Crawling Chaos – XLIX (2020)

Oramai è quasi diventata una costante nella mia vita.
Quando perdo la speranza e sto per gettare la spugna, arriva qualcosa capace di farmi risollevare il morale. E’ quello che è successo anche con questo nuovo album dei Crawling Chaos. Mesi e mesi passati invano a cercare un album death metal con gli attributi, ma quando stavo per mollare e avevo ripiegato sui soliti classici, arriva questo XLIX, un album tutto italiano che mi ha fatto esclamare semplicemente…”Cristo che botta!”. Eh sì, anche se qui siamo più nei territori cari agli Inferi. Un disco che ha una potenza disumana, una produzione pazzesca e una tecnica a dir poco fantastica. E poi le canzoni, una più bella dell’altra, una più ricca e imprevedibile dell’altra. In realtà la band non inventa nulla di nuovo, ma la propria forza parte proprio da qui: rimanere ancorati alle proprie radici death metal ma riuscire a costruire dei pezzi freschi e avvincenti, delle vere canzoni, e ciò non è del tutto scontato in un genere brutale come quello affrontato dai Crawling Chaos. Riuscire a mettere l’assolo giusto al momento giusto, fare un gran lavoro di arrangiamento e cercare di non tirare come treni impazziti dall’inizio alla fine. In poche parole, questo significa essere dei musicisti con due palle cubiche. La cosa che tenderei a rimarcare è che non ci sono cadute di tono. Dall’iniziale My Golden Age fino alla finale Doom of Babylonia la band mette di seguito un gioiello dopo l’altro, per costruire una tracklist strabordante in qualità. Le chitarre fanno un lavoro egregio sia in fase di costruzione dei riff che, soprattutto, in fase solista. Gli assoli sono il fiore all’occhiello di questo album, molto melodici e tecnici. Poi c’è il comparto ritmico basso-batteria che lascia sbalorditi e una voce cavernosa davvero ottima. Tutto questo racchiuso in sette tracce dalla durata singola considerevole, per un prodotto che definirei quasi perfetto.
[American Beauty]

Canzoni da Golgota. Blasphemer – The Sixth Hour (2020)

Ultimamente, nei dischi death metal sentivo la mancanza di qualcosa, cioè belli, pestati, col maligno che fa le cornine su ogni riff, ipertecnici, ben registrati ma mancava qualcosa…e non capivo cosa. Dopo aver ascoltato The Sixth Hour dei Blasphemer mi è venuto in mente: non ti rimanevano le singole canzoni in testa!!! Cioè apprezzavi l’album, le sue atmosfere e le sensazioni che ti trasmetteva, ma erano come delle colonne sonore, del sottofondo omogeneo.
Qua no! Decisamente no! Le canzoni si distinguono tutte e tutte ti rimangono dentro, da Hail, King of the Jews!, mio personale Highlight, a Stabat Mater, fino ad arrivare alla title track e via dicendo tutte le altre, ognuna si distingue per un riff, per un ritornello (non aspettatevi Sanremo, eh!) o per un passaggio, ognuna godibile ognuna un episodio a sé stante anche se entro un ben definito genere.
E poi, ogni canzone ha una qualità altissima! 
Il genere, come si può intuire, è Death metal e io non ci metterei nessun altro aggettivo, puro death metal. I riferimenti, perciò, sono i classici, ma c’è molta personalità e nell’ascoltare il disco non ti vengono in mente nomi tutelari precisi, altro punto a favore del suddetto!
Bene ora recuperatelo e sparatelo a volumi abusivi, non saprei che altro dirvi.
Uno dei migliori lavori ascoltati di recente!
[Lord Baffon II]

Grasso, grosso death metal. Frozen Soul – Crypt of Ice (2021)

