Dopo trent’anni, spacca ancora. Black Sabbath – Headless Cross (1989)

Nella seconda metà degli anni ’80, i Black Sabbath erano realmente poca cosa. Non in termini assoluti, ma proprio in relazione al periodo e ad annate quantomeno movimentate sotto vari punti di vista, non ultimo quello dell’incapacità di trovare una line-up stabile, tanto che per molti anni i Sabbath erano l’equivalente della cassa del McDonalds/Burger King…, non trovavi mai la stessa persona dentro.
A parte il baffuto Iommi, che si era già rotto il cazzo in occasione di Seventh Star, ma all’epoca aveva ben poco potere contrattuale, tutti cambiavano e andavano/venivano senza fermarsi troppo ad odorare casa Sabbath. Almeno finché Iommi non ha trovato il bistrattato Tony Martin, l’ha adottato e fatto cantare su 5 dischi in studio. Un record per i Sabbath post-Ozzy.
Infatti in Tony Martin non ci crede molto neache la baffuta mano di Dio, e quindi lo scarica e lo riprende con una noncuranza da far paura.
In uno dei periodi up, i Sabbath entrano in studio con Cozy Powell alla batteria e sfidando l’hair metal, il grunge in fase nascente e tutto l’estremismo che stava arrivando dai vari cantoni del mondo conosciuto, incidono Headless Cross
Un disco che ritorna a parlare del diavolo, ma che suona come Hollywood negli anni ’80. Chitarre fiammanti, batteria che sembra registrata in una galleria e tutta una spolverata di glamour e lucido da scarpe che, del sound Sabbath, è un po’ l’antitesi. Ma c’è il proverbiale “ma…”, come potete ben immaginare.
A parte Iommi che piglia per il culo Tony Martin per la qualità dei testi (troppo demonio dentro!), il disco è forse il migliore uscito da Born Again e, in prospettiva, lo sarà anche post-TYR. Su The Eternal Idol c’erano dei buoni momenti, ma era un disco incostante, seppur oscuro, che ballava fra cose ottime e canzoni “più ordinarie”, mentre su Headless Cross ci sono buone canzoni che formano un disco compatto e, paradossalmente, molto più easy listening di qualsiasi disco precedente o successivo della band inglese (anche se Black Moon sembra provenire proprio dalle session di The Eternal Idol).
Pur bistrattato dal dispotico Iommi, Tony Martin tira fuori una buona prestazione e le sue tonalità, che in certi momenti richiamano quelle di R.J.Dio pur non avendo l’espressività e il carisma naturale, mescolano tutto alla grande. 
Headless Cross è il disco che più richiama il periodo in cui è stato registrato. Per molti anni i Sabbath sono stati pionieri di un sound innovativo (anche in Born Again riescono a suonare più disturbanti e aggressivi di molte band metal dell’epoca) o impropriamente tirati dentro la NWOBHM, cosa che comunque ha “salvato” la carriera di una band orfana del suo singer più carismatico, nel 1989 Iommi&Co. cavalcano il sound in voga e mischiano tutto quello che c’è in trend all’epoca. 
I riff sono grossi, intensi (Headless Cross) e non mancano anche intro più melodiche ed emozionanti (When Death Calls o Nightwing – che poi sfociano in un robusti, e magniloquenti, hard rock), mentre forse a livello di intensità il binomio Kill in The Spirit World – Call of The Wild sono le meno appetibili, ma hanno tratti interessanti. 
Pur essendo un buon album, Headless Cross è il preludio al secondo periodo più complicato della carriera sabbathiana e cioè quella degli inizi degli anni ’90. Il grunge li avrà fatti ritornare sulla mappa della musica da ascoltare (per la seconda volta dal 1977 erano accostabili a “dinosauri”/musicisti ormai fuori dai giochi) e fatti conoscere a migliaia di giovanissimi metallari, ma ha portato con sé mille cambi di line-up, indecisioni, album non sempre al top e la voglia di riunirsi con Ozzy Osbourne. Nel 1989 non erano ancora finiti, ma non tirava certo una bellissima aria per uno dei migliori gruppi in assoluto. 
[Zeus]

La paura dei computer risolta in Dehumanizer dei Black Sabbath (1992)

