Richiami di guerra. Memoriam – Requiem For Mankind (2019)

Mi viene difficile giudicare un disco dei Memoriam anche, e forse più di tutto, perché Karl Willets, Scott Fairfax e compagnia si sono rivelati dei veri signori nel backstage del Manorfest 2019. Nella grande tribù delle teste di cazzo, dei miseri rockerini da radio commerciale, una delle icone del death metal inglese è stato talmente gentile e signorile da farci sentire a noi, misconosciuti personaggi dell’Alto Adige, delle rockstar. 
Queste sono cose che mi ricordo e che mi portano a recensire certi dischi con l’angolo dell’occhio che si bagna. Sarà che dentro ci sono ex membri di Bolt Thrower, Napalm Death e Benediction, ma se il frontman è Karl Willets non puoi sollevare in alto il pugno e sussurrare At First Light. Che ci volete, un po’ di partigianeria verso i Bolt Thrower ci sta e, come ho potuto assistere al ManorFest, ognuno di noi ha una propria storia con quella band: chi li ha visti in culo ai lupi, chi li reputa parte del bagaglio musicale formativo… Ognuno ha la sua e, vi giuro, questo è quello che mi fa star bene ad essere metallaro. 
Ma i Memoriam non sono i Bolt Thrower 2.0 o così continuano a ripetere tutti i membri della band. E la cosa è vera fino ad un certo punto, perché il growl rauco di Willets è ovviamente tratto distintivo, cosa che focalizza la memoria sull’altra band inglese e la chitarra di Fairfax, pur non discostandosi molto dal classico midtempo, riesce comunque a disegnare un, forse, più complesso approccio di chiaro-scuri (Never The Victim) pur non venendo meno il tratto fondamentale: il riff ricordabile, granitico e capace di portarti al chrous da pugno nell’aria e braccio intorno alle spalle del tuo brother in metal davanti al palco. 
Sentitevi Shell Shock, questa decisamente Bolt Thrower, e Austerity Kills per capire come riuscire a coniugare l’essere death metal e non mandare tutto a culo masturbandosi sugli strumenti. Se invece si cerca la tensione palpabile, sono canzoni come la title track o In The Midst of Desolation a fornire quel senso di apocalisse imminente. 
Il leggero cedimento di Requiem For a Mankind all’altezza della sesta-settima traccia non preoccupa. La tracklist è solida e subito dopo Willets&Co. piazzano la title track ed ecco che l’LP ritorna in quota. Ovviamente questo cedimento dovrebbe far abbassare un potenziale voto, ma io non li so dare, quindi vi dico che, pur con una logica flessione che li porta a suonare alcuni brani “più normali”, il terzo LP degli inglesi è sufficientemente buono da ricordarti che i Memoriam sono capaci di spaccarti il culo con la grazia e l’incredibile aplomb tipico dei figli d’Albione. 
[Zeus]

La nuova vita di Nergal. Behemoth – Satanica (1999)

