Low Gear – Siktunes Redux (2021)

Una piccola webzine come la nostra riceve una quantità di richieste di recensioni e press kit che vi sorprenderebbe, tanto che ci è umanamente impossibile accontentare tutti. In ogni caso ascolto sempre tutto quello che mi arriva, anche se poi decido di passare oltre. La qualità della proposta musicale è sempre un fattore rilevante per me, nel senso che se un album è buono ne scrivo volentieri, se mi fa ribrezzo ne scrivo solamente se ho davvero il tempo e la voglia di dedicarci tempo. 
Poi a volte ci sono le eccezioni, che ti spingono a scrivere per motivi che vanno oltre la musica e sì, sono una brutta persona a dire una cosa del genere. A spingermi a scegliere i Low Gear come mia prossima recensione è stata la biografia allegata al press kit. L’agenzia ha voluto fare la cortesia di tradurla in italiano, con risultati esilaranti. Chiedo venia se mi viene da ridere, ho massimo rispetto per il lavoro altrui e apprezzo l’intento. Riporto qui una frase che mi ha fatto piegare in due e che vale per tutte: “il secondo singolo Chemical Burn ti spaccherà il cazzo beak”. Ok… 
Quindi, spinto dalla curiosità di spaccarmi il cazzo beak, mi immergo nell’ascolto di questo nuovo Siktunes Redux. I Low Gear vengono da Dallas, Texas, USA e, da quanto mi è dato capire, il loro precedente lavoro in studio risale al 2002. Dopo un intro inutilmente lunga, il primo pezzo Bloodworm ci catapulta all’interno di una scena ben definita, quella del metal moderno di stampo americano, infarcito di metalcore, influenze thrash e death. La band, in un sound estremamente violento, raccoglie tutto ciò che gli USA hanno portato nella scena dalla fine degli anni ’90 in poi. Ci sono echi di Slipknot, di Lamb of God, Job for a Cowboy, Hatebreed, c’è anche qualcosa di Fear Factory e la lista potrebbe continuare. L’alternanza tra momenti di pura furia e rallentamenti groove è la struttura portante dell’intero lavoro, mentre le linee vocali si alternano tra growl e clean, tra parti rappate e litanie. 
Nonostante non sia un fan del genere, l’ascolto di Siktunes Redux è passato via liscio, grazie anche alla durata mediamente breve dei sedici brani che lo compongono. Ecco, forse qualche pezzo in meno avrebbe giovato all’economia del disco. Se siete fan di questo tipo di sonorità (e se volete spaccarvi il cazzo beak), troverete nei Low Gear una band interessante.
[Lenny Verga]

Midnight Guest – Satanic Panic Attack (2021)

Ai Midnight Guest bisogna almeno riconoscere una cosa: aver scelto quello che possiamo definire il titolo più figo del 2021. Satanic Panic Attack è un EP di soli quattro brani che bastano tranquillamente a definire il sound del quartetto. Si parte dal rock occulto e alternativo degli anni ’70 passando per i Black Sabbath fino ad includere i Type O Negative
Il titolo dell’EP prende spunto dall’isteria di massa che pervase gli Stati Uniti negli anni ’80 dove si vedeva il satanismo un po’ ovunque. Temi come la paura e l’oppressione caratterizzano un po’ tutti i brani, dalla più rockeggiante opener Sounds Like Doom, fino alla conclusiva e sabbathiana Carve Heaven Outta Hell. Un omaggio al cinema di Ingmar Bergman nel testo della seconda traccia The Hour of the Wolf e uno ai Thin Lizzy in If I Could completano il quadro.
In generale i quattro pezzi si fanno ascoltare molto volentieri, presentando anche una certa varietà tra di loro, senza far urlare al miracolo ma soddisfacendo senza dubbio chi apprezza questo tipo di sonorità. Ovviamente ci sarà da aspettare un album completo per dare un giudizio definitivo.
[Lenny Verga]

Intervista ai Circle of Witches

Dopo aver recensito l’ultimo album dei Circle of Witches, il leader della band Mario “Hell” Bove si è concesso per un intervista dove abbiamo parlato degli argomenti più disparati, dal songwriting alle esperienze in tour, dai sacrifici e dalla determinazione per farsi strada nella scena fino allo stop forzato dovuto al Covid. Ne è risultato uno spaccato di vita estremamente interessante, da cui si può imparare qualcosa. Prendetevi il tempo necessario e leggetevi tutto, ne vale la pena!

TMI: Il vostro ultimo album, Natural Born Sinners, è del 2019. Come sappiamo, di lì a poco, tutti i progetti riguardanti concerti, tour, promozione sono andati in fumo. Siete comunque riusciti ad avere un po’ di soddisfazione da questo lavoro? A raccogliere un po’ di nuovo seguito, a far girare la vostra musica?

