Madri, crauti e fuochi d’artificio. Rammstein – Mutter (2001)

Per fare una grande pareten, ci vuole un grande pennellen!” se conoscete tutti i riferimenti in questa citazione significa che non siete proprio dei giovanotti. E se aggiungiamo il fatto che Mutter dei Rammstein compie vent’anni proprio in questi giorni, quanto vecchi vi sentite?
Ricordo il periodo in cui sentii per la prima volta Du Hast, il mega singolo del precedente Sehnsucht, che mi fece scoprire la band tedesca anche se per un paio d’anni ancora la mia conoscenza in merito si limitò a questa sola canzone.
Fu proprio con l’uscita di Mutter che mi decisi a comprare entrambi gli album qui citati e mi ricordo anche dove: in un negozio ben fornito in quel di Firenze che immagino ormai non esiterà nemmeno più.
Che vi piacciano o meno i Rammstein, dopo tutto questo tempo Mutter rimane ancora un album che contiene sei singoli a livello mondiale su undici canzoni, pezzi che ancora oggi si sentono in giro e che la gente ascolta, il che non è poco per una band che canta in tedesco, e che altro possiamo dire? Canzoni semplici, dirette, orecchiabili, che entrano subito in testa e non ne escono più, con un tiro pazzesco ed una botta degna di un treno merci che ti colpisce in pieno. 
Non sono metal? Frega un cazzo, per me sono sinonimo di divertimento e grande spettacolo. Peccato che nessuno si ricordi gli altri cinque pezzi, almeno Spieluhr meriterebbe la stessa considerazione delle prime sei tracce e trovo che la conclusiva Nebel abbia una carica emozionale non indifferente. 
Mutter supera questa prova del tempo e non credo avrà difficoltà a superare le prossime.
[Lenny Verga]


Scopro ora che Mutter dei Rammstein compie vent’anni. Questo disco è talmente radicato nel mio immaginario che, volente o nolente, è diventato una sorta di normalità conclamata. Eliminare Mutter dall’equazione della discografia dei teteski è tanto grave, quanto stupido, visto che è qua dentro che troveranno la culla molte delle idee che poi verranno sviluppate nel successivo ventennio di musica. Il tanz-metal è ancora presente, ma non è più così invadente come in Herzeleid o in Sehnsucht (di cui ne replica l’andamento del brano più semplice del lotto: Ich Will; canzone che non è altro che la risposta moderna a Du Hast), poggiando sempre di più la sua ispirazione sulla marzialità e su melodie sopraffine, tanto che ti domandi spesso e volentieri come sia possibile che una lingua ostica e spigolosa come il tedesco sia capace di concedersi ritornelli così catchy e ricordabili in mezzo minuto.
Mutter è un unicum nella discografia dei tedeschi, momento di summa perfetta di tutte le componenti del loro sound sia la parte più prettamente metallica, quella industrial e infine tutto l’aspetto grottesco che contraddistingue la parte lirica dei brani di Lindemann. Ecco perché non riesco a eliminarlo dalla mia mente, perché tutto si poggia su un equilibrio difficile da replicare e, infatti, i Rammstein non ci riusciranno più a farlo, incominciando una discesa d’ispirazione già a partire da un disco (molto) buono come Reise, Reise.
Epocale non c’è che dire, anche se il termine è decisamente forte per un disco che non è, che ne so, Master of Puppets o Black Sabbath, ma Mutter è stato capace di proiettare i Rammstein nelle vette dei festival europei e oltre. Quante band riescono, ancora oggi, ad attirare un pubblico così trasversale come questo sestetto teutonico? Quanti potrebbero riempire platee enormi e stadi senza difficoltà, fornendo al contempo musica ben prodotta e uno show spettacolare? Mi vengono in mente, ad oggi, solo i Maiden con le produzioni ipertrofiche e lo Spitfire che sorvola il pubblico, ma stiamo pur sempre parlando di una band che rimane di genere e non verrà ascoltata da chi, il metal, non lo mastica.
Ai concerti dei Rammstein ho sempre visto uno spaccato sociale variegato, tanto da ricomprendere il metallaro e colui che va in discoteca e, dei Rammstein, conosce solo i remix perché frequentava le discoteche metal/EBM per rimorchiare la tizia gotica (o, per una questione di pari opportunità, anche il contrario).
Ecco perché vedi la gente cadere come birilli quando partono i fuochi d’artificio o le fiammate improvvise, perché i concerti dei Rammstein sono una prova di resistenza al caldo e alla mancanza d’aria. Sfinenti, tanto che mi ricordo il live a Castelfranco, dove la gente diventava scappava da sotto il palco visto che c’era un sole da 40 gradi, le fiammate improvvise di Lindemann, un’aria talmente umida che potevi tranquillamente sorseggiarla e il pubblico, in generale, era indiavolato nel ballare e saltare. Le condizioni erano talmente proibitive che anche Till ha dovuto arrendersi all’evidenza ed evitare qualsiasi bis, visto che di aria non ne aveva neanche lui ed era alla canna del gas con la voce.
Però le canzoni che aspettavi erano queste di Mutter, sedimentate nel cuore e nella mente della gente da anni ed anni di ascolti: partendo da Mein Herz Brennt a Sonne fino ad arrivare a Feuer Frei!.
A vent’anni di distanza, Mutter non è invecchiato un secondo ed è così perché, già allora, era un disco che sapeva essere perfetto per il 2001 con quel suo mix di industrial, metal e componente danzereccia, e al di sopra del periodo storico d’uscita. Mutter nella discografia dei Rammstein è il disco senza tempo e senza età.
In altre parole, era e resterà un classico.
[Zeus]

