Ad un certo punto, ci scappa anche il penitenziagite: Velvet Ocean – Purposes and Promises (2020)

Nella vita del recensore arriva sempre il momento della recensione che non si vuole fare. La ruota gira e questa volta è il mio turno. Seguo da tempo e con entusiasmo le pubblicazioni della Metal Message e, se ho avuto sempre la possibilità di parlare bene delle band proposte da questi veri e propri talent scout, stavolta mi sarà difficile.
I Velvet Ocean provengono dalla Finlandia e Purpose and Promises è il loro debut album, uscito il 7 febbraio. Già la copertina mi ha preso male: la singer che tiene in mano un cuore spezzato. Ahia. Da qui si può inquadrare la proposta musicale, quel dark/goth/power metal con voce femminile che da sempre spezza a metà l’audience e le palle di chi non gradisce. 
Al di là dei gusti personali, non posso negare che esistano formazioni di gran valore all’interno di questo genere, ma per il momento i Velvet Ocean non rientrano fra loro. Produzione di plastica, melodie tristi e zuccherose e ruffiane, quel metal di facile presa per chi ha orecchie delicate. E via di cantato lirico (anche se non preponderante, in questo caso), effetti, vocalizzi, arpeggi, sviolinate, orchestrazioni varie. 
Capisco che, volendo, la proposta potrebbe piacere a chi si avvicina al genere e non ha mai sentito niente in vita sua, e se in fondo in fondo ci troviamo di fronte ad una band tutto sommato discreta, la sua musica fa fatica anche solo ad avvicinarsi a chi questo genere lo domina. Qualche guizzo di interessante l’ho trovato, ad esempio la quarta traccia Buttefly potrebbe essere una bellissima ballad. Cercando di essere il più obiettivo possibile, ho trovato, qua e là, anche delle belle intuizioni con gli arrangiamenti e le orchestrazioni intrecciate con le chitarre (Tonight, Broken), ma non un pezzo interamente entusiasmante. 
Nemmeno il duetto con la voce maschile e un approccio più metal oriented come in Truth or Illusion mi ha convinto del tutto. I fan di gruppi come After Forever, Amaranthe, Epica e cloni vari (non metteteci in mezzo i Nightwish perché loro sono su tut’altro livello, che vi piacciano o no sono inarrivabili nel loro campo) potrebbero apprezzare, ma dubito che valga per qualsiasi altro.  Io personalmente mi sono abbastanza annoiato.
Le potenzialità per fare meglio ci sono, sta ai Velvet Ocean sfruttarle al meglio in futuro.
[Lenny Verga]

Svanzica – Red Reflections (2018)

Questo secondo lavoro degli Svanzica è stato realizzato nel 2018, quindi ne parlo con un certo ritardo…ma meglio tardi che mai.
Quello che ci troviamo davanti è un album che strabocca di idee e di influenze, ma nel quale la band in questione non riesce forse a concretizzare al meglio tutte le buone prerogative che aveva in mente. Una voce non convincente e una produzione non esaltante sono già di per sé due problemi abbastanza grossi, ma nonostante questo, gli Svanzica riescono comunque a creare in me una certa simpatia e anche una certa curiosità riguardo il loro futuro.
Red Reflections, infatti, ha quelle immaturità tipiche di una band ai primi demo: questo non vuol dire che sia brutto, ma semplicemente che il tutto andava pensato e assemblato meglio. Se è vero che ci sono degli episodi, almeno quattro o cinque in questo album, che toccano buone vette compositive, è altrettanto vero che ci sono tante altre canzoni che lasciano un po’ interdetti, perché si perdono in un calderone fatto di nu-metal, melodic death e alternative non del tutto riuscito.
E la sensazione di incertezza compositiva pervade un po’ tutto l’album. La speranza è quindi quella di ritrovare, fra non troppo tempo, questa band molto più concentrata e in forma. Ci sono degli indicatori incoraggianti, ora bisogna solo vedere se la band ha la lungimiranza di saperli individuare e sviluppare. Red Reflections è un discreto disco alternative-metal, ma occorre raddrizzare il reparto vocale e forgiare un sound più compatto e meno dispersivo. Alla prossima!
[American Beauty]

