Goatwhore – Constricting Rage of the Merciless (2014)

Constricting Rage of the Merciless.jpg

I Goatwhore sono strani, diciamolo chiaro e tondo. Strani non per la proposta che, comunque, ricade in un mix che spazia fra death/thrash e black metal. Spesso i tre generi si vanno a confondere e creare quel blackned death o quel thrash-black, ma il riferimento generale è questo: estremo, tirato al massimo, growl, canzoni con groove (a volte assassino, come Baring Teeth Of Revolt – forse una delle migliori tracce del disco) e un piglio metallico sporco tipico delle band che provengono dalla zona della Louisiana.
Strani, dicevamo, e il motivo è che pur dopo sette dischi in studio (l’ultimo, Vengeful Ascension è dell’anno scorso) non hanno mai fatto il vero salto di qualità. Sono una band che rimane nella serie B del metal, e non è un termine denigratorio è per posizionarli in maniera adeguata nel grande scacchiere delle band metal di tutti i tempi. Perché se dopo vent’anni di attività e tutti quegli LP in studio non hai fatto il salto nell’Olimpo e rimani nel limbo di chi dovrebbe dare di più, visto che ti porti appresso un musicista esperto come Sammy Duet (ex Soilent Green e Acid Bath, band quest’ultima effettivamente seminale e troppo in anticipo sui tempi dello sludge) e L. Ben Falgoust II (anche lui proveniente dall’esperienza Soilent Green) allora un po’ di più dovresti aspettarti.
E lo dico con onestà, i Goatwhore hanno la capacità di essere molto incisivi e appassionanti su certe tracce e poi perdersi in una serie di aggressioni feroci e veloci ma che non ti rimangono in testa più di tanto. Questo è il principale limite della band di New Orleans: la continuità e la concretezza. Anche in questo Constricting Rage of the Merciless cadono nello stesso problema che li caratterizza da una vita e quindi dove trovi canzoni eccellenti, che ti fanno saltare le otturazioni, ecco che stai certo che dietro l’angolo ti becchi anche una canzone estrema sì, ma totalmente anonima. Ascoltare un disco di Sammy Duet è come giocare a campo minato, metti giù le bandierine cercando di capire quando incontri brani interessanti (la già citata Baring Teeth… o la cadenzata Cold Earth Consumed in Dying Flesh) e quando invece ti perdi a pensare ad altro perché la canzone ha pochi spunti brillanti e il resto si perde da qualche parte.
Questo è quanto si può dire dei Goatwhore e, probabilmente, anche dei loro dischi: sono incostanti e, nello stesso tempo, puramente underground, violenti e velenosi. Questo è il mix che li contraddistingue da sempre e che disegna, alla perfezione anche Constricting Rage of the Merciless.
[Zeus]

AC/DC – Ballbreaker (1995)

Sarò onesto con voi, gli AC/DC non sono stati il motore per la mia conversione al metallo. Ve lo dico conscio del fatto che la band dei fratelli Young è quanto di più semplice (nel senso ampio del termine: quindi accessibile) da sentire ed è una delle porte in cui un adolescente può entrare nel fantastico mondo del metallo pesante.

Ve lo dico io che, da figlio unico, non ho mai avuto nessuno che mi desse i propri dischi metal o hard rock da ascoltare. Tutto quello che girava, era quello che mi toccava scoprire con fatica e, vista la qualità delle cose reperibili in epoca pre-internet, molte delusioni uditive. Se poi teniamo conto che nessuno delle persone che conosc(ev)o ascoltava hard rock o metal, il gioco si faceva più difficile.
La mia porta verso gli inferi è stata grazie ai Black Sabbath e, di questo, non posso che ringraziare il Grande Capro un giorno sì e l’altro anche. E sì che io ci avevo tentato a chiedere un disco metal nella gioventù, nell’occasione era Somewhere In Time dei Maiden – che fra l’altro ha recensito il buon Skan un po’ di tempo fa-, e mi è arrivata fra capo e collo una cassetta completamente diversa: una dei Nomadi.
Mannaggia ai Nomadi e a Io Vagabondo. Non è vero, da quel punto mi sono anche appassionato ai cantautori italiani, finendo poi per limitarmi al Faber e a Guccini. Capra ero e capra sono rimasto.

