All right now! Ozzy Osbourne – Ordinary Man (2020)

Ho un debole per quanto prodotto da Ozzy. Non riesco mai a giudicarlo con la necessaria oggettività, visto che quest’uomo e l’onnipotente Dio della chitarra Tony Iommi mi hanno aperto il mondo del metal. 
Ozzy è il parente buono e pazzo come un cavallo a cui vuoi bene, sempre, anche quando è ridotto ad una merda e non capisci bene cosa sta facendo della sua vita. 
Ozzy si porta sulla groppa un “handicap” che stroncherebbe un Minotauro, signori miei. Otto dischi con i Black Sabbath e poi una carriera solista incominciata con Blizzard Of Ozz e poi via via fino ad arrivare all’incontro con Zakk Wylde e la doppietta No Rest For The WickedNo More Tears che hanno riportato ossigeno ad un Ozzy spompato dalle tonnellate di droghe e alcool assunte. Dopo questo LP, incomincia la sua discesa verso produzioni sempre meno convincenti, a partire da Ozzmosis fino ad arrivare a Scream (il primo senza Wylde come compositore da studio) e questo Ordinary Man
Quest’ultimo esce a 10 anni di distanza da Scream e, soprattutto, dopo un disco di successo e un tour da tutto esaurito con i Black Sabbath
Cosa ci hanno insegnato questi due ultimi eventi? Che Ozzy vive alla grande il connubio con Tony Iommi e viene rivitalizzato dal suonare di fianco al baffuto chitarrista inglese; il fatto di non dover cantare su registri improponibili, ci restituisce un Madman ancora in grado di stupire e ammaliare le folle. 
Ordinary Man è un disco sfacciatamente commerciale, praticamente fatto in modo da entrare nella programmazione radiofonica e non ha neanche la sfacciataggine di vergognarsi di questo. Ci sono mille melodie collose, collaborazioni che non c’entrano un cazzo con la storia di Ozzy e con il disco in generale (It’s A Raid o Take What You Want con Post Malone) e il vero metal, quello che ti faceva emozionare sui primi dischi con Randy o No More Tears, è una scusa per restare nel circuito dell’heavy metal e non una vera forma d’espressione musicale compiuta. 
Lo sappiamo tutti che Ozzy, quando viaggia da solo, tende a lanciarsi in mille canzoni strappamutande (title track), powerballad (All My Life) ed è da almeno 40 anni che ripete sempre lo stesso tema, ma questo non mi stupisce più di tanto e mi disturba ancora meno; gli AC/DC è una vita che vanno avanti con le stesse lyrics. 
Il problema è che le canzoni di Ozzy, da almeno vent’anni a questa parte, non te le ricordi. Ti rimangono in testa per 10 minuti e poi scivolano via come una birra gelata in estate. Sentitevi Straight to Hell, chorus che ti si incolla in testa, ma poi il riff o il ritmo te lo scordi appena passi alla canzone successiva. E così per tutti i brani su Ordinary Man, ve lo giuro. Sto risentendo ‘sto disco da giorni e ancora non mi viene in mente cosa c’è prima o cosa dopo. 
Aver mollato Wylde come chitarrista compositore ha tolto ad Ozzy quella sensazione di essere lui una succursale della Black Label Society e non quest’ultima un’evoluzione del Zakk solista; ma togliere un chitarrista come Wylde, per quanto non sempre sul pezzo sui dischi della BLS, ha privato il Madman di un songwriting realmente memorabile. 
Ordinary Man è pensato per il pubblico moderno e non per restare nel tempo. Ci sono canzoni da consumarsi come un Big Mac preso al take away e la pletora di ospiti di lusso utili per svecchiare un Ozzy malmesso da acciacchi ed età anagrafica (stiamo parlando di un 70enne).
Nel 2020 il Madman ci offre un sacco di canzoni tamarre, melodiche e radiofoniche, praticamente tutto quello che ti aspetti dall’Ozzy del post-1995… ma non ci canzoni veramente buone e questo è il triste sunto alla fine di questo sproloquio commosso e rispettoso verso una carriera e un lascito immortale. 
[Zeus]

