Scampoli di filosofia nichilista. Mgla – Age Of Excuse (2019)

Ho perso il conto delle volte che ho riscritto questa recensione e, ovvio, delle volte che ho riascoltato questo Age Of Excuse. Li si aspettava al varco dopo Exercises In Futility, non poteva che essere così: QUEL disco è il metro di paragone per tutto quello che incideranno i polacchi.
Gli Mgla, con il passare del tempo, hanno riportato il black metal ai canoni che gli sono propri: sbattersene il cazzo delle mille menate della promozione e puntare tutto sulla musica. Ecco perché il disco è uscito senza nessun tipo di promozione se non l’anteprima di Age Of Excuse II su YouTube e poi, da un giorno all’altro, ecco il disco. Una cosa così l’ho vista, sempre di recente, con Hekatomb dei Funeral Mist.
Il black metal dovrebbe essere così, senza stronzate, senza circhi equestri, nani, ballerine e crociere con il vino. Pur non essendo il 1994, e ce ne siamo accorti tutti che sono passati 25 anni, ho di nuovo bisogno di immergermi in un LP e riemergere dopo mesi cercando ancora di capirlo e con la voglia di studiarlo nei minimi particolari. Perché questa è l’unica sensazione che nasce dopo il primo ascolto di questo disco: la voglia di sentirlo, studiarlo e ritornare a quella tipologia lenta d’ascolto.
Ma veniamo a noi e affermiamo la base: Age Of Excuse è l’opera necessaria degli Mgla e, in un certo senso, il proseguimento del discorso di Exercises In Futility. Troppo grande quel disco per riuscire a superarlo nettamente senza il rischio di bruciarsi. Quindi il disco “necessario” è quello che riprende gli spunti dall’Lp del 2015 e li rielabora abbastanza da crearne un disco nuovo, originale e convincente senza il necessario bisogno di forzarne le regole interne. Che poi, QUEL disco, non è la sola pietra su cui si fonda questo Age Of Excuse, ma ci vedo dentro anche alcune cose di With Hearts Towards None.
Nel 2019, quindi, non sparisce niente di quanto ha reso grandi M e Darkside. Ci sono le melodie subdole e il riffing circolare e asfissiante, così Burzum-iano ma totalmente riconducibile ai soli Mgla, ed entrambi questi elementi sono memorizzabili in brevissimo tempo, ma senza perdere di vista il fattore “scoperta”, profondità dell’ascolto.
Age Of Excuse II ti resta in testa e, quando incominci a dubitare dell’effettiva durata nel tempo dell’LP, ti ricredi e capisci che c’è un’ulteriore sfumatura, un passaggio che non avevi sentito (giusto qualche giorno fa ho “scoperto” una nuova stratificazione sonora su Exercises In Futility che prima mi era sfuggita).
Il pregio di questi polacchi è che, pur creando brani stratificati e farciti di notevoli partiture (sentitevi il lavoro di batteria di Darkside), tutte le canzoni sono abbastanza semplici e scorrevoli da potersi recepire senza doversi studiare le tabulature: Age Of Excuse V e il suo chorus “Not just yet” è indicativo di tutto quanto sopra citato. 
Come nei precedenti capitoli, gli Mgla puntano sempre sul crescendo musicale. Giocano con tracce più “semplici” nelle prime e poi incominciano a caricare di tensione e drammaticità fino a raggiungere la quinta-sesta traccia. Solo in questo momento, la tensione musicale sfocia in brani oscuri e che ti lasciano con la voglia di riascoltarli… perché, come si sa, Misery Loves Company.
Su Age of Excuse, tralasciando i brani già citati, è come sempre la traccia conclusiva (Age of Excuse VI) ad essere il connubio perfetto di circolarità nel riff, nichilismo delle lyrics e un lavoro sopraffino, quasi jazzato, di Darkside.
Ironicamente i 9 minuti della canzone scorrono veloci tanta è la qualità che la percorre e le melodie malate e sottocutanee che circolano su tutto l’LP sono l’ennesima riprova che, se mai ci fossero dubbi, gli Mgla sono una delle realtà più interessanti e emozionanti che il black metal ha tirato fuori negli ultimi 20 anni di vita
Non è poco, ve lo posso assicurare.
[Zeus]

Kaltenbach Open Air – Giorno 2

Il giorno due è sempre quello dove o sei carico a bomba, o ti stai leccando le ferite da una serata lunga, intensa (musicalmente e non) e potenzialmente difficile. Fortunatamente non è così, la sveglia è d’obbligo e dopo una colazione enorme, il MayheM-Duo ritorna sul luogo del misfatto.