Ditemi voi come fate a rimproverare a Nergal il suo cambio di rotta dal black degli esordi all’attuale blackned death. Perché se Pandemonic Incantation del 1998 era ancora un ibrido fra quello che erano e quello che sarebbero diventati, Satanica è, sempre più, la nuova incarnazione della band. 
Questa evoluzione era telefonata, come lo sfogo della tua ragazza dopo un paio di volte che chiedi “cosa succede?” e con la conseguente risposta “niente”. Avere Inferno dietro al drum-kit e non sfruttarlo adeguatamente è una bestialità paragonabile ad avere Roberto Baggio in squadra e metterlo in porta. Non è una cosa fattibile e non è utile a nessuno sfruttare poco (o male) i membri del gruppo: a volte ci riescono gli Hypocrisy che fanno eseguire a Horgh solo pezzi in mid-tempo, ma questo è un discorso legato alla volontà di Peter di fare quel cazzo che vuole con la sua band. 
Nergal non è scemo e capisce che ha con sé un fuoriclasse e non si sogna per niente di far delle cazzate, lui vuole un certo sound e Inferno glielo procura senza problemi: classica situazione win – win. Che poi questo significa tirar via sperimentazione, cambi di tempo e tutto il resto è un discorso diverso. Pandemonic Incantation è stato un caso particolare, una scheggia impazzita piena di ritmiche intricate e tanto Medio Oriente nel riffing, mentre Satanica è una bestia coesa, un juggernaut che non smette di calpestarti in faccia finché non sono finiti i 35 minuti di durata del disco. 
Questo è un particolare a cui tengo sempre molto: saper dosare la lunghezza di un disco. La capacità di scrivere un disco senza aggiungere cose inutili è da rimarcare, visto che per i Behemoth questo significa una serie di brani pesanti, ma fondamentalmente anonimi e/o poco efficaci. 
Satanica è l’equivalente di un moderno centrocampista di qualità: ha fiato da vendere e attitudine al contrasto duro, ma i lampi di genio non sono proprio nelle sue corde – ci sono momenti buoni, ma la scintilla non è qua.
Gli otto brani non hanno nessun vero filler, ma neanche nessuna canzone che, come nel successivo Thelema.6, sarà un momento imprescindibile dei concerti (forse l’iniziale Decade Of Therion). Come detto sopra: i brani spaccano, sono compatti, ma non ti entrano dentro e questo è forse da collegare al songwriting di Satanica.
Per un simulacro di perfezione, invece, possiamo attendere fino The Satanist.
Sotto l’aspetto puramente d’ascolto, invece, il cambio di passo dal precedente disco è minore: il growl di Nergal è ancora ruvido e cattivo, lontano anni luce da quello più pomposo ma inoffensivo del post 2000, mentre il sound è ben bilanciato fra elementi di pulizia (batteria e basso, entrambi esplosivi ma limpidi) e sporcizia (le chitarre rimangono grosse,  oneste e ruvide anche durante i soli).
Il primo passo verso il cambiamento, ecco come possiamo descrivere Satanica. Il 1999 segna il classico “Il re è morto, viva il re” per i polacchi. Muore il black metal originario ma rinasce una creatura diversa, più “mainstream”, e capace di toccare vette altissime come su The Satanist, ma anche momenti di difficoltà come The Apostasy o Evangelion. Le radici di quello che tutti i moderni metallari conoscono come Behemoth sono qua dentro, mentre per tutti gli altri, la band polacca è morta proprio con questo disco.
[Zeus]

Cannibal Corpse – Bloodthirst (1999)