Torniamo a noi e agli Ac/Dc. Detto che non mi hanno introdotto al metal, che ruolo hanno avuto e, di più, che ruolo ha avuto Ballbreaker? Ve lo dico subito e ve lo dico chiaramente: mentre tutti andavano sciacquandosi la bocca con dischi inutili sentiti per la radio, Ballbreaker è diretto, groovy (ditelo come fa Austin Powers, please) e ti fa scattare la air guitar senza neanche pensarci. Con Ballbreaker i fratelli Young giocano semplice e sparano fuori quello che hanno fatto da sempre con l’audacia e la competenza di oltre vent’anni di mestiere. Perché Ballbreaker presentava, all’epoca, il ventennale per la band australiana e loro si saranno detti “spariamo fuori le cartucce migliori, senza complicare la faccenda”.
Vi dico una cosa, hanno fatto dannatamente bene. Perché dopo questo disco, signore e signori, il sound non ha più raggiunto quel supremo mix di rock che fa di Ballbreaker quello che è. Dopo i dischi sono di mestiere e con poche vette, mentre il disco del 1995 ha, contando bene, una cosa come 11 potenziali singoli.
Undici. Potenziali. Singoli. 
Dove cazzo trovate un disco con così tante canzoni che ti rimangono addosso? Forse forse si ritorna indietro a Back In Black del 1980. Epoche preistoriche per certe generazioni.

Come detto, non posso certo ringraziare Malcom e Angus Young di avermi introdotto al metal o aver aperto il pentolone infernale, ma posso di certo ringraziare il fratelli australiani per avermi dato anni e anni di musica che, ancora oggi, mi fa venire voglia di alzarmi dalla sedia e fare un po’ di sana air-guitar.
Se non mi credete su Ballbreaker, non posso certo biasimarvi, ma posso darvi degli stronzi, no?
[Zeus]

 

Black Label Society – Grimmest Hits (2018)

Qualche giorno fa stavo camminando, per motivi strettamente lavorativi e quindi lucido e smerigliante come pochi, per le vie della città dove lavoro e davanti a me sono apparse due ragazze. Come potete immaginare, cari adepti del metallo, il mio sguardo nobile è caduto prima sull’essenziale (una delle due squinzie portava a tracolla un ripetitore simil-dildo della JBL) e poi sul secondario, cioè due signori culi che salutavano a destra e sinistra il mio ondulante sorriso.
Al che, visto che sono uomo di TMI, mi son trovato a pensare che ognuno, e dico ognuno, è intitolato ad ascoltare quel cazzo che vuole. Ognuno ha il proprio gusto: sfiga che il loro è un gusto di merda.
Peccato, due culi così avrebbero meritato una colonna sonora più onorevole… diciamo qualcosa come la Black Label Society.
Nel 2018 Zakk riattiva la Black Label più elettrica dopo 4 anni di tranquillità e subito capisci che c’è qualcosa di nuovo nell’aria, deodorante per il cesso a parte (l’ho cambiato e sono estremamente orgoglioso). Grimmest Hits ha il tiro che mancava a Catacombs of the Black Vatican. Perché possiamo dire tutto, ma Zakk Wylde alterna i dischi e dal 2005 (data di uscita di Mafia – concerto a cui ho assistito con notevole sudore corporale) ad oggi il trend è stato disco bello – disco mäh. Shot To Hell (disco che non mi ha mai entusiasmato) e Catacombs sono i dischi mäh, mentre Mafia e Order Of The Black sono gli highlights. Comprensibile quest’ultimo, visto l’abbandono della nave Ozzy per nuotare da solo nel mare.
Grimmest Hits non raggiunge Order Of The Black, ma ha un buon tiro sia quando pigia il piede sul distorsore (e qua entrano in gioco sonorità che rimandano ai seventies), sia quando rallenta e mette in gioco l’anima southern/folk che Zaccaria Il Selvaggio da sempre cerca di far convivere nei dischi della Black Label Society. Zakk è il tipico musicista che si impegna, ingegna e ci prova a trasporare un genere anti-radio come il metal, nelle radio. Lui ci prova sempre e lo fa con pezzi di spessore (anche se non sempre io li apprezzo, soprattutto quando virano sul “quasi lagna”).
In tutto il disco c’è un grande faro che il barbuto chitarrista segue ed è il sound dei Black SabbathLed Zeppelin e spiccioli. Quando c’è la chitarra elettrica, si sente che Zakk si ispira alla Baffuta Mano di Dio e così direi anche per le parti più mellow. Una canzone come All That Once Shine sa di cose buone e su Catacombs… sarebbe uscita più molle e così anche A Love Unreal, ai tempi di Shot To Hell si sarebbe ammosciata per qualche strana ragione spaziale. E ve lo dice uno che reputa A Love Unreal una delle “tipiche canzoni da Black Label Society”. Room of Nightmares è il primo singolo e quello con meno appeal ma, again, su dischi come Shot To Hell – Catacombs sarebbe una hit senza pari.

