Cominciare male. Clandestine Blaze – Fire Burns In Our Hearts (1999)

Da dove inizio con questo disco? Dei Clandestine Blaze abbiamo già avuto modo di parlare con Tranquillity Of Death del 2018, che avrà avuto le sue pecche ideologiche/esecutive/di gusto (aggiungete un po’ quel cazzo che volete a seconda della vostra sensibilità), ma almeno era un disco fatto e finito. Fire Burns In Our Hearst è una sorta di disco black metal in formato discount, quindi ti sembra di sentire i Darkthrone suonati male e registrati peggio dello stile raw (e quindi forzatamente, e volutamente, lo-fi) della band norvegese. Non c’è molto da salvare del primo LP di Mikko Aspa, sia chiaro. Qualche tremolo riffing ok, qualche parte qua e là (un rallentamento su Children Of God o la mezza melodia che esce da sotto la cacofonia di Native Resistance), ma l’intero disco è fondamentalmente mezzo pattume e mezzo obbrobrio.
Su FBIOH, Aspa sembra utilizzare qualche filtro sullo scream, che quindi perde efficacia e evilness per assomigliare a qualcosa di non particolarmente piacevole. E non nella versione “interessante” del non piacevole.
Per chi conosce i Clandestine Blaze, e per chi li apprezza, forse questo disco vale come completismo… a patto di ricordarsi che il prodotto che si ha in mano è derivativo e tutto sommato brutto. Tutti gli altri possono tranquillamente ricordarsi solo della parola brutto, il resto non conta.
[Zeus]

Graveland – Impaler’s Wolves (1999)

A pensarci bene, i Graveland sono un’altra di quelle realtà che non sanno bene come vendersi: dichiararsi espressamente NSBM o continuare a pasturare nelle ampie praterie del “non so, non dico”? Potremmo metterli insieme ai francesi Peste Noire e altri che, adesso, non mi vengono in mente, ma capite il discorso vero?
I Behemoth si sono scansati dai Graveland con la velocità dl suono, per poi ritornare sulla bocca dei media quando Nergal è stato visto farsi una foto con Rob Darken. Che si conoscano da oltre 20 anni è un discorso totalmente secondario. Che farsi una foto non significa condividerne anche le idee, è un passaggio che spesso e volentieri sfugge a chi le notizie le legge su Facebook.
Ma torniamo ai Graveland, che di questi problemi ne hanno avuti diversi, soprattutto grazie alla Polizia tedesca (album vietati e addirittura un’irruzione nella sede della No Colours Records, tanto per non farsi mancare niente).
Musicalmente parlando è difficile trovare grandi cose da dire su questo EP, Impaler’s Wolves. Ri-registrazioni di due canzoni provenienti dal disco di debutto (Carpathian Wolves del 1994), i due brani contenuti superano i 10 minuti di durata e, come concetto musicale, non presentano enormi differenze uno dall’altro.
Quindi, con piccole variazioni sul tema, Rob Darken si tiene stretto sul sentiero del black metal semplice e diretto, grezzo ma non raw, sia per Impaler Of Wallachia che In the Northern Carpathians. Per evitare l’effetto noia, cosa che può succedere quando si superano certi minutaggi, Darken ci ficca dentro qualche sparuta accelerazione, giusto per variare dall’imperante mid-tempo, e gioca alla grande con l’ambientazione “horrorifica” data dalle tastiere e inserti vari.
Due brani interessanti, aldilà delle fissazioni ideologiche del suo creatore, che possono piacere a chi, nel black metal, cerca un songwriting diretto e non eccessivamente veloce, una sound ricco d’atmosfera e con un tocco d’epicità.
[Zeus]

Nargaroth – Geliebte Des Regens (2003)

Il terzo full length dei NARGAROTH si concentra ancora di più sul versante musicale. Questa volta troviamo sei canzoni (anche se dentro ci troviamo un’intro e una canzone è presente in due versioni differenti) e sembra che Kanwulf abbia più o meno trovato la sua direzione musicale visto che è uno sviluppo completo dal mini CD “Rasluka Part II” (traducibile con molto lungo, molto deprimente e molto intenso).
Le canzoni di Geliebte des Regens durano tutte sopra i 10 minuti (anche l’ultima canzone, sebbene dichiarata come outro, dovrebbe essere vista come una canzone vista la durata) e questo è sicuramente un album per dark autumn o winternights. Chiunque fosse in grado di gestire gli album precedenti (in particolare il suddetto mini CD o “Herbstleyd“, il demo “Orke” piuttosto che “BMIK“), può comprare questo album alla cieca, perché non vedo alcuna ragione per cui non dovrebbe
Apprezzo anche questo album, pur ponendo l’accento sue due considerazioni. La prima musicale, visto che per me sarebbe stato meglio che Kanwulf avesse usato un batterista migliore, specialmente in “Von Scherbengestalten und Regenspaziergang”, visto che il suo drumming distrugge l’atmosfera più di quanto non aiuti a crearla.
La seconda, invece, di natura più generale: mi chiedo se per i Nargaroth, oggigiorno, sia sufficiente essere giudicati solo dalla qualità musicale?

