Di nuovo sulla breccia gelata, fratelli. Immortal – Damned in Black (2000)

Ci sono due elementi di continuità e sicurezza negli Immortal post-1999: le copertine degli album continuano ad essere brutte, ma quel brutto che ti piace tenere in casa perché fa stile e fa Immortal;  e, in secondo luogo, il sound che ormai ha cambiato direzione seguendo il volere di Abbath, ormai diventato compositore principale. 
C’è anche da dire che per Damned in Black è difficile fare una recensione obiettiva, anche dopo vent’anni di vita e il motivo sta tutto nell’essere il successore di At the Heart of Winter. Se questo disco aveva vita facile nei ricordi, essendo uscito dopo il fallimento di Blizzard Beast del 1997, questo LP se la vede con un peso massimo e svettare nella memoria è operazione difficile. Il motivo, fra l’altro, è dato da un’ironia di fondo che caratterizza questa sesta prova in studio.
Damned in Black ha una tracklist compatta, onesta e senza filler; black metal norvegese con le classiche influenze thrashose e ben calibrato fra parti veloci e taglienti e momenti cadenzati. E, credetemi, in questo disco si sente bene il gelo di Blashyrkh (In Our Mystic Vision Blest) .
Quindi ci troviamo di fronte ad un LP di livello medio-alto, registrato con i controcoglioni agli Abyss Studio (seppur permangano le note di sporcizia nella chitarra, che sembra la meno curata del lotto), ma ci sono elementi che testimoniano che la band è nuovamente infettata, anche se in maniera superficiale, dai germi che permeavano il disco del 1997. Dopo anni di ascolti più o meno distratti (e aver fatto mente locale che questo è il disco degli Immortal che ascolto di meno), ho capito che il suo difetto, se così si può chiamare, è non l’aver dentro neanche un brano realmente figo. Quello che ti piglia bene subito, una Tyrant o One by One del successivo disco, e che ti fa ricordare il disco anche doverti sforzare di ricordare tutte le canzoni.
Vi faccio un esempio, giusto perché oggi mi sento di dire cose scontate come i prezzi della nota ditta di divani: la title track è un brano ottimo, ha tiro e un gelo che ti fa star bene, ma non lo citerete mai nei primi cinque posti.  Capite cosa intendo?
E l’ironia sta tutta qua, Damned in Black non viene costruito su qualche pezzo eccellente e poi un po’ di brani sottotono (come succede in altri LP della band) e questo è il suo principale pregio e difetto. 
Riascoltato ora, capisci che gli Immortal erano tutto fuorché bolliti, anche se dopo At the Heart of Winter il mio giudizio era stato un po’ meno solidale con Abbath&Co. 
Nel 2000 i norvegesi avevano ancora cose da dire e in quantità notevole, tanto da evitare feroci sputtanamenti del proprio sound o atteggiamenti da “meme-vivente” del buon Abbath. Riscoprire questo disco è stata una cosa interessante, forse una delle migliori rivalutazioni che ho effettuato fino ad oggi. Al tempo non ero sicuro di cosa pensare di Damned in Black, adesso posso dire al mio alter-ego degli inizi di millennio di essere meno pignolo e ascoltare ‘sto disco senza rompere il cazzo con minchiate inutili. 
[Zeus]

Il discount del sadomaso. Marduk – Obedience (2000)

All’alba del 2000, il belligerante battaglione Marduk si deve essere trovato con un grossissimo dilemma fra le mani: che cazzo facciamo ora?
Un po’ come quando, dopo una serata alcolica, ti trombi una tipa, ti addormenti giusto cinque secondi sognando il Valhalla e il giusto riposo del guerriero e ti risvegli con il sole già alto e un’improbabile conversazione da dover sostenere.
Dopo aver tirato fuori una badilata di black metal belligerante, l’equivalente musicale dell’anal-intruder proveniente dal set di Top Secret, e con un concept da finire (Sangue e Guerra sono stati trattati nel biennio 1998-1999), Morgan deve essersi sentito un po’ stordito e con lui i Marduk,  i quali non tireranno fuori niente di realmente eccitante fino al 2004.
Obedience è l’antipasto discount in attesa di La Grande Danse Macabre del 2001. Tre pezzi completamente inutili al fine di una valutazione generale. Obedience è sadomaso tratto direttamente da riviste porno anni ’80 (quindi vagamente surreale) e Funeral Bitch anticipa La Grande Danse Macabre e fa vedere il nuovo approccio “lento” dei Marduk.
Into the Crypts of Rays (cover dei Celtic Frost) è una riproposizione abbastanza didascalica, quindi ok e niente di più.
Ad inizio 2000, i Marduk sono in attesa di ulteriori sviluppi e lo dimostrano ampiamente mettendo sul mercato un prodotto meh.
[Zeus]

