Teutonic Heavy Metal: Böllverk – Heading for the Crown (2022)

Il classico heavy di stampo tedesco ha regalato alla storia del metal band di notevole livello e importanza, caratterizzate anche da una costanza ed una dedizione alla causa da fare quasi invidia. Si pensi agli Accept, ai Grave Digger, ai Running Wild, nomi non certo fatti a caso, che hanno creato un sound ed un’identità riconoscibili e riconosciuti ancora oggi. 
Su queste importanti basi si fonda il sound dei Böllverk, formazione nata nel 2018 e che arriva oggi a pubblicare il proprio debutto intitolato Heading for the Crown. Heavy metal teutonico senza compromessi (che non inventa  nulla di nuovo e che non ne ha l’intenzione) è, quindi, ciò che troverete dentro questo disco: riff quadrati e rocciosi, accelerazioni, una sezione ritmica pulsante, cori da cantare a corna alzate da sotto il palco e assoli di chitarra a fiumi. A coronare il tutto la voce di Svenja, molto espressiva ed azzeccata, che inevitabilmente fa venire alla mente Doro, la storica singer tedesca, a cui si alterna la voce grossa e roca del chitarrista Zahn. 
Heading for the Crown è composto da nove brani, ben suonati e prodotti (al mixer troviamo Rolf Munkes dei Crematory), che si mantengono su un buon livello e che cercano anche di variare, da pezzi classicamente heavy come la title track e Let’s Ride Till Dawn, a momenti più evocativi come Master of Thunder Someday We Will Die, fino ad un pezzo squisitamente hard rock come Live Fast.
Un appunto che posso fare alla band è una track d’apertura che non mi ha convinto fino in fondo: Ask the Angel, Listen to the Devil è un po’ troppo lunga, oltre sei minuti, per essere una canzone che si basa praticamente su un unico riff e poco altro e manca della botta che hanno, ad esempio, le già citate Heading for the Crown o Let’s Ride Till Dawn che, secondo me, avrebbero svolto meglio il ruolo di opener. 
I Böllverk sono solo al primo album e la strada che hanno davanti è ancora lunga. Sapranno sicuramente limare e affinare il proprio songwriting che risulta comunque già convincente.
[Lenny Verga]

King Satan – Occult Spiritual Anarchy (2022)

I King Satan sono una realtà emergente della scena finlandese. Esordiscono nel 2017 con King Fucking Satan, replicano due anni dopo con I Want You to Worship Satan e si ripresentano più agguerriti che mai oggi con Occult Spiritual Anarchy. Con questo terzo album la band punta in alto, anteponendo all’uscita ufficiale, l’8 aprile, ben tre video per altrettanti singoli.
I King Satan hanno intenzione di farsi notare e la volontà non gli manca, ma sono anche una di quelle band destinate a spaccare in due il pubblico: o li si ama, o li si odia.
La band finlandese si muove in territori borderline con la nostra musica, muovendosi fluidamente tra industrial, elettronica, rock e metal. Pensate ad una via di mezzo tra i Ministry, i Combichrist e Rob Zombie, con una tendenza al metal estremo quando si tratta di premere sull’acceleratore. Aggiungeteci un’immagine provocatoria e grandguignolesca ed il quadro è completo.
Il singolo apripista The Pagan Satan è esemplificativo della proposta: riff catchy accompagnati da una melodia di tastiere estremamente orecchiabile, voce in growl incazzata, ma quando è il momento ci mettono pure un assolo di chitarra figo.
Altrettanto lo è The Faces of the Devil che invece parte molto più incazzosa e industrial oriented per poi sfruttare il mid tempo e le melodie. Scelte che possono sembrare furbe, e forse lo sono, ma il risultato funziona. Io personalmente li trovo spassosi, sia musicalmente che visivamente, con il loro mix di occultismo e humor, e credo abbiano le carte in regola per farsi conoscere ed apprezzare da un pubblico più vasto
[Lenny Verga]

Atrium Noctis – s/t (2022)

