I superstiti del buco. Hole – Celebrity Skin (1998)

Possiamo dire tutto, ma a Courtney Love non è mai stato data la possibilità di essere un personaggio a sé stante. Sarà che è stata, per lungo tempo, adombrata dai ben più influenti compagni (Billy Corgan e Kurt Cobain) o perché, da vera tossica, ha sempre espresso le sue posizioni in una maniera vagamente urticante, il suo status di “persona intollerabile” è scattato verso l’alto.
Poi c’è anche la frangia di persone che, nel corso degli anni, le hanno attribuito il ruolo di “mente nascosta” dietro la morte di Cobain, capirete che anche i grungettoni più intransigenti l’hanno abbandonata al lato della strada insieme alla scarpa, ai bidoni fiammeggianti e altre simpatiche amenità.
Quello che però è sempre stato messo sotto il tappeto è il suo talento nel songwriting. Abilità, questa, di cui anche il biondo di Seattle ha avuto modo di beneficiare (vedasi la maturazione lirica dei testi da Nevermind a In Utero, giusto per intenderci). Il problema, almeno all’inizio, è sempre stato il paragone ingiusto ma naturale: grunge per grunge, ecco che tutti ci finivano dentro, ma la linguaccia della Love non la tenevi a freno e quindi i punti simpatia scendevano e così anche la sua quotazione.
Capite che quando è uscito Celebrity Skin nel 1998, per molti die-hard l’eco dello sparo era ancora nell’aria e Live Through This, uscito giusto quattro anni prima, veniva ancora reputato (ingiustamente) farina del sacco del marito piuttosto che intelligenza compositiva sua. I giudizi su Courtney Love erano negativi a prescindere… e qua c’era l’errore.

Celebrity Skin è un disco che di grunge non ha quasi più nulla, forse un po’ di angst esistenziale ma niente di stratosferico. Il disco è talmente pulito da essere powerpop ed è radiofonico all’ennesima potenza, non stona su radio “rock” o più mainstream. I singoli (Malibu, Awful o la stessa title track), mi ricordo ancora, venivano sparati da Music Box con una frequenza da vomito – infatti sono passati 20 anni da quando ho ascoltato per intero questo CD.
Vi dirò una cosa: io, Celebrity Skin, l’ho sentito al momento giusto, quando era appena uscito e avevo voglia di sentire qualcosa di inerente al grunge. L’ho sentito ma la magia era passata (anche se Northern Star è ancora un canzone toccante). Non sentivo niente dentro questo disco, non sentivo quello che mi aspettavo da composizioni così perfette (merito dell’unione d’intenti fra la carismatica leader, Billy Corgan e Melissa Auf der Mar). Questo mi ha deluso e, alla lunga, mi ha anche fatto perdere voglia nell’ascoltarlo.
Forse cercavo di riportare indietro l’orologio della mia evoluzione musicale, cercando qualcosa che non sarebbe più ritornato, e quindi era un’impresa disperata anche per un disco che ha tutte le carte in regola (sentitevi Boys On The Radio, ad esempio) per essere uno dei CD da tenere per un adolescente.
Non lo dico tanto per dire, fidatevi: presentatelo ad una adolescente che non si sia rincretinita con il rap/hardcore o altre porcherie musicali e vedrete che, in questi solchi digitali, ci si troverà a suo agio.
[Zeus]

Ozzy Osbourne – The Ozzman Cometh (1997)

