Alabama Thunderpussy – Constellation (2000)

Dopo essersi ripuliti i vestiti dalla merda di mucca con River City Revival e aver smesso di tormentare la cugina proponendole di andare a far figli nel fienile (sulla risposta della cugina non possiamo mettere la mano sul fuoco), gli Alabama Thunderpussy fanno uscire il terzo disco in tre anni e, con Constellation, certificano che il giocattolo si sta rompendo in maniera irreparabile. E così andrà avanti ancora con altri tre dischi, fino al necessario scioglimento e tanti saluti ai fan. 
Nel 2000 le Fighe di Tuono dell’Alabama giocano a fare i Lynyrd Skynyrd grezzi e volgari, ma la formula lascia spesso il tempo che trova. Ad un certo punto della loro avventura, da progetto passatempo di cinque buzzurri sudisti, la band ha incominciato a crederci veramente e farsi venire idee strane, tipo quella di essere qualcosa di più di un gruppo da grigliata ignorante e birre messe a rinfrescare nel fiume. 
Tanto che assomigliano al tipo della tua classe che, fatta una battuta geniale una volta e replicata con intelligenza una seconda, ne fa una carriera per i cinque anni delle superiori diventando irritante. Con gli Alabama Thunderpussy non si raggiunge mai l’insofferenza e neanche lo schifo, l’ora abbondante di Constellation è difficile digerirla tutta. Sui 30/40 minuti, la band della Virginia gira bene, superato lo scoglio di questo minutaggio senti che non tutto quello che hanno prodotto è uscito proprio con il buco. 
Potrebbe essere anche colpa di Johnny Throckmorton che si scopre cantante e non più solo urlatore, e no, non è un gran cantante. Lo preferivo mentre ululava ignorante alla luna, cercando con insistenza di distillare qualcosa nella vasca da bagno. 
Ci sono passaggi interessanti, cose che ti fanno ben sperare nel corso del disco e rimpiangi il fatto che nel corso della stesura della tracklist non abbiano optato per il “togliere”, visto che un brani come Keepsake, Middle Finger Salute, Ambition (con quello stacco di piano molto Skynyrd) o l’iniziale Crying Out Loud (seppur su un riff sentito e risentito) sono buoni e avrebbe beneficiato di una compagnia migliore, invece che dell’abbondanza di pezzi con qualche riff scontato e melodie già usurate dal tempo. 
Se volete la summa dell’abbondanza, la trovate in Country Song e capite che, sforbiciata di qualche minuto buono, avrebbe mantenuto freschezza e interesse, elementi che si spengono lungo gli oltre 11 minuti di durata. 

[Zeus]

Il rock nel nuovo millennio. AC/DC – Stiff Upper Lips (2000)

Come vi sentireste voi, con 25 anni di attività e diverse primavere sulle spalle, ad affrontare i millennials? Una formazione che ha pubblicato 14 dischi e perso il suo frontman più carismatico (trovandone uno molto più longevo, anche se forse meno impattante di Scott) deve essersi sentita un mezzo dinosauro e un residuo delle tomba, mentre nel mondo imperversano tutti i generi conosciuti e il rock, quello vero, ormai sta soffocando in una marea di stronzate.
Penso di averne una mezza consapevolezza io quando salgo sul treno che mi porta da casa alla trincea e poi di ritorno dal fronte. A parte che mi isolo completamente con l’ipod (probabilmente sono uno dei tre sul treno ad avere ancora l’ipod e non Spotify, ma è una questione di praticità… il secondo ce l’ho anche io ma la batteria mi va a puttane in mezzo secondo) e cerco di gettarmi in qualche lettura, non posso non notare che metà della fauna del treno sono adolescenti in pieno fermento. Il che non è male, a parte il casino osceno e la scomposta mobilità dei suddetti, ma ti lancia addosso la consapevolezza che ormai hai scavalcato la staccionata del “divertimento e spasso” e sei finito a pié pari nel luamaro dell’esistenza adulta.
Se mi sento io così, figuriamoci gli AC/DC nel 2000. Ma, nonostante i sintomi di un’invecchiamento ormai consolidato, li ricordo primeggiare in diverse classifiche e quindi tanto vecchi non si sentivano. O non li percepivano.
Però, cari i miei due lettori affezionati, non fatevi fregare dall’aura e dai lustrini: nel 2000 gli AC/DC si avvicinano al concetto di pensione e lo fanno dopo aver pubblicato nel 1995 l’ultimo, vero, grande disco in studio: Ballbreaker. Disco che a molti ha anche fatto cagare, ma secondo me contiene alcuni pezzi da novanta e, pur essendo dopo i grandi classici, non mi annoia mai (a differenza di un The Razors Edge che, pur avendo dignità e alcuni pezzi ottimi, non lo ascolto mai intero neanche a morire). Poi ne hanno prodotti altri due, a distanze sempre maggiori di tempo e qualitativamente in calando.
Dopo 40 anni di dischi, può essere anche comprensibile un calo di forma. Ci sono band che lo hanno al secondo LP in studio. Per gli AC/DC il nuovo millennio segna il contachilometri e la lucetta “manierismo” esce prepotente. Quindi Stiff Upper Lip è un disco che puzza di Australia e rock, ma è un disco che fondamentalmente ti aspetti, ascolti un po’ di volte e poi lo rimetti al suo posto fino a…
Bella domanda. Da quanto non ascoltavo realmente Stiff Upper Lip? Da epoche quasi storiche, oserei dire. Non lo riesumavo da anni, forse ero ancora all’università l’ultima volta che l’ho sentito realmente concentrandomi su di esso e non trovandomi a pensare alla formazione del Fantacalcio, che treni prendere, se ho lavato abbastanza cose da evitare il collasso strutturale di tutto l’armadio e cose simili. Alcuni singoli di facile presa ci sono, ma è difficile che i fratelli Young se ne escano con qualcosa di più complicato, quindi bisogna valutarli sulla base del loro standard e, in questo tremendo XI° secolo, una loro hit non raggiunge minimamente la potenza di qualcosa uscito nel 1995 (e non fa neanche senso paragonarla a qualcosa uscita negli eighties o prima).
Il mondo non ha pazienza e quindi, per una strana ritorsione del fato, gli AC/DC, un tempo banditi per satanismo (!?), rock ad alto volume, scorretteze e alcolismo (Bon Scott), sono diventati il gruppo delle famiglie, dei rocker della domenica, di quelli che sentenono Virgin Radio e pensano di trovarci dentro qualcosa di realmente cutting hedge e innovativo e, soprattutto, una band che trovi da H&M.
Per sopravvivere sono diventati il gruppo poster di chi, sfortunatamente, la musica la vive sotto forma di presenzialismo… mentre il loro hard rock era qualcosa di totalmente diverso.
[Zeus]

