Armored Saint – Revelation (2000)

Gli Armored Saint sono una di quelle band su cui tutti concordano. Concordano nel dire che sono una grande band, che sono sempre stati sottovalutati, che vengono snobbati dal grande pubblico, che non hanno mai raccolto il successo meritato, ecc. Non si può che essere d’accordo. 
Per questo è difficile fare considerazioni su un loro disco uscito vent’anni fa, che ricordo essere stato presente nelle classifiche degli album preferiti degli addetti ai lavori su tutte le riviste che ancora uscivano all’epoca, ma che non ho mai visto, effettivamente, nella collezione di dischi di nessuna persona che conosco. Io incluso, non mi nascondo.
Revelation è un gran bel disco sotto tutti i punti di vista e ancora oggi splende della sua potenza, della bravura dei musicisti, delle loro prestazioni straordinarie, dei loro riff, dei loro soli, delle melodie e dei ritmi, delle loro idee. Ma nonostante tutto gli Armored Saint continueranno ad essere una band ignorata dalla massa. E non se lo merita. 
Quindi, in questo momento che stiamo passando, chiusi in casa chi più chi meno forzatamente, mollate i soliti due-tre dischi che ascoltate sempre fino alla nausea e cercate il tempo di riscoprire questo piccolo gioiello che merita tutto il vostro tempo e la vostra attenzione.

Thundra – Blood of Your Soul (2000)

Sono certo di stare invecchiando male (musicalmente parlando), sento certi dischi e mi chiedo se hanno, e avevano, un vero senso d’essere. Forse all’epoca potevo anche farmi prendere bene dai Thundra, ma ragionandoci bene lo dubito forte. 
Dopo un demo, la band norvegese fa uscire Blood of Your Soul e tenta di cavalcare l’ondata del viking con una sua proposta particolarmente pretenziosa. E non nell’accezione positiva del termine. 
Il viking, che sia declinato in varie forme, regioni o religioni non importa, è qualcosa che deve portarti immediatamente nello stato mentale del: 
a) Berserker affamato di sangue, gloria e oro cristiano;
b) Banchetto luculliano in cui ci sono più ovini e cinghiali uccisi che in un mattatoio;
c) sul ponte di un Drakkar a scrutare l’orizzonte o i fiordi sovrastati dalla bruma;
d) a conversare con Thor ed Odino;
Se non ti trasporta in una di queste condizioni, allora c’è qualcosa di sbagliato. Almeno per me. E ve lo dico conscio del fatto che gli unici che possono permettersi di essere vichinghi e fighetti nello stesso tempo, senza risultare in nessun modo meno epici o sinceri, sono gli Enslaved. Punto.
Nel caso dei Thundra, c’è un particolare che stona. Lavorano sodo per farti annusare il climax vichingo e poi si perdono in puttanate e non suscitano nessuna emozione. Per una canzone come With Power and Might poteva meritare molto di più e di meglio, e infatti ci arrivano vicini a farti sentire l’odore del fiordo al mattino… ma poi vengono presi dalla foga e buttano dentro il brano la qualunque e l’idea di perde. 
Questa cosa succede anche in altre canzoni, ma spesso è proprio l’essenza stessa del viking che manca. Provano con le clean vocals, che proprio suonano strane, forzate o solamente brutte/sgraziate, e finiscono per deludere. Fortunatamente se ne accorgono anche loro che la cosa deve essere contenuta e in 45 minuti di musica chiudono il discorso Blood of Your Soul. Troppe idee e tutte confuse, ecco quello che mi viene da dire. 
Forse più avanti si riprenderanno, non lo so, ma vent’anni dopo questo disco è realmente debole e brutto. 
[Zeus]

Finire in tristezza. Pantera – Reinventing the Steel (2000)