Black-sabbath-dehumanizer.jpg

Ho già parlato di questo disco nel grande riassunto Sabbathiano, ma oggi (!?) avevo voglia di parlare di Sabbath, quindi ecco che mi presento con Dehumanizer. Stiamo parlando di un disco che, per i tempi, era qualcosa di avanzato e, nello stesso tempo, già vecchio. Ironia della sorte, no? Il disco è l’ennesimo episodio della grandezza di Iommi come riffmaker e di Dio come singer, visto che entrambi tirano fuori una performance dura, secca, metallica e, pur venendo considerato un classico minore (si confronta con album dal peso specifico importante), Dehumanizer segna un momento importante nella storia dei Sabbath.
Perché? Il motivo è semplicissimo: se vogliamo Dehumanizer è l’album moderno dei Sabbath. Quello che avrebbe dovuto portare la band, così profumata di tutto quello che proveniva dai seventies (cannoni e cocaina) e dagli eighties (cocaina) nel nuovo millennio. Infatti Dio, su espressa richiesta di Geezer (a quanto si legge sulla rete che… volete mettere in dubbio quello che dice Google? Ecco, io no), smette di cantare di fate, regine, flauti magici e tutto l’armamentario fantasy che si portava dietro da una vita e incomincia a sondare il mondo “nuovo” (per l’epoca) del digitale, dei computer, dell’egoismo e dei predicatori televisivi (personaggi di moda negli USA, ma completamente sconosciuti qua da noi… al massimo possiamo esportare il prode Giorgio Mastrota, ma telepredicatori no). Iommi non elimina completamente il blues dalle sue dita, sarebbe come dire a noi di smettere di respirare, ma la tipologia di sound, di mastering etc è cruda e, per i canoni sabbathiani, molto brutale. Teniamo presente che il suono della baffuta mano di dio, per quanto proto-metal, è sempre stato molto caldo e bluesy, quindi il cambio di direzione, con i riff di Dehumanizer, è stata un’evoluzione nell’evoluzione.
All’inizio, quando ero un purista dell’era Ozzy (non sono migliorato, sono solo diventato più aperto alle altre epoche sabbathiane), avevo sempre guardato questo disco del 1992 con una sorta di malcelata diffidenza. Disco della reunion, sound diverso, copertina bruttina (non che ci siano state copertine degne di ‘sto nome da Mob Rules – come disco in studio intendo), tematiche che erano vecchiotte quando l’ho scoperto.. il mix non prometteva bene. Solo dopo diversi anni di ascolti, mi ha incominciato a prendere. Non riesco a reputarlo un grande classico dei Sabbath, non ce la faccio proprio, ma è un disco che ha dentro grandi canzoni e, un paio di volte all’anno, lo si ascolta volentieri (tutto il contrario di dischi come Forbidden che, cristo, sono quello che Iommi non avrebbe mai dovuto registrare – non ascolto così tanto neanche Technical Ecstasy o Never Say Die! ad onor del vero). Il fatto è che dentro Dehumanizer ci sono le melodie proprie del duo Iommi-Dio, quella strana capacità di creare momenti di assoluta calma sognante (che poi viene interrotta dal ritorno dell’elettrica e dalla batteria dritta come un filo a piombo di Appice.
Questo è Dehumanizer, un disco lasciato un po’ indietro nelle classifiche, invecchiato meno bene di della cinquina iniziale, con un sound metal e sprezzante ma ricco di passaggi emozionanti.

P.s: mi spiegate perché l’intro di Master of Insanity mi ricorda sempre i Death?
[Zeus]

 

Quando parlare di depressione mi fa sorridere. Down – NOLA (1995)

Immagine correlata

Prima di essere il gran cazzo di disco che è, NOLA è l’esempio supremo dell’affanno supremo di raggiungere qualcosa: la gnocca, l’illuminazione, una sbronza coi fiocchi e, ultimo ma non per importanza, il primo disco dei DOWN. Dovete sapere che questo è il disco che ho rincorso per anni, non trovandolo mai né ai concerti, né nei negozi di dischi della mia (ir)ridente regione. Ci ho tentato, o cazzo se ci ho tentato, ma niente. Sembrava sfuggirmi sempre. Scrutavo nelle enormi distese di CD ai concerti e vedevo di tutto, tranne quella cover nera, semplice, con il fleur-de-lis stampato in bianco.
Questo, ovviamente, finché non sono arrivato ad un concerto con il buon Bruno degli Slowtorch. Al tempo stavamo cercando entrambi questo LP e, visto che Satana ci vuole bene ma Dio ci odia in maniera profonda, ho trovato solo una copia nello scatolone dei CD. Imbarazzo totale, chi cazzo la prende? Dicevo, però, che Satana ci ama perché siamo riusciti a trovare una seconda copia del disco e questo, cari i miei lettori, crea una fratellanza metallica difficile da distruggere – anche dopo anni e/o alti e bassi.

