Morte e distruzione, un EP firmato Sargeist: Death Veneration (2019)

Gli EP sono sembra una bestia strana, rischiano di essere porcate buttate fuori solo per far passare l’appetito ai fan in occasione della release ufficiale, ma vista l’attitudine al lavoro dei Sargeist, direi che non è il caso di specie. Abituati a produrre dischi in maniera quasi bulimica, la band finnica lascia passare un anno e fa uscire 4 tracce molto valide. Unbound era una prova molto buona e l’EP Death Veneration conferma le ottime impressioni con tre brani nuovi e una (Lunar Curse) già apparsa sullo split con i Funeral Elegy del 2004.
Canzoni che fanno vedere che i Sargeist sono in salute e che la nuova rotta del líder máximo Shatraug è efficace, anche se molti fan della prima ora non approvano questa variazione sul tema e il black metal sì raw, ma non privo di concessioni melodiche, che fa capolino dal 2010 in avanti. 
Death Veneration è figlio legittimo di Unbound sia come sonorità (registrazioni sporche, ma non sembra di sentire un mp3 registrato con un vecchio Nokia 3310), sia come songwriting. I pezzi più lunghi (To Feast on Astral Blood) non annoiano, pur aggirandosi sui quasi 8 minuti di durata, e il riff iniziale di Death Veneration rimanda alla mente proprio Let The Devil In e per poco non mi scappava da canticchiarne il ritornello. 
EP di complemento, ma con una sua dignità. Pensato per chi vuole tutto dei Sargeist, ma anche per chi vuole approfondire la nuova versione della formazione finnica. 
[Zeus]

Ancora gli HIM di Razorblade Romance… ma questa volta è Lenny a dare la sua versione dei fatti.

Quando ero al secondo anno di università, minchia son già passati vent’anni, una sera mi ritrovai in un noto bacaro di Venezia con un gruppetto di finlandesi in vacanza. Visto che la birra ha il potere di unire le persone, non fu difficile attaccare discorso. Questi ragazzi mi dissero quanto gli piacesse la città, mi raccontarono dove erano stati e cosa avevano visto. Dopodiché si passò ad argomenti molto più elevati come, ad esempio, se fosse meglio ubriacarsi un po’ alla volta bevendo della birra fresca o in un botto ammazzandosi di superalcolici. Ovviamente ognuno aveva la sua opinione in merito, alcuni propendevano anche per entrambi, senza preoccuparsi delle distinzioni. 

Essendo io un metallaro sfegatato non persi l’occasione di tirare fuori l’argomento “musica” davanti a dei finlandesi. Dopo aver professato il mio amore spropositato per i Sentenced, band che rimpiango ogni giorno della mia vita, snocciolai nomi uno dietro l’altro per far capire quanto il metal finnico fosse popolare da noi. 

Quindi si parlò di Amorphis, Nightwish, Children Of Bodom, Stratovarius, Apocalyptica, la lista potete immaginarla, fino a quando qualcuno di loro disse “HIM!”. “Chi???” dissi io. “HIM!”. “Lui chi?”. “No, HIM, H – I – M”. “Ah, HIM! Sì certo, HIM!” risposi da paraculo, chiedendomi nel frattempo chi cazzo fosse/fossero. Presi mentalmente nota del nome per cercare di scoprire qualcosa. Al tempo non esistevano smartphone e anche in casa erano in pochi ad avere internet, quindi aspettai che si presentasse l’occasione.

Fu proprio con l’uscita di Razorblade Romance, recensito su una rivista un paio di settimane dopo, che entrai per la prima volta in contatto con gli HIM e, a partire dalla copertina, dissi subito “No, grazie”. Modo molto immaturo di prendere una decisione, lo ammetto, ma ero ancora giovane e avevo pochi soldi da spendere in CD. Nei vent’anni successivi comunque non mi capitò mai di ascoltare questo gruppo, nemmeno con gli altri album. Quindi è in occasione di questo anniversario che per la prima volta mi sono preso l’impegno.