Certi finali sono scontati, inevitabili oserei dire. Prendete alcune vecchie amicizie, quelle che sembravano scolpite nella roccia, e lasciatele avvizzire lentamente, senza troppo clamore, per molti anni. Poi, ad un tratto, mentre le vostre vite hanno preso percorsi differenti e inclinazioni non più compatibili, ritrovatevi per una serata.
Quello che ne risulterà potrebbe essere una gran serata, con tanto di rielaborazione del passato e voglia di mettere un degno finale, o si finirà presto a dire le stesse cose, ricordare i tempi che furono (quelli meglio), due birre, una stretta di mano e saluti.
Con probabile coda polemica detta ad amici e parenti, su quanto quell’altra persona sia cambiata nel tempo e, in fin dei conti, quanto ti stia sul cazzo il suo atteggiamento generale.
Praticamente quello che è successo ai Pantera a partire da Far Beyond Driven e, per la precisione, dopo l’overdose del morigerato Phil Anselmo. Una pera di troppo (prima, probabilmente, tutti nascondevano la testa sotto la sabbia) ed ecco che l’atmosfera diventa pesante. Il giocattolo regge finché il fisico di Phil Anselmo tiene botta o la sua attenzione, resa labile da tonnellate di canne, droghe ed alcool, non viene attratta da mille altri progetti e hobby.
Unite tutte le componenti: membri che si stanno ormai sul cazzo/indifferenti, nessun interesse da parte di Phil Anselmo a far uscire un disco a nome Pantera, insofferenza dei fratelli Abbott e una generale, malsana, atmosfera di forzata convivenza, e otterrete Reinventing the Steel. Un disco che i fan volevano, ma che la band non aveva intenzione di registrare e, fra i solchi di questo LP, si sente tutto lo scazzo cosmico che si stanno trascinando dietro. Se fino al 1995 Anselmo scriveva dei testi decenti o almeno comprensibili, dopo FBD le sue lyrics diventano tanto ingarbugliate quanto lo è il suo cervello imbevuto di tutte le sostanze stupefacenti reperibili al mercato rionale. Quindi non c’è da stupirsi se su RTS siamo ad un livello inferiore. Cosa fa allora? Tira dentro un po’ di fan-service e una spolverata di “macho USA” per dosare bene, ma alla fin fine qualche passaggio interessante non salva RTS dal giudizio tranciante.
Giusto per citare qualcuna di queste perle:

No sense makes sense
You can’t get bought without thought
Ahh… no sense makes sense
You can’t get bought without thought inside
your head now [da “Uplift”]

O, se proprio non siete convinti,

When I die, I cast a shadow
And I’ll fly, I cast a shadow
Everybody get fucking up!
I cast a shadow…
I… I cast a shadow
I cast a shadow…
I… I cast a shadow [da “I’ll Cast a Shadow”]

Se sappiamo tutti che l’amabile buzzurro (non riuscirò mai ad odiarlo, anche quando ci si mette d’impegno) della Louisiana era cotto a puntino, quello che non si riesce a concepire è la svogliatezza del duo Abbott, con contorno di Rex Brown. Fra The Great Southern Trendkill e Reinventing the Steel passano quattro anni e Dimebag se ne esce con alcuni dei riff meno interessanti in assoluto. Hanno groove e potenza, ma sono lontani mille miglia dalla fangosità di TGST o dalla bellezza dei precedenti LP.
Reinventing The Steel viene composto senza voglia e suona, ironicamente visto che pompa con una produzione brillante e alcuni buoni groove, altrettanto svogliato. Suona da band finita in disgrazia, ma che tenta di darsi un tono mostrando il petto, alzando la voce e ritornando… indietro? Perché RTS è un passo indietro, che fa finta di essere qualcosa di nuovo ma vive sui ricordi e sulle mezze misure, sui manierismi e sul mestiere.