Cogliendo al volo l’occasione di un’irripetibile data palindroma, il 22/02/2022, i tedeschi Atrium Noctis ritornano, a cinque anni dalla precedente release Aeterni, per festeggiare un’importante traguardo: i vent’anni di carriera. Lo fanno presentando una raccolta di nove brani tratti dai precedenti lavori,
ri-registrati e ri-masterizzati per l’occasione, avvalendosi del supporto di ben tre chitarre. 
Per chi non li conoscesse, gli Atrium Noctis propongono un black metal sinfonico e melodico che parte dalla lezione impartita da band seminali del genere, come Dimmu Borgir e Cradle of Filth, per proseguire verso una visione più personale del genere, come la scuola tedesca insegna, attingendo anche dal pagan metal, dal gothic doom, dall’atmospheric black e dalla musica classica.
Possiamo dire che le nuove versioni dei brani, godendo anche di un missaggio migliore, prendono nuova vita senza snaturarsi, traendo vantaggio e una resa più giusta grazie a mezzi di cui la band agli inizi non disponeva, mantenendo inalterato quel gusto per la melodia e la ricerca dei riff di chitarra che da sempre ne caratterizza il sound. 
So che in molti non vedono di buon occhio operazioni di questo tipo, spesso a ragione, ma quando, come in questo caso, vengono fatte con criterio assumono un senso. Atrium Noctis mette in mostra il percorso che la band ha compiuto in vent’anni di attività e può rappresentare un punto fermo da cui proseguire la propria carriera. Può anche essere l’album giusto per chi volesse avvicinarsi alla band per la prima volta.
[Lenny Verga]

Ravenfield – Pain (2022)

I Ravenfield arrivano dalla Germania e Pain è il loro secondo full-lenght. La proposta musicale farà felici in primis coloro che apprezzano sonorità che vanno dal dark rock al gothic metal. Attraverso un songwriting diretto il quartetto si muove tra coordinate finlandesi, prendendo quanto c’è di buono in band come i Charon e i The 69 Eyes, passando poi per l’Inghilterra per cogliere ispirazione dai Paradise Lost del periodo pre One Second. 
La band ha dalla sua dei bravi musicisti e un cantante con un bel timbro e si muove tra atmosfere malinconiche, romantiche e decadenti senza dimenticare di metterci anche una bella carica, grazie a chitarre dal suono roccioso, riff incisivi e una sezione ritmica quadrata. 
Cantando di dolore, tristezza, rabbia (viste le influenze, ci siamo capiti), I Ravenfield attaccano con una tripletta, Fate to Hate – Obsession – Killer, convincente ed accattivante, per poi concedersi anche momenti più lenti ed introspettivi in un continuo alternarsi di emozioni. 
Pain è costituito da dieci pezzi in totale, una durata giusta vista anche la non eccessiva varietà della proposta, che scorrono via bene, è quel genere di musica perfetto per un viaggio in macchina in solitaria, coinvolgente e non impegnativo. 
[Lenny Verga]

In Somnia – Harlequin (2021)

Si parla degli In Somnia come una delle band più interessanti del panorama metal austriaco e, dopo aver sentito questo Harlequin, posso dire di essere d’accordo. La band ha esordito con il primo album nel 2014 e arriva con Harlequin alla sua terza pubblicazione. 
La sua proposta musicale è degna di attenzione: pensate agli In Flames degli inizi che si incontrano con il progressive death melodico più moderno. Ci sono potenza, rabbia ma anche melodia ed atmosfera. Tra le influenze del sound vengono nominati anche il djent ed il metal core anche se, personalmente, più che influenze le definirei come soluzioni inserite con il contagocce al momento giusto per creare il momento di groove figo o l’arrangiamento atmosferico d’effetto.
La band se la cava alla grande sotto ogni punto di vista, sia quando vogliono spaccare, come nell’opener Rollercoaster e la seguente Guillotine, sia quando vogliono essere più melodici come in Something Ends Something Begins, sia quando vogliono sperimentare, con la titletrack e Onomatopoesis. A contraddistinguere le loro composizioni ci sono anche un utilizzo delle tastiere, croce di molti metalheads, che rasenta la perfezione ed un uso consapevole della tecnica e dei virtuosismi di chitarra che non vanno mai a smorzare il tiro. Infatti l’album viaggia benissimo dall’inizio alla fine, senza cedimenti o incertezze. In più una varietà nel cantato che va dal growl allo scream, al clean. 
Se volete ascoltare qualcosa di visionario ed ispirato, complesso ma non ostico,  estremo ed oscuro, completo nella sua visione Harlequin farà al caso vostro e gli In Somnia sono una band da tenere d’occhio.
[Lenny Verga]

Hand of Kalliach – Samhainn (2021)