Devo ammettere che la proposta musicale non incontra proprio i miei gusti, troppo soft, troppo “easy”, ma mi trovo comunque ad apprezzare le doti vocali di Ville Valo. Mi piace il suo tono profondo anche se in alcuni brani insiste un po’ troppo sugli acuti, che immagino facciano sospirare tanto le ragazzine. Le melodie sono molto orecchiabili e nemmeno troppo scontate, questo è un bene, un punto a favore. L’uso dell’effettistica l’ho trovato abbastanza inutile e non posso certo lodare gli assoli di chitarra. 

Non li ho ascoltati per tutto questo tempo e non ne ho sentito la mancanza, ma probabilmente li avrei apprezzati come sottofondo nei locali, negli eventi o durante i viaggi al posto di tanta altra roba inutile. A piccole dosi ovviamente, almeno per quanto riguarda questo album, perché nella sua interezza mi ha annoiato un po’. Nel complesso l’ascolto rimane comunque piacevole, anche rilassante e se questa è/era la musica easy listening che passava per le radio finlandesi, fortunati loro, perché è molto meglio di più o meno qualsiasi cosa ci viene propinata in Italia.

[Lenny Verga]

La standardizzazione della depressione. Sentenced – Crimson (2000)

Pensateci bene, questo disco compie vent’anni di vita. Se all’epoca eravate abbastanza grandi da ascoltarvelo in diretta, adesso probabilmente siete con famiglia o avete i cazzi&mazzi del lavoro e della vita adulta. Non dico che siete al livello di “braccia dietro la schiena e via ai cantieri”, ma sicuramente non siete il pubblico che ascolta Billie Eilish. Almeno lo spero. 
Nel 2000 anche i Sentenced diventano “grandi” e lasciano da parte un po’ della grinta vera, quella che aveva fatto di Frozen quel gran cazzo di disco che era e si auto-addomesticano. Quindi ecco che Crimson diventa un qualcosa di meno irruento, spostando la bilancia musicale verso il rock più che sul metal, pur mantenendo tematiche che viaggiano lungo lo spettro della depressione-malinconia-problematiche esistenziali. Quello che non hanno perso, ovviamente, è il gusto per la melodia, per quegli hook che ti si inchiodano nel cervello al primo ascolto e per una generale capacità di strutturare una canzone per raggiungere immediatamente l’ascoltatore. 
Se vogliamo, con Crimson questa tendenza è addirittura accentuata e fa sì che qualche canzone di troppo si perda nella consolidata formula-Sentenced. 
Il che non è male, in generale, ma per un gruppo come quello finnico ci si aspetta sempre un po’ di più del “normale”.
Sentito vent’anni dopo, questo disco soffre la concorrenza di dischi più drammatici (quelli precedenti) e quelli più calibrati sotto l’aspetto strettamente melodico-catchy (The Cold White Light). Non bastano poche canzoni realmente ben fatte (una No More Beating as One, Broken, il crescendo di Dead Moon Rising o With Bitterness and Joy) a farti ricordare meglio questo disco, perché il resto la butta tutta su un “rock quasi da radio” se non fosse per il tono generale delle canzoni. 
Questo è quello che mi resta di Crimson dopo vent’anni: un gruppo con tantissimo potenziale che, arrivato al 2000, si trova fra le mani una creatura incredibile ma che non riesce a governare bene. Ormai il passo verso una maggiore commercializzazione è stato fatto e tornare indietro non ha senso, ma su tutto mancano ottime idee o la brillantezza di tagliare la canzone quando le idee scarseggiano, così da condensare quelle poche buone e non diluirle in troppi minuti o nel manierismo. 
Per il prossimo disco, dovremmo/dovrete aspettare ancora due anni e visto che sarà il colpo di coda, l’attimo di vitalità della band, direi che nel frattempo potete recuperare i dischi dei Sentenced e godervi questa botta di malinconia autunnale mentre fuori tira una brezza fredda. 
[Zeus]

Il nuovo millennio. Enochian Crescent – Omega Telocvovim (2000)