W.A.S.P. – Unholy Terror (2001)

Ho sempre avuto un debole per gli W.A.S.P. e Blackie Lawless, al di là dell’immagine provocatoria degli inizi. A ben guardare la loro discografia, quasi tutto ciò che hanno pubblicato negli anni ’80 e ’90 può rientrare nella categoria dei classici e non a torto. Dismessa in parte l’immagine selvaggia, Mr. Lawless dimostrò un grande talento sia compositivo che esecutivo come chitarrista e cantante e quindi di non essere solo il fenomeno del momento.
Il prossimo anno la band festeggerà i quarant’anni di carriera, che non sono certo pochi, e il qui presente Unholy Terror ne segna più o meno l’inizio della seconda metà, essendo la prima pubblicazione del nuovo millennio, segnato da lunghe pause discografiche ed un’ispirazione altalenante rispetto al passato.
Quello che rimane di Unholy Terror dopo vent’anni, anche se non figurerà mai tra i classici della band, è un album estremamente coinvolgente, con ottimi pezzi ed alcune tracce killer come l’opener Let it Roar, Loco-Motive Man, Raven Heart e Charisma, con quest’ultima che ci riporta ai fasti di The Crimson Idol.
Un album che sono contento di aver riascoltato dopo tanto tempo e che meriterebbe più considerazione all’interno della discografica degli W.A.S.P..
[Lenny Verga]

Todd La Torre – Rejoice in the Suffering (2021)