Il canto della sirena. Ozzy Osbourne – No More Tears (1991)

Risultati immagini per ozzy osbourne no more tears

Ma vi rendete conto che cazzo di dischi sono usciti nel 1991? Che annata epocale per la musica? Prima e dopo il 1991, ecco cosa si può dire. E sì che Ozzy, nel 1991, ci è arrivato grazie al surplus di ossigeno fornito dal biondo Zakk Wylde e all’aiuto provvidenziale di Lemmy Kilmister, se no col cazzo che sfornava No More Tears. Tirava fuori un Ultimate Sin numero 2 e finiva la giostra. Infatti questa stava per inchiodarsi, come quando sei al massimo e finisce la musichetta fastidiosa, e portare ad uno dei celebratissimi (e falsi) addii del Madman più famoso del pianeta.
No More Tears è, senza troppi giri di parole, uno dei migliori dischi di Ozzy dai tempi della doppietta Blizzard Of Oz e Diary Of A Madman. Il Madman suona ispirato e canta come se ne valesse la pena, mentre Zakk Wylde tiene a freno i mille fischi che trituravano il cazzo in No Rest For The Wicked e ci presenta il conto con riff e soli eccellenti e dei fraseggi melodici, ma abbastanza duri da non scadere nel pop melenso, da superare indenni la prova del tempo.
Questo lo dico perché, nonostante siano passati 27 anni dalla sua pubblicazione, quando senti dei brani malinconici come Mama, I’m Coming Home o Road to Nowhere ti viene da cantare a squarciagola fregandotene di quelli che ti stanno accanto – anche perché lo stanno facendo anche loro, quindi c’è tutto un concetto di fratellanza metallica che non ha bisogno di spiegazioni. Tu sai e loro sanno, questo basta e avanza.
Ozzy non è mai stato metal in senso stretto, ha sempre avuto l’attitudine, alcune sonorità e ha dato i natali al genere, ma per farcelo rientrare musicalmente si tira lunga: Ozzy nuota in quel misto fra hard rock, metal (ok, mettiamocelo un po’), rock classico che, mischiandosi, crea la formula Ozzy Osbourne e da quel momento non ci si scappa. In No More Tears il risultato è pressochè perfetto, non replicabile in alcun modo, tanto che già dal successivo Ozzmosis il singer britannico cede e la premiata ditta Madman&Co. non riuscirà più a produrre un capolavoro epocale come quello che state leggendo.
Nel 1991 la band cesella dei chorus talmente perfetti che, pur senza sentirli da un po’, riesci a ricordarteli e, forse accade solo a me, a canticchiarli con quel tono petulante tipico dell’ex singer dei Black Sabbath. Questo è un fattore strano e non credo di replicarlo per altri – per esempio con gli AC/DC limo il tono scartavetrapalle di Brian Johnson in un qualcosa di più papabile.
Se volete un trivia divertente, il buon Bob Daisley figura nuovamente come bassista turnista (quando Ozzy si doveva cercare una spalla fidata, andava direttamente su Bob) e, come è successo millemila volte, l’ha inchiappettato a sangue. Povero Daisley, anni e anni a fidarsi del Madman e, per lo stesso periodo di tempo, essere preso in giro dal terribile duo Osbourne – Arden.
In fin dei conti No More Tears è un disco che sta lassù, nell’Olimpo dei CD intoccabili, di quelli che devono essere sentiti almeno una volta nella vita. Perché vivere senza farsi esaltare dall’attitudine rock di I Don’t Want To Change The World o da “caciaronate” come Hellraiser o Zombie Stomp  è l’equivalente di mangiarsi le Fonzies e non leccarsi le dita: vivi solo a metà.
[Zeus]