Arriviamo abbastanza presto al concerto, ma non tanto da prendere in contropiede i die-hard del campeggio che, coerenti con loro stessi, continuano ad ascoltare musica fuori dal “pit” e grigliano qualsiasi cosa passi davanti alla tenda.
Ci perdiamo Grizsmo e in buona parte anche i Suburban Terrorist, ma ci mettiamo in prima fila per i Vargsriket. Il power-trio austriaco, però, non è che convinca molto. Batterista ottimo, ma è la musica che non mi dice molto. Nel black metal voglio sentire Satana, odio, disgusto o lande fredde e maledette. Gli austriaci non mi trasportano in quella dimensione. Aspettiamo il CD e vediamo.
Segue uno strano accostamento, visto che dopo il black metal arrivano le bastonate grind degli Spasm (in tour con i Gutalax, che suoneranno il giorno successivo) e poi gli Ancst.
Quando tocca ai Man Must Die decidiamo di andare bere qualcosa e scambiare un po’ di chiacchiere con la gente/guardare il merch. Un paio di birre e sono pronto per sentirmi i Wiegedood. I belgi ci sanno fare e, pur non intrigandomi al massimo, hanno finalmente quel sound capace di trascinarti a forza dentro una foresta oscura e piena di incubi. Questo è il black metal, forse vagamente darkthroniano (?) e con qualche passaggio ripetitivo che potrebbe far pensare ai Mgla, ma niente di totalmente esplicito.
Cambio di palco, ma non di nazionalità. Anche gli Evil Invaders sono belgi, ma non si posizionano sullo spettro black, piuttosto su quello di uno speed metal tutto giocato su metal – guerra – alcool come tematiche principali. Bella trimurti, ma io sono in piena eccitazione da Mgla, il gruppo che assolutamente voglio ri-vedere e quindi eccomi in prima fila a godermi il concerto dei polacchi. Come spesso mi succede, durante il loro set finisco su Urano, stacco  il “cervello” e rimango presente solo col cuore. Lo show è indubbiamente ottimo, i suoni sono buoni (anche se li sentivo sbilanciati visto che ero abbastanza vicino e lato chitarra) e i brani, dal vivo e con l’oscurità della sera austriaca, rendono moltissimo. Non saprei dire se hanno fatto uno dei brani da Age Of Excuse, perdonatemi, ma ero realmente preso dal “viaggio”.
Come fai a riprenderti dopo uno show di questo tipo? Senti gli Asphyx e va tutto bene. Gli olandesi sanno come suonare death metal e hanno una discografia consistente da cui attingere. L’ultimo disco in studio è Incoming Death, album che già stavano promuovendo quando li ho visti al Colony Open Air nel 2017 (dove, però, avevano una strana posizione da gruppo d’apertura che, per una band della loro caratura, è senz’altro un po’ strano). Come aftershow ci sono i tedeschi Firtan, ma li ho già visti un mese prima all’Hammerfest ad Anterivo (Bolzano) e non mi avevano preso neanche un po’, quindi saluti e baci ci vediamo per l’ultima giornata.

[Zeus]

Kaltenbach Open Air 2019

Contrariamente a qualsiasi previsione di inizio anno, la felice combriccola di TMI dirigerà il proprio radar metallico verso il KALTENBACH OPEN AIR.
Ritorniamo a questo festival dopo un paio d’anni d’assenza e l’attesa è alta, soprattutto perchè i nomi che girano dentro questo festival non sono quelli “di grido”, ma sono quelli giusti, quelli che ti fanno saltare dalla sedia senza avere 20.000 persone a soffiarti sulla schiena.
Headliner sono grossi, Enslaved, Asphyx (già apprezzati anche al Colony Open Air) e Carpathian Forest non sono i nomi da prime-time per altri festival, ma il KOA punta su cose più di nicchia e gli rende giustizia.
Se poi ci aggiungete l’hype che mi ha preso sapendo che ci sono dentro gli Mgla e i Gutalax, capite che è una questione di principio essere presenti a questo festival. I primi, con buona probabilità, presenteranno qualcosa dal nuovo disco, di cui abbiamo già avuto modo di vedere una preview nei giorni scorsi, mentre dai secondi ci si aspetta uno show divertente e, cosa interessante, ogni volta che li sento mi torna in mente la band bolzanina Ešerichija Cøli. Penso per assonanza nelle tematiche, ma è una questione abbastanza naturale.
Prendo tempo per questi, perché citare tutta la lista, che comprende Aura Noir, Pestilence, Haemorrage, Vomitory, Sinister, Avulsed, Dornenreich etc, sarebbe veramente troppo lungo e non c’è bisogno di presentare mille band quando basta dire: ci vediamo al Kaltenbach Open Air.
Il resto vedete voi.

