Il ritorno di Neni: Epitaffio in morte di Alexi Laiho

Scrivo poco, troppo poco eppure ho sempre trovato la scrittura estremamente catartica. La mia vita, negli ultimi anni, è diventata allo stesso tempo estremamente appagante e complicata, tanto da non aver più tempo per me e per scrivere, ma in questi giorni sono così turbata da avere un vortice di parole nella testa che necessita di essere impresso su carta, almeno virtualmente.
La morte di Alexi Laiho è sulla bocca di tutti, metallari e non, webzine di settore e testate giornalistiche di risonanza nazionale. Generalmente questo tipo di notizia non mi colpisce particolarmente, voglio dire, dispiace sempre che un “idolo” o un componente di una band che nel passato o nel presente hai ascoltato, passi a miglior vita, ma questa volta è diverso. In questi giorni ho riflettuto molto sul perché mi abbia così angosciato questa notizia, non sono una ragazzina e non ho mai vissuto la musica come venerazione adolescenziale del cantante/musicista, ma non riesco a smettere di pensare. Penso che ci ha lasciato uno dei più grandi artisti della mia generazione. Penso alla grande passione ed attitudine che li aveva portati a continuare il loro tour dopo l’attentato del Bataclan. Penso che non ci sarà un altro concerto, un’altra intervista, penso che non avrò più l’occasione di scattare una foto o di bere una birra insieme a lui, magari già imbarazzantemente sbronzo, a qualche festival in giro per l’Europa. Penso che avevamo la stessa età, poco più di un mese di differenza. Penso che tre anni fa sono stata anch’io “in punto di morte”. Penso alla sofferenza che ci dev’essere stata, tutta la vita e negli ultimi anni perché si sa che gli artisti, o almeno quelli che io considero tali, vivono la vita con grande inquietudine come “poeti maledetti” d’altri tempi, nella continua ricerca dell’autodistruzione. Penso che i tempi andati non ritorneranno più. Penso che questa sia la fine di un’epoca e che quei giorni gloriosi di alcol, amici, concerti, interviste, foto sono ormai lontani. Ciò che è stato non sarà più. Certo, la nostra vita non è finita, e non finiranno i festival, i concerti, le interviste, le foto e le birrette con altri artisti ma questa disgrazia risuona nella mia testa come un “giro di boa”. La consapevolezza di oggi non è certo l’incoscienza di ieri, che per certi versi rimpiango e per altri no ma senza mai rinnegarla. Infondo io mi sento sempre quella cattiva ragazza di 20 anni fa con solo qualche ruga in più ed un fardello di esperienze, alcune belle altre meno, sulle spalle. Penso che mi mancano immensamente i concerti ed i festival da cui la vita famigliare prima e il Covid poi mi ha allontanato senza però privarmi del desiderio, o meglio, dell’esigenza di calpestare ancora e ancora le pavimentazioni dei locali, la terra bruciata dei festival estivi. Penso. Penserò ancora per qualche giorno finché interiorizzerò la cosa, finché torneremo a sudare in squallidi scantinati e a bruciare sotto il sole d’agosto in qualche paesello dimenticato da Dio ma ben conosciuto dall’inquilino del piano di sotto. Quando ritorneremo a fare tutto questo, ci sarà ancora un artista in meno e, me lo auguro, qualche artista in più.

Quanto a te, poeta maledetto che dalle lande sperdute della Finlandia sei arrivato fino alle nostre orecchie in Friuli, grazie per la musica, grazie per la rabbia, la tua rabbia era ed è ancora anche la mia.
[Neni]

Kaltenbach Open Air – Tickets

Ecco i prezzi per i biglietti per la quindicesima edizione del Kaltenbach Open Air. Il bill dell’evento è di quelli di prim’ordine, con gente come Septic Flesh, Taake, Sodom, Primordial, Decapitated, Diabolical, 1914 e tanti tanti altri.

Il biglietto in prevendita costa 75 Euro (per tre giorni). Per il giorno singolo 40 Euro.
Al box office i prezzi sono di 85 Euro (per i tre giorni) e di 50 Euro per il giorno singolo.

