Ricordi di un tempo che fu.. Scorpions – Best of Rockers ‘n’ Ballads (1989)

Non ha proprio senso recensire un best of degli Scorpions, credetemi. E il motivo è così lampante da lasciarti senza fiato: è un best of. Punto. E non contiene neanche la canzone per cui, presumibilmente, l’avevo preso: Wind of Change. Perché è così, quando prendi una compilation su cassetta, sulla scia della canzone del momento e non la trovi, probabilmente ti girerà il cazzo dopo pochi ascolti. Così fu, non mi nascondo.
Ma cosa volete dire al me medesimo in pieno sfacelo da elementari/inizio medie? Niente, tranne sei un coglione… ma questo è un commento così generale per l’età adolescente che non mi spingerei a considerarlo un insulto vero e proprio.
Ma poi degli Scorpions mi sono innamorato? No, la realtà è che dopo Wind Of Change (ma anche prima) non li ho più neanche cercati e non ne capisco il motivo, probabilmente non mi hanno mai preso del tutto e ho incominciato a cercare altra musica che poi mi avrebbe portato al sacro metallo (partendo ovviamente dai Black Sabbath). Forse è quello il motivo, il fatto che i teteski non erano nelle mie corde, mentre cercavo qualcosa nella musica. Arrivati troppo presto? Troppo tardi? O solo in un momento in cui i miei gusti da decenne mi spingevano a sentire Queen e Dire Straits con maggiore curiosità.
Dei primi provando del piacere ascoltando I Want It All, ancora oggi una canzone che mi ricorda con affetto i pomeriggi ad aspettare che un amico mi copiasse su cassetta musica “da sentire/scoprire”; della band di Mark Knopfler tutto l’apparato musicale e l’idea, forse malsana, che dentro quella cassettina BASF gialla ci fosse la colonna sonora ideale per la macchina.
Il fatto che poi mi sia spinto a ricredermi e cercare nello stoner o nel southern-rock/metal il genere giusto per accompagnarmi sull’asfalto, direi che è un proseguimento ideale dell’avere “la giusta musica quando si viaggia”.
Gli Scorpions, invece, sono rimasti cementati (anche se è un momento successivo all’acquisto della cassetta, ma chissenefotte della consecutio temporum) ad una gita di classe, in cui mi son ritrovato in uno scomparto del treno con alcuni compagni presi malissimo dalla suddetta Wind of Change. Talmente presi male che l’hanno fischiettata o cantata mille volte, tanto che alla fine mi son preso male anche io.
Dopo l’ennesima volta che la senti cantare o fischietti l’inizio, diventa una droga. Dopo l’ennesima volta che la senti cantare o fischietti l’inizio, incominci ad averne anche le palle piene. E con buona ragione.
Quindi adesso mi approccio a quella canzone con sentimenti contrastanti, non cambio mai canale e mi piace ancora ascoltarmela; ma non riesco a citarla a capocchia in una conversazione. L’agrodolce che ti porti dietro dalle superiori.
Capite che vita difficile, cerchi di farti una cultura musicale e invece finisci per trovarti a questionare sulla tua evoluzione metallica. 
Intanto gli Scorpions rimangono, per me, una band sentita ma comunque mezza sconosciuta. 
Scusa Skan
[Zeus]

L’autorevole opinione di Lenny Verga su S&M

Se vi foste persi la precedente recensione, potete recuperarla cliccando su questo link.