Quindi il 2018 si apre con Zakk Wylde di nuovo a fare da ascia per Ozzy e in forma con la Black Label Society. E poi non ditemi che quest’anno è iniziato di merda. Non ditemelo proprio perché mi girano i coglioni.

Giusto un filo meno di quanto mi sono girati i coglioni vedendo che le due ragazze dallo stupendo culo ballerino ascoltavano musica Tunz-Tunz-Tunz e parlavano come due cerebrolese che si scambiano messaggini su whatsapp con tutti i “cioè”, “bella frà” e “no, cioè, guarda…”.
Che cazzo di spreco.

Ps: ormai il lyric video, come video ufficiale, è il nuovo trend per pagare poco, ma questo di All The Once Shined è veramente figo.

 

Pist*On – Number One (1996)

A seguito di un favore fatto (avevo prestato alcuni CD contenenti la discografia completa dei Blue Oyster Cult) ad un amico che frequentava il pub dove ero solito spendere parte del mio sudato stipendio, il suddetto amico mi aveva ripagato con un DVD pieno zeppo di musica di tutti i tipi: dal black al death, dal noise al punk, dal rockabilly all’alternative. Mi mancava la zampogna del contandino montano e avevo fatto jackpot.
Dentro il supermix di gruppi e generi, c’era questo gruppo: i Pist*On. All’epoca della loro uscita sul mercato mondiale, non li conoscevo. Penso di averli scoperti circa 10 anni dopo, ma potrebbero essere addirittura 11 gli anni passati dal loro avvento sulla scena musicale mondiale e il mio sentirli.
Penso che i fattori del mio disinteresse verso Number One fossero ben chiari guardando la cover art: brutta? Direi che il giudizio di un fumetto che piscia in bocca all’altro fumetto rende perfettamente chiaro il concetto di orribile. Soprattutto perché non c’è neanche quel po’ di gnocca, che funziona sempre nelle cover brutte, che almeno risolleva la storia e ti fa dire: ok, la copertina è brutta, ma la tizia è gnocca forte.
La musica è quella che è, un mix di metal e alternative che, a metà anni 90, andava per la maggiore. La voce di Henry Font richiama molto quella di James Hetfield post-Black Album (quindi con tonalità più basse) e il suono dei Pist*On (o Piston, a seconda di quando li avete scoperti, pre o post Atlantic Records) è grasso, grosso e potente.

Su internet, non proprio il posto dove trovare l’oro colato delle affermazioni, si citano addirittura i Pist*On come “antenati” dei Disturbed.

Di tutto il disco, ancora oggi, continua a rimanermi in mente solo qualche parte di Parole, canzone che apre Number One. Il resto mi si confonde sempre nella mente, non riuscendo mai a rimanermi più di 5 secondi nell’anticamera del cervello.
Dischi paraculi e/o prescindibili ne sono usciti a badilate nel corso del tempo e Number One, forse il migliore dei due CD dei Pist*On che avevo su questo malvagissimo DVD, rientra nella seconda categoria.
Non sempre è così, ma a volte la selezione naturale discografica stronca band che non hanno granché da dire.
[Zeus]

 

 

 

Girovagando su Encyclopedia Metallum: Human Serpent – The Gradual Immersion In Nihilism (2014)