Hardland – In Control (2019)

Non so se sia successo solo a me, ma appena ho letto il nome Hardland ho subito pensato ad un gruppo di amici non più giovanissimi che si sono trovati per suonare del buon vecchio hard rock. La bella e procace gitana in copertina, poi, mi ha convinto ulteriormente di questa idea. E ci ho più o meno azzeccato, perché la band olandese, qui al secondo album, propone una commistione tra hard rock e AOR, andando a tributare la scena anni ’70 (si sentono le influenze di Deep Purple, The Who e compagnia suonante) senza disdegnare un po’ di modernità.

Ciò che mi è piaciuto fin da subito di questo album sono i suoni, in particolare chitarra e batteria, belli caldi e ciccioni. Ho apprezzato poi la voglia di sperimentare inserendo in alcune tracce l’uso di sintetizzatori e anche l’alternarsi dei due cantanti dietro al microfono.

Quello che invece non mi è piaciuto è che il disco scorre via in modo fin troppo liscio, innocuo, un compito ben svolto ma niente di più, salvo qualche eccezione. Sebbene il riffing parta bene fin dall’opener The Nation’s Biggest Enemies, non ho notato particolari picchi o momenti che mi abbiano causato un po’ di stupore, mi è sembrato tutto un po’ troppo lineare. In più devo aggiungere che, se generalmente sono uno che apprezza le ballad, la traccia Love, Love, Love (e già il titolo…) è un po’ una palla. C’è però una grande eccezione: The Powers Within è un gran bel pezzo di puro hard rock, davvero una bomba!

In Control è un album che merita ampiamente la sufficienza, perché è ben suonato da gente capace, ma i momenti memorabili sono pochi e visto che la band ha dimostrato di non aver paura di sperimentare, forse dovrebbe osare un po’ di più. Tributare la scena anni ’70 secondo me è una buona occasione per non porsi troppi limiti, per non farsi etichettare, visto che ai tempi a nessuno poteva fregargliene di meno. Promossi, ma mi aspetto di più alla terza prova.
[Lenny Verga]

L’importanza del pantalone a zampa: The Vintage Caravan – Gateways (2018)