Scolliniamo e finiamo nel 1988: Ozzy Osbourne – No Rest For The Wicked

Risultati immagini per Ozzy Osbourne No Rest for the Wicked

Sono passati 30 anni da questo disco, rendetevene conto. Io me l’ero anche procurato in edizione vinile (e non ho dove ascoltarlo) e quindi sono un proud owner di una copia siffatta. Cose da vantarsi con gli amici al bar, intendiamoci.
Rispetto a The Ultimate Sin, che trovate su questo blog cliccando sul nome dell’album (nota per chi fosse appena sceso da Mercurio), No Rest For The Wicked sembra un capolavoro e, mettetelo agli atti, non lo è.
C’è Zakk Wylde, ok, ma è talmente impegnato a far fischiare la chitarra da non rendersi conto che vorresti prendere un biglietto per l’America e bruciargli il camper. Cristo, ogni mezza nota ci piazza un fischio e, maledetto sia lui, non si risparmia proprio. La differenza è che, almeno, quassù c’è un po’ di energia che nel precedente LP non c’era. Castillo mena la batteria e Zakk ha almeno dei suoni decenti di chitarra, per evitare di far figure di merda, Ozzy richiama Bob Daisley al basso – giusto per sbugiardarlo subito dopo. Povero Bob, si fida sempre di un tossico e alcolista allo stadio terminale e ci rimane col culo che brucia.
Quanti hanno incominciato, però, ad ascoltare metal con questo disco? Molti, perché comunque Ozzy crea melodie vocali che prendono e ha la carica e il groove che ti fanno passare 40 minuti di tranquillità. Se vogliamo trovare le radici di un disco come No More Tears, le dobbiamo cercare qua, in questi solchi e tracce.
In qualche modo abbiamo sentito tutti una Bloodbath in Paradise Miracle Man e, in segreto nella nostra stanza, le ascoltiamo ancora quando non dobbiamo dimostrare di cercare l’ultimo estremismo sonoro. Ozzy è una garanzia, sai dove caschi e cosa ricerchi e quindi è un punto fermo.
Penso sia questo il motivo del termine: un classico.

A parte le lacrimone da vecchio disco, dei 30 anni passati, per Ozzy e il primo disco di Zakk, No Rest For The Wicked non è il Messia dei Dischi ed è, e rimane, figlio del suo tempo: se non ve la ricordate, sentitevi la batteria enorme e i synth di Fire In The Sky e vi torna il ciuffo come Mirko dei Beehive. Il duo finale Tattooed Dancer Demon Alcohol (un tema ricorrente nella discografia di Ozzy) sono comunque due tracce veloci e piene di groove e, pur non facendo niente per innalzare il livello medio del disco, ti fanno capire che il futuro che si stava aspettando, il futuro di Ozzy, era proprio nel presente di quel disco.
[Zeus]

ps: vorrei farvi notare chi c’è al basso in questo video… 

Ozzy Osbourne – The Ozzman Cometh (1997)

Recensire un best-off datato 1997 mi fa sentire sporco e, in qualche modo, anche ingannevole con quei 5 lettori che ogni tanto si connettono a questo sito e si appassionano alle vaccate che scrivo/scriviamo. Il problema con Ozzy, e con la truppa dei Sabbath in generale, è che non riesco mai a separmene (sia lodato Satana per questo) e quando mi capita sotto il naso un CD di uno di questi artisti, mi viene voglia di imbrattare una pagina bianca con dei pixel neri.
Mr. Osbourne, con The Ozzman Cometh, ha sfruttato il momento di pausa della band per tirar su due noccioline di soldi e continuare a restarsene in bermuda a grattarsi le palle. Il nuovo disco era previsto nel 2001 e il precedente Ozzmosis segnava il 1995, quindi tempo per drogarsi e alcolizzarsi ne aveva a piene mani.
Il Best-Off, fra l’altro, è una mezza vaccata con dentro pezzi live, pezzi ri-registrati a causa delle polemiche legate alle royalties (se avete in mano la versione del 2002) e un paio di brani interessanti.
Quali? I primi due brani targati Black Sabbath e risalenti al live del 26.04.70 per le John Peel Sessions: Black Sabbath (una versione live con una strofa in più non contenuta nell’edizione originale del disco) e Walpurgis (meglio nota come War Pigs).
Solo per questo io ho comprato questa mezza minchiata, oltre che per avere, al tempo, il best of di Ozzy su un solo Cd e non dovermi creare in maniera balzana delle compilation tratte da CD. La pigrizia è una delle virtù trascinanti.
Non ho da dire nient’altro su un Lp di questo tipo, quindi smetto subito e non ve lo consiglio neanche – tanto con l’avvento del download gratuito riuscite a farvi le compilation come volete, se non a tirarvi giù direttamente questo The Ozzman Cometh, e, inoltre, è uscita la 70a ri-edizione dei primi dischi dei Sabbath che contiene brani mai apparsi prima d’ora e le canzoni che conosciamo in versione strumentale, variata etc etc.
Il senso di comprare questo disco nel 2018 è unicamente quello del completismo ma qua, cari i miei 5 lettori, non stiamo più parlando di musica…
[Zeus]