[Zeus]

Un regalo di Natale: Kriegsmachine – Apocalypticists (2018)

Non annunciato su nessun mezzo, il 21.10 è uscito il nuovo disco dei polacchi Kriegsmachine. Per chi non li conoscesse, può sempre guardare sotto la voce Mgla, progetto principale del duo M-Darkside.
Sono passati quattro anni dal precedente, ed estremamente buono, Enemy Of Man, ma sappiamo che M ama prendersi il suo tempo per registrare la musica delle sue due band (gli stessi Mgla sono fermi dal 2015). Ma veniamo ad Apocalypticists. Se pensate di trovarvi le raffinatezze, quelle atmosfere stranianti degli Mgla, qua non ne trovate. Nei Kriegsmachine, il nero, la depressione e tutto quello che circonda un certo disgusto verso la società, viene declinato con stratificazioni di riff circolari, tanto che alla fine se ne esce stritolati da questa colata di nero pece. Dove Exercises In Futility era stato pulito tanto da lasciare trasparire quelle melodie infettive che ancora adesso fatico a levarmi dalla testa, i Kriegsmachine giocano tutto sull’occupare lo spazio, sull’incessante lavoro di Darkside sulla batteria (come sempre, il batterista polacco si distingue per l’approccio quasi jazz allo strumento e i piatti, in questo frangente, suonano come lampi di luce nell’oscurità quasi Burzum-iana della musica di M) e, ovviamente, su testi mai banali o scontati. Sentitevi la terza traccia (Lost in Liminal) e, in buona misura, avete il riassunto di quello che ho detto: i tempi sono medi e la sensazione di costrizione, data dal riffing circolare, ripetitivo e incessante, è oppressione pura. 
The Other Death ha fascino e negli 11 minuti di tempo dipana un ritratto musicale oscuro, ma nell’insieme non raggiunge le lande ipnotiche degli Mgla, pur avviluppandosi come le spire di un serpente e risucchiando l’aria intorno a sé (scusate l’immagine poetica, mi è partita così e non la tolgo). Il finale è lasciato a On The Essence Of Transformation, 9 minuti di catarsi musicale (Darkside protagonista assoluto nella seconda parte della canzone, visto che si gioca tutto sulle sue ritmiche percussive che sovrastano il riffing monocorde e reiterato di M).  
Per poter apprezzare pienamente Apocalypticists ho dovuto dargli molti ascolti; non è un LP diretto o di semplice assimilazione. Ancora adesso non sono pienamente convinto delle sue potenzialità e, mano sul cuore, gli preferisco un With Hearts Towards None, ma è un signor disco e la negatività che trasmette, quel contorcersi su sé stessi, sui propri sentimenti e sul marcio intorno a noi, è pur sempre di prima qualità. 
[Zeus]

Ci sono cose che gli americani non sanno fare bene: UADA – Devoid The Light (2016)

Gli americani hanno tanti pregi, ma il black metal non è proprio il loro pane. A parte qualche band (Absu per esempio), possiamo dire che il metallo nero e satanico è distante dalle corde del tipico ranchero del midwest. Gli UADA provengono da Portland e suonano un black metal “melodico”, influenzato da quanto prodotto nel vecchio continente da gente come gli Mgła (ne riprendono persino il trend di coprirsi il volto con le hoodies), che scorre senza nessun pensiero e nessuna punta drammatica. Questo basterebbe per finire la recensione.
Devoid The Light che funziona benissimo mentre stai cucinando e ascolti con mezzo orecchio. Fa da sottofondo e si confonde con il rumore del treno che passa a poca distanza dal balcone e con il rumore prodotto dai vicini rompicazzo

Anche gli UADA sanno che hanno fatto il minimo sindacale e si coprono la faccia

Ormai la moda è questa, c’è poco da fare. Black metal molto melodico, scorrevole, che non ha un briciolo di bestialità, di perversione o di estremo. Non so se è definibile come post-black metal o solo come un disco che, oltre ad un certo punto, non può andare. Questo è il genere che mi fa innervosire, perché è una sciacquatura di piatti senza nerbo e io, dal metal in generale, mi aspetto molto di più che scopiazzare qualcosa e portare sul mercato una cineseria.
Probabilmente qualcuno, ascoltando la canzone sotto, sarà anche tentato di dirmi che si fa ascoltare, che non è male, ma vorrei dire così da stroncare sul nascere discussioni futili: i dischi, quelli grandi o quelli buoni (ormai è difficile arrivare a Grandi Dischi), non ti fanno mai esclamare “dai, non è male!”. Questo commento lo riservo ai dischi di band di seconda schiera che, pur gonfiando il petto, non sono altro che bolle di sapone.
[Zeus]