Oggi stavo mangiando un pezzo di pizza, unta come il culo di un babbuino immerso nel catrame, da un kebabbaro sotto copertura. Questo perché pensavo di aver finalmente trovato un kebabbaro lercio e volgare, in realtà era una succursale di un baretto usurato che demandava i compiti di farcitura delle pizze e distruzione dell’intestino a questi intrepidi domatori del carboidrato pazzo.
Mentre mi leccavo le dita, godendo solo a metà perché il pensiero di prendermi il vaiolo mentre toccavo con le labbra le dita coperte di oliazza rossastra mi faceva soppesare la mia voglia di vivere a lungo, ho incominciato a spiare la fauna locale.
Il 99% delle persone aveva un’età media da scuola superiore, quindi descrivibile come un milkshake di sudore&ormoni, casino, cicche fumate con la bocca a culo di gallina e chiacchiericcio generico misto trilli da whatsapp. Il restante 1% degli avventori era composto da poveri lavoratori (come il sottoscritto, fuggito dalla glaciale trireme romana dove è costretto a vogare per tenere lo sfavillante stile di vita che lo porta a scegliere la morte certa offerta dal malefico kebabbaro al posto del ristorante borghese con un piatto di pasta alla “modica” cifra di 9€) che, senza le luci al neon dell’ufficio, hanno lo sguardo perso e disilluso di chi, ormai, non ha più niente da dare alla giornata.
Questo è uno dei motivi principali per cui evito di farmi selfie a mezzogiorno, sarei uno spot per il suicido assistito. Vorrei avvertire che non mi faccio neanche selfie di mattina: se no la buca delle lettere si intasa di intimo femminile. La dura vita del recensore. 
Mentre mi ingurgitavo pezzi di pizza, olio di motore e evidenti pezzi di cadavere di studenti che non avevano pagato, mi sono trovato a pensare che anche i Cannibal Corpse nel 1999 avevano necessità assoluta di portare a termine un discorso iniziato con Vile. Non che abbiano finito, ma dopo aver esordito con un disco imponente come quello, si sono trovati a piazzarli un sequel come Gallery Of Suicide che brutto non è, ma si trova diversi gradini sotto al predecessore – e questo pur avendo una tripletta iniziale da tirarti via il tartaro dai denti. Con Bloodthirst la band americana non arriva a produrre brani così “grossi” come I WIll Kill You, ma calibra meglio la scaletta. Inizia bene con Pounded Into Dust, poi stabilizza il tiro e si assesta su una qualità media maggiore del precedente disco in studio, macinando riff (notevolissimo il lavoro del duo O’Brien – Owen) e ritmiche con più potenza (forse i 10 minuti in meno hanno giocato un ruolo importante nel ridurre la sensazione di filler) e andando a decrescere unicamente verso il finale, in cui Webster&Co. piazzano i brani forse meno ricordabili del lotto (Condemned to Agony). Bloodthirst si difende meglio del precedente  disco sul lungo periodo. La velocità d’esecuzione è abbastanza elevata, ma è il groove che ne esce ad essere l’elemento portante e Corpsegrinder usa la voce in maniera eccellente su ogni traccia. Certo, il range vocale dell’uomo-senza-collo è maggiore del suo precedessore, ma su Bloodthirst c’è un fattore che bisogna riconoscerli: sentite come il growl, e gli occasionali scream, fomentano il massiccio lavoro ritmico della band. 
Dove Bloodthrist vince a mani basse rispetto a Gallery Of Suicide è la qualità di registrazione: qua c’è chiarezza e un sound potente e bilanciato, mentre sul precedente disco il suono ne usciva un po’ troppo melmoso. 
Ho lasciato il turpe kebabbaro pensando ai Cannibal Corpse e rivolgendo lo sguardo alla cucina a vista: quella “novità” dovrebbe essere lasciata unicamente ai giapponesi col sushi (quando li trovi, i giapponesi, non il sushi), non messa in mano a turchi che passano a fil di scimitarra qualunque cosa. La cucina, per definizione, deve essere un posto segreto, dove le efferate azioni compiute dai cuochi, o presunti tali, rimangano nascoste alla vista del divoratore di kebab. Un po’ come la copertina di Bloodthirst che, per una volta, avrebbe beneficiato della “cover di riserva”. Parere mio, ma cristo se è brutta. 
[Zeus]

Opeth – Still Life (1999)