CoW: La nascita di questo album è stata di per sé molto travagliata e logorante. Avevamo tutto pronto già nel 2016 ma diversi problemi col produttore ci hanno fatto ritardare l’uscita di tre anni. Nel mentre abbiamo tenuto numerosi concerti suonando questi brani e, in particolare, con un primo promo e il master ancora non definitivo fra le mani, siamo andati in tour europeo nel 2018, con alcune date anche nel 2019. La risposta è stata entusiasmante e ci ha ripagato delle fatiche, soprattutto mentali, per arrivare alla stampa. Nel 2020 eravamo alla vigilia di altri due giri all’estero. Tutto sfumato con le copie in mano… Abbiamo quindi inevitabilmente ripiegato sul virtuale, con una maggiore presenza sui nostri canali social e, grazie alla Rock on Agency, il nostro nuovo management, la promozione dell’album è ripresa con numerosi passaggi radio e interviste, nonostante fosse già “vecchio”. 

TMI: In Natural Born Sinners ci sono testi come, ad esempio, Giordano Bruno e Spartacus (Prophecy of Riot), che parlano di personaggi ed eventi storici. Chi è l’appassionato di questi argomenti? C’è qualcuno che si divora libri su libri per poi trovare gli argomenti?

CoW: Da sempre sono l’autore dei testi, oltre che delle bozze delle canzoni. Sono un appassionato di cinema, filosofia, antropologia, storia e questo mi porta ad avere tanto materiale e visioni da riversare in quello che scrivo. A volte ho prima l’idea del testo e da questa atmosfera scaturisce il riff portante del brano. Diciamo che spesso mi trovo ad avere più scritti che musica… Essendo anche il cantante, preferisco gestire io strofe e concetti, anche perché per suonare e cantare in contemporanea devo padroneggiare bene la metrica e il riffing. Se scrivesse qualcun altro penso che avrei delle difficoltà se non rispettasse questo criterio.

TMI: Vuoi dirci qualcos’altro sugli altri testi? Come sono nati?

CoW: Da piccolo avrei voluto fare lo scrittore e oggi mi trovo a scrivere storie da mettere in musica. In particolare mi piace prendere spunto dalla ricchezza della nostra terra, la Campania e l’Italia, così come tanti altri fanno con le mitologie norrene e simili. L’occultismo, il paganesimo, il misticismo, la storia e le credenze popolari abbondano un po’ ovunque ma parlare delle tematiche che permeano i luoghi in cui sei cresciuto penso diano una marcia in più. Ad esempio, parlando delle canzoni che hai citato, Giordano Bruno ha svolto il noviziato in un paese vicino alla città dove vivo e dove spesso scappo per immergermi nelle montagne. Mi piace pensare che Bruno sia stato ispirato proprio da quelle montagne che a me (e ai briganti post-unione) sono così care. Stessa cosa dicasi per Spartaco, lo schiavo che si è ribellato contro la Repubblica Romana in terra di Capua e che ha sollevato l’intera piana alle falde del Vesuvio, luoghi che conosco molto bene, nonostante oggi siano sepolti sotto il cemento.

TMI: Finalmente si può tornare a suonare dal vivo. Quanto è stata dura sopravvivere nell’ultimo anno e mezzo e ritrovarsi ad avere una band ancora in piedi e solida?

CoW: Dura. Talmente dura che non sapevo se ce l’avremmo fatta oppure no. Purtroppo ancor oggi non ci sono certezze. L’ultimo concerto in pieno assetto è stato a Roma ad un festival doom con i Coven nel luglio 2019. Poi un paio di uscite in acustico, un’ospitata in radio e quindi il lockdown, una tragedia. Per me è stato inevitabile ricadere in depressione perché veramente non avevo alcuna prospettiva. Non siamo una di quelle band a cui stendano tappeti rossi per recuperare serate… Ogni concerto saltato è perso. Tenere assieme il gruppo è stato molto difficile perché ovviamente ognuno ha la sua strada da percorrere e, purtroppo, è difficile che sia quella di un gruppo underground che, nella migliore delle ipotesi, pareggia i conti delle produzioni e delle trasferte. Dalla ripresa a giugno ad oggi ci sono saltate diverse serate fra rinvii, annullamenti degli ospiti principali, chiusure di locali, mancanza di cachet e allerte varie. Anche l’ipotesi di scrivere nuovo materiale mi era totalmente preclusa senza avere la certezza di poter suonare e vedevo i tanti colleghi pieni di energia impegnati in innumerevoli sessioni di registrazione a distanza. Non sono quel tipo di musicista, a me piace veramente poco la fase in studio e in sala prove. Io adoro il palco, è l’unico luogo dove veramente mi senta me stesso. Ora si vede lo spiraglio ed infatti la mia energia è tornata al 100%, pronta a incendiare di nuovo il palco.

TMI: A gennaio partirete per un piccolo tour europeo. Come vi sentite? Siete pronti a salire sul palco e mettere a ferro fuoco i club?

CoW: Siamo carichi come delle molle. Abbiamo sicuramente un po’ di ruggine, ma se ne è andata via quasi tutta in un colpo dalle prime prove, come se avessimo finito di suonare appena due settimane fa. Sono passati invece due anni e la voglia di riprenderci il nostro spazio è veramente molta. Fra Roma, Firenze e Milano hanno ripreso da parecchio le ostilità mentre giù da noi quel po’ che si faceva è stato spazzato via e così anche le nostre possibilità di rientrare prima in pista. Da quello che abbiamo visto, stanno preferendo far suonare principalmente le band locali così da garantirsi pubblico e costi minori. Tornare ancora una volta all’estero per noi significa prendere un po’ di aria, vivere quell’impagabile atmosfera di splendida precarietà e arte di arrangiarsi che è tipica dei tour. Perdere la cognizione dello spazio e del tempo, impiegare più tempo negli spostamenti che nel luogo dove vai a suonare…

TMI: Come siete arrivati a questo tour? Con quali band dividerete il palco?