Medico Peste – א: Tremendum et Fascinatio

L’aria polacca deve essere pregna di particelle anticristiane che, in qualche modo, creano un substrato particolarmente virulento nelle band locali. Gli ascolti degli ultimi mesi sono tutti incentrati su band polacche post-2000 (non è un fattore di rigore, ma è solo una scelta consapevole di “ricerca sonora del nuovo”) e, almeno per una buona metà, il black metal che propongono è una versione mutata di quello che troviamo nelle terre nordiche (Svezia e Norvegia – si va a parare nella maggior parte dei casi) o in terra di Francia. Il black c’è, sia chiaro, ma le band nate o che incominciano l’attività di registrazione dopo il 2000 sembrano orientarsi su un discorso quasi post-black metal, cosa che dilata le atmosfera, rallenta i ritmi forsennati e non coincide, sempre e comunque, con l’adorazione di Satana.
I Medico Peste rientrano perfettamente nella concezione di black metal polacco moderno. Provenienti da Cracovia, il quintetto polacco esce con un primo EP (Graviora Manent) e nel 2012 fa uscire il disco di cui sto parlando.
ℵ: Tremendum et Fascinatio è stato registrato, mixato etc etc da M., mastermind Mgła (nonché datore di lavoro di ben due musicisti dei Medico Peste – recrutati in sede live).
Ma come suona ℵ: Tremendum et Fascinatio? Il suono è potente, registrato bene, abbastanza pulito e lontano mille miglia dal classico suono da scantinato del black norvegese. Se vogliamo tirar in ballo il Grande Nord, le coordinate sono più svedesi che altro. Ma non è tutto, visto che nel grande calderone di Tremendum et Fascinatio incontriamo anche scorie tratte dai Kriegsmachine (altra band in cui è coinvolto M.) e rimandi al black metal “paté e baguette”, come i Peste Noire.
Questi ultimi, a mio parere, sono citati espressamente nella traccia Thanksgiving (si senta l’intermezzo contaminato da quella pazzia rurale presente proprio nelle prime tracce di L’ordure à l’état pur). Quindi, a ben vedere, i Medico Peste si divincolano fra rimandi disparati che, con l’andar del tempo, si mischiano e si contorcono senza però finire per amalgamarsi in maniera perfetta. Certo, il sound è ottimo e non c’è niente da dire sulla registrazione e alcuni brani sono concepiti bene. Certo, l’aver posto l’attenzione sulla follia, il disagio e la religione fornisce una chiave di lettura che non è sempre la solita.
Ma ci sono i ma, questo è poco ma sicuro.
Ci sono dubbi dietro tracce che sono abbastanza lunghe (in media oltre i 7 minuti), ma che sembrano incompiute sotto l’aspetto della gestione del tempo e delle idee. Qualche down creativo e un po’ di lungaggini tanto per tirar su il minutaggio in meno e saremmo di fronte ad un disco che, per i recensori più attenti e bravi, varrebbe almeno mezzo punticino in più.
Ma così non è.
Questo è solo il primo disco, quindi c’è tutto il tempo per rimediare e trovare un sound personale e convincente, anche limando su tempi e gestione delle dinamiche della canzone.
[Zeus]

 

 

Mgła – With Hearts Towards None

Da troppe settimane questo blog rimane a languire nel nulla di WP e, vi giuro, mi dispiace. Il problema, come sempre, è che oltre a questa schermata c’è una cazzo di vita da vivere e non è proprio semplice arrivare a sera e tirarsi insieme a scrivere qualcosa e pensare una recensione decente.
Avrei potuto scrivere anche una recensione di merda – cosa che faccio anche senza gli applausi del pubblico -, ma qua vi abbiamo abituato ad una certa qualità che, porco demonio, non voglio far venire meno proprio adesso.
Quindi ritorno qua su TMI con l’operazione recupero 2.0. Recupero perché nell’ultimo mese e mezzo mi sono messo ad ascoltare in maniera caparbia tutto quello che Madre Polonia ha partorito negli ultimi anni. Questo rimestare nel black (post-black et similia) polacco mi ha spinto, prima di immergermi di nuovo nel nichilismo e nel nero pece, di tirar fuori la recensione degli Mgła annata 2012 e, per la precisione, quando ‘sti figli di Cracovia davano alle stampe With Hearts Towards None. Nella precedente recensione di Exercises In Futility avevo sottolineato il fatto che l’ultimo full-lenght fosse più pulito e liscio del precedente WHTN. Vorrei riprendere il concetto adesso e spiegare cosa significa questa cosa. With Hearts Towards None è, nei suoi quasi 44 minuti di durata, un gioiello di grezzo e spiroidale black metal moderno. Spiroidale perché i riff, crescendo e contorcendosi su sé stessi, creano quella sensazione contrastante ma simultanea che porta al viaggio mentale e al sentirsi oppresso dalla vita.
Entrambi i fattori, in questo momento storico, mi sono cari.
Sette tracce, di cui sei che si attestano su un minutaggio abbastanza classico per il genere (fra i 4 e gli 8 minuti) e la settima che viaggia a vele spiegate sui 10 minuti di durata.
Il disco è più rauco, desolato e ispido e risente ancora di un approccio rustico rispetto al successivo LP. Questa componente grezza è forse l’aspetto migliore di WHTN, insieme alla capacità di M di creare canzoni che, pur cavalcando la circolarità e puntando forte sulla formula del crescendo, non annoiano mai.
Se proprio c’è da mettere un po’ di zizzania, questo gruppo ha almeno delle idee decenti e non si limita al compitino come un Satyricon qualcunque con il nuovo, e da quello che ho sentito abbastanza bah (commento più decente non mi viene), Deep Calleth Upon Deep. Ho coscienza che questo inserto e slashing sui norvegesi centri come i commenti intelligenti in un programma di mezzo pomeriggio su reti private, ma ci sono dei limiti alla sopportazione e se devo godermi un disco, che sia uno che esprima al 100% le potenzialità della band.
Questo per dire che, dopo che avrete finito di ascoltarvi With Hearts Towards None VII, non mi stupirei che pigiaste il tasto Play dell’Ipod ancora una volta.
E, vi assicuro, godreste di altri 44 minuti di nichilismo, black metal e assenza di futuro.
[Zeus]

