Ricordi di un tempo che fu.. Scorpions – Best of Rockers ‘n’ Ballads (1989)

Non ha proprio senso recensire un best of degli Scorpions, credetemi. E il motivo è così lampante da lasciarti senza fiato: è un best of. Punto. E non contiene neanche la canzone per cui, presumibilmente, l’avevo preso: Wind of Change. Perché è così, quando prendi una compilation su cassetta, sulla scia della canzone del momento e non la trovi, probabilmente ti girerà il cazzo dopo pochi ascolti. Così fu, non mi nascondo.
Ma cosa volete dire al me medesimo in pieno sfacelo da elementari/inizio medie? Niente, tranne sei un coglione… ma questo è un commento così generale per l’età adolescente che non mi spingerei a considerarlo un insulto vero e proprio.
Ma poi degli Scorpions mi sono innamorato? No, la realtà è che dopo Wind Of Change (ma anche prima) non li ho più neanche cercati e non ne capisco il motivo, probabilmente non mi hanno mai preso del tutto e ho incominciato a cercare altra musica che poi mi avrebbe portato al sacro metallo (partendo ovviamente dai Black Sabbath). Forse è quello il motivo, il fatto che i teteski non erano nelle mie corde, mentre cercavo qualcosa nella musica. Arrivati troppo presto? Troppo tardi? O solo in un momento in cui i miei gusti da decenne mi spingevano a sentire Queen e Dire Straits con maggiore curiosità.
Dei primi provando del piacere ascoltando I Want It All, ancora oggi una canzone che mi ricorda con affetto i pomeriggi ad aspettare che un amico mi copiasse su cassetta musica “da sentire/scoprire”; della band di Mark Knopfler tutto l’apparato musicale e l’idea, forse malsana, che dentro quella cassettina BASF gialla ci fosse la colonna sonora ideale per la macchina.
Il fatto che poi mi sia spinto a ricredermi e cercare nello stoner o nel southern-rock/metal il genere giusto per accompagnarmi sull’asfalto, direi che è un proseguimento ideale dell’avere “la giusta musica quando si viaggia”.
Gli Scorpions, invece, sono rimasti cementati (anche se è un momento successivo all’acquisto della cassetta, ma chissenefotte della consecutio temporum) ad una gita di classe, in cui mi son ritrovato in uno scomparto del treno con alcuni compagni presi malissimo dalla suddetta Wind of Change. Talmente presi male che l’hanno fischiettata o cantata mille volte, tanto che alla fine mi son preso male anche io.
Dopo l’ennesima volta che la senti cantare o fischietti l’inizio, diventa una droga. Dopo l’ennesima volta che la senti cantare o fischietti l’inizio, incominci ad averne anche le palle piene. E con buona ragione.
Quindi adesso mi approccio a quella canzone con sentimenti contrastanti, non cambio mai canale e mi piace ancora ascoltarmela; ma non riesco a citarla a capocchia in una conversazione. L’agrodolce che ti porti dietro dalle superiori.
Capite che vita difficile, cerchi di farti una cultura musicale e invece finisci per trovarti a questionare sulla tua evoluzione metallica. 
Intanto gli Scorpions rimangono, per me, una band sentita ma comunque mezza sconosciuta. 
Scusa Skan
[Zeus]

La baffuta mano di Dio – Seventh Star

Porco demonio quante volte ho scritto sta cazzo di recensione? Ormai scrivo recensioni dei Black Sabbath e, in fase di rilettura, scopro di non avere mai un’opinione uguale. Che cazzo di situazione. Seventh Star, poi, non posso neanche considerarlo, a cuor leggero, un album dei Sabbath.