Ho iniziato ad ascoltare gli Opeth con Blackwater Park e mi son fermato a Ghost Reveries, recuperando con calma i tre dischi precedenti (compreso questo Still Life) e lasciando perdere quelli successivi al 2005, perchè la trasformazione sempre più accentuata in (quello che loro considerano) progressive rock mi ha lasciato poco soddisfatto. Quindi non ho grandi memorie da associare a questo disco, nessun aneddoto che mi permette di contestualizzarlo in un 1999 che sta facendo fuori le band più dell’influenza spagnola. Questo è l’anno del passaggio, del rimodernamento del suono, della contaminazione e della fine di ogni piccola volontà trasgressiva. Il black metal muore, il death metal rantola in mezzo al proprio vomito, il thrash non se la passa meglio e, in generale, il metal attraversa quelle tipiche fasi di contrattura che sembra colpirlo ciclicamente prima di esplodere in qualcosa di nuovo.
Gli svedesi Opeth sono ancora in fase d’accelerazione, capaci di unire ampie concessioni progressive ad un sound che, nel death metal progredito, ci sguazza bene (capeggiato dal vocione di Mikael Åkerfeldt). Ovviamente c’è l’influenza e il riffing dal Sapor Mediorientale, cosa che non può mancare in una band svedese che si getta in soluzioni più progressive e così anche un approccio, blando al momento, verso le clean vocals.
I passaggi acustici convincono, grazie all’abilità del duo uruguagio Mendez – Lopez e, quest’ultimo, sapeva il fatto suo (prima di farsi prendere dal panico da palco). Rispetto a molti batteristi pestoni della scena black/death, Martin Lopez ha un’ottima sensibilità sia quando deve picchiare, sia quando il ritmo si sposta su sonorità più leggere (Benighted) e la scelta giusta è quella di fornire un sottile groove e un sostegno piuttosto che sverniciare casa. Peter Lindgren è una di quelle perdite che mi sento di sottolineare: il buon Peter se ne va dagli Opeth nel 2005 e lascia un buco che è stato riempito da Fredrik Åkesson, ma il cambio non mi ha mai convinto.
Sarà che il buon Lindgren mi aveva fatto simpatia quando l’ho incontrato al Gods Of Metal, sarà che parto prevenuto per il progressive, ma i dischi successivi li ho piantati in asso forse troppo presto, ma così è la vita.
Però credo che gli Opeth hanno toccato l’apice di tutto il sound nel 2001, poi è stato un lento rotolare verso il basso. Dischi eccellenti prima, poi hanno sfoderato un Deliverance – Damnation (che capite anche voi che razza di canzoni hanno dentro) e poi hanno incominciato a sperimentare spostandosi dai miei gusti. E forse anche dove non avrebbero dovuto scavare, un po’ come i nani in Tolkien.
Eliminando il mio personale gusto dall’equazione, davanti ad Åkerfeldt ci si può soltanto togliere il cappello e riconoscere che parte dell’evoluzione moderna del death metal progressivo è anche merito suo e di dischi come questo Still Life.
[Zeus]

Di nuovo in Polonia con i Christ Agony – Elysium (1999)

Certe band soffrono della condizione “penalizzante” dei cibi vegani. Non che siano cattivi in sé, sono gusti in fin dei conti, ma quando passeggi per il supermercato (cosa che io faccio perché sono malato e mi diverto a cercare le porcherie più oscene o le novità da provare) e ti capita di passare davanti al bancale vegano, vieni assalito da una serie di nomi fuorvianti: bistecca, grigliata mista, cotoletta, affettato, würstel…
C’è qualcosa di sbagliato in tutto questo, perché si tenta di associare un cibo diverso a qualcosa di conosciuto, cosa che fa ovviamente incazzare una delle due parti nella discussione (i non-vegani più intransigenti). Ci sta il pensiero che non puoi chiamare Wienerschnitzel qualcosa che non lo è, ma capisco che riuscire a trovare un nome diverso e altrettanto accattivante è ugualmente complesso.
Quindi ecco che l’accezione black metal associato a Elysium dei polacchi Christ Agony è totalmente fuori luogo. Logico, il nome ti potrebbe far pensare ad un manipolo di entusiati fistfucker del pianeta di Dio. Quindi brutti, cattivi e incazzati come un bulldog che ha appena assaggiato il proprio piscio dalle ortiche.
I Christ Agony non lo sono. Non sono neanche granché black, ad onor del vero. Ci si trova dentro di tutto in questi solchi, dal thrash al death e qualcosa di subdolamente “dark/goth” in certi passaggi. Di black metal non c’è una fava o, come sulle ricette, si potrebbe scrivere “può contenere tracce di black metal”.
Le vocals canine, un mezzo latrato che a volte trascende nello “scream” e a volte sembra di sentire un Lemmy affetto da laringite e con un plumcake in gola (Lords Of The Night), non certificano questo disco come black metal.
Quello che c’è qua dentro è un disco influenzato dagli eighties, con un piglio vagamente “incazzoso” e con qualche buon riff, ma niente di più eccitante di questo. Fra i solchi troviamo anche dei passaggi melodici, cosa non rara, e anche le clean vocals (ad esempio la title track), questi elementi li inseriscono in quella masnada di band che, sul finire del 1990, hanno incominciato a titubare sulla validità dell’incazzatura suprema come “vero ed unico veicolo di violenza musicale”.
Probabilmente è solo una questione di etichetta sbagliata o di disco sbagliato, ma questo Elysium non mi fa certo sentire la mancanza dei Christ Agony… o la voglia irrefrenabile di recensirli per il prossimo ventennale.
[Zeus]