Katharsis – 666 (2000)

I mezzi pubblici regalano sempre uno scorcio d’umanità che, sinceramente, vorresti evitare come la peste. Non c’è niente di romantico, solo il generale fastidio di trovarsi in mezzo a così tanta gente che, quando va bene, urla e spinge; quando va male, puzza, urla e spinge e, in generale, rompe i coglioni. 
A metterci la ciliegina sulla torta, ci sono momenti in cui salgono anche un paio di barboni. Quando fa freddo, cercano il caldo dell’autobus. Ovviamente non sono un buonista a tutti i costi e posso affermare che puzzano in maniera rivoltate. Questo è un fatto oggettivo, poi possiamo discutere sulla tematica delle opportunità, situazioni, crisi etc – c’è la coscienza sociale e il fattore nasale e, nel caso, il fattore puzza è invalidante. 
Uno di questi, che vedo da una vita e mi chiedo come mai non sia ancora finito a guardare le radici dei cipressi da sotto, ha tutte le componenti più irritanti sulla faccia della terra. Se dovessi immaginarlo relazionato alla musica, il suo essere è l’incarnazione totale del black metal: anticonformista, fuck you! attitude, lerciume da scantinato mai lavato e in cui probabilmente son morti più topi che nella peste del 1300, totale disgusto verso l’umanità (ricambiato) e una sottile vena di pericolosità che non guasta mai. 
I tedeschi Katharsis mi ricordano questo barbone. Sono sporchi, puzzolenti, osceni e la copertina del disco la deve aver realizzata il cugino per 20 marchi e un gelato al gusto Puffo. Cover art in b/n, con tematiche vanno dal nulla a Elric di Melniboné, quindi un po’ tutto e soprattutto niente che ci azzecchi con il titolo 666
Questi tedeschi, però, ci credono. E molto anche. Puntano tutto sul sound alla Darkthrone prima maniera, quindi registrato in maniera estremamente sporca e virulenta, chitarre in costante distorsione, batteria epilettica e, cosa che li distanzia forse un po’ da Fenriz e Nocturno Culto, a volte si sente anche il basso. 
In questo loro culto per il true norwegian black metal, i Katharsis sono anche credibili, bisogna dargli atto di questa cosa. Ce ne sono di band che cercano di rifare quanto fatto dal duo norvegese, ma ben pochi sono in grado di portare esprimerlo in maniera compiuta.
Con tutto il parlare della crisi del black metal (e del metal in generale), si viene a fare di tutta l’erba un fascio. Si riuniscono LP scadenti insieme ad LP (o EP) che sono logicamente derivativi di un certo sound, ma che riescono comunque a portare una qualità superiore a quanto si potrebbe pensare. Dopo il 1999/2000 è difficile trovare qualcosa di realmente “d’avanguardia o innovativo”, ma sondando fra la polvere e il lerciume si riescono a trovare band che, testardamente, portano avanti un sound primitivo e che rimanda a quei fantastici anni. Non avrà la stessa innocenza e lo stesso appeal, ma almeno è un omaggio sincero ad un’epoca che, per tantissimi motivi, non potrà più rinascere. 
[Zeus]

Quando hai l’odio e la misantropia, Paysage d’Hiver: Kristall & Isa (2000)