A causa di una serie di novità in questa sordida vita, ho incominciato a scoprire nuovi gruppi: dei Ravencult, ormai diventati una delle mie band preferite, ne ho già parlato in sede di recensione, mentre di questi The Vintage Caravan faccio menzione solo ora. 
Diciamolo, tanto non mi legge un cazzo di nessuno, che non si inventa granché da molto tempo e che il meglio che puoi trovare nella musica del 2019 è onestà o un’ottima riproposizione, con piglio personale, della lezione dei grandi del passato. Non c’è niente di male in tutto questo, è l’andamento delle cose. La gente fa la fila per digerire merda musicale, quindi il meglio che si possa fare, senza spararsi un colpo, è puntare unicamente a chiudere il recinto quando le mucche sono già scappate e contenere i danni.
Serve un cazzo e mi fa anche girare un po’ i coglioni, ma tant’è. 
Quindi tanto vale rileggere il sound e riscrivere una propria esperienza personale. Le migliaia di epigoni dei Kyuss/Black Sabbath/Led Zeppelin/Metallica sono la riprova che, il mercato, non è certo saturo di certe sonorità; soprattutto perché quelle sonorità sono di ottima fattura. La gente ha voglia di sentire qualcosa, di non perdersi in un mare di letame… quindi qua a TMI cerchiamo di venire incontro a questa richiesta inespressa e forniamo una bussola quantomeno “decente”. 
Come posiziono quindi questi The Vintage Caravan? Innovativi non posso certo definirli: il sound che promuovono Óskar Logi Ágústsson&Co. è quello classico dei sixties-seventies e quindi si possono sentire note di Led Zeppelin, Cream, Rush, Thin Lizzy… percorrere le undici composizioni dei tre islandesi.
Se non puntiamo sull’innovazione, allora diciamo subito che in termini di songwriting e piacere all’ascolto, allora siamo su buoni livelli e questo, per me, è un plus.  
Ci sono elementi hard rock, proto-metal, psichedelici e tutto il compendio che si poteva respirare allora, solo con la produzione odierna (la Nuclear Blast ci mette lo zampino malato sul suono, ma senza troppi danni). In questa direzione si muovono moltissime band (le conoscete tutti, quindi non rompetemi le palle facendo la conta), ma finora questi The Vintage Caravan sono quelli che mi hanno preso di più.
A supportare questa mia “audace” dichiarazione c’è la semplice constatazione che i pezzi di Gateways sono buoni, di buona profondità e  hanno anche notevole groove. Se teniamo presente che non ti rompono il cazzo dopo mezzo minuto… eccovi servito un nuovo plus.
Prendete una canzone come On The Run: melodica ed orecchiabile, tanto che i suoi sei minuti scivolano via che è un piacere. Ve lo dico sinceramente: probabilmente è una delle mie preferite del disco. 
Rispetto a molte altre cagatine che troviamo sui dischi moderni, al centro di tutto si muove ancora la chitarra e finalmente si ritorna a ragionare. Di cori, zampogne, buffonate e cialtronerie ne ho le palle piene, quindi sapere che Gateways è riff- centrico mi fa vedere bene anche le giornate di pioggia. 
Se volete esempi, così, una tantum, troverete che Hidden Streams è seventies al midollo e le stesse Set Your Sights, All This Time Reflections sono macchine da groove. 
Ma cosa succede quando il songwriting non è così brillante? Allora intervenire la sensazione che l’omaggio, il mero “riciclo” della formula sia una stampella creativa. I casi sono pochi, più nella seconda parte del disco, e non stonano poi più di tanto. Le canzoni sono omaggi al tempo che fu, alle radici del sound di Gateways: sixties-seventies (Farewell) o in un mood similare (Tune Out o The Chain).
Questi tre islandesi non hanno la pretesa di rivoluzionare il mondo della musica e, a quanto mi risulta, non vogliono essere (non sono spinti ad essere?) i nuovi Led Zeppelin come i Greta Van Fleet. Con Gateways, i The Gateways fanno uscire un disco ispirato dai sixties-seventies e lo fanno con abbastanza onestà e buon songwriting da farti aspettare il prossimo disco e, ovviamente, riascoltare questo. 
Per me sono promossi, sta a voi fare gli snob e ignorarli. 
[Zeus]

R.U.S.T.X – Center of the Universe (2019)

Certe immagini, per quanto ormai diventate cliché, possono dare immediatamente un’idea chiara di ciò che si vuole esprimere. Un’auto decappottabile lanciata a tutta velocità su una lunga strada che si perde oltre l’orizzonte e che attraversa lande arse dal sole. Quale potrebbe essere la musica sputata fuori dall’autoradio? Le risposte possono essere tante, e il nuovo disco dei R.U.S.T.X potrebbe fare al caso vostro.

Terzo album dei tre fratelli, più una sorella, Xanthou, questo Center of the Universe è un concentrato di pura energia. Il genere proposto prende spunto dalla musica anni ’70 e ’80, con chitarre rocciose e tappeti di tastiere, in cui abbondano le incursioni nel classico heavy metal e nell’hard rock più sfrenato. Non mancano lunghi soli di chitarra ed una certa dose di melodia, soprattutto nelle linee vocali e nei cori in cui spesso si armonizzano le ugole di tutti i componenti.

