METALITALIA FESTIVAL GIORNO 1 (01/06/2019)

Sono diversi anni che non manco al MetalItalia Festival che si ripresenta puntualmente nella bella location del Live di Trezzo Sull’Adda. Questo festival è diventato un piccolo (ma forse non più così piccolo) orgoglio nazionale perché riesce, nei suoi due giorni, a portare sul palco band di fama mondiale e, allo stesso tempo, dare un meritato spazio ai gruppi di casa nostra.

Quest’anno ho presenziato solamente alla prima giornata, vediamo un po’ come è andata.
Mi scuso prima di tutto di non essere arrivato in tempo per le prime due band, i Genus Ordinis Dei e i Modern Age Slavery che, da quel che ho sentito in giro, si sono fatte entrambe valere con ottime prestazioni. Sono circa le quattro del pomeriggio quando entriamo al Live, giusto in tempo per non perdersi l’inizio della band successiva.

Stormlord: gruppo che non ho mai seguito con particolare attenzione anche perché, da esperienze precedenti, mi è spesso sembrato un po’ spompato e con poco mordente. Questa volta però mi sono dovuto ricredere. Una volta sistemata l’equalizzazione della tastiera, la band appare compatta e convinta, non si perde in fronzoli e chiacchiere, macinando pezzo dopo pezzo, rendendo giustizia ai brani vecchi che mi avevano fatto storcere il naso in passato, e sfoderandone un paio di nuovi dall’imminente nuovo album “Far”. Il gruppo guidato dal buon Cristiano Borchi, dopo anni di assenza, ritrova la grinta e si porta a casa meritatissimi applausi.

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Graveworm: la band altoatesina si presenta in formazione ridotta (almeno da come ero abituato a vederla) a quattro elementi e questo ha comportato, data la proposta musicale, un massiccio uso di basi registrate. Nonostante ciò, Stefano Fiori e soci sul palco spaccano e coinvolgono il pubblico, portando avanti uno show senza cali di tensione, chiudendolo con la doppietta “Hateful Design” e la cover di “Fear of the Dark” giusto per tirarsi dietro tutto il pubblico presente. Del resto la band è in giro ormai da un po’ di tempo, ha molta esperienza live e si vede, si sente. Bravi!

Darkane: questo manipolo di svedesi è uno dei motivi principali per cui sono andato al festival, non tanto perché ripropongono per intero quel capolavoro dell’esordio che porta il titolo di “Rusted Angel” (non sono un fan di questo genere di operazioni, a dire il vero), ma più che altro perché non ho mai avuto la possibilità di vederli dal vivo. Purtroppo sono rimasto un pochino deluso: nonostante siano dei musicisti veramente capaci, si vede che non sono tanto abituati a stare sul palco, risultando un po’ goffi e poco interattivi. Del resto la loro attività, per vari motivi, non è mai stata costante. Lo show, tutto sommato, scorre bene ed il pubblico apprezza, rimane però l’insoddisfazione di aver voluto avere qualcosa di più.

The Crown: altra band che non ho mai seguito e di cui conosco solo qualche canzone. Devo dire che non sono niente male dal vivo, la proposta musicale è bella pesante e la band sa tenere il palco. Impressione personale, sarà perché non conosco i pezzi, mi sembrano un po’ ripetitivi. Bella botta di vita comunque, soprattutto se mentre li guardi ti stai scofanando un bel piatto di salamelle con fagioli. Burp!


Fleshgod Apocalypse: spaccano il culo a tutti! Potrei anche fermarmi qui. La band italiana si sta facendo valere in tutto il mondo e il successo che sta riscuotendo è notevole, oltre che meritato. Per chi scrive, siamo di fronte al meglio che il nostro paese ha da offrire nella musica metal. Cazzuti, pesanti, estremi, precisi, perfetti, gli aggettivi si sprecano. L’unico difetto, ma non è colpa della band in questo caso, è la difficoltà nel missare una musica di questo tipo; durante l’esibizione ci sono alcuni problemi con le parti di pianoforte che vanno e vengono. Anche con i recenti avvicendamenti in formazione, la band sembra non risentirne per niente e regala uno show maestoso, proponendo pezzi che spaziano dall’album d’esordio fino al recente “Veleno” pubblicato qualche giorno fa. Standing ovation e tutti a casa!


