L’analcolico biondo che fa felici tutti. Eluiveitie – Ategnatos (2019)

Della grande tribù dei turbopifferi, gli svizzeri Eluveitie si sono ritagliati negli anni un ruolo importante: hanno aperto la porta ad una popolarità ad ampio spettro del genere. Avevo incominciato a seguire le loro gesta in occasione del duo Slania – Evocation I per poi perderli per strada poco dopo. Vedevo qualche volta i video che apparivano su YouTube, ma il mio interesse era sceso di molto. E non perché non siano coinvolgenti, dal vivo il loro show lo fanno, e neanche perché non abbiano melodie accattivanti o passaggi interessanti (compresi i plagi osceni ai Dark Tranquillity), ma proprio perché il passare del tempo sotto Nuclear Blast aveva ridotto l’aggressività della band a qualcosa di distante e plasticoso. 
Rimescolata la formazione, un paio di transfughi degli Eluveitie hanno formato i prescindibili Cellar Darling, e fatte entrare un paio di valchirie in posizioni cruciali, Chrigel registra Ategnatos. 
Oh, questo è l’ottavo disco in studio per gli svizzeri e ancora in partnership con la Nuclear Blast che, attenta com’è alla redditività, plastifica il sound facendolo diventare innocuo come un battibecco su Twitter. 
Per voi che siete malpensanti, questo suono falso vi farà accapponare la pelle, ma chi ci vede lungo capisce che meno pericoloso è il sound, più pubblico ha; quindi ecco che gli Eluveitie hanno mercato più o meno ovunque. 
Questo anche grazie alle melodie pop che percorrono diverse canzoni (Ambiramus) e al fatto che anche le chitarre elettriche sono depotenziate: ci sono, ma non ruggiscono e non fanno male. Quando va bene guardano ancora sbavanti allo swedish death metal melodico, quando va male, beh, partoriscono assoli come quello di Black Water Dawn. 
I turbopifferi sono presenti, fanno melodia e caciara da festa campestre, e va bene così. Questo è il loro scopo nel death-folk metal, tirar su un po’ di macello e via. Melodie più nordiche e convincenti le propongono i Falkenbach e stiamo parlando di una one-man band (e di tutt’altro livello, signori miei). Francamente questo è uno dei gruppi che dal vivo ha un suo perchè, mentre su disco spesso incorrono nella prolissità impensabile. Un’ora abbondante di tempo e dopo poco mezz’ora incominci a sbadigliare o sentirli come sottofondo alle altre attività casalinghe.
Non c’è niente da fare, gli svizzeri pisciano fuori dal vaso e lo fanno con una metodicità impressionante. Personalmente li ritengo un gruppo divertente e convincente se fermassero il nastro sui 35/40 minuti di durata, concentrando i pezzi forti, quelli pop e tutto l’armamentario da festa campestre su questo minutaggio; superato lo scoglio fatidico capisci che stanno allungando la minestra e, di idee vere e proprie, non ce ne sono più così tante.
Se proprio volete sentirvi la band, cercateveli ad un live, il momento in cui tutto l’aspetto del divertimento viene fuori e riesce a strapparti un sorriso divertito e un momento di svago. Su CD, hanno l’invalidante ridondanza e l’incapacità del Zusammenfassung. Quindi aspettatevi quanto vi propongono i mai domi Ovetti Kinder: ogni tre canzoni, almeno due sono da definire filler.
[Zeus]

Amorphis – Queen Of Time (2018)