Spesso si affrontano discussioni sul ricambio generazionale del metal e si insiste sul fatto che non ci siano più i frontman di una volta. Ecco, non è vero. E’ però vero che non si dà la possibilità ai giovani di fare la loro strada e di dargli la possibilità di crescere. Questo discorso vale anche per il qui presente Todd La Torre probabilmente, perché a mio avviso fino ad ora non gli sono stati riconosciuti i giusti meriti, e lo si vede spesso solo come il rimpiazzo dell’ormai sessantenne Geoff Tate.
La Torre, singer già alla corte dei veterani  Queensrÿche, ora si accinge ad iniziare una sua carriera solista e ci regala questo Rejoice in the Suffering, dove questo musicista canta e suona anche la batteria, ed è poi coadiuvato da Craig Blackwell (Chitarra, Basso Tastiera). In più abbiamo due ospiti sull’album, ovvero Jordan Ziff (Assolo su traccia 6) e Al Nunn (Tastiera su traccia 13).
Cosa dobbiamo quindi aspettarci da questo album? Tanta buona musica è la risposta, e soprattutto una bella dose di metal robusto e una produzione al passo coi tempi. Non so se l’inizio di questa carriera solista sia una valvola di sfogo del buon Todd, oppure il tutto sia nato perché le idee di questo artista non hanno trovato spazio nei  Queensrÿche, ma quello che conta alla fine è la musica, e in questo caso la qualità non manca di certo. Probabilmente il metal proposto in questo album è più di stampo europeo, piuttosto che americano, e mi vengono in mente spesso i Primal Fear, ascoltando questo album. Ma tutto sommato ci sono altre influenze, come ad esempio il thrash metal americano e l’influsso dei Judas Priest di Painkiller. Ne deriva da tutto questo un album roccioso nei suoi riff di chitarra quadrati e affilati, e con una sezione ritmica davvero potente. Per quanto riguarda il modo di cantare di Todd, molti già lo conosceranno per le sue qualità espresse nella sua band madre, e in questo disco non si smentisce ed amplia ancora un pochino il raggio di azione, dimostrandosi un singer di razza, disinvolto in tantissime tonalità, da quelle più alte a quelle più basse fino ad arrivare a quelle più melodiche o aggressive. I brani, infine, sono quasi tutti meritevoli e ben assemblati, e mettono in mostra buone doti sia tecniche che compositive e con diverse melodie vocali vincenti. Un album di esordio che non è magari un capolavoro, ma che non mancherà di conquistare il cuore dei defenders più coriacei. Ed è anche una occasione per smetterla di dire che non ci sono più cantanti o dischi metal validi in circolazione…Questo album smentisce questa tesi e ci mette un po’ di curiosità su un ipotetico secondo capitolo di questo artista.
[American Beauty]

Milestones. Queen – Greatest Hits II (1991)