Adesso, come è giusto che sia, è d’obbligo il momento in cui stronco l’album e lo dichiaro spazzatura. Ma non è così. Pur avendo difetti incredibili e pur essendo sgraziato e il fratello scemo del precedente catalogo marchiato Pantera, Reinventing the Steel lo ascolto e anche spesso. Sarà che ho abbassato di molte tacche la mia soglia del brutto, ma nella sua goffaggine e svogliatezza assomiglia a quello studente fancazzista che copia qualcosa a caso dal vicino e vive di rendita sulle interrogazioni fatte nel passato.
E con questo atteggiamento ti ci puoi anche relazionare. Puoi conviverci senza troppi patemi d’animo. Perché, pur avvicinandosi pericolosamente allo sputtanamento di un’eredità artistica di ottimo livello, creano l’album brutto che senti quando stai facendo altro o quando vuoi sentirti ignorante come una zappa. RTS è il disco che ti ricorda le superiori e la loro fine (più o meno gloriosa), e nessun prodotto che viaggia su quei ricordi può uscirne indenne e immacolato come una vergine. Si porta dentro troppe scorie, troppi ricordi, troppe brutture e un’indefinita sensazione di “mi stai sul cazzo, ma non mi ricordo perché“.
Lo ascolto di frequente, e spesso è anche sul mio lettore ipod (probabilmente sono l’ultimo dei Mohicani ad usarlo ancora), mi prende anche bene, ma lo senti che è il saluto triste della band. Il “ci eravamo tanto amati” e poi suona, sconsolata, la sigla di chiusura dei Looney Tunes.
That’s All, Folks!
[Zeus]

Inaspettato sul finire del 2019, Black Label Society – Nuns and Roaches

Per tutti i fan del barbuto chitarrista del New Jersey, nel 2019 è uscito un dischello chiamato Nun and Roaches. L’occasione era il Record Store Day e visto che non si butta via niente di quanto prodotto nel passato, la BLS butta fuori 6 pezzi registrati nel 1999 (di cui due versioni alternative di Black Pearl Peddlers of Death presenti su Sonic Brew). 
The Killing Cross e Peace & Sympathy sono l’anello di congiunzione fra i Pride and Glory e la Black Label Society. Nella seconda, quando parte l’elettrica il suono è un fuzz così lercio da farti credere che si son fottute le casse del buon Zakk. Non proprio una sensazione piacevolissima. 
Twisted White Christmas sono unicamente dei momenti di svago di Zakk, ma mentre la prima è un buono strumentale con groove, la seconda è solo una minchiata. 
Le riproposizioni rimaneggiate di Black Pearl Peddlers of Death beneficiano del trattamento Book of Shadows, con la prima che si scrolla di dosso la mezza noia che aveva su LP originale. 
Nun and Roaches è solo per completisti sfegatati, per gli altri c’è decisamente di meglio.
[Zeus]

Ancora gli HIM di Razorblade Romance… ma questa volta è Lenny a dare la sua versione dei fatti.

Quando ero al secondo anno di università, minchia son già passati vent’anni, una sera mi ritrovai in un noto bacaro di Venezia con un gruppetto di finlandesi in vacanza. Visto che la birra ha il potere di unire le persone, non fu difficile attaccare discorso. Questi ragazzi mi dissero quanto gli piacesse la città, mi raccontarono dove erano stati e cosa avevano visto. Dopodiché si passò ad argomenti molto più elevati come, ad esempio, se fosse meglio ubriacarsi un po’ alla volta bevendo della birra fresca o in un botto ammazzandosi di superalcolici. Ovviamente ognuno aveva la sua opinione in merito, alcuni propendevano anche per entrambi, senza preoccuparsi delle distinzioni. 

Essendo io un metallaro sfegatato non persi l’occasione di tirare fuori l’argomento “musica” davanti a dei finlandesi. Dopo aver professato il mio amore spropositato per i Sentenced, band che rimpiango ogni giorno della mia vita, snocciolai nomi uno dietro l’altro per far capire quanto il metal finnico fosse popolare da noi. 

Quindi si parlò di Amorphis, Nightwish, Children Of Bodom, Stratovarius, Apocalyptica, la lista potete immaginarla, fino a quando qualcuno di loro disse “HIM!”. “Chi???” dissi io. “HIM!”. “Lui chi?”. “No, HIM, H – I – M”. “Ah, HIM! Sì certo, HIM!” risposi da paraculo, chiedendomi nel frattempo chi cazzo fosse/fossero. Presi mentalmente nota del nome per cercare di scoprire qualcosa. Al tempo non esistevano smartphone e anche in casa erano in pochi ad avere internet, quindi aspettai che si presentasse l’occasione.