Risultati immagini per down band
da web

Raccontare cosa significa NOLA è raccontare le calate dei Down in Italia (quattro per me, perché una, da coglione patenteato quale sono, me la sono persa).
La prima in un caldissimo Gods Of Metal, con un caldo che ti spaccava il culo e livelli di birra importanti già a metà pomeriggio – inevitabilmente sudati in mezzo secondo -. Loro sul palco, con un Phil Anselmo ubriaco cotto, e per la prima volta in Italia. Delirio assoluto sotto il palco, con il sottoscritto e il buon Bruno Slowtorch a tirare porchi e fare headbanging in preda all’estasi totale. Perché c’è poco da fare, quando parte una Bury me in smoke o Eyes Of The South allora tutto è perfetto.
Essere un BROES (acronimo di Brotherhood of the eternal sleep) significa prendersi la macchina, mettersi in moto da soli, spararsi oltre 300Km e andarseli a vedere a Milano in occasione del “An Evening With Down” (penso nel 2008). Aspettare ore in prima linea, distrutto sulla balaustra, e poi concedersi il gusto di vederseli a pochi metri. E chi cazzo se ne frega del sound non propriamente pulitissimo, tanto che ci importa se poi ecco che ti fatto Jail in acustico. E tu sei lì che sei contento di essere metallaro e di essere presente, perché chi era assente, quella sera, si è perso un Signor Concerto.
O ricordarsi, ad un Gods Of Metal di due anni dopo e in compagnia con TheCrazyJester, che il concerto può riservarti delle sorprese immense anche quando non sei davanti a tutti, col caldo che ti massacra, l’odore fetido dei cessi che ti intasa le narici, e Phil che ha la voce di uno che si è ingoiato un procione vivo e raglia le canzoni di Down III: Over The Under. Lo sai tu e forse anche altra gente ma poi ti piazzano una Hail The Leaf e tutto quello che poteva farti storcere il naso è rinchiuso nella cartella “sticazzi” e tu continui a sbracciarti, a fare headbanging fino a farti salire il pranzo nel cervello e poi ancora di più.
Non ultimo, significa prendere la macchina insieme al buon Skan e andare verso il festival a Majano a vedere i Down, gratis (puttana miseria, gratis!!!!), per la quarta volta. Quel concerto era caldo africano e l’odore di frico per tutto il piazzale, una tempesta d’acqua da farti invocare Satana, fango a fiumi e gente (eroi del metallo) fermi sotto secchiate di acqua gelida a vedere la nuova versione dei Down (con Bruders e Landgraf a rimpiazzare Brown&Windstein) con indosso mantelle con più buchi che plastica, sacchi dell’immondizia addosso e un’umidità corporea da livelli equatoriali. Ma fondamentalmente te sbatti il cazzo, perché tanto prima o poi ti faranno la tua canzone, quella per cui hai fatto chilometri, ti sei preso acqua, fango e per cui la schiena ti uccide. Prima o poi ti faranno Stone The Crow e tu sai che sarà un grandissimo momento e sarai felice. Ti dimenticherai del lavoro, dei cazzo di problemi e di tutto quello che la vita ti getta in faccia.

Risultati immagini per down band
Da web

 

Vi giuro, non so come potete stare ancora al PC senza correre a mettere su il disco o aprire YouTube e far partire NOLA. Ma cosa cazzo avete per la testa? Forza!

So che essere parte della BROES è una questione di pura fede, seconda solo al credo assoluto e incrollabile in Tony Iommi e nei Black Sabbath.
Per me NOLA è un disco perfetto e non replicabile. Svago e convinzione pura, adorazione della sacra trinità droga-Lynyrd Skynyrd-Black Sabbath e capacità di riassumere in pochi minuti una concezione di vita.

Questo è NOLA per me e, se mi permettete, adesso vaffanculo e smetto di scrivere, che devo recuperare i cocci dopo una serata di macello con la truppa degli Slowtorch.
[Zeus]

Deep Sabbath ovvero Born Again 35 anni dopo (1983)