Se non hai fratelli maggiori che ti passano la loro musica o un contesto familiare dove la musica è all’ordine del giorno, dove puoi assimilare e formare il tuo gusto musicale? Dove cerchi le basi di quello che poi andrai ad ascoltare e che, se tutto va bene, sarà la colonna sonora della tua vita? Io non ho fratelli e a casa mia la musica era prevalentemente quella che passava la radio. Non per una scelta cosciente, ma perché lavorando tutto il giorno e rientrando a casa stanchi morti, l’ultima cosa che i miei avevano voglia di scegliere era la musica, quindi meglio la radio e le grandi hit degli anni ’80. Ma i miei avevano i loro gusti musicali, cosa che avrei scoperto solo più tardi – e che mi avrebbe fatto risparmiare un po’ di anni di imbarazzanti ascolti radiofonici. 
In quel tripudio di nulla anni ’80, di batterie elettroniche, tastiere a tracolla e di lustrini e circo ci sguazzavo come il maiale nel fango. E poi, perché avrei dovuto credere che ci fosse “altro”? In fin dei conti non avevo neanche toccato i primi 10 anni di vita, quindi il gusto musicale era quello che era e non posso certo dire che, ancora in fasce, fossi destinato ad essere rocker o metallaro. Tutt’altro. A vederla adesso, con 30 anni in più sulle spalle, la possibilità di diventare un truzzo o un classico ascoltatore della radio era plausibile come quella di scegliere la via del rock. Come lo chiamano, sliding doors, corretto? 
E poi negli anni ’80, qualche cosa interessante la passava la radio, diciamocelo. Erano gli anni in cui Michael Jackson spopolava e mi ricordo che avevo anche la cassettina con Bad. Dite quello che volete, ma se parliamo di qualità nel pop, ci passa un Donau fra Mr. Jackson e la pura merda che si sente in radio in questi anni. 
Ma anche qua, il rischio di diventare un poppettaro era dietro l’angolo. Ma non lo sono diventato, e il motivo sta nell’influenza musicale datami da un vicino di casa. Visto che abitava un piano (forse due, non mi ricordo benissimo) sotto di noi e passavo ore a casa sua, era inevitabile che prima o poi qualcosa del suo background musicale finisse per influenzarmi. Non poteva accadere diversamente. Fu in quegli anni che ho sentito per la prima volta due band: i Dire Straits (di cui ho già parlato e che diventeranno la colonna sonora di tre quarti dei viaggi in macchina con i miei) e i Queen
E questi ultimi hanno avuto un’influenza fortissima nella mia scelta musicale, anche se poi non li avrei mai più ascoltati così tanto come feci da bambino.
All’epoca avevo due dischi dei Queen tra cui districarmi: Innuendo e Greatest Hits II. L’importanza del primo è indubbia, mentre il secondo, comprensivo di ogni hit pensabile fino al 1991, mi ha aiutato a scegliere la mia via musicale. In Greatest Hits II c’era una canzone che, ogni volta, mi scatenava dentro la voglia di saltare, di spaccare qualcosa e di urlare: in altri termini, mi faceva salire la scimmia sulla schiena di far casino. Cosa che mi è rimasta ancora oggi quando ascolto musica, se non mi prende in mezzo al petto, non avrà un grande futuro nei miei ascolti.
Quella canzone era I Want It All. Il riff iniziale (anche se manco per il cazzo sapevo cosa fosse un riff) e l’attacco di batteria e i soli di Brian May erano la mia personale definizione di rock; e io volevo quella musica. Da quel momento in avanti, il pop diventò decisamente troppo leggero. La radio non aveva il sentimento giusto e non mi metteva in pace con il mondo, mi lasciava inquieto, e questo era già indicativo di molte cose visto che avevo compiuto da uno sputo 10 anni all’epoca dell’uscita di Greatest Hit II. Nella musica ho sempre cercato “qualcosa”, spesso la pesantezza, l’estremo o qualsiasi cosa si adattasse alla mia idea di come dovesse suonare un brano. E I Want It All ha acceso la miccia che poi porterà ad altre scoperte. Ironia della sorte, se adesso ascolto black metal, lo devo molto anche a quella canzone di Brian May e a Greatest Hits II
Come dicevo, sliding doors.
[Zeus]

Rage – Welcome to the Other Side (2001)

Nel 2001 Peavy Wagner aveva una band nuova di zecca. Come un ragazzino che vuole mettere in mostra la nuovo moto con i suoi amici, parte in quarta ma poi si accorge di non avere ancora sotto totale controllo il mezzo. Nella lineup completamente rivoluzionata arrivarono Mike Terrana alla batteria e Viktor Smolski alla chitarra, il che diede vita ad un power trio tra i migliori mai visti, in sede live poi erano spettacolari. 
Ma veniamo all’album. Riascoltato oggi ci si rende conto che all’epoca i Rage hanno voluto un po’ strafare, buttando dentro ai pezzi praticamente di tutto e di più per fare sfoggio della nuova formazione. Le canzoni suonano benissimo, ma nel complesso l’album è eccessivamente carico di ogni elemento immaginabile. Diciassette brani pieni di evoluzioni chitarristiche e pianistiche di Smolski (sì, suona anche il piano) che io apprezzo tantissimo, ma ogni tanto un freno sarebbe stato necessario. Terrana poi esegue praticamente ogni passaggio possibile. 
I brani memorabili non mancano, ma oggi vedo Welcome to the Other Side come una valvola di sfogo e un nuovo punto di partenza da cui la band, negli anni successivi, creerà alcuni dei migliori lavori della propria carriera.
[Lenny Verga]

Quarant’anni e non sentirli. Black Sabbath – Mob Rules (1981)