Io, gli Human Serpent, non li conoscevo.
Ma partiamo dal principio: al Colony Open Air della scorsa estate mi sono fatto un viaggione turbolento con gli Mgła e, sulle scie chimiche di questo portentoso trip metallico, mi sono andato a fare un giretto nei meandri di Encyclopedia Metallum. Come ho già detto altre volte, utilizzo E.M. quando la mia memoria si incrina e/o non ho un cazzo di voglia di cercare le fonti di quello che dico, quindi mi informo due secondi e poi scrivo le porcherie belle recensioni che voi 9 lettori adorate tanto.
Nel mezzo del cammin dell’Encyclopedia, mi sono imbattuto, saltando di link in link, sulla pagina degli Human Serpent e posso dire che mi hanno intrigato per due fattori: a) provengono dalla Grecia e, come sapete, qua a TheMurderInn siamo fanatici dei Rotting Christ – cosa che ci fa sempre sperare per la terra che governa l’Egeo; b) il titolo “The Gradual Immersion In Nihilism” mi sembrava qualcosa di buono vista la mia costante ricerca di musica “allegra e positiva”.
Giusto per provare, sia lodato il Metallo, mi sono ascoltato il loro esordio – targato 2014 – ed eccoci qua al presente e alla recensione di oggi. Perché gli Human Serpent partono strani, bislacchi e bastardi come l’herpes. I brani ci sono (otto) e la durata interessante (35 minuti) sono due fattori che depongono bene, visto che odio i dischi pretenziosi.
I greci, avendo capito questo, mi vengono incontro con un disco che è veloce, i tupa-tupa furiosi ci sono, ma che sprofonda in luridissimi rallentamenti che ti fanno esclamare: eccazzo. In senso positivo, ovvio. Perché è così, quando ci vuole ci vuole, e con questo disco un “eccazzo” ci sta.
Per completare l’opera il duo greco inserisce anche canti liturgici e sulfuree atmosfere clericali, ma sinceramente questo è un cliché abusato e non da nessun quid alla proposta dei discendenti di Agamennone. Avendo capito anche questa cosa, nei successivi due dischi, il comparto “Chiesa-monaci-riflussoesofaringeoliturgico” è stato ulteriormente diminuito (se non cassato di brutto), cosa che almeno trasporta la band in una dimensione che è la sua e non un mischione terribile di quello che è di tendenza adesso.
Da quel pomeriggio, gli Human Serpent sono finiti stabili sul mio ipod: questa è una certificazione di qualità, perché l’Ipod, a parte i dischi che devono esserci per partito preso, è lo strumento ufficiale del DEMONIO per permettermi di scrivere queste recensioni.
E se un disco rimane più del tempo necessario a capirci qualcosa, vuol dire che se ve lo perdete, causa pigrizia o perché siete impegnati a mettervi i pollici nell’ano, state facendo un grosso errore.
[Zeus]

System Of A Down (1998)


