Alla fine inneggiano Greta, Pearl Jam – Gigaton (2020)

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Ad un certo punto della vita, ti tocca fare i conti con la maturità e responsabilità che, prima, erano solo paventate ma mai diventate realtà assodata. O, se proprio vogliamo aumentare lo spettro della conversazione, non erano quello che ti saresti aspettato mentre crescevi e quei quattro peli da culo di coniglio si trasformavano in una barba degna di essere introdotta nel Valhalla. Che sia l’arrivo di un figlio, l’accensione di un mutuo in banca, il cambio di lavoro, sposarti o trasferirti, la vita viene e bussa alla porta chiedendo indietro il credito che ti aveva dato quando pensavi unicamente ad arrivare a sera e il massimo dei problemi era se andare o meno a farti un giro fuori. 
Avendo puntato tutto sul rosso, mi sono trasferito e ho tranciato tutto l’aspetto professionale/quotidiano con un taglio netto. Non sono uno sprovveduto diciottenne che va in Erasmus in uno Stato diverso dal proprio, ma l’impatto vario ed eventuale di questa enorme avventura è notevole e, come sempre, la vita mi ha chiesto indietro interessi maturati nel corso degli anni passati. Quindi ecco il Covid-19 a mettere un po’ di pepe alla situazione cambio di casa/convivenza/trovare nuovo lavoro/vita sociale e da un’avventura con coefficiente di difficoltà medio-alto, lo spostamento ha preso un nuovo interessante livello di difficoltà: alto e vaffanculo. 
Ma non mi sto lamentando, sia chiaro. Ho messo in preventivo tutto quello che mi sarei trovato ad affrontare, a parte certi particolari, ma in fin dei conti non posso certo biasimare il mondo ad averne i coglioni pieni dell’essere umano. Quindi ecco che le anticipazioni di Greta Thunberg hanno incominciato a farsi reali e il mondo vive una sorta di strano medioevo futuristico, in cui una pandemia di stampo “antico” sta modificando la quotidianità. 
Pearl Jam del 2020 ne cavalcano l’onda, buttando fuori Gigaton a quasi 7 anni di distanza dal deludente Lightning Bolt. Mezza delusione che è la cifra stilistica dei Pearl Jam post-Vitalogy, sia chiaro. Avranno sì e no azzeccato 2 dischi in tutto il tempo trascorso fra il 1994 e oggi, e i due dischi sono la somma delle canzoni realmente buone contenute nei dischi fatti uscire nei successivi 26 anni di carriera. E i Pearl Jam i conti con gli interessi chiesti dalla vita li hanno fatti praticamente subito, non essendo mai stati un gruppo realmente giovane e non essendo grunge da… mai. Ecco perché i dischi post-Riot Act sono una delusione (Backspacer era buono solo in parte), perché hanno tentato di ricreare una verginità che non c’era e che, a me, ha infastidito come quelle persone che, a 60 anni suonati, giocano a fare i supergiovani non capendo di essere solo ridicoli. 
Nel 2020 Eddie Vedder sono l’espressione di tutti quelli che sentono una sorta di crisi di mezza età e lo sono perché, ormai, l’hanno raggiunta e si sono uniformati ad essa. Gigaton è un disco che non è brutto in sé, ci sono alcune buone cose dentro, prima metà del disco, e anche tutto il comparto strumentale è di ottima fattura (Eddie Vedder gioca un campionato a parte, anche se ormai ha capito che non può sbraitare più e si adegua al tempo canaglia); Gigaton è, sulla distanza, vagamente noioso e unicamente su Buckle Up totalmente stupido. 
Gigaton è il disco che vi regalerà il parente di mezza età che lo considera realmente rock o che passerà in radio sui canali della vera musica hard rock. Fortunatamente, per questa seconda opzione, c’è la qualità di base del songwriting che salva Gigaton dalle tonnellate di merda che la radio propone come hit
I Pearl Jam di Gigaton mettono nel cassetto le camice di flanella (già posticce al tempo) e i jeans strappati per sostituirli con comodi blazer e pantaloni con il risvoltino.
L’età adulta è anche questo, prendere coscienza che ci sono periodi della propria vita che inevitabilmente finiscono o vengono sostituiti, e che non ha senso continuare a tenere il paraocchi facendo finta che non è vero. Ci vuole consapevolezza e questo LP sa di parlare ad un certo target di persone. Lo fa senza scardinare le coscienze e, per un prodotto di Eddie Vedder & Co., questa è la quotidianità acquisita.
[Zeus]

My Dying Bride – The Ghost of Orion (2020)