Recensire un best-off datato 1997 mi fa sentire sporco e, in qualche modo, anche ingannevole con quei 5 lettori che ogni tanto si connettono a questo sito e si appassionano alle vaccate che scrivo/scriviamo. Il problema con Ozzy, e con la truppa dei Sabbath in generale, è che non riesco mai a separmene (sia lodato Satana per questo) e quando mi capita sotto il naso un CD di uno di questi artisti, mi viene voglia di imbrattare una pagina bianca con dei pixel neri.
Mr. Osbourne, con The Ozzman Cometh, ha sfruttato il momento di pausa della band per tirar su due noccioline di soldi e continuare a restarsene in bermuda a grattarsi le palle. Il nuovo disco era previsto nel 2001 e il precedente Ozzmosis segnava il 1995, quindi tempo per drogarsi e alcolizzarsi ne aveva a piene mani.
Il Best-Off, fra l’altro, è una mezza vaccata con dentro pezzi live, pezzi ri-registrati a causa delle polemiche legate alle royalties (se avete in mano la versione del 2002) e un paio di brani interessanti.
Quali? I primi due brani targati Black Sabbath e risalenti al live del 26.04.70 per le John Peel Sessions: Black Sabbath (una versione live con una strofa in più non contenuta nell’edizione originale del disco) e Walpurgis (meglio nota come War Pigs).
Solo per questo io ho comprato questa mezza minchiata, oltre che per avere, al tempo, il best of di Ozzy su un solo Cd e non dovermi creare in maniera balzana delle compilation tratte da CD. La pigrizia è una delle virtù trascinanti.
Non ho da dire nient’altro su un Lp di questo tipo, quindi smetto subito e non ve lo consiglio neanche – tanto con l’avvento del download gratuito riuscite a farvi le compilation come volete, se non a tirarvi giù direttamente questo The Ozzman Cometh, e, inoltre, è uscita la 70a ri-edizione dei primi dischi dei Sabbath che contiene brani mai apparsi prima d’ora e le canzoni che conosciamo in versione strumentale, variata etc etc.
Il senso di comprare questo disco nel 2018 è unicamente quello del completismo ma qua, cari i miei 5 lettori, non stiamo più parlando di musica…
[Zeus]

 

Il bello dei titoli impronunciabili: Plaga – Magia Gwiezdnej Entropii

Da quando mi sono immerso nell’ex blocco sovietico per cercare band black metal (non storiche, ma nuovi arrivi sulla scena), mi sono imbattuto in gruppi che hanno sviluppato il genere più amato dal Demonio in maniere particolarmente avvincenti – forse solo per me che, stufo di sentire l’ennesima riproposizione di xxxx (mettete gruppo a scelta), mi son cercato paragoni diversi, giusto per facilitarmi la digestione.
Plaga hanno pubblicato due dischi in croce (rovescia), di cui uno è un EP e poi questo Magia Gwiezdnej Entropii, full-length datato 2013. Da questo momento in avanti il silenzio più assoluto. Ma va bene così, perché MGE (sticazzi che lo scrivo o faccio Ctrl+C – Ctrl+V ogni volta) è black metal moderno, vagamente spazial-oide (nel senso che c’è quell’elemento da viaggio interstellare a salutare Azathoth) e che richiama certi stilemi ortodossi che sembrano andare per la maggiore in certe branche del black metal.
Dopo l’apertura strumentale, arriva Trąby Zagłady cz. II e tutto quello che ho appena scritto è riportato fedelmente: parti ritmate, accelerazioni (il finale è furioso), i viaggi interstellari e anche le clean vocals monastiche. Jackpot e si prosegue con l’intro marziale poi sostenuta da un riff che ci sta di Śmierć cieplna wszechświata. Sono undici minuti e se qualche volta pensi che, forse, un paio di minuti potevano anche tagliuzzarli, poi ti rendi conto che tutto ha un senso (riff, chorus ripetuti, un assolo che prima riprende il riff e poi si spippetta per un bel po’) e pur non sapendo un cazzo di polacco, ecco che mimi le parole aggiornandole al vocabolario che hai formato canticchiando le parti in greco dei Rotting Christ. Quando i riff “nuovi” non arrivano a destinazione, ecco che tanto vale prendere in prestito mezzo riff dei Black Sabbath ed ecco che tiri fuori la base portante di Slaying The Spiritless Abel e ne viene fuori la traccia più melodica e metal in senso stretto del full-length. 7 minuti di riff e doppia cassa che viaggiano a braccetto insieme a linee vocali stranamente, e vagamente, accessibili.
Se teniamo conto che i Plaga giocano tutte le carte in cinque canzoni (compresa la traccia d’apertura strumentale), non possono ciurlar nel manegho, devono andare dritti al sodo e chiudere bene e lo fanno. La title-track, posta in chiusura, è una traccia di black metal moderno, con tanto di melodia, doppia cassa, riff sporchi ma non registrati nel cesso del vicino e assoli lunghi. Le ripetizioni, circolari di riff/refrain/chorus o altro, non servono altro che a rendere più ipnotica la canzone.
E Azathoth sorride sereno nel freddo oscuro dello spazio.
[Zeus]