SabbathBorn.jpg

Cristo quanto è brutta la copertina. Questo è stato il mio primo pensiero quando ho preso in mano Born Again e, sia maledetto tutto il circo equestre paradiasico, mi son caduti gli occhi su questo obbrobrio rosso-blu-giallo che è la cover art del disco dei Black Sabbath del 1983.
A 35 anni di distanza, e con un pelo tanto sullo stomaco, posso ripetere che quella qua sopra è una cover oscena, seppur malvagia. Perché un capolavoro siffatto non può che provenire da gente cattiva e che cucina i gattini nel microonde.
Invece no, Cristo di un Dio!, non è così. Dietro tutto c’è il nome Black Sabbath e, seppur in procinto di scendere negli abissi di un periodo travagliato, hanno ancora una cazzo di gran reputazione, tanto da coinvolgere Ian Gillan a diventarne il cantante per questo progetto.
Spero che sappiate la storia ufficiale e che avete riconosciuto la stronzata che ho detto: l’alcolismo è la spinta principale che ha portato l’ex screamer dei Deep Purple a prestare l’ugola al nuovo disco dei Black Sabbath. Un matrimonio destinato a fallire subito, come quando esci con una ragazza e dopo 20 minuti ti accorgi che non funziona, perché lei, fra l’altro, ama gli 883 e tu vagheggi sui Pig Destroyer; ma tu comunque ti ci metti insieme, fate un po’ di sano sesso e ci rimani invischiato, con tutto il rancore che ti porti dentro fino a far esplodere tutto in alcolismo esasperato e comportamenti turpi.
Loro ci hanno creduto, a metà. Sapevano che non funzionava (i tre moschettieri vestiti di pelle e con il sound più lento e pesante e il singer in giubbotto di jeans, i vestiti colorati e i testi che parlano di sesso e altre amenità), ma sono andati avanti a testa bassa e così è uscito Born Again. Date le premesse, permettetemi di dirlo, poteva uscire molto, molto peggio.
Quello che abbiamo davanti è invece una registrazione che non doveva portare il nome dei Sabbath, masterizzato da un babbuino ubriaco, disfatto dagli ego enormi dei personaggi che si portava appresso, ma che cazzo ha dei pezzi che sono di una pesantezza e di una metallicità da far ricredere del Metallo anche chi, dalla retta via, si è scostato da un po’.
Il lato A è bestiale: Trashed e Disturbing The Priest (l’inizio è qualcosa che risuona maligno e deviato, quindi Black Sabbath) sono buone canzoni che ti fanno testare subito il lato strano di questo Born Again, ma è con Zero The Hero che arriva la mattonata nei denti. Ancora adesso, 35 cazzo di anni dopo (!), il riffone è talmente Iommi, talmente pesante e ossessivo che ti prende e ti fa capire che c’è un solo Dio su questa terra e risiede a Birmingham e benedice il mondo senza due falangi.
Che poi, porca puttana, che cazzo gli servono a Iommi due falangi? Tanto è Dio e, quando mette il plettro sulla chitarra, tira fuori riff da capogiro con la velocità con cui io rutto dopo una birra.
Il lato B è forse meno convincente o, per lo meno, mi ha preso di meno. Paradossalmente la title track ha un substrato bluesy che non avrei detto, il resto non mi ha mai preso al 100%. Sarò io, sia chiaro. Però il trittico Digital Bitch, Hot Line e Keep It Warm non lo riesco mai a ricordare, non mi salta mai in mente quando devo citare un brano del periodo intermedio dei Sabbath. Qualcosa vorrà pur dire, o no?
Non mi soffermo neanche sul ridicolo tour a supporto del disco (con Stonehenge in scala 1:1 sul palco), la sbronza permanente che mette fuori causa Bill Ward, i problemi che fanno scappare Geezer Butler, Smoke on the water suonata al rallenty e brutalizzata in versione Sabbath o Gillan che ci tenta ma in fin dei conti lui è nei Deep Purple.
Non dico niente, perché tanto lo sapete già. Possiamo dire, però, che c’è Tony Iommi che tira fuori, nel 1983, un disco cazzutissimo e metal (almeno per una buona metà) e poi vede la sua creatura sgretolarsi come neve al sole e tenersi in piedi solo grazie alle capacità paranormali del baffuto chitarrista inglese.
[Zeus]

Orange Goblin – Back From The Abyss (2014)

Risultati immagini per orange goblin back from the abyss

L’anno scorso ho fatto uscire un articolo dedicato al ventennale di Frequencies from Planet Ten e, visto che domani, il 15.06, esce il prossimo disco (The Wolf Bites Back), direi che è ora e tempo di dare una rinfrescata all’ultimo LP in studio degli inglesi. Presentare il loro sound o quello che hanno fatto negli ultimi 20 anni, direi che è stupido e, per voi che leggete, noioso, quindi non lo farò.
Back From The Abyss vi offre esattamente quello che vi aspettate dalla band di Ward&Co: quindi groove a badilate, suoni caldi, ottime melodie e la giusta dose di aggressività (ma senza snaturne il sound originale e trasformare gli Orange Goblin in un gruppo sludge come gli Iron Monkey).

Mi permetto di divagare, ma solo perché ci sta con la musica che amiamo.
Mentre stavo riprendendo in mano questo disco per recensirlo, mi sono domandato come mai la mia memoria mi diceva “sto disco spacca, ha un groove eccezionale”, mentre il mio udito sentiva un suono loffio e inconcludente. Questo pensiero l’ho tenuto per qualche ascolto, poi ho capito che stavo sentendo il CD a volume merda e non andava. Back From The Abyss ha bisogno di volume per esprimersi, ha la necessità di ricevere Watt per potersi esprimere come vuole, in caso contrario vi sembrerà di guidare una Ferrari a 30Km all’ora e con la paura dei vigili sdraiati. B.F.T.A è un disco che deve essere messo nel lettore della macchina e va sentito a volume spropositato.

Ci sono dischi che a basse temperature non funzionano e questo è uno di quelli. Non puoi goderti gli Orange Goblin come se fossi al Buddha Bar, è una bestialità che potrebbero concepire solo quelli che credono alle scie chimiche. L’affermazione ha un senso perché Back From The Abyss beve dalla fonte del Dio con i baffi e lo fa con rispetto, sia quando mastica le imponenti note sabbathiane, sia quando getta nella mischia svaghi psichedelici o carbura il motore musicale con vaghi sentori Motorheadiani. Quello che però rimane immutabile è il tiro che hanno le canzoni e la voce di Ben Ward (sono giorni che non riesco a togliermi di testa la melodia vocale di Heavy Lies The Crown).
Se vogliamo aggiungere una nota di colore, ci sono rimandi incrociati per tutto il corso dell’LP e l’atmosfera Lovecraftiana è sottocutanea e molto, molto, azzeccata.
13 tracce in totale, di cui due strumentali (fra cui la chiusura The Shadow Over Innsmouth), sono la quantità giusta: tredici tracce mettono in mostra tutto quello che c’è da sapere e non arrivi alla fine del disco con il fiatone.
Mentre finisco questa recensione, ascolto Sabbath Hex e canticchio Do What Thou Wilt… e, chissà per quale motivo, tutto ha un senso.
[Zeus]