Visto l’evento, c’è la possibilità di acquistare anche il biglietto VIP… per informazioni potete cliccare su questo link: TICKETS.

[Zeus]

2019 – Lo spiegone finale

Hoila tutto bene?
Lo ammetto, quest’anno mi sono impegnato poco su queste pagine virtuali ed è stata tutta colpa mia! L’aumentare della massa delle mie chiappe unita all’abbonamento a Netflix mi hanno reso “una persona peggio” (cit.). Ma eccomi qua di nuovo per parlare di due dischetti due: le fatiche di Tomb Mold e Exhumed targate 2019!

Tomb Mold - Planetary Clairvoyance
Partiamo dai canadesi Tomb Mold, death metal puro e finito. Non sottogeneri, nessun prefisso o postfisso (? ma direi anche suffisso, nota di Zeus.) ma solo death metal, se proprio vogliamo metterci un aggettivo, death metal di stampo americano, quindi sussegguirsi di riff, accellerazioni, parti più cadenzate,voce gutturalissima , doppiacassa un tanto al kilo e tanto scapocciamento indotto mentre si tiene il tempo scuotendo la manina. Niente di nuovo, niente di innovativo, ma tante canzoni ben fatte che rendono l’ascolto fluido e facile. Sì, il punto di forza di questo CD non è nè la violenza nè il lerciume, e ne troviamo di entrambi, ma è proprio la composizione delle canzoni ad essere ben fatta e rende l’ascolto di PLANETARY CLAIRVOYANCE veramente piacevole!

https://www.metal-archives.com/images/7/9/1/7/791779.jpg?0530
Proseguiamo con il mio party cd dell’anno Exhumed : Horror. Già l’artwork del CD vale la pena per l’acquisto! Basato sulla riproduzione di una copertina di un film slasher horror anni ’80 di serie Z, con i titoli delle canzoni scritti come se fossero titoli di altrettanti film, gli Exhumed ti anticipano subito cosa ti aspetterà: death – grind – gore metal sparato dall’inizio alla fine, con doppia voce, una stile lavandino intasato e la seconda stile lavandino intasato dal vomito, e ogni canzone ha un fottuto e semplice ritornello che ti si stampa in testa, in modo che tu lo possa urlare ai concerti mentre ti rovesci addosso la birra che fuoriesce dal tuo bicchierone in plastica.
15 pezzi in meno di 30 minuti, tutti d’un fiato, senza tregua!

[Skan]

Slowtorch + Vu Garde (minitour austriaco – marzo 2019) – Part 2

[ITALIAN and GERMAN version]

[GERMAN VERSION]

Der zweite Teil eines Tourtagebuchs könnte kaum besser beginnen als mit Bob Segers unsterblichen Lyrics zu Turn The Page:

On a long and lonesome highway, east of Omaha Graz
You can listen to the engines moanin’ out his one old song
Think about the woman or the girl you knew the night before
But your thoughts will soon be wanderin’, the way they always do
When you’re ridin’ sixteen hours and there’s nothin’ much to do
And you don’t feel much like ridin’, you wish the trip was through
Here I am, on the road again, here I am, up on the stage
Here I go, playin’ star again, there I go, turn the page

Genau so fühlt man sich nach einer adrenalingetränkten, durchfeierten Nacht…man sitzt im Bus, Kilometer um Kilometer, Stunde um Stunde, die Musik ist gerade mal ein Hintergrundgeräusch – leise genug, um den von gestern noch brummenden Schädel nicht noch weiter zu lädieren. Und genau so beginnt unsere Fahrt in Richtung Klagenfurt nach einem ordentlichen Frühstück. Klagenfurt ist die Heimatstadt von VU GARDE,
und wir freuen uns schon riesig darauf, gewissermaßen bei unseren Freunden zuhause zu spielen. Jeder hat sein Lieblingslokal/-pub mit seinen Lieblingsmenschen und seiner Lieblingsmusik – und die Mammut Bar ist für VU GARDE eben das: Wenngleich es von außen klein wirkt, ist das Lokal durchaus geräumig und wartet sowohl vom Sound, als auch von den  Besuchern her mit einigen angenehmen Überraschungen auf – die Stimmung ist richtig gemütlich. Der Soundcheck läuft super, wir essen und machen’s uns bequem.