Misery Index – Rituals of Power (2019)

I Misery Index mi hanno sempre fatto molta simpatia. Sarà che quando ho intervistato Netherton nel lontano 2010 (?) è stato così gentile da non sottolineare che stavo parlando in urdu causa stanchezza oscena post-lavoro, ma da quel momento in avanti la band americana ha incominciato ad avere il mio favore a prescindere. Ero entrato in contatto con i Misery Index con l’album Discordia del 2006, frutto di amene trattative commerciali di cui vado fiero ancora oggi, ma Netherton era nome forte visto che portava impresso nel pedigree i Dying Fetus, non certo una band del dopolavoro. Il vero picco lo raggiungono, per me, con Traitors, disco a mio avviso quasi perfetto. Una botta di violenza e groove incredibili, che ti lascia senza fiato come spararti una salita dopo esserti mangiato una Wiener formato brontosauro.
Da quel momento in avanti è stato un tentativo di adeguare la proposta, inevitabile scontentando qualcuno, o più di uno. 
Ecco perché Rituals of Power è importante, deve ribadire cosa sono i Misery Index nel panorama estremo musicale. E Netherton lo mette in chiaro facendo l’unica cosa possibile: alleggerire le strutture e aumentare “la pacca”. Quest’ultima è caratteristica esplicita per tutto il disco, insieme ad una capacità di trovare alcuni chorus cantabili e immediati.
Ovvio, l’aver semplificato le strutture ha reso il tutto molto più diretto, ma ha anche tolto un po’ di profondità al disco. Non che sia sempre necessaria in termini assoluti, non stiamo parlando degli Opeth, ma su questo LP il quartetto americano porta avanti un sound uniforme e “poco vario” per 36 minuti. 
Poi se vogliamo metterci le sciarpette intellettuali e il maglioncino allacciato sul collo, possiamo certo riscontrare anche brani meno convincenti come The Choir Invisible o la deludente They Always Come Back, ma questi brani vengono compensati dalla furia hardcore di New Salem o da Rituals Of Power. Entrambe tracce bomba. Ma non mi farei scrupoli a citare anche la doppietta iniziale o la veloce I Disavow
In sostanza, i Misery Index giocano sul sicuro per questo Rituals Of Power: no frills, poche concessioni a variazioni sulla velocità d’esecuzione, una batteria più quadrata che creativa, un pugno di canzoni veramente interessanti e qualche colpo mancato. 
Non posso vederci la stessa freschezza di Traitors o precedenti, ma la verginità non è semplicemente replicabile. Quindi Rituals Of Power è quanto di meglio possono tirar fuori Netherton&Co. nel 2019, soprattutto cercando di venire capo di un sound che, per andare avanti, ha dovuto inevitabilmente fare un passo indietro. 
[Zeus]