L’album parte con tre pezzi veloci e ritmati sparati uno in fila all’altro, Defendre Le Rock, Running Man e Black Heart, giusto per non far calare l’attenzione e per dimostrare quanto la band sappia viaggiare. Si passa poi a pezzi un po’ più lenti ed introspettivi, ed è forse qui che l’album inizia ad avere qualche calo. Se la quarta traccia, I Stand to Live riesce comunque ad essere interessante, la successiva Endless Skies stucca e stufa un po’, nonostante la bella performance della singer.

La title track che apre la seconda metà dell’album riporta alla mente le suite dei Savatage, con le sue stratificazioni vocali, le orchestrazioni, gli stacchi di pianoforte, i cambi di umore e i nove minuti abbondanti di durata. Per chi, come me, apprezza la band di riferimento, uno dei momenti più intensi del disco. Da qui in poi l’album si avvia verso la conclusione senza particolari guizzi, con pezzi che, per quanto ben eseguiti, non hanno l’impatto dei brani in apertura.
Diciamo che la band ha dato il suo meglio nella prima parte del CD.

Chiude l’ascolto una buona cover di Band on the Run di Sir Paul McCartney che, sinceramente, ho trovato un po’ troppo slegata dal resto, oserei dire fuori contesto.

Niente di nuovo sotto il sole, per rimanere in tema, anche perché il revival di certe sonorità orientate ai seventies non è certo cosa degli ultimi giorni, ma io mi sono divertito davvero ad ascoltare questo CD. Dieci tracce energiche, ben suonate e nelle quali tutti e quattro i componenti passano dietro al microfono, chi più chi meno, conferendo una certa varietà al lavoro nel suo complesso. Una band sicuramente interessante e capace, consapevole del proprio potenziale. Se non siete di quelli che si soddisfano solo con il metal estremo, un’ascoltata gliela darei.
L’album è in uscita il 15 di novembre tramite Pitch Black Records e Metalmessage.
[Lenny Verga]

Dopo trent’anni, spacca ancora. Black Sabbath – Headless Cross (1989)

Nella seconda metà degli anni ’80, i Black Sabbath erano realmente poca cosa. Non in termini assoluti, ma proprio in relazione al periodo e ad annate quantomeno movimentate sotto vari punti di vista, non ultimo quello dell’incapacità di trovare una line-up stabile, tanto che per molti anni i Sabbath erano l’equivalente della cassa del McDonalds/Burger King…, non trovavi mai la stessa persona dentro.
A parte il baffuto Iommi, che si era già rotto il cazzo in occasione di Seventh Star, ma all’epoca aveva ben poco potere contrattuale, tutti cambiavano e andavano/venivano senza fermarsi troppo ad odorare casa Sabbath. Almeno finché Iommi non ha trovato il bistrattato Tony Martin, l’ha adottato e fatto cantare su 5 dischi in studio. Un record per i Sabbath post-Ozzy.
Infatti in Tony Martin non ci crede molto neache la baffuta mano di Dio, e quindi lo scarica e lo riprende con una noncuranza da far paura.
In uno dei periodi up, i Sabbath entrano in studio con Cozy Powell alla batteria e sfidando l’hair metal, il grunge in fase nascente e tutto l’estremismo che stava arrivando dai vari cantoni del mondo conosciuto, incidono Headless Cross
Un disco che ritorna a parlare del diavolo, ma che suona come Hollywood negli anni ’80. Chitarre fiammanti, batteria che sembra registrata in una galleria e tutta una spolverata di glamour e lucido da scarpe che, del sound Sabbath, è un po’ l’antitesi. Ma c’è il proverbiale “ma…”, come potete ben immaginare.
A parte Iommi che piglia per il culo Tony Martin per la qualità dei testi (troppo demonio dentro!), il disco è forse il migliore uscito da Born Again e, in prospettiva, lo sarà anche post-TYR. Su The Eternal Idol c’erano dei buoni momenti, ma era un disco incostante, seppur oscuro, che ballava fra cose ottime e canzoni “più ordinarie”, mentre su Headless Cross ci sono buone canzoni che formano un disco compatto e, paradossalmente, molto più easy listening di qualsiasi disco precedente o successivo della band inglese (anche se Black Moon sembra provenire proprio dalle session di The Eternal Idol).
Pur bistrattato dal dispotico Iommi, Tony Martin tira fuori una buona prestazione e le sue tonalità, che in certi momenti richiamano quelle di R.J.Dio pur non avendo l’espressività e il carisma naturale, mescolano tutto alla grande. 
Headless Cross è il disco che più richiama il periodo in cui è stato registrato. Per molti anni i Sabbath sono stati pionieri di un sound innovativo (anche in Born Again riescono a suonare più disturbanti e aggressivi di molte band metal dell’epoca) o impropriamente tirati dentro la NWOBHM, cosa che comunque ha “salvato” la carriera di una band orfana del suo singer più carismatico, nel 1989 Iommi&Co. cavalcano il sound in voga e mischiano tutto quello che c’è in trend all’epoca. 
I riff sono grossi, intensi (Headless Cross) e non mancano anche intro più melodiche ed emozionanti (When Death Calls o Nightwing – che poi sfociano in un robusti, e magniloquenti, hard rock), mentre forse a livello di intensità il binomio Kill in The Spirit World – Call of The Wild sono le meno appetibili, ma hanno tratti interessanti. 
Pur essendo un buon album, Headless Cross è il preludio al secondo periodo più complicato della carriera sabbathiana e cioè quella degli inizi degli anni ’90. Il grunge li avrà fatti ritornare sulla mappa della musica da ascoltare (per la seconda volta dal 1977 erano accostabili a “dinosauri”/musicisti ormai fuori dai giochi) e fatti conoscere a migliaia di giovanissimi metallari, ma ha portato con sé mille cambi di line-up, indecisioni, album non sempre al top e la voglia di riunirsi con Ozzy Osbourne. Nel 1989 non erano ancora finiti, ma non tirava certo una bellissima aria per uno dei migliori gruppi in assoluto. 
[Zeus]