Cosa ci aspetta nel futuro? Quali saranno i nuovi trend? Lo sviluppo della tecnologia ormai permette a chiunque di avere il suono preferito con poca spesa e permette a chiunque di fruire la musica di chiunque con pochi click, quindi cosa potrebbe mai stupirci quando schiacciamo play?
Purtroppo poco e niente di nuovo, tranne pochi casi, ma solo una mera riproposizione di quanto già detto e scritto, magari con una produzione migliore, suoni più potenti e più perizia tecnica, ma sempre niente di nuovo. Ed è un problema? No di certo, se uno lo sa fare bene, ci sa mettere il riff giusto e la giusta architettura nei brani si può tranquillamente riproporre uno stile già esistente e percorrere un sentiero già battuto.
In questo caso si tratta di death metal cadenzato e “groovoso” alla Bolth Thrower / Obituary con suoni grassi come il rimasugli nella pentola in cui hai cotto lo stinco a bassa temperatura per 16 ore. Le canzoni ci sono, i riff ci sono, gli stacchi e le ripartenze ci sono, voce un po’ monocorde ma scapocciamento assicurato: un classico disco da viaggio in auto quando non hai fretta e imposti il navigatore in modalità “panorama”.
Niente di più e niente di meno.
Mi piacerebbe vederli dal vivo, dove questa sottomarca del death metal dà il meglio, per vedere se hanno un al meno un pò del carisma delle stesse band da cui prendono ispirazione, che in fatto di carisma ne trasudavano in quantità.
[Lord Baffon II]

Una scia di sangue. Vomitory – Revelation Nausea (2001)

Nel momento di scrivere questa recensione, non riesco a togliermi dalla testa il concerto dei Vomitory al Kaltenbach Open Air del 2019. Una botta assurda, veramente. Mi accorgo solo ora che non ho mantenuto fede alla mia promessa di recensire Redemption, ma proverò a rimediare – anche se non so quando. Nel 2019 gli svedesi festeggiavano i 20 anni del secondo disco in studio, mentre ora è tempo e luogo per celebrare un nuovo compleanno: quello di Revelation Nausea. Nel 2001 i Vomitory cambiano line-up diventando un quartetto, con la conseguenza di lasciare a piedi Jussi Linna e facendo sì che Erik Rundqvist prendesse il doppio ruolo di bassista/cantante. Il risultato è un disco quasi perfetto nel suo interpretare l’old school death metal e, riascoltato adesso, mentre fuori fa un freddo bastardo e la neve imbianca i tetti delle case (per la cronaca, scrivo questa recensione a gennaio) si sente che è ancora fresco e ha un tiro incredibile. 
Se vogliamo fare le pulci, ma giusto perché poi mi accusate di partigianeria o di prendermela comoda nelle recensioni, Revelation Nausea è idealmente suddivisibile in due tronconi: il primo va dalla prima alla sesta traccia, il secondo comprende le ultime 4 canzoni del disco. Le prime sei canzoni sono dinamite allo stato puro: veloci, ferali e con la tendenza a volerti colpire in faccia senza tregua, elemento che è essenziale nell’ottica dei Vomitory 2001 AD. La sola When Silence Conquers è più epica e rimanda ad una certa band inglese che, di ritmiche mid tempo e inni da battaglia, ne ha fatto un caposaldo della propria produzione in studio – anche se i Vomitory comunque ci mettono del loro per dare il giusto tocco personale. 
La seconda parte di questo LP non è brutta né noiosa, se vogliamo è solamente più “scolastica” e meno avvincente del sestetto iniziale – sentitevi The Holocaust per una perfetta sintesi della cosa, una canzone che parte alla grande e poi si stabilizza su un “normale” death metal svedese. Il fatto è che nella prima parte i Vomitory sembrano in preda all’estasi e macinano death metal (Beneath The Soil) con una semplicità quasi imbarazzante e questo era indubbio allora e lo è anche adesso che mi sto riascoltando il disco senza sosta.
Ci sono cose nella musica che è difficile spiegare su carta (schermo), perché non è nient’altro che un feeling che viene fuori dalle casse del tuo stereo o dalle cuffie; non posso descrivere quella sensazione di una band che ha una marcia in più fino ad un certo punto di Revelation Nausea e poi sembra “calmarsi” (termine relativo, visto che le canzoni viaggiano sempre spedite) e approcciare il death metal con maggiore praticità; cristo, io la sento la differenza che passa fra Exhaling Life e The Art of War. Stessa band, stesso disco, ma attitudine diversa ed è questa che permea i brani fino a When Silence Conquers: un mix fra death metal, old school e la sottile capacità di rendere vagamente catchy quello che di natura catchy non è. 
Vorrei rivederli dal vivo i Vomitory, sono onesti, sinceri e spaccano; praticamente una di quelle band che raramente deludono. Peccato che l’ultima uscita sia datata 2013 (forse il capitolo meno avvincente della loro discografia: Opera Mortis VIII) e che adesso siano occupati unicamente a ricordare i 30 anni di vita della band. 
[Zeus]