Nell’estate del 2002, privo di ogni capacità di intendere e volere, ero in quel di Rimini con alcuni ex compagni di classe. Già le reunion di classe mi provano un ribrezzo fottuto (tanto che l’evento migliore in assoluto è stata la fuga con il buon Skan verso un festival stoner in Emilia Romagna – concerto trovato in 10 minuti e che mi ha permesso di scappare dall’ennesima richiesta di “cena di classe”), figuriamoci andare al mare a Rimini – veramente qualcuno va al mare a Rimini o Riccione? – e divertirsi.
Il Dio del Rock mi ha messo davanti a dalle prove per testare la mia fedeltà e io, umile scribacchino di questo genere dedito ai 4/4 e al Grande Capro, ho cercato di tenere fede a
l principio: Rock’n’Roll Ain’t Noise Polllution.
Ma non divaghiamo. In quel di Rimini, nello splendido sottotetto di un Hotel con mezza stella probabilmente auto-assegnatasi e/o restata sulla facciata dalle decorazioni natalizie, avevamo portato uno stereo portatile.
Per chi fosse troppo giovane, una radio è questa cosa sulla destra. No, non ha mp3 o ipod o altro, fa suonare quelle cose chiamate CD.
La musica dentro quello stereo non era scelta dal sottoscritto, anche perché non avevo la minima idea che gli altri avessero portato anche lo stereo. Ma, al tempo, ero un po’ fuori dai giochi, quindi non mi sono posto il problema di cosa portare o meno come musica. Il termine giusto era “sbattersene il cazzo”.
Uno dei CD all’interno di questo sordido mangiasabbia – lo stereo portatile era infatti portato anche in spiaggia, cosa che ha reso i dischi delle ottime spugnette abrasive – era quello dei System Of A Down, per la precisione Toxicity. Visto che al tempo i soldi erano pochi (situazione che non è cambiata neanche adesso ad essere onesti), la versione di Toxicity che ascoltavamo era una brutale compilation di mp3 tirati giù da Napster (o Gnutella o similia) e, oltre tutto, anche sbagliata.
Alla traccia numero 5, invece che esserci X, la canzone originale di Toxicity, c’era Spiders del precedente e omonimo disco d’esordio della formazione armena. Questa canzone svettava nel disco, quindi sono andato a cercare su internet (la DSL faceva miracoli in lentezza al tempo) e non trovandola sul disco ho mandato a cagare tutto finché non mi è giunta l’ispirazione di vedere il disco precedente. Ed eccola qua.
Spiders è, senza dubbio, una delle migliori canzoni di System of a Down. Il resto non raggiunge quel bilanciamento fra melodia e aggressività che riesce così bene a Tankian&Co. Il resto del disco è un mischione di generi che spazia dal nu-metal, al thrash, al progressive in stile Tool e varie altre influenze. Quello che però manca system of a down è qualche altra canzone hit che, come succede nel successivo Toxicity, supporti il disco. La prima prova in studio degli armeni non mi ha mai appassionato troppo, eccezion fatta per Spiders che, per quanto possa piacere il genere o meno (io non ne vado pazzo), è una canzone che il suo perché.
E forse, lo dico in retrospettiva, aver trovato questo brano è l’unica cosa buona uscita da quella vacanza a Rimini.
[Zeus]

 

 

L’amico ubriacone: Iron Monkey 9-13

Memori del fatto che nella mia provincia lo stoner è la musica dei pochi, posso affermare con orgoglio che gli Iron Monkey erano conosciuti forse da due persone su 400.000, quindi siamo messi bene. Our Problem è un disco talmente grande che, spesso, mi lascia senza parole per recensirlo e, quando mi intestardisco, scrivo delle banalità che potrebbero tranquillamente essere perle di altre webzine metal.
Il problema con gli Iron Monkey è essere quello che sono: immensi. Un gruppo deviato che ti fa sentire bene con te stesso perché, a sentirli, sai che loro stanno male. Stavano male prima, quando registravano Iron MonkeyOur Problem, e stanno male adesso con 9-13. Johnny Morrow è scomparso nel 2002, pace all’anima sua, ma dopo 15 anni di totale delirio ecco che gli inglesi lasciano pipa di crack, latte di Fosters e, toltosi il laccio emostatico, ti scaraventano in faccia il nuovo disco di una delle creature più putride dell’Inghilterra moderna.
Dalla formazione a cinque di Our Problem sono passati a quella a tre, con Jim Rushby ad occuparsi di chitarra e vocals – voce che non raggiunge l’efficacia malatissima di Morrow, ma che nel nuovo corso degli Iron Monkey ci sta bene. Questo è il fatto: gli Iron Monkey del 2017 non sono più quelli del 1998, hanno mutato prospettiva e lo sludge della fine degli anni ’90 è mutato in una creatura irsuta che ha inglobato ancora più estremismi. Le partiture sabbathiane-meet-blues non sono più così presenti, anche se alcuni giri ci sono, ma il RIFF è diretto, violento e forse spostato verso l’equilibrio fra metal, sludge, stoner e post-qualcosa che tanto fa modernismo. Moreland St. Hammervortex riassume tutto quello che ho detto, ve lo giuro, perché entra nel grande filone delle canzoni lunghe e quasi “progressive” (non prendetelo come termine scolpito nella pietra) degli Iron Monkey, come lo erano 9 Joint Spiritual Whip Shrimp Fist.
Gli Iron Monkey targati 2017 sono questo: meno bluesy (se vogliamo) e molto più diretti al punto, ti sverniciano le orecchie con potenza e uno scream demente.
Forse adesso, dopo anni e anni, gli Iron Monkey verranno riconosciuti degni di ascolto anche qua da me; ho il sospetto che persone che hanno approcciato lo stoner e si sono spostate su gruppi di genere ma più “levigati” e “progressivi” (Mastodon, Baroness o, arriverei a dire, persino la nuova versione dei Queens Of The Stone Age), una volta entrati a contatto con questa bestia sozza d’alcool e droghe li reputino talmente grezzi, volgari e violenti da rigettarli.
Un po’ come farebbe il figlio di papà entrato per sbaglio all’interno di qualche bettola popolata di casi umani, ubriaconi, zoccole e umanità di vario tipo.
[Zeus]

Dimenticanze imperdonabili: Moonspell – Irreligious (1996)

Nota a margine: Ho controllato e mi sono dimenticato di recensire questo disco due anni fa. Sono un cazzaro.

