Alice in Chains – Live (2000)

Bisogna dargliene atto agli Alice in Chains, non si sono mai tirati indietro di fronte a niente; e questa affermazione è vera sia per quanto riguarda la passione mai domata di Layne Staley per le droghe, sia per i concerti. Mi viene in mente un’intervista fatta a Kerry King, Hanneman o comunque uno degli Slayer: nel 1990 gli AIC erano band di supporto per i thrasher californiani e riuscirono a sopportare un tour infernale fatto di sputi, bottiglie e in generale un pubblico oltremodo oltranzista e restio ad accettare gli Alice in Chains come band d’apertura. 
Ci vuole un bel fisico per non farsi schiacciare da una macchina infernale come quella di Ayara&Co. e se poi hai il pubblico contro, che ti obbliga a concerti sotto una pioggia di insulti, non è proprio una passeggiata. 
Peccato che gli Alice in Chains fossero una band fragile, con un singer incapace di fronteggiare la sua stessa ingordigia per gli oppiacei e che, in compagnia di Mark Lanegan degli allora Screaming Trees, cercava in ogni modo possibile l’oblio. Nel 1996, sei anni prima della scomparsa di Staley da questo mondo di merda, gli AIC originali erano già una band finita e con un singer all’ultimo stadio della tossicodipendenza.
Ve lo ricordate l’MTV Unplugged? Staley riusciva a stento a stare sveglio e pur fornendo una performance decente, è grazie al lavoro di rinforzo di Jerry Cantrell che la band porta a casa il concerto, se no col cazzo che ne veniva fuori. Giusto per far un paragone grunge, Staley è in condizioni venti volte più pietose di Kurt Cobain, anch’egli, due anni prima, ospite nella serie Unplugged. 
E stiamo parlando del 1996, l’ultimo anno in cui gli AIC fanno un concerto, nonchè il primo da 2 anni a quella parte. 
Dentro questo Live troviamo una raccolta di canzoni dal 1990 al 1996, registrate in varie parti del mondo e non sempre con la stessa formazione (Bleed the Freak Queen of the Rodeo hanno Mike Starr al basso, le altre Mike Inez). Se volete un piccolo sample di com’erano sul palco all’epoca, questo disco è quello che fa per voi e, risentito a vent’anni di distanza, non perde niente in fatto di potenza e urgenza.
Trequarti di Live vede ancora Layne in buona forma e questo aspetto si sente nella potenza nelle corde vocali; provate a confrontarle con le ultime cinque canzoni registrate nel 1996 e capite cosa intendo: nel 1996 la voce del singer è ancora torturata ed espressiva, ma sembra sottile ed usurata. 
Non mi stupisce, visto che nella sua autobiografia Lanegan descrive in maniera abbastanza precisa il declino fisico e mentale di Layne: negli ultimi anni di vita ci furono overdosi sempre più frequenti, paranoia e tutta una serie di episodi intrisi di una decadenza e tristezza infinita. 
Vent’anni dopo, Live è il testamento artistico di una band che poteva essere grandissima ma che si portava appresso la tragedia. Solo con il compimento di quest’ultima, gli Alice in Chains sono potuti uscire dal bozzolo in cui Cantrell li aveva messi e riprendere l’attività con William DuVall alla voce, lasciandosi alle spalle il dramma e il lutto di cui il grunge sembrava intriso. 
[Zeus]

Il Nome della Fossa: Mark Lanegan – Sing Backwards and Weep: A Memoir (2020)

