e dai “sticazzi” che escono dalle bocche dei musicisti presenti. Tanta cosa e tanta dedizione. Il sound è un metal sudista che mischia un po’ di Pantera, un po’ di BLS, un po’ di Down e qualche altra chicca in giro. Ovvio, i rimandi che ho detto sono tutti per capire la tipologia del sound, non sono rimandi tout court. Il loro lavoro lo fanno, il singer sputa i polmoni e il suono è bello pompato.
Qualcosa manca nel sound o nei pezzi, forse un pezzo “killer”, ma lavorandoci su un po’ lo riusciranno a trovare.

Questo è il mio momento di profondo imbarazzo: recensire il concerto degli Slowtorch sarebbe come decantare Yahweh mentre sono un testimone di Geova, quindi vagamente di parte. Facciamo così, io non racconto lo show, ma vi dico cosa hanno potuto vedere quelli che lo guardavano da sotto il palco. Questo era lo show-reunion con il vecchio bassista Skan in versione “session man”, quindi un’occasione nell’occasione. La gente ha incominciato a ballare e fare headbanging e, cosa che testimonia l’impatto di una band, voleva i CD del gruppo per ascoltare la musica anche a casa. Lo show è durato un’oretta circa, quindi chi voleva sfasciarsi la faccia ha avuto il tempo, il resto degli alcolisti (che Satana li abbia in gloria) ha deciso di testimoniare a favore del metal bevendo. Occupazione onesta e giusta.
Il resto? Composizioni originali e show “storico”, visto che non c’erano nuovi brani in scaletta. Sound un po’ confuso all’inizio, ma poi è partito. Il resto? Chiedetelo alle persone che, sotto il palco, hanno dato sudore per la band.

Ultimo gruppo ed ecco gli headliner: i Transport League. Avrei dovuto ascoltarli meglio, ma ero occupato con gli ultimi residui di lavoro al merch e operazioni belliche di carico/scarico del materiale dei ‘Torch, quindi sono rimasto un po’ in disparte ad ascoltarli. In secondo luogo c’era il Pulled Pork ad attirarmi e ho dovuto saziare la fame nera che mi ha assalito a metà serata. Nel sottofondo i Transport League hanno tirato giù secchiate di hard rock/stoner che metà ne bastava. Una carica enorme, forse anche perché questa era una data del tour prima di una pausa di tre giorni, e il pubblico è andato fuori di testa completamente. Gente mezza nuda che saltava, tirava testate sul palco, bestemmiava, pogava e tutto quello che, di bello, è il metal. Perché, chi non è metal, non sa assolutamente cosa si prova a lasciar andare via tutta la settimana in una sana ed equilibrata mattanza. Lo show è energico e i suoi sono anche buoni, quindi non c’è niente da lamentarsi. Il pubblico ha gradito e, dal numero di magliette che giravano, direi che è stato un vero successo – compresa la piomba micidiale che si è preso il tizio al merch. Questo enorme svedese è partito bene, non agile vista la stazza ma discretamente attivo poi, dopo un’oretta scarsa dal nostro arrivo e una X-quantità di birre ingurgitate, ha smesso di proferir parola (sensata) per assestarsi su una fermezza di membra da creare imbarazzo al Budda e un tenore alcolico da far paura.
Quando l’ho rivisto girare, finito il concerto, si muoveva con la grazia di un giocatore di football americano in pieno stato confusionale. Grandioso.

Il post-concerto? Quello che succede all’Happy Ranch, rimane all’Happy Ranch.

[Zeus]

Gonfio d’alcool – Ozzy Osbourne in The Ultimate Sin

Ho un affetto incondizionato per Ozzy.
Sono uno di quelli che lo difende a spada tratta e che dice: “cazzo, non si è messo ADESSO a ciondolare per il palco… lo faceva già negli anni 70”. Quando sento questo The Ultimate Sin, però, mi viene difficile riuscire a difenderlo. Sbomballato dalle droghe e dall’alcool, Ozzy registra una porcheria di prodotto e riesce persino ad avere una bella visibilità grazie alla plasticosità di Shot In The Dark. La metà degli anni 80 prendono a ceffoni il Madman e gli fanno tirare fuori un disco che sa di hair metal lontano un chilometro e, dal canto suo, non ha un riff ricordabile.
Fanculo lui e le tonnellate di roba che si è sparato nel naso.
Non sono arrivato subito a questo disco. Ho iniziato la mia scoperta dell’Ozzy solista con Blizzard Of Oz e poi No More Tears, poi ho raccattato dischi qua e la per capire che diavolo avesse registrato il buon Osbourne fra una ubriacatura e l’altra. E fra un Tribute e un Bark At The Moon ti capita anche The Ultimate Sin capisci che non tutte le ciambelle sono uscite col buco.
Probabilmente il disco di Ozzy che ascolto meno in assoluto. Non mi ricordo una canzone una neanche a pagamento. Adesso che ci penso, e lo dico con cognizione di causa, la cover art fa anche schifo e questo è un’ulteriore malus al disco.
Il problema con Ozzy è che non gli puoi voler male per essere tamarro, per prendere il peggio del becero hair metal, dell’hard rock e metal e mescolarli alla bene e meglio e sputacchiarli fuori. Gli si vuole bene, tutti quanti negli anni ’80 abbiamo avuto un momento di debolezza… a lui si perdona questo The Ultimate Sin.
Non ce lo si fa piacere, ma glielo si perdona.
Come se non ci fosse Ozzy, non preoccuparti. Ti aspettiamo con No Rest For The Wicked (che, poi, non è neanche un grandissimo capolavoro).
[Zeus]