 

Ozzy Osbourne – Tribute (trent’anni dopo)

 

Quanto incide la morte? Quanto rivaluta la morte?
Per Ozzy Osbourne, alla sua prima esperienza da solista post-Black Sabbath, la morte del chitarrista Randy Rhoads ha rivoluzionato il mondo. C’è stato un prima e dopo Black Sabbath e bisogna riconoscere che c’è un pre e post Randy.
Il giovane chitarrista ex-Quiet Riot ha stravolto Ozzy tanto da rendere difficile per chiunque mettersi al suo posto. Ognuno, per quanto bravo, con esperienza o altro, ha sempre avuto il fantasma di Randy a soffiargli sulla nuca e rendere la sua esperienza nella band di Ozzy Osbourne quantomeno precaria.
Volete un’idea di quanto è importante il sound e le canzoni di Randy? Provate a cercare che canzoni dovevano prepararsi i nuovi chitarristi per avere un’audizione con il Madman. Provate a leggervi le interviste a Zakk Wylde, per esempio.
Questo è il livello d’impatto che ha avuto il piccolo Randy Rhoads sul Madman inglese.
Randy Rhoads Tribute è l’album che doveva uscire dopo la sua tragica morte ma che non è mai uscito a causa del cordoglio di Ozzy. Proprio per la tristezza post-decesso, Ozzy aveva staccato la spina della Blizzard Of Oz e fatto uscire Speak Of The Devil, un disco di cover dei Black Sabbath interpretate con due terzi della formazione originale della band di Ozzy e il chitarrista della Ian Gillan Band (una meteora al servizio di Ozzy – schiacciato dalla responsibilità di rimpiazzare Randy).
Non credete alla pressione dei morti? Provate a chiedere Jason Newsted cosa ha pensato nei lunghi anni di militanza nei Metallica sul fatto di rimpiazzare Cliff.
Sì, lo so, sto divagando.
Io non ascoltavo questo Tribute da una vita, ve lo giuro. Ho visto che c’era la ricorrenza dei vent’anni e allora l’ho tirato fuori e mi son detto: post-produzione a parte, il disco funziona. Sarà che è un ricordo (e vi posso assicurare che nel giudicare un disco, questo aspetto salta fuori a volte), sarà che le canzoni sono entrate di diritto nel pantheon dei grandi classici del metal o solo il fatto che Ozzy mi ispira, da sempre, notevole simpatia, ma Tribute funziona.

[Zeus]

Black Sabbath – 13.06.2016 Arena di Verona

(da web)