Milestones. Deicide – Legion

Perché il titolo MILESTONES? Perché con questo disco parte una nuova rubrica, un appuntamento a scadenza quando ci pare per descrivere degli album che hanno avuto un impatto sulle nostre vite. Cosa significa? Che non andremo a descrivere il disco in sé, non sempre è necessario parlare del disco per descriverne l’efficacia. Quello che faremo è altro e si può tranquillamente esprimere con queste parole di Lord Baffon II: 

MILESTONES – pietre miliari, ovvero quei dischi che a prescindere dal valore musicale e artistico, hanno portato ad un cambiamento nel tuo percorso di vita. Non vogliamo recensire la musica, che può essere anche scadente (! non sempre, n.d.Zeus), ma recensire il contesto che è andato a cambiare. Ovvero prima la pensavi/vivevi/respiravi in una maniera, arriva quel disco e cambi, molli la ragazza, cambi compagnia, ti tagli i capelli, ti fai crescere i baffi, smetti di mettere le camice o inizi a credere nell’oroscopo e via dicendo.

[Zeus]

Io ho avuto un educazione cattolica.
Cioè non è che sia andato a scuola dalle suore o cose del genere, ma da quando son venuto al mondo che mi hanno detto che la parola della Chiesa è la verità. E per verità non intendo dire che fosse giusta o corretta, ma che ciò che diceva il prete la domenica era VERO: verità storica, fatti assodati, era proprio così ! Cioè Maria era veramente vergine, se peccavi andavi all’inferno ed una volta morto sarei stato giudicato da san Pietro. E io ci credevo, ma sul serio, ci credevo fermamente. E che potevo forse contestare i miei genitori e i miei nonni? Poi tutti ci credevano, tutti andavano a messa e le persone con autorità quali il prete ed il sindaco, perché avrebbero dovuto raccontare stronzate? Ci stava pure l’ora di religione e il crocifisso in classe a scuola, mica possono insegnarti a scuola una cosa falsa, che senso avrebbe? Oh, ecco adesso, qualcuno potrebbe contestarmi che non posso provare che è falsa, ma non posso neanche provare che l’esistenza di un unicorno invisibile su Marte o che se tu oggi piazzi 100 euro nel video poker al 100% li perdi, però non è che si può asseverare ad un bambino la certezza assoluta di fatti che sono tuttalpiù credenze personali.
E poi ci credevo anche perché non avevo motivo per non farlo. Che pensi a peccare a 9 anni? Pensi a disonorare al padre e alla madre? Desideri la donna d’altri? Vuoi commettere atti impuri?
Beh a 9 anni no, ma lascia passare qualche annetto e a fanculo i genitori ogni tanto vorresti mandarli, la ragazza di tuo cugino ti risveglia qualche pensiero malsano e per piacere non parliamo degli atti impuri… e poi ti accorgi del contesto e che tutto non torna, il sindaco il nome di Dio invano lo nomina eccome, il prete si rivela un umano qualsiasi con i suoi pregi e difetti e ciò che insegnano a scuola a volte può essere discusso e contestato, soprattutto se pieno di contraddizioni e prove.
E a questo punto poi avviene anche una morbosa fascinazione verso la musica del maligno. E quella mica puoi fermarla.
E quindi che fai, abiuri la tua educazione? Beh, diciamo che qui da noi questo problema non si è mai posto, ho visto che tutti alla fine calpestano a piè pari le norme cattocristiane che impedirebbero il quieto vivere, poi la domenica vanno a messa senza nessun rimorso o problema.
Beh, io invece, stolto ed ingenuo, il problema morale me lo sono posto in adolescenza, il retaggio dell’educazione cattolica mi è durato a lungo, o almeno più a lungo di quanto volessi, anche se in pubblico magari non lo davo a vedere, con i 666 e le magliette coi mostri addosso. Potevo ascoltare Heavy Metal ed rimanere cristiano? Ma soprattutto, perché dovevo rimanere cristiano se non ne capivo il senso? Dovevo fare come la maggior parte delle persone che alla fine non sanno neanche cosa dice la loro religione o quelle persone che si comportano apertamente da laiche, se non in maniera apertamente blasfema, ma si professano sempre e comunque cristiane? 
Beh, tagliamo corto mi serviva uno stimolo per capire come fare, e come in tutte le cose è stato l’heavy metal a darmelo: DeicideLegion, ca. 40 min di blasfemia e insulti detti con odio e rabbia, quindi o di qua o di là, niente concetti colti, solo pura ignoranza ma nonostante questo è stato il mio disco da meditazione, quello che ho usato per capire da che parte stare, per togliermi la zavorra di un tipo di insegnamenti che ritengo ancora oggi sbagliati e, perché no, a vivere meglio.
[Lord Baffon II]