Diesmal haben wir keine Support Band, aber VU GARDE fackeln nicht lange: Sobald sich die Mammut Bar einigermaßen gefüllt hat, legen sie los, als gäbe es kein Morgen. Das Set klingt super, Svens Stoner-Doom-Riffs mit unverkennbaren Southern-Einflüssen und Stephans wuchtige Drums unterlegen Melas Stimme auch heute wieder souverän.

Out there in the spotlight, you’re a million miles away
Every ounce of energy, you try and give away
As the sweat pours out your body, like the music that you play


Nach einer kurzen Umbaupause sind SLOWTORCH an der Reihe. Der Sound wirkt zwar etwas anders als gestern (das ist wohl auf die Größe der Mammut Bar und das Publikum zurückzuführen), der Bass etwas verzerrter, aber die Wucht der Band ist wie immer deutlich spürbar. Gerade mal einen Song weit kommen die Jungs, bevor die Gurthalterung an Skans Bass bricht…aber von solchen Kleinigkeiten lässt sich die Band nicht lange aufhalten – mit ordentlich viel Klebeband und ein paar markigen  Kraftausdrücken wird die Sache repariert, und es geht weiter. Die Setlist mehr oder weniger jene von gestern Abend, also Material aus bisherigen Alben und ein paar neue Songs aus der kommenden EP im Live-Test. Mela wirft sich wieder ins Publikum, die Band gibt alles und das Publikum tanzt (hin und wieder hauen SLOWTORCH tatsächlich auch den einen oder anderen „tanzbaren“ Song raus!). Zum Ende der Minitour bedankt sich die Band herzlichst bei Zuschauern und Fans, vor allem aber bei VU GARDE und der MAMMUT BAR, dann geht’s ans Feiern – man merkt, dass die beiden Bands auf derselben Wellenlänge sind: Noch bis lange nachdem sich
die Bar geleert hat wird getrunken und gelacht…a family on the road.

Later in the evenin’, as you lie awake in bed
With the echoes of the amplifiers, ringin’ in your head
You smoke the day’s last cigarette, rememberin’ what she said
What she said

Oh, here I am, on the road again, here I am, up on that stage

[Zeus – translated by Bruno Slowtorch]


[ITALIAN VERSION]

Come potrebbe iniziare la seconda parte di un report sul minitour degli Slowtorch + VU GARDE se non citando le immortali parole di Bob Seger in Turn The Page?

On a long and lonesome highway, east of Omaha Graz
You can listen to the engines moanin’ out his one old song
Think about the woman or the girl you knew the night before
But your thoughts will soon be wanderin’, the way they always do
When you’re ridin’ sixteen hours and there’s nothin’ much to do
And you don’t feel much like ridin’, you wish the trip was through
Here I am, on the road again, here I am, up on the stage
Here I go, playin’ star again, there I go, turn the page

Perché questo è il sentimento che ti prende quando, dopo una notte di party e concerti a mille all’ora, ti rimetti sui sedili del furgone e macini chilometri e ore come niente fosse e la musica è un sottofondo delicato, adatto a non urtarti i nervi di una testa ancora appesantita dall’hangover della sera precedente.
Così saliamo noi sul furgone, dopo aver fatto colazione e aver rimesso in piedi tutto l’armamentario della band. Di nuovo sulla strada e si va in direzione Klagenfurt. Per chi non se lo ricordasse, Klagenfurt è la roccaforte dei nostri amici VU GARDE, quindi si gioca a casa loro e siamo entusiasti di suonare in un locale che i nostri compagni di viaggio chiamano CASA.
Tutti abbiamo un bar/pub/locale a cui siamo affezionati, dove andiamo perché c’è bella musica, bella gente e tutto funziona.
Abbiamo scoperto, una volta arrivati al Mammut Bar, che questo è uno di quei posti per i VU GARDE.
Il Mammut Bar, da fuori, sembra piccolo, ma dentro rivela molto più spazio del previsto e ci riserva delle sorprese sia per quanto riguarda il sound sia per la gente – tutti molto calorosi e gentili nei nostri confronti.
Il soundcheck va alla grande, mangiamo qualcosa e poi aspettiamo il nostro turno.