Arch Enemy: questa è una band che, se mi mettessi a pensarci sopra, mi farebbe perdere il sonno. Non perché li amo alla follia, ma perché, dopo tutti questi anni che li conosco, non mi capacito ancora di come sia possibile che un gruppo formato da musicisti di un tale livello non sia in grado di tirare fuori qualcosa di memorabile. Da quel barlume di luce che fu “Wage of Sin”, album in cui debuttò Angela Gossow dietro al microfono, la band, artisticamente parlando, è sempre rimasta statica. Anche senza tirare in ballo il passato di Michael Ammot nei Carcass, senza pensare che all’altra chitarra si trova Jeff Loomis dei Nevermore… no, no a questo non posso passarci sopra! Jeff, che cazzo fai! Ti rendi conto che il momento più esaltante dell’intero show è stato quando ti hanno lasciato da solo sul palco e mi hai fatto salire il cuore in gola suonando quanto di più vicino a quello che facevi con la tua vecchia band? Ma, ahimè, è storia passata. Quella che ci troviamo di fronte è una band di fuoriclasse, veri professionisti che suonano benissimo, ma le canzoni, almeno a me, entrano da un orecchio ed escono dall’altro. E tutti ad applaudire la fagiana blu, Alyssa White-Glutz. Che sarà anche un’eccellente frontwoman, ma non si può ridurre una band soltanto a quello. The end.
[Lenny Verga]

Slowtorch + Vu Garde (minitour austriaco – marzo 2019) – Part 1

Ci sono poche cose a questo mondo che sono eccitanti e noiose allo stesso tempo, una di queste è il tempo passato in furgone durante lo spostamento da una data all’altra del tour. O anche solo per avvicinarsi alla prima data.
Caricare gli strumenti, assaporare il viaggio che si andrà a fare e sentire il misto di adrenalina e sonno dovuto all’alzataccia mattutina sono componenti che si vanno a mischiare alla suprema noia che ti prende dopo che sono passate 3/4 ore di viaggio.
Sia chiaro, non è spiacevole, basta trovare un equilibrio e tutto funziona (più o meno). La regola d’oro è sempre quella: equilibrio e capacità di fermarsi a prendere una boccata d’aria quando serve. Giusto per far riprendere consistenza al culo e smettere di guardare lo stesso identico panorama dal finestrino.
Il minitour austriaco degli SLOWTORCH è suddiviso su due date: la prima, il 22.03, a Graz; la seconda, il 23.03, a Klagenfurt. I nostri compagni d’avventura sono gli austriaci VU GARDE, band che abbiamo conosciuto a Innsbruck in occasione del Noise Ritual. La female-fronted band si è offerta di aprire entrambi i concerti nonostante giocassero in casa e, vi posso assicurare, è un gesto estremamente bello da parte di un gruppo.
Quindi, grazie VU GARDE!
Succede poche volte, ma quando vedi questo grado di affinità fra le band, allora capisci che il tour funzionerà bene.

Dopo quasi 6 ore di viaggio, comprensive anche della sosta per mangiare, arriviamo a Graz e, precisamente, alla Music House di Graz. Il locale ci ricorda subito certi concerti del lontano passato, quelli in Inghilterra dove scendevi le scale e arrivavi in una dimensione parallela fatta di un misto di odore d’umido, di sudore, di adrenalina e, come contorno, quella sacra sporcizia che mai e poi mai abbandonerà i locali hard rock/metal negli scantinati.
Come potete immaginare, il Music House è sottoterra, immerso in una coltre di sporcizia sedimentata da anni, con le pareti ricoperte di muffe, unto, bitume e adesivi… ma l’atmosfera è carica.
Per questa prima data abbiamo anche un supporto locale (i VU GARDE sono di Klagenfurt): gli Inspector Fuzzjet.
Dopo esserci distrutti l’apparato digerente con un chili osceno e foriero della peggior morte possibile (vi posso assicurare che non ho mai mangiato un chili così terribile come quello, dentro galleggiavano cose che non si sapeva se fossero teste d’aglio, morti, calzini triturati o cosa – qualità che logicamente ha avuto ripercussioni sulle emissioni gassose della band) e atteso che il locale fosse abbastanza pieno, parte il primo gruppo di supporto e c’è subito una bella vibrazione nell’aria.
Quello che gli Inspector Fuzzjet propongono non è niente di innovativo e affondano le mani anche nelle cover, quindi diciamo che è il gruppo d’apertura classico, ma è abbastanza conosciuto da portare un bel po’ di gente al Music House e questo, signore e signori, dice tanto sul fiuto del promoter locale (o il culo che ha avuto n.d.A.).