Cristo, se persino Iommi si è messo in featuring, figurati te se io mi metto a discutere con il Riffmaster. Quando ho sentito questo disco per la prima volta, io, che sono un hardcore dell’era Ozzy (ad esclusione di Technical Ecstasy e Never Say Die! che non mi riescono ad entrare nel sangue), ho avuto un colpo al cuore.
Un po’ come vedere da lontano una bella ragazza, avvicinarsi facendo il brillante, e notare che ha il pomo d’Adamo. Checazzo.
Seventh Star non è un album dei Sabbath pur essendo suonato bene e cantato da un Glenn Hughes che riesce a tirar fuori qualcosa di buono pur nella nebbia assoluta della fattanza (non che Iommi, al tempo, non fosse impolverato come un quartiere di Bogotà). Il fatto è che questo disco è un hard rock puro e semplice, con venature blues, ma non ha niente, assolutamente niente, dell’aura oscura che avevano i dischi precedenti.
Posso dire una cosa senza incorrere nelle ire dei puristi Sabbathiani? In quelli che credono che tutto sia perfetto sotto il sole del Dio Iommi?
Ma vi rendete conto che la canzone No Stranger To Love e il relativo video sono imbarazzanti? Cazzo, Glenn Hughes è uno spot per la tossicodipenza, Iommi ha la faccia appesa e tenuta su dalla coca e, ammettiamolo, non capisce perché cazzo è in un video di merda. Taccio, poi, sul concept del video: anche se un appunto lo faccio, “fa cagare il cazzo“.
Gli anni 80 hanno spaccato le gambe anche ai Sabbath sotto molti aspetti, ma dentro questi solchi, fanculo al mondo su cui cammino, ci sono comunque dei riff Iommi al 100%. E, opinioni a parte, è una bella cosa da sentire. Ti fa sentire in pace con il mondo.
PS: sono convinto di aver scritto almeno altre 5 recensioni su web di Seventh Star… e tutte con opinioni differenti.

[Zeus]

Black Sabbath Pills – Gli Anni 80

* Chi volesse recuperare la precedente puntata, può cliccare su EARLY YEARS*

Nelle precedenti recensioni mi sono occupato della prima parte della carriera dei Black Sabbath. Questi anni (dal 1970 al 1979) sono, a ragione, i più importanti per definire lo status leggendario della compagine inglese. Con l’abbandono/licenziamento di Ozzy Osbourne, il più carismatico dei molteplici vocalist avuti dai Sabbath, la band incomincia uno dei periodi più travagliati della sua lunga storia. Non anticipo niente e vado diretto alle recensioni.

Black Sabbath – Heaven And Hell (1980)

All’indomani dell’allontanamento di Ozzy dalla band, Iommi decide di non smantellare il gruppo e proseguire l’attività con un nuovo singer. Il chitarrista sceglie il carismatico Ronnie James Dio (di fama Elf e Rainbow) come sostituto e incide il successore del deludente Never Say Die! L’album che esce dalle session di registrazione è Heaven And Hell. Il disco è composto principalmente da Iommi e Dio (che si occupa anche delle lyrics, sostituendo Butler), lasciando il bassista e il batterista in un ruolo marginale. Le canzoni sono meno oscure e progressive delle recenti uscite, o del passato remoto della band, ma hanno un’aura di epicità così evidente che mai prima d’ora si era respirata nelle composizioni di Iommi&Co. Saranno i testi fantasy di Dio (Heaven And Hell, Neon Knights o anche Children Of The Sea, tanto per citarne alcuni) o le partiture più “lineari” di Iommi&Co., ma Heaven and Hell perde forse in oscurità e “malvagità” per diventare corposo, tonante e evocativo. In altri termini? I Black Sabbath più ispirati dell’era Dio.