Una sicurezza: Paradise Lost – Obsidian (2020)

4

Il mio ritorno ai Paradise Lost è coinciso con l’uscita di The Plague Within. Per me, e lo dico consciamente, un gran cazzo di disco. Mi avevano stancato i cittadini di Halifax, non ne potevo più né della svolta elettronica-furbettona, né del rinnovato amore verso le sonorità più plumbee. Probabilmente è per questo che mi sono perso Faith Divides Us – Death Unites Us e il successivo Tragic Idol, che leggo essere due ottimi dischi secondo webzine più sul pezzo di questa. 
Poi è arrivato The Plague Within ed è stata la svolta, il momento in cui mi son costretto a smettere di riprendere in mano i Paradise Lost unicamente per sentirmi i singoli o per rimembrare dischi di un glorioso passato. Un po’ come quando smetti di cucinare e ti ingozzi di roba precotta, indulgendo solo sporadicamente su pietanze elaborate da ristorante, e poi ritorni a prendere in mano il pentolame. The Plague Within era rimettersi ai fornelli tirando fuori lo showstopper, il momento alto della nuova cucina casalinga post-fase industriale. Già su Medusa i beniamini di Halifax avevano fatto un piccolo passo falso, ritornando a guardare indietro (periodo death-doom) ma senza riuscire a trovare un modo equilibrato di portare avanti il discorso della rinascita oculata. Perché questo sono i Paradise Lost post-2015, una band che non vuole certo ridefinire il confine in cui si muove e la musica che propone, ma rimescola sapientemente concetti già espressi in passato attualizzandoli. Un lavoro che richiede una certa dose di furbizia, paraculaggine e bravura, mischiate in maniera abbastanza equilibrata. 
Con Obsidian ci troviamo di fronte all’espressione perfetta del concetto sopra esplicato. Nel 2020 i Paradise Lost non stupiscono, ma rielaborano la loro stessa lezione senza andare a pescare dallo stesso periodo degli LP precedenti; in questo modo il risultato è nuovo e vecchio allo stesso tempo
Dopo aver rivangato l’idea che stava dietro a dischi come Lost Paradise e Gothic, Greg Mackintosch mescola le carte del quinquennio 1993 – 1997; non lo fa in maniera manieristica, ma molti degli elementi fondanti di quel periodo si sentono distintamente. Quindi ecco di nuovo il concetto di canzone, di melodia e un’attitudine che rimanda più ad Draconian Times che a Lost Paradise. Non potendo rinnegare la svolta precedente, senza risultare nuovamente troppo arditi/paraculi (a seconda di chi esprime il parere), Marckintosch inserisce anche elementi doom-death in Obsidian (Ravenghast), ma senza andare a calcare la mano come su Medusa; in questo frangente preferisce inserirsi nel più comodo e caldo bozzolo del cupo gothic-metal che aveva caratterizzato la loro produzione post-Icon. La “insospettabile” leggerezza di alcune parti vocali ti potrebbero persino indurre a cercarne i genitori in One Second.  
Senza esagerare, Nick Holmes &Co. tirano fuori un disco che ti ascolti perché ti fa piacere e che non annoia. Ha al suo interno i singoli che ti rimangono impressi e che ripescherai quando hai voglia di qualcosa di nuovo dei Paradise Lost e anche alcune canzoni fatte bene (The Devil Embraced) , concrete e che non pisciano mai fuori dal vaso. 
Obsidian non ha però quel qualcosa in più che ti faceva esclamare stupito: “cristo che disco The Plague Within!”. Probabilmente non lo cercava neanche quell’effetto, ormai la posizione era consolidata dopo un crescendo costante nel songwriting, ma il mondo è fatto anche di paragoni e, per me, Obsidian deve confrontarsi con The Plague Within. Operazione ingrata, ma fortunatamente non sfigura: ma che ci volete fare, l’effetto sorpresa, come la verginità, non è replicabile
[Zeus]