L’ultima cena prima dell’ultima cena: Black Sabbath – Reunion (1998)

Risultati immagini per black sabbath reunion

Non penso sia necessario spiegare al mondo quanto i Black Sabbath abbiano dato al sottoscritto. Se dovessi dire quale gruppo mi ha cambiato profondamente, solo uno, direi Black Sabbath e non tornerei sulla mia posizione.
Il tira e molla con Ozzy, ancora oggi la miglior incarnazione dei Sabbath (almeno nei primi cinque dischi), durava ormai da troppo tempo; si sapeva che ad un certo punto lo storico monicker sarebbe ricomparso su un disco ufficiale e non solo nei concerti dell’Ozzfest. L’occasione è proprio quella di Reunion, tour con la formazione storica – con tanto di Vinny Appice in versione “ruota di scorta” – e celebrativo di una carriera lunga 30 lunghi anni. Come tutti i live con Ozzy, non c’è spazio per niente oltre al parto discografico dei primi sette LP. Dopo Never Say Die!, per il Madman, c’è l’hic sunt leones.
Quindi Reunion è un best of, con grandissimi brani e un recupero azzeccato (Dirty Women), i suoni sono spaventosi, metallici e possenti, talmente tanto che ogni volta che li sento mi sembra siano artefatti all’inverosimile.

Nota a margine: io non so se è un problema del mio doppio CD o è generalizzato (ho sentito qualche brano in mp3 e/o youtube), ma il suono è completamente sballato e quasi mono invece che stereo.

Non mi viene in mente niente da aggiungere a quanto è stato detto nel passato.
Non mi sento di parlare della capacità vocale di Ozzy e del fatto che spara fuori più “fuck” che note o della sua capacità di creare un’atmosfera incredibile con quel coro che mima la chitarra su War Pigs.  Non sapete quante volte mi sono trovato a cantare da solo, come uno scemo qualsiasi, immaginandomi davanti al quartetto di Birmingham. Quando poi è avvenuto a Verona, seppur in versione terzetto, quel coro unanime, sentito, bellissimo, mi ha scaldato il cuore in maniera indecorosa per essere un brutto metallaro. Mi ha fatto sentire dentro una comunità, una grande famiglia che cantava insieme al papà Ozzy e la banda. Fossi stato meno sobrio, probabilmente due lacrime le avrei lasciate sulla calda pietra dell’Arena.
Perché voi non sapete cosa significa sentire il cuore che scoppia mentre parte Into The Void o l’emozione che ti prende il corpo appena parte il riff immortale di Paranoid. Non lo sapete.

Per aggiungere un po’ di merceria al Cd, la band ha inserito anche due prove in studio: le prime da Never Say Die!. Psycho Man e Selling My Soul sono due tentativi di trovare di nuovo il sound sabbathiano ma non riescono a venirne fuori alla grande. Sono due prove ma non è c’è niente dell’imponenza espressa in 13. Io la dico, poi potete anche sputarmi addosso: son contento che ci abbiano provato e “fallito”; sono contento di aver aspettato altri anni prima di risentire i Black Sabbath in studio perché con 13 ho avuto la possibilità di salutare una band in salute e non un gruppo che, per monetizzare, tira fuori il CD paraculo e arraffasoldi.
[Zeus]

N.I.B ovvero Nativity In Black – la prima compilation/tributo ai Black Sabbath (1994)