Questa volta non ci sono band di supporto, quindi appena il locale è abbastanza pieno, salgono sul palco i tre moschettieri e ci danno dentro come i matti. Il sound esce bene e il set dei Vu Garde, collaudato da diverse prove sul palco, è una garanzia. La chitarra di Sven è in fiamme, continua a macinare riff su riff e il sound mischia stoner-doom e qualcosa di southern senza soluzione di continuità, mentre la batteria di Stephan tuoneggia e la voce di Mela imbastisce la tela su cui tutti noi scivoliamo sereni.

Out there in the spotlight, you’re a million miles away
Every ounce of energy, you try and give away
As the sweat pours out your body, like the music that you play

Cambio palco veloce ed ecco che ritornano a suonare gli Slowtorch. Rispetto a ieri, il sound è leggermente diverso, meno avvolgente (ma questo è anche dovuto alle dimensioni del locale e dalla quantità di gente accalcata davanti al palco), con un basso più distorto, ma la potenza esce dalle casse e investe tutti quelli che sono presenti.
Poche note e la mano pesante di Skan disfa il supporto della cinghia del basso. Visto che non ci sono strumentazioni di riserva, si va sulla versione DIY e quindi nastro argentato e il basso tenuto su a forza di bestemmie al Creatore e potenza della musica. Il set è simile a quello della sera prima, quindi non ci sono novità da presentare: sempre estratti dai dischi precedenti e qualche chicca nuova, giusto per testare i brani del nuovo EP dal vivo. Mela torna in mezzo al pubblico e la band suona con l’anima, molti incominciano a ballare (certi brani dei ‘Torch si prestano ad essere “ballati”… se così possiamo dire). Il concerto finisce in crescendo, con la band che continua a macinare note su note, finchè non è ora di chiudere il sipario e salutare tutti i fan e, soprattutto, ringraziare di cuore i VU GARDE e il MAMMUT BAR.

 

Per festeggiare la fine del concerto, si incomincia il grande festeggiamento e qua si vede perché Slowtorch e Vu Garde vanno bene insieme. Si beve, si ride e si ascolta musica in un locale ormai quasi vuoto e che risuona ancora delle note delle due band e delle risate di persone che, ormai, formano una famiglia on-the-road.

Later in the evenin’, as you lie awake in bed
With the echoes of the amplifiers, ringin’ in your head
You smoke the day’s last cigarette, rememberin’ what she said
What she said
Oh, here I am, on the road again, here I am, up on that stage

[Zeus]

Nuovo minitour austriaco per gli Slowtorch

Riceviamo e pubblichiamo:

I bolzanini Slowtorch ritornano in Austria con un minitour dopo la convincente una prima tappa di metà gennaio.
La band, che dal 2018 vede di nuovo Skan ad occuparsi delle parti di basso, sarà in compagnia del trio Vu Garde, già in apertura del quartetto di Bolzano al Jelly.Fish di Innsbruck.

Queste date anticipano la registrazione del prossimo materiale in studio, ormai a  buon punto in fase di pre-produzione dei brani.
Il nuovo disco, che vedrà la luce 5 anni dopo SERPENTE (ultima fatica in sala di registrazione targata 2014), sposterà il sound degli Slowtorch su territori più pesanti ma senza perdere di vista quello che è il trademark della band.