La band tedesca invoca la pioggia e lo fa nel modo migliore possibile, con un disco che pur essendo black metal fino al midollo è allo stesso tempo intimista, melodico e soprattutto delicato e lento nel suo incedere. Lo sviluppo lento permette ai malinconici riff di scavare nei nostri vuoti e riempirli di tristezza.
Geliebte des Regens si apre con “Calling The Rain”. L’intro è un’evocazione della pioggia e così si parte con il suono di certi strumenti originari del Cile che dovrebbe ricordare un temporale (i bastoni della pioggia che vanno inclinati da una parte e dall’altra) per poi passare a sentire la pioggia vera e propria accompagnata da vari rumori ambientali e si finisce con qualcosa che mi ricorda il suono di un corno. Pur essendo una intro, i tedeschi ci regalano una traccia molto suggestiva, magari fuori contesto, ma talmente rilassante che quasi verrebbe da chiedere ai Nargaroth un intero disco fatto così.
La prima vera canzone “Manchmal Wenn Sie Schläft” spezza bruscamente il clima di serenità che si era creato. Il brano si apre con un riffing estremamente malinconico, che viene amplificato quando inizia il cantato, che segue il giro di chitarra, e che quindi conferisce molta enfasi alla melodia. Un brano che mantiene lo stesso mood per tutto il suo corso, giocando tutto su un riffing ripetuto alla nausea, pochissimi cambi di tempo e un cantato mai troppo invadente.
La seconda traccia parte con un riffing che molto ricorda le sonorità burzum-iane, ma dopo poco anche questo brano ricade nella lentezza che caratterizza tutto l’album. Wenn Regen liebt (Zwiegespräch mit mir) ha una registrazione più grezza rispetto al resto del disco, con voce e batteria che risaltano maggiormente rispetto a prima, ma alla fine dei conti le coordinate stilistiche non mutano.
La quinta traccia non è altro che un rifacimento di “Manchmal Wenn Sie Schläft”, che però non aggiunge poi molto (neanche in termini di durata per fortuna) al pezzo originale. Giungiamo infine all’ultima traccia, che si apre con un arpeggio e di nuovo tornano protagonisti i suoni dell’acqua. Dopo poco più di tre minuti e mezzo parte la canzone vera e propria che conclude in maniera stupenda il disco.
Parlare della complessità del songwriting per un disco del genere è eccessivo, sono i riff e le melodie malinconiche e ripetute fino all’ossessione a catturare l’attenzione dell’ascoltatore. E credetemi che riuscire, come i Nargaroth hanno fatto, a comporre un album di 73 minuti così minimale senza annoiare non è cosa da poco; il merito va senza dubbio alla bellezza dei riff, tutti ispirati e coinvolgenti.
Ovviamente i tedeschi sono figli del Burzum di “Hvis Lyset Tar oss” e a chi non piace quel modo di fare black metal, di certo troverà questo “Geliebte Des Regens” un disco di una noia mortale.

[Countess Grishnackh]

La desolazione umana. Clandestine Blaze – Tranquillity Of Death (2018)

Il nome di Mikko Aspa e il monicker Clandestine Blaze non sono proprio degli sconosciuti. Il primo è anche singer per i Deathspell Omega e titolare della conosciuta Northern Heritage Records (etichetta discografica che fa uscire anche il materiale di Mgla e Kriegsmachine), i secondi, incarnazione dello spirito di Aspa, sono attivi dal 1998/1999 (vent’anni fa usciva il debutto ufficiale della band). Dei Deathspell Omega abbiamo già parlato su questo blog (anche se dell’incarnazione pre-Aspa), mentre dei Clandestine Blaze niente, neanche menzione.

E qua c’è da fare subito un distinguo importante: vista l’ingombrante figura del suo creatore, che non ha nascosto posizioni ideologiche non interessanti a questa webzine, cercherò di valutare il disco trascendendo sulle posizioni politiche che emergono, di quando in quando, dalle lyrics del progetto. 