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Questa è la recensione più difficile da molto tempo a questa parte, vuoi te perché gli Amorphis sono una band che adoro, vuoi perché la recensione dell’ultimo disco l’ho scritta sul sentimento del momento – sentimento che poi mi sono rimangiato, considerando Under The Red Cloud un buon compendio di quello che la band finnica può offrire al pubblico nuovo (soprattutto) e vecchio.
Voglio evitare l’errore di acclamare/stroncare questo Queen Of Time, per poi trovarmi ad abiurare quello che ho scritto e scartare tutto.
Gli Amorphis, vecchi furboni, hanno fatto uscire due singoli per preparare la truppa al nuovo LP in studio e, quindi, hanno piazzato prima The Bee e poi Wrong Direction. La prima continuo a reputarla la miglior canzone del disco, mentre la seconda ha un qualcosa di particolarmente moscio, che non riesce a prenderti – forse per l’eccessiva pulizia/debolezza del songwriting, ma qualcosa non funziona al 100%.
Il resto del disco si posiziona esattamente nel mezzo di questo spettro: le parti death, seppur pulite e levigate, esplodono grazie ad una produzione luccicante, così come i momenti, abbondanti, in cui gli Amorphis scartano dal loro folk/death metal ed entrano a piè pari in un mondo fatto di commistione fra accenni hard rock, progressive ed ampie spruzzate di gothic raffinato. Se vogliamo essere sinceri, questa mistura non è niente di nuovo, essendo un mix che Esa&Co. ci stanno proponendo senza sosta dal 2006 con Eclipse. Squadra che vince non cambia, dicono i fanatici dello sport, ma in ambito musicale questa “illuminata stagnazione” cozza leggermente con il nome stesso della band. Sottigliezze e pippe mentali del sottoscritto, ma è un punto che mi sento di sottolineare.
Già con il precedente Under The Red Cloud il comparto guest era ricco, ma in questo Queen Of Time si sfocia nella compagnia teatrale. La quantità di persone che hanno prestato voce/strumento o altro è enorme e il prodotto finale è estremamente ricco di particolarità (sentite, ad esempio, The Golden Elk. La canzone rischia pericolosamente di allontanarsi dalla raffinatezza degli Amorphis più gothic-folk per gettarsi a capofitto in un territorio in cui c’è troppo da masticare).
Personalmente non  trovo affascinanti i chorus che, in Message In The Amber, arrivano quasi al Dimmu Borgismo.
Detto di Wrong Direction, il disco riparte da Heart Of The Giant per accompagnarci nella parte finale del disco. Le poche comparsate dei guest rendono il brano meno pesante e quindi la formula Amorphis funziona meglio, anche se ritornano i ripescaggi di soluzioni azzeccate una volta (vedi il simil-rappato in Death Of A King ripreso anche su questa canzone).
Quello che io am(av)o degli Amorphis, era la loro capacità di creare atmosfere epiche e paesaggi mentali senza dover per forza usufruire di mille ammennicoli e 50.000 guest star: i finnici avevano i riff, le canzoni e le tastiere e tanto bastava (discorso che posso continuare a fare con i Rotting Christ – ci mettono dentro guest vocals, ma il fulcro del brano rimane sempre l’epicità con poche azzeccate soluzioni). Da un po’ di tempo a questa parte, Santeri Kallio e Esa Holopainen (i due principali compositori del gruppo) hanno puntato troppo sul resto mantenendo ferma la struttura della canzone. Sicuramente è uno degli espedienti corretti, ma all’ascolto si viene dapprima deliziati dalla marea di particolari che ci sono dentro la canzone, finché non si incomincia a desiderare di meno e si vuole che l’epico e l’atmosfera te la crei un accordion o un sitar elettrico e stop.
Altro punto dubbioso, insieme a Wrong Direction, è Among The Stars. Questo brano, pur facendo leva sul mio innato amore verso Anneke Van Giersbergen – cosa che mi fa sempre brillare l’occhio e addolcire il voto -, non è altro che un gothic-pop-metal targato Nuclear Blast che strizza l’occhio alla radio e, a mio parere, lo classifica fra le peggiori canzoni di Queen Of Time.

C’è un punto vagamente ironico in questa recensione: ho sentito la versione deluxe e le due canzoni inserite come bonus tracks sono più interessanti di alcune di quelle presenti sulla versione base – meglio di Wrong Direction Among The Stars senza ombra di dubbio.
[Zeus]