Io sono sempre stato un tipo religioso.
La religione copre i tuoi istinti primari. Copre il buco che hai nell’anima, quello che non riesci ha colmare con la razionalità. Fa vibrare la tua anima e ti da quel senso di comunità, di unità, con gli sconosciuti, che ti fa sentire un gruppo, che agisce e ragiona nel giusto, a dispetto degli altri. E poi le religioni hanno la divinità, e le divinità sono dei tipi grandiosi che fanno cose mitiche: staccano costole agli uomini per creare le donne, castrano il padre per fargli vomitare gli altri figli o si cavano un occhio per avere la conoscenza.
Nella religione che seguo la divinità principale si è amputata due falangi per poter creare l’Heavy Metal.
E questo lunedi (13.06.2016 n.d.A.) ho seguito una messa in suo onore, anzi una messa celebrata da lui stesso, all’interno di un tempio, un’arena.
Il gruppo di apertura, gli Still Water, ehm, i Rival Sons hanno dato l’anima per scaldare il pubblico con il loro rock seventies di zeppeliniana memoria, ma niente da fare, troppi déjà-vu, e poi tutti erano li per un altro motivo.
Poi il buio è calato, rendendo l’ambiente fantastico, è partito il video introduttivo ed è iniziata la celebrazione. Il riff ha dominato sovrano, il sacerdote Ozzy ha diretto la rappresentazione al di sopra di ogni aspettativa (quasi fino alla fine!!!!), Geezer ha riempito ogni vuoto col suo basso e il batterista non ha fatto rimpiangere eccessivamente l’assente Ward. Da dietro le quinte, nascosto, il buon Wakemann ha gestito i pochi ma efficaci interventi di tastiera, e lui, il Mr. Iommi ha fatto il buono e cattivo tempo, snocciolando uno dietro l’altro i suoi riff immortali, cantati all’unisono da tutta l’arena.
Impossibile mettere per iscritto le emozioni provate.
Unico rimpianto, non avere abbastanza soldi per permettermi un posto in un’aria VIP.
Purtroppo, la messa è finita, andate in pace.
AMEN
[Skan]

Gonfio d’alcool – Ozzy Osbourne in The Ultimate Sin

Ho un affetto incondizionato per Ozzy.
Sono uno di quelli che lo difende a spada tratta e che dice: “cazzo, non si è messo ADESSO a ciondolare per il palco… lo faceva già negli anni 70”. Quando sento questo The Ultimate Sin, però, mi viene difficile riuscire a difenderlo. Sbomballato dalle droghe e dall’alcool, Ozzy registra una porcheria di prodotto e riesce persino ad avere una bella visibilità grazie alla plasticosità di Shot In The Dark. La metà degli anni 80 prendono a ceffoni il Madman e gli fanno tirare fuori un disco che sa di hair metal lontano un chilometro e, dal canto suo, non ha un riff ricordabile.
Fanculo lui e le tonnellate di roba che si è sparato nel naso.
Non sono arrivato subito a questo disco. Ho iniziato la mia scoperta dell’Ozzy solista con Blizzard Of Oz e poi No More Tears, poi ho raccattato dischi qua e la per capire che diavolo avesse registrato il buon Osbourne fra una ubriacatura e l’altra. E fra un Tribute e un Bark At The Moon ti capita anche The Ultimate Sin capisci che non tutte le ciambelle sono uscite col buco.
Probabilmente il disco di Ozzy che ascolto meno in assoluto. Non mi ricordo una canzone una neanche a pagamento. Adesso che ci penso, e lo dico con cognizione di causa, la cover art fa anche schifo e questo è un’ulteriore malus al disco.
Il problema con Ozzy è che non gli puoi voler male per essere tamarro, per prendere il peggio del becero hair metal, dell’hard rock e metal e mescolarli alla bene e meglio e sputacchiarli fuori. Gli si vuole bene, tutti quanti negli anni ’80 abbiamo avuto un momento di debolezza… a lui si perdona questo The Ultimate Sin.
Non ce lo si fa piacere, ma glielo si perdona.
Come se non ci fosse Ozzy, non preoccuparti. Ti aspettiamo con No Rest For The Wicked (che, poi, non è neanche un grandissimo capolavoro).
[Zeus]