Il tour austriaco è stato pianificato nel weeekend del 22.-23. marzo e toccherà le seguenti città:

slowtorch-vu-garde-inspector-fuzzjet-music-house-graz-at

22.03. Slowtorch + Vu Garde + Inspector Fuzzjet @ Music House di Graz (AT)

slowtorch-vu-garde-mammut-bar-klagenfurt-at
23.03 Slowtorch + Vu Garde @ Mammut Bar di Klagenfurt (AT)

Per informazioni, concerti e scambi date, potete contattare direttamente la band alla loro pagina Facebook: SLOWTORCH.

Colony Open Air – Day 1 [Zeus]

Pronti. Attenti. Via… Sì, ma i Morbid Angel?

La volta in cui i Grandi Antichi sentiranno le nostre preghiere, sarà sempre troppo tardi. Ve lo posso assicurare. Ad unire i puntini si diventa pazzi: weekend da bollino nero, settecento cambi di location, polemiche e quello che sarà il tormentone del Colony Open Air: sì, ma i Morbid Angel?
N.B: Tenete presente che i sostituti sono i Carcass, non la band del quartierino, e sticazzi se vi lamentate ancora.

Perché ci vuole una bella dose di coraggio ad organizzare un festival in Italia, soprattutto se non ti chiami Live Nation. Ci vuole coraggio e amore per il metal. Roberto e gli organizzatori ne hanno di entrambi nonostante tutta la sfiga che hanno avuto, perciò tanto di cappello. Non vi sfrangio le palle con i dettagli, ne trovate molti sulla pagina facebook del Colony Open Air. Detto questo, e saltando il viaggio – ma i Morbid Angel? -, la truppa di TheMurderInn, formata dal prode Skan e dal sottoscritto, arriva al PalaBrescia con tanto di panino da muratore in mano. Non ci facciamo mancare niente, noi.
Superati i controlli (entrambi i giorni ci ho messo meno di 5 minuti ad entrare), eccoci nello spazio antistante il Pala Brescia. I servizi sono puliti, le tempistiche per il bere e il mangiare sono ottime, a parte qualche fisiologico rallentamento (ma mai come i 45 minuti per avere un kebab di merda al Gods of Metal).

Sì, vi chiederete voi, ci sono punti negativi? I Morbid Angel (ah ah) e il fatto che non si può assistere al concerto con la birra. Ma ce la facciamo passare.