L’ouroboros Volbeat: Rewind, Replay, Rebound (2019)

Antonio Cassano non ha bisogno di grandi presentazioni.
Nominate il giocatore barese ad un pubblico eterogeneo, quindi non solo dedito al calcio, e non riceverete indietro solo occhiate bovine.
Quindi è un “fenomeno” che trascende il settoriale (calcio) e abbraccia un pubblico più ampio che, del calcio, non ne fa un atto fideistico.
Incostante per natura, Cassano non ha sempre mostrato sul campo la genialità (indiscussa) che si portava come bagaglio tecnico e ha fatto parlare di sé più per i suoi atteggiamenti extra-sportivi che per quello che ha fatto vedere sul rettangolo verde.
L’epica del suo calcio trova un punto di partenza nel Bari, dove fa due anni di gavetta, ma è già alla sua seconda partita in Serie A, contro l’Inter, a mostrare che tutto quello che ha da proporre sarà una mistura di genio e follia. Minuto 88 del cronometro: stop, dribbling e gol che sigilla la partita sul 2 -1 per il Bari.
Fomento del pubblico. 
Due anni, poche partite con il Bari, ma l’impatto che ha sui tifosi è incredibile. Acquista un credito talmente alto, che molte squadre di prima fascia lo vogliono, ma solo la Roma riesce a prenderlo. Antonio passa cinque anni nella Capitale ed è un rapporto di amore ed odio: con la Roma, la sua popolarità cresce in maniera esponenziale (ormai è nel calcio “che conta”), ma il suo malvagio fratello Mr. Hyde esce spesso e volentieri con le ormai classiche “cassanate”.
Questi atteggiamenti vengono tollerati, anche per più tempo di quanto fosse pensabile, finché la proprietà ne ha le palle piene e, di fronte al rifiuto di rinnovo del contratto, lo spedisce, con un pacco di sola andata verso Madrid, sponda Real. 
Quello che doveva essere un salto verso l’alto, il raggiungimento dell’Olimpo calcistico, è invece un momento estremamente negativo nella sua carriera. Conosciuto più per i suoi atteggiamenti irrispettosi e per una forma fisica al limite del ridicolo, i due anni passati a Madrid sono un fallimento sotto tutti i punti di vista. E, vorrei precisare, neanche l’arrivo in panchina del suo vecchio mentore Fabio Capello riesce a rivitalizzare la luna storta di Fantantonio. 
Non passa poi molto tempo prima che la dirigenza madrilena si stufi di avere una palla al piede e coglie l’occasione per liberarsi, almeno in prestito, di Cassano. Il passaggio alla Sampdoria non strappa poi troppe lacrime al pubblico di Madrid. 
Quello che forse lo stesso Cassano non sapeva, è che la Sampdoria è uno dei capitoli migliori della sua carriera. In un ambiente come quello ligure, riesce a tirar fuori prestazioni convincenti, condite da gol e assist. 
Ma Mr. Hyde non riesce a starsene buono e, quando tutto stava procedendo decentemente, se ne esce distruggendo l’idillio e facendo sì che Antonio venga messo fuori rosa per comportamenti oltraggiosi. 
In un clima compromesso, Cassano viene spedito a svernare in zona Milano: prima sponda Milan e poi Inter. In entrambi i casi, i risultati ottenuti sul campo sono nettamente inferiori a quello che il suo talento potrebbe offrire. L’esperienza in rossonero è difficile e complicata ancora di più dai grossi problemi di salute che lo tengono fuori dal calcio giocato per diverso tempo; mentre in nerazzurro testimonia che, pur mostrando lampi di classe, ormai il suo calo di popolarità e impatto sul calcio di Serie A sta incominciando a scendere. O, come potrebbe supporsi, il talento cristallino, non curato a dovere, non è più sufficiente per reggere l’impegno con una big del calcio. 
In estate viene scaricato dall’Inter e mandato a giocare a Parma. Superati i 30 anni non è un giocatore finito, ma a quell’età il meglio spesso è stato già raggiunto (sono pochi i casi contrari). In Provincia, però, Fantantonio sembra riprendersi un po’ e le prestazioni sportive sono soddisfacenti e, in un anno e mezzo, mette a segno 18 gol e numerosi assist. Non pochi per uno che, punta centrale, non è di certo. 
La provincia, però, ha altri problemi e quelli del Parma sono i cambi di proprietà e gli stipendi che non arrivano. Dopo mesi di mancati pagamenti e poca serietà, Cassano rescinde il contratto con i crociati e ritorna alla Sampdoria, per quello che sembrava essere un “back to the future”. Finalmente Antonio ritorna dove aveva fatto vedere uno del miglior calcio post-Roma. 
Carriera rivitalizzata? No. Assolutamente no. Come tutte le “minestre riscaldate”, la seconda vita sampdoriana non è certo rose e fiori. Dopo pochissimo tempo anche la Sampdoria non lo ritiene più indispensabile e lo mette ai margini del progetto tecnico. La fine della carriera è dietro l’angolo, solo che nessuno lo vuole dire apertamente. 
I successivi tentativi, con Verona e Virtus Entella, per quanto simpatici e strombazzati sulla stampa come “comeback”, sono dei abortiti prima ancora di iniziare ad essere qualcosa di interessante. Prima ancora di iniziare il campionato, Cassano annuncia il suo ritiro definitivo dalla scena calcistica. 
Ad inizio agosto è uscito il nuovo disco dei Volbeat, Rewind, Replay, Rebound, e io so con certezza a che punto della carriera sono.
[Zeus]