La rivincita di Samoth: Zyklon – World ov Worms (2001)

Il rapporto di forza negli Emperor è sempre stato un pendolo secondo cui o vinceva l’idea di Ihsahn o quella di Samoth, la qual cosa si riversava ovviamente sul risultato finale del disco e da qui il prediligere dei fan uno piuttosto che l’altro LP. Tutti figli degli Emperor, ma qualche LP è più Emperor dell’altro. 
Samoth non poteva di certo zittire la propria passione per il death metal e, non potendolo riversare ad ampie dosi nella band principale, fonda i Zyklon e un paio d’anni dopo esce World ov Worms. Un disco del suo tempo, questo è certo.
In Norvegia, all’epoca, c’era uno spropositato interesse verso le derive elettroniche, le tematiche cibernetiche e via dicendo e Samoth non sembra discostarsene troppo, seppur prendendo la parte elettronica con le pinze ed utilizzandola unicamente come complemento musicale; non handi certo l’intenzione di prosrguire sul sentiero dei The Kovenant che hammo fatto un 360° rispetto alle prime uscite black metal. 
I Zyklon, ormai defunti, erano una band di  metal estremo e non lo nascondevano di certo con quel mix di pugni in faccia del death metal e gli elementi propri del black (cosa che non suonerà proprio come la scoperta dell’acqua calda, visto il passato e presente musicale di Samoth). L’elettronica è quasi più un gioco per fornire a World ov Worms quel tocco futuristico che era un po’ il trend di quegli anni. 
Però (c’è sempre un però) molto sta tutto nella forma del disco: fra il suonare una mezza cacata che potrebbe andare bene per una discoteca EBM e scrivere un disco di death-black metal feroce, ben composto e con spazi per buoni riff e una costante sensazione di aggressione e violenza ce ne passa: fortunatamente, all’epoca, i Zyklon scelsero la via più difficile e non quella che gli avrebbe permesso soldi, donne e coca a volontà.
La buona prova non è un risultato imputabile al solo Samoth, per quanto il chitarrista norvegese ci si fosse messo di piglio buono e senza i limiti del rapporto con Ihsahn, ma anche al lavoro di batteria di Trym. Su World ov Worms l’attuale batterista degli Emperor sembra in preda al delirio, visto che tira su un muro sonoro fatto di blast beat, doppia cassa e passaggi velocissimi che la metà basta. A rendere questo LP più variegato, però, non ci sono solo i tupa-tupa, ma anche momenti più epici (Transcendental War: Battle Between Gods) e alcuni timidi accenni di quello che tutti chiamano groove. 
L’unico neo è la voce di Daemon che, pur ben cotestualizzata e i numerosi ascolti, continuo a ritenerla fondamentalmente anonima e vagamente noiosa. Ma son particolari e fisime mie.
A vent’anni di distanza mi sembra chiaro che Samoth dovesse scappare dalle restrizioni degli Emperor, seppur l’ultima prova in studio fosse un parto più suo che di Ihsahn, per poter sviluppare appieno la sua visione musicale. Recuperare World ov Worms è un’operazione di scavo nella memoria storica, visto che quel disco era avanti per l’epoca e, adesso come adesso, è ancora abbastanza attuale da non sfigurare nei confronti di prodotti ben più recenti e con idee similari. 
[Zeus]