CoW: E’ stata la prima proposta che ci ha fatto la nostra nuova agenzia Rock On Agency quando siamo entrati nel loro roster. A causa della prima ondata nel 2020 avevamo rinunciato a ben due uscite in Europa, una in Inghilterra (pre-Brexit) ad aprile e l’altra a maggio nei paesi dell’est. Quando è arrivata la notizia di queste date all’estero abbiamo ripreso le energie dissipate in questo periodo orribile e abbiamo iniziato a pianificare i prossimi passi. Purtroppo, l’ottimismo viene sempre punito e a distanza di sei mesi dal primo accordo abbiamo visto venir meno due date di questa trasferta estera, più altre due in terra nostrana a causa delle restrizioni contro il contagio. Non passeremo più per il Belgio e la Germania, come preventivato, ma andremo direttamente a suonare 4 date fra Inghilterra e Scozia. Pazienza. Divideremo il palco con i russi Imperial Age, una solida band metal sinfonico, con un organico di tutto rispetto che vanta un soprano, un mezzo soprano e un tenore. All’inizio non li conoscevamo e prima di confermare abbiamo studiato un po’ la loro fan base, decidendo che potesse essere una buona occasione per ampliare la nostra. Gli Imperial Age godono di una certa fama nella loro patria, hanno un forte seguito anche sui social e dal vivo hanno una buona presenza scenica. Inoltre, la Russia è sempre nei nostri cuori poiché lì abbiamo tenuto i concerti più memorabili della nostra carriera. 

TMI: Avete in programma date in Italia?

CoW: Certo. In questo periodo probabilmente invertiremo la nostra personale tendenza che ci ha visti più spesso impegnati oltre confine che in Italia. Avremmo dovuto dare inizio al 2022 partecipando ad un festival doom con i Goblin, ma Claudio Simonetti ha dovuto spostare tutte le date fra dicembre e febbraio a causa del covid. Non è stato piacevole né sapere che il Maestro stesse poco bene (e per fortuna pare si sia rimesso in poco tempo) né chiaramente veder sfumare questa prima serata dall’alto valore simbolico, essendo stata organizzata proprio per il 1 gennaio. Pazienza, anche questa volta… Ma non ci fermiamo perché il 14 e 15 gennaio saremo di scena in Molise e a Roma, mentre devono ancora confermarci un’altra data nei dintorni di Napoli.

TMI: Domanda spinosa. In Italia abbiamo un sacco di band valide, ma mancano di pubblico, di sostenitori. Riusciremo prima o poi a creare un ambiente migliore per la nostra scena? Cosa ne pensi?

CoW: Se parliamo di “ambiente” in cui agiscono le band mi sentirei di fare una distinzione. Ci sono il pubblico e “gli addetti ai lavori”. Abbiamo problemi in entrambi i gruppi. Il pubblico è in continua riduzione, da ben prima della pandemia. Per dire, a Napoli o Salerno, le due città che frequento maggiormente, la musica live inedita è pian piano scomparsa dai centri, hanno chiuso tanti dei locali che, invece, 20 anni fa hanno sostenuto l’attività delle formazioni metal locali e ospiti. Questo perché pian pian la mia generazione si è ritirata dagli spettacoli e le nuove leve non hanno dato il ricambio a bordo palco. Molte band hanno superato abbondantemente il decennio ma hanno visto venir meno la base. Spostiamoci poi sul lato degli “addetti ai lavori”… Qui ci sono forse gli scenari peggiori fra gli improvvisati di presunte booking agency che spendono l’ultimo residuo di credibilità di qualche cosa fatta negli anni ’80-90, altri che dopo aver organizzato un paio di date in un pub pensano di poter fare da manager ma non conoscono effettivamente come si lavori con contratti, tasse, penali, norme di sicurezza ecc… C’è tanto pressappochismo fra i giornalisti (e lo dico da ex giornalista musicale), promotori, uffici stampa, etichette che spillano solo soldi ai gruppi e non si preoccupano un minimo di far conoscere gli album… Sono venuto a contatto con tutte queste realtà e non mi sorprende se la scena stenti a decollare, pur se possa vantare veramente un numero enorme band di molto superiori ad altre che si sentono in festival blasonati. C’è, forse, una maggiore collaborazione proprio fra gruppi rispetto a qualche anno fa. Sono nate alcune community su facebook che stanno tentando di rinsaldare le fila, catalizzare l’interesse degli ascoltatori su eventi mirati, scambi di opinioni e crescita in generale del pubblico e dei musicisti. Anche se è veramente dura. Il metal è un genere forte a livello globale, a volte più di un certo pop anche perché è meno soggetto agli andamenti delle mode, per cui un gruppo non nasce e muore in sei mesi e discograficamente parlando un nome può girare per parecchio tempo. Eppure è ancora guardato con molto sospetto dalle persone che lo bollano sempre come “rumore”. C’è anche da chiedersi però perché i ragazzi di oggi si sentano rappresentati di più da rap o trap che dal rock e dal metal. Forse, oltre i temi, è proprio il concetto di un gruppo di persone che si unisce a fare musica che scoraggia rispetto all’idea del singolo che usa quasi esclusivamente le parole e un ritmo semplice, magari solo programmi al pc per scrivere musica, senza mediare con nessun altro.

