Kaltenbach Open Air 2019

Contrariamente a qualsiasi previsione di inizio anno, la felice combriccola di TMI dirigerà il proprio radar metallico verso il KALTENBACH OPEN AIR.
Ritorniamo a questo festival dopo un paio d’anni d’assenza e l’attesa è alta, soprattutto perchè i nomi che girano dentro questo festival non sono quelli “di grido”, ma sono quelli giusti, quelli che ti fanno saltare dalla sedia senza avere 20.000 persone a soffiarti sulla schiena.
Headliner sono grossi, Enslaved, Asphyx (già apprezzati anche al Colony Open Air) e Carpathian Forest non sono i nomi da prime-time per altri festival, ma il KOA punta su cose più di nicchia e gli rende giustizia.
Se poi ci aggiungete l’hype che mi ha preso sapendo che ci sono dentro gli Mgla e i Gutalax, capite che è una questione di principio essere presenti a questo festival. I primi, con buona probabilità, presenteranno qualcosa dal nuovo disco, di cui abbiamo già avuto modo di vedere una preview nei giorni scorsi, mentre dai secondi ci si aspetta uno show divertente e, cosa interessante, ogni volta che li sento mi torna in mente la band bolzanina Ešerichija Cøli. Penso per assonanza nelle tematiche, ma è una questione abbastanza naturale.
Prendo tempo per questi, perché citare tutta la lista, che comprende Aura Noir, Pestilence, Haemorrage, Vomitory, Sinister, Avulsed, Dornenreich etc, sarebbe veramente troppo lungo e non c’è bisogno di presentare mille band quando basta dire: ci vediamo al Kaltenbach Open Air.
Il resto vedete voi.

[Zeus]

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Inno alla noia. Six Feet Under – Maximum Violence (1999)

Sedici dischi in 24 anni di carriera e nessun album veramente, ma veramente, figo. Se questo non è un record, poco ci manca. Ma a Chris Barnes sembra non fregargliene niente e, dopo aver dato alla luce i suoi migliori dischi nel biennio 1995-1997, alterna dischi impresentabili (l’imbarazzante ma divertente, per me, serie dei Graveyard Classics) a dischi sostanzialmente inutili (Commandment), quindi non c’è molto di che sfregarsi le mani se sai che nel 1999 è uscito Maximum Violence e sai che dovrei subire l’atroce supplizio di 37 minuti di banalità, riff lenti e cavernosi (a volte scippati dagli Obituary, a volte solo senza idee) e conditi tutti dalle vocals ultracavernose di Barnes.
Questo fattore, ad onor del vero, dovrebbe essere il punto forte del menu, visto che l’ex singer dei Cannibal Corpse ha dovrebbe avere il carisma per dare il La alla band e trascinarla, ove e per quanto possibile, verso risultati decenti.
Invece no, cari miei. E se pensavate di trovare una recensione positiva di uno qualsiasi degli album dei Six Feet Under fra il 1997 e il boh (gli ultimi me li sono persi), allora siete capitati nel posto sbagliato e dovreste cercarvi il blog dedicato alla band.
Maximum Violence risente di tutti i limiti e di tutte le storture che accomunano gli album della band. I riff catacombali non vanno, le vocals non sembrano fornire niente di veramente figo, i pattern sono o già sentiti o troppo scontati e anche la cover dei KISS (War Machine) viene fuori loffia e senza sugo. E sì che la formazione, Greg Gall a parte, ha nel duo Terry Butler – Steve Swanson gente che di mestiere ne ha (dicasi militanza in band come Massacre e/o Death). Ma neanche quello regge e così tutto l’LP si muove pachidermico, lento e assonnato dietro la visione “groovy” del suo leader assoluto. Non siamo ancora ai livelli imbarazzanti del periodo Commandment, quando speravi in una botta sullo scroto per svegliarti dal torpore, ma Maximum Violence non gira. Punto.
Con il buon Skan, fra una birra e l’altra, si era arrivati ad ipotizzare un concerto dei Six Feet Under dalle nostre parti. Ignoranti sono ignoranti e hanno quel po’ di groove che, se messo al posto giusto, avrebbe potuto far arrivare un centinaio (?) di persone al locale (qua si ragiona in questi termini ormai… i metallari sono da proteggere con il WWF) e far passare una bella serata.
Questo discorso di divertimento, forse, può valere dal vivo (avevo preso in un momento di delirio ossessivo-compulsivo il CD+DVD con Graveyard Classics III e Wake the Night! Live in Germany, solo perché erano in offerta e avevo soldi da sputtanare), ma in studio la band spara a salve. Questo comporta che ogni singola uscita di Barnes perde in maniera inesorabile il confronto con Webster, Fisher e soci. Non che siano in competizione, sia chiaro, ma se devo dare un soldo bucato ad una delle due band, perché mai mi devo sorbire 40 minuti di tortura dei SUF, quando anche il più debole dei dischi dell’epoca dei Cannibal gli da la paglia?
A voi la risposta.
[Zeus]