Come posso non essere affettivamente attaccato ad Irreligious dei Moonspell? A parte il fatto che è stato pubblicato il giorno del mio compleanno, questo disco contiene una percentuale di canzoni belle che ancora oggi, a 22 anni di distanza, mi rendono una persona meglio visto che ne sono a conoscenza.
Visto che io mi sono abbeverato a quella fonte, mentre voi, se non l’avete fatto, siete in difetto e, quindi, suscettibili di rimprovero, vi salvo dal vostro notevole tormento. Subito dopo il classico penitenziagite di Salvator-iana memoria, sia chiaro (per chi avesse letto/visto Il Nome della Rosa).
Con Irreligious stiamo parlando di una band, i Moonspell, che hanno appena fatto uscire Wolfheart (e sticazzi non ce lo metti?) e nel giro di due anni usciranno con la svolta di Sin/Pecado – disco che celebra adesso i 20 anni di vita. Siamo nel 1996 e i portoghesi sono veleggiando all’apice della loro creatività e questo è poco ma sicuro.
Poi svolteranno, si inerpicheranno su strade strane e non particolarmente redditizie (creativamente) e, infine, torneranno indietro con il convincente 1755. Ma tutti noi sappiamo che quando parte Opium ci viene da ingrossare il petto, fare la posa drammatica che ci rende fieri e Trve e declamare, con voce baritonale e stentorea, quello che è il chorus/titolo della canzone.
E lo dico sapendo quello so, cioè che io lo faccio perché ho raggiunto un certo grado di consapevolezza di questo disco; mentre voi che sorridete, se state sorridendo, vuol dire che non avete ancora raggiunto quella comprensione di un disco eccellente in molte, moltissime delle sue parti (solo per citarne alcune: Awake!, Raven Claw, Herr Spiegelmann o la conclusiva Full Moon Madness – chiusura che io reputo eccezionale, tanto da garantirsi immortalità seduta stante).
Irreligious è un disco gotico, metal e capace di prendermi ancora adesso, venti e passa anni dopo la sua pubblicazione. E non sto facendo una marchetta parlando bene del disco perché, signore e signori, cade in una ricorrenza che mi sta particolarmente nella memoria, ma perché Irreligious è un gran cazzo di disco.
Se lo ascoltate bene e vi fate infettare quanto basta, vi troverete anche voi accovacciati sul tavolo, in posa languida e decandente, ad ordinare bevande di bassa lega a cameriere avvenenti finché, ad un certo punto della notte, esclamerete stentorei: Opium!
E sapete che tutto è andato come il Grande Capro comanda.
[Zeus]

 

 

 

Canzoni da battaglia: Bolt Thrower – Mercenary (1998)