A differenza della maggior parte dei metalheads, a me il connubio tra metallo e orchestra, in alcuni casi, è piaciuto molto e mi ha regalato grandi emozioni. Con questa premessa vent’anni fa mi addentrai in un negozio di dischi e comprai S&M. 
Quanto cazzo spesi male quei soldi? Che non furono nemmeno pochi, accidenti. Mi ricordo anche dove andai a comprarlo: in un negozio a Venezia. A Venezia! Dove tutto costa di più e, ovviamente, anche i CD. Ma io dovevo averlo, perché, siccome mi ero rifiutato di comprare Re-Load, pensai che almeno quello potevo comprarlo.
Ma come reagii al primo ascolto di questo live? Dal momento che mi piace
ascoltare colonne sonore e che ad occuparsi delle composizioni orchestrali c’era Michael Kamen, la curiosità era tanta. Potete immaginare l’esaltazione quando sentii The Ecstasy of Gold di Ennio Morricone usata come intro, da fan sfegatato quale sono dei film di Sergio Leone e Clint Eastwood. La band attacca con uno dei miei pezzi preferiti, The Call of Ktulu, nove minuti di strumentale dove, almeno secondo me, l’orchestra esegue un gran bel lavoro di accompagnamento, intervenendo nei punti giusti, sottolinenando le linee melodiche e senza invadere eccessivamente il brano dove c’è bisogno di tirare e spaccare. Ma la magia finisce qui, dopo due brani. E uno non è nemmeno dei Metallica. Non lo suonano nemmeno. Fanculo.
Perché già con la seconda canzone mi rendo conto che c’è qualcosa che non va. 
Master of Puppets suona confusionaria, l’orchestra e la band sembrano andare ognuna per conto proprio, suonando partiture che paiono non avere niente a che fare l’una con l’altra. Sembra quasi di ascoltare due CD diversi che suonano contemporaneamente. Da qui in poi il live mantiene questa impressione per l’intera durata: venti brani, due ore. Gli interventi dell’orchestra sono eccessivi, spesso poco chiari e riempiono spazi che non avevano bisogno di essere riempiti, tarpano le ali a tutti i pezzi che risultano tronfi e confusi. Ma soprattutto massacrano le palle all’ascoltatore. Immagino l’imbarazzo di chi si è trovato ad assistere dal vivo a tale scempio, ed a proposito di questo, non riesco a capire a chi di preciso fosse rivolto questo “prodotto”. Ai fan dei Metallica in generale? Ai neo fan che hanno iniziato ad ascoltarli da Re-Load in poi? Ai signorotti che non si perdono un concerto della San Francisco Symphony Orchestra?
Perché immagino ci saranno stati anche alcuni di loro a questo avvenimento mondano. Proprio qui ci si scontra con uno dei problemi più grossi: la mancanza di una direzione, di uno scopo ben preciso che non fosse solo quello dell’incasso. 
Mi chiedo se qualcuno degli addetti ai lavori si sia mai fermato ad ascoltare cosa stava uscendo da questo esperimento già in fase di scrittura o durante le prove, o se tutti avranno pensato che i nomi coinvolti erano sufficienti per garantirsi gli incassi, non importa il risultato. Perché i soldi li hanno fatti, l’album entrò anche in Italia nella classifica dei più venduti, se non ricordo male, e mentre la moda dei Metallica imperversava per l’intero globo, noi metalhead ci trovammo con il portafogli alleggerito, una gran sensazione di essere stati presi per il culo e con due sottobicchieri parecchio costosi. Penso di aver ascoltato questo CD solo un paio di volte nei primi giorni dopo l’acquisto e poi mai più, a parte qualche ascolto di The Call of Ktulu che mi piaceva e mi piace ancora oggi in questa veste alternativa,
una piccola eccezione in un mare di schifo.

[Lenny Verga]

AA.VV. – VII – Respect the Steel (2019)

Potrei iniziare questa recensione con una frase come “Quando ero più giovane”…. ma quanto mi fa sentire vecchio! Oppure “Ai mie tempi”… cazzo fra un po’ vado a vedere i cantieri, peccato siano appena le 5 e mezza del mattino e arriverei un po’ in anticipo. Ecco qui qualcosa che a molti farà percepire il tempo che è passato: una compilation di band emergenti. 

Anni a dietro, andando per festival, sia piccoli che grandi, facendo acquisti ai vari stand capitava di ricevere in regalo una compilation, spesso in custodia di cartoncino, che qualche casa realizzava per far conoscere le band emergenti, chi più chi meno, della propria scuderia. A volte erano invece opera di qualche portale o sito internet. Omaggi del genere erano sempre apprezzati, indipendentemente dal contenuto, e li possiedo ancora tutti.

L’oggetto di questa recensione è proprio una compilation, VII – Respect the Steel, settima raccolta, come si evince dal titolo, realizzata dalla Metalmessage per pubblicizzare i gruppi presi sotto la sua ala. Tutto il discorso precedente mi porta a pensare a quanto sia anacronistico oggi un album di questo tipo. Con tutto il rispetto per chi ha realizzato questo prodotto, a cosa serve una compilation oggi che qualsiasi band, anche quelle nate l’altro ieri, ha un sito, una pagina facebook, un profilo su bandcamp e simili, un canale YouTube dove poter ascoltare un loro pezzo, se non addirittura tutti? Sicuramente è un bell’oggetto per qualche collezionista, dato anche l’artwork della copertina molto curato, ma per l’acquirente medio non saprei. Troverei molto interessante questa proposta se l’etichetta regalasse il CD con l’acquisto dei suoi titoli in catalogo, ma sinceramente non so se lo comprerei. Queste sono opinioni personali che nulla hanno a che fare con la qualità del prodotto. 