The Big Black, il terzo disco degli Orange Goblin (2000)

Gli Orange Goblin sono portatori sani di una contraddizione che mi balza agli occhi ogni volta che riascolto un loro disco ma che non me li fa scendere di gradimento. Ogni LP suona Orange Goblin, è perfettamente riconoscibile, ma, ecco l’ironia, gli Orange Goblin non hanno un loro sound definitivo. Questo significa che anche The Big Black è personale, ma non unico.
The Big Black è un disco compatto e dopo vent’anni non mostra segni di cedimento; merito anche di canzoni corte e senza cazzate. Si sente che il disco è un passaggio da periodo più “psichedelico” a quello più diretto e heavy del presente. Ci sono ancora le digressioni stoner classiche (Hot Magic, Red Planet), ma si incominciano a vedere i riff diretti e muscolosi come su Scorpionica (riff cannibalizzato dalla band nel futuro), Turbo Effalunt (Elephant) o Quincy the Pigboy.  
The Big Black è proprio il momento in cui Ben Ward&Co. incominciano a cambiare e diventano una macchina più “heavy” e meno stoner, se per stoner intendiamo quello che si spara mille viaggioni mentali o che tira dritto sul sentiero della droga. C’è chi rimpiangerà la vecchia forma della band inglese, quel suono “spaziale” e “acquoso”, ma io li preferisco nella versione asfalto e sudore. Seppur Frequencies from Planet Ten sia un gran disco, è la botta da auto che mi attira negli Orange Goblin – quella sensazione fisica di essere presi a schiaffi e di tirar fuori ritornelli allo stesso tempo duri e orecchiabili. 
Che poi dal vivo il rischio di prendersi due ceffoni, o di vedersi usare la testa come una palla che ti dice il futuro (come successo a me e al buon Skan al Manorfest in UK), da parte del mastodontico Ben Ward sia alto, è quella la dimensione in cui gli Orange Goblin tirano fuori il meglio: pezzi diretti, sudati, dentro tutta e via (King of the Hornets). Poche stronzate e poche attitudini intellettualoidi. 
Vent’anni dopo, The Big Black fa ancora la sua porca figura e ha un sound della madonna. Non sarà il mio disco preferito, ma molti di voi, forse, hanno approcciato gli Orange Goblin proprio con canzoni come Scorpionica o altri brani di questo LP. 
Forse, e lo dico mettendo le mani davanti, il punto d’entrata per capire Ben Ward & Co. nel 2020. 
[Zeus]

Mándale orgasmos por E-Mail: Mägo de Oz – Finisterra (2000)

