Spray per capelli e jeans. Pantera – Power Metal (1988)

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Ci hanno sempre voluto far credere che i Pantera sono nati nel 1990 con Cowboys From Hell. Ce l’hanno ripetuto mille volte, in ogni forma e sostanza, che alla fine ci abbiamo quasi creduto. Ci stavamo cascando al tranello del gruppo che ad un certo punto arriva e rivoluziona il suono thrash del 1990.
Ci stavamo cascando… se non fosse che I Pantera li conoscevamo da prima. Quando giravano con gli spandex e c’era Vince Paul inguardabile con la capigliatura cotonatissima. O un androgino Dimebag Darrell, all’epoca Diamond, riccioluto e glabro.
Stavamo per scordarci che per arrivare a Primal Concrete Sledge o Domination sono dovuti passare da copertine inguardabili come Immagine correlataquesta qua.
Perché io non mi formalizzo poi più di tanto, sia chiaro, ma l’artwork di Metal Magic mi fa morire, una boiata pazzesca.
Ma va bene così, tutti devono iniziare in qualche modo e loro avevano i piedi ben dentro l’hard rock e il glam. Tanto che il passaggio dal prima al dopo è segnato dal disco che vedete sopra, quel Power Metal sconosciuto a molti ma con dentro, in nuce (ammazza che termini colti), il sound che verrà sviluppato due anni dopo in CFH.
Nel 1988 i Pantera stavano chiaramente cambiando direzione, non erano più la band dei primi tre dischi. Il thrash aveva invaso lo spettro musicale “estremo” e questo aveva influenzato i fratelli Abbott e Rex Brown. C’era eccitazione nell’aria e loro l’avevano avvertita, ma non sarebbe successo granché se non avessero avuto l’idea di fare un cambio di rotta generale, di pescare la carta vincente dalla ruota di New Orleans e  prendere uno come Phil Anselmo come cantante.
Me li vedo i tre texani a sorridere sotto i baffi all’idea del giovanotto che arriva nel gruppo e, zitto e muto, si adatta a quello che vogliono loro. Quello che non sapevano, ma avrebbero scoperto a loro spese, è che il giovanotto in questione non era proprio uno da nonnismo e vita rassegnata. Quel tale, Philip Hansen Anselmo, è uno che ha le molotov nelle vene, una sicurezza di sé al limite dell’arroganza pura e una testa dura come il granito.
L’incontro fra il nuovo sound dei Pantera e il singer è il punto di svolta, mettere un paletto nel terreno e segnalare che i tempi del hard rock/glam stanno finendo e Power Metal lo testimonia – pur rimanendo ancora un disco influenzato dal heavy classico e da quello che i Pantera erano stati dal 1983 in poi. Senti il thrash che incomincia a irrobustire le ritmiche, i riff e tutto l’armamentario dei Pantera. Lo senti che è il 1988 e non ci son cazzi, i due fratelli Abbott non sarebbero diventati i nuovi KISS, ma sicuramente avrebbero formato generazioni di nuovi Pantera.
Forse ve lo ricorderete anche, ma in P*S*T88 non c’è neanche Phil a cantare, ma lo stesso Diamond Darrell. Giusto per i più curiosi di voi e amanti delle finezze goduriose.
Quindi i Pantera, per poter essere quello che erano, sono passati anche per Power Metal e, se evitate di sottovalutarlo, scoprirete che qua dentro ci sono i primi germi di Cowboys From Hell e un sound che avrebbe preso gli anni 80 e li avrebbe trasportati diretti nel 1990.
[Zeus]

