Revoltons – Underwater Bells pt. 2: October 9th 1963 – Act. 1 (2020)

Si presenta con una cover molto suggestiva questo Underwater Bells pt. 2: October 9th 1963 – Act. 1, quinto album degli italiani Revoltons che ritornano dopo otto anni dal precedente lavoro. Parto parlando della copertina perché chi ha l’occhio attento e la memoria lunga noterà subito di che cosa tratta l’album in questione: il disastro della diga del Vajont. Sappiate, quindi, fin da subito che qui si parla di un argomento serio. I testi, nella loro chiarezza e semplicità (e con “semplicità” intendo che la band non usa frasi criptiche interpretabili, ma va dritta al punto), ci introducono fin dall’inizio nel mezzo di questa triste pagina di storia che ancora oggi brucia nei cuori e nelle menti. 

Il lavoro si apre con una veloce doppietta di power metal dal gusto classicamente europeo, dove l’influenza di band come gli Helloween si fa sentire ma non disdegna di amalgamarsi con suoni e sfuriate dal sapore thrash. Un power incazzato insomma, e se fate attenzione agli stacchi di chitarra nella parte centrale dell’opener Danger Silence Control capirete cosa intendo. 

Si passa poi a tonalità più melodiche dove vengono messe in risalto alcune tendenze prog, come in Mary and the Children che ci propone un virtuosismo di basso azzeccatissimo. Si prosegue su toni veramente drammatici con la quasi title track October 9th 1963, strumentale per la maggior parte, ma che non necessita di altre parole per comunicare il suo messaggio. Questo tipo di atmosfera persiste nell’album, anche quando si torna a picchiare duro; la drammaticità è necessaria per portare avanti il concept, insieme alla rabbia, tanto che in alcuni brani compare addirittura il cantato in growl (Hypnos and Thanatos e Primal Shock).

Non stufi di continuare a sorprenderci, i Revoltons arricchiscono nuovamente il sound nella parte finale dell’album, dove si fanno largo influenze NWOBHM. Le cavalcate di chitarra dominano in Criminal Organism e nella penultima traccia, la lunga Grandmasters of Death, dove fa la sua apparizione un ospite d’onore del calibro di Blaze Bayley. 

Un ascolto emozionante dalla prima all’ultima traccia, che coinvolge tantissimo non solo per il concept ma anche per le idee, per i soli di chitarra, per la varietà di situazioni, per l’ottimo lavoro svolto da tutti i musicisti (la conclusiva strumentale Through the Years è da paura).
Davvero un bell’album, carico di tensione, di sentimenti, di pathos. Consigliato!

[Lenny Verga]

Rimestando nel calderone: Zakk Wylde – Book Of Shadows (1996)

Nel 1994, Zakk Wylde decide di uscire per un momento dall’ombra di papà Ozzy e di registrare il suo primo disco solista anche se, al tempo, aiutato dai Pride & Glory. Con questi, il chitarrista americano (non ancora barbuto e ignorante come lo conosciamo dai video recenti di facebook o altri canali) fa uscire fuori la sua vena southern e mischia le carte che lo vedono devono tanto agli Skynyrd, quanto alle divinità sacre chiamate Black Sabbath e Led Zeppelin. Dopo due anni di silenzio, ecco che Zakk ritorna in studio e si diverte a suonare quello che sarà il disco dove inserirà alcuni fra i suoi migliori pezzi elettroacustici: Book Of Shadows.
Book Of Shadows è il parto della mente del chitarrista, come tutti i dischi della Black Label Society che seguiranno, e viene inserito tutto l’amore per le sonorità più mellow del continente americano; quindi ecco il blues, il folk e le ballate che non potevano certo rientrare nelle setlist del Madman o costituire l’ossatura principale del primo disco solista di Wylde.
Una volta che lo ascolti, non puoi fare a meno di associarlo al sedersi sul balcone di casa (noi, a meno che non vivi in campagna, non abbiamo la veranda che guarda sulle coltivazioni di cotone/mais etc), con le gambe allungate sulla ringhiera, la sedia spostata indietro e una birra chiara in mano. Questo è quello che richiama questo disco: un momento di sosta meritato e una tranquillità racchiusa in 50 minuti di canzoni fatte bene, con gusto e senza caricare troppo il fattore melassa (elemento che, con il passare degli anni, ha preso la mano di Zakk e gli ha fatto pubblicare alcuni brani quasi stucchevoli e troppo sdolcinati per poter essere apprezzati appieno).
Nel recente passato il chitarrista ha fatto uscire un secondo episodio di Book Of Shadows ma, per me, questo primo disco del 1996 rimane quello definitivo di un certo tipo di intendere il concetto Zakk Waylde + musica acustica. Ci ho dato un ascolto a Book Of Shadows II ma mi annoia, non riesco a concentrarmi nella maniera dovuta, mentre quando parte Between Heaven And Hell o Throwin’ It All Away o anche solo Too Numb To Cry sento che c’è qualcosa di giusto.
La dimensione definitiva del sound che ha in mente Zakk Wylde verrà poi condensata nei Black Label Society e lo sappiamo tutti, ma Book Of Shadows, a 22 anni di distanza, continua ad emozionarmi e farmi venire la voglia di mandare tutto a fanculo tutto e mettermi in balcone, gambe distese sulla ringhiera, la testa che poggia sul muro e una birra in mano.
Vi giuro, se non avete mai sentito questa esigenza, non sapete cosa vi state perdendo.
[Zeus]