L’approccio alla musica spagnola, per chi ha avuto il giusto imprinting, inizia con gli Héroes del Silencio ed Entre dos tierras e il loro video con una sincronizzazione assurda, sembrava di vedere Blob su Rai 3. Ma va bene così, perché poi da qua ci si muove verso territori più arditi fatti di band provenienti dal Mediterraneo Occidentale o ci si abbevera nelle putride fonti messicane e sudamericane in generale. 
Ma non è che ci si può sempre immedesimare in narcotrafficanti satanisti, qualche volta bisogna scappare dalla bruttura del mondo andando a scavare nel fondo di dischi cazzeggio. E qui inizia il discorso con i Mägo de Oz. Non mi ricordo quando sono venuto in contatto con questa band spagnola ed erano anni che non riascoltavo le loro canzoni prima del classico “rinfresco” pre-recensione (ovviamente parlo di Finisterra, l’unico disco che ho mai sentito e, con buona probabilità, dovrei avercelo ancora copiato su CD – ma non mi ricordo bene neanche ‘sta cosa qua).
All’epoca (stiamo parlando del 2000), la mistura metal – musica celtica ed elementi folk il tutto cantato in spagnolo non era proprio una delle mie frequentazioni più assidue, ma questo LP mi ha garantito diverse ore di divertimento e risate. Perché Finisterra è un disco realmente cazzone, da buttare su quando metti a scaldare la griglia e le birre incominciano a diventare più frequenti degli arrosticini mangiati. 
Attenzione, non sto dicendo che è un disco stupido, malfatto o malamente abbozzato; i Mägo de Oz sanno suonare, cantare e creare atmosfere da sagra paesana che piacciono. Probabilmente sono il motivo per cui band come gli Eluivetie non mi hanno mai preso troppo: ok che hanno l’elemento death metal (Dark Tranquillity a palla), ma il resto era qualcosa di già sentito. E lo dico adesso, nel 2020, con una sicurezza che mi stupisce ampiamente. Perché sono convinto che se mi aveste chiesto la stessa domanda molti anni fa, non avrei saputo cosa rispondere e non avrei citato ‘sti figli di Madrid come responsabili del mio sopracciglio alzato nei confronti del folk- metal. 
Ho provato a seguire i Mägo de Oz anche dopo Finisterra, probabilmente ho tentato di sentire Gaia, ma non è mai stato veramente il mio genere e quindi li ho lasciati nel cassetto dei gruppi da citare, ma mai più ascoltati. 
Sapete cosa, io chiudo la recensione qua… tanto dopo vent’anni conoscete a memoria i pezzi (se conoscete la band) o le mie lodi per una band di questo tipo vi hanno fatto crescere un po’ di curiosità (non credo, ma non si sa mai). Voi riprendete questo doppio disco in mano e buttatelo sul vostro mezzo preferito (YouTube, Spotify, Hi-Fi…), io intanto mi riascolto El Senor de los Gramillos e vado a cercarmi una birra dal frigo. 
Ci sta, fidatemi. Questo disco chiama birra, come le Fonzies chiamano la leccata di dita. 
[Zeus]

Riffing con Zakk. Black Label Society – Stronger Than Death

Ho sempre avuto un’occhio di favore per Zakk Wylde, principalmente perché è co-responsabile di uno dei migliori dischi di Ozzy Osbourne: No More Tears. Che poi è la mia quasi introduzione al sound della chitarra di Zakk; quasi perché un’idea della sua personale perversione verso i mille squeal della chitarra ce la si poteva fare in No Rest For The Wicked. Sembra che da quel momento in avanti debba costantemente far fischiare la chitarra, probabilmente perché gli hanno detto che se non lo fa vengono sterminate famiglie intere in Africa. L’unica spiegazione è questa, non mi capacito altrimenti. 
Per quanto riguarda la Black Label Society, invece, il buon Zakk è alquanto incostante nella produzione musicale. Assomiglia spesso a quegli studenti dotati che si svegliano solo in certi momenti dell’anno o, se vogliamo portare esempi più personali, assomigliano al mio libretto universitario: costellato di alti e bassi, con una cadenza quasi sospetta o, quantomeno, decisamente costante. E così posso descrivere la carriera nella BLS dell’ex chitarrista di Ozzy. Partito alla grande con Sonic Brew, su Stronger Than Death non riesce a replicare il colpo e partorisce un disco per una buona metà unicamente discreto (anche con la rivalutazione dei vent’anni d’età) e nell’altra metà convincente. Questo trend positivo – mediocre continua fino a Shot To Hell (album solo bruttino), quindi direi che è proprio il peso del songwriting solitario a pesare sul capo di Zaccaria Il Selvaggyo (un po’ come succede a Sakis nei Rotting Christ). 
Il riffing è abbastanza ridondante, mentre i soli ci sono ma spesso sono bulimici di note e quindi non attrattivi per il sottoscritto. Just Killing Time è la ballad che poi troveremo in tutte le salse sui dischi che verranno, solo che qua c’è ancora l’elettrica d’accompagnamento (e quindi meno noiosa delle mille altre che si trovano sugli LP post-2000). Su questo disco possiamo arrivare a contare una manciata di canzoni fra il buono e il decente, il resto non lo ricordate di certo nel corso degli anni.  
Il problema è che Stronger Than Death non ha proprio la qualità che ci si aspetta da un disco della BLS e, vent’anni dopo la sua uscita, posso dire al mio corrispettivo più giovane, che non è sempre oro quello che esce dalle corde di Zakk. Ma che ci volete fare, sei fan di Ozzy e il suo miglior LP è uscito in tempo utile affinché tu lo potessi vivere (e aveva Zakk come chitarrista), allora ti trovi con l’imprinting del duo Ozzy – Zakk
Adesso, nel 2020, guardo indietro e mi accorgo che il mio giudizio era distorto. Ci ho messo anni ad accorgermene, ma adesso sono abbastanza maturo per dire: Stronger Than Death non è niente di che e perde il confronto con il più cazzuto Sonic Brew
Oh, che liberazione. 
[Zeus]