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Official Live: 101 Proof

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Come fai a non amare questo live?!
Dimmelo, forza. Parlo con te che mi guardi con lo sguardo bovino.
Nel 1997 i Pantera sono una supercorazzata nel mondo metal. Cazzuti come uno dei Klitschko ed espressioni massime del motto “a cazzo duro senza futuro“, la band di Dallas (più New Orleans) sgrana, fra un’overdose quasi mortale e una serie di live, questa testimonianza che sbrana la concorrenza.
Un best of fatto in versione live questo Official Live: 101 Proof. Brani da Cowboys From Hell, da Vulgar Display Of Power, da Far Beyond Driven e anche da quello che, per molti, è un album duro da digerire: The Great Southern Trendkill (io lo adoro come disco, ha il malessere e il dolore dentro). Il trittico Sandblasted Skin, Suicide Note Pt.2 e War Nerve suona cattivo e violento come, e forse più, della versione su disco: penso a causa della registrazione live che ne limita stratificazioni, effetti da studio e cazzi e mazzi e restituisce sul palco brani di impatto e groove.
Prendersi questo disco significa entrare a spallate sulla fine degli anni ’90, quando il metal incominciava ad andare in agonia da groove metal, nu metal e merda varia e prendersi una bella boccata d’aria fresca dalla frittura mista di schifezze che escono in questo momento storico sfigato (a parte qualche valida eccezione, sia chiaro). Il tutto, vorrei sottolinearlo, senza doversi sorbire minuti di discorsi inutili di un fattissimo Phil Anselmo che, non avendone abbastanza di cantare sui palchi di mezzo mondo, si reinventa anche predicatore della ceppa dorata e ammorba i concerti con cazzate cosmiche che passano dal razzismo al metal con la facilità con cui io mi cambio le mutande al mattino.

Ma non vorrei rivangare cose passate, se pensate che il buon Filippone si sia scoperto un redneck ignorante, alcolista e fattone solo all’alba del 2016, forse è meglio se continuate ad ascoltare l’ultimo degli In Flames – ve lo meritate ampiamente.

Official Live: 101 Proof è un cazzo di disco che mi esalta ogni volta, tanto che è uno dei pochi selezionati che mi porto sempre e comunque in macchina. Lo ascolto meno di prima, ma saperlo nella chiavetta mi rende una persona meglio.
E lo sappiamo bene quanto brutte siano le persone che non ascoltano i Pantera.

 

Pantera – The Great Southern Trendkill (1996)

Questo album lo presi appena uscì, perché sopra c’era scritto Pantera.
Probabilmente non lo comprai neanche io, me lo comprò qualcuno, perché era ovvio che io dovessi avere il nuovo dei Pantera. Quando premetti Play venni spettinato dall’urlo iniziale, ma questo non bastò a convincermi del tutto. Sì c’erano i pezzi, c’era la violenza ma non mi prese completamente. Lo riscoprii più avanti, riascoltandolo in età più matura, perché riuscii a cogliere sfumature che a 16 anni non ero in grado di capire. Il disagio. La chiave di lettura di questo disco è il disagio, una band all’apice della sua carriera ma già distrutta, con più problemi da risolvere che frecce nel suo arco, ma con tanto talento e tanta rabbia. Ecco, se si ascolta questo disco con questo ben presente in testa risaltano fuori delle ottime canzoni, anzi direi che questo disco andrebbe ascoltato non come un insieme di canzoni ma come un opera unica, un’unica sinfonia, un’unica colonna sonora del disagio.

[Skan]

Quando sento “The Great Southern Trendkill” mi vengono in mente alcune immagini:
– una macchina, un’utilitaria da città, mediamente sporca, con i finestrini abbassati e le casse che ronzano e gracchiano mentre l’urlo iniziale risuona nel vicoletto disturbando vicinato e presenti.
– girare in città senza aver il fisico statuario, e con un vago retrogusto di sudore sulla pelle, ma orgoglioso e con palle e cazzo ben in vista per il pubblico.
– vantarsi con i colleghi di degustare vino e birra di qualità e poi trovarsi, soli e incarogniti, al banco del bar con un Corea [mefitica mistura di Coca Cola e vino demmerda] in mano.
Perché a partire dalla piallata d’orecchie che ti arriva con la title track fino alla conclusiva (Reprise) Sandblasted Skin, TGST è un grido di gola, ma che parte in fondo alle viscere, dove la merda regna sovrana. TGST parla di quello: di disagio, di merda, di paura e di dipendenza. Più disperato e viscerale di Dirt degli Alice in Chains (del 1992 – altro testamento, in presa diretta, di un drogato all’ultimo stadio), TGST fa l’equivalente dello spurgo delle fogne: tira fuori tutto e te lo spara in faccia. Olezzo compreso.
La band è allo sfascio e non si incontra per registrare il disco, Seth Putnam, ospite d’eccezione, grida come un uomo a cui hanno sgozzano un suino e glielo hanno ficcato in gola e i riff sono pesanti e lerci.
Phil, beh, parla di morte, droga e disperazione.
Ecco perché The Great Southern Trendkill non invecchia: è talmente primitivo che ti scuote le viscere.