Risultati immagini per nativity in black

Quante cazzo di volte ho sentito questo tributo? Innumerevoli.
Non sto neanche a contarle perché risulterei patetico e sì che io, dei tributi, me ne guardo volentieri visto che sto ancora tremando dopo avere sentito, a suo tempo, Light My Fire suonata dagli Amorphis. Quella sì che era una cover brutta, ahimé.
Il primo Nativity In Black, al contrario del secondo del 2000 che mi ha sempre lasciato molto poco soddisfatto, funziona. E bene, oserei dire. Ascoltare questo CD ti da l’impressione di andare a bere qualcosa con quella che era la tua ragazza (di cui serbavi un ricordo normale), ma adesso è una nerboruta, tatuata skinhead (non nel senso politico, ma proprio di acconciatura) e che beve birra ruttando invece che cocktail dolciastri e dai colori fluorescenti. Sai che sotto sotto c’è ancora la persona che frequentavi, ma in superficie ha messo su muscoli e vigore.
Nativity In Black è così. I Sabbath ci sono, richiamati e omaggiati in maniera onesta (se vogliamo sono Supernaut e Children Of The Grave a subire un trattamento di personalizzazione massima, la prima sotto la scure dei 1000 Homo DJs e la seconda brutalizzata e resa viscida dai White Zombie), ma sopra ci sono i muscoli dei Biohazard (che iniettano testosterone in After Forever e qui, amici miei, capite il perché del nerboruto nell’esempio precedente) o di Sepultura, Corrosion Of Conformity e altri.
Ozzy interviene e canta con i Therapy? in Iron Man (il Madman, ironicamente o forse non se lo ricordava proprio visto che nel mentre si sarà pippato metà Colombia, partecipa anche a Nativity In Black II cantando in N.I.B e, di nuovo, Iron Man) e poi ecco che Megadave tira lo schioppo a Nick Menza che andava alla grossa mentre Paranoid finiva e i Cathedral ci regalano un momento di depressione perfetto con la cover di Solitude (stupenda l’originale, ma questa è al secondo posto di pochissimo).
Non avendo avuto i soldi disponibili, questo disco me l’ero fatto imprestare e mi ero copiato il CD alla brutta e con la copertina fotocopiata a colori, tanto che ancora adesso mi vergogno di quello che ho fatto. Ma la povertà c’era e non ero certo in condizione di spendere tanti soldi, quindi via di baratto e preghiere.
Forse è proprio per questo, la difficoltà nell’ottenerlo, la quantità di volte che ho ascoltato questo CD tanto da farmelo odiare e poi adorare e poi ignorare e… cazzo, boh… adesso non lo sento più da un po’, se non per questa recensione che, del disco in sé, parla poco, ma dice tanto sul motivo per cui noi siamo quello che siamo. O io sono quello che sono.
E il motivo è semplice: perché ci sono i Black Sabbath. Il resto, cari miei, sono discussioni che lasciano il tempo che trovano.
[Zeus]

Questo strano aprile al ritmo dei Black Sabbath: Never Say Die! (1978)

Risultati immagini per never say die!

Negli ultimi tempi sto avendo delle serissime difficoltà a staccare fra casa e lavoro: quando sono a guadagnarmi due euro in croce, mi porto dietro la sonnolenza casalinga; mentre sono a grattarmi la minchia a casa, ecco che vengo percorso da ignobili sensazioni stressanti date dal lavoro di cui sopra.
Non credo di essere l’ultimo, ma visto che ognuno è egoista, penso a me stesso.
Nella nebbia del cibo+stress mi sono risentito Never Say Die! dei Black Sabbath e, ahimé, continua a non convincermi.
Io, ogni tot, ci passo un po’ di tempo in compagnia di Never Say Die! o Technical Ecstasy e, ogni volta, mi ritrovo a pensare che l’ultimo grande disco della formazione originale è stato Sabotage. I due LP successivi, seppur suonati bene e con perizia, non mi hanno detto granché: vai te a sapere perché!
Never Say Die!, che festeggia i 40 anni quest’anno, è il testamento di una band con il fiatone e più problemi che soluzioni. A trent’anni, i membri dei Sabbath vengono reputati dei dinosauri del rock (adesso, cari lettori, a 30 anni si fa fatica ad uscire di casa e si viene considerati come giovani adulti) e le nuovissime leve dell’hard rock/metal – che hanno imparato tutto dai Sabbath stessi – si fanno belle davanti al pubblico dei nuovi giovani. Eggià, perché i giovani dei Sabbath, quei 15/20enni che si drogavano a bomba e formavano distese di corpi senza coscienza ai concerti degli inizi, sono diventati adulti e i nuovi giovani vogliono qualcosa di diverso, qualcosa che sia “primitivo” e del loro tempo.
I Sabbath perdono la rotta, Ozzy perde il padre E la brocca, la formazione incomincia a scricchiolare e le composizioni sono zoppicanti, tanto che, per sopperire ad un attacco di tossicodipendenza di Ozzy (si sa, il buon Michael “Ozzy” Osbourne aveva queste esigenze di sfasciarsi la faccia con alcool e droghe varie) tirano dentro il quartetto cetra di turno e ci piazzano dentro dei fiati al posto del Madman che canta. Visto che ci sono, mettono di nuovo Bill Ward dietro il microfono su Swinging The Chain e tutto ha un senso.
Non tutto è da buttare, sia chiaro, e neanche la traccia di Bill è brutta in sé. Never Say Die! è anche un brano divertente, diretto e che riconosci come Sabbath grazie al marchio Iommi. Junior’s Eyes, a mio parere, rende meglio nella versione di Zakk Wylde.
Io non mi sono mai fidato di questo disco, l’ho sempre guardato con diffidenza… ma tanto mi ha fregato comunque visto che mi sono comprato il DVD del tour – vaffanculo a me e alla mia coerenza. Tanto, diciamocelo, vedersi Ozzy stretto nel vestito di pelle bianca, obeso da alcool e droghe, gli occhi allucinati e con le pupille grandi come monete da 2 euro è qualcosa di eccezionale.
Se poi lo vedete saltellare e battere le mani di fianco a Iommi, capite perché come frontman non ha niente da invidiare a nessuno: tutti sono capaci di essere fighi e possenti sul palco, ma quanti dei grandi singer/leader musicali sono capaci di farti esclamare “cazzo, potrei essere io al suo posto!” o “ce la potrei fare anche io”.
La cosa più dignitosa per i Black Sabbath è stata separarsi e iniziare l’avventura con Ronnie James Dio. Fortuna, e lo dico con affetto, che l’ultimo ricordo in studio dei Sabbath con Ozzy alla voce non è stato affidato a questo Never Say Die! o alle due tracce bonus di Reunion, ma al più che dignitoso 13 – un vero comeback con i fiocchi.
[Zeus]