Gehenna – Murder (2000)

Il 2000 deve essere stato un anno drammatico nel Nord Europa. Almeno così me lo spiego il cambio di rotta e di risultati di moltissime band provenienti da Norvegia, Svezia e Finlandia. Se i Satyricon avevano un conto in sospeso con qualche vandalo e così anche i Gorgoroth, i The Kovenant cambiano completamente faccia e diventano feticcio per le discoteche alternative, i Gehenna prendono uno svarione per il death metal. Non che Sanrabb e soci avessero mai nascosto una certa propensione all’evoluzione, ma con l’avvento del 2000 e la registrazione di Murder, i norvegesi hanno fatto capire che gli inizi black erano ormai nel passato. 
Murder è violento e brutale, 30 minuti senza pietà. E questo, normalmente, dovrebbe essere inserito nella categoria cose positive da annotare. In realtà è un disco che non va da nessuna parte, puntando tutto su una brutalità death metal che non è supportata da un songwriting intelligente. Perché la violenza è anche fatta di chiaro-scuri, materia su cui i primi Gehenna ci avevano fondato una carriera.
Nel 2000 Sanrabb si dimentica quel ben di Satana di cui ci avevano fatto partecipi, registra Murder e fa un buco nell’acqua. La band ci tenta con tutte le forze ad essere brutale oltre l’inverosimile, con vocals filtrate e inumane, un riffing alquanto scontato ma compattissimo e una produzione nella media, ma appena parte il riffing iniziale di Master Satan sentite che questa ri-registrazione di un brano del 1998 ammazza il resto del disco. 
Ascoltato adesso ci si accorge di qualche passaggio interessante, qualche momento che richiama gli Slayer o un po’ di thrash-death compatto, ma sono solo squilli di tromba che vengono soffocati dall’ennesimo momento poco interessante. 
Mi viene la tristezza a proseguire con il necrologio, quindi la pianto qua ed è un vero peccato questo percorso verso il burrone, perché non se lo meritavano.
In termini generali, l’evoluzione era insita nel DNA dei Gehenna, ma il risultato finale, quello che adesso richiamiamo alla mente dopo vent’anni ed è rappresentato da Murder, è solo un parto alquanto fallimentare. 
[Zeus]

Marcha de odio. Brujeria – Brujerizmo (2000)