 

Mgła – Exercises In Futility

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Pochi dischi contemporanei hanno avuto su di me l’impatto che ha avuto questo Exercises In Futility dei polacchi MgłaUscito esattamente due anni fa (04 settembre 2015), il disco l’ho ascoltato nella sua interezza unicamente dopo il concerto visto al Colony Open Air di questo luglio. Motivo? Quando sento troppo hype ed eccitazione verso una band contemporanea, mi viene sempre il grandissimo dubbio di rincorsa alla recensione paracula e leccaculo.
Errore che proverò a non rifare nel prossimo futuro, ma non ci conto troppo.
Gli Mgła, progetto del leader M – già con i notevoli Kriegsmachine -, hanno dietro di loro la classica gavetta fatta di Split, EP e, infine, le prove sulla lunga distanza, fra cui segnalo With Hearts Toward None
Exercises In Futility
, rispetto a WHTN, pulisce leggermente il suono e lo rende fruibile in maniera più liscia. Perde l’aspetto più “minaccioso”, ma le spirali formate dalle chitarre e dal lavoro eccellente della batteria di Darkside (estremamente funzionale e fondamentale per quello che è il suono dei Mgła suono che è lontano dalle esperienze norvegesi, svedesi o finniche) sono stringenti e creano l’atmosfera perfetta su cui inserire i testi – elemento su cui poi ritorno-, sempre dello stesso M.
Impressiona nel disco, ed è così per ciascuna delle sei tracce presenti nel CD, la capacità di creare un’atmosfera ossessiva che poi culmina nell’apice sonoro o in un improvviso momento di rilascio, che rallenta la canzone garantendole quell’aria e interesse che il mero assalto all’arma bianca avrebbe diminuito.
Altro aspetto che ci tengo a sottolineare è la qualità dei testi. Rispetto alla qualità media delle lyrics del black metal, funzionale all’espressione del concetto Satana + Odio ma in molti casi troppo banali e/o secondari rispetto all’aggressione sonora, in Exercises In Futility troviamo dei testi ben concepiti. La cifra stilistica è quella della disperazione, nichilismo e misantropia, ma la costruzione, spesso impreziosita da metafore e giochi di parole, fornisce un secondo piano di lettura che aggiunge sfaccettature alla musica.

[Zeus]

Colony Open Air – report (Skan)

Eccoci qua a raccontare il festival che sarà ricordato come il “festival delle sfighe” o “il festival dei commenti su internet“, ma iniziamo con il racconto.
Un po’ di prequel: il Colony Open Air era stato concepito diversamente, con altri headliner, in una località diversa, poi per vari motivi è migrato in vari paesi, fino trovare sede a Brescia nel parco del PalaBrescia e, in seguito, finire indoor.
Poi i Morbid Angel che si scordano di rinnovare il passaporto, ma quello può capitare, tipo al mio collega che si è scordato di fare la revisione della macchina, e infine la sostituzione al volo con i Carcass.
Fatto sta che su internet partono le critiche e quant’altro. Questo, come detto, era il prequel.