La raccolta contiene 13 brani di altrettanti gruppi che propongono una certa varietà di generi e questo è già di per se positivo, perché non ci si fossilizza solo su determinate sonorità. Si passa per il power, l’epic, il thrash, il death, il black, insomma ce n’è per tutti i gusti. Non credo valga la pena fare un track by track perché la recensione sarebbe lunghissima, comunque ho trovato del materiale interessante come le tracce degli epic metaller Ash Of Ashes, dei nostrani Hell’s Guardian e Ontborg, dei blackster Wolves Den e Hangatyr.

Altro che invece mi è piaciuto meno, sia per qualità che per idee, come nel caso degli Invictus e degli Aftermath entrambe votate ad un thrash/speed metal (non bastano assoli sparati a mille per tirare fuori una traccia valida); gli epici Misanthropia che azzeccano un bel ritornello in una traccia che per il resto non sembra aver molto chiara la direzione da prendere; gli epic blackster Atrium Noctis, con buone idee ma che potevano essere realizzate meglio.

Il resto l’ho trovato nella media, tracce che non mi hanno particolarmente impressionato ma che non si meritano di certo un giudizio negativo come con i Reverend Hound, i Dawn Ahead, gli Hollowed e i Forge.

In definitiva il piatto della bilancia pende di più dal lato dei giudizi positivi. Rimane comunque il fatto che non è possibile giudicare una band dall’ascolto di un solo brano. Per concludere, nonostante le premesse, non posso che dare onore al merito a chi cerca ancora oggi di divulgare il metal underground in questo modo, con questi mezzi. Bisogna avere coraggio e fiducia nelle proprie band e questo non può che essere un bene.
[Lenny Verga]

Rage – Ghosts (1999)

Ghosts rappresenta la terza collaborazione tra i Rage e la Lingua Mortis Orchestra ed è il secondo capitolo di una trilogia di album scritti appositamente per band ed orchestra. Subito dopo le registrazioni, tre membri del gruppo, i fratelli Efthimiadis (chitarra e batteria) e Sven Fischer (chitarra), abbandoneranno i Rage – rimanendo accreditati ma senza foto all’interno del booklet.
Ed è proprio dalla foto session di Ghosts che si assisterà alla nascita di una formazione incredibile: il power trio formato da Peavy Wagner alla voce a al basso, Viktor Smolski alla chitarra e Mike Terrana alla batteria. Una combinazione perfetta, purtroppo destinata a non durare, capace in sede live di sprigionare una tale potenza da pettinare all’indietro gli spettatori al solo tocco degli strumenti.

In questo album, quindi, non sentiremo le performance dei nuovi arrivati, anche se Smolski ha aggiunto qualche parte di chitarra in post-produzione.

Ma come suona “Ghosts”?
Premetto che il precedente XIII è uno dei miei album preferiti dei Rage: un lavoro perfetto e senza cali qualitativi, diverso dalla classica produzione della band, ma così dannatamente bello da essere uno di quei dischi che si ascoltano per tutta la vita. Le aspettative nei confronti del successore erano, ovviamente, altissime. Sarà all’altezza del suo predecessore? La risposta, almeno per me, è no, ma Ghosts è comunque un buon lavoro.
L’album presenta un concept che unisce i testi in un’unica storia, quella di un uomo morto in circostanze misteriose che, sotto forma di fantasma, ci parla della sua vita e di diversi aspetti dell’esistenza. Il disco si apre con un pezzo da strapparsi i capelli, Beginning of the End, talmente ben scritto che con le idee del chorus e del pre chorus una band qualsiasi ci avrebbe scritto due canzoni intere. L’orchestra, mai invadente, appare per accompagnare il riff portante ed il chorus, allo scopo di aumentarne la drammaticità ed il risultato finale è perfetto.
Peccato che tali livelli di intensità appaiano solo ogni tanto nel resto dell’album. Pezzi come la titletrack, Back in Time, Wash my Sins Away, Love After Death o la conclusiva suite Tomorrow’s Yesterday per quanto belli non raggiungono mai quel climax che il pezzo di apertura ci ha sbattuto in faccia così sfacciatamente. Fa eccezione la ballad Vanished in Haze che, per chi le apprezza (io sì), è uno dei picchi emotivi e compositivi dell’album.