TMI: Quanto lavoro duro c’è dietro ad una band come la vostra, che è riuscita a partecipare a festival e tour all’estero? Di cosa vai più fiero della tua carriera fino ad oggi?

CoW: Vado fiero del fatto che sono ancora qui contrariamente alle aspettative di molti, sia degli ex membri della band che di tanti altri detrattori. Vado fiero del fatto che ho avuto la determinazione di non fermarmi mai, passare sopra tanti problemi e dedicarmi in tutto alla musica. Certo, ho fatto delle scelte come quella di non cambiare città per mantenere un livello di spese basso, ho trovato un lavoro molto flessibile anche se precario e non molto retribuito che però mi permette di suonare, organizzare prove, trasferte e potermi svegliare il lunedì mattina con tutta calma. Ho messo da parte la famiglia e ho scelto di non avere figli anche (certo non soprattutto) per avere una maggiore libertà e meno rischi di trascinare nel baratro altre persone. Le mie non sono certo state scelte estreme ma solo funzionali a poter continuare l’attività musicale con questa band e con alcuni altri progetti, inediti e per locali. Vado fiero del fatto che ad ogni svolta, fra cambi di formazione, etichetta o altro, riprenda senza perdere pezzi del passato, coinvolga e trascini nuove persone che inglobo nel “cerchio” senza che le canzoni perdano o vengano stravolte. I risultati arrivano un po’ alla volta. Il mio obiettivo è inanellare un concerto dietro l’altro girando il più possibile, non certo quello di diventare ricco e famoso con la musica.

TMI: Avete diviso il palco con diversi artisti internazionali. Chi ti ha lasciato il ricordo migliore? Chi il peggiore?

CoW: Devo dire che siamo stati molto fortunati (o positivi nell’approccio) perché fra le tante band di livello internazionale con le quali abbiamo suonato non abbiamo avuto pessime esperienze. Abbiamo rubacchiato il mestiere a tanti, abbiamo preso esempio, studiato e ammirato chi è sulla piazza da molto prima di noi e che ha il suo nome nella storia. Sicuramente ci sono alcuni che ci hanno dato di più, come Doro o la band di Udo con cui abbiamo chiacchierato di musica e produzione fino a notte fonda dopo i concerti, i Dark Tranquillity o i Melechesh con cui abbiamo trascorso ore piacevolissime a margine di un festival in Germania. Altri li abbiamo visti solo a distanza in camerini blindati, come i Coven o The Skulls ma solo perché i posti dove ci siamo esibiti erano organizzati in modo da non far incrociare i musicisti. Però abbiamo imparato molto, abbiamo corretto alcune cose e cerchiamo sempre di migliorarci prendendo esempio da chi è più esperto. In fondo, il nostro è un percorso di crescita professionale ma anche personale.

Ringraziamo Mario “Hell” Bove e i Circle of Witches per il tempo che ci hanno concesso e gli auguriamo il meglio per il loro futuro.
[Lenny Verga]

In Somnia – Harlequin (2021)

Si parla degli In Somnia come una delle band più interessanti del panorama metal austriaco e, dopo aver sentito questo Harlequin, posso dire di essere d’accordo. La band ha esordito con il primo album nel 2014 e arriva con Harlequin alla sua terza pubblicazione. 
La sua proposta musicale è degna di attenzione: pensate agli In Flames degli inizi che si incontrano con il progressive death melodico più moderno. Ci sono potenza, rabbia ma anche melodia ed atmosfera. Tra le influenze del sound vengono nominati anche il djent ed il metal core anche se, personalmente, più che influenze le definirei come soluzioni inserite con il contagocce al momento giusto per creare il momento di groove figo o l’arrangiamento atmosferico d’effetto.
La band se la cava alla grande sotto ogni punto di vista, sia quando vogliono spaccare, come nell’opener Rollercoaster e la seguente Guillotine, sia quando vogliono essere più melodici come in Something Ends Something Begins, sia quando vogliono sperimentare, con la titletrack e Onomatopoesis. A contraddistinguere le loro composizioni ci sono anche un utilizzo delle tastiere, croce di molti metalheads, che rasenta la perfezione ed un uso consapevole della tecnica e dei virtuosismi di chitarra che non vanno mai a smorzare il tiro. Infatti l’album viaggia benissimo dall’inizio alla fine, senza cedimenti o incertezze. In più una varietà nel cantato che va dal growl allo scream, al clean. 
Se volete ascoltare qualcosa di visionario ed ispirato, complesso ma non ostico,  estremo ed oscuro, completo nella sua visione Harlequin farà al caso vostro e gli In Somnia sono una band da tenere d’occhio.
[Lenny Verga]

Intervista agli Allegiance Reign

Non siamo proprio la webzine più attiva nel settore delle interviste, ma qualche volta ci piace dare spazio agli artisti che recensiamo o che ci hanno colpito in qualche modo. Per iniziare bene il 2022, la band prescelta è quella dei giapponesi Allegiance Reign che, come potete immaginare, sono già passati su queste pagine. Il nostro Lenny Verga è sul pezzo e ci presenta questo strano collegamento Italia – Giappone nel nome del metal [Zeus].