Zakk Wylde con Eric Hendrikx – Bringing Metal To The Children

Per descrivere il libro di Zakk Wylde c’è un solo termine da utilizzare: cazzaro. Cazzaro perché racconta storie divertenti, leggere e che assomigliano alla chiacchierata ignorante che fai con i tuoi amici al bar.
Wylde non si prende sul serio nel libro, fa finta di essere una grande rockstar ma, e lo si nota in ogni pagina, il profilo che ne esce è quello di uno che si diverte.
Mr. Wylde sa il fatto suo, conosce lo strumento (chitarra) e ha la determinazione di chi vuole arrivare e non lo fa passare inosservato. Non nasconde neanche che il suo colpo di culo è arrivato con il provino per Ozzy Osbourne e la successiva entrata nella sua band come chitarrista.
Il punto di partenza perfetto della favola dello sconosciuto che diventa famoso.
Bringing Metal To The Children è il collage folle delle avventure on the road con la Ozzy Osbourne band e con la propria creatura: la Black Label Society. Fra battaglie con gli escrementi, pisciate, party, scherzi e minchiate varie, il libro scorre veloce e leggero, non impegnando più di due (?) neuroni… e sono molto generoso.
I consigli che Zakk fornisce sono quelli che ti senti ripetere da tutti gli imbonitori televisivi e non cambieranno di certo il tuo approccio, se sei un musicista, verso il mondo della musica. Non muteranno neanche il tuo parere sul music biz in generale.
Tutti i personaggi citati nel libro sono trattati con lo stesso spirito sarcastico con cui Mr. Wylde tratta sé stesso (anche se lui, con fare ironico e guascone, sottolinea il suo essere padre-padrone della band). Alcuni vengono massacrati in maniera incontrollata, come il suo bassista John J.D. DeServio, che viene preso per il culo sempre e comunque.

Volete una lettura da spiaggia, montagna o quando vi state arrostendo il culo sul cemento della città? Bringing Metal To The Children è la vostra lettura. Leggero, spiritoso e non impegna più di mezzo neurone nelle parti più difficili.
Da avere se il metal vi scorre nelle vene.
Se siete alla ricerca delle vere autobiografie sui personaggi che popolano il genere che più amiamo, beh, questo libro di Zakk Wylde non fa per voi. Troppo cazzaro e pieno di aneddoti, meno di altre cose che i completisti amano nelle biografie metal.

Il Nome della Fossa: Tony Iommi con J.T. Lammers – Iron Man (Arcana – 2011)

Ci sono ottimi musicisti. Ce ne sono anche di grandiosi, lo ammetto. Ma quanti riescono ad essere genitori di un intero movimento musicale? Pochi e selezionati. Frank Anthony (Tony) Iommi è uno di questi pochi e selezionati casi nel panorama musicale. Musicista, leader e compositore principale di una delle band più influenti degli ultimi 45 anni, i mai troppo riveriti e menzionati Black Sabbath, Tony Iommi è riuscito a creare un genere musicale grazie al suono cupo, ribassato e slow della sua chitarra. Il genere che ha creato è l’heavy rock, i Sabbath non si sono mai definiti metal o heavy metal, ma tutto il mondo ha visto nel riff di Black Sabbath – la canzone- il vagito del metal e di tutto quell’immaginario legato al genere che noi amiamo tanto.
Iron Man è la biografia scritta da Tony Iommi con J.T.Lammers e ci racconta la storia dell’uomo e del musicista. Ci racconta dei primi passi Tony nella Birmingham dell’epoca, del suo lavoro in fabbrica e l’incidente che gli costò l’amputazione delle falangi della mano destra e poi le sue esperienze musicali pre-Sabbath.
L’incidente è il punto di svolta della biografia. Prima sono i ricordi di un giovane ragazzo, turbolento e appassionato della musica, poi è la genesi del musicista che noi conosciamo. Le esperienze con le band blues, jazz e rock (Mithology su tutti).
Quello che viene fuori è il ritratto di una persona con un obiettivo. Tony Iommi vuole creare qualcosa e tutta la sua esperienza di musicista è rivolta a quello scopo: creare un sound che si adatti a quello che ha in mente.
Il libro, ben scritto e impregnato di ironia mai fastidiosa, fa vedere sia la parte buona di Tony che quella più travagliata. Gli abusi di sostanze stupefacenti non erano una prerogativa del solo Ozzy, come l’attaccamento alla bottiglia non era un demone di Bill Ward; anche Iommi abusava in maniera pesante di cocaina e non disdegnava un bicchiere – o due- e qualche occasionale rissa. La sostanziale differenza risperto a Ward o Ozzy è l’obiettivo, la missione, di Iommi: portare avanti i Black Sabbath. Anche quando la situazione si fa difficile, come nei periodi bui dei mid-eighties.
Il libro racconta i cambi di line-up, il rapporto travagliato con Ronnie James Dio e la successiva amicizia professionale e umana con il Folletto e non disdegna qualche frecciata sarcastica contro Tony Martin. Il cantante più utilizzato dai Sabbath dopo Ozzy non ne esce sempre bene dai ricordi del Riffmaker. The Cat, questo il soprannome di Martin, ha un trattamento double-face che ne mette in luce pregi e difetti, fornendoci uno spaccato di vita Sabbathiana che non viene mai trattata troppo dall’ampia bibliografia relativa alla band.
Questo forse è il pregio migliore di questo libro, raccontare i Black Sabbath dopo l’uscita di Ozzy. Tutti i libri si fermano sui primi, fondamentali, anni di attività. Pochi, se non pochissimi, indagano sul periodo successivo: sui cambi di line-up, i problemi nel far uscire i dischi, i concerti e il rapporto saldo con Geezer Butler, il partner più duraturo dell’inossidabile Iron Man.