Una menzione la meritano i testi, che non saranno trascendentali, ma creano un concept ben definito e danno un senso compiuto alla storia che la band ci racconta… e no, non è una cosa scontata.

[Lenny Verga]

Dopo trent’anni, spacca ancora. Black Sabbath – Headless Cross (1989)

Nella seconda metà degli anni ’80, i Black Sabbath erano realmente poca cosa. Non in termini assoluti, ma proprio in relazione al periodo e ad annate quantomeno movimentate sotto vari punti di vista, non ultimo quello dell’incapacità di trovare una line-up stabile, tanto che per molti anni i Sabbath erano l’equivalente della cassa del McDonalds/Burger King…, non trovavi mai la stessa persona dentro.
A parte il baffuto Iommi, che si era già rotto il cazzo in occasione di Seventh Star, ma all’epoca aveva ben poco potere contrattuale, tutti cambiavano e andavano/venivano senza fermarsi troppo ad odorare casa Sabbath. Almeno finché Iommi non ha trovato il bistrattato Tony Martin, l’ha adottato e fatto cantare su 5 dischi in studio. Un record per i Sabbath post-Ozzy.
Infatti in Tony Martin non ci crede molto neache la baffuta mano di Dio, e quindi lo scarica e lo riprende con una noncuranza da far paura.
In uno dei periodi up, i Sabbath entrano in studio con Cozy Powell alla batteria e sfidando l’hair metal, il grunge in fase nascente e tutto l’estremismo che stava arrivando dai vari cantoni del mondo conosciuto, incidono Headless Cross
Un disco che ritorna a parlare del diavolo, ma che suona come Hollywood negli anni ’80. Chitarre fiammanti, batteria che sembra registrata in una galleria e tutta una spolverata di glamour e lucido da scarpe che, del sound Sabbath, è un po’ l’antitesi. Ma c’è il proverbiale “ma…”, come potete ben immaginare.
A parte Iommi che piglia per il culo Tony Martin per la qualità dei testi (troppo demonio dentro!), il disco è forse il migliore uscito da Born Again e, in prospettiva, lo sarà anche post-TYR. Su The Eternal Idol c’erano dei buoni momenti, ma era un disco incostante, seppur oscuro, che ballava fra cose ottime e canzoni “più ordinarie”, mentre su Headless Cross ci sono buone canzoni che formano un disco compatto e, paradossalmente, molto più easy listening di qualsiasi disco precedente o successivo della band inglese (anche se Black Moon sembra provenire proprio dalle session di The Eternal Idol).
Pur bistrattato dal dispotico Iommi, Tony Martin tira fuori una buona prestazione e le sue tonalità, che in certi momenti richiamano quelle di R.J.Dio pur non avendo l’espressività e il carisma naturale, mescolano tutto alla grande. 
Headless Cross è il disco che più richiama il periodo in cui è stato registrato. Per molti anni i Sabbath sono stati pionieri di un sound innovativo (anche in Born Again riescono a suonare più disturbanti e aggressivi di molte band metal dell’epoca) o impropriamente tirati dentro la NWOBHM, cosa che comunque ha “salvato” la carriera di una band orfana del suo singer più carismatico, nel 1989 Iommi&Co. cavalcano il sound in voga e mischiano tutto quello che c’è in trend all’epoca. 
I riff sono grossi, intensi (Headless Cross) e non mancano anche intro più melodiche ed emozionanti (When Death Calls o Nightwing – che poi sfociano in un robusti, e magniloquenti, hard rock), mentre forse a livello di intensità il binomio Kill in The Spirit World – Call of The Wild sono le meno appetibili, ma hanno tratti interessanti. 
Pur essendo un buon album, Headless Cross è il preludio al secondo periodo più complicato della carriera sabbathiana e cioè quella degli inizi degli anni ’90. Il grunge li avrà fatti ritornare sulla mappa della musica da ascoltare (per la seconda volta dal 1977 erano accostabili a “dinosauri”/musicisti ormai fuori dai giochi) e fatti conoscere a migliaia di giovanissimi metallari, ma ha portato con sé mille cambi di line-up, indecisioni, album non sempre al top e la voglia di riunirsi con Ozzy Osbourne. Nel 1989 non erano ancora finiti, ma non tirava certo una bellissima aria per uno dei migliori gruppi in assoluto. 
[Zeus]