Fu proprio con l’uscita di Razorblade Romance, recensito su una rivista un paio di settimane dopo, che entrai per la prima volta in contatto con gli HIM e, a partire dalla copertina, dissi subito “No, grazie”. Modo molto immaturo di prendere una decisione, lo ammetto, ma ero ancora giovane e avevo pochi soldi da spendere in CD. Nei vent’anni successivi comunque non mi capitò mai di ascoltare questo gruppo, nemmeno con gli altri album. Quindi è in occasione di questo anniversario che per la prima volta mi sono preso l’impegno.

Devo ammettere che la proposta musicale non incontra proprio i miei gusti, troppo soft, troppo “easy”, ma mi trovo comunque ad apprezzare le doti vocali di Ville Valo. Mi piace il suo tono profondo anche se in alcuni brani insiste un po’ troppo sugli acuti, che immagino facciano sospirare tanto le ragazzine. Le melodie sono molto orecchiabili e nemmeno troppo scontate, questo è un bene, un punto a favore. L’uso dell’effettistica l’ho trovato abbastanza inutile e non posso certo lodare gli assoli di chitarra. 

Non li ho ascoltati per tutto questo tempo e non ne ho sentito la mancanza, ma probabilmente li avrei apprezzati come sottofondo nei locali, negli eventi o durante i viaggi al posto di tanta altra roba inutile. A piccole dosi ovviamente, almeno per quanto riguarda questo album, perché nella sua interezza mi ha annoiato un po’. Nel complesso l’ascolto rimane comunque piacevole, anche rilassante e se questa è/era la musica easy listening che passava per le radio finlandesi, fortunati loro, perché è molto meglio di più o meno qualsiasi cosa ci viene propinata in Italia.

[Lenny Verga]

Chimaira – This Present Darkness (2000)

Di recente girava sui vari social un video dove un enorme tizio dalle guance rosse e pacioccose disintegrava con uno schiaffone le cellule cerebrali di un altro tizio tutto tatuaggi e piercing, in una sorta di campionato o competizione di sganassoni. In un altro video lo stesso tizio demoliva sempre a schiaffoni dei cocomeri, perché se sai fare bene qualcosa devi assolutamente farti riprendere e caricare i video su YouTube. 

L’EP d’esordio dei Chimaira può avere, per l’ascoltatore ignaro, lo stesso effetto di quelle sberle da campionato mondiale, già a partire dalla prima traccia, la title track. Devo ammettere di non aver mai seguito questa band e la sto riscoprendo proprio nell’occasione del ventennale del suo esordio. La cosa sorprendente è che l’incazzatura che emerge da ogni nota di questo lavoro è notevole anche dopo tutti questi anni. 

La band statunitense propone un mix azzeccato tra death metal e metalcore, genere che già pochi anni dopo, causa inflazione di band fotocopia prive di idee, fantasia e personalità, farà cadere i maroni un po’ a tutti al solo sentirlo nominare. Ma qui siamo agli esordi della New Wave, della rinascita della scena metal USA,  quindi ci sono ancora l’inventiva, le idee e, soprattutto, le mazzate. 

Limitarsi comunque a termini quali death e core non rende giustizia alle tracce presenti su This Present Darkness. La band include nel proprio sound tanto groove (i riff di chitarra, per quanto non troppo vari, sono sempre azzeccati e spezza collo), alcune similitudini con la scena nu (certe parti tra il recitato e la cantilena portano alla mente reminiscenze di Korn e Slipknot), rumorismi ed effetti che mi hanno ricordato i Fear Factory, inaspettate aperture melodiche (ascoltate Empty o Gag e sorprendetevi), dimostrando una capacità compositiva ed una personalità di tutto rispetto.

Mi dispiace essermi perso questo EP ai tempi della sua uscita, ma purtroppo è impossibile riuscire a stare al passo con tutto e lo era ancora di più vent’anni fa, quando internet era molto lontano dall’essere ciò che è adesso, nel bene e nel male.

La rabbia, la furia che l’allora giovane band, ormai non più in attività, voleva sfogare attraverso la propria musica bastona forte ancora oggi. Se non avete mai ascoltato questo album, potrebbe essere l’occasione giusta.