La tromba del diavolo. Devathorn – Vritra (2015)

Da quando i Behemoth sono diventati come la regina madre di Alien, c’è una cucciolata di band che hanno preso come spunto quel modo di suonare il tanto celebrato blackned death metal. Tantissimi gruppi che, mischiando in soluzioni non sempre eguali black e death metal, hanno deciso che il black metal del XXI secolo deve avere le stigmati e l’imprimatur della compagine polacca.
I Devathorn, gruppo greco che ha fra le sue fila anche alcuni membri degli Acheronatas, non nascondono questa fascinazione per quelle sonorità e in Vritra buttano giù il carico pesante.
In un’ora di tempo e 11 brani in scaletta, Vritra è un macigno sonoro in cui si sente distintamente l’influenza di Nergal&Co. sui greci. Quindi suoni possenti e plumbei, un buon lavoro di batteria e un riffing di chitarra che spazia fra partiture quadrate – marziali e accenni più melodici, così che la canzone possa respirare abbandonandosi alle pesantezze testosteroniche di un sound muscolare e cattivo o immergendosi nelle classiche atmosfere black metal. 
Mentre i rimandi ai Behemoth sono subito udibili e sono anche di buon livello, e non ci perdo altro tempo a ripetere la cosa, tutti gli altri componenti del suono Devathorn non stupiscono più di tanto, rimanendo nell’alveo di un certo tipo di suono death-black metal.
Il mio errore base, mi sa, lo faccio risalire a due valutazioni pre-ascolto:
a) la presenza di membri degli Acherontas mi ha indotto a pensare ad un maggior ritualismo nella musica e,
b) la copertina firmata Holy Poison Design richiama sempre un substrato religioso-blasfemo.
Persino Nergal&Co. negli ultimi due dischi (The Satanist e ILYAYD) hanno immesso una componente ritualistica-religiosa maggiore nella loro musica. Elemento che, almeno per The Satanist, ha permesso al disco di essere un pugno nei denti.
Il fatto che non siano attivissimi, due LP in 17 anni di attività non li cataloga proprio come stakanovisti dello studio di registrazione, non è un minus in sé. Il disco in questione è infatti un prodotto finito, completo e ben confezionato, con una registrazione di livello e quell’energia capace di tirarti addosso una secchiata di cemento e putrelle.
Il problema dei Devathorn, però, sta tutto nella noia di fondo che ti aggredisce quando meno te lo aspetti; quindi arrivare alla fine di queste undici tracce provoca un dispendio d’energie enorme. I greci sono talmente quadrati e asfissianti nel loro incedere, che dopo aver tenuto duro per sette/otto tracce (fra cui inserisco anche i 4 minuti e passa di strumentale), l’attenzione scivola verso chi schierare al Fantacalcio, cosa cucinare da cena e valutare se mettere su la lavatrice o tirar dritto al giorno dopo.
Dopo oltre metà della durata, ti ritrovi ina situazione imbarazzante: come trovarsi a letto con una tizia che, pur piacente, dopo un po’ incomincia a tirarti un pippone astronomico su finanza, terra piatta, orti e vestiti della Ferragni. Per un po’ lo spirito indomito regge, poi anche i porno mentali si spengono in desolanti visioni di rettiliani che curano il giardino e quindi: saluti e arrivederci.
Questa sensazione di depressione esistenziale, pur non trovando niente di formalmente brutto (!!), mi assale quando arriva The Venomous Advent / Promethean Descent.
Questa è la boa, il turning point, in cui io mi chiedo: ma quando cazzo finisce sto Vritra?
[Zeus