Non servono battute, ci pensano già i Megadeth a intitolare il disco alla perfezione: Risk (1999)

A farlo passare in radio, questo disco non susciterebbe nessun tremore nei polsi dei veri rocker di Virgin Radio. Risk è un disco hard rock, privo di qualsiasi profondità metal e, seppur registrato e prodotto in maniera egregia, fondamentalmente innocuo. Il problema di tutto il disco è che c’è scritto sopra il nome Megadeth, perché LP così slavati te li aspetti da altre band, non da quelli che hanno prodotto Peace Sells… o Rust in Peace
Quindi ti fa un po’ strano sentire che Dave Mustaine fa qualcosa che svetterebbe in metà dei dischi dei Bon Jovi (Wanderlust) e che non meriterebbe di restare su un disco pre-1994. Non brutta, ma decisamente più vicina a qualcosa fatto dai Metallica di Load/ReLoad, solo più efficace della marea di porcherie contenute in quei due dischi. Ma non vorrei concentrarmi su questa canzone, visto che dentro Risk c’è di tutto e di più per assicurarsi il lancio di porchi e madonne da parte dei fan più accaniti. 
Se troviamo canzoni tutto sommato di buona qualità (Prince Of DarknessI’ll Be There For You), ci sono anche porcherie come EcstasySeven o la doppietta finale. Canzoni fatte apposta per mettere il culo nelle pedate, che volete farci? A volte anche i migliori amano pulirsi il culo con le ortiche. 
L’ironia della sorte è che è proprio il folletto maligno Lars Ulrich ad aver suggerito a MegaDave di alleggerire la proposta musicale. E che fa il rossocrinito born-again? Lo ascolta. Porcalaputtana, lo ascolta! 
E lo ascolta talmente bene che sputtana brani hard rock decenti (Insomnia Breadline) farcendoli di cose inutili e ridondanti. E mentre senti The Doctor Is Calling, capisci che l’infusione di melodia e sentori pop ha raggiunto uno status terminale, non brutto in senso assoluto, ma porcocazzo non bello per gli standard dei Megadeth
Lascio perdere tutti gli apprezzamenti per le registrazioni, pensate proprio per la radio decerebrata, e ripeto il concetto: fosse uscito come progetto diverso dai Megadeth, avrebbe una sua validità come disco hard rock semplice ed innocuo; come parte della discografia di uno dei Big4, lo senti grattare le unghie sulla lavagna e no, quell’odore che senti non sono i dollari, l’eroina a pacchi, l’alcool o la crema al cocco delle spogliarelliste da quattro soldi. L’odore è quello del fallimento, il punto di svolta verso un futuro non più così roseo. I Megadeth ci sono arrivati con qualche anno di ritardo rispetto ai Metallica, ma una volta contagiati è difficile tirarsi via quel virus infettivo, anche se ritorni a suonare thrash. 
[Zeus]

Lynyrd Skynyrd – Edge Of Forever (1999)