Dammi tre parole: Godless Savage Garden, ovvero i Dimmu Borgir nel 1998

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Sono uno di quei pochi stronzi nel mondo che continua a ripetere che gli “scarti” delle precedenti session di registrazione dovrebbero rimanere tali e non, come è usanza nel mondo mangiatutto che conosciamo, finire in un EP. Le mirabili eccezioni alla regola ci sono e mi riservo il diritto di citarle quando sarà tempo e luogo (e, soprattutto, quando mi verranno in mente), ma come ha detto l’Università Katajuoufsyfuttur in Islanda “pubblicare un EP di scarti ti fa sentire come i Metallica dopo aver rilasciato ReLoad”. *
Su Godless Savage Garden spira l’aria del “è stato registrato nelle session di Enthrone Darkness Triumphant” e il “è il momento del passaggio”. Al che, io mi domando: non è che bisogna legittimare tutto, o sbaglio? 
Godless Savage Garden non mi ha mai attirato granché, anche se le composizioni originali risentono un po’ dell’ispirazione perfetta di ETD, ma non sono così tanto azzeccate da poter entrare sul disco, quindi mi scendono di qualche punto e mi fanno storcere il naso. Moonchild Domain Chaos Without Prophecy risentono di quella strana rilassatezza che non mi fa ricordare una canzone dall’altra e soffrono di suoni poco convincenti, mentre Raabjørn speiler draugheimens skodde mi è sempre piaciuta e la rilettura 1998 A.D. fa acquisire punti al brano.
I Dimmu Bogir non sono ancora entrati nella sbornia da futuro roseo e canzoni imbarazzanti, quindi non mettono le clean vocals (e sia ringraziato Satana per questo) e hanno ancora la capacità di tirar fuori qualche passaggio più aggressivo (Hunnerkongens sorgsvarte ferd over steppene).
Per foderare l’EP, Shagrath&Co. ci mettono dentro un paio di live che suonano come un benvenuto a Morticia Addams, conosciuta anche come Mustis.
Ovvio che, a parte Metal Heart degli Accept con Aarstad alle keyboards, i pezzi con Mustis sanno di buono e non possono essere valutati con vera oggettività: StormblåstIn Death’s Embrace hanno un voto positivo a prescindere, anche perché, con tutte le critiche che gli piovono addosso, non si può certo dire che i Dimmu Borgir siano performer scarsi.
Ripeto il concetto espresso sopra: gli EP con gli scarti delle session precedenti dovrebbero rimanere nel cassetto, anche a costo di perdersi qualche traccia decente. Poi non sono io a valutare cosa tenere o cosa buttare, ci pensa la Nuclear Blast ad operare con la cura del maiale e, quindi, non si butta via niente.
[Zeus]


* ricordiamo sempre che aggiungere un’università nordica da grande autorità alle cazzate che si scrivono o si dicono.

 

Narcotrafficanti, death metal e brutture varie – i Brujeria di Pocho Aztlan

Siamo alle solite e, di conseguenza, il dubbio si ripropone: è la Nuclear Blast che si prende artisti alla frutta o sono gli artisti che, arrivati sotto l’egida della teteska NB, hanno un improvviso rincoglionimento generale?
I Brujeria, targati 2016, sono una band che di idee ne ha pochine e significa che Pocho Aztlan è loffio dopo ben pochi ascolti. I brani si atteggiano, tirano fuori il petto e alzano la voce… ma vedi che stanno facendo i tamarri.
Tenete presente che uno dei brani più ricordabili (Bruja) sembra un estratto da Brujerizmo (e lascio a voi pensare se questo è un fattore positivo o meno), mentre di Plata O Plomo si ricorda quasi di più il video della canzone.
Il resto di Pocho Aztlan si attesa su canzoni che non ti picchiano nei denti e ti lasciano insoddisfatto come una scopata malriuscita. Perché puoi anche fare un disco di mestiere e piazzarci dentro tutti i temi a te cari, droga, puttane slabbrate e strafatte di crack, narcotrafficanti, death metal e satanismo, lo capisco cazzo!!, lo capisco veramente – tutti hanno il diritto di arrivare a fine mese e pagarsi la coca e la TV via cavo; ma se ti manca la canzone-bomba, quella che ti brucia il culo come dopo quel chili piccante che ti sei mangiato dal carroccio del messicano impestato, c’è poco da fare: hai solo un dischello death metal che, poco tempo dopo l’acquisto, finirà nella tua colonia di polvere.
O, peggio ancora, verrà scaricato sul PC e ascoltato di quando in quando con l’espressione perplessa del viso.