Il periodo del lockdown mi ha dato modo di leggere una quantità incredibile di libri, anche se non tutti riguardanti il rock/metal visto che trovarne di qualità per il Kindle non è proprio facilissimo.
Uno dei libri che ho aspettato per diverso tempo è quello di Mark Lanegan: Sing Backwards and Weep
Ho approcciato il libro con una certa arroganza, lo ammetto, venendone punito senza pietà.
Di Mark Lanegan conosco bene il suo percorso musicale, dagli esordi con i misconosciuti Screaming Trees (band che pochi cagano di striscio) alla sua carriera solista ed il passaggio nei Queens of the Stone Age, e non mi sono nuove neanche le sue travagliate peripezie personali; con queste premesse mi son trovato a pensare che questo libro non era altro che a) una auto-celebrazione, b) un resoconto di cose che sapevo già, ma raccontate in prima persona. 
Errore grossolano, il mio.
Ripeto, sono fan di Mark Lanegan da moltissimi anni, da prima che molti della mia città ne scoprissero le sue capacità canore e finissero per renderlo feticcio del movimento alternativo da bar, ma quello che mi son trovato di fronte leggendo Sings Backwards and Weep mi ha lasciato a bocca aperta.
A partire da una prosa avvincente e senza peli sulla lingua che ti tiene attaccata alle pagine, quello che stupisce in maniera positiva è la capapcità di Mark Lanegan di raccontarsi dall’adolescenza fino alla disintossicazione con un candore e un’onesta a dir poco brutale
Il risultato? Lanegan, nella sua stessa biografia, ne esce malissimo.
Di pagina in pagina, si viene a scoprire che Mark non era nient’altro che una testa calda pronto a far a botte con chiunque fosse nei dintorni, aveva un carattere a dir poco di merda, era un drogato senza speranza ed era capace di indulgere in ogni atteggiamento discutibile. 
In pratica racconta l’essenza del rock’n’roll, e il tutto senza il belletto che ci mettono sopra le biografie autorizzate dove sembra che i musicisti si drogano e poi sono persone belle, pulite e senza problemi. 
No, in Sing Backwards and Weep questo non avviene. La miseria raccontata in questo libro pareggia quella contenuta nei Diari dell’Eroina di Nikki Sixx e, se vogliamo, anche in Life di Keith Richards.
Come Nikki Sixx, Lanegan racconta la sua dipendenza crescente senza nascondere nessun particolare ributtante e l’ironia e il sarcasmo, comunque presenti, sono spesso soffocati da un’aura pesante, che però non mina la leggibilità e “scorrevolezza” del libro.
Non ci sono trilli e/o grandi rivelazioni in nessun momento del libro, se non alla fine, e con il passare delle pagine si scivola sempre più nell’inferno personale dell’ex Screaming Trees, fino ad arrivare al punto più basso in cui Mark Lanegan diventa un barbone, capace di sfruttare le proprie compagne per procurarsi la droga, con una band in rotta (gli Screaming Trees post-Sweet Oblivion non riescono a gestire le aspettative della casa discografica), senza reale interesse per la musica e, infine, a pieno titolo un tossicodipendente terminale. 
Pur essendo un fattore centrale, l’eroina/la tossicodipenza non sono il cardine del libro. Certo, hanno un posto di rilievo visto i trascorsi di Lanegan, ma il singer americano non trascura l’aspetto importante della sua vita: l’essere un musicista e, prima di tutto, un amante della musica. Questi elementi sono ben descritti, anche se la sua condizione fisica e mentale dell’epoca non lo rendono qualcuno con cui è facile lavorare e/o andare in tour (chiedere agli Oasis o ai Ministry). Quindi ecco che buona parte del libro è riservata anche agli aneddoti della scena di Seattle, gli esordi con gli Screaming Trees e i rapporti con i fratelli Conner (Gary Lee Conner viene descritto come patetico e infantile), la sua nascente carriera solista e il rapporto con gli altri musicisti della scena.
Anche questo punto, ovviamente, può far salivare i nostalgici del grunge; ma ricordatevi le premesse che ho fatto: Lanegan, in questo libro, si racconta candidamente e, all’epoca, era una persona di merda. Quindi viene sì menzionata l’amicizia con Kurt Cobain, ma sono più i rimpianti che altro quello che ne esce; parla di Dylan Carson degli Earth, ma mai in termini musicali e infine non può mancare il rapporto di amicizia sincera con il suo compagno di eroina e cocaina: Layne Staley. Tutti questi personaggi ed eventi fanno luce su quello che Seattle e dintorni era alla fine degli anni ’80 e, ovviamente, dopo l’esplosione di Nevermind.
Sing Backwards and Weep è probabilmente uno dei libri più metal che abbia mai letto, senza essere in alcun modo metal. Trattando di tutto con candore e sotto forma di penitenza scritta, Lanegan non cerca in nessun modo di costringerti giustificarlo. Non vuole apparire meglio di quello che è (impressione che ho avuto dopo aver letto il libro di Rex Brown) e non fa altro che raccontarsi e raccontare il tutto senza filtri. 
Dopo la lettura, Lanegan ne esce fuori sì come un personaggio “schifoso”, ma che alla fine riesce a redimersi, trovare una propria sobrietà e un percorso di vita/musicale. 
Se volete una lettura avvincente e siete stufi di leggervi l’ennesima biografia di cartapesta e/o l’ennesima disamina di quanto erano fighi i Metallica con Cliff, allora Sing Backwards and Weep è il libro che fa per voi. 
[Zeus]