10 album in 20 anni di attività e un’etica del lavoro encomiabile (ogni due anni fa uscire un LP, con una punta d’attività nel biennio 2017-2018), i Clandestine Blaze arrivano a Tranquillity Of Death facendosi forza di un trademark sonoro ben rodato.
La produzione è buona, lontana dalla cacofonia norvegese (il basso, comunque, viene ignorato nel mixing finale), ma questo non toglie che le chitarre mantengano una sporcizia notevole, capace di farle risultare ruvide ma comunque organiche. Più del Nord Europa, il feeling che se ne trae è quello del black metal francese, ma l’influenza dei Darkthrone è innegabile.
Sarà una considerazione scontata quanto volete, ma in Tranquillity of Death si respira odio. Niente di brutale e musicalmente in-your-face, ma l’odio è un costante reminder di quanto questo mondo faccia cagare.
Le canzoni sono asfissianti, condite da un riffing circolare e tutte, tranne quelle in apertura e chiusura (l’irruenta e diretta God on the Cross e Triumphant Empire), superano i 7 minuti di durata.
Non sono pochi per un genere come quello proposto da Aspa, a cui si aggiunge l’impossibilità di sentire questo disco come mero sfondo alle attività giornaliere. O gli si dedica del tempo, carpendo anche i fugaci momenti d’apertura (la chitarra acustica che fa capolino nella title-track è uno di questi), o si ascolta qualcosa di diverso e più caciarone. 
Non puoi permetterti di sentire distrattamente Tragedy of Humanization, il cui procedere è tutt’altro che veloce o leggero, così come non c’è niente di radio-friendly in Blood of the Enlightenment (o la title track), sostenute e con un suono di chitarra tagliente e molto in luce rispetto al comparto ritmico. 
Tranquillity Of Death è un LP che si rivolge a specifiche categorie di pubblico: quelli che sono alla ricerca di band affini per ideologia, quelli che stanno cercando album asfissianti e circolari ma senza essere ipnotici e, soprattutto, quelli che nella musica cercano odio e violenza (più nella sostanza, visto che le brutalità di altre band qua non vengono raggiunte) sotto forma di musica. 
A tutti questi, Tranquillity Of Death piacerà senza riserve. Tutti gli altri se ne astengano. 
[Zeus]

Nargaroth – Black Metal ist Krieg (A Dedication Monument) [2001]

Se mi dovessero chiedere: perché ti piace Black Metal ist Krieg, cosa risponderei? Da questo quesito parte la mia riflessione sul disco.

Mi piace perché ogni volta che lo ascolto mi sembra di ritornare indietro con il tempo. Mi ricorda la pioggia, perché la prima volta che ho ascoltato quell’album pioveva e rendeva l’atmosfera perfetta.
Ho capito fin da subito che questo disco merita ascoltando l’intro. E questo viaggio prosegue con Far beyond the stars, cover degli Azhubuam Haan, canzone abbastanza carica di melodie, anche se non è qui che regna l’atmosfera adatta, perché è con Seven tears are flowing to the river che raggiungiamo la perfezione di una giornata di pioggia. È un capolavoro che ti assale con una malinconia assurda, ma che riesce a farti godere questa sensazione.
Si passa poi a I burn for you, altra cover in cui Kanwulf si dedica alla ricerca spasmodica delle radici più oscure e misconosciute del genere.
The day Burzum killed Mayhem, quinta traccia dell’LP, é perfetta per i giorni di burrasca con tuoni e fulmini e con i suoi dieci minuti di profonda amarezza e agonia viene ricordata quella mattina sconvolgente.
Lo stesso mood possiamo trovarlo anche in Erik, may you rape the angels; la canzone è dedicata all’amico Erik Brodreskift [aka Grim], batterista di Borknagar/Gorgoroth e live session per gli Immortal suicidatosi nel 1999. Oltre ad essere una dedica al musicista norvegese, la canzone parla delle morti illustri all’interno della scena più decimata da lutti del metal.
L’album cambia rotta proprio quando è il turno della cover dei cechi Root, che diminuisce la tensione variando i riff e puntando sulla lingua slava per trasmettere il messaggio. Sulla stessa falsariga ecco che arrivano i dieci minuti di Amarok-Zorn des lammes III, la cui particolarità sta nel duetto fra le clean vocals maschile e femminile (che, a mio parere, non fanno altro che aumentare l’eccellenza di questo LP).
L’ultima cover presente è il classico The Gates of Eternity dei blackster NSBM Moonblood. La canzone possiede una ritmica instabile ma ottima per questo disco.
In chiusura troviamo la stupenda Possessed by black fucking metal, che mi ha ricordato molto il black metal norvegese perché ha le stesse influenze.