I Brujeria sono una di quelle poche band che riescono a mettermi un sorriso sulla faccia, qualunque cosa facciano. Sono un branco di cazzoni e non lo nascondono neanche un po’, finendo per fornirmi una serie di lyrics che riesco a storpiare come neanche The Fishmaster dei Nightwish. Solo con i testi in greco dei Rotting Christ, altra band su cui canto il mio disprezzo per questo mondo di merda mettendo dentro parole totalmente a caso, riesco a relazionare le mie precarie conoscenze linguistiche. Tanto, ditemi, chi cazzo li ha mai capiti i testi in lingua originale dei Rotting Christ? 
E poi i Brujeria sono responsabili del 70% del mio spagnolo maccheronico, sono una sorta di Mr. Brown della lingua di Pancho Villa. Il resto è dato da Speedy Gonzales e poche altre cose. 
Brujerizmo compie 20 anni, cristo. E c’è poco da fare, continua ad essere un LP divertente, anche se al primo ascolto mi aveva stupito il passaggio alle ritmiche più groovy e death metal ed una produzione migliore, anche se fortunatamente non di plastica, cosa che è successo con il passaggio sotto l’oscura mano della Nuclear Blast. Fortunatamente con la maturità non hanno perso quell’alone di imbecillità che li contraddistingueva nel passato, e che ci regala ritornelli ignoranti come una zappa ma da cantare a squarciagola aggrappati ad altri brothers in metal. Anti-Castro non sarà una canzone perfetta, ma sfido chiunque a non riconoscerla e a non cantare

Hermanos balseros / Mickey Mouse marineros / Mi papi chingón
Me comió tiburón / México me liberó / Cuando Castro ganó / “No soy “american”””

O anche solo Pa que Viva México! / División Del Norte!. Guardiamoci in faccia, quello che i Brujeria hanno fatto su Brujerizmo è rendere il proprio sound più accessibile, mantenendo il divertimento di fondo. Li possiamo rimproverare all’infinito su questo fatto e l’aver abbandonato il grindcore, ma su Brujerizmo riescono nell’intento che si sono preposti. Death metal, narcosatanismo e ignoranza. Che poi questo sia il disco con cui segnano il definitivo arrivederci alla dignità, mettendosi in naftalina per 15 anni circa e poi tirando fuori una mezza cacatina come Pocho Atzlan e una serie di singoli ignoranti come la peste (Covid-666 è scemo forte, ma ha quella idiozia contagiosa visto che è praticamente un pezzo punk scritto e registrato nell’arco di una cacata al bagno). 
[Zeus]

Il growloke di Chris Barnes – Graveyard Classics (2000)

Mi secca anche solo il pensiero di dover sprecare del tempo a dovervi parlare di questo disco. Lo faccio unicamente perché son passati 20 anni dalla sua uscita e Chris Barnes non ha ancora capito che è ora di smetterla di far uscite queste porcherie. Ho già parlato di Graveyard Classics II un po’ di anni fa e il giudizio sul primo capitolo è praticamente identico. Se possiamo capire, immaginare o solo intuire la voglia di Barnes di omaggiare band che l’hanno ispirato, quello che non capiamo è il perché volerne far uscire quattro capitoli e, per di più, poco ispirati. 
Già nel 1999, con l’uscita di Maximum Violence, i Six Feet Under erano una band alla canna del gas, quindi un disco di cover – spesso la certificazione mondiale di una crisi di idee senza fondo -, non può che esserne il sigillo papale alla morte di una band (anche se, a quanto leggo dalle recensioni, qualche piccolo scossa casuale di vita la sta facendo uscire in questi ultimi anni).
L’effetto karaoke finisce ben presto di essere interessante, visto che dischi come questo hanno la profondità di un manifesto elettorale di certi partiti italiani, e dopo un ascolto riesci a farne a meno senza neanche versare una lacrima. Il motivo è dato da elementi fra i più disparati: le canzoni sono riproposizioni pedisseque degli originali su cui sopra c’è il growl di Barnes e, tanto per mettere la guarnizione finale, Barnes è anche svogliato nel cantare. 
Progetto suo. Idea sua. Nessuna voglia. Tutto torna, no? 
Cazzo. 
No.
Non torna. E non lo voglio neanche accettare in maniera prona. Preferisco di gran lunga una cover sbagliata (es. Light My Fire rifatta dagli Amorphis) rispetto a queste cose. Ma che volete farci? Ormai, come band, I Six Feet Under stavano girando a vuoto e i suoi ex compagni di suonate tiravano fuori dischi sempre più convincenti (anche dal vivo, se per questo). 
Per evitare di mettersi in competizione, Barnes esce decisamente dalla gara, piscia su tutto quello che ha fatto nel suo passato ed esce con questa mezza cacatina. Divertente per loro, per i quattro che hanno speso i soldi per comprare Graveyard Classics e per chi sta ancora cercando un senso a tutto questo. 
Me compreso. 
Sinceramente mi son rotto il cazzo di scrivere di questo LP, quindi date voi un voto finale, scrivete un giudizio o ignorate tutto e sentitevi qualcosa di meglio. Non mi interessa, basta che non vi lamentiate che vent’anni fa è uscito questo disco… se ne ha fatti 4 episodi è colpa anche vostra che lo supportate quando, in pieno trip, spende i suoi soldi alla cazzo. 
[Zeus]