Tristania – Beyond the Veil (1999)

Ad un certo punto della vita, ci tocca sentire cose strane: i Tristania potrebbero essere qualificati come tali. Perché l’effetto che ti provoca l’ascolto di questo disco, vent’anni dopo la sua uscita, è straniante.
E io lo sto (ri-)ascoltando perché mi piace fare le cose per bene. Già scrivo a cazzo di cane, figuratevi voi se neanche ascolti i dischi che recensisco.
Tanto non ci farò mai soldi con TMI, quindi tanto vale dirlo e liberarsi la mente. Nel 2019 e dopo vent’anni di invecchiamento barricato nei meandri di YouTube (no, non ho il disco), Beyond The Veil mostra la corda e, parere mio, già non aveva grandissimo senso vent’anni fa.
A parte, ovvio, l’incredibile manciata di gnocca che potevi vederti.
Quindi questo è un evento che verrà festeggiato unicamente da poche categorie di persone, non da me. Ma io ho il cuore di pietra e non riesco a smuovere la mia coscienza di fronte a questo compendio di melodie melense, il duetto growl/clean maschile – voce operistica femminile.
Il mainman della baracca (Morten Veland), dopo aver tirato fuori due dischi con i Tristania, e non domo dell’aver iniettato una dose mortale di zuccherosità nel metal, fonda i Sirenia… e già dal nome capite che la situazione non può certo diventare più trve.
Va detto che il genere aveva già incominciato a mostrare pericolosi segnali di cedimento già con Aegis (unico disco beauty&the beast che ascolto, visto che i The Gathering non li considero neanche nella categoria), ultimo grande disco di metal con forti tinte gotichee e capitanato dalla “biondona” di turno. E, per Aegis, correva l’anno 1998, quindi un anno prima dell’uscita di questo Beyond The Veil.
Poi ci pensi un po’ e capisci che i Tristania sono un prodotto di un’epoca, di un certo modo di vedere il metal e, nel 1998/1999, molte band vengono prese da infatuazioni per new wave, elettronica o per le derive gotiche con cui la musica che amiamo aveva incominciato a flirtare.
I Tristania sono solo più esposti sotto tutti i punti di vista: melodia melensa, un po’ di growl, epicità, zuccherosità, gotic… tutto viene portato all’estremo. Se dovevano nascere in un contesto storico, quello della fine dei ninties era l’humus perfetto.
Il problema con loro, quindi, è puramente mio: i Tristania funzionavano, ma non hanno mai fatto il vero botto,  non sono mai diventati una grande band, lasciando questo “scranno” ad altre compagini più pop o con MILF più telegeniche/brave/furbe ecc ecc.
Un tempo potevano funzionare, adesso sono dinosauri di un passato che è meglio rimanga tale. Cari miei, la festa è finita e non c’è scampo al tempo che passa.

[Zeus]

Kaltenbach Open Air 2019 – Giorno 1

Peregrinare per l’Austria, costa degli Euro.
Viaggiare fra Vienna, Graz e Spital Am Semmering, costa degli Euro.
Ritornare al Kaltenach Open Air? Non ha prezzo.

Anzi sì, ma penso sia quello delle birre, del gulasch/wuerstel/ braten e di tutto quello che ho mangiato nei tre giorni di questo eccellente festival austriaco. Non uso parole a caso, eccellente è un termine corretto perché il KOA è ben organizzato, piacevole e vivibile, con pochissimi rompicazzo e tutto un Paese a supportare quest’orda metallica.
Forse per voi che leggete, quest’ultima affermazione è scontata. Forse per voi è una cosa a dir poco logica. Per me, che vengo dall’Alto Adige, non posso dire lo stesso. Non è logico che un paese intero si presti a rendere gradevole la permamenza, per tre giorni, di centinaia di persone.
Qua, quando alzi il volume sopra il livello fisarmonica, si viene denunciati, presi di mira o ostracizzati perchè non si rispecchia un non so quale “stile di vita” sobrio e morigerato.
Tre giorni a Spital Am Semmering e capite che è tutta una questione di business, di intelligenza e capacità d’adattamento della gente. Non sono tutti metallari in Austria, no di certo, ma hanno capito che trattare bene la gente, farla sentire benvenuta e, comunque, gudagnarci soldi (tanti!) è un insieme di fattori che non si escludono a vicenda.
Ma veniamo a noi e la festival.