Kaltenbach Open Air 2019

Contrariamente a qualsiasi previsione di inizio anno, la felice combriccola di TMI dirigerà il proprio radar metallico verso il KALTENBACH OPEN AIR.
Ritorniamo a questo festival dopo un paio d’anni d’assenza e l’attesa è alta, soprattutto perchè i nomi che girano dentro questo festival non sono quelli “di grido”, ma sono quelli giusti, quelli che ti fanno saltare dalla sedia senza avere 20.000 persone a soffiarti sulla schiena.
Headliner sono grossi, Enslaved, Asphyx (già apprezzati anche al Colony Open Air) e Carpathian Forest non sono i nomi da prime-time per altri festival, ma il KOA punta su cose più di nicchia e gli rende giustizia.
Se poi ci aggiungete l’hype che mi ha preso sapendo che ci sono dentro gli Mgla e i Gutalax, capite che è una questione di principio essere presenti a questo festival. I primi, con buona probabilità, presenteranno qualcosa dal nuovo disco, di cui abbiamo già avuto modo di vedere una preview nei giorni scorsi, mentre dai secondi ci si aspetta uno show divertente e, cosa interessante, ogni volta che li sento mi torna in mente la band bolzanina Ešerichija Cøli. Penso per assonanza nelle tematiche, ma è una questione abbastanza naturale.
Prendo tempo per questi, perché citare tutta la lista, che comprende Aura Noir, Pestilence, Haemorrage, Vomitory, Sinister, Avulsed, Dornenreich etc, sarebbe veramente troppo lungo e non c’è bisogno di presentare mille band quando basta dire: ci vediamo al Kaltenbach Open Air.
Il resto vedete voi.

[Zeus]

Inno alla noia. Six Feet Under – Maximum Violence (1999)

Sedici dischi in 24 anni di carriera e nessun album veramente, ma veramente, figo. Se questo non è un record, poco ci manca. Ma a Chris Barnes sembra non fregargliene niente e, dopo aver dato alla luce i suoi migliori dischi nel biennio 1995-1997, alterna dischi impresentabili (l’imbarazzante ma divertente, per me, serie dei Graveyard Classics) a dischi sostanzialmente inutili (Commandment), quindi non c’è molto di che sfregarsi le mani se sai che nel 1999 è uscito Maximum Violence e sai che dovrei subire l’atroce supplizio di 37 minuti di banalità, riff lenti e cavernosi (a volte scippati dagli Obituary, a volte solo senza idee) e conditi tutti dalle vocals ultracavernose di Barnes.
Questo fattore, ad onor del vero, dovrebbe essere il punto forte del menu, visto che l’ex singer dei Cannibal Corpse ha dovrebbe avere il carisma per dare il La alla band e trascinarla, ove e per quanto possibile, verso risultati decenti.
Invece no, cari miei. E se pensavate di trovare una recensione positiva di uno qualsiasi degli album dei Six Feet Under fra il 1997 e il boh (gli ultimi me li sono persi), allora siete capitati nel posto sbagliato e dovreste cercarvi il blog dedicato alla band.
Maximum Violence risente di tutti i limiti e di tutte le storture che accomunano gli album della band. I riff catacombali non vanno, le vocals non sembrano fornire niente di veramente figo, i pattern sono o già sentiti o troppo scontati e anche la cover dei KISS (War Machine) viene fuori loffia e senza sugo. E sì che la formazione, Greg Gall a parte, ha nel duo Terry Butler – Steve Swanson gente che di mestiere ne ha (dicasi militanza in band come Massacre e/o Death). Ma neanche quello regge e così tutto l’LP si muove pachidermico, lento e assonnato dietro la visione “groovy” del suo leader assoluto. Non siamo ancora ai livelli imbarazzanti del periodo Commandment, quando speravi in una botta sullo scroto per svegliarti dal torpore, ma Maximum Violence non gira. Punto.
Con il buon Skan, fra una birra e l’altra, si era arrivati ad ipotizzare un concerto dei Six Feet Under dalle nostre parti. Ignoranti sono ignoranti e hanno quel po’ di groove che, se messo al posto giusto, avrebbe potuto far arrivare un centinaio (?) di persone al locale (qua si ragiona in questi termini ormai… i metallari sono da proteggere con il WWF) e far passare una bella serata.
Questo discorso di divertimento, forse, può valere dal vivo (avevo preso in un momento di delirio ossessivo-compulsivo il CD+DVD con Graveyard Classics III e Wake the Night! Live in Germany, solo perché erano in offerta e avevo soldi da sputtanare), ma in studio la band spara a salve. Questo comporta che ogni singola uscita di Barnes perde in maniera inesorabile il confronto con Webster, Fisher e soci. Non che siano in competizione, sia chiaro, ma se devo dare un soldo bucato ad una delle due band, perché mai mi devo sorbire 40 minuti di tortura dei SUF, quando anche il più debole dei dischi dell’epoca dei Cannibal gli da la paglia?
A voi la risposta.
[Zeus]