Heads for the Dead – Serpent’s Curse (2018)

Parte il disco e, ahimé, mi sembra di trovarmi sul set del 13° Guerriero. Ve lo ricordate, vero? Quello dove dei vichinghi vanno a raccattare un arabo (che in realtà è spagnolo e vive in America e si fa chiamare Antonio Banderas) e lo portano nei fiordi a prendere il fresco per sconfiggere il nemico. A parte che la storia inizia e capisci subito che la trama è stata creata da uno che non aveva voglia di pensarci troppo, alla trama, il film risulta anche divertente. A parte Banderas che è irritante oltre ogni possibile concezione e, quando non deve fare l’insostenibile arabo illuminato che cita poeti ad minchiam canis, te lo immagini nascosto dietro a qualche palo a inchiappettarsi la gallina. O viceversa.
Fortuna che Serpent’s Curse, primo e attualmente unico disco dei Heads for the Dead, non è della pasta del 13° Guerriero. Inizia così, ma poi si rivela un LP di solidissimo death metal creato dall’accoppiata Jonny PetterssonRalf Hauber. Il primo presente in x-mila progetti, dischi etc, il secondo impegnato nei Revel in Flesh.
Il risultato, e mi fa strano dirlo in maniera così diretta, è quello di un disco onesto, ben concepito, ben suonato e interessante. Senza troppi fronzoli e stronzate, Serpent’s Curse porta a casa il risultato proprio perché non si fa prendere dalla smania di essere chissà che cosa. Il duo è smaliziato e sa come gestire la materia, tanto che i richiami sono accenati e, per qualche strano motivo, mi ricordano i Belphegor (periodo Blood Magick Necromance) per il sound che ne esce (quadrato, pulito e grosso) e per quel sottile accento che filtra dietro il growl di Hauber. Ma niente di più. Del delirio blackned death metal di Helmuth&Co. non si sente altro, essendo Serpent’s Cult un disco di death metal, seppur oscuro e plumbeo quanto basta. 
Per me è una ventata di freschezza questo ritrovare nel death metal quella capacità di arrivare a produrre un disco buono, senza dover per forza finire a inserire milioni di note per suonare “iper-tecnici” o sgorgare nei territori dello slam o, ed è l’ultimo esempio, dover per forza contaminare il sound con il “-core” per poter essere appetibili ad un pubblico giovane.
In Serpent’s Cult ci sono le parti con più groove, quelle dove si picchia, le atmosfere e il growl, marcio quanto basta. Questo mi aspetto da un disco death e questo, nell’LP d’esordio della band, ho trovato.
Ci sarà un seguito? Non so cosa dire, questi sono progetti “usa-e-getta” per soddisfare la voglia di un certo sound, di collaborare, di pagare gli alimenti alla ex-moglie o chi più ne ha più ne metta e spesso rimangono tali.
Se poi ci sarà un secondo disco, io spero che il buon Satana guidi questo duo raffinando/inzozzando/modificando quanto creato nell’esordio, ma rimanendo sempre su questa linea “semplice ed efficace”.
[Zeus]

Amorphis – Divinity/Northern Lights (Singolo – 1999)

Uscito qualche mese prima di Tuonela, questo singolo ci regala un anticipo di quello che sarà (Divinity) e una canzone nuova (Northern Lights). La prima è ormai diventata un classico e, sotto molti aspetti, è una delle canzoni più coinvolgenti degli Amorphis, soprattutto grazie all’eccellente melodia e al lavoro di chitarra del duo Koivusaari-Holopainen. Northern Lights non è la migliore canzone uscita dalla penna degli Amorphis, ma il suo tiro ritmato e abbastanza Sabbathiano piace. Rispetto a quanto proporranno nel successivo LP, in questa canzone la parte growl/gutturale è preponderante  e, sotto questo aspetto, è la traccia che collega il futuro con il passato. 
[Zeus]