Nel lontano 1998 i Bolt Thrower fanno uscire Mercenary (6° disco in studio) e noi, poveri esseri umani, non sapevamo che quella creatura guerresca era in dirittura d’arrivo (due album e poi tanti saluti).
Mercenary è anche l’ultimo disco con Karl Willetts alle vocals prima della reunion per quel cazzo di gran disco che è Those Once Loyal.
Ma torniamo al qui e allora, dopo …For Victory (1994) la band si prende un paio d’anni per registrare il successore, evento mai riscontrato prima nella storia dei Bolt Thrower; Karl Willetts&Co., infatti, avevano un ritmo lavorativo invidiabile di un disco ogni 1/2 anni.
Se vogliamo Mercenary si trova in quella posizione scomoda di essere un album celebrativo (6° in studio, 10 anni di attività dal primo In Battle There Is No Law!) e in un momento di rivoluzione del mercato musicale estremo mondiale. Willetts e soci se la prendono comoda e, riprendendo il discorso lasciato con il precedente, ne rubano la struttura dei brani e cercano di capire se orientare il proprio sound su posizioni più groovy/midtempo (scelta che poi sarà “rubata” dai God Dethroned nei loro dischi a marchio bellico) o cosa tirar fuori di nuovo dal cilindro.
La scelta, in fin dei conti, era abbastanza semplice: essere sé stessi ma aggiornare il sound al 1998 e quindi puntare con maggiore decisione, pur senza abusarne, sul groove e macinare un sound potente (anche se la produzione, in questo senso, lo penalizza leggermente). Dall’altro lato, però, il sound incomincia a stagnare per molti motivi, fra cui quelli sopra elencati di una carriera decennale e un mercato strano.
Alcuni pezzi sono molto fighi (ad esempio, No Guts, No Glory che ti esalta sempre quando parte con il rombo del cannone), ma altri brani nel disco si assestano su un lavoro onesto, quasi di mestiere e che, pur essendo Bolt Thrower al 100%, ti fa pensare che avrebbero potuto fare qualcosa di più.
Ti chiedi se qualcosa avrebbe potuto essere fatta diversa e, sospetto, se lo siano chiesti anche gli stessi inglesi: dopo Mercenary Karl Willetts saluta e per il successivo Honour – Valour – Pride del 2001 viene reclutato Dave Ingram (fino a quel momento con i Benediction).
[Zeus]

 

Rimestando nel calderone: Zakk Wylde – Book Of Shadows (1996)

Nel 1994, Zakk Wylde decide di uscire per un momento dall’ombra di papà Ozzy e di registrare il suo primo disco solista anche se, al tempo, aiutato dai Pride & Glory. Con questi, il chitarrista americano (non ancora barbuto e ignorante come lo conosciamo dai video recenti di facebook o altri canali) fa uscire fuori la sua vena southern e mischia le carte che lo vedono devono tanto agli Skynyrd, quanto alle divinità sacre chiamate Black Sabbath e Led Zeppelin. Dopo due anni di silenzio, ecco che Zakk ritorna in studio e si diverte a suonare quello che sarà il disco dove inserirà alcuni fra i suoi migliori pezzi elettroacustici: Book Of Shadows.
Book Of Shadows è il parto della mente del chitarrista, come tutti i dischi della Black Label Society che seguiranno, e viene inserito tutto l’amore per le sonorità più mellow del continente americano; quindi ecco il blues, il folk e le ballate che non potevano certo rientrare nelle setlist del Madman o costituire l’ossatura principale del primo disco solista di Wylde.
Una volta che lo ascolti, non puoi fare a meno di associarlo al sedersi sul balcone di casa (noi, a meno che non vivi in campagna, non abbiamo la veranda che guarda sulle coltivazioni di cotone/mais etc), con le gambe allungate sulla ringhiera, la sedia spostata indietro e una birra chiara in mano. Questo è quello che richiama questo disco: un momento di sosta meritato e una tranquillità racchiusa in 50 minuti di canzoni fatte bene, con gusto e senza caricare troppo il fattore melassa (elemento che, con il passare degli anni, ha preso la mano di Zakk e gli ha fatto pubblicare alcuni brani quasi stucchevoli e troppo sdolcinati per poter essere apprezzati appieno).
Nel recente passato il chitarrista ha fatto uscire un secondo episodio di Book Of Shadows ma, per me, questo primo disco del 1996 rimane quello definitivo di un certo tipo di intendere il concetto Zakk Waylde + musica acustica. Ci ho dato un ascolto a Book Of Shadows II ma mi annoia, non riesco a concentrarmi nella maniera dovuta, mentre quando parte Between Heaven And Hell o Throwin’ It All Away o anche solo Too Numb To Cry sento che c’è qualcosa di giusto.
La dimensione definitiva del sound che ha in mente Zakk Wylde verrà poi condensata nei Black Label Society e lo sappiamo tutti, ma Book Of Shadows, a 22 anni di distanza, continua ad emozionarmi e farmi venire la voglia di mandare tutto a fanculo tutto e mettermi in balcone, gambe distese sulla ringhiera, la testa che poggia sul muro e una birra in mano.
Vi giuro, se non avete mai sentito questa esigenza, non sapete cosa vi state perdendo.
[Zeus]