Mentre le persone stanno tirando un sospiro di sollievo che il mondo non è finito a puttane a causa delle regolazioni malvage di Windows 95, il popolo metallico si struggeva per l’arrivo del fatidico 2000 e quindi la conferma definitiva della morte del metal. Tutti ne parlano, tutti pontificano sull’estinzione del metal e sentenziano che, dal 01.01.2000, non ci sarà più un disco degno di nota. Mai più.
Cosa volete farci? Il metal è finito, defunto e tirato nella tomba dai gruppi più conosciuti (Dimmu Borgir o Metallica... tanto per nominarne alcuni) che, in preda ai fumi del dollaro che brucia, si sono gettati nudi fra le braccia della Grande Puttana: l’industria discografica.
Il fatto che i dati di vendita siano dignitosi (se non buoni), significa però che tantissime persone che hanno sentenziato, hanno allungato il tentacolo e preso il portafoglio e comprato il dischello.
Per poi sputarci sopra.
Questo, ovviamente, è una caratteristica del pre-2000. Non avendo troppi mezzi per sentire un disco, ti capitava di comprare merde fumanti e rimpiangere le 40.000 Lire che hai lasciato sul piatto del tuo “negoziante di fiducia”. Il fatto che il grande livellamento a merda della musica abbia tolto un po’ di sorriso a quei killer freddi e malefici, non mi dispiace troppo.
Mentre le piazze si riempiono di novelli Socrate, Seneca e di artistotelici della purezza metallica, qualche band deve essersi anche dimenticata del fatto che ha scavallato il 1999. Succede di perdersi l’avvenimento.
In fin dei conti il 2000 viene dopo Capodanno e c’è una buona probabilità che ti sei preso una sbronza molesta e, nei deliri dell’alcol, hai cercato di a) gettarti nudo nella neve; b) fare tea-bagging nella bocca di un tizio crollato sotto i colpi dell’alcol; c) tentare di capire come aprire un reggiseno e finire per trovare la luce sulla via del cesso, visto che l’alcol tiene le tue palle in mano e fa fare salti mortali al tuo stomaco.
Una di queste cose deve essere capitata ai finnici Enochian Crescent. Questi si svegliano nel 2000 e tirano fuori Omega Telocvovim, mentre tutto il mondo piange sul black metal moderno. La comunicazione generale che le band uscite dopo il 1999 debbano per forza di cose far schifo al cazzo non deve essere giunta fino in Finlandia, quindi sti cinque figuri della terra dei 1000 laghi spaccano il culo con un disco con i controcazzi, signori miei.
Originalissimi non sono, visto che qua e là saltano fuori richiami più o meno evidenti ad altre realtà dei Paesi vicini, ma la furia e la perizia con cui suonano su Omega Telecvovim è da sottolineare – e non puzza neanche di 2000.
I finlandesi sono funzionali sotto tutti gli aspetti: il singer (Drakh Wrath) è espressivo e spazia dagli scream ai growl fino ad arrivare a parti epiche in clean, mentre dal punto di vista strumentale c’è di che applaudire sia per il riffing delle chitarre sia per la sezione ritmica.
Su tutto ovviamente balza all’orecchio la capacità di far convergere in maniera fluida e naturale sia le istanze più black e violente, sia le maliziose melodie (alcune di deriva folk-ish – es. Väkisinkastettu).
Non li sentirete mai nominare nelle classifiche delle band più conosciute, più in voga o chissà cosa, ma forse è il momento buono per riuscire ad assegnare il posto che meritano a questi Enochian Crescent. I finnici sono una di quelle band di culto che pochi conoscono, ma che è bene rinfrescare e tenere in considerazione quando si parla di black metal.
[Zeus]

Azaghal – Helvetin yhdeksän piiriä (1999)