[Zeus]

Amorphis – Under The Red Cloud (Nuclear Blast – 2015)

Quelle quattro volte che, ormai, mi avventuro al pub mi assale la strana sensazione di una commedia già scritta. Una sorta di strana rappresentazione teatrale a più atti che, nella loro sequenza, hanno un continuum ogni volta che metto fuori il naso dalla mia fredda grotta e mi mescolo con gli umani. Questo teatro, poi, viene confermato dalla presenza fissa di persone che sono sicuro di trovare in quel luogo, in quella posizione e, se non fosse per il tempo passato fra una mia comparsa e l’altra, con lo stesso argomento.
Non che le settimane/mesi di distanza fra una mia visita e l’altra siano un fattore fondamentale nella variazione degli argomenti trattati, ma diciamo che anche le varie ripetizioni della storia finiscono per esaurirsi e cercano uno sbocco, una valvola di sfogo diversa. Non troppo diversa, diciamo una variazione sul tema.
Ammetto che non mi disturba, dalla mia idealizzazione di pub frequentato, neanche la presenza del retrogusto di kebab e salsa allo yoghurt misto cipolla dei frequentatori più scafati, quei die-hard che si presentavano un tempo e che poi hanno giocato a nascondino per anni per poi ripresentarsi, uguali ma diversi, nello stesso identico pub.
Se teniamo presente che un pub è un luogo d’incontro e che, per molti anni, è composto dalle stesse persone (con qualche variazione sul tema dato da nuove entrate) diciamo che incominciare a studiare la fauna di derelitti e personaggi presenti non è uno sport difficile.
Solo che, se guardi questo spaccato d’umanità per così tanti anni di seguito, alla fine un certo senso di déjà-vu ti assale e non riesci a toglierti la sensazione di dosso che quello che stai guardando non è altro che una variazione sul tema di un atto già visto. Una sensazione nel retro del cranio, ovvio, una sorta di pizzicore non fastidioso, ma presente.
Perché il pizzicore va adeguato e relativizzato. Adeguato al tempo che cambia e al fatto che cambi anche te nel tempo, non si può mica rimanere quelli di 15 anni fa, no? E relativizzato perché, in fin dei conti, quello a cui stai assistendo è ancora una delle rappresentazioni umane che più ti aggradano di molte a cui, volente o nolente, sei costretto ad assistere o partecipare. Quella a cui stai assistendo, in effetti, è anche quella commedia che sai di amare anche se la continua replica potrebbe essere pesante.
Quello che mi sono accorto, nel tempo passato a guardare la gente al pub, è che la mia aspettativa di cambiamento e novità si è progressivamente ridotta. All’inizio ogni volta che arrivavo c’era la smania di una novità, l’imprevisto dietro l’angolo, adesso ci vedo qualche performance straordinaria, chiaro-scuri interessanti, ma spesso e volentieri è una quotidianità accessibile. Pure troppo accessibile. Manca un po’ l’edge. Il momento di scarto. Il brivido della sconosciuto che ti sorprende.
Quello che bisogna dire è che non posso pretendere mica che una routine affermata, interazioni ormai consolidate e considerate vincenti da tutti i partecipanti, vengano sovvertite per il solo scopo di compiacere le mie bizze. Questo lo capisco bene anche io. E forse questo è il maggiore limite che ho provato nel presentarmi, weekend dopo weekend, nello stesso identico posto, con interazioni simili e discorsi simili.
Perché questa piccola commedia da pub è una macchinata oliata, ben strutturata e che, nell’insieme delle sue interazioni casuali, fornisce ancora molti momenti di godimento assoluto. Momenti che ti lasciano intravvedere qualcosa di “oltre”. Forse forse ne percepisci ancora la ruvida onestà iniziale e quell’amico che sa di kebab e porta magliette truci può ancora saltar fuori con spunti degni di nota, quando non è troppo sbomballato e lasciato in disparte.
Se ti siedi un secondo, ecco che capisci che il pub, e la gente che lo compone (che sono il pub, in effetti), sono ormai una pièce teatrale comoda, affermata e con il pilota automatica. Dopo tutti questi anni non puoi mica sempre aspettarti un qualcosa/discorso che ti prenda a sberle in faccia per gli anni a venire, ma la sicurezza di passare il tempo in maniera decente, energica, godibile e, fanculo, speri sempre (anche quando ormai sai che non succederà) che quel cazzone del tipo che sa di kebab, con le magliette bisunte ed improponibili, si faccia avanti e ritorni ad essere quello che faceva da mattatore della serata. Anche solo per più di tre/quattro minuti.
Giusto per variare.