Scrivo questa recensione nell’anno in cui i Lynyrd Skynyrd annunciano il loro ritiro dalle scene. Probabilmente per sfinimento, visto che la sfiga ha avuto un accanimento particolare su questa combriccola americana e, alla fine, devono aver pensato “ok, hai vinto tu, ci ritiriamo! Adesso basta però“. Se lo meritano di uscire di scena da grandi, anche se sono anni che non producono niente di veramente interessante (ok, gli ultimi due dischi in studio sono buoni, ma stiamo parlando di prodotti che i “vecchi” Skynyrd non si sarebbe mai sognati di buttar fuori). Se lo meritano, perché ultimamente l’unica cosa veramente eccitante, e morbosa, è l’attività da “vecchio dimmerda” di guardare le notizie musicali e sperare di non incrociare lo sguardo sul necrologio di uno dei Lynyrd Skynyrd.
Ironia della sorta, fino al 1977 la Nera Signora aveva giocato al gatto e al topo con la band, utilizzando “elementi esterni” (il famigerato aereo) per mettere fine ad una delle band più incendiarie degli anni ’70. Solo dopo il 1990 è intervenuta di persona falciando i membri originali della band con il suo arsenale migliore: malattie, overdosi e tutto quello che una vita di eccessi, e di sfiga si porta dietro.
La Triste Mietitrice ci ha tentato anche con gli unici due Skynyrd originali rimasti, Rossington e Rickey Medlocke – primo batterista della band -, ma si vede che pur avendo una predilezione per questi americani, deve avere un cuore gentile e ci ha lasciato in piedi, barcollanti, almeno due memorie storiche del tempo che fu.
Sono proprio gli anni ’90 a forgiare il nuovo sound dei Lynyrd Skynyrd. Il tempo passa e le mode incominciano ad intaccare il sano approccio boogie rock, torrenziale e ruvidissimo (tanto da concepire Freebird e fare il culo agli Who), trasformando la band americana in una Big Band che suona un hard rock innocuo, condito da chitarroni enormi e pochissima efficacia nel songwriting. Se poi aggiungiamo anche l’inspienza dei testi, rivolti ad una retorica di stampo conservatore (e fin qua, ok, sono sudisti ed è nel DNA), osserviamo che la band appiatisce di molto sia il lato musicale che quello testuale, banalizzando il tutto.
Non si può sempre parlare di scazzottate e bevute, ma diventare l’organo di propaganda di Fox News forse è troppo.
Considerazioni politiche a parte, Edge Of Forever riflette in toto la nuova era della band americana. Dentro al disco troviamo quindi i chitarroni grossi, puliti e scintillanti nel mixing, le backing vocals femminili (comunque già introdotte in pianta stabile da Street Survivor), le tastiere honky tonk di Billy Powell e, ovviamente, a svettare su tutto c’è la voce di Johnny Van Zant: simile a quella di suo fratello Ronnie, ma a cui manca la ruvidezza e il vissuto del fratello maggiore.
Per non scontentare nessuno, soprattutto le radio, le canzoni hanno la durata standard (4/5 minuti) e i brani migliori vengono messi tutti nella prima parte dell’LP: ecco quindi Workin’, Full Moon Night e Preacher Man (ci aggiungerei anche Mean Streets), piacevoli hard rock con spazzolata di spirito sudista sopra.
Ovviamente non mi posso aspettare i “vecchi Skynyrd”, ma nel 1999 quello che si sente è qualcosa di strano: la band sembra essere il fratello mutato in cui convivono brevissimi geni del DNA Lynyrd Skynyrd, una parte di .38 Special (band del fratello Donnie Van Zant) e poi l’occhio a non essere troppo “fuori moda” rispetto alla seconda/terza ondata di southern rock commerciale. Questo mix non produce niente di eterno, ma nella prima parte c’è sicuramente un buon impatto melodico e di groove.
Da qua in avanti gli Skynyrd diventano discontinui e quando non cercano il “revival” (la ballata Tomorrow’s Goodbye è una mezza copia di All I Can Do Is Write About It) assestano troppi episodi deludenti (ad es. l’hard rock slavato di Through It All o Money Back Guarantee).
Il problema di Edge Of Forever è il songwriting che, per quanto bene li si voglia, non gira appieno. Questo perché i responsabili, chi ha le chiavi della vettura, non sono proprio dei campioni e non hanno mai scritto niente di realmente eccitante: i Blackfoot di Medlocke hanno fatto sì e no una vera hit, mentre gli Outlaw di Thomasson erano una mezza copia già all’epoca.
Su Johnny e Rossington il discorso è diverso: se Johnny deve portarsi appresso un peso enorme (senza avere la qualità eccelsa di Ronnie), il secondo, pur talentuoso e capace di scrivere hit incredibili, già nel periodo di massimo splendore della band era in seconda posizione dietro al vulcanico Allen Collins e, in Street Survivors, anche al nuovo entrato Steve Gaines.
Al problema del songwriting, si aggiunge anche una seconda considerazione: dal 1991 in avanti, i Lynyrd Skynyrd non sono riusciti a tenersi una line up fissa neanche a volerlo. Questo comporta che quello che rimane della band sono dei volonterosi gregari, le impennate d’orgoglio di Gary Rossington (via via sempre più monumento di sé stesso e della band stessa) e l’incredibile somiglianza di Johnny a suo fratello. 
Troppo poco per essere i veri Lynyrd Skynyrd. Troppo poco per spostare Edge of Forever dalla seconda metà classifica della produzione discografica dei ragazzi di Jacksonville.
[Zeus]