 

 

Black Label Society – Grimmest Hits (2018)

Qualche giorno fa stavo camminando, per motivi strettamente lavorativi e quindi lucido e smerigliante come pochi, per le vie della città dove lavoro e davanti a me sono apparse due ragazze. Come potete immaginare, cari adepti del metallo, il mio sguardo nobile è caduto prima sull’essenziale (una delle due squinzie portava a tracolla un ripetitore simil-dildo della JBL) e poi sul secondario, cioè due signori culi che salutavano a destra e sinistra il mio ondulante sorriso.
Al che, visto che sono uomo di TMI, mi son trovato a pensare che ognuno, e dico ognuno, è intitolato ad ascoltare quel cazzo che vuole. Ognuno ha il proprio gusto: sfiga che il loro è un gusto di merda.
Peccato, due culi così avrebbero meritato una colonna sonora più onorevole… diciamo qualcosa come la Black Label Society.
Nel 2018 Zakk riattiva la Black Label più elettrica dopo 4 anni di tranquillità e subito capisci che c’è qualcosa di nuovo nell’aria, deodorante per il cesso a parte (l’ho cambiato e sono estremamente orgoglioso). Grimmest Hits ha il tiro che mancava a Catacombs of the Black Vatican. Perché possiamo dire tutto, ma Zakk Wylde alterna i dischi e dal 2005 (data di uscita di Mafia – concerto a cui ho assistito con notevole sudore corporale) ad oggi il trend è stato disco bello – disco mäh. Shot To Hell (disco che non mi ha mai entusiasmato) e Catacombs sono i dischi mäh, mentre Mafia e Order Of The Black sono gli highlights. Comprensibile quest’ultimo, visto l’abbandono della nave Ozzy per nuotare da solo nel mare.
Grimmest Hits non raggiunge Order Of The Black, ma ha un buon tiro sia quando pigia il piede sul distorsore (e qua entrano in gioco sonorità che rimandano ai seventies), sia quando rallenta e mette in gioco l’anima southern/folk che Zaccaria Il Selvaggio da sempre cerca di far convivere nei dischi della Black Label Society. Zakk è il tipico musicista che si impegna, ingegna e ci prova a trasporare un genere anti-radio come il metal, nelle radio. Lui ci prova sempre e lo fa con pezzi di spessore (anche se non sempre io li apprezzo, soprattutto quando virano sul “quasi lagna”).
In tutto il disco c’è un grande faro che il barbuto chitarrista segue ed è il sound dei Black SabbathLed Zeppelin e spiccioli. Quando c’è la chitarra elettrica, si sente che Zakk si ispira alla Baffuta Mano di Dio e così direi anche per le parti più mellow. Una canzone come All That Once Shine sa di cose buone e su Catacombs… sarebbe uscita più molle e così anche A Love Unreal, ai tempi di Shot To Hell si sarebbe ammosciata per qualche strana ragione spaziale. E ve lo dice uno che reputa A Love Unreal una delle “tipiche canzoni da Black Label Society”. Room of Nightmares è il primo singolo e quello con meno appeal ma, again, su dischi come Shot To Hell – Catacombs sarebbe una hit senza pari.

Quindi il 2018 si apre con Zakk Wylde di nuovo a fare da ascia per Ozzy e in forma con la Black Label Society. E poi non ditemi che quest’anno è iniziato di merda. Non ditemelo proprio perché mi girano i coglioni.

Giusto un filo meno di quanto mi sono girati i coglioni vedendo che le due ragazze dallo stupendo culo ballerino ascoltavano musica Tunz-Tunz-Tunz e parlavano come due cerebrolese che si scambiano messaggini su whatsapp con tutti i “cioè”, “bella frà” e “no, cioè, guarda…”.
Che cazzo di spreco.

Ps: ormai il lyric video, come video ufficiale, è il nuovo trend per pagare poco, ma questo di All The Once Shined è veramente figo.