Il culto di Nyarlathotep. Sulphur Aeon – The Scythe of Cosmic Chaos (2018)

A TheMurderinn abbiamo alcuni band culto e, fra queste, ci sono sicuramente i tedeschi Sulphur Aeon. Ascoltati la prima volta grazie al disco Gateway To The Antisphere del 2015, sono entrati in pianta stabile negli ascolti quasi quotidiani. Potete capire anche voi, quindi, il livello di hype (cazzo quanto siamo internazionali a parlare anche le lingue straniere) che circondava l’uscita di The Scythe of Cosmic Chaos
I primi estratti, la più “classica” Lungs Into Gills e l’evocativa Yuggothian Spell, ci avevano fatto sperare in un grande disco e, vi posso assicurare, tutte le aspettative sono state rispettate. Se vogliamo trovare una differenza immediata, a pelle, fra questo LP e il precedente del 2015, è l’atmosfera che i tedeschi riescono a creare, quel mood da rituale degno dei cultisti dei Grandi Antichi. In Gateway… avevano aperto il cancello verso l’universo Lovecraftiano con irruenza e facendo trasbordare tutto il maelstrom sull’ascoltatore; mentre in The Scythe Of Cosmic Chaos il songwriting indulge più spesso sul mid-tempo, inserendo però la novità delle clean vocals che, con la loro tonalità cantilenante, mescolano al death metal dei Sulphur Aeon una componente ritualistica ad alto tasso di coinvolgimento emotivo e sensoriale. Non che questa fosse assente nei primi due CD, ma è in questo terzo disco che i 5 tedeschi maneggiano la materia con padronanza assoluta.  Cerco di dirvelo chiaramente, così non cadete in nessun tranello: nei 50 minuti e 8 brani del disco non ci sono filler. Neanche uno e, se dovessi spingermi oltre, vi direi che non ci sono neanche momenti deboli. 
A livello sonoro, giusto per citare qualche brano, Veneration of the Lunar Orb e The Oneironaut – Haunting Visions Within the Starlit Chambers of Seven Gates hanno un tiro che si ricollega con quanto fatto su Gateway to the Antisphere, mentre Sinister Sea Sabbath si snoda su oltre 9 minuti di invocazione cultista e forma, insieme a The Summoning of Nyarlathotep e alla conclusiva Thou Shalt Not Speak His Name (The Scythe of Cosmic Chaos), una tripletta che ti costringe a rasarti i capelli, disegnarti simboli blasfemi sul corpo nudo e adorare il grande Cthulhu. 
Non ho idea se, dal vivo, i Sulphur Aeon siano in grado di trasmettere la stessa apocalittica tensione verso l’esterno e i Grandi Antichi, ma devo andarli a vedere (e sono quasi certo che Skan, che fra l’altro aveva recensito il precedente disco, sia d’accordo con me).
Devo essere presente per partecipare attivamente al rito, al culto di Nyarlathotep. In Italia non li ho ancora visti girare, quindi bisognerà dirigere la macchina verso Nord e, che Cthulhu ci conceda la grazia, vederli in qualche città tedesca. 
[Zeus]

Marduk – Here’s No Peace (1997)

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Togliamoci subito il dente, questo EP dei Marduk non aggiunge niente a quanto la band svedese stava producendo in quegli anni. Lo so io e lo sapete anche voi, perché tre tracce provenienti da un passato “remoto” (la formazione è trequarti quella di Dark Endless) sono la testimonianza, feroce e senza compromessi, di quello che la band ERA e non di quello che sarà. Almeno, per me è così. 
Sette minuti di EP, con un’intro (title track) e due canzoni, non penso ci sia moltissimo da dire. Still Fucking Dead inizia spaccando e pestando in maniera brutale, poi alterna rallentamenti ad improvvise accelerazioni. 
Lo stesso si può dire di Within The Abyss, che inverte gli ordini dei fattori: parte lenta e poi va ad accelerare, ma la formula rimane quella. 
Queste canzoni erano state pianificate come singolo per l’album Dark Endless del 1992, ma non vennero mai pubblicate – quindi ecco l’operazione “Here’s No Peace” EP del 1997. 
Su questo disco, troviamo i vecchi Marduk: quelli che non erano ancora 100% black metal e il tema guerrafondaio era ancora da venire (anche se tentano di dare all’EP un’infarinata “Panzer Division Marduk” con la cover art), nel 1992 Morgan&Co. suonavano ancora un mix di death metal e black metal che poi si evolverà in quello che è diventato il trademark della band di Norrköping (SWE). 
Non spreco altro del vostro tempo straparlando di un EP di sette minuti: se siete completisti ascoltatelo, se no potete tranquillamente passare oltre e ascoltarvi Dark Endless. 