Non riusciamo a vedere gli Skanners e anche degli IN.SI.DIA sento troppo poco, quindi il mio Colony Open Air parte con il primo gruppo grosso del festival.
Non ho mai sentito gli HELL, anche perché io e il classic metal/NWOBHM non siamo proprio sulla stessa lunghezza d’onda, ma i britannici srotolano un mix di teatralità, NWOBHM e finiture alla King Diamond/Mercyful Fate che non annoiano. I 45 minuti scarsi a disposizione passano e il piedino batte e qualche scapocciata la faccio, anche per via delle 50 sfumature di brutto che offre il bassista. Da teatralità a massacro il passaggio non è breve, ma gli Asphyx si impegnano a bastonare i presenti con un mix non intricatissimo, ma con una botta perfetta. Le canzoni sono badilate e questo malvagio intruglio made in Olanda è più che mai gradito.
La palma di miglior band del sabato è stretta nelle loro mani e, ve lo posso assicurare, chi gliela ruberà merita quel posto.
Seguono i Loudness – dal giappone col furgone. Dove gli Asphyx macinano note, ossa e groove con malignità tipica di chi vive in porzioni terrestri sotto il livello del mare, i giapponesi rampanti hanno un singer che sembra Jackie Chan (alla frutta di fiato, si sente da qualche sonora cappellata), un guitar-hero tirato fuori direttamente dai film dei Power Rangers (come abbigliamento), un bassista anonimo e il cattivo di Grosso Guaio A Chinatown alla batteria. Duro qualche canzone, ma poi vado fuori per una pausa cibo/bere.
Primo nome grosso ed ecco salire sul palco i Death Angel. Ci mettono qualche canzone a trovare il sound giusto e, quando incominciano a scardinare le assi del palco, finisce tutto. Un po’ come la prima trombata, parti alla grande e in meno di 1 minuto stai già facendo la doccia. Guardo il buon Skan e mi domando se, anche per lui, l’ora è volata; poi guardo l’orologio e capisco che i Death Angel non hanno suonato più di 30 minuti. Potevano essere i migliori, non hanno avuto abbastanza tempo.
Dopo la domanda di rito: ma, i Morbid Angel? e la seconda domanda logica: come mai gli Asphyx così in basso? partono i Demolition Hammer. Gli americani ridefiniscono il concetto di viuuuulenza del Colony Open Air, ve lo assicuro. A vederli sembrano il nonno appena rientrato dal Vietnam con una sbronza perenne di alcool, ma poi attaccano a suonare e capisci che il Vietnam è quello che proverai te per i successivi 45 minuti. L’aspetto sfatto non deve trarre in inganno: i quattro si dedicano ad una, ed una sola, cosa ed è menar fendenti e legnate come faceva la maestra di scuola quando rompevi il cazzo alle compagne di classe. Botte da orbi tutto il set, non un minuto di pausa o di stacco, e i 45 minuti sono tirati e duri come Rocco Siffredi.
I vincitori della serata di sabato, pochi cazzi.
Quando partono gli Exciter si sente puzza di Gordon Gekko, di brillantina, di Chernobyl e Regan. Tutti gli anni ’80 saltano fuori dalla tomba e fanno ciao ciao non la manina. Il pubblico apprezza, la band suona e io faccio ciao ciao con la mano e vado a mangiar qualcosa.
Una pausa di troppo e il richiamo del prato quasi causava il merdone del giorno. Ci aspettavamo i Wintersun, di cui non ce ne fregava un cazzo, e allora via di svacco. Quando abbiamo sentito picchiare come fabbri ferrai ci siamo detti “da quando in qua i Wintersun hanno ‘sto tiro?” e siamo entrati.
Risultato? Non erano loro e il set dei Sacred Reich era bello che iniziato.
Gli americani sono in forma (il buon Phil sotto tutti gli aspetti) e si sente: stanno portando in giro la celebrazione di Ignorance e sanno benissimo che il loro lavoro è quello di tirar fuori del thrash dal cilindro. Lo fanno e noi ringraziamo visto che ci danno dentro. Il pubblico apprezza, salta e fa pogo, cosa si vuole di più dal thrash?
Alla fine arrivano veramente i Wintersun e noi rimaniamo in disparte ad ascoltarli. Non riesco a farmeli piacere, non chiedetemi perché. E continuo a pensare, come opener dei Kreator doveva esserci un’altra band, non questi finnici. Evito i fan e le ragazze in estasi e vado a sedermi e riposare la schiena.
Cazzo, non ho più l’età.
Last but not least, ecco gli headliner di serata. Una giornata bella piena, visto che le band di tutto rispetto hanno messo un bel po’ di adrenalina sul palco (il bello delle band di seconda schiera è che si sbattono a suonare). I Kreator sono la ciliegina sulla torta di sabato 22, giornata dedicata al thrash/classic metal. I tedeschi hanno qualche soldo in più in banca, ma li usano male nei palazzetti: la scenografia è francamente imbarazzante. Fortuna che c’è la musica.
Mille e compari si comportano come fanno i teteski da che mondo è mondo: tirano su la faccia da battaglia e via verso nuove avventure.
Giudizio? I pezzi vecchi sono di un’altra categoria rispetto a quelli nuovi, che sono fratelli minori dei classici (sia come testi che come musica).
Ma questo è risaputo: un tempo le cose si facevano meglio e i parcheggi c’erano anche in centro. Se ne è accorto anche Petrozza che, con il revival del thrash, sta vivendo una seconda, gloriosa, giovinezza portando avanti uno show professionale, ben suonato e con alcuni highlight di successo.
Vorrei arrivare alla fine e dire: “vi ho fregati, i Kreator hanno rubato la scena a tutti“, ma non è così. I Demolition Hammer continuano a rimanere i vincitori della serata con buona pace di Petrozza e compagni.
Ma ho ancora una domanda: ma i Morbid Angel?