Sono un grande fan dei doomster britannici My Dying Bride da tantissimo tempo e non perdo mai una nuova uscita, è una di quelle band per cui non ho mai perso l’interesse e probabilmente la recensione sarà uno sproloquio di lodi sperticate per ogni singola traccia che compone il nuovo The Ghost Of Orion fresco di pubblicazione. 
Spiegatemi come si fa, dopo anni di carriera ed un numero di dischi non indifferente, a riuscire a stupire ancora con un brano d’apertura come il singolo Your Broken Shore, in giro già da qualche settimana… bisogna avere i controcazzi. Il riff di chitarra, l’inserimento del violino, l’alternarsi di clean vocals e growl, le parti strumentali che aumentano la tensione tra una strofa e l’altra, l’incedere doom della sezione ritmica, per non parlare dei testi… la poetica dei ‘Bride meriterebbe da sola un discorso a parte ogni volta. 
Tutto questo è così dannatamente My Dying Bride, ma non sa per niente di già sentito o riciclato. Ah, e siamo solo alla prima traccia. Perché la seguente To Outlive The Gods ti porta verso lidi ancora più cupi e decadenti per poi lasciare che Tired Of Tears dia il colpo di grazia, con la sua disperazione, accentuata  dalle sovrapposizioni di voce e dal motivo penetrante del violino. 
The Solace è un lungo intermezzo intenso e malinconico che serve a preparare l’ascoltatore alla seconda metà dell’album. Sì, siamo già a metà. Per chi non conoscesse i la band, con tre canzoni ed un intermezzo siamo già sulla mezzora di durata.
The Long Black Land è puro doom, lenta ed inesorabile, trascinante nella sua melodia in evoluzione. La parte centrale strumentale è da strapparsi i capelli! La title track ripropone l’aspetto minimalista che la band ogni tanto, con sapiente maestria, decide di inserire nei propri album per stemperare un po’ la tensione: arpeggi di chitarra, voce sospirata e l’effetto voluto è stato ottenuto. L’ascoltatore è preparato ad affrontare la complessità e la drammaticità dei dieci minuti abbondanti di The Old Earth che ti introduce in luoghi oscuri ed abbandonati per poi scaricarti addosso la sua potente rabbia. Chiude il cerchio Your Woven Shore, che nel titolo sembra voler dare una conclusione a ciò che è iniziato con la prima traccia. Possiamo definirla un outro strumentale a tutti gli effetti, che con la sua triste melodia ci dice che un altro viaggio nella musica dei My Dying Bride è stato portato a termine. Viaggio che ricomincio subito volentieri perché questo album merita di essere riascoltato al più presto, per trovare nuove sfumature nascoste tra le note e altre interpretazioni nelle parole.  
Mettendo da parte le eccessive lodi di un fan, i My Dying Bride hanno sfornato un bellissimo lavoro, ispirato, con qualche piccola novità nel sound. Lo stavo aspettando al varco e in questi giorni lo sto riascoltando in continuazione. Se non vi piacevano già da prima, non cambierete idea adesso; se non li avete mai ascoltati, potrebbe essere l’occasione giusta.

So che la band inglese non è adatta a tutti per il genere proposto e per il suo modo intenderlo, ma è tra le poche di cui posso dire che non sbagliano un colpo. Il 2020 è ancora lungo, ma sono convinto che The Ghost Of Orion rimarrà ai primi posti della mia personale classifica.

[Lenny Verga]

Siamo quasi al carnevale brasiliano, quindi ecco i Sepultura: Quadra (2020)

Forse ce l’hanno fatta.
In 22 anni di alti e bassi, i Sepultura hanno realizzato finalmente un disco che può essere ascoltato dall’inizio alla fine, a differenza di tutti quelli prima, dove dopo la terza o quarta traccia cominciavi a bestemmiare per poi cambiare subito album, magari mettendo subito dopo Beneath The Remains, e bestemmiando di nuovo. E sì, perchè se dopo mettevi quel disco non ti capacitavi di come quella band si fosse ridotta così male. Quadra è un album non eccellente, chiariamolo, ma è un disco potente e con molte canzoni davvero riuscite, e questa è già una notizia. Perchè nonostante molti stiano sempre a ricordarti che di canzoni riuscite, in questi 22 anni senza Max Cavalera, i Sepultura ne abbiano fatte molte, personalmente credo che ciò non sia vero, a meno che non contiamo 1-2 brani decenti a disco e quindi arriviamo ad un album decente dal 1998 ad oggi, forse due. Detto questo, come suona questo Quadra? Sintetizzando potrei dire che la band ha messo in atto una specie di ibrido tra il precedente, discreto Machine Messiah e Arise. Parecchi riff di Kisser mi hanno ricordato quel capolavoro dei primi anni Novanta, ma è anche vero che il groove è quello di album come Chaos AD e Roots. Quindi, prendete questi quattro album che ho citato, miscelateli e avrete una cifra di massima del nuovo album dei Sepultura. Bella forza direte voi, perchè in pratica si sta citando tutto e niente, in quanto il loro sound esiste in tutte le sue sfaccettature attuali proprio perchè attinge più o meno da questi dischi, ma la novità è che questa volta la band convince quasi per tutta la durata dell’album. Episodi come Isolation, Last Time e Capital Enslavement, poste in apertura, mostrano il lato più muscolare e incazzato della band, mentre a partire dalla quarta traccia, Ali, la band intraprende terreni più sperimentali e con contaminazioni etniche, ma anche questa non è una novità. Però c’è da rimarcare come il lavoro del batterista Eloy Casagrande sia di immensa importanza per i Sepultura attuali, riuscendo col suo stile a coprire tutte le soluzioni che la band adotta: da quelle più vicine al death metal a quelle più groove. Ma anche in episodi totalmente inediti come sound come Fear, Pain, Chaos, Suffering, dove Derrick Green duetta con una voce femminile e la band si lascia andare a qualcosa di più melodico, cosa che tra l’altro succede in altre tracce, come la title track ad esempio o altre dove la voce di Green abbraccia soluzioni inedite e interessanti per spezzare la rabbia urbana consueta della band. La ricerca della melodia è infatti costante in questo album, con risultati a volte più riusciti e a volte meno, ma comunque non si può avere tutto dalla vita, e soprattutto da dei Sepultura che per anni e anni hanno prodotto musica abbastanza inutile. Questa volta hanno fatto qualcosa di decisamente gradevole e apprezzabile, e quindi va dato loro il merito di essere tornati con Quadra ad essere una band di prima fascia in ambito thrash metal e con la quale chiunque dovrà fare i conti, sia in studio che dal vivo.
[American Beauty]