 

GRAVECRUSHER – Morbid Black Oath (xtreem music – 2014)

(da web)

Per poter assaporare al meglio alcuni CD, bisogna entrare nel mood dell’artista, capire le sue emozioni e farle proprie, e lasciare che l’atmosfera della stanza in cui ti trovi si fonda con la musica.

A volte no.

In questo caso bisogna bersi una birra media, sciogliere i capelli e scuotere la testa. E se sei calvo e astemio, puoi scuotere la testa e fare le cornina con le dita. E se non va bene neanche questo, allora perchè ti sei comprato un CD con su degli scheletri che smaciullano il corpo di cristo in copertina?

La musica?

Death Metal old school, chitarroni in palm muting, blast­beat, D­beat, accellerazioni, ripartenze, stacchi groovosi con il basso e tutto quello che ne segue. Già sentito? Già visto? Si ma non è che non mangio più la carbonara perchè una volta l’ho già mangiata. Alzare il volume e versare un’altra birra, please.

[Skan]

Black Sabbath Pills – Gli Anni 80

* Chi volesse recuperare la precedente puntata, può cliccare su EARLY YEARS*

Nelle precedenti recensioni mi sono occupato della prima parte della carriera dei Black Sabbath. Questi anni (dal 1970 al 1979) sono, a ragione, i più importanti per definire lo status leggendario della compagine inglese. Con l’abbandono/licenziamento di Ozzy Osbourne, il più carismatico dei molteplici vocalist avuti dai Sabbath, la band incomincia uno dei periodi più travagliati della sua lunga storia. Non anticipo niente e vado diretto alle recensioni.

Black Sabbath – Heaven And Hell (1980)

All’indomani dell’allontanamento di Ozzy dalla band, Iommi decide di non smantellare il gruppo e proseguire l’attività con un nuovo singer. Il chitarrista sceglie il carismatico Ronnie James Dio (di fama Elf e Rainbow) come sostituto e incide il successore del deludente Never Say Die! L’album che esce dalle session di registrazione è Heaven And Hell. Il disco è composto principalmente da Iommi e Dio (che si occupa anche delle lyrics, sostituendo Butler), lasciando il bassista e il batterista in un ruolo marginale. Le canzoni sono meno oscure e progressive delle recenti uscite, o del passato remoto della band, ma hanno un’aura di epicità così evidente che mai prima d’ora si era respirata nelle composizioni di Iommi&Co. Saranno i testi fantasy di Dio (Heaven And Hell, Neon Knights o anche Children Of The Sea, tanto per citarne alcuni) o le partiture più “lineari” di Iommi&Co., ma Heaven and Hell perde forse in oscurità e “malvagità” per diventare corposo, tonante e evocativo. In altri termini? I Black Sabbath più ispirati dell’era Dio.