I primi anni di vita degli Azaghal sono frenetici, anche comparandoli con un mercato ormai saturo di praticamente tutto e ormai affamato di black metal – il fu genere “gnocca-repellente” per eccellenza. La popolazione metallica cerca il metallo nero, tutti vogliono più blasfemia, blast-beat, tremolo picking e una bella dose di cerone.
Nel 1999 il black metal perde la bussola e soffoca sotto la sua stessa sovraesposizione. Il black metal non regge sotto il suo stesso urto iconoclasta e da questa condizione, nascono migliaia di band che provano a tirare avanti il verbo di Satana. Il problema non è la quantità, visto che di gruppi ne sorgono come funghi, ma la qualità è di certo un punto critico nelle proposte estreme.
In Finlandia si muovono molte band, gli Impaled Nazarene sono attivi, e così anche gli Horna e gli Azaghal. Tenete conto di un fattore essenziale: questi ultimi, nel 1999, hanno già pubblicato quello che è, e resterà, il loro miglior disco: Mustamaa. Sulla scia dell’entusiamo, fanno uscire un EP (Harmagedon) e poi questo Helvetin yhdeksän piiriä. Il problema è subito evidente: le idee buone, quelle che avevano fatto di Mustamaa il loro migliore disco, non sono aumentate esponenzialmente nel corso dell’anno e questo li porta a registrare un disco meno avvincente.
Dal punto di vista del songwriting c’è violenza e velocità, si sente Satana e un’altissima dedizione alla musica del diavolo, ma manca il quid che trasporterebbe questo LP dall’essere meramente discreto ad un buon prodotto. E questa considerazione è fatta ignorando la produzione discutibile: le chitarre sembrano inoffensive, la batteria è oscena e il binomio voce-chitarra copre tutto. Il basso non esiste e quando lo si sente è sommerso da tutto (in tutto il disco lo si percepisce per qualche secondo). 
Helvetin yhdeksän piiriä non è un brutto disco, è solo un prodotto poco più che mediocre da parte di una band che è stata presa da una feroce bulimia compositiva. Sono certo che ci sarà qualcuno che se la prenderà perché non ho menzionato questo arpeggio, quel riffing forsennato o una canzone in particolare, ma non ne vedo il senso. Helvetin yhdeksän piiriä trova la sua definizione migliore nel suo insieme: il disco ha la sua forza nella testardaggine ossessiva alla velocità, nella bestemmia e del gelo satanico, ma si ferma a questo, mancando di un songwriting veramente avvincente. Gli Azaghal hanno composto di meglio, ma è il 1999 e il black metal soffre e, con lui, anche le band fanno di tutto per rimanere a galla o tenerlo in vita. A volte meglio, a volte peggio… e i finnici hanno coperto l’intero spettro nell’arco dello stesso anno.
[Zeus]

Fortunatamente si sono sciolti: Absent Silence – Dawn Of A New Mourning (1999)

Partiamo dalla considerazione base: chi cazzo li ha mai sentiti gli Absent Silence? Sono talmente sconosciuti, sti finnici, che dopo un paio di demo e un disco (questo Dawn Of A New Mourning – titolo scontato tipo offerte Divani&Divani) si sono sciolti. O, con maggiore probabilità, sono spariti in una foresta e prova te a cercarli nella terra dei mille laghi.
Da quanto ho piazzato questo disco su YouTube mi chiedo a cosa assomigliano, ma il nome (che è sulla punta della lingua), mi sfugge e mi sta mandando fuori di testa. Forse perché il baritono di E. Luotonen è qualcosa di vagamente imbarazzante e mi distrae. O perché questo melodic gothic metal non va proprio da nessuna parte, conclusione a cui devono essere arrivati anche questi figli del Kalevala, decidendo di sciogliersi piuttosto che tirar avanti sta porcheria. E sì che, almeno in Scarlet Thorns o Above, lo scream non ti fa ghiacciare il sangue nelle vene.
Le canzoni non sono niente di che: innocue quando va male o dimenticabili nel giro di mezzo secondo quando va di lusso. Sarà per questo che non mi ricordo come suona Heavens To Discover e non son neanche passati 10 minuti dalla sua fine?
Mi ricordo vagamente le melodie, standard, le inutili tastiere Bontempi e, di certo, l’imbarazzante title track – dove sicuramente avevano finito tutte le due idee e tirato fuori un cazzo di nulla a mezzo servizio.
Vorrei ripetere, cari miei, che tutte le canzoni sono la copia di quel gruppo di cui sopra – cazzo, proprio non mi viene! (secondo Bruno Slowtorch, potrebbero assomigliare ai teteski Dreadful Shadows).
Smetto di pensarci, perché mi sta venendo il nervoso… quindi chiudo dicendo che si sono sciolti dopo l’esordio con No Colours nel 1999.
Se l’hanno capito loro di farla finita, e ci suonavano dentro, non vedo perché consigliarveli io vent’anni dopo il giusto decesso.
[Zeus]