Gli svizzeri Paysage d’Hiver (anche se è una one man band) sono ormai ospiti di lusso di questo sito. Dopo aver guardato a Kerker e all’omonimo demo, torniamo a parlare delle opere di Wintherr e, per la precisione, di Kristall & Isa. Visto che la band svizzera è ultraunderground, siamo di fronte all’ennesimo demo in formato cassetta (in tutto 200 copie, potete capire lo sbattone nel copiare 200 Basf… io mi rompevo i coglioni dopo la prima). Fedeli ai dictat trve grim & frostbitten, i Paysage d’Hiver hanno un sound marcio, con poche note di tastiere registrate come Satana comanda, mentre il resto è un mischione fatto di batteria a due velocità e scream che proviene dall’altra stanza. 
Ormai mi ero rassegnato e avevo incasellato i Paysage d’Hiver nella categoria “ambient”, seppur particolare ed estremamente personale, ma la realtà è che rigurgitano odio e misantropia e non lo fanno con il mix di tastiere tipico dell’ambient black metal. Nonostante il sound e le registrazioni sporche, la formula di Wintherr è talmente rodata che il disco scivola via bene anche, e forse soprattutto, perché dura 40 minuti e non un’eternità.
Kristall&Isa è il tipico disco che dovresti sentire in un contesto appropriato: in un bosco innevato, da solo, e con la certezza di essere in balia della natura selvaggia e ostile. Per la resa efficace del tutto, si ringrazia la scelta del bianco/nero e la grafica fatta con la stampante ad aghi. 
Sarà nella serie B del black metal (per vendite, conoscenza etc), ma l’attitudine è quella di chi la Champions la sogna da una vita. 
[Zeus]

Zarathustra – Dogma Antichrist (2000)

Non è la prima volta che lo diciamo in queste sedi, in Germania, quando fanno musica, ci credono veramente. In effetti ci credono sempre, ma questo è un discorso diverso. 
Nella terra dello stinco, del crauto, della birra secondo le regole di purezza e delle Mercedes tarre, nascono band che spaziano dal power tarrone al black più o meno sporco e puzzolente. Ma sempre con la stessa determinazione e precisione nell’essere esattamente quello che vogliono. 
Non sono cazzoni incoerenti, ecco perché i teteski Zarathustra (pressoché misconosciuti al sottoscritto) dopo tre dischi mettono il freno a mano e le quattro frecce e da 14 anni non fanno sentire più niente di nuovo. 
Dogma Antichrist è il primo full length dopo un paio di demo cagati fuori sulla fine dei ninties. 
Grezzi come un baccano sceso dal maso con ancora il letame sotto le unghie, i 40 minuti di black metal che propongono non ha bisogno di moltissime presentazioni o paragoni importanti (anche se, qualche volta, mi ricordano gli Ophthalamia), i tedeschi vanno avanti con pochissimi fronzoli e ancora meno concessioni melodiche. 
Queste le riassumono nel brevissimo strumentale, in cui il basso disegna qualche ottima melodia prima di ritornare a pestare come fabbri colpiti da morbo di Tourette. Ci sono diversi rimandi al thrash e le velocità non sono mai eccessive, tanto che il risultato finale è allo stesso tempo marcio e ti fa sballonzolare la testa su e giù. 
Gli Zarathustra sono uno di quei gruppi che mettono nelle posizioni medio-basse nel bill dei concerti, tu non gli dai mezzo credito e invece ti inchiappettano senza neanche farti la cortesia di chiederti il permesso e metterti la vaselina. Io adoro queste band ai concerti, hanno l’attitudine da cazzo duro senza futuro che molti act più importanti ormai hanno perso. 
Se volete recuperare Dogma Antichrist fatelo e godetevi una quarantina di minuti di ignoranza letale. Per me è meglio di una SPA. 
[Zeus]

Ilienses Tree – Till Autumn Comes (2020)