Black Sabbath – Mob Rules (1981)

Il tour a supporto del primo disco con Dio miete però una “vittima”: Bill Ward. Il batterista lascia la band, e gli storici compagni Iommi e Butler, per affrontare il suo demone più grande: l’alcool. Vinny Appice, su suggerimento di Dio, entra a far parte dei Black Sabbath. Con la formazione al completo la band entra in studio e produce il corposo Mob Rules. L’album è ben suonato e prodotto, ma risente il confronto con Heaven And Hell e questo, inevitabilmente, segna il giudizio sul nuovo disco.
Non si può negare che Mob Rules contenga degli episodi ispirati (l’epica The Sign Of The Southern Cross, quel divertente esperimento country-metal di Country Girl) o accattivanti (The Mob Rules con la sua aggressione metal, le percussioni di Falling Off The Edge Of The World), ma nella tracklist incominciano a filtrare episodi meno ispirati. Da lontano sembra un disco enorme, ma avvicinandosi si vedono le prime crepe.

Black Sabbath – Live Evil (1982)

Il 1982 vede l’uscita del primo live della band: Live Evil. La formazione, Iommi-Dio-Butler-Appice, è quella di Mob Rules e si sente. I Black Sabbath sono ben rodati e l’alchimia fra la band è palpabile. I brani pescano da tutta la discografia, i Sabbath optano per dare maggiore spazio alle canzoni dell’era Dio ma non vengono tralasciati i grandi classici dell’era Ozzy. Dio è un performer eccezionale, magnetico e capace di imprimere ai brani un tocco personale senza scimmiottare le partiture del singer precedente. Questo aspetto è un bene e male allo stesso tempo: i brani hanno vita nuova e acquistano un’aura quasi gotica, ma non sono cantati da Ozzy. Su disco si sente “la fatica” di Dio nel riuscire a rendere giustizia a linee vocali sì più semplici (spesso seguono i riff), ma talmente associate alle folli performance del Madman da essere di difficile riproduzione per chiunque (al di fuori di Ozzy stesso). Quando la band parte con i brani di Heaven And Hell, però, si sente una torrenziale potenza che ti fa capire che loro sono ancora i primi della classe (vedasi la versione monster di Heaven And Hell)
Lascio per ultime due note: Live Evil è un disco tarocco, ampiamente rimaneggiato in studio, e questo fattore scatenerà una furidonda lite fra le parti che porterà alla separazione del duo Iommi-Butler da Dio-Appice (che andranno a formare i DIO).

Black Sabbath – Born Again (1983)

C’è una vecchia battuta che gira da non so quanto tempo e dice (più o meno): Tony Iommi suona talmente forte su Born Again che potete sentirlo anche sul primo disco dei Metallica. Battute a parte, Born Again è l’album più metal, potente e grezzo dei Nostri. Oltre ad essere quello con la formazione meno probabile di tutte: insieme a Iommi e Butler ed al redivivo Ward (rientrato nei Sabbath, ma solo in studio), c’è niente meno che Ian Gillan (in quel momento fuori dai Deep Purple). Born Again è un disco cattivo, quasi feroce, e con una tripletta iniziale come Trashed, Disturbing The Priest (schizoide) e la monolitica Zero The Hero a farla da padrone. Il “peggio”, però, arriva nella seconda parte del disco. La sola title track tiene alto l’onore della casa, mentre il resto dei brani è sì buono, ma non tanto da renderli indimenticabili.
Oltre ad avere una scaletta poco equilibrata, Born Again ha alcuni difetti di registrazione (i suoni sono molto cupi, con il basso ultra-presente e questo crea un po’ di confusione) e, pur apprezzabile in certi frangenti, finisce per essere schiacciato dalle personalità dei musicisti. Il disco sarà un unicum nella discografia. La band si scioglierà subito dopo il tour a supporto di Born Again, lasciando il solo Iommi al comando dei Black Sabbath.