Cominciare male. Clandestine Blaze – Fire Burns In Our Hearts (1999)

Da dove inizio con questo disco? Dei Clandestine Blaze abbiamo già avuto modo di parlare con Tranquillity Of Death del 2018, che avrà avuto le sue pecche ideologiche/esecutive/di gusto (aggiungete un po’ quel cazzo che volete a seconda della vostra sensibilità), ma almeno era un disco fatto e finito. Fire Burns In Our Hearst è una sorta di disco black metal in formato discount, quindi ti sembra di sentire i Darkthrone suonati male e registrati peggio dello stile raw (e quindi forzatamente, e volutamente, lo-fi) della band norvegese. Non c’è molto da salvare del primo LP di Mikko Aspa, sia chiaro. Qualche tremolo riffing ok, qualche parte qua e là (un rallentamento su Children Of God o la mezza melodia che esce da sotto la cacofonia di Native Resistance), ma l’intero disco è fondamentalmente mezzo pattume e mezzo obbrobrio.
Su FBIOH, Aspa sembra utilizzare qualche filtro sullo scream, che quindi perde efficacia e evilness per assomigliare a qualcosa di non particolarmente piacevole. E non nella versione “interessante” del non piacevole.
Per chi conosce i Clandestine Blaze, e per chi li apprezza, forse questo disco vale come completismo… a patto di ricordarsi che il prodotto che si ha in mano è derivativo e tutto sommato brutto. Tutti gli altri possono tranquillamente ricordarsi solo della parola brutto, il resto non conta.
[Zeus]

Alla ricerca delle vocali perdute: Horna – Haudankylmyyden mailla (1999)

Ad oggi non sono mai riuscito a vedere gli Horna, o i Sargeist (che poi sono tutti frutto della mente di Shatraug), dal vivo. Stavo parlando di questa cosa con la seconda metà del MayheM-Duo, la quale mi riferisce senza troppi giri di parole che le volte che lei ha visto la band, questa faceva cagare.
Strano, ma non impossibile. Alcune band sono destinate a non essere capaci di suonare decentemente quando si trovano sul palco. Non mi stupisco più di tanto, vi giuro, quindi mi limito a ribadire un concetto base: alcuni gruppi dovrebbero rimanere in studio e basta (qualcuno ha detto Darkthrone?), così da valorizzare in maniera piena le potenzialità della loro musica.
Per il momento recuperiamo questo Haudankylmyyden mailla, uscito nel 1999 e, ancora oggi, capace di provocare panico e crisi di pianto in tutti quelli che vorrebbero pronunciare (o ricordarsi) il nome del secondo disco della band.
A parte che questo disco segna la fine del periodo costante (durato due dischi) e l’inizio di un ampio numero di anni in cui gli Horna pubblicano quando cazzo vogliono loro, Haudankylmyyden mailla è anche il penultimo LP a vedere Nazgul Von Armageddon alla voce (leader dei Satanic Warmaster).
A parte essere leader di n-mila gruppi, il singer finnico non mi lascia particolarmente soddisfatto della sua performance, ma forse sto diventano un po’ choosy e quindi sticazzi.
Quello che però piace degli Horna è la capacità di strutturare brani abbastanza accesibili, cosa non proprio scontata nel black metal. Il jolly lo tirano fuori mettendo delle subdole melodie latenti a interrompere il tappeto di doppia cassa di Gorthaur e il riffing zanzaroso del duo Shatraug – Moredhel. Questo è quello che vogliamo da una band come quella di Shatraug: velocità, rawness, punte di lo-fi e vocals lacerate, ma il cui insieme ci ispira la sensazione del freddo, della misantropia e dell’odio.
Inutile il track-by-track, prima di tutto perché lo lascio fare alle webzine che si divertono a farlo, in secondo luogo perché, pur essendoci diverse sfumature e riffing che le contraddistinguono, le tracce sono tutte delle rasoiate alquanto intercambiabili.
Niente di negativo, sia chiaro, ma sull’ora di musica del disco è estremamente difficile riuscire a ricordarsi un pezzo dall’altro. Se la musica ti resta dentro, ma non riesci a ricordarti la traccia due da quella quattro, quello che però non dimentichi è il feeling che attanaglia lo stomaco, ancora oggi, mentre ascolto Haudankylmyyden mailla.
Se dopo vent’anni e numerosi ascolti la prima cosa che penso è un mix fra misantropia e Satana, e non un risibile “buffonate giovanili”, allora posso tranquillamente dire che questo LP è invecchiato bene.
Considerazione che non si può certo fare con tutti i dischi che, dopo vent’anni, (ri)passano sotto la lente d’ingradimento di questo ormai vecchio e stanco recensore.
[Zeus]