Questo dischetto va ascoltato quando le nuvole oscure appaiono colme di rabbia e tristezza all’orizzonte e sembra che stiano per esplodere, facendo sì che la pioggia scenda veloce con quel suono che ti colma di una piacevole agonia.
Black metal Ist Krieg è perfetto per chi gode con l’atmosfera intensa.

[Countess Grishnackh]

L’esordio dei Nargaroth: Herbstleyd (1998)

La scena black metal potrebbe essere una delle più forti nell’industria della musica metal in quest’epoca. Sì, è assolutamente vero. La musica è ancora viva e vegeta, ci sono band che meritano tanto con i loro album. Tuttavia, molti di questi album non hanno l’essenza black metal. La rabbia e la misantropia che spinse Euronymous alla notorietà.
Ci mancano queste emozioni, no?
Terminiamo questa nostalgia e torniamo indietro nel tempo, nel 1998, quando una giovane band tedesca di nome Nargaroth pubblicò il loro debutto, Herbstleyd. Il debutto si sviluppa su 70 minuti circa di black metal tradizionale con pezzi in tedesco e inglese.
Questa è la base su cui si sviluppa il sound della band. Nonostante la loro crudezza, il riffing fluisce molto agevole, ed è la prova del grande sforzo compostivo di Kanwulf (Charoon si occupa invece delle parti soliste). Suonano molto bene con la batteria, che produce un drumming piuttosto standard ma ben eseguito.
La voce di Kanwulf è forte e, in alcuni momenti, mi ricorda quella di un lupo.
Herbstleyd, come potresti aver intuito, non è certo originale o innovativo. Come considerazione, potrebbe essere giusta, visto che questo LP non attraversa alcun confine creativo. Tuttavia, ciò che Herbstleyd manca nell’originalità è compensato dalla pura atmosfera che avvolge l’ascoltatore. La musica stessa sembra malinconica, triste e arrabbiata. La rabbia viene paragonata all’essenza del black metal.
Herbstleyd è un viaggio molto bello e mistico che va dall’atmosfera medievale ad alcuni dei migliori riffage black metal di sempre. Se vuoi delle prove, puoi ascoltare la canzone “Nargaroth“, che è la migliore canzone strumentale black metal che abbia mai ascoltato.
O puoi ascoltare tutto. Qualcosa di cui non ti pentirai.

Tracce:
1: Introduction – Herbstleyd – 16:02
2: Karmaggedon – 4:22
3: Nargaroth – 2:59
4: Das Alten Kriegers Seelenruh – 8:38
5: Amarok – Zorn des Lammes – 18:38
6: Das Schwarze Gëmalde – 8:40
7: Vom Traum, die Menschheit zu Töten – Outroduction – 10:13

[Countess Grishnackh]

Davide Maspero & Max Ribaric – Come lupi tra le pecore (Tsunami edizioni – 2013)

(foto da web)

Cos’è il NSBM?
E’ l’estremizzazione dei concetti del black metal seguendo le varie sfacettature dell’ideologia nazionalsocialista. Dove possiamo trovare questo genere? L’NSBM ha i suoi seguaci in tutto il mondo (e per tutto il mondo si intende proprio tutto, dall’Asia all’America – Nord e Sud -, passando per l’Europa e la Russia, ma senza tralasciare  l’Australia!).
Gli autori di questo libro analizzano il fenomeno in maniera oggettiva, senza scadere nelle lodi o nella discriminazione, con descrizioni dettagliate e suddividendo per appartenenza geografica i vari gruppi. Come Lupi Tra Le Pecore, questo il titolo del libro, approfondisce in varie schede la storia del fenomeno, le radici dell’unione del pensiero satanista con quello nazista, e vari argomenti attigui. Numerose le fotografie e le interviste agli appartenenti alla “scena”.
Libro consigliato a tutti, anche se l’argomento è indigesto (leggere certe dichiarazioni e sapere la presenza di alcuni raduni, ancora negli anni 2000, fa venire la pelle d’oca… se non direttamente la nausea), anche perchè è scritto in maniera egregia.
Raramente ho letto un libro “musicale” che tratta un argomento in maniere cosi completa, soprattutto un fenomeno cosi underground come il NSBM.

[Skan]