Dopo un rapido cambio palco, partono i nostri compagni di viaggio VU GARDE. Rispetto alla prima data in loro compagnia, parto decisamente più convinto sulle loro capacità. Sven è un chitarrista realmente brillante e riesce a sopperire alla mancanza del basso con una serie di riff e giochi di chitarra di ottimo livello, mentre Stephan si danna dietro le pelli e ci mette realmente l’anima – sembra abbia un conto in sospeso con la batteria.
A comandare le operazioni c’è Mela, la singer/sacerdotessa dei tre moschettieri austriaci. In questa data si sente che ci sta mettendo l’anima e le vocals esplodono dalle casse mentre tira fuori ottime linee melodiche che ben si accompagnano alle ritmiche del duo Sven-Stephan.
Il pubblico reagisce benissimo e molta gente li applaude e incoraggia il trio austriaco mentre questo spara un set da quasi un’ora di durata.
Ve lo dico: aspettatevi il primo CD di questa band. Se gioca le sue carte bene, e vista la volontà di far chilometri e sbattersi sul palco son già sulla buona via, ho la sensazione che li sentirete nominare spesso.

Rapido cambio palco e finalmente è il turno dei bolzanini SLOWTORCH. Come sempre, non posso gettarmi in grandi recensioni visto che accompagno la band come roadie/tuttofare, ma vi posso dire che si respira l’aria dei concerti che funzionano. La gente risponde bene, c’è un bel po’ di pubblico e molti ballano e si scatenano mentre i quattro bolzanini infiammano le assi del palco con pezzi di repertorio e alcune novità che andranno a finire in una serie di EP previsti per quest’anno.
Il suono è perfetto, esce caldo e potente dalle casse, cosa che ti fa rimbalzare sulle assi (scusate, sui sassi… scusate, sui vetri… non ho osato guardare bene cosa ci fosse per terra) e ti spinge ad avvicinarti e creare quella grande comunità stoner/metal che “ti fa sentire a casa in Austria come in Italia o come da altre parti d’Europa“. Quindi ecco che la gente porta le birre sul palco, che abbraccia i musicisti e inneggia agli Slowtorch. Ecco quindi Mela, il singer degli SLOWTORCH, muoversi in mezzo al pubblico e danzare con loro e così la distanza fra spettatori e band viene annullata. E in quei momenti tutto diventa gruppo, tutto diventa spettatori… l’unica cosa che rimane è il riffing di Bruno e la sezione ritmica formata da Skan e Fabio. E Mela che, di punto in bianco, fa partire la traccia vocale e si ritorna a ballare e fare headbanging.
Questo è uno show degli SLOWTORCH. Questo è quello che la gente si aspettava e ha ricevuto.

Finito il concerto non si respira più dentro il locale. C’è un’umidità da foresta amazzonica e non c’è una sola apertura verso l’esterno. Ma non importa, il concerto è andato alla grande e il duo SLOWTORCH – VU GARDE può andare a riposare e prepararsi per la seconda data austriaca.

Ovviamente non prima di aver festeggiato come si deve.
Come da tradizione, quello che succede ai concerti, rimane ai concerti!

[Zeus]

[To Be Continued]

Sudore & alcol – Tauerngold Festival 2018

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Presenzio a questo concerto in ben tre vesti: la prima è quella di merch-guy per gli SLOWTORCH, la seconda come pseudo-recensore di TheMurderinn e la terza come tizio che ha una voglia matta di fare il diavolo a quattro. Come primo ruolo, ho svolto il mio compito (almeno credo – gli SLOWTORCH non si sono lamentati e neanche chi ha comprato qualcosa). Per quanto riguarda la modalità party, signori, posso dire che non mi sono tirato indietro.
Ma come report del concerto?
Partiamo con ordine e vediamo di risolvere la pratica al meglio.
La chiamata alle armi della truppa Slowtorch suona alle 10. Poi si ritarda e suona alle 11.50 quando si dovrebbe partire alle 12.30. Quindi butta su due bistecche alte due dita e spera di non ingozzarti come un’oca mentre le divori con Bruno Slowtorch.
Siamo già in ritardo sulla tabella di marcia, ma riusciamo a contenere i vari minuti persi prima di metterci in moto direzione Schwarzach im Pongau. Sotto un sole che spacca, un traffico che ti fa venire voglia di uscire dal portellone del furgone e inscenare un nuovo “Un giorno di ordinaria follia” (qualcuno mi spieghi come mai la gente si ostina a guidare 30km/h meno del limite), ci dirigiamo verso l’Austria.
La simpatica signora che ci fa da navigatore, per qualche motivo quelli che hanno costruito il furgone hanno anche impostato una tizia simpatica come il sale sulle ferite, ci propone amene mete fra cui passare su un passo alpino degno di Annibale. Ringraziamo il Grande Capro e ci accorgiamo per tempo dell’imbroglio e via verso strade pianeggianti, ma non troppo trafficate (a parte i classici derelitti della macchina che guidano a cazzo di cane), fino a raggiungere in tempi utili la ben poco ridente cittadina di Schwarzach im Pongau. Lato negativo? L’aver negato il tanto sognato Bosna al buon Skan – nuovamente in veste di bassista/turnista per questo concerto – momento che segnerà in maniera terribile l’epico viaggio di ritorno.