Giovedì 22.08.
Sto invecchiando, quindi prendo l’amena decisione di prenotare una stanza in Hotel. Scelta oculata per evitare di dormire in discesa o al freddo.
Pur non prendendo punti Valhalla, il mio collo e la schiena hanno applaudito a questa decisione. L’altra metà del MayheM-Duo del weekend era contenta di non dormire in tenda come a Wacken e quindi tutti felici e contenti.
Mi scuso in anticipo, ma a causa di ritardi sulle strade, nel check-in etc etc, ci perdiamo le prime tre band e arriviamo sulle note finali dei Theotoxin.
Il primo gruppo che ci vediamo sono i Vendetta FM. Gli spagnoli puntano tutto su un trito groove metal che, dopo pochi brani, incomincia ad annoiare. Molto più precisi e sul pezzo gli Unfathomable Ruination. Tecnici, pesanti e votati al brutal death metal, gli inglesi che sono adeguati al contesto KOA. Non siamo in molti a vederli, ma questi non demordono e tirano fuori una buona performance.
Alle 18.40 sale sul palco il primo gruppo grosso o, almeno, conosciuto: i finlandesi Azaghal. Freddi e senza troppi cazzi e mazzi, i finnici suonano senza infamia e senza lode. Forse a causa del sole, ma quella sensazione di gelo del black metal non mi arriva al 100%. Da rivedere in un contesto atmosferico più adatto.
Cosa diversa si può dire dei Dornenreich. Il pubblico sembra moltiplicarsi con il passare dei minuti e gli austriaci, complice anche lo show casalingo, tirano fuori una performance realmente buona. Su disco sono un po’ pesanti, ma dal vivo il quartetto riesce a sfornare energia a palate, senza disdegnare dei momenti lirici dati dal violino.
Ci allontaniamo dalle prime file per recuperare un po’ di cibarie veloci e per una birra prima di riprendere il nostro posto per un duo di assoluto valore: Vomitory e Carpathian Forest.
I primi, nel confronto, stravincono a mani bassi. Il death degli svedesi è una bastonata nei coglioni, mentre un caterpillar ti passa sulla faccia. Lo show è ottimo e giocato su concretezza e un sound massiccio.
I Vomitory festeggiano quest’anno il ventennale di Redemption (che dovrei riprendere per TMI, vediamo quando riesco) e lo show che sparano è di quelli da farti uscire dal pit con la faccia contenta.
Io voglio questo da un concerto metal: quella sensazione di tranquillità e serenità che molti esseri umani cercano, invano, in due settimane di costosi trattamenti SPA.
Finito il set, senza debilitanti effetti del Tinnitus, ci beviamo un’altra birra e poi si ritorna in prima linea con i Carpathian Forest. Nattefrost è invecchiato precocemente e non c’è neanche “la cicciona nuda” (cit.) che si dimena, quindi un pezzo dello spettacolo va a farsi fottere. Il sound è quello che ti aspetti: un black’n’roll grezzo e ignorante come una pigna. Nattefrost sventola il suo crocefisso in giro e lancia bandierine norvegesi come neanche in crociera e, intanto, canta in maniera apatica i suoi testi.
Niente di particolare, è black metal… solo che in certe canzoni mi ha dato l’impressione di essere sul punto di perdersi l’attacco. Le eventuali spiegazioni sono molte: stanchezza, ubriachezza o pessimo sound sul palco (dubito quest’ultima).
La gente intorno a me, però, non ha percipito la cosa e ha continuato a lanciare ululati e invocare i Carpathian Forest per tutto lo show. Quindi, forse, mi son perso io e non ho capito un cazzo – cosa che succede spesso. 
In poche parole, lo show c’era, i Carpathian Forest hanno fatto quello che dovevano fare (portarti grezzo black metal misto rock sul palco, insieme ad una generale sensazione di sguaiatezza trasandata) e hanno tirato dritto per oltre un’ora. Alcuni dubbi mi rimangono, ma li tengo per me.
Finito lo show decidiamo di andarcene a dormire, le band post-headliner non ci interessavano troppo, quindi Hotel e via behind the wall of sleep.