[Zeus]

Blood-Rooted del 1996 – l’ultima occasione di sentire i Sepultura con Max Cavalera.

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Dopo Roots e l’implosione dei brasiliani più famosi del metal, i Sepultura fanno uscire Blood-Rooted e, senza problemi, possiamo definirlo come il saluto e testamento di quello che erano. Andreas Kisser era determinato a trasportare i Sepultura oltre allo scioglimento e continuare a produrre musica sotto l’egida della band, mentre Max Cavalera si concentrerà su mille altri progetti (più o meno riusciti). I nostalgici dell’epoca Cavalera, orfani di nuovi prodotti in studio, hanno in Blood-Rooted l’ultima possibilità di sentire la band a quello che era il massimo del suo splendore (seppur, musicalmente, mi son sempre riservato di posizionare il massimo con Chaos A.D.).
Blood-Rooted non è altro che una compilation di cover, demo provenienti proprio da Roots e tracce live sparse: praticamente il pane quotidiano del completista.
Quindi ecco le partecipazioni di Mike Patton su Mine o la cover, stravolta, di War di Bob Marley. Ci troviamo anche Procreation (of the wicked), in una versione che oscura anche l’originale dei Celtic Frost e, infatti, sia i Sepultura sia Max Cavalera solista la tengono in considerazione nelle loro scalette live. La botta hardcore di Crucificados Pelo Sistema ti restituisce adrenalina a mille, dopo molte tracce pesanti e/o dilatate. Questa cover o Polìcia sono fari puntati sul passato dei brasiliani, band che li hanno formati prima di prendere il thrash come forma d’espressione e poi spostarsi sul death. La velocità tutta punk/hardcore ti fa scattare in piedi e, Policia è una figata per quando hai voglia di scatenarti (non dura neanche 2 minuti e, lo sapete, basta e avanza); il messaggio sociale/di protesta, che poi sarà presente in maniera massiccia su Chaos A.D. e Roots, è riscontrabile anche in canzoni come queste.
Symptom Of The Universe proviene da Nativity In Black del 1994 e i fratelli Cavalera ne rendono giustizia, aumentando il fattore aggressività su una canzone che, nel 1975, era di 8 anni avanti su quello che sarebbe venuto e poi non così distante, come concezione di riff pesanti, testi e passaggio all’acustico con certe cose che poi faranno gli stessi Sepultura quasi vent’anni dopo!
Il resto sono live provenienti dal periodo Chaos A.D. e che volete dire su questo? Niente. Silenzio e si ascolta.
Non c’è molto altro da aggiungere su un disco, compilation, uscito oltre vent’anni fa. [Zeus]

The swedish way of Death Metal – Dark Tranquillity (2006 – 2016)

Dopo Character, i Dark Tranquillity iniziano il classico filone di concerti a supporto del disco e rientrano in studio nel 2006. La formazione è, per l’ultima volta, quella che ci ha regalato i dischi a partire da Haven. Dopo ci saranno costanti cambi di formazione di cui la band non beneficia in nessun modo.
Risultati immagini per dark tranquillity fictionNel 2007 esce Fiction e, pur non essendo un capolavoro, ha comunque qualche elemento di maggiore appeal rispetto a Character. Il precedente disco in studio era un LP aggressivo, molto più di Damage Done ma, a mio parere, la sua più grande pecca era che le canzoni erano interscambiabili. La formula D.T. era al massimo livello, ma come tutte le formule serve per rendere un concetto standard e facilmente eseguibile. Con Fiction, Stanne&Co. riportano nel centro del discorso anche un discorso di maggiore melodia e l’elettronica supporta l’aggressione (moderata) delle chitarre. Ritornano le voci pulite e ritornano anche le guest femminili, tanto per ricollegare mentalmente questo disco con Projector (ad esempio). Ma, diciamolo subito, il risultato finale è molto distante dalla sperimentazione di quel disco e assomiglia ad un compendio fra le ultime anime degli svedesi riunite in un disco. Sembra ironico, ma Fiction, pur essendo un paio di spanne sotto ad un Damage Done o un Haven, è il miglior disco dei Dark Tranquillity degli ultimi 12 anni.