Un po’ di tempo fa ho recensito l’album d’esordio della band giapponese Allegiance Reign intitolato Ei Ei O. In quell’occasione ho avuto la possibilità di scambiare due brevi chiacchiere con il loro chitarrista Takeshi Yashiroyama e da lì è nata l’idea di fare una vera e propria intervista. 

TMI: Ei Ei O è stato pubblicato un anno e mezzo fa. Siete soddisfatti del responso dei fan, delle copie vendute, delle recensioni? Quali erano le vostre aspettative prima della pubblicazione?

TY: Sì, siamo soddisfatti. E’ stata la nostra prima prova. Nessuna aveva mai firmato prima con un’etichetta e pensavamo che potevamo fare tutto ciò che era nelle nostre possibilità. Comunque, abbiamo realizzato il nostro primo album. Prima di tutto con questo esordio volevamo alzare il nostro profilo e sentiamo di esserne stati capaci.

TMI: Perché avete deciso di parlare di samurai e guerra nella vostra musica?

TY: Ho costruito la band con questo concept in mente. Amo il viking metal e così ho composto un viking metal in stile giapponese. L’idea che avevo era quella del samurai metal. Non so come mai, ma da quando abbiamo iniziato,  oggigiorno diverse band hanno iniziato ad utilizzare i termini  samurai e ninja. Tuttavia non sono in molti ad indossare le armature come noi, ahaha!

TMI: Su quali eventi storici sono basati i vostri testi?

TY: Ci siamo basati su eventi storici, ma la storia narrata è di fantasia. I famosi Signori della Guerra del periodo Sengoku non appaiono mai. Tuttavia è basata sulla storia di come i fucili a miccia furono introdotti in Giappone, sul declino dello shogunato, e l’inizio del periodo degli stati belligeranti. (Il Sengoku Jidai, cioè il periodo degli stati belligeranti, va dal 1467 al 1603. Il Giappone era diviso in feudi in continua lotta fra di loro. Ndr)

TMI: Mi piace molto quando le band cantano di argomenti culturali e storici. Quanto è importante questo tipo di contenuto per voi?

TY: Vogliamo far conoscere la cultura giapponese a tutto il mondo. Molte band giapponesi cercano di imitare quelle di oltre oceano, noi vogliamo osare a fare l’esatto opposto. Perché essendo giapponesi, non potremo mai essere una band di oltre oceano; essendo io giapponese voglio creare una band che sia giapponese. Per questo penso che quella samurai sia una cultura di cui il mondo può andare fiero. Ovviamente, dal punto di vista musicale ci sono però delle influenze dall’estero.

TMI: Gli Allegiance Reign si sono formati nel 2016. Puoi raccontarci come tu e gli altri membri avete deciso di formare la band?

TY: Ci siamo incontrati in un sito di reclutamento di membri per band. Avevo un sacco di posti vacanti quando ho iniziato a pensare a una band e a comporre la musica, quindi non potevo formarla attraverso le sole conoscenze. La nostra è una band che è partita da zero. Se non fossi riuscito a formare un gruppo avevo pensato di fare il musicista solista, ma ce l’ho fatta. Ho scritto le canzoni e deciso il concept sui samurai. Quando ho incontrato gli altri ho portato il materiale e gli ho spiegato il tipo di band che volevo avere. Per primo ho incontrato il cantante, Sasa, poi il bassista, Hasegawa, ed infine il tastierista, Ami. Il primo batterista che abbiamo avuto era di supporto, non è mai stato un membro ufficiale. Il secondo batterista, Rihito, si è unito a noi come batterista ufficiale, quindi si può dire che sia lui il nostro primo batterista.

TMI: Quanto è difficile portare avanti una band metal in Giappone? Trovare i posti dove fare le prove e fare concerti?

TY: Credo che sia difficile portare avanti una band metal, non solo in Giappone. Perché non è il genere che la maggior parte di persone vuole. Ma non credo che il genere si la ragione. Penso che a fare la differenza sia la capacità di intrattenere il pubblico o meno durante gli show. Il metal dovrebbe far succedere questo. Se si riesce a fare uno show coinvolgente per il pubblico si può riuscire ad avere successo, che si suoni metal oppure no. Ci sono molti studi dove fare le prove in Giappone, li si trova ovunque. I concerti si possono fare in qualsiasi momento, basta contattare i locali. Durante il periodo del COVID molti di essi si sono trovati in difficoltà e adesso aspettano solo che le band arrivino. Ci sono molti locali a Tokyo dove suonano band metal. La cosa difficile è attrarre gli spettatori.