Quando parlare di depressione mi fa sorridere. Down – NOLA (1995)

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Prima di essere il gran cazzo di disco che è, NOLA è l’esempio supremo dell’affanno supremo di raggiungere qualcosa: la gnocca, l’illuminazione, una sbronza coi fiocchi e, ultimo ma non per importanza, il primo disco dei DOWN. Dovete sapere che questo è il disco che ho rincorso per anni, non trovandolo mai né ai concerti, né nei negozi di dischi della mia (ir)ridente regione. Ci ho tentato, o cazzo se ci ho tentato, ma niente. Sembrava sfuggirmi sempre. Scrutavo nelle enormi distese di CD ai concerti e vedevo di tutto, tranne quella cover nera, semplice, con il fleur-de-lis stampato in bianco.
Questo, ovviamente, finché non sono arrivato ad un concerto con il buon Bruno degli Slowtorch. Al tempo stavamo cercando entrambi questo LP e, visto che Satana ci vuole bene ma Dio ci odia in maniera profonda, ho trovato solo una copia nello scatolone dei CD. Imbarazzo totale, chi cazzo la prende? Dicevo, però, che Satana ci ama perché siamo riusciti a trovare una seconda copia del disco e questo, cari i miei lettori, crea una fratellanza metallica difficile da distruggere – anche dopo anni e/o alti e bassi.

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da web

Raccontare cosa significa NOLA è raccontare le calate dei Down in Italia (quattro per me, perché una, da coglione patenteato quale sono, me la sono persa).
La prima in un caldissimo Gods Of Metal, con un caldo che ti spaccava il culo e livelli di birra importanti già a metà pomeriggio – inevitabilmente sudati in mezzo secondo -. Loro sul palco, con un Phil Anselmo ubriaco cotto, e per la prima volta in Italia. Delirio assoluto sotto il palco, con il sottoscritto e il buon Bruno Slowtorch a tirare porchi e fare headbanging in preda all’estasi totale. Perché c’è poco da fare, quando parte una Bury me in smoke o Eyes Of The South allora tutto è perfetto.
Essere un BROES (acronimo di Brotherhood of the eternal sleep) significa prendersi la macchina, mettersi in moto da soli, spararsi oltre 300Km e andarseli a vedere a Milano in occasione del “An Evening With Down” (penso nel 2008). Aspettare ore in prima linea, distrutto sulla balaustra, e poi concedersi il gusto di vederseli a pochi metri. E chi cazzo se ne frega del sound non propriamente pulitissimo, tanto che ci importa se poi ecco che ti fatto Jail in acustico. E tu sei lì che sei contento di essere metallaro e di essere presente, perché chi era assente, quella sera, si è perso un Signor Concerto.
O ricordarsi, ad un Gods Of Metal di due anni dopo e in compagnia con TheCrazyJester, che il concerto può riservarti delle sorprese immense anche quando non sei davanti a tutti, col caldo che ti massacra, l’odore fetido dei cessi che ti intasa le narici, e Phil che ha la voce di uno che si è ingoiato un procione vivo e raglia le canzoni di Down III: Over The Under. Lo sai tu e forse anche altra gente ma poi ti piazzano una Hail The Leaf e tutto quello che poteva farti storcere il naso è rinchiuso nella cartella “sticazzi” e tu continui a sbracciarti, a fare headbanging fino a farti salire il pranzo nel cervello e poi ancora di più.
Non ultimo, significa prendere la macchina insieme al buon Skan e andare verso il festival a Majano a vedere i Down, gratis (puttana miseria, gratis!!!!), per la quarta volta. Quel concerto era caldo africano e l’odore di frico per tutto il piazzale, una tempesta d’acqua da farti invocare Satana, fango a fiumi e gente (eroi del metallo) fermi sotto secchiate di acqua gelida a vedere la nuova versione dei Down (con Bruders e Landgraf a rimpiazzare Brown&Windstein) con indosso mantelle con più buchi che plastica, sacchi dell’immondizia addosso e un’umidità corporea da livelli equatoriali. Ma fondamentalmente te sbatti il cazzo, perché tanto prima o poi ti faranno la tua canzone, quella per cui hai fatto chilometri, ti sei preso acqua, fango e per cui la schiena ti uccide. Prima o poi ti faranno Stone The Crow e tu sai che sarà un grandissimo momento e sarai felice. Ti dimenticherai del lavoro, dei cazzo di problemi e di tutto quello che la vita ti getta in faccia.