Aspettavo al varco gli scozzesi Hand of Kalliach dopo il valido EP di debutto, Shade Beyond, uscito nel 2020. La band costituita dai coniugi Sophie (basso e voce) e John Fraser (chitarra, batteria e voce) si presenta finalmente con un full-lenght di dieci pezzi che, senza girarci troppo intorno, riconfermano tutto ciò che di positivo avevo trovato nella precedente release. E si spinge anche oltre. 
Samhainn, pubblicato a fine ottobre e anticipato dal singolo Cinders, ci ripropone lo stesso genere di Shade Beyond: un death metal di stampo nord europeo dalle influenze celtic/folk, con un minimo utilizzo di strumenti acustici, caratterizzato dal connubio tra voce maschile in growl e femminile. Un elemento che farà la differenza per molti ascoltatori è che nelle parti di ispirazione folk le melodie vengono per la maggior parte eseguite con la chitarra elettrica, mantenendo la loro identità senza però perdere la carica death.
Ad attirare subito la mia attenzione è stato l’inasprimento del sound, che vira ancora di più verso l’estremo e le atmosfere oscure. Questa violenza sonora si accentua maggiormente quando viene accostata a momenti più atmosferici e melodici. Il risultato funziona alla grande perché la coppia di musicisti non perde mai di vista il fatto di essere fondamentalmente una band metal ed è proprio la componente più heavy del sound ad essere preponderante, creando il giusto bilanciamento. 
Gli Hand of Kalliach si riconfermano una band estremamente interessante e capace, che sa distinguersi con personalità all’interno del genere, e Samhainn un album di debutto di assoluto valore. Un ascolto è caldamente consigliato.
[Lenny Verga]

Katre – Behind the Resilience (2021)

Sebbene il solo leggere la parola “resilienza” ormai mia faccia venire i brividi di repulsione, dato l’utilizzo a cazzo di cane che se ne fa un po’ ovunque, mi sono avvicinato con un certo interesse a questo Behind the Resilience, secondo album dei tedeschi Katre, dato che la produzione è passata per le mani di chi si occupa di band come i The Ocean e i Leprous
Altra premessa che occorre fare è che ci troviamo di fronte ad un album strumentale, elemento che rappresenta un certo ostacolo per una buona fetta di pubblico, spesso a ragione. L’opener So Was The Life ci introduce nel mood dell’album, con melodie dilatate, tempi rallentati e tanta introspezione. Già dalla seconda traccia, The Decision,entra in gioco il lato più metal della band, con ritmiche di chitarre distorte che, per quando il termine “post” possa essere il più indicato per descrivere questo sound, a me hanno portato alla mente anche il gothic doom decadente tipico del nord Europa. 
I Katre riescono a costruire strutture interessanti, capaci di mantenere alta l’attenzione nonostante la mancanza della voce, con solo qualche piccolo cedimento qua e là e, probabilmente consapevoli dell’arma a doppio taglio in cui si può trasformare un album strumentale, non allungano inutilmente il lavoro, compattandolo in otto tracce che creano un perfetto equilibrio tra il genere e la durata.
A differenza di altri album strumentali che mi sono stati proposti di recente e che mi hanno fatto rotolare le palle sotto al tavolo già alla fine della prima traccia, Behind The Resilience mi ha colpito positivamente. Non è un disco per tutti, ma so che c’è chi sarà in grado di apprezzarlo.
[Lenny Verga]

Wazzara – Cycles (2021)

Vi è mai capitato di avvicinarvi a qualcosa che, a pelle, non sembra rientrare  nei vostri gusti o nelle vostre corde e poi rimanerne completamente affascinati? A volte mi è successo con band che con la mia musica preferita non hanno niente a che fare, a volte anche con alcune che pur rientrando nel mio genere spaziano in territori che, di norma, non mi fanno impazzire.
Anche nel metal non mi butto a capofitto su qualsiasi cosa mi passi davanti, un po’ perché le uscite giornaliere ormai non si riescono più a contare, un po’ perché comunque in giro c’è tanta roba che ti fa scendere a terra non solo le palle.
I Wazzara mi erano del tutto sconosciuti, ma non devo sentirmi troppo in colpa visto che Cycles è il loro album d’esordio, dopo un EP del 2019, speditoci fresco fresco di stampa (è uscito il 31 ottobre) dalla MetalMessage dall’occhio lungo e dall’ottimo fiuto.
I Wazzara arrivano dalla Svizzera e sono la nuova creatura della cantante e chitarrista Barbara Brawand, ex Caladmor, e le etichette che vengono affibbiate alla sua musica sono varie: moongaze, doom, blackgaze, psychedelic post metal. Tante nomenclature che poi, alla fine, fai prima ad ascoltare il disco che a cercare di immaginare cosa significhi tutto ciò.
Posso fare un tentativo di spiegarvi cosa troverete all’interno di Cycles: immaginate una via di mezzo tra gli olandesi The Gathering ai tempi di Anneke e i francesi Alcest. Immaginatevi un tappeto continuo di chitarre distorte con ritmiche ed arpeggi che si alternano e sovrappongono, mid tempo alternati ad accelerazioni mai eccessive e la magnifica voce di Barbara che da sfogo a tutto il suo estro creativo e alle proprie capacità tra evoluzioni, acuti, vocalizzi fino ad arrivare ad un inaspettato growl/screaming (ascoltate la quarta traccia Obsidian Skies per avere un quadro generale). 
In Cycles troviamo un atmosfera affascinante ed avvolgente, che ti cattura immediatamente. Gli otto pezzi sono mediamente lunghi, oltre i cinque minuti, ma dato il genere rientrano nella norma, perché hanno bisogno di crescere ed insediarsi nella mente dell’ascoltatore. Certo il tutto potrebbe risultare un po’ ripetitivo in alcuni momenti per chi non è abituato a queste sonorità, ma cercate di chiudere gli occhi e farvi trasportare dal flusso della musica, perché  l’album ha una durata contenuta e scorre benissimo. Da segnalare, come settima traccia, un sentito tributo ai Type 0 Negative con un’ottima cover di Wolf Moon.
Cycles è un album di pura emozione e lo sto ascoltando mentre guardo dalla finestra la prima neve di novembre cadere. Ho i brividi di piacere. Quasi quasi premo repeat.
[Lenny Verga]