A volte mi chiedo se non soffro di una particolarissima versione di masochismo. Ho una montagna di dischi usciti nel 2001 e anche nel 1991 (se ho voglia di ripescare dei trentenni vivaci), perché allora mi metto a pescare senza ritegno nel 1981? Perché nel 2021 di anni ne metto 40 sul groppone e mi sembra una bella idea riscoprire una serie di dischi che son usciti nella mia annata. 
E visto che questa riscoperta non mi costringe a seguire la data d’uscita, come provo a fare con le uscite dei vent’anni, allora parto con Mob Rules dei Black Sabbath. Quanto mi piacerebbe parlarne solo ed esclusivamente bene, visto che i Black Sabbath sono una religione che lascia pochissimo spazio ai dubbi della fede. Ci sono delle turbolenze, un po’ come nella forza degli Jedi, ma non c’è mai l’eretico che ti dirà: i Sabbath mi fanno cagare. Anche perché dubito potrebbe considerarsi metallaro. 
Il problema è che Mob Rules contiene una serie di grandissime canzoni prese una ad una, ma è un disco che soffre terribilmente sia il confronto con il fratello Heaven and Hell, sia l’essere confusionario in termini di setlist: fra il quasi country-metal di Country Girl, le bordate sonore di Falling of the Edge of the World, l’heavy rock tipico di Sabbath post-1980 (The Mob Rules, Voodoo), c’è tanta carne sul fuoco, ma non la coerenza che rendeva Heaven and Hell un gioiello metal. Nel 1981 ci sono già alcuni brani più che sufficienti ma non eccelsi e questo è un brutto segnale, soprattutto per uno che ha il riff perfetto sulla punta delle dita. 
Io poi sono un fedelissimo di Bill Ward, fondamentale nel sound primigenio dei Black Sabbath, quindi ho sempre i miei discreti dubbi quando dietro le pelli si siede un’altra persona, anche se è un musicista preparato come Vinny Appice; batterista che potete anche non cagare di striscio, ma nell’economia di questo LP è il musicista giusto al posto giusto. Lo spostamento di coordinate sonore fra Heaven and Hell e Mob Rules necessitava di uno stile leggermente diverso dietro il drum-kit e Appice lo portava con sé.
Quello che nessuno sapeva, ovviamente, è che durante il tour degli Heaven & Hell il buon Appice si sarebbe esibito in uno dei soli di batteria più imbarazzanti a cui ho mai assistito, fortunatamente il concerto della band al Gods of Metal è stato una bomba all’idrogeno e non mi ha rovinato la digestione. 
Mi viene da sorridere a ricordare quando ho messo nel lettore questo disco, è partita Turn Up the Night e mi son sentito strano. Ero così abituato ai Black Sabbath con Ozzy che per un po’ di tempo non sono riuscito ad apprezzare realmente l’epoca con Dio. Poi gli ho dato una chance, una vera possibilità, e anche il triennio con il singer americano mi ha preso benissimo, ma Mob Rules è sempre rimasto leggermente meno intrigante di Heaven and Hell, come se risentisse delle discussioni interne alla band e dell’avvicinarsi del periodo più prospero dei Black Sabbath. 
Non credo di dover fare un track-by-track, inoltrarmi nelle futili polemiche della cover art con la presunta scritta Kill Ozzy e il tempismo del duo Osbourne-Arden con l’uscita di Diary of a Madman, che ovviamente non ha reso più semplice la vita dei Black Sabbath nel 1981. Sono tutte cose impresse nella storia del metal. 
Però, cristo, pur ricalcando uno schema consolidato nel 1980, The Sound of the Southern Cross è ancora oggi un gran cristo di pezzo. 
[Zeus]

Fra alti e bassi, esce il nuovo dei Therion – Leviathan (2021)