Il fan service dei MayheM produce Daemon (2019)

Attualità passata: ascolto il nuovo disco dei MayheM e, francamente, non lo capisco.
Mi spiego meglio. Daemon dei MayheM è l’equivalente del fan service nelle serie televisive. C’è tutto quello che deve esserci, arriva a destinazione perché progettato in laboratorio per essere efficace, ma non ha nessuna anima. Non ha veemenza pur mettendoci potenza e black metal.
Il fatto è che non posso neanche volercela con loro, tanto sono fatti così. Acchiappano le mode, mutano forma e costumi, provando a restare MayheM, ma senza avere bene in mente cosa significa esserlo. I Mayhem sono diventati un mito astratto, mentre la realtà terrena è tutt’altra cosa e di tutt’altra pasta. Il mito paga le bollette, Attila e compagni mettono le tonache (come da dettami del black metal moderno), eseguono in toto De Mysteriis Dom Sathanas riportando la band sui radar e poi registrano l’album senza sugo Deamon. Il bassista rilascia dichiarazioni deliranti, la storia fatta con i SE – edizioni Necrobutcher, e intanto Teloch e Ghul scrivono il disco cercando di suonare come… beh, come dovrebbero suonare i MayheM nel 2019 o nel 1999 o nel 1994? Perché la band, non avendo forma definitiva (a parte, forse, la parentesi con Blasphemer), non è circoscrivibile ad un periodo definito. Daemon suona old, suona black metal e, nello stesso tempo, ha l’attitudine più nuova, quella post-rivoluzione copernicana, post-Euronymous.
Il nuovo disco è figlio della band, non ci sono dubbi. Non potete sentire questo LP senza pensare che è qualcosa prodotto dai MayheM. Lo si sente in mille passaggi e ti fa sentire al sicuro e tranquillo che il disco che hai acquistato ha un senso.
Ma quale?
Questa è la domanda su cui dovete soffermarvi, quale senso ha Daemon. Aggiunge qualcosa, toglie qualcosa, ha cuore, ha innovazione…? La risposta è, per tutte, no. Non aggiunge niente, è un prodotto della restaurazione, non della rivoluzione (di cui i Mayhem, per un periodo, erano portabandiera). Non è brutto, quindi lo puoi sentire senza fare gli scongiuri. Per il resto, è semplicemente un disco che lascia il tempo che trova.
Che non ti emoziona. Che non ti prende le viscere e te le rivolta.
Sarà che son passati troppi anni dal 1990, sarà che internet ha distrutto il velo di Maya e adesso non c’è più quella fanciullesca attesa del disco, ma io continuo ad emozionarmi quando sento Freezing Moon o rimango sempre, ed inevitabilmente, stupefatto, quando ascolto Grand Declaration of War. 
Ma anche, come ho detto nella recensione, un “semplice” EP come Wolf’s Lair Abyss supera di gran lunga le 10 tracce contenute in questo LP. 
Paragoni irriverenti, sia chiaro, perché è difficile valutare due epoche così differenti, ma se è su quell’epoca che la band attuale sta marciando, allora tanto vale svelare che il Re è Nudo e dietro Daemon c’è forma, ma non sostanza.
[Zeus]

Arcane Tales – Power of the Sky (2019)