La perfezione di Blackmore. Rainbow – Rising (1976 / 1999)

Mentre il mondo del metal stava soffocando in una paradossale asfissia-autoerotica, l’operazione commerciale “remastering” andava a pescare nel grande lago dell’hard rock di classe e tirava fuori dal cassetto Rainbow Rising e lo faceva ascoltare a chi, i Rainbow, non li aveva mai conosciuti.
Sbagliando perché imbe(ci)lle, ma tant’è… la vita non sempre è buona e gentile.
Rainbow Rising è l’espressione più riuscita del sound di Blackmore, quella in cui il chitarrista inglese riesce, con perizia e tenacia, a tirar fuori un sound granitico e nello stesso tempo accessibile e “fantasy”.
Come sapete già (o avete avuto modo di leggere nella recensione di Ritchie Blackmore’s Rainbow) su questo LP del 1976 sono rimasti solo il corvino chitarrista e Ronnie James Dio, l’unico musicista ex-Elf ad essere sopravvissuto alle purghe Blackmore-iane. Al posto dell’allegra combriccola ritrovatasi nel giro di un anno con la prospettiva concreta di servire panini al fast-food, l’estroso-e-fastidioso chitarrista inglese recluta Jimmy Bain al basso (poi nei DIO), l’esperto batterista Cozy Powell (poi nei Black Sabbath, fra gli altri) e Tony Carey alle tastiere  (poi boh!?).
Ovviamente anche questa formazione non sopravviverà, visto che Ritchie cambia più musicisti che io mutande, ma nel momento di splendore i cinque dei Rainbow tirano fuori una perla hard rock difficilmente replicabile e per diversi, validi, motivi.
Prima di tutto perché non c’è più una formazione capace di fare un disco di questo tipo. Diversi, migliori/peggiori, o chissà cosa… ma un Rising non lo rifanno. In secondo luogo, perché non è più abitudine fare LP di sei tracce senza neanche mezzo fill o puttanata: questi sono 33:35 minuti di puro godimento sonoro dall’iniziale Tarot Woman (sentitevi la tastiera iniziale che poi fa partire il riff, poi la voce etc) fino a raggiungere gli otto minuti cadauna di Stargazer e A Light In The Black.
Queste sono sei canzoni da portarsi sull’isola deserta e tenere strette, metterle nella bottiglietta di vetro e buttarla a mare… affinché qualcuno la prenda e, come un prolifico Rocco Siffredi, ingravidi la mente della gente con musica decente invece che la merda fumante che ti rifilano i programmi televisivi odierni.

Ma c’è poco da stupirsi di questo momento di forma ed eccellenza: il 1976 è l’anno in cui, fra una Dancing Queen degli ABBA e If You Leave Me Now dei Chigago, uscivano cose come The Boys Are Back in Town o (Don’t Fear) The Reaper, quindi il grande cammello del karma ha fatto il suo dovere. Ok, esce anche Techical Ecstasy dei Black Sabbath (uno dei dischi che meno apprezzo dei quattro ragazzacci di Birmingham) ma comunque questo LP da la polvere a certi escrementi mutogeni che escono ora.
Lo so, nell’altra recensione ho detto che quello è il mio disco preferito per imprinting, ma come hard rock, in Rising, c’è di che leccarsi i baffi. Non credo ci possa essere forma di vita senziente capace di screditare un LP di questo tipo, forse forse qualche imbecille che ascolta la Trap o che finisce per credere alle teorie più insulse come la terra piatta. Solo gente con poca sensibilità, che non conosce la storia e che ha un bidone della spazzatura al posto del cuore non ha sentito questo disco e non lo apprezza.
Non posso pensare che un essere senziente e capace di ragionamenti decenti non possa essere trascinato dalla cadenza Run with the Wolf o che non si senta bene sentendo il riffing di Do You Close Your Eyes o di Starstruck – forse una delle canzoni che, con il suo andamento, richiama di più il successivo Long Live Rock’n’Roll. E, vi giuro, le cito a caso. 
[Zeus]