Lo svolgimento è stato un po’ diverso.
A parte il controllo all’entrata un po’ lungo e un po’ troppo puntiglioso, e la stupida ordinanza di non portar birra in area concerti, il festival era perfetto. Tenda con aria climatizzata, area ristoro a prezzi veramente economici (panino con salamella a 3€), scelta di birre di qualità, stand con cd, bagni numerosi e con più pulizie nel corso della giornata, palco grande, tempi di cambio palco ridotti e, soprattutto, ottime band.
Sabato si arriva un po’ in ritardo, entriamo in sala concerti con gli IN.SI.DIA. che omaggiano i Negazione con “Tutti Pazzi“, ultimo pezzo della loro set list. Ci si mette in posizione ed è il turno degli HELL. Gli HELL presentano uno spettacolo intenso, con il cantante che recita più che cantare. I suoni, come poi sarà per tutto il festival, durante le prime canzoni risultano impastati per poi diventare più nitidi dopo qualche pezzo. Finiti gli HELL, ci si prepara agli Asphyx, unico gruppo Death della giornata che distrugge tutto con un esibizione spettacolare. Tra i migliori della giornata.
Tocca ai giapponesi Loudness, ma non è il mio genere. Il chitarrista shredda di continuo e il pubblico apprezza tantissimo (molti nel pubblico indossano magliette/toppe dei Loudness), quindi noi ne approffittiamo per una pausa birra. La location offre un parco all’esterno con molte zone d’ombra, quindi dà la possibilità di svaccarti tra un concerto e l’altro o durante concerti che non ti interessano, fatto non trascurabile.
Si rientra per i DEATH ANGEL, partono a mille, e appena il suono diventa nitido il concerto finisce. Hanno suonato un set ridotto, non so il motivo, comunque hanno spaccato. E’ il turno dei DEMOLITION HAMMER che salgono sul palco e non si fermano più. Annichilenti. Capisco perché si sono chiamati martello demolitore.
Tocca agli EXCITER calcare il palco. Speed metal anni ’80, né una virgola in più né una virgola in meno. A metà set vado a prendermi una birra, ma il resto del pubblico è in delirio. Convinti che dopo gli Exciter ci siano i Wintersun, ci programmiamo la pausa cena. Fortunatamente ci viene in mente di fare una pisciatina prima di cenare, giusto per accorgersi che sono partiti i SACRED REICH, anche perché tutta la folla partecipa, chi nel pogo, chi cantando i ritornelli. La cover di War Pigs viene interamente cantata dal pubblico e il finale “The American Way” più “Sufin’ Nicaragua” non lasciano superstiti. Come detto prima, Wintersun uguale cena e rientro solo per sentirmi gli ultimi 2 pezzi.
Il mix di Blind Guardian+Children Of Bodom+ folk non mi prende.
Headliner i Kreator che partono a razzo e la folla risponde. La band alterna pezzi recenti con i loro classici nella prima parte del concerto, esaltando il pubblico. Verso la seconda metà del set propongono un po’ troppe canzoni dagli ultimi dischi che, francamente, belle sì ma si assomigliano un po’ tutte tra di loro. Abbandoniamo il concerto durante Pleasure to kill, preferiamo evitare la folla in uscita e abbiamo da percorrere 2 km a piedi per arrivare al bed and breakfast dove pernottiamo.
La domenica c’è la prendiamo con calma. Dormita lunga, colazione, giretto in zona collinare e pranzo ad un grande agriturismo (grazie allo staff de Il Gallo per l’ottima accoglienza e ottimo pranzo!), e si arriva al concerto con un po’ di gruppi che hanno già suonato. Il primo gruppo che vedo per intero sono gli Antropofagus, brutal Death metal senza prigionieri, peccato per i suoni un po’ troppo impastati. Poi è il turno dei maltesi Beheaded, con cui ho un conto in sospeso perché annullarono un concerto nella mia città una decina di anni fa. Suonano veramente bene, ma si ripresenta durante le prime canzoni il problema dei suoni impastati. quando il suono si stabilizza il concerto diventa godibilissimo. Dopo i maltesi partono i Carach Angren con la versione black metal di Nightmare before Christmas, ascolto due canzoni poi decido di dedicarmi a birra e panino alla porchetta.
Devo prepararmi per il rush finale.
Per gli ABSU ci piazziamo in prima fila, per farci prendere a sberle in faccia da Proscriptor e soci. I suoni sono quel che sono, ma loro mazzolano che è un piacere, soprattutto durante le prime canzoni con Proscriptor alla batteria. Sì perché dopo un paio di pezzi si dedica solo al canto e alle “coreografie” (cercate su internet!).
Rimaniamo in prima fila anche per i Mgła, anche perché la sala si è riempita. Che fossero tra i pezzi grossi del concerto lo si era capito, dato che il loro merchandise è stato saccheggiato sin dalle prime ore del festival. Loro rispondono ammaliando tutto il pubblico, che risponde alla grande cantando e scatenandosi. Personalmente vengo rapito dal particolare sound dei polacchi, infatti più di qualche volta mi perdo ad ascoltarli non rendendomi conto neanche di stare al concerto. A mio avviso i migliori del festival.
Altra birretta e poi i BELPHEGOR. Ho sempre creduto che fossero solo dei casinisti che bestemmiano e basta, ma mi devo rimangiare i pregiudizi. Propongono i suoni migliori della giornata e suonano senza risparmiarsi. Concerto divertentissimo.
I MARDUK fanno quello che i Marduk devono fare. Scaletta perfetta, ottimo bilanciamento tra pezzi nuovi e pezzi vecchi, tra brani più cadenzati e le classiche bordate “alla Marduk”. Finale totale con una versione indemoniata di Panzer Division Marduk.
Sound check un po’ più lungo per gli headliner, ma poi quando partono non ce n’è per nessuno. Poche parole, pezzi vecchi e pezzi nuovi, brani che partono e poi diventano altre canzoni e unico intermezzo con Walker che precisa che non sono i Morbid Angel; poi altre mazzate, Blackstar che diventa Keep on rotting e noi che si deve fuggire perché dobbiamo farci oltre 150 km. Concerto stupendo.
Weekend perfetto, peccato solo per quello stupido documento non rinnovato, e non mi riferisco al passaporto dei Morbid Angel.