TMI: Com’è la scena metal giapponese oggi? Qual è la tua opinione?

TY: Il numero di spettatori nella scena indipendente non è molto grande, ma quando arrivano band famose dall’estero accorrono sempre un sacco di metalhead. Io sento che sarà possibile attirare a noi quegli spettatori se riusciremo a diventare una band che quel tipo di pubblico riconosce. Ad esempio, se è nata una grande band come i Loudness, penso che la scena giapponese possa diventare ancora più calda.

TMI: Quali sono le tue band preferite? Ne hai anche una italiana? Hai un cibo italiano preferito?

TY: Io adoro Luca Turilli. Non sarei in una band se non fosse stato per i Rhapsody. E anche i Turisas. I Rhapsody hanno creato la mia musicalità, mentre i Turisas mi hanno affascinato con i vichinghi. Non ho ascoltato molte band sinfoniche dopo i Rhapsody, ma mi piacciono gli arrangiamenti orchestrali degli ultimi Powerwolf. Mi piacciono anche i Tyr, gli Ensiferum, i Korpiklaani e altre band viking e folk metal.
Ho un amico italiano. Ricevo sempre il formaggio parmigiano come souvenir da Andrea degli SkeleToon che viene in Giappone ogni tanto. E’ veramente delizioso mangiato con la pasta. La pasta viene venduta spesso nei convenience stores in Giappone e ci sono anche tante pizzerie. Spesso mi faccio consegnare la pizza a casa, ahaha!


Ringrazio tantissimo Takeshi Yashiroyama per la sua disponibilità, è stato un vero piacere parlare con lui.
[Lenny Verga]

Athlantis – Last But Not Least (2021)

Last But Not Least è il titolo della settima release degli Athlantis, band nostrana capitanata dal bassista Steve Vawamas, che si presenta con una formazione ormai quasi interamente stabile. Unico avvicendamento, infatti, è quello dietro le pelli, con l’arrivo del nuovo batterista Matt Stancioiu, che completa una line up composta da grossi nomi della scena italiana, che vede Pier Gonella alla chitarra, Stefano Molinari alle tastiere e Davide Dell’Orto alla voce.
Il nuovo album si apre con un intro “collage” dove la sintonizzazione di una radio salta tra vecchi pezzi e che, sinceramente, mi avrebbe fatto gettare il CD dalla finestra, se non fosse che ho ricevuto un press kit multimediale e il pc mi serve ancora. Sicuramente per la band tutto ciò avrà un senso, uno scopo, non lo metto in dubbio. Per fortuna il male finisce qui (sarà un mio difetto, ma sto diventando insofferente alle intro lunghe, spesso inutili) perché già il primo pezzo, Broken Soul, ci presenta degli Athlantis in gran forma, ispirati, lanciatissimi. Sappiamo tutti che stiamo parlando di grandi musicisti, ma il songwriting non si da mai per scontato e l’heavy metal classico dalle inflessioni power degli Athlantis è di livello. 
Il connubio tra la voce di Dell’Orto e la chitarra di Gonella, chitarrista che ho sempre apprezzato tantissimo, è la cosa che mi è rimasta subito in mente già dopo un primo ascolto, ma tutta la band risulta compatta, da una sezione ritmica che non ha certo bisogno di presentazioni ed un tastierista che sa come sostenere i suoi compagni.
Last But Not Least è un album heavy, ma anche melodico, onesto nelle sue intenzioni, con pezzi ben scritti e dalle idee interessanti, dal riffing solido e dagli assoli di chitarra bellissimi. Dovremmo apprezzare di più le nostre band, perché questo disco non ha niente da invidiare alle produzioni che vengono dall’estero. Date un ascolto al nuovo album degli Athlantis, che merita il vostro tempo.
Piccolo edit: dopo aver scritto la recensione sono venuto a sapere che questo sarà l’ultimo album della band, una chiusura del cerchio insomma. Quindi anche l’intro acquista un suo significato perché ci da un assaggio di tutto il percorso fino a questo capitolo finale. Continua a non piacermi eh!, ma ha la sua ragione d’essere. Non ho voluto ritoccare la recensione perché scrivo sempre di istinto ed in base alle sensazioni che ho. Un vero peccato che la storia degli Athlantis finisca qui, ma almeno è un gran finale.
[Lenny Verga]

Sempre più lontani dal classico deathcore. Whitechapel – Kin (2021)