In definitiva: Tony Iommi – Iron Man è un libro da consigliare?
Assolutamente sì. Un libro da custodire gelosamente e, forse, da integrare con I Am Ozzy – l’autobiografia di Ozzy Osbourne.

[Zeus]

Ozzy Osbourne Pills – Gli anni 80

Chi non conosce Ozzy Osbourne?

Per chi fosse rimasto sconnesso fino ad oggi o nascosto in una grotte su Nettuno, cosa molto metal fra l’altro, Ozzy era il singer della band Black Sabbath e leader della sua formazione solista. La storia di Ozzy come solista è legata alla fine della sua attività come frontman della band di Birmingham e l’inizio di un periodo florido e doloroso nello stesso momento.
L’uscita dalla band madre è un trauma incredibile per il singer che, a trent’anni suonati, si vede senza lavoro e fuori dal gruppo che aveva contribuito a rendere leggendario.

La soluzione più facile per non sentire questo vuoto? Riempirsi di droghe, alcool e cibo spazzatura fino a dimenticare. Il percorso autodistruttivo, però, viene fermato da Sharon Arden, poi Osbourne, che lo risolleva dagli inferi della sua condizione e ne diventa prima manager e poi moglie.

Il primo passo della nuova vita di Ozzy è la creazione di una nuova band propria: la Blizzard Of Ozz. Il nome non è nuovo, il Madman aveva già sfoggiato magliette con questo nickname già durante il periodo dei Sabbath, perciò è un’idea sedimentata nel tempo. Il vero fondamento della nuova vita da solista, però, è un’altra caratteristica: allontanarsi il più possibile dalle sonorità più progressive e barocche dei Black Sabbath degli ultimi anni dei seventies e avvicinarsi al tipo di hard rock/heavy rock dei tempi di Master Of Reality. Ma con un timbro più giovane, più moderno.

OZZY OSBOURNE – BLIZZARD OF OZZ (1980)

Il primo parto della nuova creatura di Ozzy è l’album Blizzard Of Ozz. Il nome della band diventa il titolo del disco e si nota subito il cambio di rotta rispetto al passato Sabbath-iano: il sound non è più oscuro, pesante e, almeno nell’ultimo periodo, barocco. Il nuovo suono hard del Madman viene fornito dal giovanissimo axeman Randy Rhoads e dai più esperti Bob Daisley e Lee Kerslake e Don Airey. Canzoni come I D0n’t Know, Crazy Train, Mr. Crowley diventano subito inni favoriti del pubblico. Il riffing di Rhoads è ispirato sia negli episodi più energici, sia nelle parti più malinconiche o lente (come Dee), e risente di un mix di sonorità barocche e dell’esplosività tipica dei Van Halen.


OZZY OSBOURNE – DIARY OF A MADMAN (1981)

Poco dopo la pubblicazione di Blizzard of Ozz, la band rientra in studio per registrare il successore al fortunato esordio. A parte la qualità dei brani sul disco, forse un x percento meno ispirati del fulminante esordio, questo Diary Of A Madman è il testamento artistico di Randy Rhoads. Il piccolo chitarrista, infatti, perde la vita in un incidente aereo durante la promozione del disco. Ma giudicare questo DOAM solo come un lascito è un errore, il disco ha carattere e molti dei brani continuano ad essere all-time favorite dei concerti attuali.