Colony Open Air – Day Two [Zeus]

Blessed Are The Sikh

Vorrei iniziare dicendo, dopo una ristoratrice notte di sonno… ma non lo faccio. Non ho

sikhmegaturban
Il Sikh che ti benedice

 dormito un cazzo, perciò partiamo con l’idea

che, dalle 10 fino dopo le 14 noi, prodi inviati di TMI, non sappiamo che fare. Brescia non è che offra uno degli spettacoli naturalistici migliori in assoluto. Settiamo il navigatore (che non è altro che il mio compare di avventura che dice “prendi la strada a destra” o “prendi quella via” ignorando che via fosse) e ci gustiamo un paesaggio deprimente fatto di case brutte, che si trasformano in caseggiati bruttissimi e, infine, svoltano sull’orrido e qua si fermano.
Una sorta di Storia Infinita in cui ci siamo noi e il Nulla intorno. Peggio delle Polo.
Appurato che non c’è c’è nessuna forma di vita, intelligente o meno, il nostro scopo principale è quello che anima Piero ed Alberto Angela da una vita: scoprire se c’è vita in periferia a Brescia.
Risposta? No. Però incrociamo qualche essere umano che o cerca di farsi stendere come una gazzella in autostrada o vaga, in evidente stato di disagio, in giro per vie deserte.
L’indiano/pachistano che ci salta fuori sulle strisce pedonali, comunque, ci ha benedetto in tutta tranquillità. O maledetto, ma io non capisco bene il dialetto del luogo.
Non trovando niente in pianura, il buon Skan decide che in pianura vita non ce n’è… perciò ecco puntare il dito verso la montagna.
“Voglio arrivare dove si trovano i tetti” – anche perché, abbiamo appurato, gli architetti di Brescia fanno tutto, ma non il tetto. Un po’ come il buon vecchio Diavolo.
Ingannati dalla mancanza di consonanti (maledetti cartelli), ci dirigiamo verso l’agriturismo Valhalla. Il posto degno del metallaro che si rispetti. Arrivati sul posto vediamo che si chiama “Vallalta” ed è per di più chiuso.
Porchi e madonne (mie) e nuove indicazioni stradali (sue). Torniamo giù? No. Sempre su, finché non troviamo un agriturismo (Il Gallo) e fermiamo il surriscaldato destriero.
L’agriturismo è ancora chiuso, ma complice la notevole capacità dialettica del buon Skan (Non le dispiace vero se, mentre aspettiamo, restiamo fuori a cazzegiare?) il posto viene trovato (pota) e ci viene (pota) servito un (pota) pranzo (pota) luculliano (pota).
Per non farci mancare (pota) niente (pota), facciamo macellare suini e cavalli senza pietà. Satana ringrazia. Noi anche, vista la qualità (pota) ottima (pota) del cibo.
De dio. Pota. 

Finito di lodare il Grande Capro, torniamo al Pala Brescia per la seconda raffica di concerti della giornata del Colony Open Air.
Ci perdiamo due gruppi (Kaiserreich e Deceptionist) e arriviamo sulle ultime note degli Ulvedharr. Saltiamo anche gli Hideous Divinity (in maniera consapevole stavolta) e finalmente il nostro giorno due al Colony Open Air parte alla grande.