Ultimamente dalla Sardegna arrivano un sacco di realtà interessanti, e spiace un po’ sapere in anticipo che queste realtà saranno un po’ penalizzate. Questo perchè in Italia il metal ha pochi sbocchi, siamo sinceri, soprattutto in sede live, e un po’ perchè una band che arriva da un’isola deve davvero sudare sette camicie per portare la propria proposta in giro. Detto questo, il nuovo lavoro degli Ilienses Tree (che poi sarebbe il loro primo full-length) è una bella sorpresa, che unirà i fans del doom metal quanto quelli del death e black metal. Tutto se inteso nell’accezione più melodica, chiariamoci. Ed è da questo mescolare le carte che la band trae la propria linfa per proporci un debutto coi fiocchi, che in molte canzoni rasenta quasi il capolavoro. Sì, perchè in teoria sembrerebbe semplice mescolare dei generi non distantissimi, ma poi è tutt’altra cosa imbastire delle composizioni che riescano a risultare avvincenti ed emozionanti, ma anzi, l’emozione che traiamo da un disco come questo a mio avviso è dato proprio dalle tinte melodic black/death che la band sparge in quasi tutti i brani, anche quando sembra che stiamo giungendo alla fine della corsa di un brano, che magari appare doom in tutto, e poi nel finale si apre ai generi che ho elencato poco fa. Ne escono delle piccole perle come Autumn Falls, The Observer e The Black Tree, che vanno a mio avviso ad elevarsi sulle restanti tracce. Ma è bene chiarire che tutto l’album si mantiene su qualità decisamente elevate. Certo non è scontato centrare in tutto il primo album, anche se si era partiti qualche anno fa con un ep (Edda), ma sulla lunga durata vengono fuori pregi e difetti di una band, e quindi l’esame è superato. Un bel disco quindi questo Till Autumn Comes, che però lascia presagire che il meglio deve ancora arrivare.

[American Beauty]

Sinfonie dal Portogallo. Sirius – Aeons of Magick (2000)

Come i quasi contemporanei Liar of Golgotha, anche i Sirius non riescono ad attaccarsi bene alle enormi e ricche tette delle case discografiche. Il momento è quello giusto, il mondo musicale non aspetta altro che ulteriori ventate di quel black metal sinfonico e pomposo prodotto da gente come Dimmu Borgir e Cradle of Filth (et similia). Non siamo ancora allo sdoganamento totale, ma ci stiamo avvicinando di molto alla definitiva consacrazione del metal estremo come genere accessibile ai più. Il problema, quindi, non è la sordità del pubblico alla proposta ma il tempismo, la musica suonata o l’appeal che si trasmette alla gente/case discografiche. 
Se nel 1994 il problema era doppio e stante una musica di buon livello ti trovavi a confrontarti con un pubblico che non ti cagava (se non quello già convertito) e con poche case discografiche interessate; nel 2000, la gente è ormai abituata all’estremo e le label sono ormai colossi che cercano con la bava alla bocca la next big thing.
I Sirius sono portoghesi e dopo due dischi si sfracellano nel buio. Difficile ricordarseli, visto che l’esiguità della discografia non gioca a loro favore. Dalla loro, però, avevano dei fattori positivi: suonavano un genere ormai entrato nel trend (symphonic black metal) e cavalcavano potenzialmente l’onda lunga dei Dimmu Borgir/CoF. La differenza, però, è che all’alba del nuovo millennio, i due colossi norvegesi-inglesi sono in piena crisi e i Sirius registrano un ottimo disco. Troppo, forse. 
E lo dico conscio del fatto che a me, il symphonic black metal, non mi ha mai fatto impazzire del tutto. Va bene i Dimmu Borgir, vanno bene i Cradle of Filth… ma oltre a questo mi si ripropone come la peperonata. 
Quindi perché mi sento di consigliarli? 
Perché suonano bene, non trattano dei soliti due temi, hanno il dono di non pisciare fuori dal vaso (sette tracce, di cui due strumentali per neanche trequarti d’ora di musica) e Vukodlack (oggi negli Anathema) ha un buon gusto nelle orchestrazioni, anche se a volte sono sovrabbondanti e mi spaccano il cazzo.
Ok, direte voi, è symphonic black metal, vuoi che non ci siano pacchianerie miste? Mea culpa, ma l’ho detto che a me dopo un po’ annoia ‘sto genere. 
Dopo Aeons of Magick (mortacci loro e l’uso della ck), i portoghesi fanno uscire ancora un disco e poi saluti e giù il sipario.
Non ho idea del perché, che siano scazzi, soldi, uno si è inculato il cane dell’altro sotto l’effetto della chetamina o semplicemente non hanno saputo sfruttare il momento, ma fra tutte le band che avrebbero potuto avere una chance concreta, questi Sirius erano dei buoni candidati. 
Non ce l’hanno fatta, ma se vi piace il genere e non volete mettere su Eonian, provate questo LP del 2000. Forse vi si apre un chakra. Che cazzo ne so io. 
[Zeus]