Armored Saint – Revelation (2000)

Gli Armored Saint sono una di quelle band su cui tutti concordano. Concordano nel dire che sono una grande band, che sono sempre stati sottovalutati, che vengono snobbati dal grande pubblico, che non hanno mai raccolto il successo meritato, ecc. Non si può che essere d’accordo. 
Per questo è difficile fare considerazioni su un loro disco uscito vent’anni fa, che ricordo essere stato presente nelle classifiche degli album preferiti degli addetti ai lavori su tutte le riviste che ancora uscivano all’epoca, ma che non ho mai visto, effettivamente, nella collezione di dischi di nessuna persona che conosco. Io incluso, non mi nascondo.
Revelation è un gran bel disco sotto tutti i punti di vista e ancora oggi splende della sua potenza, della bravura dei musicisti, delle loro prestazioni straordinarie, dei loro riff, dei loro soli, delle melodie e dei ritmi, delle loro idee. Ma nonostante tutto gli Armored Saint continueranno ad essere una band ignorata dalla massa. E non se lo merita. 
Quindi, in questo momento che stiamo passando, chiusi in casa chi più chi meno forzatamente, mollate i soliti due-tre dischi che ascoltate sempre fino alla nausea e cercate il tempo di riscoprire questo piccolo gioiello che merita tutto il vostro tempo e la vostra attenzione.

Thundra – Blood of Your Soul (2000)

Sono certo di stare invecchiando male (musicalmente parlando), sento certi dischi e mi chiedo se hanno, e avevano, un vero senso d’essere. Forse all’epoca potevo anche farmi prendere bene dai Thundra, ma ragionandoci bene lo dubito forte. 
Dopo un demo, la band norvegese fa uscire Blood of Your Soul e tenta di cavalcare l’ondata del viking con una sua proposta particolarmente pretenziosa. E non nell’accezione positiva del termine. 
Il viking, che sia declinato in varie forme, regioni o religioni non importa, è qualcosa che deve portarti immediatamente nello stato mentale del: 
a) Berserker affamato di sangue, gloria e oro cristiano;
b) Banchetto luculliano in cui ci sono più ovini e cinghiali uccisi che in un mattatoio;
c) sul ponte di un Drakkar a scrutare l’orizzonte o i fiordi sovrastati dalla bruma;
d) a conversare con Thor ed Odino;
Se non ti trasporta in una di queste condizioni, allora c’è qualcosa di sbagliato. Almeno per me. E ve lo dico conscio del fatto che gli unici che possono permettersi di essere vichinghi e fighetti nello stesso tempo, senza risultare in nessun modo meno epici o sinceri, sono gli Enslaved. Punto.
Nel caso dei Thundra, c’è un particolare che stona. Lavorano sodo per farti annusare il climax vichingo e poi si perdono in puttanate e non suscitano nessuna emozione. Per una canzone come With Power and Might poteva meritare molto di più e di meglio, e infatti ci arrivano vicini a farti sentire l’odore del fiordo al mattino… ma poi vengono presi dalla foga e buttano dentro il brano la qualunque e l’idea di perde. 
Questa cosa succede anche in altre canzoni, ma spesso è proprio l’essenza stessa del viking che manca. Provano con le clean vocals, che proprio suonano strane, forzate o solamente brutte/sgraziate, e finiscono per deludere. Fortunatamente se ne accorgono anche loro che la cosa deve essere contenuta e in 45 minuti di musica chiudono il discorso Blood of Your Soul. Troppe idee e tutte confuse, ecco quello che mi viene da dire. 
Forse più avanti si riprenderanno, non lo so, ma vent’anni dopo questo disco è realmente debole e brutto. 
[Zeus]