Già, è uscito Under The Red Cloud degli Amorphis.

[Zeus]

Slayer – Repentless [Nuclear Blast – 2015]

REPENTLESS!
Undicesimo album in Studio degli Slayer… il primo dopo la partenza di Lombardo e il ritorno di Bostaph alle pelli… il primo senza Jeff Hanneman che come ci ha ricordato Kerry King in una recente intervista è ormai cibo per vermi… Il primo con Gary Holt alla chitarra, che da maestro di riff qual’è doveva portare un po’ di aria nuova alla band… Tutte premesse che hanno creato molta curiosità e aspettative sul prossimo lavoro della band Californiana.
Risultato? Un’altro album degli Slayer del periodo post ’90: nessuna innovazione stilistica, nessuna sorpresa, nessuna grossa emozione. Irraggiungibili i periodi di Hell Awaits, Raining Blood o South of Heaven, dove la mano stilistica del defunto Hanneman era ai suoi massimi.

REPENTLESS è stato scritto completamente da Kerry King, ad eccetto di una canzone, Piano Wire, scritta per l’album World Painted Blood più di sei anni fa proprio da Jeff Hanneman, ma che non fu mai completata.
Il disco inizia con Delusion of the saviours,  un simpatico intro strumentale di due minuti che collega direttamente la title track Repentless. Riff Slayer. Cantato Slayer. Assoli Slayer. Lo stesso identico discorso vale per la prossima canzone in lista, Take control, per passare ad una un po’ più lenta e ritmata Vice. L’album prosegue con il suo stile Thrash senza grosse sorprese con Cast the first stone, When the stillness come, Chasing Death e Implode. Si arriva a Piano Wire, e dallo stile un po’ si sente che era stata pensata per il precedente album. La prossima, Atrocity Vendor, forse la miglior canzone dell’album con intro botta e risposta di chitarre tra King e Holt che ci riporta finalmente un po’ al passato glorioso della band. Con You against you e Pride in prejudice si conclude REPENTLESS, un disco che dopo un’attesa di sei anni poteva dare decisamente di più. Ascoltiamocelo pure senza troppi problemi e prepariamoci per il prossimo tour mondiale, dove molti di questi brani verranno presentati in sede live, senza avere però la stazza per convivere a lungo con i veri cavalli di battaglia come Raining Blood, South of Heaven o Angel of Death.
E, come al solito, le nuove passano e le vecchie restano!
Un discorso che vale per molte delle band storiche del metal e non solo per gli Slayer, purtroppo.
Voto 6.5
Lineup:
Tom Araya – Basso e Voce
Gary Holt – Chitarra
Kerry King – Chitarra
Paul Bostaph – Batteria
Tracklist:

01. Delusions Of Saviour
02. Repentless
03. Take Control
04. Vices
05. Cast The First Stone
06. When The Stillness Comes
07. Chasing Death
08. Implode
09. Piano Wire
10. Atrocity Vendor
11. You Against You
12. Pride In Prejudice

[Manuel]

Behemoth – The Satanist (Nuclear Blast – 2014)

Rientro sul mercato dei polacchi Behemoth, ormai nomi grossi della scena, con il Leader Nergal ormai VIP in patria. Cosa ci si aspettava? E cosa ci si è trovato? Sicuramente il precedente “Evangelion” non era un gran che, però chi ha visto i Behemoth dal vivo si è sicuramente reso conto della coesione del gruppo e della capacità di creare atmosfera, ecco la loro forza dal vivo è proprio l’atmosfera sulfurea che riescono a creare. Sono riusciti a riproporre tale atmosfera su questo disco? Si. Pienamente.
Nonostante l’iperproduzione, le forti orchestrazioni, le trombette ecc. in The Satanist si sente pienamente l’atmosfera pesante e oscura che i Behemoth hanno dal vivo e che avevano su quei capolavori a nome “ZIA COS KULTUS” e “SATANICA”. Come riescono a crearla? Non l’ho capito. Perche le canzoni sono su ritmi più “semplici”, c’è molta melodia, ci sono molte parti “cantabili”, ma tutto funziona, è tutto funzionale, e ti rimane nelle orecchie e nella testa, ma rimanendo comunque un album di metal estremo e s­a­t­a­n­i­c­o.
Citare un titolo o un altro, qui non ha senso, questo disco va ascoltato dall’inizio alla fine, in quanto mi sembra strutturato per essere cosi assimilato, dalla cadenzata “Blow your trumpets gabriel” fino all anthem finale “O father o satan o sun”, dategli assolutamente un ascolto!!