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Il festival promosso nel modo migliore (foto Slowtorch)

Dopo aver girato un po’ a cazzo di cane, aver chiesto informazioni ad uno dei tanti non-austriaci del luogo, aver rotto il cazzo in una pizzeria austriaca per avere informazioni su un Hotel che non esiste più da anni (posto dove avevamo il nostro covo per la notte) e cercato il luogo del concerto, arriviamo al posto dove, per le successive nove ore, si sarebbe tenuto un concerto/festone da paura.

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IL panino (foto Slowtorch)

L’aver organizzato un festival in una ex-birreria ispira cose turpi, soprattutto perché birra chiama birra, quindi ci dirigiamo subito al frigo del backstage e incominciamo a dedicarci al luppolo. C’è poco da fare, gli austriaci sanno come si fanno le cose e un frigo pieno di birre buone e superalcolici scadenti è qualcosa che ti rinfranca l’animo.
La sudata cibaria viene fornita da un brattaro (gergo tecnico che definisce uno di quei furgoni che fanno da mangiare) e, sorpresa sorpresa, stiamo parlando di mangiare di qualità! Non credo di aver mai visto un cibo di quel livello in nessun festival che ho frequentato. I panini erano ottimi e, annaffiati con la birra, scendevano che è un piacere.
Ma arriviamo al momento della verità: parte il festival.
Il primo gruppo a salire sul palco sono i Why Goats Why. Il duo austriaco (tutto il bill, SLOWTORCH a parte, era locale) ci prende subito bene. Nel backstage sono simpatici e alla mano e, sinceramente, questo fa pesare molto il giudizio positivo. Il resto è dato da una proposta hard rock di buona fattura. Sono in due e tengono bene il palco e, pur non rientrando al 100% nel gergo stoner (cosa che mi piace, visto che sentire tutte band uguali, con lo stesso riff o la stessa linea di basso mi avrebbe annoiato a morte), non sfigurano e l’energia che ci mettono è contagiosa. Mi godo tutta la performance perché ci sanno fare e, a mio avviso, avrebbero meritato un gradino superiore nel bill. Ma non sono io ad organizzare il festival, quindi mi tengo le considerazioni personali e, come dicono i saggi, “mi faccio i cazzi miei”.

Dopo i Why Goats Why è il turno degli Swanmay. Il confronto con chi li ha preceduti è impietoso sotto molti punti di vista: soundcheck enorme (quasi 40 minuti di noia assoluta, fortunatamente condita da birre), attitudine poco incline a fraternizzare con gli altri e poi quella recensione irritante: suonano meglio dei Black Sabbath e con un cantante che canta meglio di Ozzy. Questo, come potete capire, mi fa girare le palle. Potete toccare tutto, ma non i Black Sabbath. Mi metto nella mia posizione preferita, un occhio sul palco e l’altro sul merch, e ascolto cosa propongono questi nuovi Messia della musica (a detta dei giornali). Dopo aver ritardato ancora il momento di salire sul palco, cosa che innervosisce ulteriormente il sottoscritto, gli Swanmay partono a suonare e, signore e signori, non sono proprio questo spettacolo. Dopo un po’ annoiano e, pur essendo stoner al 100% (cosa che li fa cadere a pié pari in diversi cliché del genere), mi lasciano freddino. Provo a tenere testa alla voglia di andarmene bevendomi un’altra birra, ma poi cedo e radunati un paio di SLOWTORCH ci dirigiamo a mangiare patatine e un panino con l’arrosto di maiale nel ristorante vicino al festival.
Volevo sottolineare che il panino con l’arrosto di maiale, cipolla e kren a 3,50€ è stato imperiale.

Ritorniamo in tempo per sentire il fischio degli amplificatori, ma la performance degli austriaci Swanmay è finita. Adesso tocca agli High Transition, gruppo molto attivo in zona nonché organizzatori del festival. Anche loro non possono certo essere definiti realmente stoner, anzi. Il sound che tirano fuori è qualcosa di più vicino al rock e a qualche riflusso alternative piuttosto che al genere amato dal Grande Capro, ma ci mettono un grande impegno e il pubblico si assiepa davanti al palco. Teniamo presente che ormai è quasi mezzanotte e ci sono veri hardcore che hanno iniziato a bere molte ore prima.
Comunque sia, quel miscuglio di generi forma un sound che alla gente piace e non è raro vedere gente che balla, fa headbanging seguendo i pattern degli austriaci o anche solo supporta il gruppo applaudendo e inneggiando il nome degli High Transition. La band non si risparmia e per tutto il set ci da dentro, mettendoci energia ed evidente divertimento – elementi che scaldano il pubblico e lo preparano per il successivo set degli SLOWTORCH.