Gli Antropofagus non riescono a trovare un suono decente e quello che esce dalle casse è un miscuglio impastato, ma la potenza della band non si discute e mi mette subito di ottimo umore. Avessero avuto un sound decente, il loro concerto avrebbe aperto una crepa nel pavimento. Le prime canzoni Beheaded subiscono lo stesso fato avverso dei loro compagni di giornata: suoni impastati e risultato poco reattivo. Si sente che c’è qualità, ma è difficile apprezzarla appieno quando non si sente granché il lavoro delle chitarre. Al contrario degli Antropofagus, però, i Beheaded riescono a mettere a posto i livelli di suono ed ecco che ne esce fuori un concerto di ottimo livello. Una doppietta iniziale che detterà, più o meno, il passo la serata.
Ecco il meno. I Carach Angren non li conoscevo, a parte di nome, e quindi mi informo: ma cosa fanno? Risposta: una sorta di black metal sinfonico. Al che appiccico subito le immagini di Dimmu Borgir o Cradle Of Filth alla band. Peccato che avrei dovuto prestare più attenzione al “sorta di” e quando i Carach Angren salgono sul palco, capisco l’entità del mio errore. I Dimmu Borgir hanno una Mourning Palace, i CoF hanno Principle… capite dove sto arrivando? I Carach Angren sono delle macchiette e mischiano pezzi (di canzone) abbastanza convincenti con un mix di frutta mista che proprio ti fa cascare il crocefisso.
Reggiamo poco e andiamo a far scorta di cibo e bevande prima del finale in crescendo.
Gli Absu, premio Versace per l’abbigliamento oltraggiosamente osceno (!), fanno capire al pubblico la differenza fra una band decente e i Carach Angren. Non posso giudicare il suono, ero in prima fila e sentivo alla cazzo di cane, ma l’impatto c’è. Il black/thrash metal del terzetto americano è accolto benissimo e quando da tre diventano quattro, Proscriptor smette di fare il batterista per incominciare il suo ruolo di cantante/intrattenitore/cultista/mago (a tutte le latitudini, cari lettori, la gnocca è il simbolo magico rituale per eccellenza, fidatevi. NdA), il sound perde forse un filo di delirio ritmico ma non un’oncia di assalto sonoro.
Rimaniamo in prima fila anche per i polacchi Mgła e anche qua il giudizio è unicamente di pancia, visto che il suono, pur decente, non era paragonabile a quello sentito da qualche passo indietro, ma siamo metallari e si va a cazzo duro senza futuro. I quattro polacchi non si muovono di un millimetro, non parlano e non fanno trapelare niente (peggio di me quando sono dal commercialista). Il sound dei Mgła è difficile da descrivere, black metal sì, ma con quella componente dilatata che ti fa perdere dentro alla musica. Spesso e volentieri mi sono trovato estraniato, solo per ripiombare sulla balaustra a canzone finita.
Per il terzetto finale, decidiamo di arretrare di qualche fila.
I Belphegor sbaragliano tutti come suoni. Quello che esce dalle casse non è umano, il suono è così preciso e limpido, ma potente, da prenderti a sberle. Helmuth incomincia il rituale che, per tutta la durata del set, è un perfetto mix di bestemmie, porchi, madonne, inculate, penetrazioni e cazzi e mazzi. La perfetta summa del blackned death metal targato Belphegor. Da loro non voglio raffinatezza e neanche qualcosa di più che una sequela insensata di insulti al Dio cristiano.
E loro lo fanno senza problemi.
Seguendo il detto “la bestemmia spinge Dio a far di meglio“, ecco che salgono sul palco i Marduk. Il mio giudizio sugli svedesi è di pancia, visto che è una delle mie band preferite. La formazione con Mortuus alla voce ha, a mio parere, prodotto una serie di ottimi dischi e la preferisco alle altre incarnazioni (prendetemi a pietrate, me ne sbatto il cazzo). Il set dei Marduk è un best of di quasi tutti i dischi, con alcune ovvie presenze fisse (Wolves o Of Hell’s Fire). Non sentivo The Levelling Dust da un po’ ed è stata una piacevole sorpresa (come anche Cloven Hoof). Altri porchi, madonne, bestemmie e via che il set si chiude sull’inno alla violenza insensata: Panzer Division Marduk.
Catarsi completa.
Gli headliner della serata, come detto, sono i Carcass. Ho un problema nel giudicare anche gli inglesi: raggiunto il loro slot, ormai ero Ko a livello fisico (stanchezza, non birra) e ho assistito a parte dello show in stato alterato di consapevolezza. Detto questo, posso affermare che il set, un mix di canzoni vecchie e nuove, ha spaccato. Il suono era molto buono e loro ci hanno dato dentro, senza risparmiarsi, senza troppe interazioni con il pubblico (Jeff Walker si è limitato a prendere per il culo chi ha continuato a chiedere, su Facebook, i Morbid Angel e invece ha ricevuto, in regalo, i Carcass).
Causa ripartenza verso casa, gli ultimi minuti dello show ce li sono persi.

Post Scriptum: il mio personale set di bestemmie, porchi, madonne e associazioni fra animali e divinità l’ho iniziato a 20 minuti da casa. Ma questo, sfortunatamente, è un altro discorso.

[Zeus]