Power of the Sky è il nuovo album degli Arcane Tales, one man band dietro alla quale si cela il polistrumentista veronese Luigi Soranno che, tra l’altro, è anche autore di romanzi fantasy. Il genere proposto, come si può intuire, è un metal dedito al power/symphonyc/epic.
Questo tipo di proposta ha avuto il suo periodo di massimo splendore negli anni ’90, arrivando anche ai primi del duemila, per poi finire piuttosto bistrattato dalla maggioranza, a torto o a ragione dipende dai casi. Nonostante tutto, oggi ha ancora una cerchia di appassionati sia tra gli ascoltatori che tra le band che ne portano avanti la causa. Il problema secondo me (ma potete smentirmi), è che oggi sono in pochi a proporre questo sound in maniera convincente e senza annoiare chi non ne è un fan sfegatato.
Fortunatamente ho la possibilità di parlare bene degli Arcane Tales. L’album, prodotto da Broken Bones Records/Silverstream Records e uscito il 15 ottobre, è un buon esempio di metal epico e sinfonico. Senza particolari guizzi in fatto di originalità, la band ci consegna un lavoro onesto, fatto con passione e, mi sento di dire, anche con un occhio di riguardo a chi nel genere non ci crede più tanto. Infatti uno dei lati positivi di questo album è che va immediatamente al sodo, senza perdersi per strada. Il lavoro si presente in maniera abbastanza canonica: nove tracce in tutto, con una intro epica, “Lux Lucet In Tenebris” (bella!), una strumentale atmosferica, “The Magic Dance of the Snow”, una (non troppo) lunga suite finale, “Into The Cradle of Sin”.
In 43 minuti di durata, che solitamente per una band symphonyc power sarebbe un EP, la band dice tutto quello che vuole dire, con brani diretti, non eccessivamente lunghi e, cosa che ho apprezzato tantissimo, molto guitar-oriented. Non mancano di certo le tastiere, compresi anche alcuni assoli, ma la chitarra è la vera protagonista, interprete di un buon lavoro di riffing e sulle parti soliste. Qualche incertezza ogni tanto spunta fuori, in particolare in alcuni passaggi di tastiera e in qualche stacco, ma nel complesso l’album scorre benissimo.
Luigi è anche un bravo cantante, manca forse di un po’ di varietà nelle linee, ma non ha paura di sperimentare spingendosi anche verso il growl nella traccia conclusiva. Ricordiamoci comunque che è sempre lui ad occuparsi di tutto. 
Una delle croci delle one man band però, da cui non si salvano del tutto nemmeno gli Arcane Tales, è la batteria. Per quanto ben eseguita, è molto lineare e poco fantasiosa, ma svolge comunque il suo compito.
Non serve andare oltre nel parlarvi di questo disco. Agli appassionati del genere consiglio di dare un ascolto al CD, agli altri magari un paio di canzoni come “Genesis”, “As a Phoenix” o “Fire and Shadows” per farsi un’idea. 
[Lenny Verga]

Scampoli di filosofia nichilista. Mgla – Age Of Excuse (2019)

Ho perso il conto delle volte che ho riscritto questa recensione e, ovvio, delle volte che ho riascoltato questo Age Of Excuse. Li si aspettava al varco dopo Exercises In Futility, non poteva che essere così: QUEL disco è il metro di paragone per tutto quello che incideranno i polacchi.
Gli Mgla, con il passare del tempo, hanno riportato il black metal ai canoni che gli sono propri: sbattersene il cazzo delle mille menate della promozione e puntare tutto sulla musica. Ecco perché il disco è uscito senza nessun tipo di promozione se non l’anteprima di Age Of Excuse II su YouTube e poi, da un giorno all’altro, ecco il disco. Una cosa così l’ho vista, sempre di recente, con Hekatomb dei Funeral Mist.
Il black metal dovrebbe essere così, senza stronzate, senza circhi equestri, nani, ballerine e crociere con il vino. Pur non essendo il 1994, e ce ne siamo accorti tutti che sono passati 25 anni, ho di nuovo bisogno di immergermi in un LP e riemergere dopo mesi cercando ancora di capirlo e con la voglia di studiarlo nei minimi particolari. Perché questa è l’unica sensazione che nasce dopo il primo ascolto di questo disco: la voglia di sentirlo, studiarlo e ritornare a quella tipologia lenta d’ascolto.
Ma veniamo a noi e affermiamo la base: Age Of Excuse è l’opera necessaria degli Mgla e, in un certo senso, il proseguimento del discorso di Exercises In Futility. Troppo grande quel disco per riuscire a superarlo nettamente senza il rischio di bruciarsi. Quindi il disco “necessario” è quello che riprende gli spunti dall’Lp del 2015 e li rielabora abbastanza da crearne un disco nuovo, originale e convincente senza il necessario bisogno di forzarne le regole interne. Che poi, QUEL disco, non è la sola pietra su cui si fonda questo Age Of Excuse, ma ci vedo dentro anche alcune cose di With Hearts Towards None.
Nel 2019, quindi, non sparisce niente di quanto ha reso grandi M e Darkside. Ci sono le melodie subdole e il riffing circolare e asfissiante, così Burzum-iano ma totalmente riconducibile ai soli Mgla, ed entrambi questi elementi sono memorizzabili in brevissimo tempo, ma senza perdere di vista il fattore “scoperta”, profondità dell’ascolto.
Age Of Excuse II ti resta in testa e, quando incominci a dubitare dell’effettiva durata nel tempo dell’LP, ti ricredi e capisci che c’è un’ulteriore sfumatura, un passaggio che non avevi sentito (giusto qualche giorno fa ho “scoperto” una nuova stratificazione sonora su Exercises In Futility che prima mi era sfuggita).
Il pregio di questi polacchi è che, pur creando brani stratificati e farciti di notevoli partiture (sentitevi il lavoro di batteria di Darkside), tutte le canzoni sono abbastanza semplici e scorrevoli da potersi recepire senza doversi studiare le tabulature: Age Of Excuse V e il suo chorus “Not just yet” è indicativo di tutto quanto sopra citato. 
Come nei precedenti capitoli, gli Mgla puntano sempre sul crescendo musicale. Giocano con tracce più “semplici” nelle prime e poi incominciano a caricare di tensione e drammaticità fino a raggiungere la quinta-sesta traccia. Solo in questo momento, la tensione musicale sfocia in brani oscuri e che ti lasciano con la voglia di riascoltarli… perché, come si sa, Misery Loves Company.
Su Age of Excuse, tralasciando i brani già citati, è come sempre la traccia conclusiva (Age of Excuse VI) ad essere il connubio perfetto di circolarità nel riff, nichilismo delle lyrics e un lavoro sopraffino, quasi jazzato, di Darkside.
Ironicamente i 9 minuti della canzone scorrono veloci tanta è la qualità che la percorre e le melodie malate e sottocutanee che circolano su tutto l’LP sono l’ennesima riprova che, se mai ci fossero dubbi, gli Mgla sono una delle realtà più interessanti e emozionanti che il black metal ha tirato fuori negli ultimi 20 anni di vita
Non è poco, ve lo posso assicurare.
[Zeus]