Come sempre quando mi tocca parlare degli SLOWTORCH, essendo in posizione molto particolare, riporto in maniera quasi fredda quello che succede fra il pubblico. Non vogliatemene, ma non posso certo dire che con il passare dei minuti (ormai erano le 00:30 quando i ‘Torch hanno iniziato a far tremare le mura della ex birreria) la gente ha incominciato a saltare come grilli e invocare non uno, ma ben due/tre bis. Il sound degli SLOWTORCH è, anch’esso, un ibrido che rientra nello stoner ma anche nel metal/hard rock, quindi categorizzarlo è difficile. Quello che però riescono a far uscire dalle casse, complice l’intervento provvidenziale dell’ex batterista della band dietro al mixer (unitosi alla compagnia festante), è un muro sonoro che per due/tre canzoni prende letteralmente a cazzotti la gente davanti al palco. Il suono è tosto e l’aggressività è elevatissima (ecco cosa succede a lasciare una band in ammollo per ore), energia che i quattro altoatesini sfogano con una performance forse non pulitissima, ma di elevato contenuto adrenalinico. Superato il trauma sonoro, molti del pubblico sono rientrati e lo spazio antistante il palco ha incominciato a diventare pieno di gente contenta e coinvolta dalla musica degli SLOWTORCH. Corna alzate, grida, headbanging selvaggio, donne soddisfatte, richieste di bis, incitamenti e tanti grandi sorrisi. Perché, puttana miseria, ci vogliono anche i sorrisi dopo ore e ore in un posto a ingurgitare birra, mangiare e ascoltare musica. Dopo quasi due ore, fra bis/tris e appelli del singer al pubblico, ecco che il set finisce in un fischio di chitarre e applausi della gente. Chi era venuto per vedersi gli SLOWTORCH in azione è stato ricompensato con un set rovente.

Il post-concerto non lo racconto. Come già all’Happy Ranch, quello che è successo al Tauerngold Festival 2018 rimane al Tauerngold Festival.

Quello che posso dirvi, però, è che è stato un festival organizzato bene, molto tranquillo e con bella gente. Complimenti agli organizzatori (gli High Transition), alle band coinvolte, ai baristi&alle bariste, a chi ha collaborato con il cibo, con le foto e con il suono. Complimenti veramente.

[Zeus]

Grigliare il maiale e inneggiare Satana. Ovvero: At Ranch With Devils pt. 1

L'immagine può contenere: una o più persone e sMS

Questa sarà il report di concerto peggiore in assoluto, ma essendo parte in causa mi tocca anche variegare la situazione con spruzzatine di arcobaleno e qualche unicorno come complemento artistico.
Non si dovrebbero fare report su concerti in cui si partecipa “non attivamente ma in maniera sostanziale”
, ma visto che vado a pochi concerti prendo l’occasione al volo e saluti.

30.04.2018 chiamata alle armi, si rimette insieme “la vecchia band” (secondo le immortali parole di Skan). Io mando il mio pollicione in su e sono convocato al primo concerto At Ranch With Devils all’Happy Ranch di Cembra (Trentino). Vista l’occasione ritrovo il mio posto dietro il banco gadgets/merch degli Slowtorch e quindi tutto sa di passato e presente nello stesso momento.
L’Happy Ranch non lo conoscevo, quindi vederlo è stato interessante. La struttura è enorme e il posto dove si suona contiene quanto basta di gente.
L’At Ranch With Devils è un festivalino che propone un sound fra l’hard rock, lo stoner, il thrash e tutto quello che ci sta nel mezzo, con tante band locali (addirittura cinque su sei) e poi i pezzi grossi: gli svedesi Transport League.

Scaricato tutto, ecco che parte il soundcheck/linecheck della prima band: i Diaolokan. Triturano fuori un thrash sordido e aggressivo per tutta la durata del concerto e, il tutto, viene condito da un cantato in trentino (almeno quello che riesco a capire, causa sporcizia del sound in uscita dalle casse). Una cover per gradire – i Pantera – e tanta esperienza da una band che, per attitudine e tacche alcoliche sulla cintura, mi ha ricordato i Demolition’s Hammer.