Musica per il tuo funerale o invocare Cthulhu: Thergothon – Fhtagn-nagh Yog-Sothoth (Reissue – 1999)

Ci sono band destinate a influenzare un genere e morire, band seminali che raccolgono più in termini di street credit che di soldi a badilate. 
Una di queste è sicuramente la finnica Thergothon. I quattro finlandesi inventano di sana pianta il funeral doom metal e dal 1991 al 1993 se ne escono con solo due dischi: il qui presente demo (fatto uscire altre x volte negli anni successivi) e poi il full length Steam from the Heavens del 1993.  
Il funeral doom è uno di quei generi che deve essere ascoltato nel momento giusto della tua vita e della giornata, perché se va bene ti prende male e finisci per ritrovarti per terra sbavante, in caso contrario ti annoia a morte. Il trademark della band fatto di riff pesanti, partiture lentissime e growling ultracavernoso e se ci aggiungiamo anche il substrato Lovecraftiano, capite che qua dentro c’è un mix di componenti così intenso e annichilente da non darti respiro. Con una durata media di oltre sette minuti per pezzo (a parte il quarto, e ultimo, che non supera neanche i due minuti!), il funeral doom dei Thergothon è uno statement
C’è stato un periodo in cui mi sono intrippato di tutta questa progenie del male: Thergothon, Shape Of Despair e poi tutta la parte inglese del doom-death erano ascolti “normali” a casa mia. Dopo mesi di immersione in questo strano mondo fatto di lentezze granitiche, profondità e (auto)tortura, mi sono allontanato (o rotto il cazzo, non saprei dirvelo con certezza). Non mi sentivo più a mio agio in questo mondo annichilente, mi stava risucchiando dentro le sue progressioni funeree e non mi andava più, avevo bisogno d’altro (qualche volta mi ascolto ancora Sleeping Murder dei conterranei Shape Of Despair – con i logici distinguo dati da un anno d’uscita successivo, il 2005, e una produzione migliore che li pone su altri livelli d’accessibilità rispetto ai Thergothon).
Nonostante poche uscite ufficiali, i quattro finnici hanno creato un genere, dettandone le direttive e poi, come molte band seminali e troppo avanti nel tempo, finendo per sciogliersi in una miriade di gruppi e progetti.
Della loro impronta sul metal ci restano due lavori in studio e, se siete in vena di torturarvi l’anima, non vi resta che recuperare quanto hanno fatto e bearvi del tempo, immobile ma comunque inesorabile, che vi faranno passare. 