Батюшка – Панихида (2019)

Gli Europei del 2000 che hanno visto la Nazionale Italiana cadere sotto i colpi malefici di Wiltord e Trezeguet, sono stati tormentati due temi: ma quanto cazzo è stato bravo Francesco Toldo in quel torneo e, secondo solo perché Toldo contro l’Olanda ha fatto Superman, Totti e Del Piero possono giocare insieme? 
Se sul primo punto c’è poco da fare, il 2000 è stato l’anno in cui il portiere padovano ha tirato fuori una prestazione fuori dal comune, così eccellente da far cadere nel dimenticatoio il pur buon andamento in campionato con la Fiorentina. Più o meno tutti si ricordano di quelle parate, dei rigori che sembravano non riuscire a toccare la rete dell’Italia. 
Il vero dibattito dei savi del bar sport, invece, era incentrato sul dualismo del genio: il ventiquattrenne Francesco Totti vs. il ventiseienne Alessandro Del Piero. 
A parte renderci conto dei problemi che ci affliggevano nel 2000 (comparateli con quelli arrivati a partire dal 2009/2010 e poi sediamoci a riflettere), questo dualismo per la maglia della nazionale italiana ha coinvolto molti, se non tutti, i tifosi degli azzurri. 
Formalmente, l’insieme dei due fantasisti era il top che si potesse immaginare (ovviamente perché il Divin Codino non era della partita, pur con i sue oltre trent’anni): giovani, provenienti da squadre abbastanza in forma (nel 2000 la Roma vince lo scudetto) e potenzialmente capaci di far vedere i sorci verdi a qualsiasi difesa. Non era ovviamente così. 
Totti era in forma, mentre Del Piero stentava a recuperare dall’infortunio e ci avrebbe messo ancora degli anni per ritrovare una forma accettabile. Quindi si aveva una nazionale con un potenziale enorme, ma che non verrà mai espresso in toto, mai ribadisco, visto che la convivenza fra due è stata poco praticata dagli allenatori e mal tollerata dai tifosi (sia i cultori der Pupo, sia quelli fedeli al più esperto, e vincente, Pinturicchio). 
Chissà, forse loro sarebbero stati anche contenti di giocare insieme (e così hanno sempre dichiarato), ma l’incompatibilità fra i due numeri 10 era cosa risaputa. 
Quindi se l’esperimento tutti insieme appassionatamente non ha funzionato alla grande, i due separati hanno certamente segnato gli anni calcistici successivi a quell’Europeo. Il primo, Totti, collezionando un solo scudetto, un paio di Coppe Italia e Supercoppe Italiane, ma creando un calcio fatto di estro e scorie da capo ultras; il secondo, forte della corazzata Juventus alle spalle e un passato di vittorie che il primo si sogna/sognerà solo, continuerà a macinare scudetti e coppe a livello italiano fino lasciare il calcio italiano pochi anni fa. 
Che poi questo si ricolleghi al nuovo disco dei Batushka di Drabikowski è un’altro discorso. Sarà che io sono uno di quelli a cui Litourgiya non è piaciuto poi in maniera particolare, ma la divisione (puerile) fra i Batushka di Drabikowski e quelli di Bartłomiej Krysiuk è forse la cosa migliore che potesse capitare. Il secondo (Bartłomiej Krysiuk) si è trovato col culo bruciante quando Drabikowski se ne è uscito con Панихида (trad. Panihida, Servizio funebre), ma non ha tardato a replicare con il singolo “Chapter I: The Emptiness – Polunosznica (Полунощница)” supportato dalla Metal Blade. 
Sentendo il singolo di Bartłomiej Krysiuk si sente il suono di uno preso alla sprovvista, mentre nell’LP di Drabikowski c’è forse una maggiore coesione, cosa che me lo fa preferire a Litourgiya. Non è privo di punti dubbi, registrazioni forse affrettate, qualche mix vagamente pericolante e altre amenità (i cori religiosi sono meglio in Litourgiya, mentre lo scream vince a mani basse sui sul disco di Drabikowski) che non lo rendono un prodotto eccellente, ma di certo più interessante del primo disco in studio. 
Панихида tiene alto il feeling oscuro e ritualistico per buona parte della sua durata, “cadendo” in tracce standard solo nella parte centrale del disco.
Vediamo, adesso, a chi verrà assegnato il ruolo di Totti e a chi quello del Pinturicchio. Certo è che Панихида lancia un guanto di sfida a Bartłomiej Krysiukun confronto che il singer polacco non può permettersi di perdere visto il supporto datogli dalla Metal Blade. 
Intanto godetevi questo LP, Панихида merita gli ascolti che gli si danno e fanculo alle rivalità calcistiche/musicali. 
[Zeus]