Passano tre anni prima del nuovo album in studio, fra il precedente e questo, però, c’è spazio per un live Where Death Is Most Alive (datato 2009) registrato a Milano. Dopo la sequela di concerti, la band subisce il primo cambio di line-up e il bassista Nicklasson va Risultati immagini per dark tranquillity we are the voidvia ed entra Daniel Antonsson. La nuova formazione si mette al lavoro e partorisce il successore di Fiction: We Are The Void. Questo è probabilmente l’album più stroncato degli svedesi. Io, sfortunatamente, non riesco a fare la voce fuori dal cuore. We Are The Void è un disco in cui i Dark Tranquillity non ci capiscono niente: tentano qualche soluzione per rinfrescare la formula, ma non riescono a cavarci niente dal buco. Sundin e compagni sanno suonare e ci sono alcuni passaggi che piacciono e, con buona probabilità, alcune canzoni singole non sono male… il problema sta tutto nella complessità del disco. Ascoltare i 47 minuti del CD è un’impresa, in cui si stenta a ricordarsi bene le canzoni che hanno appena fatto suonato e si hanno perplessità sulla resa generale: troppo melodiche con growl, troppo aggressive senza scopo, troppa elettronica e via dicendo. I dubbi si sommano e non ti lasciano in pace. Dopo un disco come questo, non potevano rimanere uguali e, infatti, dal successivo LP le modifiche saranno ancora più evidenti.

Per il successivo disco in studio, uscito con cadenza triennale, la modifica più evidente è che la posizione di bassista è nuovamente vacante: Antonsson non dura che lo spazio di Risultati immagini per dark tranquillity constructun disco. In studio, è di nuovo Martin Henriksson ad occuparsi delle parti di basso, così come quelle di chitarra. Dal vivo, per rendere la cosa ancora più paradossale, i Dark Tranquillity si presenteranno in formazione a cinque con basso pre-registrato o avranno musicisti solo per il live.
Construct risente di tutti i cambi e delle incertezze di We Are The Void e, anche in questo caso, il disco ne esce fuori un po’ zoppo. Quando l’ho sentito per la prima volta, mi sono ritrovato a pensare che era finalmente un disco degno dei Dark Tranquillity dopo la precedente prova in studio. A riascoltarlo a distanza di tempo, mi accorgo che ci sono molti punti che lo rendono un CD poco avvincente. Stanne&Co. sembrano aver scelto di suonare tutte le canzoni con un tempo e hanno quel feeling quadrato che i D.T. non hanno mai avuto. Forse è suggestione, ma sicuramente uno dei cambi più influenti è stato il passaggio di consegne nel songwriting da Henriksson al duo Brändström/Jivarp (e Sundin). Il tentativo di cambiare c’è, ma non c’è modo per la band di “uscire dalla propria pelle” e quindi anche Construct si rivela una rilettura di quello che è stato fatto negli anni passati e risente addirittura del confronto con album come Fiction. Nonostante questo, a me la canzone Immemorial piace molto e ci sono alcuni spunti interessanti per una band che, nel 2013, ha festeggiato i 20 anni dal primo disco pubblicato.