Finire in tristezza. Pantera – Reinventing the Steel (2000)

Certi finali sono scontati, inevitabili oserei dire. Prendete alcune vecchie amicizie, quelle che sembravano scolpite nella roccia, e lasciatele avvizzire lentamente, senza troppo clamore, per molti anni. Poi, ad un tratto, mentre le vostre vite hanno preso percorsi differenti e inclinazioni non più compatibili, ritrovatevi per una serata.
Quello che ne risulterà potrebbe essere una gran serata, con tanto di rielaborazione del passato e voglia di mettere un degno finale, o si finirà presto a dire le stesse cose, ricordare i tempi che furono (quelli meglio), due birre, una stretta di mano e saluti.
Con probabile coda polemica detta ad amici e parenti, su quanto quell’altra persona sia cambiata nel tempo e, in fin dei conti, quanto ti stia sul cazzo il suo atteggiamento generale.
Praticamente quello che è successo ai Pantera a partire da Far Beyond Driven e, per la precisione, dopo l’overdose del morigerato Phil Anselmo. Una pera di troppo (prima, probabilmente, tutti nascondevano la testa sotto la sabbia) ed ecco che l’atmosfera diventa pesante. Il giocattolo regge finché il fisico di Phil Anselmo tiene botta o la sua attenzione, resa labile da tonnellate di canne, droghe ed alcool, non viene attratta da mille altri progetti e hobby.
Unite tutte le componenti: membri che si stanno ormai sul cazzo/indifferenti, nessun interesse da parte di Phil Anselmo a far uscire un disco a nome Pantera, insofferenza dei fratelli Abbott e una generale, malsana, atmosfera di forzata convivenza, e otterrete Reinventing the Steel. Un disco che i fan volevano, ma che la band non aveva intenzione di registrare e, fra i solchi di questo LP, si sente tutto lo scazzo cosmico che si stanno trascinando dietro. Se fino al 1995 Anselmo scriveva dei testi decenti o almeno comprensibili, dopo FBD le sue lyrics diventano tanto ingarbugliate quanto lo è il suo cervello imbevuto di tutte le sostanze stupefacenti reperibili al mercato rionale. Quindi non c’è da stupirsi se su RTS siamo ad un livello inferiore. Cosa fa allora? Tira dentro un po’ di fan-service e una spolverata di “macho USA” per dosare bene, ma alla fin fine qualche passaggio interessante non salva RTS dal giudizio tranciante.
Giusto per citare qualcuna di queste perle:

No sense makes sense
You can’t get bought without thought
Ahh… no sense makes sense
You can’t get bought without thought inside
your head now [da “Uplift”]

O, se proprio non siete convinti,

When I die, I cast a shadow
And I’ll fly, I cast a shadow
Everybody get fucking up!
I cast a shadow…
I… I cast a shadow
I cast a shadow…
I… I cast a shadow [da “I’ll Cast a Shadow”]