Primo cambio di palco e salgono i Forstoner. A parte la genialità di aver regalato nuova vita ad un birra locale (ma conosciuta a livello nazionale – suvvia, capite quale dal nome), i quattro trentini sparano una serie di cover stoner che ti fanno star bene. Il cantante è pienamente nella parte di colui che vede le persone morte e continua a bere whisky e/o birra per tutto il concerto – cosa che lo rende un Warrior agli occhi del dio del metallo. Il set parte con Gardenia dei Kyuss e poi prosegue con tracce conosciute e altre, ahimé, che riconosco ma non ricordo. In compenso mi ricordo la tizia che ha ballato tutto il tempo davanti al palco, ci vuole attitudine – che Satana l’abbia in gloria. Giocando sulle cover i Forstoner hanno vita “semplice” nell’acchiappare la gente, ma fare cover ha anche la sua intrinseca difficoltà: se non le fai bene, fai una figura che definire di merda è un eufemismo. Quindi, buon risultato e buona esecuzione.

Con ancora gli amplificatori che fischiano, ecco che attaccano gli FSM. Qui, porco il mondo su cui cammino, mi son perso. Non avevo neanche bevuto, quindi la mia incompetenza è proprio perché stavo lavorando al banco merch e sono andato a rompere il cazzo ai tizi che facevano da mangiare per farmi un panino con porchetta homemade. Sia lode a loro e al porco, che è sempre il dio dei nostri pranzi (battuta fatta ad hoc). Gli FSM sibilano, sbraitano, suonano ma io li perdo. Chiedo venia, sarà la prossima volta.

Dopo gli FSM, ecco che salgono i Blowout. Avevo visto la band trentina al Malevolent Monkey Metalfest pt.1  (dio s*******o che nomi enormi) come supporter dei Fake Idols – band, quest’ultima, che non mi è piaciuta manco per il cazzo (la mia opinione vale meno di zero e lo so, ma almeno la dico e sento il cuore più leggero). Ritornando ai Blowout, si viene colpiti subito dalla strumentazione e dai “sticazzi” che escono dalle bocche dei musicisti presenti. Tanta cosa e tanta dedizione. Il sound è un metal sudista che mischia un po’ di Pantera, un po’ di BLS, un po’ di Down e qualche altra chicca in giro. Ovvio, i rimandi che ho detto sono tutti per capire la tipologia del sound, non sono rimandi tout court. Il loro lavoro lo fanno, il singer sputa i polmoni e il suono è bello pompato.
Qualcosa manca nel sound o nei pezzi, forse un pezzo “killer”, ma lavorandoci su un po’ lo riusciranno a trovare.

Questo è il mio momento di profondo imbarazzo: recensire il concerto degli Slowtorch sarebbe come decantare Yahweh mentre sono un testimone di Geova, quindi vagamente di parte. Facciamo così, io non racconto lo show, ma vi dico cosa hanno potuto vedere quelli che lo guardavano da sotto il palco. Questo era lo show-reunion con il vecchio bassista Skan in versione “session man”, quindi un’occasione nell’occasione. La gente ha incominciato a ballare e fare headbanging e, cosa che testimonia l’impatto di una band, voleva i CD del gruppo per ascoltare la musica anche a casa. Lo show è durato un’oretta circa, quindi chi voleva sfasciarsi la faccia ha avuto il tempo, il resto degli alcolisti (che Satana li abbia in gloria) ha deciso di testimoniare a favore del metal bevendo. Occupazione onesta e giusta.
Il resto? Composizioni originali e show “storico”, visto che non c’erano nuovi brani in scaletta. Sound un po’ confuso all’inizio, ma poi è partito. Il resto? Chiedetelo alle persone che, sotto il palco, hanno dato sudore per la band.

Ultimo gruppo ed ecco gli headliner: i Transport League. Avrei dovuto ascoltarli meglio, ma ero occupato con gli ultimi residui di lavoro al merch e operazioni belliche di carico/scarico del materiale dei ‘Torch, quindi sono rimasto un po’ in disparte ad ascoltarli. In secondo luogo c’era il Pulled Pork ad attirarmi e ho dovuto saziare la fame nera che mi ha assalito a metà serata. Nel sottofondo i Transport League hanno tirato giù secchiate di hard rock/stoner che metà ne bastava. Una carica enorme, forse anche perché questa era una data del tour prima di una pausa di tre giorni, e il pubblico è andato fuori di testa completamente. Gente mezza nuda che saltava, tirava testate sul palco, bestemmiava, pogava e tutto quello che, di bello, è il metal. Perché, chi non è metal, non sa assolutamente cosa si prova a lasciar andare via tutta la settimana in una sana ed equilibrata mattanza. Lo show è energico e i suoi sono anche buoni, quindi non c’è niente da lamentarsi. Il pubblico ha gradito e, dal numero di magliette che giravano, direi che è stato un vero successo – compresa la piomba micidiale che si è preso il tizio al merch. Questo enorme svedese è partito bene, non agile vista la stazza ma discretamente attivo poi, dopo un’oretta scarsa dal nostro arrivo e una X-quantità di birre ingurgitate, ha smesso di proferir parola (sensata) per assestarsi su una fermezza di membra da creare imbarazzo al Budda e un tenore alcolico da far paura.
Quando l’ho rivisto girare, finito il concerto, si muoveva con la grazia di un giocatore di football americano in pieno stato confusionale. Grandioso.