Infected Chaos – Dead Aesthetics (2021)

Dead Aesthetics è il nuovo album degli austriaci Infected Chaos, giunti con questa release al terzo lavoro in studio. La band propone un death metal che attinge a più modi di intendere il genere. Il riff iniziale dell’opener When Yonder Calls My Name ci lascia subito intendere quanto la band guardi a nord, in particolare alla Svezia ed a quel sound che hanno contribuito a creare, tra gli altri, gli Hypocrisy, i Dismember e i primi Amon Amarth. Giunti a metà del brano però, la band sembra trasferirsi oltre oceano attingendo dalla scena death americana contemporanea, creando una struttura che una sua complessità. Si passa poi da un growl tipico del death melodico allo sgorgo del lavandino intasato dai resti di cadaveri caratteristico di certe zone degli USA. Il mix per lo più funziona, certo non fa urlare al miracolo per originalità di riff e soluzioni, ma si fa ascoltare perché il suo fascino distruttivo è innegabile.
A volte si sente un po’ troppo la fonte di ispirazione, là dove Gehenna richiama gli Amon Amarth senza preoccuparsi di nasconderlo o dove And Thus I Fell sembra uscita da un album degli Hypocrisy. Se questa via di mezzo tra l’essere un po’ derivativi e cercare la propria strada facendo proprie le idee di più correnti non vi crea problemi, Dead Aesthetics vi farà scapocciare di brutto, perché è ben suonato, ben prodotto e scorre via benissimo, con l’eccezione di qualche momento che cede alla banalità, ma in un album di undici tracce che supera i cinquanta minuti di durata può capitare. 
Per concludere, Dead Aesthetics è un album più che valido, parto di una band che deve affinare ancora di più il songwriting ma che già riesce a dimostrare quello che vuole dire, quello che vuole trasmettere.
[Lenny Verga]

Sweeping Death – Tristesse (2021)

C’è un disco che gira a ripetizione in casa mia da qualche giorno, ed è un EP di soli tre brani. Tristesse dei tedeschi Sweeping Death è meritevole di  tantissima attenzione ed è l’ennesima prova che la MetalMessage ci mette tutto l’impegno possibile a scovare band valide. 
Tristesse è la terza release degli Sweeping Death, la cui discografia finora comprende un album e due EP. La band viene classificata come prog metal ed è un’etichetta che tutto sommato gli si addice, ma non aspettatevi qualcosa alla Dream Theater e compagnia bella. Prendete una base di metal classico, più o meno all’americana, che nelle sue progressioni si spinge ad esplorare territori affini a certo metal estremo e melodico della Svezia e della Polonia. Il mix che ne esce non è ancora perfetto, ma è estremamente interessante e ricco di promesse. 
In Tristesse trovano spazio intermezzi di violino (The World As Will), intro di pianoforte (After the Rift), lunghe parti strumentali (Sublime Me), ma è il metal ad erigersi sempre sul risultato finale, grazie anche ad un cantante della madonna. Tutta la band è tecnicamente valida ma non si può non soffermarsi sulla voce del singer, che sembra un connubio tra Matthew Barlow e Alan Averill.
In questo EP la vena più estrema si rivela solo nella terza traccia, Sublime Me, in cui gli Sweeping Death cercano di stupire l’ascoltatore con qualcosa di inaspettato, riuscendoci e lasciandolo con la voglia di sapere come tutti questi elementi potranno essere sfruttati in un futuro full length. Per chiudere in bellezza, Tristesse in soli tre brani sviluppa un doppio concept basato sul numero 3 e sull’opera “Il mondo come volontà e rappresentazione” di Arthur Schopenhauer.
Insomma, ce n’è anche per chi ha voglia di leggersi i testi.
[Lenny Verga]