[Lenny Verga]

La standardizzazione della depressione. Sentenced – Crimson (2000)

Pensateci bene, questo disco compie vent’anni di vita. Se all’epoca eravate abbastanza grandi da ascoltarvelo in diretta, adesso probabilmente siete con famiglia o avete i cazzi&mazzi del lavoro e della vita adulta. Non dico che siete al livello di “braccia dietro la schiena e via ai cantieri”, ma sicuramente non siete il pubblico che ascolta Billie Eilish. Almeno lo spero. 
Nel 2000 anche i Sentenced diventano “grandi” e lasciano da parte un po’ della grinta vera, quella che aveva fatto di Frozen quel gran cazzo di disco che era e si auto-addomesticano. Quindi ecco che Crimson diventa un qualcosa di meno irruento, spostando la bilancia musicale verso il rock più che sul metal, pur mantenendo tematiche che viaggiano lungo lo spettro della depressione-malinconia-problematiche esistenziali. Quello che non hanno perso, ovviamente, è il gusto per la melodia, per quegli hook che ti si inchiodano nel cervello al primo ascolto e per una generale capacità di strutturare una canzone per raggiungere immediatamente l’ascoltatore. 
Se vogliamo, con Crimson questa tendenza è addirittura accentuata e fa sì che qualche canzone di troppo si perda nella consolidata formula-Sentenced. 
Il che non è male, in generale, ma per un gruppo come quello finnico ci si aspetta sempre un po’ di più del “normale”.
Sentito vent’anni dopo, questo disco soffre la concorrenza di dischi più drammatici (quelli precedenti) e quelli più calibrati sotto l’aspetto strettamente melodico-catchy (The Cold White Light). Non bastano poche canzoni realmente ben fatte (una No More Beating as One, Broken, il crescendo di Dead Moon Rising o With Bitterness and Joy) a farti ricordare meglio questo disco, perché il resto la butta tutta su un “rock quasi da radio” se non fosse per il tono generale delle canzoni. 
Questo è quello che mi resta di Crimson dopo vent’anni: un gruppo con tantissimo potenziale che, arrivato al 2000, si trova fra le mani una creatura incredibile ma che non riesce a governare bene. Ormai il passo verso una maggiore commercializzazione è stato fatto e tornare indietro non ha senso, ma su tutto mancano ottime idee o la brillantezza di tagliare la canzone quando le idee scarseggiano, così da condensare quelle poche buone e non diluirle in troppi minuti o nel manierismo. 
Per il prossimo disco, dovremmo/dovrete aspettare ancora due anni e visto che sarà il colpo di coda, l’attimo di vitalità della band, direi che nel frattempo potete recuperare i dischi dei Sentenced e godervi questa botta di malinconia autunnale mentre fuori tira una brezza fredda. 
[Zeus]

BS Bone – Inside Insanity (Demo) (2019)

Il cibo è sempre un ottimo mezzo per fare dei paragoni. Esistono cibi che ci piacciono molto ma che mai ci verrebbe in mente di unire nello stesso piatto… finché non capita di ritrovarti in una pizzeria in Slovenia con un amico inglese. E già qui si rizzano i peli sulle braccia. Mettiamo pure che il ristorante in questione sia in grado di sfornare una pizza dignitosa, in fin dei conti il confine con il suolo italico non è molto lontano. Ma ecco che ci pensa l’amico inglese, ordinando una pizza con le acciughe (piatto che adoro), con aggiunta di… kebab. Non che il kebab non mi piaccia, anzi è una di quelle ciccionerie che non mi faccio mai mancare, soprattutto in giro per i festival. 

Quando il piatto arriva al tavolo, con tanto di salsa bianca allo yogurt abbondantemente versata sulla carne di agnello speziata, l’amico inglese insiste per farmela assaggiare, perché per lui è “a very special one”. Ovviamente mi faccio convincere, perché un pizzico di curiosità legata all’educazione di non voler declinare l’offerta sono insieme una brutta bestia. Immaginatevi il risultato. Non discuto che c’è a chi possa piacere, ma a me non tanto.

Ed arriviamo così al disco in questione. Questo “Inside Insanity” dei BS Bone è un piatto di buon stoner mischiato però con un cantato che sembra uscire da un disco di thrash americano anni ’80 ed una punta dell’Axl Rose di “Appetite for Destruction”. Ingredienti che presi per se sono ottimi, ma che mischiati insieme, almeno alle mie orecchie, stridono un po’.