Black Sabbath feat. Tony Iommi – Seventh Star (1986)

Fra il precedente Born Again e questo nuovo LP passano tre, tormentati, anni. Il solo Iommi rimane il fulcro dei Black Sabbath (accompagnato da Geoff Nicholls, reclutato a partire da Heaven And Hell), mentre gli altri musicisti si alternano per formazioni anche effimere. Fra periodi di inattività e cambi, i Black Sabbath sono una band viva solo sulla carta.
Questa fragilità nella lineup, e nessuna registrazione, sfiancano anche il testardo Iommi che, stufo della situazione dei Black Sabbath, decide di dedicarsi alla registrazione del suo primo disco solista. La casa discografica, però, non vuole un disco di Tony Iommi, vuole un disco dei Black Sabbath e non c’è modo di contraddirla. Volente o nolente il chitarrista deve accettare, ma fa uscire il disco come Black Sabbath feat. Tony Iommi. Il disco, chiamato Seventh Star, è un prodotto al 100% di Iommi (che ne scrive anche i testi, ispirati all’Egitto e alle problematiche che sta affrontando nel periodo) con Glenn Hughes (ex Deep Purple anche lui) a dargli una mano per quanto riguarda le vocals.
Seventh Star, però, non è un classico disco dei Black Sabbath: il tocco di Iommi è evidente, ma le canzoni virano spesso su un hard rock (in cui si sente l’influenza degli eighties) e non lasciano spazio né alle partiture doom dei primi dischi o del metal dell’era Dio. Non è il miglior disco dei Sabbath (e non era stato concepito come tale), ma alcune buone canzoni ci sono. La melodica No Stranger To Love, con il suo pacchiano andamento eighties, fa però alzare un sopracciglio.

Black Sabbath – The Eternal Idol (1987)

La creatività di Iommi è una fucina incandescente e, dopo aver visto cambiare nuovamente la line-up dei Sabbath, il chitarrista torna a scrivere materiale per i Black Sabbath con il cantante Ray Gillen. Questa formazione non regge, Gillan se ne va e viene reclutato lo sconosciuto Tony Martin ad occuparsi delle linee vocali. Il disco è praticamente già registrato, perciò Tony Martin non può far altro che ri-registrare le parti vocali senza cambiare niente (viene lasciato un omaggio a Gillen nella traccia Nightmare – la risata inziale è sua). The Eternal Idol esce nel 1987 e, con brani oscuri e gravidi di doom/hard rock, la band riesce finalmente a colpire nel segno. The Shining salta subito all’occhio per il suo ritornello potente e catchy, mentre il doom lo si trova nella title-track ed in Ancient Warrior. Il resto del disco viaggia su un hard rock vibrante e ben suonato, forse lontano anni luce dalle perle uscite nei primi seventies, ma neanche tronfio o senza ispirazione. Un disco di rinascita.

Black Sabbath – Headless Cross (1989)

La piaga più grande dei Black Sabbath degli eighties? La mancanza di una formazione stabile. Anche Headless Cross (uscito nel 1989) non ha la stessa formazione del disco precedente: la novità principale sta nell’entrata di Cozy Powell alla batteria. Tony Martin viene confermato come singer (e si occupa anche dei testi e mai come su Headless Cross c’è un uso spropositato del termine Diavolo/Demonio) e Iommi guida la truppa in un disco che puzza di eighties al 100%. Headless Cross non possiede l’oscurità di The Eternal Idol, questo a causa di una produzione scintillante e pulitissima (direi quasi hollywood-iana); la registrazione permette di far brillare tutti gli strumenti ma fa perdere il tocco “Sabbath” alle canzoni. Su Headless Cross ci sono canzoni quadrate e facilmente ricordabili grazie a ritornelli catchy (When Death Calls, Call Of The Wild, Black Moon), ma si possono trovare anche dei brani più possenti ed oscuri (Headless Cross, seppur troppo pulita per essere spaventosa). Se dobbiamo cercare una canzone da segnalare, andiamo alla fine del disco e troviamo Nightwing: canzone che richiama l’efficace arpeggio di Children Of The Sea e che poi si lancia un brano epico di oltre sei minuti (comprensivo anche di parti di chitarra acustica).

[Zeus]