 

 

Pantera – The Great Southern Trendkill (1996)

Questo album lo presi appena uscì, perché sopra c’era scritto Pantera.
Probabilmente non lo comprai neanche io, me lo comprò qualcuno, perché era ovvio che io dovessi avere il nuovo dei Pantera. Quando premetti Play venni spettinato dall’urlo iniziale, ma questo non bastò a convincermi del tutto. Sì c’erano i pezzi, c’era la violenza ma non mi prese completamente. Lo riscoprii più avanti, riascoltandolo in età più matura, perché riuscii a cogliere sfumature che a 16 anni non ero in grado di capire. Il disagio. La chiave di lettura di questo disco è il disagio, una band all’apice della sua carriera ma già distrutta, con più problemi da risolvere che frecce nel suo arco, ma con tanto talento e tanta rabbia. Ecco, se si ascolta questo disco con questo ben presente in testa risaltano fuori delle ottime canzoni, anzi direi che questo disco andrebbe ascoltato non come un insieme di canzoni ma come un opera unica, un’unica sinfonia, un’unica colonna sonora del disagio.

[Skan]

Quando sento “The Great Southern Trendkill” mi vengono in mente alcune immagini:
– una macchina, un’utilitaria da città, mediamente sporca, con i finestrini abbassati e le casse che ronzano e gracchiano mentre l’urlo iniziale risuona nel vicoletto disturbando vicinato e presenti.
– girare in città senza aver il fisico statuario, e con un vago retrogusto di sudore sulla pelle, ma orgoglioso e con palle e cazzo ben in vista per il pubblico.
– vantarsi con i colleghi di degustare vino e birra di qualità e poi trovarsi, soli e incarogniti, al banco del bar con un Corea [mefitica mistura di Coca Cola e vino demmerda] in mano.
Perché a partire dalla piallata d’orecchie che ti arriva con la title track fino alla conclusiva (Reprise) Sandblasted Skin, TGST è un grido di gola, ma che parte in fondo alle viscere, dove la merda regna sovrana. TGST parla di quello: di disagio, di merda, di paura e di dipendenza. Più disperato e viscerale di Dirt degli Alice in Chains (del 1992 – altro testamento, in presa diretta, di un drogato all’ultimo stadio), TGST fa l’equivalente dello spurgo delle fogne: tira fuori tutto e te lo spara in faccia. Olezzo compreso.
La band è allo sfascio e non si incontra per registrare il disco, Seth Putnam, ospite d’eccezione, grida come un uomo a cui hanno sgozzano un suino e glielo hanno ficcato in gola e i riff sono pesanti e lerci.
Phil, beh, parla di morte, droga e disperazione.
Ecco perché The Great Southern Trendkill non invecchia: è talmente primitivo che ti scuote le viscere.

[Zeus]