In Nomine Satanas, Fosch – Per chi éla la nòcc (2019)

Arriva con qualche mese di ritardo la recensione del nuovo lavoro dei bergamaschi Fosch, band black metal che credo non abbia bisogno di troppe presentazioni, almeno per chi non snobba la scena nostrana.
Per chi éla la nòcc ci viene presentato dalla Broken Bones, particolarmente attenta alla scena italiana e all’underground, e anche questa volta ci porta qualcosa di interessante. “La band propone un’interpretazione personale del black metal legandola a tematiche che riprendono la tradizione e la cultura bergamasca”, ci dicono, ed è esattamente ciò che troveremo addentrandoci nell’ascolto.

La voce narrante, accompagnata da un arpeggio di chitarra acustica nell’opener Al calar del sul, ci introduce nell’oscurità della notte, tema che permea l’album. Poco più di due minuti e la sferzata di Crof ci assale, portando gelo e buio. Troviamo del riffing interessante in questo brano, che per quanto si rifaccia al classico black metal, dimostra la voglia della band di non essere troppo derivativa e di avere un minimo di ricercatezza, di personalità. Questo pezzo non è per niente scontato e racchiude in se diverse idee ben incastrate tra loro. Al microfono il singer Ol Pier si destreggia molto bene tra screaming e growl, cosa che apprezzo tantissimo, perché conferisce varietà e dinamicità.

Se già con il pezzo precedente la band colpisce favorevolmente per la creatività compositiva, con la successiva Fellonch varia ancora passando ad un mid tempo intervallato da accelerazioni in una traccia più classicamente black. Poi è il turno della title track che esplode con furia, veloce, tiratissima e carica di odio e violenza. 

L’album continua su questa scia, alternando cambi di velocità, atmosfere violente e cupe, parti aggressive e rallentamenti, momenti epici come in Amise ndela eta, sorele ndela mort, accenni al doom come in La procesiu di morcc, per un totale di otto tracce che non annoiano mai, che coinvolgono ed esaltano anche quando il minutaggio sale un po’. 

Visto che ho praticamente nominato tutti i brani in sequenza, proseguo con il track by track dicendo che la settima traccia, Fosch, portando il nome della band, è un po’ la summa di tutto ciò che è stato detto finora, mentre la conclusiva Ròsen ci regala un’ultima mazzata di gelido metallo nero per concludere in bellezza.

Un bel lavoro davvero quello dei bergamaschi, che rispetta le fonti del genere ma che non ha paura di metterci del proprio. Per gli estimatori segnalo anche la copertina in bianco e nero disegnata a mano, molto tradizionale. Ascoltatevi questo album, assimilate un po’ di dialetto bergamasco, poi andate ad abbuffarvi di birra e casoncelli! 
[Lenny Verga]

Dalla terra dei cinnamon rolls… Angantyr – Kampen fortsætter (2000)