[Zeus]

Il suono del sarcofago: Sargeist – Unbound (2018)

Qualche tempo fa dovevo andare a comprare un po’ di roba poco distante da casa. Piglio la macchina, tiro fuori Serpent Sermon dei Marduk e mi faccio qualche chilometro per raggiungere il paese di destinazione. Non mi è mai piaciuto questo posto: un paese dormitorio e con l’atteggiamento mentale della periferia, ma che non si rassegna ad essere tale. Quindi ci trovi tutte le nevrosi di essere un nulla sulla cartina geografica e l’incredibile consumo di droghe varie per tenere insieme una gioventù che, in quel paesone, trova sfogo nello sfondarsi d’alcool o nel compiere qualcosa di turpe. La vita è grama per chi vive in Provincia.
Per cercare di rivitalizzare l’agonia del posto, ogni tot il Comune cerca di inventarsi qualcosa per tenere incollati questi zombie all’asfalto locale, invece che andare a cercare refrigerio, come un branco di mucche in pieno delirio da encefalopatia spongiforme bovina, nel centro commerciale a dieci chilometri di distanza.
Centro commerciale che, quando va bene, ti risolve un mezzo pranzo quando sei al lavoro, quando va male ti toglie punti vita come neanche una fatality di Tekken/Street Fighter. 
Visto che non mi fregio di avere grande fortuna, arrivo al paesone che è nel pieno dell’attività domenicale più ambita: il mercato all’aperto. Quindi strade chiuse, deviazioni strane, parcheggi introvabili e una folla incredibile ad ammorbare le strade. Trovo fortunosamente un posto in culo ai lupi e ringrazio il Grande Capro per aver dato ascolto alle mie penose preghiere dalla macchina. 
A causa di una delle attività più gettonate dalla marmaglia automobilistica, arrotondarmi la macchina con sportellate o manovre alla cazzo di cane, metto dei cavalli di Frisia intorno al valente destriero metallico e prego, di nuovo, il Grande Capro di non incontrare qualche conoscente dei tempi che furono. Faccio quel che devo fare, esco vincitore dal centro e rinnovo la mia mancanza di stima verso l’essere umano. 
Pensiero, questo, che deve aver attraversato il cervello di Shatraug mentre stava componendo Unbound (uscito l’anno scorso). Dopo quasi vent’anni di attività, anche il mainman finnico deve essersi rotto il cazzo di qualcosa, perché rivoluziona quasi completamente la formazione (fuori tre quinti della band, compreso il singer Hoath Torog, ben sostituito da Profundus) e registra un disco che fa un sunto di quello che sono i Sargeist adesso. I punti focali di Unbound si possono riassumere in questo brevissimo schema: gli elementi raw rimandano al black metal francese misto a quello finnico; ci sono ampie concessioni al melodic black metal e poi, elemento ormai completamente sdoganato nel black metal odierno: il black’n’roll.
Anche nei momenti più furenti, Psychosis Incarnate, i Sargeist mantengono un sostanziale equilibrio fra tutti gli elementi sopracitati – se vogliamo, la traccia d’apertura è forse quella più diretta di tutto il disco e incarna l’anima più scura dei Sargeist. Mi sento di citare altri due brani: The Bosom of Wisdom and Madness o Her Mouth Is an Open Grave, questi tre sono forse i brani migliori di tutto il lotto. Da menzionare c’è anche Unbound, pur essendo la traccia che più di tutte segue l’attuale trend black metal (vedasi gli Mgla). Il lavoro della chitarra di Hunting Eyes, pur piacevole sia nelle parti melodiche sia in quelle più lente, la fa sembra una outtake riciclata da Let The Devil In
Fra alcuni episodi più riusciti e qualche traccia meno impattante, Shatraug riesce nell’intento di uscirsene con un disco coeso e convicente; a mio parere meglio di Feeding the Crawling Shadows – disco un po’ sottotono.
Unbound lo consiglio, pur sapendo che non rientrerà mai nei primi posti delle classifiche di fine anno. Alterna qualche buon pezzo a episodi meno riusciti, ma tutto sommato non posso spararci sopra merda.
Se questo è il primo episodio dei “nuovi” Sargeist, sono curioso di sapere cosa ci riserverà il futuro.
[Zeus]