OZZY OSBOURNE – SPEAK OF THE DEVIL (1982)

Con Speak Of The Devil, Ozzy fa un passo indietro per farne uno avanti. La morte di Randy getta il Madman nello sconforto e l’unico modo per calmare il dolore è gettarsi a capofitto nei suoni che hanno forgiato il singer&personaggio Ozzy Osbourne. In altri termini? Ritornare a suonare i classici dei Black Sabbath. La line-up è quella del secondo periodo di Diary Of A Madman, perciò dentro il duo Sarzo-Aldridge e fuori Kerslake-Daisley. Alla chitarra viene chiamato Brad Gillis, conosciuto per la sua militanza nei Night Ranger. Il disco è un amarcord delle canzoni del gruppo di Birmingham e, contrariamente a quanto ci si possa aspettare, contiene anche pezzi da Sabotage (Symptom Of The Universe) e da Never Say Die! (la title-track).

OZZY OSBOURNE – BARK AT THE MOON (1983)

A due anni dalla pubblicazione di Diary Of A Madman, Ozzy rientra in studio per dare alla luce un nuovo disco di canzoni originali. La formazione cambia ancora e, uscito Sarzo, rientra Daisley ad occuparsi di basso e testi. Il ruolo di chitarrista viene dato a Jake E. Lee. Il nuovo chitarrista non cerca di ricopiare quello che aveva fatto Randy, ma propone un suo sound, unendo un buon gusto “alla Blackmore” alla tipica esplosività tratta dai Van Halen. ll disco è buono, non riesce a raggiungere le vette d’eccellenza dei precedenti, ma si posiziona come uno dei migliori di quelli registrati negli eighties dal Madman. La title-track è un vero classico e il lato più caciarone di Ozzy viene ben riassunto dalla cover-art ad effetto. I brani viaggiano sul sicuro e sfruttano le tipiche tematiche della band, ma ci sono anche momenti più strutturati nella seconda metà del disco.

OZZY OSBOURNE – THE ULTIMATE SIN (1986)

Cosa succede quando un singer folle incontra il periodo musicale più debosciato in assoluto? Viene fuori un disco come The Ultimate Sin. Nel 1986, Ozzy è un catorcio. Strafatto di droghe e alcool, il singer inglese è impresentabile (basta guardare le foto) ed il fatto che sia entrato in studio per registrare è un vero e proprio miracolo. La band dell’ultimo disco è stata in parte smantellata e la nuova line-up vede ancora Jake E. Lee alla chitarra, mentre Randy Castillo si siede dietro la batteria e Phil Soussan si occupa del basso. Il disco? Moscio. Thank God For The Bomb o Killer Of Giant, e sono pezzi mediocri, non possono riabilitare un LP così loffio da fare quasi pena. The Ultimate Sin vive di rendita dell’esposizione data dalla iper-catchy Shot In The Dark. Fortuna che è un una tantum questa sbornia di glam e lustrini.

OZZY OSBOURNE – NO REST OF THE WICKED (1988)

L’ultimo disco degli eighties cerca di risalire la china dopo il tonfo, se non commerciale, sicuro di qualità, di The Ultimate Sin. No Rest For The Wicked cerca di riportare in carreggiata Ozzy, ma non siamo ancora centrati. La nuova band vede Randy Castillo alla batteria, John Sinclair alle tastiere ed il rientrante Bob Daisley al basso (una garanzia). Il vero asso nella manica, però, è Zakk Wylde. Il chitarrista, alla prima prova alla corte di Ozzy, sfodera una prestazione muscolare sì, ma ancora acerba. Wylde usa ed abusa degli armonici artificiali e questo stufa dopo poco. La qualità media del disco non è eccelsa, come detto in precedenza, ma si attesa al miglior disco di Ozzy dal 1983.

[Zeus]