Black Sabbath – Mob Rules (1981)

Il tour a supporto del primo disco con Dio miete però una “vittima”: Bill Ward. Il batterista lascia la band, e gli storici compagni Iommi e Butler, per affrontare il suo demone più grande: l’alcool. Vinny Appice, su suggerimento di Dio, entra a far parte dei Black Sabbath. Con la formazione al completo la band entra in studio e produce il corposo Mob Rules. L’album è ben suonato e prodotto, ma risente il confronto con Heaven And Hell e questo, inevitabilmente, segna il giudizio sul nuovo disco.
Non si può negare che Mob Rules contenga degli episodi ispirati (l’epica The Sign Of The Southern Cross, quel divertente esperimento country-metal di Country Girl) o accattivanti (The Mob Rules con la sua aggressione metal, le percussioni di Falling Off The Edge Of The World), ma nella tracklist incominciano a filtrare episodi meno ispirati. Da lontano sembra un disco enorme, ma avvicinandosi si vedono le prime crepe.

Black Sabbath – Live Evil (1982)

Il 1982 vede l’uscita del primo live della band: Live Evil. La formazione, Iommi-Dio-Butler-Appice, è quella di Mob Rules e si sente. I Black Sabbath sono ben rodati e l’alchimia fra la band è palpabile. I brani pescano da tutta la discografia, i Sabbath optano per dare maggiore spazio alle canzoni dell’era Dio ma non vengono tralasciati i grandi classici dell’era Ozzy. Dio è un performer eccezionale, magnetico e capace di imprimere ai brani un tocco personale senza scimmiottare le partiture del singer precedente. Questo aspetto è un bene e male allo stesso tempo: i brani hanno vita nuova e acquistano un’aura quasi gotica, ma non sono cantati da Ozzy. Su disco si sente “la fatica” di Dio nel riuscire a rendere giustizia a linee vocali sì più semplici (spesso seguono i riff), ma talmente associate alle folli performance del Madman da essere di difficile riproduzione per chiunque (al di fuori di Ozzy stesso). Quando la band parte con i brani di Heaven And Hell, però, si sente una torrenziale potenza che ti fa capire che loro sono ancora i primi della classe (vedasi la versione monster di Heaven And Hell)
Lascio per ultime due note: Live Evil è un disco tarocco, ampiamente rimaneggiato in studio, e questo fattore scatenerà una furidonda lite fra le parti che porterà alla separazione del duo Iommi-Butler da Dio-Appice (che andranno a formare i DIO).

Black Sabbath – Born Again (1983)

C’è una vecchia battuta che gira da non so quanto tempo e dice (più o meno): Tony Iommi suona talmente forte su Born Again che potete sentirlo anche sul primo disco dei Metallica. Battute a parte, Born Again è l’album più metal, potente e grezzo dei Nostri. Oltre ad essere quello con la formazione meno probabile di tutte: insieme a Iommi e Butler ed al redivivo Ward (rientrato nei Sabbath, ma solo in studio), c’è niente meno che Ian Gillan (in quel momento fuori dai Deep Purple). Born Again è un disco cattivo, quasi feroce, e con una tripletta iniziale come Trashed, Disturbing The Priest (schizoide) e la monolitica Zero The Hero a farla da padrone. Il “peggio”, però, arriva nella seconda parte del disco. La sola title track tiene alto l’onore della casa, mentre il resto dei brani è sì buono, ma non tanto da renderli indimenticabili.
Oltre ad avere una scaletta poco equilibrata, Born Again ha alcuni difetti di registrazione (i suoni sono molto cupi, con il basso ultra-presente e questo crea un po’ di confusione) e, pur apprezzabile in certi frangenti, finisce per essere schiacciato dalle personalità dei musicisti. Il disco sarà un unicum nella discografia. La band si scioglierà subito dopo il tour a supporto di Born Again, lasciando il solo Iommi al comando dei Black Sabbath.