Un dato è innegabile, con il passare del tempo anche i Whitechapel devono essersi stufati di suonare solo deathcore. Non vedo altra spiegazione possibile, visto che all’ottavo disco in studio (e il secondo dopo il fortunato The Valley), la band del Tennessee ha ampliato lo spettro compositivo in maniera enorme. Non possono certo allontanarsi in maniera spudorata dal genere che li ha messi sul radar dei fan, ma nel triennio 2019-2021 qualcosa deve essere successo nella loro testa.
Lo si capisce immediatamente che il ritmo di Kin è quello di un The Valley versione 2.0, con tanto di introduzione acustica di I Will Find You e il suo essere abbastanza distante da quanto proposto fino al 2019, mentre sono canzoni come Lost Boy o To The Wolves che ritornano a macinare deathcore; la prima che si divide fra deathcore (abbastanza banalotto, ad onor del vero) e parti più sfumate e la seconda più canonicamente violenta, accenni quasi Slayer-iani nel solo e una seconda parte meno “normale”.
Il lavoro introspettivo di Phil Bozeman nel precedente LP deve essere stato un sveglia nella sua testa, perché mai come in Kin il suo lavoro dietro il microfono è variegato e spazia da growl gutturali fino ad arrivare allo scream, ma su tutto le novità sono l’abbondante uso di, buone, clean vocals.
Attenzione, non sto dicendo che il nuovo LP dei Whitechapel rivoluzionerà il mondo del deathcore o del metal estremo, ma è innegabile che il lavoro che i ragazzi di Knoxville hanno fatto su sé stessi e il loro songwriting stia dando risultati molto interessanti.
Kin è meno ghettizzato in una categorizzazione, il deathcore, genere molto autoreferenziale e che fa di certi stilemi ormai sclerotizzati un punto d’onore, e dispiega una maggiore profondità d’ascolto e un più ampio utilizzo dei generi e delle possibilità date dalle chitarre e sezione ritmica. Prendete per esempio Without Us, che parte come un classico chuga-chuga deathcore, ma poi si sposta su qualcosa che potremmo sì definire metalcore, ma forse è più vicino ad un metal di stampo “Alter Bride“, nel senso di metal pesante sì ma con capacità melodica elevata. Ad andare ancora più nel profondo di un ragionamento, potrei anche dire che A.D. 2021, Bozeman &Co. fanno addirittura un tentativo di essere mainstream, con Anticure o History Is Silent, andando a creare un ponte dove mettere d’accordo il metallaro più estremo e quello che di norma ascolta metalcore o generi affini.
Voglio fargliene una colpa? No, perché è da che mondo è mondo che le band puntano ad aumentare il giro di gente che le ascolta, ovviamente tralasciamo il black metal oltranzista per cui essere ascoltati non è kvlt, quindi è abbastanza normale che, diventati più vecchi anche i Whitechapel si siano sentiti in dovere di suonare qualcosa di leggermente diverso. O hanno capito che potevano permettersi anche questa variazione, tanto ormai hanno avevano già aperto la diga con The Valley, quindi il rischio era molto minore rispetto ad un primo tentativo.
Non posso certo dire che i Whitechapel si siano svenduti, primo perché il deathcore è ancora presente e pur facendo ampio uso delle clean vocals (Orphan) e di alcuni arrangiamenti acustici/rock, non posso certo dire che Kin sia alla portata di tutti, ma quello che è certo è che il sestetto americano ha raggiunto un’inaspettata (?) maturità artistica. Adesso come adesso devono solo capire che direzione prendere, se continuare a far filtrare più generi nel deathcore o evolversi ancora di più.
Al momento son promossi, sta a loro decidere che via scegliere.
[Zeus]

Wazzara – Cycles (2021)

Vi è mai capitato di avvicinarvi a qualcosa che, a pelle, non sembra rientrare  nei vostri gusti o nelle vostre corde e poi rimanerne completamente affascinati? A volte mi è successo con band che con la mia musica preferita non hanno niente a che fare, a volte anche con alcune che pur rientrando nel mio genere spaziano in territori che, di norma, non mi fanno impazzire.
Anche nel metal non mi butto a capofitto su qualsiasi cosa mi passi davanti, un po’ perché le uscite giornaliere ormai non si riescono più a contare, un po’ perché comunque in giro c’è tanta roba che ti fa scendere a terra non solo le palle.
I Wazzara mi erano del tutto sconosciuti, ma non devo sentirmi troppo in colpa visto che Cycles è il loro album d’esordio, dopo un EP del 2019, speditoci fresco fresco di stampa (è uscito il 31 ottobre) dalla MetalMessage dall’occhio lungo e dall’ottimo fiuto.
I Wazzara arrivano dalla Svizzera e sono la nuova creatura della cantante e chitarrista Barbara Brawand, ex Caladmor, e le etichette che vengono affibbiate alla sua musica sono varie: moongaze, doom, blackgaze, psychedelic post metal. Tante nomenclature che poi, alla fine, fai prima ad ascoltare il disco che a cercare di immaginare cosa significhi tutto ciò.
Posso fare un tentativo di spiegarvi cosa troverete all’interno di Cycles: immaginate una via di mezzo tra gli olandesi The Gathering ai tempi di Anneke e i francesi Alcest. Immaginatevi un tappeto continuo di chitarre distorte con ritmiche ed arpeggi che si alternano e sovrappongono, mid tempo alternati ad accelerazioni mai eccessive e la magnifica voce di Barbara che da sfogo a tutto il suo estro creativo e alle proprie capacità tra evoluzioni, acuti, vocalizzi fino ad arrivare ad un inaspettato growl/screaming (ascoltate la quarta traccia Obsidian Skies per avere un quadro generale). 
In Cycles troviamo un atmosfera affascinante ed avvolgente, che ti cattura immediatamente. Gli otto pezzi sono mediamente lunghi, oltre i cinque minuti, ma dato il genere rientrano nella norma, perché hanno bisogno di crescere ed insediarsi nella mente dell’ascoltatore. Certo il tutto potrebbe risultare un po’ ripetitivo in alcuni momenti per chi non è abituato a queste sonorità, ma cercate di chiudere gli occhi e farvi trasportare dal flusso della musica, perché  l’album ha una durata contenuta e scorre benissimo. Da segnalare, come settima traccia, un sentito tributo ai Type 0 Negative con un’ottima cover di Wolf Moon.
Cycles è un album di pura emozione e lo sto ascoltando mentre guardo dalla finestra la prima neve di novembre cadere. Ho i brividi di piacere. Quasi quasi premo repeat.
[Lenny Verga]