Rammstein – s/t (2019)

Ormai mi ero quasi dimenticato dell’uscita del nuovo dei Rammstein. Sarà che negli ultimi dieci anni di vita ho ascoltato tantissimo i loro dischi o che il progetto solista di Lindemann mi ha lasciato poca voglia di riascoltarlo, ma questo nuovo disco dei teteski mi era uscito dalla testa finchè non ne hanno dato qualche inutile anteprima twitter/social della sua uscita.
E se come metadone all’astinenza da “tanz-metal”, gli Emigrate di Kruspe non sono certo il disco di cui sento la necessità (ci sono altri dischi che mi prendono di più), l’ultimo Liebe Ist Fuer Alle Da è arrivato a darmi quasi noia, infatti non lo ascolto mai.
Forse arrivo a sentirmi Haifisch, ma è una cosa per dare sfogo alla parte cazzara che risiede in me. E quel disco è del 2009, due lustri da oggi e da questa nuova uscita formalmente senza nome, ma chiamato Rammstein.
Un tempo così lungo per creare un disco è un’operazione degna di Chinese Democracy o il “nuovo dei Tool” (se mai uscirà questo LP, anche se continuano a dire agosto – di quale anno però?). Non che i Rammstein siano mai stati dei fulmini a ciel sereno nel registrare, ma l’attesa era al massimo sui 5 anni. Poi ti chiedi perché la gente aumenta le aspettative, giustamente, rispetto le cose. Un po’ come se la tua vicina di casa, passabilmente gnocca, incomincia a raccontarti le sue evoluzioni sessuali degne di Mia Khalifa e poi ti invita a casa a provare il letto: capite che, almeno un po’, ti scazzerebbe trovarti solo con un missionario triste?
Quindi quando senti che i Rammstein se ne stanno rinchiusi in studio per anni per tirare fuori il successore di LIFAD, un po’ di scimmia ti/mi sale.
Il vero dubbio che si porta dietro tutta l’operazione è quanto hanno ancora da dire dopo oltre 25 anni di attività.
In poche parole: Sono ancora capaci di farci saltare dalla sedia?
La risposta è nein.
Ma le motivazioni sono semplici da individuare. Se arriviamo a considerare Reise, Reise come il loro ultimo grande disco e in Mutter il loro capolavoro assoluto, abbiamo quasi 15 anni di LP non brillantissimi.
Rosenrot mi piace, ha dentro dei grandi pezzi, ma si sente in lontananza l’effetto “Load / Reload“: una sovrabbondanza di canzoni che, limata, avrebbe portato ad un CD unico, corposo e veramente buono; mentre di LIFAD ho già accennato qualcosa, ma escludendo qualche buon pezzo, non sale nella classifica delle uscite discografiche memorabili di Lindemann&Co.
Detto questo, arriviamo al “disco del cerino” e la sua lunga gestazione.
Lo ammetto subito, dopo ore di ascolto posso dire che l’effetto di Rammstein è quello di un elefante che ha partorito un topolino.
Non è un brutto disco, ma è un LP che i Rammstein avrebbero potuto comporre in 2 anni e avanzare ancora qualche mese per coca, wuerstel e troie.
Per me c’è qualcosa che non va.
Su una tracklist di 11 brani, ci sono le canzoni innegabilmente belle o di “qualità superiore” alla media dell’LP (Puppe piace eccome e, se vogliamo, Sex e Ausländer sono un’ottima risposta a Pussy di LIFAD) e canzoni buone (Deutschland e Radio mi son cresciute negli ascolti, ma hanno dei video musicali che sono una bomba). Ad essere generosi, Zeig Dich si porta dietro l’armamentario di riff e ritmiche ormai standard nel repertorio dei tedeschi, ma l’inaspettato cambio di tonalità di Lindemann me la fa risaltare rispetto ad altre canzoni similari.
I “problemi” sorgono nella seconda metà del disco, dove c’è un po’ di giocare sul sicuro e brani più deboli. Was Ich Liebe, eccellente come traccia d’apertura dal vivo, su disco è loffia e Diamant, che tenta di riproporre quel feeling intimo alla Frühling in Paris, sembra quasi incompleta.
Se poi vogliamo generalizzare il discorso, il songwriting della seconda metà del disco si porta dietro una generale debolezza (Tattoo non è male, ma quante canzoni così hanno scritto Kruspe&Landers?).