[Zeus]

Pantera – The Great Southern Trendkill (1996)

Cosa succede quando i Pantera, una delle band più auge della seconda ondata del thrash, decide di prendere e immergere la proprio musica in un canale di scolo del Mississippi e lasciarla sporcare per bene?! Ok, il passaggio da thrash-core a questa forma mutante di thrash-core e sludge è arrivata in seguito a sconvolgimenti interni alla band (overdose di Phil Anselmo, tour estenuanti, alcolismo, la band che si stava sfilacciando…), ma il risultato non è certamente inaspettato. GIà da diverso tempo Abbott&Co. stavano prendendo la piega di un inasprimento delle partiture e perciò un risultato plausibile è proprio quello di andare a dopare la propria musica con i reflussi esofagei dello sludge.
The Great Southern Trendkill è il testamento della band, il grido di un gruppo che dice: “non voglio l’attenzione che mi state dando e allora prendo e sbudello il trademark-sound che ho sempre avuto”. A parte il fatto che, per la prima volta il disco nella storia dell band, il disco viene registrato in due posti diversi (parti strumentali in Texas, parti vocali a New Orleans), una differenza notevole sta nella rabbia profusa nei solchi delle varie tracce. Una collera latente che esplode in grida assatanate (si ringrazia Seth Putnam degli Anal Cunt per diversi esempi in merito) e chitarre che ruggiscono. Notevole il cambio delle lyrics che passano dal parlare alla gente al parlare delle esperienze di Phil Anselmo degli ultimi periodi (una sorta di diario-confessionale su paura, ansia, droga, suicidio, morte…). Il disco è quasi doloroso e la mancanza di coesione intera al gruppo si sente in certi episodi in cui, per quanto ci sia la volontà di menare fendenti, si ha l’impressione che sia un motore di grossa cilindrata che gira a vuoto. Tanto rumore, potenza e gas di scarico, ma meno sostanza di quella a cui ci avevano abituati.
Questo, bisogna dirlo, è l’ultimo vero disco ispirato della band. Il successivo è registrato alla cazzo di cane e si sente.

 [By Zeus]

 

Pantera – Vulgar Display Of Power (Deluxe Edt.)

Qua a The MuderInn non ci facciamo mancare niente. Siamo sempre sul pezzo. Sto parlando ovviamente degli altri collaboratori, io sono un fancazzista da ultimo stadio. Per questo motivo mi presento adesso con la recensione della Deluxe Edition di un album come Vulgar Display Of Power dei Pantera. Cosa c’è da dire di un album epocale come VDOP?! Poco o niente. Tutti hanno detto di tutto e non sarò certo io a contraddire quello che altri hanno già scritto, anche perché è innegabile che in questo disco troviamo la band in palla e nella sua versione migliore. Prima di sparare bordate di thrash-core o thrash-core mischiato allo sludge, ecco che la band dei fratelli Abbott getta fuori un disco da cui tutta la seconda generazione di thrasher ha imparato qualcosa (chi meglio, chi peggio… e della seconda schiera ce ne sono troppi. ‘sti stronzi.).
La versione deluxe, però, ha due regali per i fan: il primo è Piss, una lost track della band (l’unica a quanto dice Vinnie Paul); il secondo è il DVD contenente l’esibizione italiana al Monster Of Rock e qualche video ufficiale che avevamo già visto in Vulgar Videos From Hell.
Un’edizione più povera di Cowboys From Hell? Sicuro.
Vale la pena di sborsare sonori euro per una sola traccia? Solo se siete fan scatenati della band o se volete acquistare un album dei Pantera, se no spendeteli per un kebab.
Piss è una canzone sufficiente e giustamente i Pantera hanno deciso di escluderla da una scaletta lucidata alla perfezione. L’unico in buona forma nella canzone è Dimebag, gli altri si arrangiano e timbrano il cartellino, ma lo scazzo è evidente. In compenso qualche riff di Piss è stato ripreso e utilizzato per le bordate di Use My Third Arm.
Ok, questa versione per i 25 anni non aggiunge ‘na fava all’importanza di Vulgar Display Of Power. Ma pensavate realmente il contrario?!

[By Zeus]