La tromba del diavolo. Devathorn – Vritra (2015)

Da quando i Behemoth sono diventati come la regina madre di Alien, c’è una cucciolata di band che hanno preso come spunto quel modo di suonare il tanto celebrato blackned death metal. Tantissimi gruppi che, mischiando in soluzioni non sempre eguali black e death metal, hanno deciso che il black metal del XXI secolo deve avere le stigmati e l’imprimatur della compagine polacca.
I Devathorn, gruppo greco che ha fra le sue fila anche alcuni membri degli Acheronatas, non nascondono questa fascinazione per quelle sonorità e in Vritra buttano giù il carico pesante.
In un’ora di tempo e 11 brani in scaletta, Vritra è un macigno sonoro in cui si sente distintamente l’influenza di Nergal&Co. sui greci. Quindi suoni possenti e plumbei, un buon lavoro di batteria e un riffing di chitarra che spazia fra partiture quadrate – marziali e accenni più melodici, così che la canzone possa respirare abbandonandosi alle pesantezze testosteroniche di un sound muscolare e cattivo o immergendosi nelle classiche atmosfere black metal. 
Mentre i rimandi ai Behemoth sono subito udibili e sono anche di buon livello, e non ci perdo altro tempo a ripetere la cosa, tutti gli altri componenti del suono Devathorn non stupiscono più di tanto, rimanendo nell’alveo di un certo tipo di suono death-black metal.
Il mio errore base, mi sa, lo faccio risalire a due valutazioni pre-ascolto:
a) la presenza di membri degli Acherontas mi ha indotto a pensare ad un maggior ritualismo nella musica e,
b) la copertina firmata Holy Poison Design richiama sempre un substrato religioso-blasfemo.
Persino Nergal&Co. negli ultimi due dischi (The Satanist e ILYAYD) hanno immesso una componente ritualistica-religiosa maggiore nella loro musica. Elemento che, almeno per The Satanist, ha permesso al disco di essere un pugno nei denti.
Il fatto che non siano attivissimi, due LP in 17 anni di attività non li cataloga proprio come stakanovisti dello studio di registrazione, non è un minus in sé. Il disco in questione è infatti un prodotto finito, completo e ben confezionato, con una registrazione di livello e quell’energia capace di tirarti addosso una secchiata di cemento e putrelle.
Il problema dei Devathorn, però, sta tutto nella noia di fondo che ti aggredisce quando meno te lo aspetti; quindi arrivare alla fine di queste undici tracce provoca un dispendio d’energie enorme. I greci sono talmente quadrati e asfissianti nel loro incedere, che dopo aver tenuto duro per sette/otto tracce (fra cui inserisco anche i 4 minuti e passa di strumentale), l’attenzione scivola verso chi schierare al Fantacalcio, cosa cucinare da cena e valutare se mettere su la lavatrice o tirar dritto al giorno dopo.
Dopo oltre metà della durata, ti ritrovi ina situazione imbarazzante: come trovarsi a letto con una tizia che, pur piacente, dopo un po’ incomincia a tirarti un pippone astronomico su finanza, terra piatta, orti e vestiti della Ferragni. Per un po’ lo spirito indomito regge, poi anche i porno mentali si spengono in desolanti visioni di rettiliani che curano il giardino e quindi: saluti e arrivederci.
Questa sensazione di depressione esistenziale, pur non trovando niente di formalmente brutto (!!), mi assale quando arriva The Venomous Advent / Promethean Descent.
Questa è la boa, il turning point, in cui io mi chiedo: ma quando cazzo finisce sto Vritra?
[Zeus