Quindi come posso valutare un disco dalle aspettative altissime, accolto in maniera entusiasta dalla critica “seria” e accompagnato da un lancio pubblicitario incredibile?
Con più freddezza di quanto sospettassi. Prodotto in maniera eccellente, con suoni bombastici e parti melodiche ineccepibili, Rammstein è una summa stilistica del periodo Rosenrot – LIFAD (con la già citata Puppe a riportare alla mente il periodo precedente Reise, Reise) che non riesce ad essere oltre a quello che ti si presenta subito: un disco che poteva essere eccellente, ma che non lo è e non potevo certo aspettarmi esserlo. 
Non potevo aspettarmi di vedere un gruppo di cinquantenni con un sound definito, con una miriade di progetti-cazzeggio (principalmente Lindemann, il quale butta fuori dischi metal e partecipa a progetti trap) e tranquillamente assestati su un certo modo di scrivere, stravolgere il proprio trademark e buttarsi su una strada nuova e rischiosa. Soprattutto se teniamo conto, come già detto, che sono quasi 15 anni che i Rammstein ansimano verso la linea del traguardo.
Portano a casa il risultato in maniera decorosa e cagano in testa a molti progetti odierni, ma se dobbiamo essere oggettivi, allora stanno andando in debito d’ossigeno e ogni disco dal 2005 in avanti è un parto sempre più doloroso e difficile.
Ascoltare Rammstein non sarà trovarsi nel letto la succitata vicina-di-casa-novella-Mia-Khalifa, ma non è neanche una “semplice scopata e saluti”.
Potevamo aspettarci di più, ma c’era il fondato rischio di trovarci in mano molto di meno di quello che gira nello stereo. 
[Zeus]

Il nuovo disco dei Darkthrone – Old Star (2019)

Bene…
Finalmente, dopo due lunghi anni d’attesa, in cui sembra essere passata un’eternità, dopo Artic Thunder che sembrava fosse l’album più decente, i norvegesi Darkthrone decidono di darci un taglio dicendo:

Preparatevi per l’arrivo di Old Star. È come se gli anni 80 non fossero mai andati via! Siamo tornati con i riff più metal di sempre!

Da quello che si nota, hanno ragione: i riff si mostrano più cupi e la release risulta originale. E così nel maggio 2019 viene rilasciato il nuovo disco Old Star.
Si presenta con “I Muffle Your Inner Choir”, che parte già con riff più sepolcrali e una strumentazione davvero sorprendente, che infatti tende ad aumentare l’atmosfera ancor più tetra. Seguita da “The Hardship of the Scots” che ha influenze del brano “Beholding of the Throne of Might” ma poi riesce a ritornare in regola interrompendo il loop e va ad infrangersi verso un’accelerazione moderata e riff più melodici.
Giungiamo dunque a “Old Star”, che si presenta con la voce di Nocturno Culto accompagnata da un ritmo meno “martellante”. “Alp Man”, invece, ci sorprende con la gelida atmosfera che crea, ricca di riffing sempre più movimentati ma che poi proseguono lentamente adagiandosi su toni possenti. “Duke of Gloat” attacca con una chitarra diretta accompagnata da una batteria pulsante. Su tutto si stagliano le vocals rauche mentre i loop di chitarra proseguono incessanti.
Ma non come l’ultimo pezzo “The Key is Inside the Wall”. In questa traccia le chitarre ritornano oscure, tutto diventa più “mostruoso” e brutale, mentre il drumming, ripetitivo, viene sostenuto da uno scream diabolico e il riffing ti fa venire voglia di scappare in una foresta e trasformarti in un true blackster misantropo a tutti gli effetti. 

E così termina questo grande capolavoro dei Darkthrone, uno dei gruppi più iconici del Trve Norwegian Black Metal che resterà nella storia, o meglio: continuerà a scriverla.
 
[Contessa Grishnackh]

Il ritorno degli In Flames: I, The Mask (2019)