Come ho già ribadito in altre occasioni, i Therion sono un’eccezione all’interno dei miei ascolti, di solito molto distanti da ciò che propone l’ensemble svedese. Ma li ho sempre adorati e sempre continuerò a farlo. Purtroppo le release dell’ultimo decennio hanno dimostrato parecchi alti e bassi ed il nuovo Leviathan, mi dispiace dirlo, non fa eccezione. 
ll mastermind Christofer Johnsson ha più volte manifestato la sua volontà di cambiare, di evolvere, di non ripetersi e tutto ciò è ammirevole, e può capitare qualche caduta di stile in trent’anni e passa di carriera. 
Se con Les Fleurs Du Mal avevano deciso per il cantato in francese (una novità) ed un approccio molto (eccessivamente?) easy listening, con il successivo e pretenzioso Beloved Antichrist avevano osato troppo, scontentando un po’ tutti. Insomma sono andati da un eccesso all’altro. 
Nel 2021, con il nuovo Leviathan i Therion fanno un passo indietro e cercano, stilisticamente parlando, di ritornare al periodo che va da Lemuria/Sirius B a Sitra Ahra senza però riuscire qualitativamente nell’intento. Fin dall’opener The Leaf on the Oak of Far ci si accorge che manca qualcosa, l’ispirazione principalmente. Troviamo echi della grandiosità che i Therion sono stati in grado di raggiungere in alcuni frangenti della title track, in Eye of Algol e Nocturnal Light, in quello che secondo me è il miglior pezzo dell’album Psalm of Retribution e nella conclusiva The Courts of Diyu.
Un po’ poco per un album che si lascia anche ascoltare, ma che scorre via innocuo lasciando solo un vago ricordo di sé. Spero che i Therion dal prossimo capitolo discografico riescano ad uscire dalla spirale in cui sembrano essere caduti e darci di nuovo un grande album.
[Lenny Verga]

Il metal è una ricetta antica. Primal Fear – Nuclear Fire (2001)

L’estate scorsa ho imparato a fare i canederli, i knödeln in tedesco. So che non è un’impresa titanica da inserire negli annali storici, però ho imparato a farli bene, con una ricetta tramandata da tre generazioni (non ve la do, non chiedetemela) e ad insegnarmelo sono state persone esperte, quindi il risultato è stato notevole. So che ne esistono diverse versioni, che variano da paese a paese e che ognuno avrà la propria, la vera, l’originale. Ci sono vere e proprie correnti di pensiero a proposito, un po’ come nel metal.
Anche i tedeschi Primal Fear hanno imparato il mestiere dai maestri, ed hanno imparato a farlo bene. La band del singer Ralf Scheepers e del bassista Mat Sinner, oggi due mostri sacri nei rispettivi ruoli, nel 2001 pubblica il terzo canederlo, volevo dire il terzo album, Nuclear Fire che guadagna finalmente l’attenzione globale di quei metal heads votati alla causa del metal più classico. Figli dei Judas Priest, degli Accept, in poche parole dei grandi del metal europeo, affinano la propria ricetta, senza inventare nulla di nuovo, sia chiaro, e vanno alla conquista del mondo, sbarcando per la prima volta anche negli USA.
Nucler Fire è un lavoro energico, veloce, appassionato, realizzato ad arte e che non sa di vecchio nemmeno lontanamente. Se siete appassionati del buon vecchio metallo e della buona cucina casalinga, delle sonorità e dei sapori classici che non tramontano, recuperate questo album. Buon ascolto e buon appetito!
[Lenny Verga]

Lacuna Coil – Unleashed Memories (2001)