Il post-concerto? Quello che succede all’Happy Ranch, rimane all’Happy Ranch.

[Zeus]

Kiss – Unplugged (1996)

Alla fine degli anni ’80 è venuta alla luce una nuova moda televisiva: l’Unplugged.
Sponsorizzata da MTV, il canale televisivo musicale più in voga dell’epoca, l’edizione Unplugged prevedeva che i musicisti si esibissero senza chitarre elettriche e l’armamentario da concerto rock. A queste non scritta legge di marketing musicale si sono piegati molti musicisti: da Bob Dylan a Bruce Springsteen, dai Nirvana a Eric Clapton e via discorrendo. Anche i Kiss, che in fatto di marketing e trend hanno un fiuto micidiale, hanno fatto la loro comparsata ricomponendo la formazione originale (Stanley-Simmons-Frehley-Criss per la prima volta insieme dopo anni ed anni di separazione). Sul palco c’erano anche Kulik e Singer, che all’epoca facevano parte dei Kiss. Praticamente un tripudio per i romantici della band e, vista l’attitudine da contabili di Stanley-Simmons, un buon volano per la reunion mondiale.
L’Unplugged è carino, sì, scivola leggero leggero e ci mettono anche impegno e perciò, per i completisti dei Kiss, può essere un modo per sentire i grandi classici in versione scarna ed acustica. Per chi vuole iniziare con la band, io consiglio di tirar fuori quelli in cui l’elettricità la fa da padrone (perché mi viene in mente Alive?), perché oltre alla fighetteria c’è anche la botta.

[Zeus]

Lodare Satana con i Necrophobic

Cosa avete fatto il 1 maggio 2015 per la festa dei lavoratori?

Noi di TheMurderInn, in incognito questa volta, siamo andati a vedere il concerto degli svedesi Necrophobic. Mentre millemila persone perdevano vista e voglia di vivere davanti al concerto del 1 maggio di Roma, ecco che una Panzer Division della corazzata TMI si muove verso Sud (Brescia) e va al Circolo Colony per un festival death/black.
Il festival del “Concerto del 1° Maggio” in casa Colony è ad alta percentuale italiana, con headliner e gruppo di spalla stranieri.
Il sottoscritto ed il buon Skan raggiungiamo la meta giusto in tempo per sentire qualche nota dei primi due gruppi (Ekpyrosis e Eternal Samhain) che, per questioni di deontologia professionale (scarsa o assente), non commentiamo. Sarà per la prossima volta ragazzi!
Ritorniamo in pista per l’esibizione dei Voltumna, band che unisce death, black e suggestioni etrusche. I ragazzi si sbattono e cercano di trovare una via personale al classico “Satana, morte, distruzione“, cosa che comunque è sempre ben accetta. Il risultato finale è un prodotto ancora acerbo ma suonato abbastanza bene.

Dopo un paio di band d’apertura, ecco che incominciano a salire act più conosciuti nell’underground italiano.

I primi a calcare il palco sono i Black Flame. L’esperta band torinese parte un po’ spenta, forse a causa dei suoni non eccellenti (problema che ha azzoppato un po’ le band d’apertura, ma che ha miracolosamente risparmiato i Gravecrusher e Necrophobic), ma poi si riprende e sciorina un 40 minuti furenti e ben eseguiti. Il salto di qualità ed esperienza si sente e giudicare i Black Flame di un livello superiore è vincere facile.

Seguono i Darkend. La band emiliana, attiva quasi da 10 anni ormai, si presenta con uno dei palchi più addobbati di una rassegna molto chitarra-amplificatore-suonare. Fra teschi, candele, pentacoli e ghiaccio secco, il palco sembra un vero teatro dell’orrore, il momento culmine di un rituale satanico in pieno stile. I Darkend sparano un black metal sinfonico, in cui il riffing è il centro di tutto. Menzione speciale al cantante che si sbatte per unire allo scream anche molte pose teatrali. A mio gusto preferivo i Black Flame, ma il pubblico a seguire i Darkend era numeroso e va dato atto alla band di aver dato tutto.