Da una band stoner mi aspetto un cantante più caldo e profondo perché deve contribuire a creare il mood polveroso che questa musica dovrebbe evocare. Prendiamo il primo pezzo, “I Don’t Give a Fuck”: parte con un bel riff tipicamente stoner e prosegue musicalmente su questa scia, ma la voce sembra voler chiamare un tupa tupa a sostenerla, cose che non succede perché il pezzo non lo richiede. Lo stesso effetto si ha con la successiva “99 Lions in a Cage”, brano più lento e melodico, dal retrogusto desertico. 

Il discorso cambia con la terza traccia, “Dysfunctional Souls”, canzone che guarda molto di più all’hard rock e all’heavy metal come punti di riferimento e che, proprio per questo, funziona perfettamente, infatti mi sono divertito molto ad ascoltarla. Un bel pezzo! Per la conclusiva “Rant”, vale il discorso fatto per le prime due song.

Più in generale, posso dire che i pezzi sono ben suonati (ho apprezzato molto gli stacchi strumentali) e la produzione è ottimale per un demo. Mi rendo conto che il confine tra giudizio obiettivo e gusto personale, in questo caso, è molto sottile ma la mia opinione è che ci sia bisogno di aggiustare un po’ il tiro.
[Lenny Verga]

Dalla terra dove tutto è più velenoso di qualsiasi cosa arrivano i Deströyer 666. Phoenix Rising (2000)

Qualche tempo fa stavo parlando con il temibile duo Skan – Bruno (Slowtorch) a proposito degli Urn. Notando un certo disappunto da parte del buon Bruno a proposito della qualità dei finnici, mi son reinventato difensore “pro bono” dei gruppi che non devono offrire nient’altro che svago e che servono come il pane durante un viaggio in auto / grigliata con amici. I finnici, con l’ultimo Iron Will of Power, parere supportato anche da Skan, incarnavano questi aspetti.
Ma, del disco degli Urn, parlerò in appropriata sede.
Quello che è il collegamento logico, come fare scarpetta col pane quando ti trovi ancora qualche litro di sugo sul fondo del piatto, è la comunanza di intenzione fra gli Urn e i Deströyer 666. Ovviamente ci sono delle differenze, ma il concetto di base degli australiani è proprio quello di fornire un disco tutto “pacca” e divertimento. Perché Phoenix Rising ha il quoziente intellettivo della Pupa nel mefitico programma La Pupa e il Secchione. Gli australiani non vogliono raffinatezze, non vogliono strizzare l’occhio ai metallari con il risvoltino o quelli che hanno in camera il santino di Jordan Rudess o dei Porcupine Tree. I Deströyer 666 sono delle zappe, ma che nel 2000 se ne escono fuori con un disco che è quasi perfetto.
C’è tutto quello che vorreste sentire in un LP metal: ci sono tutti gli approcci del metal (death, black, thrash…), ci sono le chitarre cattive e sporche e c’è K.K. che canta con i denti stretti. Però ci sono anche le melodie subdole, quelle che non apprezzi subito, ma che poi ti rimangono in mente; ci sono gli hook di chitarra e così anche i chorus che canticchi mentre sei in auto o sul cesso.
I Deströyer 666 con questo LP del 2000 catturano l’essenza del black – thrash (se vogliamo generalizzare con l’etichetta) e riescono alla perfezione dove band come i Goatwhore arrivano fino al 70% del lavoro prima di perdere la motivazione e sfanculare il disco. Dovessi trovare una band “giovane” che può ambire a far massacri come gli australiani, mi sentirei di menzionare i Ravencult, thrash-black di matrice greca ma lontani anni luce dalle melodie mediterranee dei Rotting Christ.
Per me, dischi come questo o il già recensito Wildfire sono fondamentali e il meridiano zero di quello che era il metal prima di sputtanarsi facendo pompini alle case discografiche (per quanto i Deströyer 666 pubblichino sotto Season of Mist). Phoenix Rising è il disco da grigliata e birra, dove non ti preoccupi se c’è il vegano o quello che ha paura dello sporco, perché il vegano incomincia a mangiare capretto e il perfezionista si rotola nel fango e poi mette il cazzo nel purè. Il tutto mentre pezzi come Rise of The Predator, Phoenix Rising, la splendida Lone Wolf Winter o anche i chorus e i tempi più lenti di The Eternal Glory of War continuano ad essere la colonna sonora perfetta per lo sfacelo emotivo e funzionale della congrega di amici che grigliano il maiale e maledicono Dio.
Io pretendo che vi ascoltiate questo Phoenix Rising, perché tanto sapete già che la vita è fatta così: Nasci – Soffri – Soffri – Soffri – Soffri – Soffri – Muori; quindi perché perdere altro tempo ad ascoltare musica di merda o lamentarvi dalla peggiore sbornia dell’anno?
Buttate su i Deströyer 666 e fate un favore a voi e all’ambiente, almeno Greta Thunberg vi ringrazierà prima di venire sterminati da tonnellate di rifiuti tossici e nubi radioattive.
[Zeus]