Questa è la prima recensione che scrivo per il 2001 e mi fa strano, perché la sto pensando e ragionando mentre il mondo la fuori sta impazzendo e il lockdown, se fatto come dovrebbe, mette a dura prova ogni cosa. Non impossibile, sia chiaro, ma decisamente ci sono difficoltà oggettive nello sviluppo normale della propria vita. 
Nel 2001 i Lacuna Coil incominciano a salire sulla rampa di lancio che li porterà, l’anno successivo, a produrre Comalies e diventare un nome importante nel metal italiano e mondiale. Unleashed Memories è un disco paradossale e interessante, visto che si scosta da quanto proposto su In a Reverie del 1999.
Appoggiandosi ancora a Waldemar per la registrazione, i Lacuna Coil spostano il baricentro della composizione di Unleashed Memories verso territori che si potrebbero quasi definire doom metal melodico, mettendoci pur sempre delle amplissime spruzzate di gothic. Forse è colpa del lockdown, ma certi riff, quella malinconia di fondo che si porta appresso, potrebbe ricordare addirittura certe idee portate avanti da Amorphis e altre band in quegli anni. 
Questo lo dico perché, se vi sentite i riff di chitarra o le ritmiche di molti dei brani contenuti in questo LP, capite perché Unleashed Memories non è il classico prodotto da supermercato del gothic-metal secondo i canoni del nuovo fenomeno delle gothic female-fronted metal.
Sul disco troviamo sì la doppia voce, con Cristina Scabbia a dominare il tutto e Andrea Ferro ad aiutarla con un clean molto Holmes-iano e con una sorta di rauco scream, ma non i Lacuna Coil nel 2001 non si sono trasformati nell’ennesima versione pacchiana del duo Beauty and the Beast, cosa che il debutto in studio avrebbe potuto far presagire per poter sfondare nel mercato mondiale. 
Non mi ricordavo per niente questo disco, perdonatemi, quindi me lo son dovuto risentire per bene. In generale le canzoni si fanno ascoltare, pur non lasciandomi dentro niente in termini emozionali – ma questo lo imputo al fatto che i Lacuna Coil non suonano qualcosa che mi prende – e hanno di certo molti spunti intelligenti e ben suonati. Ad essere critico, Senzafine mi irrita per il cantato in italiano, ma penso dietro questa scelta ci sia una motivazione valida. 
Pur rivalutandone alcune componenti, son pur sempre passati vent’anni dalla sua uscita e quindi un po’ di riflessione ci sta, continuo a non essere né un fan della band né di questo disco e, dopo gli ascolti classici per non scrivere stronzate galattiche, Unleashed Memories tornerà nel sarcofago/spotify da dove l’ho tirato fuori. 
Vent’anni fa i Lacuna Coil si apprestavano a diventare grandi e lo dimostreranno con il successivo disco. Molti metalhead non glielo hanno perdonato, il successo, e questo mi fa ancora ridere adesso, visto che è un comportamento molto italiano. 
Ma la vita è fatta così e visto che sono oltre vent’anni che producono musica, direi che anche Cristina Scabbia & Co. se ne son fatti una ragione. 
Forse non sempre una risata, visti alcuni sfoghi pubblici, ma sicuramente una ragione.
[Zeus]

Un po’ di tutto, ma forse anche troppo: Beyond the Grey – Promo (2020)

“Promo” o “New Promo”, non saprei quale dei due, è il nuovo promo dei Beyond the Gray.
Sì, è una supercazzola. Ciò che ci troviamo per le mani sono due brani che presumibilmente andranno a far parte di un album prossimamente in uscita. La band proviene dagli USA, più precisamente dal Kansas, ed è composta da membri provenienti da varie realtà della scena locale. Nelle intenzioni del five piece c’è la volontà di proporre un sound che prende ispirazione dal rock e dal metal, dagli anni ’70 fino ad oggi. Un po’ di tutto insomma, un po’ troppo, aggiungerei, anche se a parlare deve essere la musica. 
La band è sicuramente formata da musicisti capaci e le due canzoni a disposizione si lasciano ascoltare volentieri, ma attualmente il giudizio è solo nella media. Il materiale è davvero poco e si muove senza infamia e senza lode nei territori di un metal con un certo groove, classico nella composizione, ma senza particolari guizzi.
Il primo brano, Men of War ha un intro marziale che esplode in qualcosa a metà fra Judas Priest e sonorità più americane, con un ritornello melodico e molto orecchiabile/canticchiabile. Il secondo, You’ve Got Another Thing Comin’ è una cover dei Judas Priest, ben eseguita. Un po’ poco per esprimere un parere definitivo, ma facciamo un grosso in bocca al lupo ai Beyond the Gray e gli auguriamo di portare avanti la composizione del loro album in modo da poter avere qualcosa di più da sentire, per poterci fare un’idea più chiara sul loro reale valore.
[Lenny Verga]