Heads for the Dead – Serpent’s Curse (2018)

Parte il disco e, ahimé, mi sembra di trovarmi sul set del 13° Guerriero. Ve lo ricordate, vero? Quello dove dei vichinghi vanno a raccattare un arabo (che in realtà è spagnolo e vive in America e si fa chiamare Antonio Banderas) e lo portano nei fiordi a prendere il fresco per sconfiggere il nemico. A parte che la storia inizia e capisci subito che la trama è stata creata da uno che non aveva voglia di pensarci troppo, alla trama, il film risulta anche divertente. A parte Banderas che è irritante oltre ogni possibile concezione e, quando non deve fare l’insostenibile arabo illuminato che cita poeti ad minchiam canis, te lo immagini nascosto dietro a qualche palo a inchiappettarsi la gallina. O viceversa.
Fortuna che Serpent’s Curse, primo e attualmente unico disco dei Heads for the Dead, non è della pasta del 13° Guerriero. Inizia così, ma poi si rivela un LP di solidissimo death metal creato dall’accoppiata Jonny PetterssonRalf Hauber. Il primo presente in x-mila progetti, dischi etc, il secondo impegnato nei Revel in Flesh.
Il risultato, e mi fa strano dirlo in maniera così diretta, è quello di un disco onesto, ben concepito, ben suonato e interessante. Senza troppi fronzoli e stronzate, Serpent’s Curse porta a casa il risultato proprio perché non si fa prendere dalla smania di essere chissà che cosa. Il duo è smaliziato e sa come gestire la materia, tanto che i richiami sono accenati e, per qualche strano motivo, mi ricordano i Belphegor (periodo Blood Magick Necromance) per il sound che ne esce (quadrato, pulito e grosso) e per quel sottile accento che filtra dietro il growl di Hauber. Ma niente di più. Del delirio blackned death metal di Helmuth&Co. non si sente altro, essendo Serpent’s Cult un disco di death metal, seppur oscuro e plumbeo quanto basta. 
Per me è una ventata di freschezza questo ritrovare nel death metal quella capacità di arrivare a produrre un disco buono, senza dover per forza finire a inserire milioni di note per suonare “iper-tecnici” o sgorgare nei territori dello slam o, ed è l’ultimo esempio, dover per forza contaminare il sound con il “-core” per poter essere appetibili ad un pubblico giovane.
In Serpent’s Cult ci sono le parti con più groove, quelle dove si picchia, le atmosfere e il growl, marcio quanto basta. Questo mi aspetto da un disco death e questo, nell’LP d’esordio della band, ho trovato.
Ci sarà un seguito? Non so cosa dire, questi sono progetti “usa-e-getta” per soddisfare la voglia di un certo sound, di collaborare, di pagare gli alimenti alla ex-moglie o chi più ne ha più ne metta e spesso rimangono tali.
Se poi ci sarà un secondo disco, io spero che il buon Satana guidi questo duo raffinando/inzozzando/modificando quanto creato nell’esordio, ma rimanendo sempre su questa linea “semplice ed efficace”.
[Zeus]