Con i Darkend finiscono i gruppi italiani presenti al Concerto del 1° Maggio del Colony.

I primi a calcare il palco sono gli ungheresi Gravecrusher. Formatisi da poco, ma con esperienze personali che mettono radici negli anni 90, la band ungherese martella il pubblico in sala con 40 minuti di death metal sano, ruspante e ignorante quanto basta. Si sentono i riff lerci, gli stacchi e ripartenze, il groove e i testi gore/horror. In altri termini, quello che ci si aspetta dal death metal. I suoni diventano molto più chiari e tutto smette di essere così impastato come per gli opening-act italiani. Efficaci e brutali, una bella prova. Skan approva così tanto da donare alla causa i suoi Euro e prendersi EP, magnete e maglietta. Si supporta l’underground,figlioli.

Veloce cambio di palco ed ecco salire gli svedesi Necrophobic. Ammetto con rammarico di non averli mai visti dal vivo con la formazione originale o una delle sue precedenti versioni, ma non dispero. Si guarda quel che si può. Il cantante non è quello che ha registrato il disco (Tobias Sidegård è stato mandato via dalla band a causa dell’aggressione domestica a danno della sua compagna) e della formazione originale rimane solo il batterista. Ad affiancarlo un gruppo di vecchie volpi da palco: Anders Strokirk alla voce (già vocalist dei Necrophobic all’inizio della loro avventura – dal 1992 al 1994), un immobile Alex Friberg al basso e Fredrik Foklare alla chitarra, conosciuto per la sua militanza negli Unleashed. Il set copre le diverse epoche della band, sia il prodotto più recente, Womb Of Lilithu del 2013, sia estratti da The Nocturnal Silence e Darkside.
Non posso non menzionare le facce di Strokirk, le sue espressioni erano uno spettacolo nello spettacolo.
A parte le note di spirito, il livello dei Necrophobic è talmente alto, grazie anche ad una prestazione superlativa di Friberg, che li pone fuori concorso. Dove per i Necrophobic suonare QUEL tipo di swedish death/black è naturale, per gli altri è sempre uno sforzarsi. Non saprei come spiegarmi meglio, dovrei chiedere al buon Skan di intervenire.
Sentire la potenza di brani come Revelation 666, Asmodee, la stessa Darkside o The Ancient Gate è qualcosa che ravviva l’animo e fa sentire la presenza del Grande Capro in tutta la sala.

Ultima cosa prima dei saluti: sempre buona l’organizzazione del Circolo Colony. Tanto di cappello per la gestione spazi, ritmi e tranquillità del locale. Complimenti.

Se siete rimasti a casa a guardarvi il concerto del 1° maggio, ed eravate in tanti visto che il Colony non era pienissimo, vi siete persi l’unico modo intelligente di santificare il lavoro: ascoltando, corna al cielo, ampie lodi a Satana.

Kaltenbach Open Air – Running Order

Come anticipato nelle scorse puntate, ecco l’aggiornamento per quanto riguarda il Running Order del Kaltenbach Open Air edizione 2015.

Giovedì, 20.08.2015
17:10-17:40 Progeria Buffet
18:00-18:30 Blessmon
18:50-19:20 Sucking Leech
19:40-20:10 Erebos
20:30-21:00 Mortal Strike
21:20-22:00 Crown
22:20-23:00 Darkfall
23:30-00:40 Agalloch
01:00-01:30 Rectal Rooter (Late Night Show)

Venerdì, 21.08.2015
12:00-12:30 Metalchamp Bandcontest Sieger
12:50-13:20 Enclave
13:40-14:10 Uzziel
14:30-15:10 Amongst The Deceit
15:30-16:10 Suicide
16:30-17:10 Selbstentleibung
17:30-18:10 Tortharry
18:30-19:10 Hideous Divinity
19:30-20:20 Benighted
20:40-21:30 Valkyrja
21:50-22:50 Krisiun
23:20-00:30 Marduk
00:50-01:30 Scarecrow NWA (Late Night Show)

Sabato, 22.08.2015
12:00-12:30 KOA Bandcontest Sieger
12:50-13:20 Among Rats
13:40-14:10 Prometheus
14:30-15:10 The Morphean
15:30-16:10 Killing Age
16:30-17:10 Mater Monstifera
17:30-18:10 Doomas
18:30-19:10 Thulcandra
19:30-20:20 Rotting Christ
20:40-21:30 God Dethroned
21:50-22:50 Anaal Nathrakh
23:20-00:30 Dark Funeral
00:50-01:30 Bäd Hammer (Late Night Show)

 

Più informazioni: Kaltenbach Open Air