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Da web

 

Vi giuro, non so come potete stare ancora al PC senza correre a mettere su il disco o aprire YouTube e far partire NOLA. Ma cosa cazzo avete per la testa? Forza!

So che essere parte della BROES è una questione di pura fede, seconda solo al credo assoluto e incrollabile in Tony Iommi e nei Black Sabbath.
Per me NOLA è un disco perfetto e non replicabile. Svago e convinzione pura, adorazione della sacra trinità droga-Lynyrd Skynyrd-Black Sabbath e capacità di riassumere in pochi minuti una concezione di vita.

Questo è NOLA per me e, se mi permettete, adesso vaffanculo e smetto di scrivere, che devo recuperare i cocci dopo una serata di macello con la truppa degli Slowtorch.
[Zeus]

Con ancora i buchi delle siringhe fra le dita. Alice in Chains – Dirt (1992)

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Certi album ti prendono male e lo fanno sempre. Dirt è l’equivalente musicale di quello che ha raccontato Nikki Sixx nei Diari dell’eroina: è la storia di un fallimento umano. Troppo umano, quindi c’è la possibilità di raccontarlo e metterlo in musica. Anticipa di molti anni un’altro disco dedito al fallimento, all’eroina e alla dipendenza da droghe e alcool: The Great Southern Trendkill.
Quelli che ascoltano sognanti Down In A Hole non hanno capito un cazzo, in generale si intende. Lo stesso dicasi per chi fa scorrere questo parto doloroso come se fosse un CD da sottofondo, non ci siamo e, con buona probabilità, vi meritate anche un Young Signorino a casa a fare dei vocalizzi. Rain When I Die mi ricorda una ragazza, dai capelli rosso fuoco – rosso fragola, che avevo conosciuto su internet – molto probabilmente in una di quelle putride chat che andavano alla grande durante i pionieristici primi anni di internet e del 56K (ve lo ricordate, vero?). Questa ragazza, italiana ma proveniente da un racchissimo cantone della Svizzera, era in fissa con ‘sta canzone qua e io, da galantuomo quale sono, ce l’avevo su PC – una delle mie prime incursioni nell’ascolto su computer della musica. Non ci ho guadagnato niente di più di un sentito ringraziamento (figuriamoci lo scorcio di una tetta, in controluce, velata da mano e paintbrush), quindi non posso certo essere accusato di averci lucrato sopra. In compenso, e qua sta l’ironia, mi ricordo che nelle interviste del tempo (non di quando ho mandato il file, ma di quando è uscito Dirt), gli Alice in Chains parlavano di questa Rain When I Die come di una canzone dedicata ad una ragazza. Ci sta come cosa.
Sono certo che loro, rockstar qual’erano, la scopata l’hanno rimediata.
E poi un tempo, per chi non era in fissa con il binomio Nirvana – Pearl Jam, c’era sempre la possibilità di canticchiare Them Bones o Would? e fare la figura di chi ne sapeva. Poi citavi gli Screaming Trees e finivi per essere lasciato in disparte perché, all’epoca, la band di Mark Lanegan (adesso venerato da schiere di hipster barbuti, con i risvoltini, il tatuaggio giusto e l’occhiale perfetto) era schifata e non la conoscevano se non in tre persone tre. Ma, se vogliamo, anche gli