[Zeus]

Le Iene contro i siti di bagarinaggio

Sappiamo che l’avete già letto in giro.
Sappiamo che avete già una vostra idea.
Ma non potevamo stare zitti. Non potevamo proprio.

Di seguito vi linkiamo le due puntate delle Iene sul fenomeno del bagarinaggio e del secondary ticket.
Non commentiamo oltre e lasciamo parlare le immagini.

Vogliamo solo dire una cosa:
TheMurderInn invita tutti i nostri lettori e, in generale, tutti i fan della musica ad acquistare i biglietti solo attraverso le rivendite autorizzate, non utilizzare le piattaforme di secondary ticket e boicottare ogni forma di bagarinaggio.

Per vedere le puntate delle Iene, cliccare sui link qua sotto:

PUNTATA 1 (09.11.2016)

PUNTATA 2 (16.11.2016)

La Redazione

The CROWN – Circolo Colony 15/05/2016

Mettendo da parte il buon senso, ho preso la mia macchina e mi sono diretto in solitaria verso il Colony di Brescia, per vedermi il live dei The Crown.
Era dal 200x che volevo vederli dal vivo, in quell’occasione suonavano alla Gabbia di Bassano (sempre sia lodata), e io per qualche motivo che non riesco a comprendere non andai. Il gruppo poi sciolse e io rimasi quindi con le pive nel sacco. Mi capita quest’occasione, quindi via, si macinano i 100 e passa chilometri, si sorpassano tempeste e si raggiunge il Colony.

Capisco subito che l’atmosfera è divertente dal momento che mi perculano subito all’entrata, data la mia incapacità ad allacciarmi il braccialetto che funge da biglietto; ma sempre dandomi del Lei.
Non c’è molta gente ma, come detto prima, è tutta allegra, e dopo aver finito di suonare i due gruppi di apertura (gli Injury da Reggio Emilia, thrashettone con attitudine e physique du role, e Black Rage, realtà ancora un po’ da rodare) si raccoglie tutta nelle prime tre file.
I The Crown dal vivo spaccano e, soprattutto, si divertono: lo si vede chiaramente nelle loro espressioni.
C’è un energia che si sprigiona e va a creare quel contatto pubblico-band, che fa che tutto fili liscio. Quindi, tra una canzone nuova e molte vecchie, soprattutto dal masterpiece Deathrace King, tra una Rebel Angel, una Face of destruction/Deep Hit of Death, una Under the whip (richiesta dal pubblico ed eseguita in via eccezionale dalla band) tutte eseguite con una rabbia quasi slayeriana,  il concerto vola letteralmente via fino al finale con 1999 Revolution 666.
Finito il concerto, il singer Johan Lindstrand, scende dal palco a dare la mano ed abbracciare ogni singola persona li presente.
Poi il ritorno. Ne è valsa la pena.
N.B. Un plauso al sempre ottimo Circolo Colony, un locale da preservare ai posteri, sempre ottimi volumi e sempre accogliente.

Inquisition-Entombed A.D.-Abbath-Behemoth – Ljubljana 14.06.2016

È la sera del 14 febbraio e invece di andare a cena con le fidanzate,  noi di The Murderinn, abbiamo partecipato al più blasfemo San Valentino del secolo. Dopo la data Italiana di Trezzo sull’Adda qualche giorno prima, il premiato gruppo Inquisition, Entombed A.D., Abbath e Behemoth, è giunto a Ljubljana, la capitale della Slovenia a pochi chilometri dall’Italia, Austria e Croazia. E da tutti questi paesi sono giunti i fan delle quattro band, per un concerto sold out in uno dei locali migliori della città.

INQUISTION

Il duo colombiano-statunitense  è salito sul palco come da programma alle 18.45 iniziando il concerto con Force of the Floating Tomb tratto dal loro ultimo album oscure verses for the multiverse. Potenti come non mai, ci dimostrano quanta potenza possono sparare in solo due persone. Senza l’ausilio di turnisti e alternandosi sui due microfoni posti ai lati del palco, il cantante chitarrista Dagon, accompagnato alla batteria da Incubus, ci fa sentire Ancient Monumental War Hymn, Dark Mutilation Rites e altri quattro brani, spaziando praticamente su tutta la discografia del gruppo. Alla fine del settimo pezzo, senza salutare come i veri Black Metaller, scendono dal palco e si avviano nei camerini.
Inizia il cambio palco per accogliere gli Entombed A.D.