Mentre il mondo musicale si dibatteva su quale opportunità sfruttare al midollo prima di sputare la carcassa della band nel tritarifiuti (il trend nascente del metalcore sarebbe diventato il pozzo dei dollari delle case discografiche nei mesi/anni a venire), ci sono ancora band che ostinatamente provano a restare fuori da qualsiasi circuito che garantirebbe soldi e figa.
Gli Angantyr di Ynleborgaz, ad esempio, rifuggono come la peste qualsiasi abbellimento della cover art, del sound e anche dei riferimenti stilistici generali. Quindi troviamo artwork in bianco/nero disegnate da un bambino alle prese con i primi disegni “cattivi”, il sound è quello raw da scantinato buio e brutto (tipica lezione norvegese) e i riferimenti stilistici, su Kampen fortsætter, fanno la spola fra Burzum e Darkthrone. Stiamo parlando dei vecchi Darkthrone, quelli che non indugiano nel black’n’roll/heavy metal 80s, ma quelli della sacra trimurti e lo stesso discorso vale anche per Varg Vikernes (fino a Filosefem va bene tutto).
Per evitare il contatto con materiale ritenuto approcciabile e, quindi, svilire il concetto di “figa-repellenza” legato al termine black metal, il mainman danese ha deciso che 7 tracce sono sufficienti e di queste tre sono devote al culto dell’ambient burzumesco. Tastiere ripetitive, paesaggi lugubri e una sensazione perenne di malinconia, tormento e “assenza” a far da cornice alle sparute note schiacciate da Ynleborgaz. La lezione del Conte, così come proposta su questo LP, è una delle più convincenti sentite fino ad ora.
Soprattutto, cari lettori, se tenete conto che è il primo disco in studio ed esce nel 2000, quindi quando il black metal, quello puro stupracristi, è ormai stato cannibalizzato da chiunque e ha perso qualsiasi concetto “di sound rivoluzionario/spaventoso”.
Quando non indugia nell’ambient (circa la metà del tempo), Ynleborgaz opta per un sound raw, fortunatamente senza suonare datato o talmente confuso da assomigliare ad un bootleg registrato con la lavatrice accesa. Se vogliamo trovare un punto negativo, lo cercherei nel riffing di Landeplagen skal bort, che non mi ha convinto al 100%, ma per il resto è promosso su tutta la linea.
Non credevo di riuscire a trovare un disco di raw black metal decente all’alba del 2000 – soprattutto se i riferimenti sono quelli Burzum/Darkthrone. Da riscoprire… tanto il prossimo ventennale sarà solo fra molti anni e quindi avete tutto il tempo.
[Zeus]

Il black metal olandese. Liar of Golgotha – Ancient Wars (2000)

Tre album all’attivo e una fine decretata proprio da questo Ancient Wars, così può essere riassunta la vita dei Liar of Golgotha. Mentre il mondo del metal muta forma, sancendo che il black metal melodico avrà un futuro commerciale notevole (per il genere), gli olandesi tolgono la spina al progetto e si perdono il momento della mungitura della mucca. Forse, e lo dico consciamente, perché la qualità media delle composizioni di Ancient Wars è notevole e non presenta nessuna delle sfaccettature acchiappone che contraddistingueranno gruppi più scaltri (Carach Angren). Ci sono certo le tastiere, ma non hanno elementi di demenza che si trovano in centinaia di gruppi analoghi; il songwriting è compatto, ispirato e di chiara ispirazione estrema, seppur votato al versante più “accessibile” del termine. 
Ulteriore elemento di distanza da eventuali epigoni è dato dalle tematiche: invece dell’abusatissima ambientazione vampiresco-decadente o delle esplorazioni pseudo-sataniche, le infiltrazioni delle tematiche di HP Lovecraft li separa di una spanna dal resto dei gruppi contemporanei. Certo, non è qualcosa di nuovo, ma almeno la boccata d’aria fresca che porta questo elemento di “novità” non te li fa buttare nel cestino. Se poi tenete conto che all’ennesima band che parla di decadenza, vampirismo, la Contessa Bathory et similia, mi viene un attacco d’epilessia paralizzante, i Liar of Golgotha mi sono stati simpatici al primo colpo. 
Dieci tracce, una cover (Piranha degli Exodus, evitabile perché non ci sta proprio un cazzo con ‘sto disco) e una pulizia sonora che sarà trademark di millemila band, ma senza l’effetto plastica che funesterà molte delle produzioni moderne. 
Mi son perso il disco del 1998, ma almeno ho recuperato questa del 2000 e son contento di aver tirato fuori dalle sabbie del tempo questa band olandese. Meritava una menzione, anche se postuma. 
[Zeus]