Alice in Chains erano una bestia a sé stante nel panorama musicale grunge dell’epoca: troppo duri e metallici per essere grunge, troppo morbidi e tormentati per essere realmente metal (si ricordano ancora gli sputi, porchi e madonne quando hanno fatto il tour con gli Slayer). Reietti musicali e reietti come persone, tutti alle prese con dipendenze da alcool, antidepressivi o, nel caso di Layne Staley, a giocare con il fuoco con l’eroina – gioco che, come sapete tutti, ha vinto quest’ultima per sfinimento del suddetto singer americano nel 2002. Sicuramente non poteva essere passato inosservato il grido di dolore che proveniva dai solchi di Dirt e il messaggio contenuto in Junkhead o God Smack non era certo quello di una persona che stava bene.
Dirt è un disco glorioso e lucido proprio perché è così disperato da essere capibile anche da chi, nella vita di tutti i giorni, non si inietta bruna messicana fra le dita dei piedi. Quando sentite Dirt, vi accorgete subito che dentro c’è tutta la sporcizia, il dolore, il male e la depressione di una persona/band. Avrebbero potuto alzare la mano, direi il proprio nome e parlare alle sedie in tondo in una delle riunioni della A.A. che tanto vanno di moda in America, invece l’hanno messa in forma canzone.
Alla fine l’eroina ha vinto e ha reclamato il corpo di Layne Staley, non più la rockstar milionaria e riverita dai fan di tutto il mondo, ma così simile ai tossici persi immersi in una pozza di vomito e sangue nel sottopassaggio vicino alla mia scuola.
[Zeus]

Narcotrafficanti, death metal e brutture varie – i Brujeria di Pocho Aztlan

Siamo alle solite e, di conseguenza, il dubbio si ripropone: è la Nuclear Blast che si prende artisti alla frutta o sono gli artisti che, arrivati sotto l’egida della teteska NB, hanno un improvviso rincoglionimento generale?
I Brujeria, targati 2016, sono una band che di idee ne ha pochine e significa che Pocho Aztlan è loffio dopo ben pochi ascolti. I brani si atteggiano, tirano fuori il petto e alzano la voce… ma vedi che stanno facendo i tamarri.
Tenete presente che uno dei brani più ricordabili (Bruja) sembra un estratto da Brujerizmo (e lascio a voi pensare se questo è un fattore positivo o meno), mentre di Plata O Plomo si ricorda quasi di più il video della canzone.
Il resto di Pocho Aztlan si attesa su canzoni che non ti picchiano nei denti e ti lasciano insoddisfatto come una scopata malriuscita. Perché puoi anche fare un disco di mestiere e piazzarci dentro tutti i temi a te cari, droga, puttane slabbrate e strafatte di crack, narcotrafficanti, death metal e satanismo, lo capisco cazzo!!, lo capisco veramente – tutti hanno il diritto di arrivare a fine mese e pagarsi la coca e la TV via cavo; ma se ti manca la canzone-bomba, quella che ti brucia il culo come dopo quel chili piccante che ti sei mangiato dal carroccio del messicano impestato, c’è poco da fare: hai solo un dischello death metal che, poco tempo dopo l’acquisto, finirà nella tua colonia di polvere.
O, peggio ancora, verrà scaricato sul PC e ascoltato di quando in quando con l’espressione perplessa del viso.

[Zeus]