ENTOMBED A.D.

La band death metal Svedese, nata dopo lo scioglimento degli Entombed nel 2014 che nonostante il suffisso A.D., continuano ad essere gli Entombed a tutti gli effetti e nessuno può dire il contrario. Su una scaletta di 11 pezzi, ben 8 sono le “cover” degli Entombed. Il concerto inizia con Midas in Reverse, tratta dall’album in uscita “Dead dawn”, per poi tornare indietro nel tempo con Strange Aeons, Living Dead e Chaos Breed nello stile duro e puro che contraddistingue il death metal Svedese, alternandole ai pezzi nuovi targati A.D.
Wolverine Blues e Left Hand Path chiudono la loro esibizione. Tra non molto sullo stesso palco salirà la leggenda del Black Metal Abbath.

ABBATH

Ero molto curioso di vedere Abbath dal vivo, vuoi per il suo nuovo album che mi è piaciuto moltissimo, vuoi perché sentire le vecchie canzoni degli Immortal fa sempre piacere, ma perché no, anche per vedere le sue particolari pose e la camminata da Zoidberg. Prima del concerto però un’amara sorpresa. Abbath, senza alcun valido motivo, ha espressamente richiesto di non avere fotografi nel Pit durante il suo spettacolo e a nulla sono valse le proteste dei fotografi presenti all’evento. Il concerto inizia con To War, tratto dall’ultimo album appena uscito, seguito da Winter Bane.
Arriva il momento del primo pezzo dal periodo degli Immortal, Nebular Winters e subito dopo addirittura una degli anni degli I. La scaletta composta da 12 pezzi è terminata con All Shall Fall, sempre dagli anni degli Immortal.  Alla fine del concerto, Abbath è saltato giù dal palco e correndo su è giù nel Pit tra palco e transenna ha salutato tutto il suo pubblico in delirio, prima di risalire sul palco e ritornare nel Backstage. Nel frattempo dietro le quinte i Behemoth si stanno preparando…

BEHEMOTH

Nel buio più nero, inizia a risuonare l’intro di Blow your Trumpets Gabriel e sul palco appare Nergal, chitarrista e cantante leader del gruppo, con due torce accese. Al momento giusto accende due fiaccole ai lati della batteria e inizia lo show. La teatralità dei Behemoth supera ogni immaginazione, con il loro costumi, il fumo, le fiamme, le zampe di gallina e tutto il resto. Una dietro l’altra i Behemoth suonano tutto il loro ultimo album, The Satanist, per intero. Fa la sua breve apparizione sul palco, vestita con un vestitino satanico sexy, Sharon Toxic, la stilista dei Behemoth, che ha curato i loro costumi e una linea di abbigliamento ispirata a loro. Il concerto continua seguendo precisamente il copione, con il chitarrista Seth e l’enorme bassista Orion immobili ognuno al suo lato del palco, mentre Nergal da vero antimessia distribuisce le ostie al pubblico delle prime file. Chiude la parte di concerto dedicata a The Satanist la epica O Father, O Satan, O Son, con una pioggia di coriandoli rigorosamente neri sparati sul pubblico a fine spettacolo. C’è tempo anche per l’encore, con quattro pezzi dagli album più vecchi della band polacca, che fa terminare definitivamente questo San Valentino di blasfemità.

Lo spettacolo è stato organizzato da Dirty Skunks, che nei prossimi mesi porterà nella capitale slovena i Cannibal Corpse e i Krisiun. Ma questa è un’altra storia….

Gallery Behemoth: CLICCA QUI

Gallery Inquisition, Entombed A.D., ABBATH: CLICCA QUI

[Manuel]