Nel 2016, i Dark Tranquillity affrontano un nuovo cambio di line-up e, questa volta, incide moltissimo, soprattutto nell’immaginario dei fan della prima ora: Henriksson lascia la band perché ha perso la voglia di suonare. Di nuovo, la band svedese si Atoma album cover.jpgraggruppa e lavora in una formazione a quattro (anche se poi verrà portato dentro Anders Iwers, ex Ceremonial Oath/In Flames etc). Il songwriting di Atoma è stabilmente nelle mani di Brändström & Jivarp, con l’aiuto di Sundin (seppur in misura minore a causa delle recente paternità che lo terrà fuori anche per i successivi live). Le composizioni riflettono questo approccio e, vi posso giurare, avevo intuito questo cambio anche senza leggere le notizie su Wikipedia. Le chitarre non sono al centro della composizione come, invece, sono le parti ritmiche ed elettroniche. Rispetto ai precedenti due dischi è un passo avanti, cercando un cambio e un’evoluzione del suono. Mi accorgo, però, che non è uno dei dischi dei D.T. che ascolto di più, gli manca quel qualcosa per essere un disco di rottura (in positivo) e questo lo frena. Il mood è oscuro, ma senza essere opprimente come su We Are The Void e le composizioni, pur privilegiando l’accento melodico, riescono comunque a farti ricordare qualche cosa di Fiction (Neutrality), album che è diventato il punto di paragone per gli sviluppi della band. Se dovessi puntare sul futuro sconosciuto, probabilmente è questo l’album da cui Stanne&Co. dovrebbero ripartire, ripensando ad alcune proporzioni fra elettronica-chitarre elettriche e poi fare il salto verso quello che diventeranno i Dark Tranquillity 2.0.

Gli ometti verdi. Hypocrisy – The Final Chapter (1997)

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Mentre il mondo si sfasciava le cornee cercando di seguire gli eventi contenuti in  X Files e/o cercava di sopravvivere all’invasione di una corrente americana di rockettino all’acqua di rose (vedasi i Third Eye Blind per illustri paragoni-  gruppo che molti dei miei compagni di scuola apprezzavano e utilizzavano per sentirsi come i tizi delle serie USA sui giovani biricchini), Peter Tägtgren e gli Hypocrisy se ne uscivano con The Final Chapter. Potete leggerlo ovunque, e se non siete proprio lenti di comprendonio riuscite a capirlo anche dal titolo, The Final Chapter doveva essere il “ciao e saluti a casa” del trio svedese. I fan sono insorti e così, a distanza di più di vent’anni, siamo ancora capaci di trovarci gli Hypocrisy sul palco.
Potere al popolo, giusto?
Dentro questo disco ci sono alcune canzoni che, ancora oggi, mi fanno impazzire (A Coming Race, Adjusting The Sun, The Final Chapter giusto per dirne alcune) – risentite nel live a Sofia mi hanno scaldato il cuore. Perchè è proprio quello il momento in cui si sente se un brano ha quel qualcosa in più, quel quid che ti sfracella la faccia durante un concerto. Se dal vivo risulta floscio come il cazzo di un vecchio, allora possiamo mettere la mano sul fuoco che la potenza che si sentiva su disco era tutta merito del chirurgo dietro il mixer.
The Final Chapter è bello incazzato e lo mette subito in chiaro con Inseminated Adoption, brano che scorre alla grande in un torrente di furente death metal. Genere, questo, che si mischia alla grande con le paranoie extraterrestri, l’ufologia spinta, i misteri che “Voyager spostati” e tutto un mix di passioni per territori lontani nascosti dietro le sopracciglia di Peter Tägtgren.
Quello che mi piace è che The Final Chapter non fa prigionieri, prosegue ferale fino alla fine e non si limita al compitino di sfornare solo mid-tempo (cosa che, in certi momenti successivi, il buon Peter ha pensato fosse il modo giusto per valorizzare la sua creatura). Ci sono episodi “più tranquilli” (tipo Inquire Whitin con l’intro simil-Sitar o il nuovo vestito di Request Denied), ma quello che si ricava dall’ascolto è che in questo LP gli svedesi pestano, accellerano e le chitarre fischiano di goduria – Through The Window Of Time – mentre ci si lancia dietro all’ennesima scoperta fantascientifica.

A mio parere, non serve che aggiungo altro per un disco del 1997.
Mettere altre parole sarebbe inconcludente, soprattutto perché stiamo parlando di un disco che doveva chiudere l’avventura degli Hypocrisy e, invece, ne ha prolungato la vita di oltre vent’anni.
Non male, no?
[Zeus]