Black Sabbath feat. Tony Iommi – Seventh Star (1986)

Fra il precedente Born Again e questo nuovo LP passano tre, tormentati, anni. Il solo Iommi rimane il fulcro dei Black Sabbath (accompagnato da Geoff Nicholls, reclutato a partire da Heaven And Hell), mentre gli altri musicisti si alternano per formazioni anche effimere. Fra periodi di inattività e cambi, i Black Sabbath sono una band viva solo sulla carta.
Questa fragilità nella lineup, e nessuna registrazione, sfiancano anche il testardo Iommi che, stufo della situazione dei Black Sabbath, decide di dedicarsi alla registrazione del suo primo disco solista. La casa discografica, però, non vuole un disco di Tony Iommi, vuole un disco dei Black Sabbath e non c’è modo di contraddirla. Volente o nolente il chitarrista deve accettare, ma fa uscire il disco come Black Sabbath feat. Tony Iommi. Il disco, chiamato Seventh Star, è un prodotto al 100% di Iommi (che ne scrive anche i testi, ispirati all’Egitto e alle problematiche che sta affrontando nel periodo) con Glenn Hughes (ex Deep Purple anche lui) a dargli una mano per quanto riguarda le vocals.
Seventh Star, però, non è un classico disco dei Black Sabbath: il tocco di Iommi è evidente, ma le canzoni virano spesso su un hard rock (in cui si sente l’influenza degli eighties) e non lasciano spazio né alle partiture doom dei primi dischi o del metal dell’era Dio. Non è il miglior disco dei Sabbath (e non era stato concepito come tale), ma alcune buone canzoni ci sono. La melodica No Stranger To Love, con il suo pacchiano andamento eighties, fa però alzare un sopracciglio.

Black Sabbath – The Eternal Idol (1987)

La creatività di Iommi è una fucina incandescente e, dopo aver visto cambiare nuovamente la line-up dei Sabbath, il chitarrista torna a scrivere materiale per i Black Sabbath con il cantante Ray Gillen. Questa formazione non regge, Gillan se ne va e viene reclutato lo sconosciuto Tony Martin ad occuparsi delle linee vocali. Il disco è praticamente già registrato, perciò Tony Martin non può far altro che ri-registrare le parti vocali senza cambiare niente (viene lasciato un omaggio a Gillen nella traccia Nightmare – la risata inziale è sua). The Eternal Idol esce nel 1987 e, con brani oscuri e gravidi di doom/hard rock, la band riesce finalmente a colpire nel segno. The Shining salta subito all’occhio per il suo ritornello potente e catchy, mentre il doom lo si trova nella title-track ed in Ancient Warrior. Il resto del disco viaggia su un hard rock vibrante e ben suonato, forse lontano anni luce dalle perle uscite nei primi seventies, ma neanche tronfio o senza ispirazione. Un disco di rinascita.

Black Sabbath – Headless Cross (1989)

La piaga più grande dei Black Sabbath degli eighties? La mancanza di una formazione stabile. Anche Headless Cross (uscito nel 1989) non ha la stessa formazione del disco precedente: la novità principale sta nell’entrata di Cozy Powell alla batteria. Tony Martin viene confermato come singer (e si occupa anche dei testi e mai come su Headless Cross c’è un uso spropositato del termine Diavolo/Demonio) e Iommi guida la truppa in un disco che puzza di eighties al 100%. Headless Cross non possiede l’oscurità di The Eternal Idol, questo a causa di una produzione scintillante e pulitissima (direi quasi hollywood-iana); la registrazione permette di far brillare tutti gli strumenti ma fa perdere il tocco “Sabbath” alle canzoni. Su Headless Cross ci sono canzoni quadrate e facilmente ricordabili grazie a ritornelli catchy (When Death Calls, Call Of The Wild, Black Moon), ma si possono trovare anche dei brani più possenti ed oscuri (Headless Cross, seppur troppo pulita per essere spaventosa). Se dobbiamo cercare una canzone da segnalare, andiamo alla fine del disco e troviamo Nightwing: canzone che richiama l’efficace arpeggio di Children Of The Sea e che poi si lancia un brano epico di oltre sei minuti (comprensivo anche di parti di chitarra acustica).

[Zeus]