 

Due recensioni al prezzo di una: i Black Sabbath alla fine del 1990

Non riesco a sofferarmi troppo su una pagina dolorosa nella storia dei Black Sabbath. Il fatto è che Tony Iommi e i Sabbath, nel 1990, erano in balia di una serie di rivoluzioni personali, di sound, di umore, di innamoramenti e disamori che potremmo riempire le pagine e creare una fiction televisiva. Dopo anni e anni di stabilità, oggetto di culto nella storia dei Sabbath pre-1990 visto che parliamo dell’ultimo Dio e il primo arrivo di Tony Martin, la nave-madre incomincia a ballare sotto i colpi di un mercato che non perdona.
Fra reunion riuscite male (la toccata e fuga di Ronnie James Dio) e le versioni bis- e ter- della formazione con Tony Martin alla voce, i Black Sabbath non ci capiscono più molto di quello che devono essere e di chi sono.
Prima degli ultimi singulti sulla fine degli anni ’90, il baffuto messaggero del metallo ha tempo di incidere ancora due dischi: un live e uno in studio.

Il primo è Cross Purpose Live. Uscito nel 1995, Cross Purpose Live è la necessaria prosecuzione della reunion fra Iommi e Butler dopo anni e anni di separazione. Il rapporto Tony Iommi – Tony Martin è sempre stato travagliato: il primo è un padrone crudele, il secondo un onesto cantante che, all’epoca, non brillava neanche di un grandissimo appeal sul palco. Se poi consideriamo che Iommi scaccia e riprende Martin con la facilità con cui io mi cambio le mutande, direi che definire bizzarro il rapporto fra i due Tony è dir poco.
Non ho neanche un giudizio stabile sulle prove di Martin alla voce: a volte mi sembra un R.J.Dio senza nerbo, a volte lo ritengo capace di cantare su ottimi album e di fornire prestazioni che mi soddisfano (Headless Cross, per esempio) o mi trovo a pensare che Tony Martin, pur non essendo il più carismatico (palma che va ad Ozzy) o il più dotato (qua c’è il compianto Dio), è quello che ha contribuito a dare un senso di continuità agli eterni riff del Mastermind in black Iommi.
Non ho parlato di Cross Purpose Live? Lo so. Il motivo è che risente di tutti i problemi, e dei pregi, di cui sopra. Tony Martin regge sui suoi brani, ma poi quando mette i piedi nelle composizioni dei due predecessori illustri – lasciamo stare l’era Gillan che non viene toccata per questioni più che mai ovvie – ecco che fornisce prove altalenanti.
Mi piace, non mi piace… non saprei dirlo, ma a Cross Purpose Live preferisco sempre Live Past, Reunion o Live Evil. Ci sarà pure un motivo, no?

Per compleare il crimine contro l’onnipotenza, nel 1995 esce anche Forbidden, l’ultimo album in studio dei Black Sabbath prima del ritorno eccellente con la reunion di trequarti della formazione e 13. Forbidden è, senza se e senza ma, il peggior disco dei Black Sabbath.
E sì che io, amandoli a dismisura, non riesco ad ascoltare neanche Technical Ecstasy e Never Say Die! con il buon Ozzy alla voce. Nel 1995, come detto, Iommi è allo sbando e viene abbandonato (again!) da Geezer Butler, il quale va a fornire le sue prestazioni al simpatico Ozzy.
Il lavoro sicuro è meglio di un possibile Olimpo.
Viste le condizioni precarie, Iommi fa l’unica cosa possibile: una reunion con la band che ha suonato su… rullo di tamburiTYR. Al che, cari miei, potete tranquillamente alzare un sopracciglio e capire che c’è qualcosa che non va se la Baffuta Mano di Dio si deve cercare una reunion con quelli che hanno suonato su TYR, non proprio un Master Of Reality, no? Quindi fa qualche colpo di telefono, chiama Neil Murray e Cozy Powell (che si stavano allegramente facendo i cazzi loro, il secondo addirittura scocciato dopo essere mandato a cagare da Dio durante la reunion di Dehumanizer) ed ecco a voi servito il quintetto-belle-speranze del 1995. Ma c’è un problema: i soldi son pochi, la casa discografica tentenna (bravi i Black Sabbath eh, bravissimi, ma…) e così Iommi è costretto a pregare i Body Count di Ice-T di poter registrare il disco nel loro studio.
La vita è grama se Tony Iommi deve ridursi a questo. Ma Dio non vede di buon occhio colui che lo supera per carisma, bravura etc etc.
Cosa succede quindi? I Black Sabbath vengono registrati da Ernie C dei Body Count, hanno la testa da altre parti (Powell e Murray per i cazzi loro di sicuro) e nessuno ci mette il cuore, tanto che, come amo ripetere, Tony Martin riesce a mettere insieme un compendio di linee vocali sbagliate da far paura. Bisogna dire, però, che neanche Iommi va al top e si limita a suonicchiare qualcosa.
L’album esce e, saggio e giusto com’è, lo stesso Iommi dichiara subito che non è soddisfatto di Forbidden.
Io vi chiedo: se Tony Iommi dice che questo disco non gli piace, chi siamo noi comuni mortali per obiettare? Nessuno.
Quindi il mio giudizio è esattamente quello di Mr. Tony Iommi.
[Zeus]