Sarò un romantico, ma ogni volta che arriva la notizia di un nuovo disco degli In Flames io, che un briciolo di credito lo fornisco sempre, mi incuriosisco e non vedo l’ora di ascoltarmelo. Nonostante che Fridén e Gelotte siano due cuori duri e da quasi vent’anni mi stiano dando, spesso e volentieri, delle enormi sofferenze. Perché qui a TMI ci stiamo leccando ancora le ferite dopo aver sentito Battles, un disco che è riuscito nell’ardua impresa di far rivalutare in maniera quasi sufficiente dischi come Sirens Charm o Sounds Of a Playground Fading. Sono sofferenze che subiamo perché questa band svedese è riuscita, nell’arco dei primi 4/5 anni di vita, a dare la luce a dischi che mi/ci hanno dato emozioni profonde.
Veder gli In Flames cercare di rincorrere le mode del momento, facendo il verso a chi, con anni di ritardo, già stava facendo la copia sbiadita del loro sound, è qualcosa che lascia perplessi. Perplessi perché, da che mondo è mondo, non è mai il modello che copia lo studente. Questo assunto non vale per il malvagio duo Fridén-Gelotte e quindi, all’alba di questo 2019, c’è un ribaltamento dei modelli.
Adesso sono gli In Flames a doversi reinventare, a cambiare il proprio sound per far breccia in un mercato enorme come quello degli USA. Un mercato discografico che è ricchissimo e, viste le sue dimensioni, percorso da mille mode che non permettono sbagli – in caso contrario si finirebbe di nuovo nella serie B degli ascolti. No, il mercato USA, così volatile e senza memoria, ha bisogno di essere coccolato sempre e, come una bella donna, ha bisogno di continui flirt.
Per raggiungere questo scopo, il malefico duo, accompagnato dal compaesano Niclas Engelin (che nel songwriting conta come il due di picche quando si gioca a scacchi), cercano nelle categorie di PornHub e trovano INTERRACIAL e quindi ecco che per I, The Mask si viene a creare un mischione musicale che vede sezione ritmica e sound americani e il resto Ikea-style.
Il tutto sotto il controllo dittatoriale dell’Commander-In-Hipster Fridén.
Nei mesi precedenti l’uscita, il disco è stato anticipato da dichiarazioni farlocche di ritorno a sonorità più heavy che, signori, non sono nelle corde degli In Flames da Come Clarity. Quindi è tutto un gioco alla Mourinho e un’attitudine da accerchiati. Ma sono stati loro a volersi spostare verso territori alternative/metal-core, quindi perché continuare a ribadire che “continueranno sulla loro strada”?
Perché I, the Mask è il prodotto di una band che brama il mercato USA, il Billboard e le top ten americane (capite perchè hanno scelto Howard Benson? Uno che nel suo CV ha anche Against dei Sepultura, non proprio da leccarsi i baffi) ma, soprattutto, deve assecondare il desiderio di Fridén-Gelotte di diventare grandi, e tanto. Per questo motivo le sonorità heavy non riescono neanche ad arrivare ad un revival dei (pur bruttini) suoni di Reroute to Remain o di Soundtrack To Your Escape. Gli In Flames 2019 guardano al massimo fino a Sounds Of a Playground Fading e quindi a neanche 8 anni fa e ad una creatività al minimo storico.
Il vero colpo di genio è la grande mascherata, il travestimento mediatico, per poter continuare a copiare band in voga dal 2010 in poi senza doverne pagar pegno in fatto di “derisione sociale”.
Come si fa a raggiungere questo scopo? Semplice, si prendono dei riff bombastici ma innocui, perché non devono urtare nessuno – e, soprattutto, non il target adorato, quindi gli adolescenti – , e li si mozza mettendoci dentro melodie vuote o passaggi risibili (i cori). Se poi si azzecca anche il mix con un riff abbastanza decente, il leit-motiv è quello di darci subito il colpo di zappa disfandolo con ritornelli spompi e senza nessuna anima (Follow Me). Perché, fra tutti i peccati capitali in cui si crogiolano i due timonieri svedesi, quello peggiore è la perseveranza nel cercare il ritornello ad effetto, quello “emozionale”.
Non è una cosa che si sono inventati con A Sense Of Purpose, sia chiaro; questo è un processo evolutivo che proviene dal passato e, precisamente, dal periodo Clayman. Da quel disco (annata 2000) si inizia a vedere la volontà pura di trovare IL ritornello catchy e farlo proprio. Non criticabile in sé, ma criticabile perché, nel corso del tempo, ha svilito il senso del riff per elevare quello di una melodia appiccicosa ma senza nerbo.
Non ha quasi neanche più senso parlare del growl/scream di Fridén, perché la questione non è più se è sfiatato o meno (la prima), la questione è che non riesce ad azzeccare un ritornello memorabile (metto In This Life, ma solo perché sta passando ora nel lettore).
Queste soluzioni sono già state fatte, e meglio, da band americane che, dalla scena svedese, ha preso tutto lo scibile per poi sputtanarlo. Gli attuali In Flames, quindi, si mettono sullo stesso terreno di gioco di chi, questa pratica, la sta maneggiando da anni. Ti batte con l’esperienza e con il fatto che sono giovani davvero e non dei quasi cinquantenni.

Non fatevi fregare dalle dichiarazioni di Fridén, da tutto il clamore del “ritorno ad un sound più heavy“, dalla copertina con il Jester e il nome la accompagna. Questo non è il disco che volete, questo è l’esibizione dell’ego del duo Fridén-Gelotte, della volontà assoluta di diventare un gruppo di punta in un mercato come quello USA, a costo di sputtanare senza via di ritorno il monicker In Flames
Non credete a niente di quello che vi dicono, ci rimarrete male.
Quello che avrete in questi 50 minuti è la solita sofferenza, il cuore pesante e la difficoltà di capire in cosa si sta trasformando questa band.
[Zeus]