Calarook – Surrender or Die (2020)

Una nuova anteprima ci giunge dalla sempre attiva Metal Message. Questa volta il paese d’origine è la Svizzera, da sempre famosa per la sua tradizione piratesca e le coltivazioni di ananas. Surrender or Die è il primo album dei Calarook dopo un EP uscito nel 2017, intitolato Calico. La proposta dei cinque svizzeri è quanto di più diverso ci si possa aspettare dalle loro latitudini: il pirate metal. Questo sottogenere, in base alla mia esperienza, viene inquadrato più dai temi trattati e dall’abbigliamento dei componenti che non dalla musica. Se andiamo a tirare in ballo qualche nome, ci rendiamo conto che i Running Wild e gli Alestorm , tra i più noti portabandiera del genere, hanno veramente poco in comune a livello musicale. I Calarook non fanno eccezione.
La base del loro sound è un death metal di stampo nordeuropeo, semplice e diretto, con voce in growl e il violino sempre in evidenza. 
Il tutto può sembrare un po’ strano e bizzarro, ma vediamo di analizzare un minimo la proposta. Alla base dei Calarook c’è un fattore che tra gli ascoltatori, soprattutto sui social, viene spesso dimenticato: il divertimento. I cinque, infatti, l’ultima cosa a cui pensano è prendersi sul serio, un po’ come i sopra citati Alestorm. Il singolo che fa da apripista all’uscita dell’album si intitolo Invisible Pineapple. Ho già detto tutto. Riff di chitarra rocciosi e ritmati, melodie di violino dal sapore folk e ritornelli da cantare in coro con un bicchiere in mano (come la title track, già disponibile sul Tubo, se volete) coronano il tutto e faranno sfacelo dal vivo. 
Titoli come Quest for Booze, Loyal to None but Rum, The Legend of Liquor Island faranno la gioia dei festaioli e di per sé non è un elemento da sottovalutare, anzi, può essere un elemento vincente se divertimento e spensieratezza sono l’obiettivo che si vuole raggiungere.
Ovviamente ci sono anche dei contro. Il death metal proposto è, in molti casi, piuttosto basilare e con pochi guizzi, ma comunque godibile. La formula del songwriting non si concede a molte variazioni e la lunghezza dell’album è forse un po’ eccessiva. Le canzoni non sono, a parte alcuni casi, di lunga durata ma il CD è composto da sedici pezzi per un totale di settanta minuti, un po’ troppo per chi non è assolutamente fanatico.
Se confrontiamo Surrender or Die con il suo EP predecessore, i cui pezzi sono stati rinfrescati e inseriti nell’album, la band dimostra un notevole miglioramento, soprattutto nel cantato, una maggiore personalità e focalizzazione su un sound ben preciso. Non faranno gridare al miracolo, ma il divertimento è assicurato.
[Lenny Verga]