Se sappiamo tutti che l’amabile buzzurro (non riuscirò mai ad odiarlo, anche quando ci si mette d’impegno) della Louisiana era cotto a puntino, quello che non si riesce a concepire è la svogliatezza del duo Abbott, con contorno di Rex Brown. Fra The Great Southern Trendkill e Reinventing the Steel passano quattro anni e Dimebag se ne esce con alcuni dei riff meno interessanti in assoluto. Hanno groove e potenza, ma sono lontani mille miglia dalla fangosità di TGST o dalla bellezza dei precedenti LP.
Reinventing The Steel viene composto senza voglia e suona, ironicamente visto che pompa con una produzione brillante e alcuni buoni groove, altrettanto svogliato. Suona da band finita in disgrazia, ma che tenta di darsi un tono mostrando il petto, alzando la voce e ritornando… indietro? Perché RTS è un passo indietro, che fa finta di essere qualcosa di nuovo ma vive sui ricordi e sulle mezze misure, sui manierismi e sul mestiere.

Adesso, come è giusto che sia, è d’obbligo il momento in cui stronco l’album e lo dichiaro spazzatura. Ma non è così. Pur avendo difetti incredibili e pur essendo sgraziato e il fratello scemo del precedente catalogo marchiato Pantera, Reinventing the Steel lo ascolto e anche spesso. Sarà che ho abbassato di molte tacche la mia soglia del brutto, ma nella sua goffaggine e svogliatezza assomiglia a quello studente fancazzista che copia qualcosa a caso dal vicino e vive di rendita sulle interrogazioni fatte nel passato.
E con questo atteggiamento ti ci puoi anche relazionare. Puoi conviverci senza troppi patemi d’animo. Perché, pur avvicinandosi pericolosamente allo sputtanamento di un’eredità artistica di ottimo livello, creano l’album brutto che senti quando stai facendo altro o quando vuoi sentirti ignorante come una zappa. RTS è il disco che ti ricorda le superiori e la loro fine (più o meno gloriosa), e nessun prodotto che viaggia su quei ricordi può uscirne indenne e immacolato come una vergine. Si porta dentro troppe scorie, troppi ricordi, troppe brutture e un’indefinita sensazione di “mi stai sul cazzo, ma non mi ricordo perché“.
Lo ascolto di frequente, e spesso è anche sul mio lettore ipod (probabilmente sono l’ultimo dei Mohicani ad usarlo ancora), mi prende anche bene, ma lo senti che è il saluto triste della band. Il “ci eravamo tanto amati” e poi suona, sconsolata, la sigla di chiusura dei Looney Tunes.
That’s All, Folks!
[Zeus]

Inaspettato sul finire del 2019, Black Label Society – Nuns and Roaches

Per tutti i fan del barbuto chitarrista del New Jersey, nel 2019 è uscito un dischello chiamato Nun and Roaches. L’occasione era il Record Store Day e visto che non si butta via niente di quanto prodotto nel passato, la BLS butta fuori 6 pezzi registrati nel 1999 (di cui due versioni alternative di Black Pearl Peddlers of Death presenti su Sonic Brew). 
The Killing Cross e Peace & Sympathy sono l’anello di congiunzione fra i Pride and Glory e la Black Label Society. Nella seconda, quando parte l’elettrica il suono è un fuzz così lercio da farti credere che si son fottute le casse del buon Zakk. Non proprio una sensazione piacevolissima. 
Twisted White Christmas sono unicamente dei momenti di svago di Zakk, ma mentre la prima è un buono strumentale con groove, la seconda è solo una minchiata. 
Le riproposizioni rimaneggiate di Black Pearl Peddlers of Death beneficiano del trattamento Book of Shadows, con la prima che si scrolla di dosso la mezza noia che aveva su LP originale. 
Nun and Roaches è solo per completisti sfegatati, per gli altri c’è decisamente di meglio.
[Zeus]