[Zeus]

Katatonia – Tonight’s Decision (1999)

Nella mia concezione di essere metallaro, la potenza, la violenza e la distruzione sonora sono elementi imprescindibili. La musica deve portarmi allo headbanging sfrenato, al pogo, al circle pit, al wall of death, in altre parole deve far scatenare sensazioni forti. Ma una parte di me, col passare del tempo, ha tenuto conto sempre di più della maturità nell’ascolto della mia musica preferita. Quindi, insieme alla voglia di distruzione che rimane sempre là in alto, è emersa anche la voglia di alternare allo scatenarsi il volersi fermare ad ascoltare qualcosa che andasse a toccare corde un po’ differenti nell’animo. Qualcosa da ascoltare anche ad occhi chiusi, o stando fermo, o in solitudine, senza per questo sentirmi meno metal. Così sono arrivato a scoprire ed apprezzare band come i Katatonia… ed altre di cui scriverò più avanti. 
I Katatonia sono una band dall’evoluzione particolare. Sopravvissuta a numerosi periodi di fermo, a continui cambi di line-up, abbandoni e a progetti paralleli di vari membri, si sono spostati sempre più verso un sound ricercato, verso composizioni solo a prima vista “semplici”, ma in realtà molto elaborate, dove niente viene lasciato al caso. La loro è una musica non adatta a tutti, spesso difficile da approcciare al primo ascolto, ma se gli viene concesso il tempo di attecchire nel cervello, ricompenserà l’ascoltatore oltre ogni aspettativa. 
Che piacciano o meno, di loro si può dire con certezza che non hanno mai sbagliato un disco. Mai! Seppur tra alti e bassi a livello personale e problemi interni alla band, anche i dischi dalla lavorazione più travagliata si sono rivelati dei gioielli. 
Tonight’s Decision è il quarto album in studio della band ed è quello che, forse ancor più del precedente Discouraged Ones, segna il punto di svolta per quello che sono diventati i Katatonia oggi. 
Abbandonate le sonorità di derivazione death, un po’ meno doom nel sound, ora molto decadente, malinconico, introspettivo, melodico ma non ruffiano, questo album parte con un trittico da paura, sparandoci nello stomaco For My Demons, I Am Nothing e In Death, A Song, giusto per annientare l’ascoltatore e condurlo direttamente nelle tenebre. Il resto dell’album non è certo da meno. Gli svedesi concedono un barlume di luce (musicalmente parlando, perché se leggete il testo… manco per il cazzo!) con un pezzo un po’ più easy-listening, quella Right Into The Bliss dal riff indimenticabile che ancora oggi, quando appare nelle set list dei concerti, miete vittime e consensi a non finire. 
L’album prosegue ad altissimi livelli fino a quella che è ufficialmente la track conclusiva, Black Session, dove la band getta un’occhiata al passato, con un bellissimo riffing roccioso e molto doom. A seconda dell’edizione, l’album può contenere due canzoni bonus che, data la qualità, ci si chiede come mai non siano finite direttamente nella track list iniziale.

Per concludere, ci troviamo di fronte ad un album che dopo vent’anni non ha perso niente del suo fascino, che ancora oggi può essere scoperto con stupore da chi non lo ha mai sentito prima. In mezzo alla vita frenetica odierna, cercate ogni tanto un momento in cui potervi fermare e concedete cinquanta minuti a questo disco, o ai Katatonia in generale.
[Lenny Verga]