Puntuali come le tasse e la morte. KORN – Issues (1999)

Non si può certo dire che i Korn siano una band di cialtroni seriali. In cinque anni fanno uscire 4 dischi e spostano le coordinate del proprio sound dal nu metal a qualcosa di più simile al concetto musicale di “forma canzone”. Quindi non li si può accusare di essere testardi e immobili su posizioni ormai defunte. In questo temibile 1999, anno difficile per tutti, i Korn si scrollano dalle spalle la prevedibilità del successore di Follow The Leader e abbracciano un momento di maturità. Il che, ed è tutto dire se ve lo riporto io, porta anche alla creazione di un disco come Issues
Pur essendomi indigesto come tutti i prodotti della ditta Davis&Co, Issues ha il pregio di non essere solo una fucilata nei coglioni. 
Con Falling Away From Me hanno fatto il botto in un momento in cui internet, e il downloading selvaggio, erano ancora una cosa da Far West. Trovatemi quante persone erano al corrente di Aimster, Gnutella, Limewire e poi, ovviamente, Napster. E non sto parlando del Napster pulitino post-causa con i Metallica, ma quello da cardiopalma degli esordi. Erano i tempi in cui se volevi sfogare la tua voglia compulsiva di musica, dovevi andartela a comprare piuttosto che scaricartela. 
Quindi riuscire a fare il botto fornendo un brano in mp3, mettendolo in condivisione gratuita, era cosa grossa. I Korn avevano fiutato l’aria e sapevano dove il mercato stava andando a parare. 
Se riascoltate oggi un mp3 originale datato 1999, il file ti da la stessa sensazione di ascoltare un disco raw trve norwegian black metal registrato nel cesso di fronte. Qualità merda, tanto che le cassette usurate e sul punto di suicidarsi hanno un suono più limpido e dignitoso. 
Buttare in pasto ai leoni un brano gratis, cosa che adesso gli artisti si mangerebbero le palle piuttosto di farlo, era una mossa d’orgoglio e quasi di potenza. Jonathan Davis e compagnia erano convinti che Issues fosse un gran disco, talmente sicuri che non hanno avuto il minimo dubbio nel buttarlo in rete (almeno per il singolo sopra citato). Non gli si può certo dare torto, visto che nel 1999 i Korn smettono di essere noiosi come una trasmissione di RadioMaria e fanno canzoni che hanno un senso compiuto. 
L’esperienza di Follow the Leader è servita per limare via tutto il nulla che li contornava. Issues è più semplice e diretto, in altri termini è convincente. Ha ancora il groove esagerato, perché questo non glielo togli neanche con i Navy Seals, ma aumentano la capacità di essere digeribili grazie anche ad una migliore performance vocale. A quanto sembra, invecchiare fa bene. 
Issues non finirà mai nella mia compilation di musica preferita e probabilmente non lo riascolterò più, ma ritornare su questo LP e scoprirlo meno osceno di quello che ricordavo (pur tenendosi molti difetti classici dei KORN) mi fa un certo effetto. 
O il disco era effettivamente buono e io avevo dei pregiudizi, o l’età mi sta ammorbidendo e incomincio a vedere dei lati positivi su tutto, complice la memoria sbiadita. 
A voi l’ardua sentenza… ma potrebbe essere rincoglionimento. 
[Zeus]