Amon Amarth – The Crusher (2001)

Soprassedendo sul fatto che la copertina di The Crusher è oscena, una sorta di prodotto di scarto dalla lavorazione della peggiore cover art dei Manowar, c’è da prendere coraggio e incominciare a guardare in faccia una realtà inquietante: gli Amon Amarth ci tentano quanto vogliono, ma di ritornare ai fasti del debutto proprio non ci riescono. Già sul precedente The Avenger si erano visti i sintomi di un male che sta tormentando il songwriting di Hegg e soci da una cosa come 15 anni. Non male, direi.
Se vogliamo, su The Crusher i tempi aumentano di velocità, rimanendo sempre confinati in uno swedish death metal melodico e d’acchiappo, e anche la foga sembra essersi rinnovata. Nel futuro prossimo, velocità “elevate” come in Releasing Surtur’s Fire non le sentirete praticamente più e così anche un solo veloce e ficcante. Tutto dovrà essere giocato su mid-tempo e via con la replica inesorabile di uno stile ormai consolidato, se non tentando insistentemente di peggiorarne alcuni tratti. Faccio una serissima fatica a ricordarmi i brani presenti su questo disco e non è un fattore positivo, almeno il resto della discografia degli svedesi ha il pregio, se vogliamo vederne l’aspetto estremamente positivo, di produrre canzoni che ti ricordi in mezzo minuto e puoi cantare durante un festival – momento in cui il quintetto riesce a produrre maggiore coinvolgimento e divertimento. 
Quello che troviamo in The Crusher è solo pallido tentativo di far “paura” e di accelerare, cercando di tirare un colpo al cerchio di un death metal melodico più ispirato (Bastards of a Liying Breed o The Sound of Height Hooves) e un altro alla botte delle canzoni monotone, il riff di Master of War è stato, e sarà, riproposto in tutte le salse, o da terza elementare come As Long As The Raven Flies
Brutto da dirsi, ma i dischi degli Amon Amarth sono, e resteranno per moltissimi anni, solo una scusa per potersi presentare con materiale nuovo sul palco. 
[Zeus]

La parte più bella è l’artwork. Sepultura – Nation (2001)

La verità è che a partire dal 1996 i Sepultura hanno perso la brocca e non si sono più ritrovati. E dicendo 1996 teniamo ancora conto l’esperimento nu-metal di Roots, che è quello che è ma nel 1996 i Sepultura almeno spaccavano il culo ai passeri. Potete discutere quanto volete, ma sfido a non sentire un po’ di brivido quando parte Roots Bloody Roots e mi rispondete positivamente anche se siete fermi con la lancetta del metal al 1986. 
In quell’anno il giocattolo esplode, probabilmente i brasiliani si sono sentiti intimoriti dalla inaspettata vittoria in Coppa dei Campioni della Juventus. Max Cavalera lascia la band di punto in bianco, puntando dritto su progetti che vanno a corrente alterna o semplicemente di merda; mentre i restanti Sepultura tirano dritto per la strada maestra, ma non ci capiscono più un cazzo, tanto che Kisser comincia a perdere colpi nel riffing e nella scrittura. E da questo momento partorisce prima il temibile Against, poi si sveglia temporaneamente dal torpore, compone Sepulnation più 14 filler dimenticabili o imbarazzanti. Forse questa è la recensione di Nation, un disco che dopo vent’anni continua a dimostrare la pochezza di idee che i brasiliani avevano all’epoca. 
A parte l’artwork di Fairey, che ancora oggi reputo decisamente bello con tutti quei rimandi all’estetica comunista. E visto che nelle recensioni è raro che parlo della cover, diciamo che è tutto un programma sapere che la cosa più bella di Nation è l’artwork. Mi dà da riflettere.
Il problema grosso di Nation è un generale fregauncazzo che traspira in tutto quello che suonano. Il povero, bistrattato, Derrick Green si sforza di fare il suo ma non ha quell’attitudine pasta-e-fagioli dei testi di Max Cavelara (uno che su quattro slogan in croce ci ha fatto una fortuna) e i brani implodono, ma l’appunto sulla generale prova di merda la si può rivolgere anche a Kisser e a Igor Cavalera, che fa finta di esserci con la testa ma ormai non ha più il tiro vero e proprio che lo contraddistingueva a suo tempo
Da questa generale svaccata i Sepultura non si riprenderanno più, anche se con il tempo prenderanno coscienza di un po’ di cose e cercheranno di metterci una pezza
[Zeus]