Kaltenbach Open Air 2019

Contrariamente a qualsiasi previsione di inizio anno, la felice combriccola di TMI dirigerà il proprio radar metallico verso il KALTENBACH OPEN AIR.
Ritorniamo a questo festival dopo un paio d’anni d’assenza e l’attesa è alta, soprattutto perchè i nomi che girano dentro questo festival non sono quelli “di grido”, ma sono quelli giusti, quelli che ti fanno saltare dalla sedia senza avere 20.000 persone a soffiarti sulla schiena.
Headliner sono grossi, Enslaved, Asphyx (già apprezzati anche al Colony Open Air) e Carpathian Forest non sono i nomi da prime-time per altri festival, ma il KOA punta su cose più di nicchia e gli rende giustizia.
Se poi ci aggiungete l’hype che mi ha preso sapendo che ci sono dentro gli Mgla e i Gutalax, capite che è una questione di principio essere presenti a questo festival. I primi, con buona probabilità, presenteranno qualcosa dal nuovo disco, di cui abbiamo già avuto modo di vedere una preview nei giorni scorsi, mentre dai secondi ci si aspetta uno show divertente e, cosa interessante, ogni volta che li sento mi torna in mente la band bolzanina Ešerichija Cøli. Penso per assonanza nelle tematiche, ma è una questione abbastanza naturale.
Prendo tempo per questi, perché citare tutta la lista, che comprende Aura Noir, Pestilence, Haemorrage, Vomitory, Sinister, Avulsed, Dornenreich etc, sarebbe veramente troppo lungo e non c’è bisogno di presentare mille band quando basta dire: ci vediamo al Kaltenbach Open Air.
Il resto vedete voi.

[Zeus]

Il debutto degli Agalloch: Pale Folklore (1999)

Il primo disco che ho sentito degli americani Agalloch è stato The Mantle, ad oggi ancora il mio disco preferito di John Haughm&Co. Dopo aver respirato le atmosfere dell’LP del 2002, mi sono gettato a ritroso per capire dove erano partiti ed eccomi approdare a Pale Folklore, primo full lenght dopo due demo preparatori. Accantonando l’idea che mi ero fatto del quartetto dell’Oregon, mi sono messo nelle cuffie questo disco e, ahimé, non mi ha soddisfatto quanto la seconda prova in studio. La differenza più evidente è, senza ombra di dubbio, che in questo Pale Folklore c’è abbondanza di chitarre elettriche, mentre in The Mantle è l’acustica e le atmosfere più rarefatte a farla da padrone.
Il folk/doom metal atmosferico trademark della band, nel 1999, non è ancora definito e convincente (John Haughm fornisce anche una acerba prova con il  clean), ma gli Agalloch hanno lo scopo ultimo di trasportare l’ascoltatore in una realtà diversa. Riescono nell’intento e bisogna sottolinearlo, ma quella sensazione che si recepisce in The Mantle qua non è così potente. 
Fisime mie, sono quasi certo. Il disco è di buona fattura, seppur ci siano forse dei dubbi su alcuni aspetti della registrazione (il basso di Jason Walton spesso sparisce nel mix generale degli strumenti e la batteria sembra essere spenta, con un suono scarico), ma per il resto qua troviamo le basi del suono che poi gli americani andranno a sviluppare nel corso degli anni. 
Se devo essere sincero, e la cosa è quasi un’anteprima di quello che verrà viste le premesse con The Mantle, sono proprio gli interventi della chitarra acustica ad emozionarmi di più (The Melancholy Spirit, secondo me uno dei brani più belli del CD). Dove gli Agalloch riescono a fondere in maniera coerente e organica l’anima metal e quella folk, ecco che le canzoni ne traggono un immediato beneficio. Questo è lo spettro sonoro dove si muovono con maggiore convinzione e dove i risultati si sentono.
Dead Winter Days è un’altra canzone che, in qualche modo, descrive bene il suono Agalloch degli esordi: canzone solida, batteria in evidenza e con buon groove, e le chitarre che alternano il riffing circolare a degli arpeggi. Niente di eccezionale, direte voi, ma è il suono degli americani del 1999.
In Dead Winter Days c’è una melodia subdola, dura forse pochi secondi, che mi fa saltare alla mente una canzone degli Anathema e mentre involontariamente comincio a canticchiare la canzone dei fratelli Cavanagh, gli Agalloch virano e io ci rimango di merda. Quindi mi domando: l’ho sentita veramente quella cazzo di linea melodica o me la sono inventata di sana pianta? 

Questa cosa mi disturba parecchio.

Gli Agalloch, nell’Lp dell’esordio, iniziano annunciando al mondo “musicale” le loro intenzioni sonore (una suite in tre atti di oltre 18 minuti – She Painted Fire Across the Skyline – è una dichiarazione forte) e tirano fuori otto canzoni dal forte potenziale. Come detto all’inizio: Pale Folklore è un LP di gran classe, ma io gli preferisco di gran lunga il successivo The Mantle
[Zeus]