[Skan]

Behemoth – Evangelion (Nuclear Blast – 2009)


Cosa propongono i Behemoth del 2009? Un death metal, tecnicamente vario, ben arrangiato e iperprodotto (avevate già letto l’etichetta?), si direbbe un “Death metal” commerciale.
Questo è il classico CD ben fatto, ben arrangiato ma che a parte il “singolone” con tanto di video con strappona, non ti rimane in mente. Parliamo chiaro: “ov fire and the void”, il “singolone” di cui sopra, è una signora canzone, ma le altre 8 sono intercambiabili, giusto “Lucifer” si distingue, per il suo andare più lento e teatrale, ma non è proprio una gran canzone IMHO.
Non un brutto disco, ma niente di che, da dei leader come i Behemoth si vorrebbe di più.

[Skan]

Tremate le Zucche Son Tornate! Nuovo album per gli Helloween

Tremate le zucche son tornate!!!
Finalmente iniziano a trapelare le  novità in casa HELLOWEEN. I padri fondatori dello Speed Metal  teutonico hanno annunciato l uscita di My God-Given Right il loro nuovo lavoro in studio e ben il 15° della loro grandiosa carriera. L’uscita di My God-Given Right è prevista per il 29 Maggio il nuovo lavoro è stato registrato tra ottobre 2014 e febbraio 2015 pressoil  MiSueno Studio a Tenerife, con il loro produttore storico  Charlie Bauerfeind (BLIND GUARDIAN, HAMMERFALL).

L’artwork è stato affidato ancora una volta dal guru della grafica Martin Häusler (BON JOVI, QUEEN, GOTTHARD) e sarà disponibile anche come una stampa 3D lenticolare.

L’inossidabile Martin Häusler commenta cosi l Artwork:
“Abbiamo cercato di costruire un mondo di idee, mantenendo gli elementi sonori degli “HELLOWEEN classici “, da un lato, e un nuovo look più completo, dall’altro, proprio come abbiamo fatto anni fa, lavorando sugli artwork degli Helloween.
Una delle prime cosa che abbiamo creato sono state il titolo dell’album My God-Given Right e alcuni dei titoli delle canzoni come “Swing Of A Fallen World”, “Lost In America”, “Battle´s Won’”etc. Durante le mie ricerche mi sono imbattuto sul film“Day After Tomorrow” e da li è nato tutto. La parte più impegnativa e particolare che abbiamo pensato per questo artwork e stata di avere due versioni, la tradizionale Limited Edition e la “Earbook 1” dotato di una lenticolare-copertura in 3D ,ovvero una copertina completa in 3d 3D, visibile senza occhiali per il 3D. Ecco perchè l’intero artwork è stato fatto ‘inun unico pezzo ‘, usando un programma 3D … non volevamo uno di quelli a buon mercato ovvero una copertina  lenticolare normale, fatta mediante conversione di un 2D ‘, ma il miglior risultato  3D possibile,reale.Abbiamo pensato anche ai collezzionisti!”

Il Nuovo Full Leght è pre ordinabile presso la Nuclear Blast

Eccovi la cover art:

[Draconian_Hell]

Enslaved – il nuovo album il 6 marzo

Gli Enslaved pubblicheranno il prossimo 6 marzo, via Nuclear Blast, il nuovo album intitolato In Times.
Su Metal Hammer Uk potete trovare il lyric video della canzone Thurisaz Dreaming.

La tracklist dell’album sarà la seguente:
1. Thurisaz Dreaming
2. Building With Fire
3. One Thousand Years Of Rain
4. Nauthir Bleeding
5. In Times
6. Daylight

Ecco la copertina del nuovo “IN TIMES” della band norvegese.

[Zeus]